Opera Soap

 
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101. Natale con i tuoi

Alfred Hitchcock

Françoise Dorléac e Catherine Deneuve in Les demoiselles de Rochefort di Jacques Demy, 1967

Buon Natale 2008!

'Christmas is a holiday that persecuted the lonely, the frayed and the rejected'
(Jimmy Cannon, citato in Sarah Long, le Dossier, How to Survive the English)

Mercoledì 24 dicembre, la vigilia

La colf è venuta ieri, ha pulito la casa e ha stirato, ed è partita per una vacanza dai suoi genitori di una settimana.
Le ho regalato delle saponette inglesi.
A questo proposito annoto che ho dovuto riprendere le ragazze della profumeria che, dopo un'attesa di 15 minuti d'orologio, mi hanno consegnato un pacchetto malfatto, con l'adesivo che avrebbe dovuto tenere giusto a metà la plissettatura della carta dorata, dandole così l'aspetto di una farfalla, messo di traverso e male attaccato, al punto che la titolare ci si è fatta sopra pure una risata per quanto era brutto. 
La titolare ha smesso di ridere quando ho chiesto di ricominciare daccapo e di aggiustare la farfalla.

Ho compassione di me, costretta a vivere in questo borgo selvaggio.

Sulle pagine della mia rivista di decorazione preferita, quella inglese sempre in ritardo finalmente arrivata in edicola, sfolgorano i pacchetti di Few and Far www.fewandfar.net, il più bel negozio di Londra.
Dico solo che quando, nello scorso mese di luglio, ci sono andata e ho comprato dei piccoli oggetti, sono stata malissimo al momento di scartarli. E aggiungo che uno di essi, una lavagnetta di 12 cm per 9, non l'ho scartata affatto perché me ne è mancato il coraggio ed è ancora qui davanti a me, avvolta nella carta da zucchero, legata con una fettuccia bianca annodata in un fiocco piatto con appeso un cartoncino tenuto da una cordicella e sopra non c'è scritto 2 £, il valore di ciò che sta dentro, ma c'è un timbro blu con Few and Far e la sagometta, anch'essa del color del mare, o della carta, di un pesciolino.  

La colf mi ha regalato una candela con una decalcomania di angioletti che sembrano trattati con il botox, iniettato, come direbbe il mio dermatologo, che è una persona seria, da un'estetista di periferia con la quinta elementare.

Sono andata a dormire alle 3 del mattino (cosa che faccio di rado, ho preso in prestito il motto di Flaubert Siate regolari e ordinati nella vostra vita in modo che il vostro lavoro possa essere violento e originale) e mi sono svegliata alle 10 perché è suonato il citofono, poi il telefono e ha pure attaccato la segreteria.
Sono lucida, solo un po' fluttuante, con nemmeno un'ombra di mal di testa.
Sarò, inevitabilmente, in décalage totale per tutta la giornata.
Pranzerò, come in Fanny e Alexander la famiglia Bergman, alle 16, con la differenza che il loro è il dinner della vigilia e il mio è il lunch. Amen.

Alle 12 sono uscita per andare al mercato, stasera a cena saremo 4, per una famiglia decomposta è un numero di tutto rispetto, diventeremmo 7 se volessi tirare fuori dall'armadio alcuni scheletri, in perfetto stile Norman Bates in Psyco. Devo pensarci.

Sto leggendo un libro delizioso, La sauce était presque parfaite, 80 recettes d'après Alfred Hitchcock, un lavoro avvincente di Anne Martinetti & François Rivière con le foto di Philippe Asset (Cahiers du Cinéma, 2008) che, stando a una noticina, è nato, come idea iniziale, sul treno 'Paris-Melun Express de 18 h 51': giuro che la pianto di lamentarmi del mio IC e mi concentro sui miei progetti.
Gli autori sono grandi conoscitori del cinema di Hitchcock e hanno sottoposto ad analisi tutti i suoi film, tirandone fuori i seguenti capitoli: Itinerario di un gourmand ingleseFinestra sulla gastronomia dell'East Coast; Sulla strada per la California; Il giro del mondo in 80 ricetteDelle serate piene di suspence. (Mi chiedo perché non mi sono mai accorta che i film del grande maestro del brivido erano così farciti. Mea culpa. Non essendo una spettatrice distratta, è evidente che, come sempre, provo scarsa attrazione per il cibo e non lo vedo).
Nato il 13 agosto del 1899 'negli odori di frutta matura, di prosciutti salati e di spezie diverse' del negozio dei genitori, diventato presto scenario delle sue prime 'avventure terrestri', Alfred, da ragazzino, veniva portato dal padre al mercato coperto di Covent Garden, che i più attenti di voi avranno riconosciuto citato ampiamente in Frenzy (1970), che ho rivisto un paio di sere fa, notandone finalmente la dimensione gastronomica.
Fra aneddoti, fotografie, dialoghi e piccoli, squisiti saggi, si trovano le 80 ricette del titolo, in modo tale che, volendo, potete confezionarvi un Breakfast Scotland Yard con uova, bacon, salsicce di Tolosa, champignon di Parigi, pomodoro, burro, sale e pepe e fare così compagnia all'Ispettore Oxford, la cui moglie segue i corsi di cucina della 'Continental School of Gourmet Cooking' e ammannisce allo scontento consorte 'cuisses de grenouilles' o 'tripes à la mode de Caen'.

Irresistibile. Un libro molto ben fatto, che va ben al di là delle promesse del titolo e che mi ha fatto venire voglia di mettermi ai fornelli.
In modo comunque minimale, intendete bene.
La cena di stasera e quella di domani sono pronte su una ricetta de 'les fiches-cuisine Elle' messa da parte da una ventina di giorni. Tutto 'comme en Norvege': 'Saumon, légumes et crème' e 'Boulettes de viande, pomme et chou', tempi di preparazione 20 minuti per ciascun piatto.
Un mini-panettone, gli amaretti di Sassello (che compro per la bellezza della confezione) e cioccolato. Frutta fresca. Champagne. Sauternes per il dessert.

Poi: i film di Natale. L'anno che vidi Merry Christmas, Mr Lawrence, con un David Bowie (il maggiore Colliers, prigioniero britannico in un campo di concentramento giapponese) al massimo della sua inquietante bellezza (che, però, come ricorderete, muore e muore male, interrato fino al collo, i capelli mossi dal vento, guardato, dico meglio: mangiato con gli occhi dal comandante Yonoi); quello in cui andai a passare la vigilia ad Hong Kong per ripetere il rituale di 2046, di Wong Kar-wai, che vi ho già raccontato nella puntata n° 30; l'anno di Stanlio e Ollio in Avventura a Vallechiara, con Stanlio che sottrae il contenuto della botticella al San Bernardo, dopo averlo ingannato fingendosi ferito tirandosi addosso le penne della gallina che stava spiumando per simulare la neve.

Stasera sarà Les demoiselles de Rochefort di Jacques Demy, starring le due sorelle Dorléac, Françoise, che sarebbe morta di lì a poco, a 25 anni di età, in un incidente stradale (potete rivederla e commuovervi sul suo tragico destino in La calda amante di François Truffaut) e l'altra, nota come Catherine Deneuve.

E poi c'è la musica.
Qui la scelta è fra La Bohème ('Pranzare in casa è male / Oggi ch'è la vigilia di Natale!... / Un po' di religione, o miei signori: / si beva in casa ma si pranzi fuori'), che comincia a Natale, e il Werther, che a Natale finisce.

Ma la scelta l'ho già fatta nei giorni scorsi, portandomi in macchina il disco che ho sentito looppato e a tutto volume.

Come ho già detto altre volte, sono un'abitudinaria, e detesto i cambiamenti.

Ed è così che, con lo stato d'animo eccitato e insieme colpevole della Marilou del romanzo di Angie David che si prepara l'ennesima striscia di cocaina o del ciccione che scarta la tavoletta di cioccolato al 72% di cacao, metto su il Werther di Massenet.
Lo so che è tossico, che mi fa male, che tira fuori tutto il mio mood più malinconico, che mi sfinisce.
Ma ormai ci sono dentro, come David Bowie, fino al collo.

La cosa sta così: Charlotte (mezzo soprano) e Werther (tenore) si sono già incontrati nel primo atto, quando Werther, futuro diplomatico, colto, sensibilissimo, solitario, in comunione perenne con la natura, è stato incaricato di accompagnarla al ballo.
Fin dall'inizio è ripetuto il coro dei fratellini di Charlotte ('Noël! Jésus vient de naître...'), che si stanno preparando per Natale dal mese di luglio.
Werther si è già innamorato.
Quando lei gli dice che è l'ora del sonno, lui risponde che non gliene importa niente, stelle o sole possono pure alternarsi nel cielo, lui non sa se è giorno o notte, il suo essere è indifferente a tutto ciò che non è lei.
Charlotte gli fa notare che lui non sa niente di lei. Lui taglia corto: 'Mon âme a reconnu votre âme''. 
(Ora ditemi voi se un pretendente vi ha mai rivolto una frase così. A me no. Colpa mia, frequento uomini che non sanno a memoria il libretto del Werther e che sono, in aggiunta, senz'anima).
Come sappiamo, però, Charlotte ha promesso alla madre sul letto di morte di sposare Albert (baritono).
Se ne ricorda all'improvviso; per un istante, vicino a lui, ha dimenticato il suo giuramento.
Werther, ancora una volta, è categorico: ne morirà.

Nell'atto secondo Charlotte e Albert sono sposati da 3 mesi, riecco Werther, i suoi sentimenti non sono mutati, si fa audace: 'C'est moi! moi! qu'elle pouvait aimer! / J'aurais sur ma poitrine pressé / la plus divine, la plus belle / créature que Dieu même ait su former!'
Charlotte lo tratta con freddezza voluta, lo obbliga ad andarsene, a farsi vivo solo a Natale.

E qui ci siamo. Atto III, la vigilia.
Lei, malinconicissima, legge e rilegge le lettere che lui le ha inviato e che lo dicono solo, sotto il cielo di dicembre grigio e pesante come un sudario.
Lei si strugge davanti a questa assenza di tenerezza, di pietà, non sa nemmeno più come le sia venuto il triste coraggio di ordinare quell'esilio e quell'isolamento.

La scena è movimentata dall'arrivo di Sophie (soprano), la sorellina di Charlotte che, vedendola triste, la invita a raggiungerli tutti, i bambini hanno finalmente imparato il canto natalizio.
Charlotte è sempre in procinto di piangere, manda via con affetto la sorella, prorompe in un'aria di autentica protesta nei confronti di Dio, lei ha seguito la sua legge e compiuto il suo dovere ma tutto spaventa e ferisce la sua anima.
L'impeto è tale che la sensualità di lei, la disperazione dell'averla dovuta trattenere sono ormai pienamente leggibili.

Si apre la porta di fondo. 'Ciel! Werther!'.
E' la vigilia di Natale e lui è tornato. Non voleva, non era passato un solo istante senza che lui si dicesse che sarebbe morto piuttosto che rivederla.
Ma 'Qu'importe / d'ailleurs tout cela!...me voici!'

Eccomi, dunque.

Lei tenta ancora di metterla sull'amichevole, lui arde e brucia, arriva l'aria famosissima della traduzione di Ossian che lui aveva intrapreso 'Pourquoi me réveiller?...'.
Ho visto il Werther più di una volta a teatro, ho avuto anche l'onore di applaudire Alfredo Kraus, il più grande Werther di tutti i tempi (ma anche George Till non è male), a questo punto tutti stanno con la testa nel sacco, moribondi, assetati d'amore. Tutti quelli del pubblico, intendo. Quelli sul palco, ça va sans dire.

La voce di lei trema e nella voce di lei che trema, negli occhi di lei pieni di lacrime, lui trova la sua strada: 'Va! nous mentions tous deux, en nous disant vainqueurs / de l'immortel amour qui tressaille en nos coeurs'.

Charlotte: 'Ah! ma raison s'égare!'
Werther: 'Tu m'aimes! Ti m'aimes! Tu m'aimes!'

La musica sale nell'impeto della passione, lui sempre più esaltato: 'Hors de nous rien n'existe et tout le reste est vain'.

Finiscono finalmente l'una nelle braccia dell'altro, quando lei se ne rende conto è troppo tardi, lo respinge, lui implora il suo perdono, lei fugge dicendogli addio per l'ultima volta.
(Il teatro tutto fa il tifo perché Albert si tolga dai piedi in qualche modo).

Disperazione di Werther, inno alla natura, il suo figlio prediletto, il suo amante sta per morire. La sua tomba può aprirsi.

Rientra Albert, capisce tutto, lei cerca di controllarsi, viene portato un biglietto, il marito la obbliga a consegnare al domestico le pistole che Werther, in partenza per un lungo viaggio, chiede che gli siano prestate.

Atto IV, la notte di Natale.
Nevica, buio in sala, alcune finestre si illuminano poco per volta.
La musica si fa sempre più drammatica e continua fino al cambio di scena.

Secondo quadro.
Le cabinet de travail de Werther.
Un candeliere a 3 bracci, un tavolo pieno di libri e carte, un pane tagliato.
La grande finestra è aperta, attraverso di essa si vede la piazza del villaggio, la casa del padre di Charlotte è illuminata. Il chiarore della luna penetra nella stanza.
In primo piano, Werther, ferito a morte, giace a terra.

Entra Charlotte, bruscamente, lo chiama con angoscia, vede il sangue, lo implora di risponderle.
Lui riprende conoscenza, pronuncia il nome di lei, le chiede perdono.
Charlotte: 'Te perdonner quand c'est moi qui te frappe / quand le sang qui s'echappe / de ta blessure, c'est moi qui l'ai versé...'.
(E qui, sempre, dovunque io sia, a teatro, in casa mia, ieri al semaforo di viale dell'Oceano Atlantico con una ragazza nella macchina vicina che mi guardava sconcertata, oggi, 24 dicembre 2008, davanti al mio computer, mi sciolgo in un pianto torrenziale che niente arresta).

In quel limbo che precede la morte, nell'assenza di punti di riferimento dell'istante supremo, aiutati dal mondo che è occupato a festeggiare il Natale, Werther e Charlotte si ritrovano.
La complicità si fa avvolgente, lui non vuole che lei vada a cercare aiuto, nessuno deve più venirli a separare, si sta tanto bene così.
La voce di lui si è fatta dolce, quasi accarezzante. Muore felice, dicendole che la adora.
Lei ha resistito fino alla fine ma ormai può rivelargli che lo ha amato dal primo momento, 'j'ai senti qu'une chaine / impossible à briser liait tout les deux!'.
Parla, parla ancora.
Tutto, dimentichiamo tutto.

E dunque, prima che la morte lo prenda, lei gli concede un bacio, l'anima di lui, nell'anima di lei perdutamente si fonde, l'erotismo si fa palpabile, sentiamo nella musica l'odore del sudore e del sangue.
Lei si fa ardita: 'La mort, entre mes bras / n'osera pas te prendre!'  

Dalla finestra entra il coro dei bambini: 'Noël! Jésus vient de naître...'.

All'ardimento di lei risponde l'ardore di lui, le indica il luogo dove vuole essere sepolto, i due grandi tigli sotto i quali vuole riposare e, se questo non sarà concesso a un suicida, lo accoglierà la terra nella valle solitaria e lì, se pure il prete, passando, distoglierà lo sguardo, ci sarà pur sempre qualche donna che verserà una dolce lacrima sulla sua tomba.

Dal grido di lei capiamo che lui è spirato.

Si alzano le voci dei bambini ' Noël! Noël! Noël!'.

Sipario.

Un paio di anni fa ho messo in bibliografia per i miei studenti I dolori del giovane Werther di Goethe.
L'ho fatto per contrastare la diffusione perniciosa dell'amore alla Federico Moccia, che continua a scrivere romanzi farlocchi per adolescenti che ci cascano.
Ho detto in modo chiaro che se cercavano il sentimento, la giovinezza, la follia del colpo di fulmine, la carnalità, avrebbero trovato tutto ciò in Goethe e non nell'altro.
Qualcuno ha capito e una delle ragazze si è anche perdutamente innamorata del più romantico degli eroi.

E ora ho un suggerimento per voi: se la vostra storia sentimentale di oggi, di ieri o di domani è solo di qualche grado meno calda della febbre di Werther, ebbene lasciatela cadere.
L'amore è una cosa seria, accade, spacca, stordisce, travolge, uccide.
Riservate i rapporti tiepidi ai vicini di casa o ai colleghi con i quali avete poco da spartire.
Se vi sentite soli, prendetevi una coppia di inseparabili come ne Gli uccelli di Hitchcock, oppure un bel cricetino, se, come questo animaletto, amate le ore notturne.
Se poi non sapete come passare il vostro tempo libero e sentite il bisogno di essere trastullati, mettetevi a studiare il greco o il tedesco, anche la storia dell'arte farà al caso vostro.

E se, quando andate a dormire, vi lamentate di sentire freddo nel letto, prendetevi una borsa dell'acqua calda o uno scaldino.

Vi auguro Buon Natale. 

Nel video Alfredo Kraus, 'Pourquoi me réveiller' dal Werther di Jules Massenet

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102. Abbassa la tua radio (per favore)

George Gershwin al pianoforte (accanto a lui, a sinistra, Fred Astaire e Ginger Rogers) sul set di Shall We Dance, 1936

Zio Paperone pulisce il suo deposito

Rimetto un po' in squadra la casa, cucio ben 3 bottoni (c'è un limite a tutto, anche al grunge) e comincio il complesso lavaggio dello 'chou' da fare 'aux pommes' per le 'boulettes' in stile norvegese, cadendo quasi in deliquio davanti ai verdi che sfumano verso il bianco mano a mano che mi avvicino al cuore dell'ortaggio.

Entrano da tutti gli interstizi, dalle finestre aperte, ma anche dalla porta blindata che amo tenere inchiavardata fissa dall'interno (nutro nei confronti della mia casa sentimenti simili a quelli espressi da Paperone verso il suo deposito, fate conto che sul mio pianerottolo ci sia il medesimo cartello che conficca lui nel terreno con la scritta Sciò!), odori di cucina dagli appartamenti vicini.
Il cielo è basso e compatto, un silenzio strano, non quello domenicale (non è domenica) ma quello che segue la grande bouffe, regna sovrano.
La radio è accesa sulla consueta stazione, quella che è stata per anni la migliore al mondo e che ormai sopporto a malapena, sgangherata, atrofizzata, spesso inutile, spenta.
Non la cambio perché sono un'abitudinaria, e poi le altre sono peggio.

A questo proposito lo scorso 18 agosto mandai a Radio 3 un sms molto infastidito perché avevano trasmesso una messa di Natale. Il 19 mi era arrivata la risposta, invero piuttosto piccata, del conduttore in carica, non il mio preferito, bensì un altro, preparato, certamente, ma oh quanto meno avventuroso!, che suonava esattamente così (l'ho tenuta in memoria e posso essere precisa): 'Auguri! Purtroppo le messe di ferragosto non le ha mai scritte nessuno...Cordialmente' e seguivano le iniziali del malcapitato.

Stamattina, 25 dicembre, puntuale come una vendetta, Radio 3 ha mandato Porgy and Bess di Gershwin, evidentemente immemore del dettaglio decisivo: al suo interno c'è Summertime.

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103. Baby, It's Cold Outside

Tom Wesselmann, Still Life #30, 1963

Zidane e Beckham

Il Bauhaus a Dessau, qualche griglia, nessun anfratto

Il titolo, come in molti ricorderanno, è quello della canzone di Frank Loesser del 1944, poi datata al 1949 quando fu venduta alla MGM che la inserì nel film Neptune's Daughter. E' quel bellissimo duetto in cui lei, The Mouse, dice che deve andare a casa, che la madre si starà cominciando a preoccupare, che il padre starà misurando il pavimento a grandi passi, che il fratello sarà già sulla porta e lui, The Wolf, le fa notare che fuori fa freddo, che mai si è vista una tempesta così, che rischia di prendersi una polmonite, che ha labbra deliziose, che c'è il fuoco nel camino (in realtà il fuoco compie l'azione connessa al verbo to roar, ruggire, mugghire, fatevi da soli la traduzione perché io non ne sono capace). Lei accetta un altro 1/2 drink, poi una sigaretta, poi gli ultimi versi 'Brr its cold...Ahh, do that again...', pure qui fate da soli, non avete bisogno che io vi guidi per mano.

Veniamo a noi.
Probabilmente anche voi avete più di un televisore in casa. In questo 'anche' non inserite me, che ne ho uno solo e che lo accendo esclusivamente per vedere i miei dvd e in qualche rara, importante occasione, tipo funerali di Lady D., crollo in diretta delle torri, campionati del mondo o europei di calcio.
In quest'ultima circostanza guardo Beckham, per motivi che, come avrete capito, esulano del tutto dal tifo per la nazionale inglese, oppure Zidane, che invece apprezzo molto come calciatore e che sembra elegantissimo e insuperabile anche a una come me che capisce poco di tecnica.
A questo proposito non so descrivervi lo stato d'animo di sperdimento con cui ho visto tutto il film di Douglas Gordon e di Philippe Parreno Zidane, un portrait du 21e siècle (2006), una specie di installazione concettuale presentata a Cannes ma anche alla Biennale di Venezia, in cui lui veniva ripreso durante la partita Real Madrid-Villareal del 23 aprile 2005, ma veniva ripreso solo lui, che correva, sudava, sputava, urlava ai compagni di squadra, il tutto senza minimamente inquadrare il gioco. A un certo punto si vede Beckham (anche lui in carica al Real Madrid all'epoca) che gli dà una pacca su una spalla, poi si allontana e sparisce e il film è eterno e impenetrabile.  
Se non ho capito male, Zidane viene espulso dal campo pure lì, e senza che abbia dato una capocciata a nessuno.

A proposito della famosa capocciata, quella sferrata a Materazzi nella finale di Berlino del 2006, approfitto di questo spazio di libertà che è Opera Soap per schierarmi dalla parte di Zinedine.

Anche Abbado, se disturbato mentre sta per dare l'attacco a Donna Anna che trascina sul palcoscenico Don Giovanni strillando 'Non pensar se non mi uccidi che io ti lasci fuggir mai...' (io Donna Anna non l'ho mai capita; al suo posto, io, con Don Giovanni, mi ci sarei andata volentieri a fare un giro), si butterebbe a testa bassa sul petto dell'intruso, e lo farei  pure io, se interrotta durante uno di quei passaggi di una lezione in cui io e l'artista che sto presentando siamo diventati una sola cosa, ho cominciato a sentirlo e sono entrata nel suo catalogo tutta intera e senza riserve.
Quindi, statemi lontani quando mi trovo nel fervore della professione e i commenti fateli alla fine. Per favore e grazie.

Ma se pure avete più di un televisore in casa, è probabile che abbiate un solo frigorifero e che esso stia nella vostra cucina.  
Qui vorrei lanciare una richiesta ai fabbricanti e invitarli a progettarne uno da mettere in bagno, ma deve essere una cosa di dimensioni ridottissime, non quei botoli che si trovano in giro, sempre troppo ingombranti, che si possono attaccare anche all'accendisigari della macchina.  
Non ho posto in bagno, c'è già lo stereo e ci sono quintali di riviste, e poi dentro il frigidaire da toletta devo metterci solo i trattamenti che si potenziano con il freddo (i gel, per esempio), il diffusore di acqua minerale e, in estate, i trucchi.  

Se, dunque, vi siete concentrati sul frigorifero che avete in cucina, riflettete un momento prima di rispondere alle mie due domande contrassegnate con A e B. Poi apritemi il vostro cuore.
Allora. A: ogni quanto viene pulito? B: da chi viene pulito?

Ora non venitemi a dire che non sapete rispondere, che se ne incarica la colf e che trovate tutto fatto quando rientrate perché questo non è un lavoro da affidare a nessuno che non sia il legittimo proprietario dell'elettrodomestico.
Quindi, non si scappa: il frigorifero ve lo dovete pulire da soli.
Mi spiego, non sto parlando della passatina di spugna intrisa di acqua e aceto, come suggerivano di fare le nostre madri, che lascia, è facile da intuire, il tempo che trova.
Sto parlando della sbrinatura e della pulizia radicale, quelle che interessano la parte frigorifero e la parte congelatore e che finiscono con 'la macchina del freddo con lo scambiatore di calore'.
E non venitemi a dire che il vostro frigorifero si sbrina automaticamente, anche il mio, però questo non significa che l'uno e l'altro non vadano puliti come si deve.
Ripescate, allora, il libretto con le istruzioni d'uso e, se non sapete più dove lo avete messo, leggete il racconto del mio intervento di sbrinamento radicale e pulitura che si è appena concluso.

Mi scrivo le cose che devo fare con metodo.
Sono una donna di organizzazione e faccio un milione di cose diverse, che considero tutte ugualmente importanti.
Utilizzo un sistema che ho perfezionato nel tempo, la mia agenda, una montagna di post-it di vari formati a seconda delle priorità e poi fogli A4 colorati, gialli per le cose di segreteria, lilla per la creazione, verdi per i viaggi e rosa per il planning settimanale.
Il foglio rosa, che reca il titolo 'Cose da fare da lunedì...' (sono nata di lunedì e mi piace cominciare la settimana prendendola per il verso giusto), dal mese di agosto recava una piccola frase minacciosa per la mia serenità, che la notte mi tornava in mente svegliandomi e che disturbava spesso la mia concentrazione.

Essa suonava così: 'Frigorifero; congelatore'.

Ieri, giorno di Natale, c'è stato, di sera, 'l'incidente'.
Una foglia di prezzemolo si era attaccata sul pannello di fondo del frigorifero, uno dei generatori di freddo.
Il tentativo (cretino) di portarla via con la spugna ha sbriciolato la spugna e l'ha attaccata vicino al prezzemolo, cosicché si è formata una composizione astratta, di colori tiepoleschi (verde il prezzemolo e rosa la spugna), una cosa da piangere, brutta a vedersi, irreparabile sul momento.
E lì ho preso la decisione. Ho inserito il Superfrost per dare ai surgelati 'la necessaria riserva di freddo' e me ne sono andata a dormire.
Chiarisco che il mio congelatore è quasi vuoto, due filetti di salmone, quattro fette di pane, un paio di accumulatori di freddo.
Esso viene utilizzato, in pratica, per portare, in caso di necessità, il vino alla giusta temperatura.
Non mi piacciono i surgelati, non c'è una sola marca che produca cose degne di essere mangiate, non riesco a capire perché siano così poco organizzati in questo settore, e non sono di quelli che cucinano per il loro freezer preparando deliziose vaschette mensili e barattoletti con sughi destinati a diventare del colore livido della signora Bates in Psyco. (A questo proposito, vi eravate accorti che lei si chiama Norma e il figlio Norman? Lo si sente molto bene nell'edizione originale, quando Anthony Perkins, vestito da donna e con il coltello in mano, si butta sulla vittima di turno gridando 'I'm Norma Bates!'. Da allora guardo con qualche preoccupazione i figli che portano il nome di uno dei genitori, con tutti i nomi che ci sono al mondo uno sforzo di fantasia bisognerebbe pur farlo).

Il sonno della notte è stato disturbato. Domani nella battaglia pensa a me. Impossibile liberarmi di quel pensiero molesto.  
Mattina del 26 dicembre. Subito dopo i rituali consueti giunge l'ora della grande manovra.
Provvedo a freddare il soggiorno, finestra spalancata e valvola del termosifone sullo 0, dove non sta mai, sono una che sta bene al caldo, soprattutto quando It's Cold Outside.
A terra un panno robusto di appoggio.
Stacco la spina, il mio frigorifero manda un ultimo respiro e piomba nel buio. 

Via tutti i magneti, fuori le bottiglie e i barattoli di spezie. Trasferiti in buste preparate per tempo le provviste.
Ossessive, lo ammetto: 12 confezioni di parmigiano, quello dei 5 bocconcini confezionati singolarmente, l'altro non lo conto, il bianco del latte, del burro - 3 tipi diversi -, dello yogurth, della crème fraîche sopravvissuta alla vigilia, le verdure scelte per il colore, alcolici in abbondanza tale da poter invitare senza imbarazzi Hemingway a cena (a cena, non a pranzo, non bevo mai prima delle 18:00, nemmeno quando sono con scrittori che, invece, non guardano l'orologio prima di riempirsi il bicchiere), riserve di creme e di cosmetici. Depositate nella stanza di fondo, ormai fissa alla temperatura di una ghiacciaia.
Fuori il cassetto del congelatore con qualcosa dentro, da parte gli altri due e il vassoio per la congelazione delle fragole (mai usato, mi è sempre sembrato una perversione).
Avvolgimento di quello pieno nel giornale, trasferimento del medesimo sul panno di appoggio, in mezzo alla corrente che viene dalla finestra.   

Manga e Winter Red guardano le grandi manovre con gli occhi tondi, vagamente preoccupati dalla possibilità di venire coinvolti.

Sono una donna di lettere e con la tecnologia ho un rapporto di sottomissione e di rispetto. Credo che ci sia un motivo per ogni scelta che compiono i progettisti.
Ma siamo proprio sicuri che il frigorifero debba essere così pieno di tubi e tubicini, condotte di scarico, generatori di freddo, anfratti, scanalature, guarnizioni, sportelli e sportelletti, contenitori per il burro e le uova (lasciamo perdere il vassoio per le fragole), recessi, sinuosità, labirinti, insenature, cerniere, cassetti, bacinelle di evaporazione, fori di scarico, vani, pareti, griglie metalliche e scambiatori di calore? Se un progettista di frigoriferi mi legge, può rispondermi? E può anche dirmi, se non considera la domanda troppo personale, se in vita sua ha mai sbrinato e pulito una delle sue creature?

Mi sfugge se al Bauhaus Gropius, Meyer o il mio amatissimo Mies abbiano sollecitato la progettazione di frigoriferi.
Ma questi progettisti qui, quelli attuali, perché non si ripassano i principi della grande scuola d'arte tedesca, quella che si era messa al servizio dell'industria? Rigore, razionalità, ergonomia, geometrizzazione delle forme, in una parola bando agli anfratti.
Un bel frigorifero Bauhaus sì che sarebbe agevole da pulire.

Ma non mi faccio abbattere dai diverticoli dei progettisti.
Tolgo tutte le griglie, il vetro, i cassetti, il portaburro e il portauova e infilo tutto nella lavastoviglie.
A fine manovra avrò fatto 5 lavaggi, sarebbero stati 6 se solo fossi riuscita a far entrare nella macchina il cassetto grande del congelatore, troppo profondo e, per questo, destinato al lavaggio nella vasca.
Ho orrore di utilizzare a scopo diverso dall'igiene questo luogo sacrosanto della stanza da bagno ma, si sa, à la guerre comme à la guerre, mica posso stare con un cassetto sporco.

Ed ora via con l'olio di gomito, sullo sportello ho lasciato, come carburante, solo il magnete con scritto Cleaning Attack!, lo avevate già incontrato nella puntata n°51.
Strofino, lavo, sciacquo, mi arrampico per raggiungere i piani alti, mi sdraio per la mascherina che sta in basso, ripasso, mi infilo dentro, detergo, purifico, raggiungo tutte le scanalature dei binari di scorrimento delle griglie, mi intestardisco su una macchia, quando affronto la composizione tiepolesca, con un ghigno di soddisfazione mi accorgo che cede subito e si dissolve al primo assalto, con voluttà ci rimango sopra almeno 60 secondi, corvo rosso tu non avrai il mio scalpo ed io ti cancellerò dalla faccia della terra con un colpo di spugna.

Il peggio viene con la parte congelatore. Ho estratto il tubetto di scarico, l'ho inserito nell'apposito foro di uno dei cassetti messo a terra. Per accelerare il procedimento, ho seguito le istruzioni e ho posato una pentola di acqua calda su uno dei generatori di freddo.

Se avete visto il Dottor Zivago (la mia visione risale alla notte dei tempi) ricorderete quelle incrostazioni di ghiaccio che formavano stalattiti e arabeschi sulle finestre. E loro due abbracciati, al caldo. Baby, It's Cold Outside, soprattutto da quelle parti.
Ora, a me la scena sembrò ridicola anche allora che ero una bimbetta. Mi sembrarono ridicoli gli arabeschi, non la stretta, anche se Omar Sharif non mi è mai piaciuto. Come ho confermato prima, ho altri gusti in fatto di uomini.
Figuriamoci l'effetto che mi farebbe oggi (sempre la scena con i suoi arabeschi). Probabilmente quello che mi hanno fatto i generatori di freddo che, lo ricordo, sono pieni di fori, e tutti i tubi connessi, completamente ricoperti da uno strato decorato e incrostato di durissimo ghiaccio.
Anche Reinhold Messner si sarebbe fatto prendere da scoramento. Avrebbe piantato la sua ipertecnologica piccozza su una parete (del congelatore) e si sarebbe andato a fare un grog in soggiorno, la temperatura era quella giusta.

La pazienza è la virtù dei forti e cerco di acquisirla, spesso con poco successo. Ma stamattina c'era poca scelta. 
Il libretto con le istruzioni d'uso dava continuamente l'allarme, attenzione a salvaguardare il pannello comandi, l'illuminazione, gli allacciamenti elettrici, i cavi, attenzione ai detergenti abrasivi. Diceva anche di non impiegare apparecchiature elettriche di riscaldamento per accelerare il processo di sbrinamento.
Pensate a una stufetta di quelle piatte o a uno scaldino da célibataire messo su uno dei ripiani, certo un aiuto l'avrebbero dato, seppure provocando una catastrofe. Non cito l'asciugacapelli perché qualche nozione di tecnologia ce l'ho anch'io e so che non deve essere usato in queste circostanze.

Per farla breve. I tocchi di ghiaccio mano a mano hanno cominciato a staccarsi, cadevano con tonfo secco nel cassetto inserito nel tubetto di scarico, Messner si sarebbe riaffacciato uscendo dal soggiorno con il bicchiere del grog ormai vuoto.
Il ghiaccio cadeva ed io pulivo, è andata fino a che non ho puntato una guaina di brina che aveva avvolto un tubo superiore e parte del relativo piano orizzontale, l'ho affrontata con delicatezza estrema cercando di scalfirla, l'operazione di distacco è durata un tempo eterno e mi ha fatto tornare in mente l'estrazione del mio primo dente del giudizio, un affare che mi aveva fatto penare per anni mentre era in crescita e che il mio odontoiatra, una delle persone che più stimo al mondo, impiegò più di 2 ore a cavare.

Quando uscì il dottore era decisamente provato ma non aveva affatto perso il suo sangue freddo.
Mi illustrò la particolarità della radice, aperta a ventaglio e sistemata in modo tale che non appariva così nelle cinque lastre che mi aveva fatto per capire che cosa tratteneva il dente.
E al centro del ventaglio c'era una perla di avorio, una singolarità rara e preziosa.

Io ero inorridita e stremata. Non avevo sentito alcun dolore e mi ero completamente affidata a lui, ma era stata dura ugualmente.
Commosso, lui mi chiese se volevo conservarlo. Siccome è un uomo molto divertente, pensai che mi stesse prendendo bonariamente in giro. Niente affatto.
Declinai l'invito a mettermi da parte il dente, avevo, fra l'altro, passato l'età del topolino che in cambio lascia la moneta e avevo messo giudizio.
Seppi dopo qualche tempo che esso, conservato come lo squalo di Hirst in formalina, fu presentato a un convegno, riscuotendo l'ammirazione di tutti i presenti. De gustibus.  

Picconavo, dunque, il ghiaccio con una bacchetta giapponese di lacca nera ammirando il contrasto cromatico degno di Hokusai, cambiavo il pentolino dell'acqua calda, di contenuto e di posizione, perché sciogliesse quella concrezione, non secolare, badate bene, l'ultima sbrinatura risaliva allo scorso Natale. Vi state facendo due conti sul vostro frigorifero, non è vero? State pensando di cambiarlo pur di non affrontare la manovra radicale? Pensateci bene, dopo 6 mesi quello nuovo sarebbe nelle medesime condizioni.   

A un certo punto la calottina di ghiaccio si è rotta in più punti ed è caduta a pezzi. Era fatta.

Mi sono chinata per vedere se tutto era a posto e sul ripiano inferiore ho intravisto con disappunto l'altro segmento di tubo, ricoperto anch'esso di ghiaccio, esattamente come quello superiore. Un altro dente.

Avendo tolto tutti e quattro i denti del giudizio, con lo stesso odontoiatra e nel giro, calcolato a tavolino, di un anno, avevo fatto esperienza. La seconda estrazione fu più rapida e meno problematica. Anche quella del dente.

Finalmente il frigorifero e il congelatore potevano definirsi a posto.
Vuoti e candidi come un campo innevato sul quale nessun umano o animale avesse mai messo piede.
Ho preso il cellulare e ho scattato una fotografia che ho intitolato 'Che soddisfazione'. Avrei inserito volentieri un punto esclamativo ma la galleria del mio telefono non li accetta.
La colf, al suo ritorno, si preoccuperà della griglia metallica sul retro dell'apparecchio, per spolverare la quale bastano un pennello o l'aspirapolvere. Non è che si faccia in fretta, è che si tratta di un'operazione meno delicata, simile, per intenderci, a quella della pulitura del forno.

Ecco, l'ho detto. Quanto tempo è che non pulite il forno a casa vostra? Con tutte quelle scanalature, la griglia, la piastra e pure lo scaldavivande.
La faccio finita qui, non voglio rovinarvi la serata.

Ho rimesso tutto in frigorifero secondo il principio del facing al supermercato, tutte le confezioni ordinate, perfettamente in riga, la marca dalla medesima parte. Annoto che non ho dovuto buttare niente perché niente era scaduto.
Ho cura di ciò che ho nel frigorifero, io.

Ora devo solo risistemare i magneti.
E cancellare dal foglio rosa la scritta che mi ha infastidita come una zanzara negli ultimi quattro mesi: 'Frigorifero; congelatore'.

Nel video ascoltate Baby, It's Cold Outside interpretata da Margaret Whiting & Johnny Mercer.
Vi suggerisco di leggere anche i versi che trovate, per esempio, qui www.stlyrics.com/lyrics/elf/babyitscoldoutside.htm

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104. Sweet Suite

Penthouse, spiegazione

Penthouse in New York

Edward Hopper, Night Windows, 1928

Indecisi per la notte di San Silvestro? Opera Soap non vi lascia mai soli e vi dà un suggerimento.

Prenotate una suite in un hotel alla moda, come usano a New York. 

Dal 35° piano i vostri guai vi sembreranno relativi, gli amori non corrisposti, un'inezia, la crisi finanziaria, poi economica, un'invenzione dei giornali.

La maggior parte delle penthouse sono insonorizzate, quindi potrete cantare a squarciagola anche se siete stonati.
E che dire dei letti a disposizione dei vostri amici, fatti apposta per approfondire la conoscenza?

La mattina del 1° gennaio, poi, abbandonerete il campo di battaglia invece di stare ginocchioni con il Cif in una mano e nell'altra lo straccio a pulire lo sporco.

La serata vi costerà dai 5.000 ai 35.000 $, ma volete mettere?

(L'idea di questa puntata è tratta da un aggiornato articoletto sugli ultimi snobismi pubblicato sulla mia rivista estera settimanale. Uscita 'là' lunedì 20 dicembre con una quantità non calcolabile di ricette natalizie, suggerimenti per la decorazione, sostegno psicologico per le sere di festa, foto di abiti da sfoggiare per eclissare rivali. Arrivata 'qua' sabato 27 dicembre, a bocce ferme, luci spente, santi gabbati, Natale fatto).

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105. I sogni nel cassetto

Salvador Dalì, Vénus aux tiroirs, 1936

Félix Vallotton, Femme fouillant dans un placard, 1900

Daniel Buren Daniel Buren, Les couleurs: sculptures, occhio alla bandierina! 1975-1977

Lo dice Il sole 24 ore, e lo ripetono tutti: a Natale hanno retto solo l'high-tech e i beni di lusso. Tutto il resto giù a picco.

Dimenticavo: barometro sul bello stabile per i consumi alimentari, gli italiani non rinunciano alla grande bouffe.
Reiterata e continua, dura praticamente dal 24 dicembre e non accenna a diminuire, almeno a giudicare dall'aria stranita e imbambolata che persiste in giro.
Come si possa, me lo chiedo da anni: io, dopo una vigilia, ho bisogno di stare una settimana a riso all'inglese per riprendermi.

Tutto è fermo, non si muove una mail di lavoro, si sono perfino quietati gli sms forsennati di auguri, una cosa per gestire la quale ci vorrebbe un call centre, e pure pieno di gente che sappia fare il suo mestiere.

In questo vuoto siderale incontro ieri sera rientrando il mio vicino che mi dice che a Natale è stato solo e che farà il bis a Capodanno. Quest'anno è felice, ha liquidato una relazione, se uno è contento, si basta.
Da ciò si potrebbe dedurre che tutti i dannati del festeggiamento siano mossi da sentimenti opposti, che la depressione regni sulle tavolate di 20 persone, che lo smarrimento davanti alla possibilità di un bilancio privato obblighi alla condivisione di un cotechino. 
Non oso pensare al cenone di San Silvestro, il veglione farlocco a prezzi fuori asse, le lenticchie a mezzanotte, i cotillons e le trombette, tutti a ancheggiare a ritmo di salsa facendo il trenino.
Da 0 a 90 anni tutti con l'obbligo del divertimento a tempo.

'Che cosa fai a Capodanno?'. Sistemo, sicuramente, cassetti. Mi dedico a questo lavoro di fino, per il quale non ho mai tempo, coinvolgente sul piano emotivo e stremante su quello intellettuale.

Questa è un'altra domanda che mi pongo spesso: tutti i forzati del weekend (provate a digitare weekend sulla barra di ricerca: 385 milioni di risultati), quelli che scrivono 'w e' sul messaggino e ti augurano pure che sia buono (ho avuto un breve contatto professionale con una tipetta 21enne che diceva 'Buon weekend' alle 19:30 del lunedì. Quando le ho fatto notare che i tempi mi sembravano precoci, oppure tardi, mi ha risposto che era il più importante dei suoi pensieri, che pensava, cioè, solo a quello), insomma tutti coloro che vanno in ufficio con la valigia pronta per non perdere un solo attimo e che, immancabilmente, stanno fuori fino alla domenica sera, questa folla compatta che sta tutta insieme e sempre al medesimo posto, davanti all'anguria a Ferragosto e al tortello in brodo a Natale, nessuno di costoro ha mai un cassetto da riordinare?

E', questa, un'occupazione perfetta per la fase della digestione. Post prandium aut stabis aut lente deambulabis significa proprio questo: dopo la grande bouffe trovati da fare una cosa che ti impegni solo minimamente perché il tuo stomaco non veda compromesso l'afflusso del sangue e, se non puoi concederti una siesta perché siete in 20 ad avere la medesima tentazione e non bastano i letti, allora prima di startene afflosciato sul divano a discorrere faticosamente con un cugino che vedi (e non per caso) solo una volta l'anno, vattene all'inglese, fuori campo e raggiungi la tua cucina.

Avrà senz'altro dei cassetti, quello delle posate sarà, dopo la fiesta, terremotato e ti sarà grato se lo rimetterai a posto; l'ultimo, quello delle cose sparse, da me si chiama, per tradizione, 'La Russia', ci sta dentro un po' tutto, in questo caso spaghi, fiammiferi, torcia elettrica, candele, guarnizioni e batterie di ricambio, per gestirlo ci vorrebbe un commesso con anzianità trentennale di uno di quei meravigliosi negozi fiorentini sopravvissuti all'assalto della storia che si chiamano Mesticherie, oppure di un 7-Eleven americano, che è un po' la medesima cosa e che reca in sé la memoria delle botteghe in cui i pionieri andavano a comprare tutto, dalla scatola di fagioli alla corda. 
Sottoponi a revisione la tua Russia, ci troverai cose dimenticate che riscoprirai con gioia.

Ho poi un aiuto per tutti noi per il cassetto della biancheria che è anche un'idea per la prossima vacanza, o per un weekend, se proprio ci tenete: uno stage presso l'Eliseo (l'equivalente del Quirinale, però a Parigi, non il teatro di via Nazionale qui a Roma) da Madame Mireille Pierre, da 28 anni 'chef lingère' del Palazzo.
Insieme a tre collaboratrici Madame Pierre si occupa degli armadi.
E sull'articolo al quale sto facendo riferimento, ci sono anche le foto. Quello delle tovaglie misura m 7 in altezza e 37 in estensione orizzontale: contiene tutti i servizi storici a motivi di sole, fiori, farfalle, merletti, cardo e mimosa.
Apprendo che la tovaglia Broglie, dal nome del duca che la regalò nel 1947, richiede, da sola, 2 ore di installazione, cioè di messa in tavola, stiratura compresa, però.
L'apparecchiatura completa, con i piatti sistemati a 70 cm di distanza uno dall'altro e i 4 bicchieri che merita ogni invitato disposti con l'aiuto di una cordicella ('en colonne couvrée, comme à l'armée', insomma: allineati e coperti) più tutto il resto che serve a imbandire una tavola, dagli argenti ai candelabri, costa 6 ore di lavoro a una squadra di esperti.

Ma torniamo alla biancheria, per esempio alla divisione dei canovacci: da una parte i 'liteaux', quelli chic riservati al servizio. Dall'altra, tenuti insieme da una fettuccia blu, quelli per la cucina. Che sono una montagna, bellissimi, tutti impilati e del medesimo colore, mica quelle cose inguardabili con il calendario del nuovo anno stampato sopra o con il faccione di Babbo Natale che si deforma ad ogni mossa con cui vi state sforzando di asciugare un bicchiere senza lasciare peli, inutilmente, perché avete sbagliato canovaccio ed è meglio che riprendiate quello tradizionale di lino e che quello che avete appena ricevuto in regalo lo buttiate al secchio.

Il mio sguardo indugia su questa rassicurante immagine domestica, tonnellate di roba e una persona di buon carattere e di esperienza a gestirla, quello che, detto fra voi e me, corrisponde al vero concetto di lusso e di ricchezza. Altro che barche e macchine interminabili con cui non si trova mai parcheggio.
C'è chi stira e chi rammenda, tutto davanti all'idillio di una finestra che prende luce da un giardino riallestito nel 1773 secondo i principi di Rousseau, su un vassoio d'argento è preparato un tea for two completo di spremuta d'arancia e i tovaglioli immacolati stanno di fianco inamidati come soldatini.

Pulitissime le tende, chissà ogni quanto le lavano. Per la cronaca vi dirò che stamattina mi sono occupata di quelle della mia camera da letto, fatte a settembre e ritrovate ora di un colore apparentato a quello del tempio appena scavato da Indiana Jones, grigie quelle bianche e grigie pure le oscurantine azzurre, tecnologiche, delicate e complicate da staccare, cioè da curare imperativamente in prima persona.

E non tocco l'argomento cassetti del vostro tavolo di studio o di lavoro, augurandovi di averne uno e che intorno ci siano pure, come direbbe un new age, buone vibrazioni.
Segreti più del cassetto segreto in persona, assolutamente vietati al mondo tutto, luoghi di conservazione, attesa, utilità immediata, fermacarte, fotografie, agende degli anni passati, evidenziatori di ricambio, astucci, libretti degli assegni, chiavette per il collegamento in internet, lettere.

E qui non c'è Madame Pierre che tenga.
Si forma davanti a me un'immagine irresistibile: quella di Monsieur le President e dalla Première Dame, quest'ultima arrivata alla tappa conclusiva di una carriera di libertinaggio di tutto rispetto, che, satolli di foie gras, dinde aux marrons e di bûche natalizia, con eleganza non priva dell'energia volitiva che li contraddistingue, si alzano dalla tavola e abbandonano al suo destino la tovaglia Broglie, rivolgendo al personale un gesto eloquente di rifiuto: grazie, molto gentile da parte vostra, ma, dopo il pranzo più importante dell'anno, giusto per fare un po' di movimento ed evitare così la cecagna, prima di rimettere le mani su un'economia pure qui (lì da loro) abbastanza incerta, ce ne andiamo a sistemare, e lo facciamo da soli, La Russia e tutti gli altri cassetti presidenziali.

 

 

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106. Un circolo un po' esclusivo

Castaway, il pallone

Raffaello, Scuola di Atene, 1509-11, Ritratto di Michelangelo/Eraclito

Avevamo qualcosa nel suo ordine di prezzo, ma è bruciato nel corso del Great Fire di Londra (nota O.P.: 1666)

C'è un tipo di uomo che non guarderei nemmeno se me lo ritrovassi davanti dopo che fossi rimasta sola su un'isola deserta in una situazione analoga a quella di Tom Hanks in Castaway con il suo pallone (ricordate? quello cui un'impronta della mano sporca di sangue aveva dato dei lineamenti. Quella scena mi devastò, mi sembrò la più grande metafora mai espressa della solitudine umana).
Esso (l'uomo di cui voglio parlarvi) ha un'età variabile, spesso è giovane, ha le sopracciglia depilate come una bambola, indossa come divisa cravatta e completo scuro e lavora indifferentemente nei negozi considerati chic del centro, alle pompe funebri oppure nelle agenzie immobiliari.

Oggi, dopo aver festeggiato il ritorno della colf dalla sua settimana di vacanza e il pezzo di cacio che mi aveva portato, che, dall'odore, sembra interessante, sono uscita qui nel quartiere per delle commissioni, quelle che nel meridione si chiamano 'servizi' e che riguardavano impegni diversi, banca, pane e latte, una sosta in tabaccheria per l'acquisto di francobolli.

La bella giornata e il sole mi hanno convinta a prendere un lato della strada invece che l'altro ed è stato così che sono passata davanti alla vetrina di un'immobiliare, come dice il nome, della mia città ('immobiliare della tua città' è la dicitura corretta).
Stavano tutti sulla porta, come al paese e ho fatto una battuta, ho chiesto se stavano fuori perché avevano da fare in strada oppure perché non avevano niente da fare dentro, mi hanno risposto in coro, che erano a mia disposizione, che non stavano fuori perché avevano da fare fuori e che potevano entrare dentro.
Ho chiesto, per informazione, di un affitto in zona per un amico, disponibilità, metratura degli appartamenti, prezzo. Di affitti non ne avevano, i prezzi mi sono sembrati ragionevoli, ragionevoli, intendo, nell'ottica del costo di una casa che equivale a un occhio, oppure, come dicono i francesi, a un braccio. Il mio amico è francese, perciò opto per il braccio.

Loro non mi avrebbero tenuta informata (troppo lavoro da fare, non ho capito bene se dentro o fuori) però potevo farmi sentire io. Ho promesso a tutti che li avrei chiamati con regolarità e gusto.
Mi hanno inseguita per darmi un loro calendario. Appena uscita ho pensato di buttarlo al cassonetto. Uso in casa e solo in cucina il calendario olandese che vado a prendere, come in un rituale, all'Anglo-American Bookshop a via della Vite, una delle librerie più belle della città, piena di cose intelligenti, gestita con competenza e simpatia. Quest'anno, detto per inciso, me ne avevano anche messo uno da parte perché ero passata quando era troppo presto e hanno temuto che mi rifacessi viva quando sarebbe stato troppo tardi. Approfitto di Opera Soap per ringraziarli tutti e per rinnovare la mia espressione di stima per come fanno il loro lavoro.

Insomma, del calendario dell'immobiliare della mia città non sapevo che farmene.

Ma per fortuna gli ho dato un'occhiata e poi mi sono pure piantata in mezzo a via Appia per sfogliarlo tutto e i servizi mi sono sembrati eterni e gli auguri che mi hanno fatto (la cassiera del supermercato è addirittura uscita dalla cassa per abbracciarmi) prolissi perché mi era presa una fretta tremenda di tornare davanti al mio computer per raccontarvi il calendario.

Quadrotto, di formato 21 x 21, patinatissimo al punto che ora che è sotto la lampada della mia scrivania manda bagliori accecanti, esso reca in copertina l'intera squadra di coloro che ho trovato sul marciapiede, tutti vestiti con l'abito scuro, al centro il più anziano, il titolare, e intorno i suoi 8 collaboratori.
Sono seduti su una specie di cubo rosso e impugnano svariati attrezzi sportivi, anche loro, come Tom Hanks, palloni, ma i loro sono più gonfi, birilli da bowling, sci e anche un arco.
Vorrei evitare di descrivervi le facce: fisse in un sorriso sbiancato con la mascherina (ultima, recente fissazione che, a sentire il mio odontoiatra, che lo sa, è più richiesta della pulizia dei denti), ben 3 sorrette dalla mano appoggiata al mento, nel gesto antico che avevamo imparato da Jean Clair a riconoscere come quello della malinconia (riguardatevi il Michelangelo/Eraclito dipinto da Raffaello nella Scuola di Atene), qui contraddetto dall'aria di quello che sta per gettarsi in pista per scatenarsi in una macarena, decisamente idiote, forse a causa delle sopracciglia depilate, oppure della rasatura del cranio soprastante, condotta con encomiabile fantasia a seconda della stempiatura più o meno incipiente.

Ma il bello viene dentro. I magnifici 9 sono fotografati da soli, in 2 oppure in gruppo, ad ogni mese. Ciascuno di loro esibisce anche dentro (il calendario) il suo attrezzo sportivo, uno indossa addirittura un casco, totalmente inutile, visto che sta a cavalcioni di uno scooter giocattolo che gli sta corto di cavallo.

L'ideazione e la realizzazione grafica devono essere costate un occhio, oppure, se preferite, un braccio.
Le foto sono b/n ma rialzate da interventi cromatici destinati ai soli attrezzi, per esempio guantoni da boxe rosso bordeaux, che non c'erano in copertina, ho controllato adesso, palle policrome di tutte le forme, gli sci già citati completi di racchette che si vedrebbero anche in un giorno di nebbia a 4.000 m di quota.
Uno dei più giovani indossa la classica casacca da judo, però con cintura viola, che sospetto sia una new entry, a meno che non sia una nuova mezza-cintura, l'equivalente di una mezza calza.
Il titolare ha teso l'arco, la cui freccia, però, finisce in una ventosa. Un uomo prudente, di cui fidarsi a occhi chiusi (e da accogliere, quando viene a vedere casa vostra, a braccia aperte).

Sorridono, ammiccano, si mostrano. Il narcisismo fuoriesce dal calendario quadrotto a fiotti, immagino la giornata di posa, i commenti, il brivido del trovarsi pubblicati a marzo oppure a novembre, i capelli, quando ci sono, acconciati con il gel per la circostanza, l'esibizione di orologi grossi come dischi volanti, la fierezza di aver consegnato al mondo la propria immagine, buona per tutte le stagioni e per tutto l'anno.

Mala tempora currunt (mi accorgo solo adesso che hanno trascurato l'atletica leggera).

Il meglio, però, sono le scritte. Sì, perché ogni bellimbusto ha sopra o accanto una frase lapidaria messa fra virgolette, anch'esse rialzate cromaticamente, in questo caso mediante l'utilizzo del giallo.

Il motociclista dice: 'Se guardandoti intorno vedi la speranza correre via, non darti per vinto. Tu sei più veloce di lei!'.
Risponde il pugile: 'Quando nella tua vita succede qualcosa che non è positiva (non devo far notare ai miei lettori affezionati o di passaggio che 'qualcosa' è di genere maschile e che l'accordo vira perciò verso l'eccentrico) e hai la forza di capovolgerla (io capisco 'la vita' e voi?), allora sei vincitore'.
Il cestista solleva i nostri cuori, mortificati dall'aria stracca che c'è in giro: 'E' importante lavorare assaporando il gusto di ciò che fai. Il sacrificio passa inosservato se fai le cose con slancio ed entusiasmo'. Assolutamente d'accordo, lo stakanovista Alfieri non avrebbe saputo scrivere di meglio e mi sentirei io stessa, da persona che lavora tosto, di sottoscrivere l'assioma.

Attenzione, perché questa è la più bella e anche quella più cinematografica: 'La vita è come il tennis, è questione di tempi. Se arrivi in tempo (l'ho detto, che cosa penso di tutti questi tempora), questa approda (approda?) facilmente nell'altra metàcampo (qui mi sono quasi accasciata sul marciapiede perché l'attacco di riso che mi era preso si era ripercosso fino alle ginocchia: mai, dico mai in vita mia avevo visto una parola italiana con l'accento, che non fosse tonico, a metà percorso, anzi, a metàcampo), ma se sei in ritardo tutti i tuoi sogni si incaglieranno (persiste la metafora navale) in una semplice rete (individuata qui la responsabile delle metafore rilevate)'. Questo, mi sono detta, ha visto Match Point ed apprezza Woody Allen.
Sarà l'intellettuale del gruppo e, come dice il mio dermatologo dell'estetista con la quinta elementare, già citata a proposito di una coppia di angioletti, userà per esprimersi almeno 600 parole.

Il calciatore: 'Un vincente è qualcuno che riconosce il suo talento naturale, lavora sui suoi limiti per tramutarli in abilità, e usa queste abilità per realizzare i suoi obiettivi'. Ben poco da eccepire.

Il capo, quello con l'arco, suggella il tutto: 'Proprio quando penso di essere andato il più lontano possibile, scopro che posso spingermi ancora oltre'.

Conclusione, dicembre: 'E' molto facile accumulare fortuna od avere successo se lo fai a tutti i costi. Se lo vuoi fare cercando di non disturbare il prossimo è un pò più difficile ma dà molte soddisfazioni'.
A parte il senso della frase, a voler essere misurati, farneticante, colgo qui la palla al balzo. 
Io questo un pò non riesco ad ingoiarlo, mi vengono le convulsioni se, come è accaduto di recente, mi arriva l'invito ad una mostra e la frasetta introduttiva, lunga 3 righe, ne ha ben 2 all'interno, mi trattengo a stento dal lanciare contro il muro il cellulare quando trilla un sms che se ne porta qualcuno in groppa, devo fare ricorso a tutto il mio autocontrollo per non sbottare davanti a gente che so coltivata, qualcuno laureato nelle mie belle Lettere, che ha preso il vizio, mi sgolo e mi sfiato con i miei studenti spiegando che trattasi di elisione e che perciò deve rimanere una traccia della sillaba caduta (poco) e che questa traccia si ritrova nell'apostrofo, suggerisco a madri di figli maschi robusti e in piena crescita di chiuderli a doppia mandata in camera loro a pane e acqua fino a che non avranno riempito un intero quaderno con la parola corretta e di fare lo stesso con i colleghi, incatenandoli alla scrivania, ignorando nell'uno e nell'altro caso il rischio di una denuncia.    
Auspico da tempo un'interpellanza parlamentare che proponga l'incarcerazione ad Alcatraz (lo so che non funziona più, ma l'aspetto, nella baia di San Francisco, è tetro, funzionerebbe a meraviglia e sarebbe ampiamente meritato) per il primo che ha avuto la bella idea di accorciare il messaggino in questo modo, aggiungendo, però, subito dopo, una pletora di puntini di sospensione, esclamazioni, faccette.

Voglio fondare un club, esclusivo, per la difesa del povero po', farci entrare solo chi dico io, quelli che hanno rispetto per la lingua italiana, se la studiano e, se hanno dubbi, se la ripassano con umiltà e applicazione.

Fuori, ovviamente, i narcisi con le palle e le racchette, quelli che si piazzano sui calendari, gli idoli da marciapiede e da interno, gli indigenti intellettuali, gli uomini con il completo scuro che vendono case mettendoci la faccia, e, visto il livello, rimettendocela automaticamente.
Sbatteteli tutti su una nave, dovrebbero gradire, legate il timone in modo indissolubile e poi mollate gli ormeggi, allontanateli dal mondo civile, guardateli partire verso il loro nulla sventolando con un ghigno di soddisfazione i fazzoletti, pregateli di non dare più notizie, di non mandare sms insulsi, di eliminare le mail nel computer di bordo prima dell'invio, tanto sarebbero piene di errori di ortografia e di deliri. Mettete in cambusa un vocabolario, chiarendo che è la loro ultima possibilità prima della caduta nell'abisso, e appoggiateci accanto una grammatica, potrebbero buttarci un occhio come atto estremo di pentimento.

Poi, ripulito il mondo dagli analfabeti di andata e pure da quelli di ritorno, preparate con cura estrema un falò, così utile in questi giorni di freddo e sempre suggestivo da vedersi.
E quando il fuoco ha preso e arde bello e giocondo, dopo averli raccolti, ben attenti a non lasciarne qualcuno in giro, buttateci dentro i calendari quadrotti e tutti i loro uomini con l'abito scuro. 

(A prova di quanto scritto in questa puntata di Opera Soap conservo per un periodo di un paio di mesi a decorrere dal 30 dicembre 2008 una copia del calendario, cuore del nostro discorso. Esso è a disposizione di tutti coloro che, increduli o malfidati, vorranno toccare con mano e vedere dove può arrivare la creatività di un'agenzia pubblicitaria, per non parlare di quella di un'agenzia immobiliare)



 

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107. Una colazione da brivido

Alfred Hitchcock, Frenzy, 1972

Typical English Breakfast: Queste uova sono sufficientemente fresche per lei?

L'ho già ammesso, sono una bulimica di cinema.
Così stasera vedo ancora Frenzy, che comunque non ho finito qualche giorno fa.

A un certo punto, mentre l'Ispettore Oxford, a casa sua, cena con soupe de poissons servita dalla moglie che, come sapete, segue un corso di cucina continentale, mando un grido più acuto di Miss Barlins, segretaria dell'agenzia di cuori solitari che ha trovato Mrs Brenda Blaney, sua titolare ed ex moglie del presunto assassino, cadavere.

Aziono il telecomando senza dare retta alle proteste, slow, search, play, pause. Di nuovo.

Uso solo piatti di porcellana inglese bianca e blu. Qualcosa mi sembra famigliare.

Slow, search, play, pause, prima il brodo della soupe poi la salsa della caille mi ostacolano la visione.

Tiro fuori un paio di pezzi dalla credenza, non ci siamo, rivedo la scena ancora una volta.
Mi concentro sui dettagli. Sono uno storico dell'arte con vocazione, ho la mania del particolare e niente mi sfugge.

Pausa di riflessione. Eppure. 

La lavastoviglie!
Per fortuna stamattina ho mandato un risciacquo freddo e posso metterci le mani.

Finalmente riconosco i piatti del servizio: Spode, The Blue Room Collection, Willow, first introduced c.1790.
Come ho fatto a individuarli?  

Semplice, ne uso uno tutte le mattine per le mie fette biscottate genovesi, e ci faccio colazione.

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108. Lo scopriremo solo vivendo

Boilet & Takahama, Mariko Parade, 2003

Kinderbook, un'altra cosa bella di Kan Takahama www.kantakahama.com

Buon Anno!

31 dicembre 2008. Colonna sonora: pop italiano, l'autore più grande. Funziona ancora, e benissimo. 

Ieri sono state lavate le tende del soggiorno, devo organizzarmi per stirarle prima della mezzanotte.
C'è un film pronto, Peau d'âne di Jacques Demy, la storia favolosa della principessa che per non sposare il padre si nasconde sotto una pelle di somaro.
C'è una cena. C'è una bottiglia di festa.

Porto il bonsai a sistemare. Lo so che siamo fuori stagione, che è troppo presto, ma è malmesso, l'incompetenza a Roma di coloro che trattano bonsai è senza fine, li ho provati quasi tutti, chissà perché invece di andare in ferie alle Maldive non vanno a farsi un corso da qualche parte.
Lo metto a terra davanti al sedile accanto al mio, è un bonsai storico, ha anche un nome, è un ulivo che una volta, fra lo stupore generale, mise un fiore e poi fece un'oliva, una sola e di dimensioni normali.
Così in macchina, io e il bonsai nella fredda mattina di fine anno, abbiamo quasi un'aria di famiglia.

Il fioraio guarda l'ulivo, chiedo almeno un po' di potatura, poi di sistemargli la zolla e di darmi del concime.

Intanto osservo i vasi, i vasetti, i cestini, i pupazzetti, i bicchieri di vetro riempiti di sassi colorati, i rami mezzi secchi, le foglie rotte, le confezioni con la iuta, le stelle di Natale, le piante con le quali due anziane signore con il cappello di lana si presenteranno a cena dai parenti, un cattivo gusto diffuso, non mi sembra un caso che il fioraio più bello della città sia tedesco e minimale. Battuti in casa e pure dallo straniero.

Esco dal negozio con il bonsai raddrizzato, un sacchetto di concime, uno di terra e qualche informazione.
Altra sosta dal fotografo professionale per la lampada del proiettore.
Poi Auchan per la crème fraîche. Il mio amico francese mi manda un sms nel quale mi chiede se ho fatto un abbonamento :-).
Ma io il filetto di salmone come lo servo, senza?

Desideri di fuga mi invadono davanti alla città che si prepara alla grande bouffe.

Voglio finire l'anno con un mangaka, per esempio con la mia prediletta Kan Takahama www.kantakahama.com.
Vi racconto che cosa scrive in una prefazione. 

Incontra nel marzo 2002 a Tokyo, al Caffè delle Relazioni Umane (ditemi se già questo non è un preludio), Frédéric Boilet www.boilet.net/fr, mangaka francese in trasferta. Lui ha 42 anni, lei 24 ed ha appena pubblicato il suo primo album. La giovane donna si pone molte domande, esita fra edizioni alternative e commerciali. Viene a sapere dell'iniziativa 'Nouvelle Manga' da lui lanciata, una visione forte del manga d'autore. Gli manda una mail, lui risponde, prendono un appuntamento nel caffè che vi ho detto.

Lui la sorprende: indossa un cappotto nero del genere Matrix in mezzo ai colori vivaci della Tokyo invernale.

Parlano, parlano molto: di sé, di manga, della 'Nouvelle Manga'. Perdono l'ultimo treno. Si spostano in un bar notturno, continuano la conversazione.
Bevono. Decidono di fare qualcosa insieme.

Lui ha pubblicato un album, L'Epinard de Yukiko, al centro del quale c'è Mariko, giovane donna giapponese e ora vuole raccogliere tutte le storie corte e le illustrazioni nelle quali lei compare. 
Invita Takahama a entrare in quell'universo.
Lei può partecipare all'evoluzione dei personaggi e, tecnicamente, mettersi alla prova con una storia con il senso della lettura occidentale (vi ricordo che in Giappone esso è invertito).

Nasce la Mariko di Takahama: hanno la medesima età, tutte e due apprendono la cerimonia del tè, lei sta per partire per andare a studiare all'estero, è poco soddisfatta della sua vita e degli uomini che incontra.
Nelle prime settimane il lavoro procede spedito, poi lei comincia ad avere delle insonnie, le sue mani si rifiutano di disegnare, lei si è identificata, è diventata Mariko, ma in modo così forte da rimanerne paralizzata.
Lui è inquieto.
La pressione di scioglie poco a poco, finiscono l'album, che si chiama Mariko Parade (sulla scia delle Mickey Parade di un tempo) e che racconta un viaggio di 3 giorni a Enoshima, un'isola non lontana da Tokyo, di Mariko e del mangaka francese.
C'è una storia sentimentale con poca azione e pochi avvenimenti.
Il libro è bello e complesso, tutto un sovrapporsi di lui e di lei, nella sceneggiatura e nel disegno, alcune tavole sono a colori e questo avviene quando cala la notte e noi siamo invitati nella loro stanza a vederli mentre fanno l'amore, ci sono inquadrature ravvicinate, l'erotismo è intenso, l'amplesso termina in una pagina nera nella quale intuiamo a fatica la sagoma della collina che scende fino al mare.
In cielo una luna piena evanescente.
O una stella, non so, l'atmosfera è fluida, cullante, ho perso anch'io i punti di riferimento.

Meglio del cinema, perché più agile e fruibile a frammenti, in tutti gli angoli della casa, sull'autobus e sul treno, il mio manga è denso di promesse esistenziali. C'è dentro un progetto di professione che si intreccia alla vita, c'è una storia d'amore non banale, anche se con un dispiacere conclusivo, quello di lei che abbandona il campo e se ne va altrove.
Ma, come sappiamo, in amore il dolore è il sentimento più condiviso, il più universale.

Mentre si avvicina l'ora della cena, mi accorgo dello sfalsamento dei piani: qui un momento brutto e introverso, tutto che è difficile e arranca, la vita si trascina, i bonsai sono maltrattati e c'è difficoltà di approvvigionamento delle creme.
Nelle pagine di un libro che viene da lontano, un altro universo in cui è possibile incontrarsi in un Caffé delle relazioni umane.

Stasera ho il mood malinconico, come da manuale.
Ma anche Takahama si dichiara nella prefazione 'francamente poco dotata per il divertimento'.

Vi lascio senza un bilancio dei 12 mesi passati, ne avete avuti e fatti certamente tanti.  
Preferisco consegnarvi, come è frequente nel mio mestiere, un'immagine: di possibilità, di sorpresa davanti a un oggetto che ha l'aria di un fumetto e che invece è molto altro, di un discorso fra noi che si è avviato e che prosegue da queste pagine, di qualche buon proposito, messo in cantiere malgrado il vento tiri dalla parte opposta.

Volete sapere se riusciremo a cavarcela nonostante le non brillanti premesse?
La risposta è nel titolo di questa puntata.

Vi auguro un Buon Anno Nuovo 2009.



 

 

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109. Q.I.

Damien Hirst, Pharmacy, 1992

Damien Hirst, 1968

Shampoo intelligente

Mi piacciono le farmacie e ho pensato di essere deviata e disturbata fino a che non ho visto il ristorante Pharmacy e l'installazione con il medesimo titolo di Damien Hirst, uno certamente più deviato e disturbato di me, artista che comunque stimo e che difendo a spada tratta da ogni (frequente) denigratore.

Pharmacy, il ristorante, aprì a Londra, a Notting Hill, nel 1998: era un luogo concettuale, con gli armadietti che contenevano scatole di medicinali, le divise disegnate da Prada e i mobili da Jasper Morrison e fu in grado di attrarre la gente più modaiola della città, da Kate Moss a David Beckham. Quando chiuse, nel 2003, perché la sua stagione era finita, tutto il suo contenuto (150 pezzi) fu messo all'asta da Sotheby's e fu venduto per 11,1 milioni di sterline davanti a un pubblico di 500 persone, con altra gente al telefono assistita da 35 incaricati.

Pharmacy, l'installazione del 1992, sta alla Tate e ve la potete vedere a questo indirizzo http://www.tate.org.uk/pharmacy/ grazie a una di quelle diavolerie (questa gira a 360°) che danno oggi la possibilità di occuparsi di arte con un vero aiuto da parte dei musei e delle gallerie (l'Italia fa eccezione anche in questo e mette a disposizione  dei naviganti cose indigenti non troppo diverse da quelle su cui hanno studiato in passato intere generazioni di storici dell'arte, condannati a fotografie b/n grandi come francobolli, spesso, nelle dispense, pure fotocopiate).  

L'installazione Pharmacy ha il formato di una stanza e rappresenta una vera farmacia con bottiglie e scatole di medicinali tutte belle allineate, pulite, colorate, minimali; in una parola, un'ossessione confessata, manifesta, esposta in un museo. E che museo.

E,' dunque, con la benedizione di Damien Hirst che frequento le farmacie.

Faccio uso di quantità non modiche, ma autorizzate da ricetta medica, di integratori e di cosmetici e snobbo le profumerie, che sono quasi tutte decadute a livelli inqualificabili con le famose commesse con la quinta elementare dalle quali non mi farei dare nemmeno un'indicazione sul tempo che fa, figuriamoci sulla crema migliore per la mia pelle.

Stamattina sono andata a comprarmi, oltre allo spray di acqua termale, il mio shampoo.
Ne uso uno all'uovo e rhum, mi va bene e gli altri, della medesima marca e tutti belli allineati, puliti, colorati, minimali che gli stanno vicino, nemmeno li guardo.
Però oggi mi è andato l'occhio su una confezione sulla quale c'era una scritta che mai avevo visto in vita mia e che recitava così: shampoo intelligente.

Non ho tradito l'uovo al rhum, però la tentazione ce l'ho avuta.

Provate a pensare a che cosa può fare lo shampoo intelligente: uno, durante la toilette sacrosanta della sera, sotto alla doccia bollente (mi piacciono le docce bollenti, mi è capitato più di una volta in hotel in cui c'era il miscelatore, che a casa mi guardo bene dal montare perché ho già abbastanza problemi di manutenzione con i miei rubinetti modello base, di udire urla belluine venire dalla stanza da bagno in cui qualcuno faceva la doccia dopo di me senza aver controllato la temperatura), si cosparge il capo di morbida e profumata schiuma, aspetta che penetri attraverso i bulbi piliferi, da lì arrivi al cervello (sono sicura che ci sia una comunicazione perché non mi risulta che la calotta cranica sia a tenuta stagna) e faccia, subito dopo, effetto.

Sistemi lineari di tre o più equazioni in altrettante incognite, problemi di politica internazionale tosti, l'intero Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein, tutti i film di Godard, certi testi di critica d'arte che non cito per carità di patria, il comportamento del maschio medio e anche quello della femmina, media pure lei, tutto, all'improvviso, come per miracolo, finalmente chiaro e comprensibile.

E qui ha ragione Hirst. A lui piaceva il modo in cui l'arte illumina la vita delle persone ma faceva fatica a convincerle che valesse la pena condividere il suo punto di vista.
Notò che le persone credevano nella medicina esattamente nel modo in cui lui voleva che credessero nell'arte. 
E servì loro arte sotto forma di medicina.

L'artista inglese non è ancora arrivato all'idea di servire intelligenza sotto forma di shampoo ma, conoscendone il carattere versatile e intraprendente, sono certa che, se mi legge in questa puntata, un pensierino ce lo fa e considera le molte possibilità di sviluppare e far evolvere il concetto di farmacia e di metterci dentro anche il reparto di igiene personale e tutto quello che contiene.

Nel rammentarmi le cifre da capogiro che ruotano intorno a lui (pagati 12 milioni di dollari per una delle versioni di The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living; pagati 'full price and un cash' 50 milioni di sterline per una delle versioni di For the Love of God) e sperando così di renderne partecipe anche Opera Soap (l'idea, non scherziamo, viene da qui), ristabilendo in questo modo la salute di tutta la baracca in questa fase di crisi economica, suggerisco fin da ora di riflettere sulle numerose possibilità di marketing, dai campioni (sample) ai tester da provare sull'unghia, casomai non mandando dispersi i risultati delle botte di ingegno ma canalizzandoli in ulteriori profitti, cosa che genererebbe un circolo virtuoso con reciproca nostra (di Hirst e di chi scrive) soddisfazione di fronte a arte che genera arte, invenzioni che generano invenzioni, denaro che genera denaro, shampoo che genera intelligenza.

Per contatti, i recapiti, anche per il geniale imbalsamatore di squali e incrostatore di diamanti in teschi, sono sempre i medesimi.

Ringrazio e rimango in attesa. 

 

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110. Le Demy monde

Anouk Aimée in Lola, Jacques Demy, 1960

Jeanne Moureau in La baie des Anges, Jacques Demy, 1962

Catherine Deneuve in Peau d'âne, Jacques Demy, 1970

(Il titolo è preso pari pari da un ottimo saggio di Hervé Aubron pubblicato sui 'Cahiers du Cinéma' del novembre 2008. Non è un prestito, mi sono proprio fatta un regalo).

Fra me e il cinema c'è da sempre una passione divorante.

Vedere film è la cosa che più mi piace fare al di fuori della professione (anche se uso parecchio il cinema per il mio lavoro, perciò alla fine, come spesso mi accade, non vedo più i confini fra l'una cosa e l'altra), da ragazza andare al cinema era la più bella delle feste, ho avuto a più riprese amici maniaci che riuscivano a vedere 3 film in un solo giorno (quando non c'erano le multisale, intendo) con l'aiuto di un complice che li attendeva fuori dalla sala con il motore acceso e schizzava verso quella successiva.

Quando mi capitava di unirmi a loro mi sentivo in presa diretta con la vita.

Parlavamo di film continuamente, avevamo gusti e passioni e praticavamo quel rituale, che ormai è diventato per me una costante esistenziale, che consisteva nel rivedere il medesimo film un numero infinito di volte, imparare a memoria i dialoghi, citarli e che spesso si definiva anche in interi pomeriggi passati nella medesima sala, quando ancora si entrava a spettacolo iniziato e non ti cacciavano alla fine di quello per cui avevi pagato il biglietto.

Negli ultimi anni mi sono specializzata, come ho già detto mi procuro dvd dall'estero, ho aperto all'oriente, ho trovato nuove piste e ho raffinato i miei gusti.
Guardo con compatimento quelli che dichiarano stoltamente di non andare al cinema e in tralice quelli che mi raccontano del dischetto mandato la sera prima in famiglia, doppiato, con i piatti che vanno e vengono e il telefono che suona e esprimono pure un parere sul film.
Non so se nella mia considerazione sia più grave non aver apprezzato un'opera che secondo me è un capolavoro o averne apprezzata una che secondo me è farlocca.

Sono una rompitasche, lo so e lo ammetto.

Ma il cinema è una cosa seria, scandisce la nostra vita, qualunque commento anodino o innocente su un film è in realtà una confessione piena di ciò che siamo nel più profondo del nostro essere.

Detto tutto ciò, ho bisogno di una mano da qualcuno, che sia più vecchio di me e pure attento a quello che da sempre succede sugli schermi italiani.

Davano i film di Jacques Demy? Proiettavano Lola, Les demoiselles de Rochefort, La baie des Anges, Peau d'âne?
Perché li ho lisciati tutti (tutti tranne Les parapluies de Cherbourg, acciuffato, però, relativamente di recente)?
Voi ve la ricordate Catherine Deneuve a 21, 24, 27 anni, proiettata in un mondo riveduto e corretto, la piazza Colbert di Rochefort tutta dipinta di rosa, gli abiti delle demoiselles color pastello in puro stile sixty, uguali ma di colori diversi, i cavalli blu, esattamente come li faceva Kandinskij, di Peau d'âne, e, sempre in questo film, l'abito 'color del tempo' che la principessa chiede al padre per prendere fiato e rimandare le nozze, Gene Kelly in veste di guest star, i marinai, i porti, il caso, gli incontri, prima la malinconia e poi la gioia, lo zuccherato e l'amaro, Le Rose et le Noir, come dice Hervé Aubron (lo ricordo ancora una volta: sono i colori di Baudelaire)?

La mia grande bouffe di questi giorni è tutta cinematografica, pesco dalle 30 ore del cofanetto con l'integrale di Demy che mi sono regalata per Natale ciò di cui ho voglia, così come in molti in questo periodo avete pescato dal piatto di fritto misto il carciofo, la crema, la zucchina, la mela di rito, il tutto assaggiato per devozione, si intende.

Sono lacerata dal sentimento di aver scoperto un mondo (il Demy monde, appunto) di una ricchezza incomparabile ma di non averlo avuto a portata di mano come mentore e tutore quando era fresco di giornata, appena deposto, quando sarebbe stato in grado di farmi ottima compagnia e di educarmi al pianto e al riso, come hanno fatto tutti gli altri film che ho visto. 

Ed ora il gancio con il filo conduttore della nostra operina insaponata.

1. Ne Les Demoiselles l'effervescente maman (interpretata da Danielle Darrieux) delle signorine del titolo, le gemelle Delphine (Catherine Deneuve, la danzatrice) e Solange (Françoise Dorléac; la musicista, che ha nel nome una nota musicale e l'essenza angelica), gestisce il famoso (probabilmente non da noi) caffè trasparente sulla piazza Colbert, un'autentica scena di teatro sulla quale lei regna con mano rapida e sicura, ripassando continuamente il bancone e i tavoli con lo straccio senza perdere nemmeno per un attimo la grazia che fa lo stile di un luogo che mette in relazione il fuori e il dentro e dove tutti i protagonisti sono destinati a passare.

2. In Peau d'âne (da Charles Perrault, 1694) la principessa (Catherine Deneuve) è stata aiutata dalla fata madrina a sottrarsi alle intenzioni matrimoniali del padre (che, scopriremo alla fine, voleva sposare lei) e si nasconde sotto la pelle del somaro che aveva chiesto come prova d'amore in dono. Considerando che il somaro deponeva, invece di escrementi, monete d'oro, la richiesta era impegnativa e, se soddisfatta, vincolante. 
Tutto il film è percorso, fra i tanti, dai temi dello sporco/pulito e della pasticceria.
La fata, quando la principessa la raggiunge nel bosco, sta facendo toletta e si secca di essere stata disturbata.
Quando Pelle d'asino, ormai divenuta tale, si rifugia nel villaggio, diventa guardiana di porci, viene scansata per via dell'odore, è sudicia al punto che, quando si presenterà a corte per la prova dell'anello, una dama cadrà svenuta al suo apparire.
Ma quando si ritrova da sola nella capanna ritorna a essere ciò che è.
La fata l'ha dotata di una bacchetta e lei, con essa, si è arredata la stamberga in questa sequenza (fate bene attenzione, ci torneremo sopra, sembra essere la lista dell'indispensabile in casa, questa nota vale anche per coloro che si occupano di design): un letto; una sedia; un tavolo; uno specchio; delle candele.
La sera, staccato dal lavoro, lei apre la sua 'cassette', un magnifico baule che nemmeno Louis Vuitton avrebbe saputo immaginare più fastastico, e ne estrae il suo abito color del sole.
Così ripulita, in solitudine assoluta, in una bellezza fisica che incanta, con un'eleganza che la dice lunga sulla regalità dell'attrice e della persona, ci offre un impagabile esempio di come sopravvivere in mezzo alle cimici e al fango.

(Me ne ricorderò sul treno e al prossimo albergo immondo).

Finisco con una nota sulla pasticceria, altro tema che percorre tutto il film. 
Torte improbabili sono posate su parecchie tavole imbandite, il principe malato d'amore chiede che gli venga portato un dolce confezionato da Pelle d'asino e lei, sdoppiata, da una parte lacera con la ricetta sotto gli occhi e dall'altra magnificamente vestita con le maniche enormi che navigano nella farina e nel burro, aggiungendo all'impasto 'un soupçon del sel' (non è delizioso che si dica 'sospetto' per indicare una quantità minima? Accade anche nelle Marche, me lo raccontava un collega, un 'sospetto' di vino era giusto il fondo del bicchiere ricoperto), confeziona un cake d'amour nel quale mette l'anello che finirà nella bocca del principe e con lui, fra le promesse che si scambiano (fumare di nascosto, andare allo snack bar), c'è anche quella di riempirsi la pancia di pâtisserie.

Che state pensando? Provate anche voi un po' di dispiacere al pensiero di non aver visto prima tutto questo?

Considerate che in Peau d'âne Demy salda il conto, come dice Aubron, con la sua libido decorativa spingendola fino alla nausea (ma il film è piacevolissimo e pieno di risvolti) e andate oltre.
Jacques Demy era un uomo timido, di leggendaria discrezione, indifferente agli spettatori che non amavano i suoi film e che dichiarava la volontà di farne 50 legati l'uno all'altro nei quali il senso di ciascuno si sarebbe chiarito mutualmente attraverso i personaggi comuni. 

Da ragazzo confondeva il lusso con la lussuria e da adulto ha creato con ostinazione un mondo in accordo con i suoi desideri, cambiandogli, per esempio, i colori, invece di ricostituire quello reale.
Amava la musica e spesso i suoi personaggi cantano e danzano sullo schermo (motivo principale della mancata conquista dell'Italia: doppiaggio impossibile, sottotitoli mal tollerati), per non parlare del suo talento per i costumi, che si è espresso senza cercare mai la collaborazione di un couturier per non perdere il controllo totale dell'insieme e facendoli sempre corrispondere alle scene e all'evoluzione psicologica dei personaggi.  

Ce n'è per tutti i gusti, per tutte le stagioni della vita, per tutte le sfilate che a Demy si ispirano ancora.
E ce n'è, ve lo assicuro, per tutte queste sere di festa, quando la memoria che esce, volente o nolente, dell'infanzia sarebbe più interessante se arricchita, in puro stile cinematografico, dal ricordo di una presenza in più d'autore. 

Nel video Catherine Deneuve e Françoise Dorléac interpretano La chanson de jumelles da Les demoiselles de Rochefort di Jacque Demy (1966)

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111. Sante parole (la 12a notte)

Casalinga indicata nel sito www.stanhome.it come destinata ai lavori pesanti (pallino verde)

Casalinga indicata nel sito www.stanhome.it come destinata ai lavori in cucina (pallino giallo)

Casalinga che si concede il meritato relax dopo i mestieri usando i prodotti Kiotis www.stanhome.it

Vi trascrivo, senza alcun commento perché voglio fare una puntata sintetica da leggere in 90 secondi (e poi perché qualunque commento, diciamocelo, sarebbe superfluo), alcune frasi che spiccano in tondi colorati, come fumetti collegati a gente ridente, sul catalogo Stanhome che mi ha lasciato la mia Incaricata di fiducia stamattina insieme ad alcuni prodotti (fra parentesi noticine indispensabili per la comprensione) (le frasi incriminate sono in corsivo):

Entra in questo catalogo: è una vera delizia per chi ama la propria casa.

Presto, girate pagina, non posso aspettare un minuto di più.

In cucina a ritmo di swing.

Tratto tutte le mie superfici in metallo come fossero diamanti puri.

Non brilliamo tutti e due di piacere? (riferito a uno shampoo per automobili. I tutti non lo capisco, la mia macchina è femmina, quella della signora sulla foto, evidentemente no)

La mia casa, più ne ho cura, più lei è felice.

Ho la faccia di una che vuole complicarsi la vita?

La quotidianità va domata, altrimenti è lei che ti divora.

Mi piace cucinare. Mi piace pulire la mia cucina...mi piace!

A casa mia, è sempre tutto perfetto, anche negli angoli più nascosti.

(scritta sulla sinistra: E se il tuo bucato avesse bisogno di coccole?) Ed io...sono pronto a darle. (uomo con canestro di panni)

Macchiare è bello! Credo che lo farò più spesso. (converrete con me che qui c'è aria peccaminosa in giro)

Tra quello che c'è di più delicato in casa, ci siamo anche noi! (ragazzini come porcellane di Meissen)

Per proteggere le tue bue. (a sin. c'era la pupetta che strillava: 'Mamma, bua!')

Adoro ricevere regali.

Ogni volta che delle donne si riuniscono, si crea un'atmosfera serena ed allegra, si impara divertendosi.


Girando il catalogo, assistiamo al dispiegamento dei prodotti di bellezza di marca Kiotis, che puliscono, piallano, stirano, stuccano, truccano la casalinga dopo il lavoro domestico.
Non posso non trascrivere due frasette ad essi collegate:

Ritrovo un'amica d'infanzia. La mia pelle.

Voglio rughe ma non più di 7.

Sei la donna eterna. Mai la stessa. Sempre diversa.

Non voglio dimostrare la mia età, ah questo no!

 

Finiamo con la nota profumata (dei cosmetici, non dei detersivi):

Ma sì, la vita è un tappeto di rose.

(Se c'è una talpa della Stanhome che mi legge, chiedo che mi riveli quanto guadagna il creativo che inventa queste cose, se più o meno del mio solito referente economico rappresentato da un professore di ginnasio statale).

Spero tanto che in questa 12a notte, quella dell'Epifania, abbiate ricevuto anche voi una calza ricolma di doni per la casa o per il vostro benessere degni di essere illustrati da queste sante parole.
Fatemelo sapere, grazie.

 

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112. Rosa rosae

Henri Fantin-Latour, Roses blanches et roses dans une flûte à champagne, 1874

Edouard Manet, Roses dans une flûte à champagne, 1882

Martin Schongauer, La Vierge au Buisson de Roses, 1473

(Premetto che sono convinta che i messaggini degli ascoltatori abbiano inferto il colpo di grazia a Radio 3, obbligandomi ad ascoltare il parere di Vincenzo da Copertino, che di musica lirica capisce quanto o meno di me, invece di quello di un musicologo sull'assenza di Giuseppe Filianoti dal palcoscenico della Scala per il Don Carlo, gettandomi così in uno stato di ennui e di prostrazione che cerco di superare a modo mio, inviando i miei messaggini nel mio stile a chi dico io e pensandoli in modo che sia poco probabile che vadano in onda tali e quali li ho spediti. Così facendo intrattengo il conduttore che, si sarà capito, si diverte più con il messaggino mio che con quello di Vincenzo da Copertino e non getto in uno stato di ennui e di prostrazione Vincenzo stesso, che pure lo meriterebbe. Ditemi se non siete d'accordo).

Mentre ripulisco il vasetto di crème fraîche aperto per accompagnare le blanc de poulet e le chou aux pommes (ho capito, vi siete stufati di chou aux pommes. Ma io vi avevo avvertito, sono un'ossessiva, e quello di stasera è venuto decisamente bene, abbiate pazienza), il tutto sorseggiando un calice di Chablis (e non venitemi a dire che pure lo Chablis vi ha stufato perché qui non vi seguo), mi intrattengo con il mio conduttore preferito di Radio 3, che ha finalmente ripreso servizio liberandomi dalla mortificazione dei suoi colleghi, non alla sua altezza.

Già ieri, suo primo giorno del 2009, ci siamo scambiati gli auguri.

Stasera mi butto.

E gli mando un sms che recita così: 'X., voglio che lei mi dica che la trasmissione la fa per me, che è a me che lei parla. Chiedo troppo?'. E mi firmo, come sempre con lui, con il mio nome, raccorciato, però, in quello di un fiore.

E in tempi rapidi, serrati, eccitati, i tempi che solo gli amanti rispettano, che rincorrono, afferrano, comprendono, ecco che il mio telefonino mi dà il segnale di un sms in arrivo:
'E' chiaro che parlo a Lei ma debbo farlo in maniera criptica in modo che si creda che parli a tutto il pubblico di Radio Tre X.X.'.

Non è delizioso? Ironico? Simpatico?

Avremo modo, e tempo, di raccontare se e come il criptico affabulatore passerà all'atto.
Se, cioè, formerà dal suo telefonino il numero del mio telefonino che, ovviamente, mi sono guardata bene dall'oscurare, scusate: dal criptare.

Vi terrò informati.

Per ora spero tanto che abbiate comprato un biglietto della lotteria e che siate diventati milionari.
E che vogliate così sponsorizzare Opera Soap, soprattutto stasera che è così irresistibilmente criptica e floreale.

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113. Ombrelli

Gustave Caillebotte, Paris Street Rainy Day, 1877

George Seurat, Une dimanche d'été à la Grande Jatte, 1884-86

Alex Katz, Umbrella, 1972

Ho un collega di Estetica che stimo molto.
E' un uomo intelligente, colto, generoso con i ragazzi, elegante: indossa spesso il cappello e ha una superba collezione di impermeabili.
Dice che, con quello che cade giù dal cielo, è meglio girare coperti.

Amo riferirgli la frase di Mario Vargas Llosa trovata su un numero del 'Magazine Littéraire' (per questo è in francese e non darò traduzione):

La vie est une tornade de merde et l'art est notre seul parapluie.

(Credo che, per ripararsi, anche un impermeabile filosofico vada bene).

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114. Il gioco del 15

Sébastien Chabal

MGMT, Andriew e Ben, foto Benni Valsson per Petit Bateau, 2009

Gioco del 15

Settimana di ripresa professionale, ad annegamento e impatto frontale.
Bene, sono di quelli che, come dice Franco Marcoaldi, come le olive danno il meglio di sé sotto torchio.

Rientrata dalla 2 giorni accademica, treni in ritardo e sporchi con le scuse per il disagio ripetute a ogni fermata.

Fatto con mie studentesse (studenti ammessi senza diritto di voto) giochino in cui mostravo due foto strappate da rivista letta in viaggio, la prima con Sébastien Chabal, che già conoscete (puntata n°101), immagine 1 in alto, la seconda con Andrew degli MGMT, immagine 2 in alto a sin.. Ben, l'altro MGMT (immagine 2, a destra), non lo avevo proprio notato.
Come accade a Nino in Amélie, ho visto quello che c'era dietro il foglio per caso, mostrandone l'altro verso (nel mio foglio strappato le foto non erano accostate come le vedete voi, bensì recto e versus). 

'Con chi uscireste stasera?'
Un plebiscito.
Tutte con l'orco.
Ventenni graziose, talora timide, spesso ritrose, a spasso col mostro. 
Ho detto che la macchina sulla quale lui sarebbe arrivato avrebbe avuto una paurosa inclinazione dalla parte del guidatore, ho insinuato il dubbio sulla bontà della conversazione.

Niente.

Una delle ragazze ha scatenato una bordata di risate riconoscendo il profumo del padre, comunque, lui, il genitore, diverso come aspetto e, probabile, anche come odore, dal coso.

'Con Andrew vorrà dire che ci esco io', ho chiuso.
'Sembra un manga', aveva commentato, geloso, uno dei maschi.
'Appunto', ho tagliato corto.
Fra l'altro l'orso, la sera, dopo il lavoro, lo preferisco, come compagnia, di pezza.

Mio conduttore radiofonico preferito in servizio da lunedì scorso (oggi è venerdì): oasi e approdo.
Fino a questo momento mi ha mandato 15 sms, alcuni, d'accordo, con la scritta 'segue', ma il conto, alla fine, è quello.

Ho così appreso che apprezza il bagno bollente, che lo prende ad occhi chiusi, ascoltando musica e, se li riapre, leggendo un libro di piccole dimensioni. Predilige la sera, quando il telefono tace. Non transige sul fatto di trovare l'accappatoio all'uscita dalla vasca.

(Le confidenze si fanno liquide).

(Ho conosciuto uomini ben più esigenti e rompitasche).

Mi dice cose gentili: 'W chi va a Chablis'. Ovviamente, il suo fiore.

E poi, liriche (sentite bene): ''Smanie implacabili' canta Dorabella in Così fan tutte. Come si vede nei panni del personaggio mozartiano?'.
Bene, ho risposto, Mozart mi calza come un guanto, anche se sono di temperamento drammatico e mi ritrovo di più in Tosca Butterfly Marguerite e pure Violetta.

Ma prima di tutte Charlotte, quella della puntata 102.

Vuoi vedere che, se mi gioco bene le mie carte, scusate, i miei messaggini, la mia anima sarà finalmente riconosciuta da un'altra? 

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115. Love is Crazy Love is Blind

Jean-Paul Sartre

Simone de Beauvoir

Michel Onfray (1959), fra i miei filosofi preferiti, si occupa di cibo e mi ha aperto molti orizzonti

 

(Il titolo di questa puntata è un verso della canzone di Marianne Faithfull e Nick Cave Crazy Love. Potete sentirla nel video. 'Sentirla nel video' lo so che suona strano, ma è esattamente quello che potete fare).

''Gli aneddoti sulla sporcizia di Sartre dicono la sua capacità di dimenticare la carne, di disprezzarla, di inserirla nel registro del superfluo. In Germania aveva lasciato il sudiciume e il fetore installarsi al punto che la sua biografa ha potuto parlare della sua 'camera pestilenziale' e delle settimane intere passate 'senza lavarsi laddove gli sarebbe stato sufficiente attraversare la strada e pagare dieci soldi per disporre ad libitum di una stanza da bagno nello stabilimento termale'. Il suo soprannome all'epoca era 'l'uomo dai guanti neri'. Esso era dovuto alle 'sue estremità che erano, fino a metà braccio, nere di sporcizia'.''.
(Michel Onfray, Le ventre des philosophes, Critica della ragione dietetica, Paris, 1989)
(la biografia citata da Michel Onfray è quella di Annie Cohen-Solal, Sartre 1905-1980 edita da Gallimard)

 

''E' in quel momento che Sartre mi ha proposto: 'Firmiamo un contratto di due anni'. Io potevo arrangiarmi per restare a Parigi durante quei due anni e noi li avremmo passati in un'intimità la più stretta possibile. Dopo, lui mi consigliava di sollecitare anch'io un posto all'estero. Saremmo restati separati due o tre anni e ci saremmo ritrovati da qualche parte sulla terra, ad Atene, per esempio, per riprendere, durante un tempo più o meno lungo, una vita più o meno comune. Mai saremmo diventati estranei l'uno all'altra, mai l'uno avrebbe invano chiamato l'altra, e niente sarebbe prevalso contro questa alleanza; ma bisognava che essa non degenerasse in costrizione o abitudine: dovevamo preservarla ad ogni costo da questa putrefazione. Acconsentii. La separazione che Sartre considerava non è che non mi spaventasse; ma sfumava nella lontananza e mi ero data la regola di non ingombrarmi con preoccupazioni premature...Con lui un progetto non era un chiacchierare incerto ma un momento di realtà... Se mi avesse detto un giorno: 'Appuntamento esattamente fra ventidue mesi alle 17:00 sull'Acropoli', io sarei stata sicura di ritrovarlo sull'Acropoli, esattamente alle 17:00, ventidue mesi più tardi.''.
(Simone de Beauvoir, La force de l'âge, Paris, 1960)

Non so voi, ma io faccio fatica a mettere insieme questi due ritratti della medesima persona. 

Forse che l'amore (e che razza di amore, sopravvissuto a tutto, è il caso di dirlo, fino alla sepoltura nella medesima tomba nel Cimitero di Montparnasse) fra filosofi, oltre che pazzo e cieco, è anche privo di olfatto?

 

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116. Quando il gioco si fa duro

Citroën C3 blue oriental come la mia

Isabelle Adjani con i capelli en pétard in Subway, Luc Besson, 1985

I'm singin' in the rain, just singin' in the rain; What a wonderful feeling, I'm happy again...

Ho fatto una doccia (bollente) alle 14:30 con l'intento di ripulirmi, soprattutto la testa. Pomeriggio fluttuante.

Ieri ho trascurato il mio conduttore preferito perché ho avuto altro da fare.

Stasera lo riacciuffo, gli chiedo se ha sentito la mia mancanza. Gli dico che mi sto aprendo una bottiglia di Lacryma Christi.

E' uno che se ne intende. Mi risponde: 'Sul Lacryma Christi non mi esprimo: ne ho bevuti di eccellenti e di infami. Certo che rispetto all'acqua...Ieri invece ho condotto in compagnia di un Teroldego poi di un Pinot Nero. Speriamo nel futuro...X.'

'Cavolo', gli rispondo, mi sono persa la serata alcolica. E mi getto nella mischia (per recuperare il tempo perduto, chissà quanti fiori si sono sparsi ieri sulla sua strada mentre io mi facevo i fatti miei) e gli imbastisco tutta una cosa sintetica ma efficace, piove che il cielo la manda e gli costruisco immagini della sua voce con accompagnamento di jazz e pioggia come tela di fondo (stasera mi esce fuori il mestiere da tutte le parti).

Abbandono la radio e me ne vado a guardare che cosa succede su Facebook. Trovo alcuni dei miei giovani amici in foto che li tradiscono: visi ridenti si fanno torvi, sguardi diretti, obliqui.
Io, loro, qui, non li capisco: elenchi di gente. 
Dovrò farmi spiegare che cosa c'è sotto.

Arriva un messaggio. Il conduttore mi fa notare che non gli piace per niente rientrare a fine trasmissione sotto la pioggia a 2 ruote a notte inoltrata.

Gli giro la frittata (la mia specialità della puntata n° 51), gli dico che è un uomo avventuroso per via delle 2 ruote, aggiungo che, se vuole, lo vado a prendere all'uscita con la mia C3 e, garantisco, non in stato di ebbrezza.
Gli faccio da taxi girl.

L'ebbrezza me la darà lui, gli dico.

Stavolta cede all'assedio, mi dico.

(Mi sono fatta un magnifico desktop con Isabelle Adjani in Subway con i capelli en pétard come le mie idee).

Stoico, eroico, ironico come sempre, mi risponde: 'Sì, vabbe'...In ogni caso, che ebbrezza sia. X.'

'Minimo', gli rispondo. Come direbbero i miei, i suoi studenti.

Chiudo con una strofetta di Gene Kelly che danza sotto la pioggia.
'Molto spiritosa!', mi risponde. Ha messo nella parola 'molto' 25 'o', le ho contate. Escludendo l'ultima, perché, così, sono, invece, 26.
Sì, sono una donna simpatica, sigillo.

(Mi piace avere l'ultima parola, è uno dei miei lati più femminili. Gli altri sono i tempi biblici di permanenza nella stanza da bagno e i parcheggi, che non sempre mi vengono perfetti. A questo proposito, però, chiarisco che NON sono assolutamente al livello della signora del video che vedete più in basso, che, come dice il mio garagista quando mi rifiuto di tirare fuori la macchina da sola da intrichi insolubili, farebbe bene ad andare all'ufficio preposto e riconsegnare la patente).

Ho calcolato tutto: ho ancora 12 giorni di tempo per farlo capitolare con i miei messaggini.

Vi terrò informati del meteo, del gioco, dell'ebbrezza e delle bottiglie aperte.

(Medito di chiedere un contributo economico alla RAI per Opera Soap come animatrice dell'animatore. Vi terrò informati anche di questo).

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117. United Colors, 2: Casa Bianca

George Segal, Cinema, 1963

White House, Washington, DC

Apprendo dai giornali che il 20 gennaio 2009, cioè fra 5 giorni, il 44° presidente degli Stati Uniti Barack Obama si installerà con la sua famiglia in un universo nuovo e grandioso composto di 132 camere, con bowling, piscina e cinema privato, uno staff di 90 persone e uno chef pâtissier in casa.

Vengo anche a sapere che Caroline Kennedy, che, evidentemente se ne intende, ha dato a Michelle il medesimo consiglio già elargito a Hillary Clinton per la piccola Chelsea: le figlie, malgrado tutto, faranno il loro letto tutte le mattine.

Come ho già detto nella puntata n° 25 devo essere moribonda o in albergo per non rifarmi anch'io il letto da sola.
Perciò fra casa mia e la Casa Bianca le differenze si riducono, in ordine sparso, a misera cosa: ho 129 camere in meno, ma non è un problema perché già faccio fatica a tenere pulite le mie 3 e non oso pensarmi alle prese con tutte le altre; ho anch'io un amico chef pâtissier, come si evince dalla pagina Sapori d'arte del sito sul quale state leggendo Opera Soap; uno staff di 90 persone mi darebbe qualche cruccio in più, non per la gestione (ne sarei assolutamente capace) bensì per i regali di Natale, pensate solo a quanto si innalzerebbe il rischio di vedersi ricambiati con angioletti con le faccette trattate con il botox; credo di aver giocato a bowling solo un paio di volte in vita mia traendone scarso divertimento, per cui birilli e palle mi interessano ben poco.

Rimangono la piscina privata, che già mi piacerebbe di più perché priva di coscritti, di cui sono, invece, piene tutte le piscine citate dalla Pagine Gialle della mia città, e soprattutto il cinema.

Fra i miei sogni di lusso, infatti, una bella sala di proiezione privata occupa una posizione di testa: priva di odori e rumori di pop corn, di commenti fuori luogo e fuori tempo, con spettacoli selezionati rigorosamente e tutti in v.o., con poltrone solo mie sulle quali accomodarmi comunque signorilmente e senza rammollimenti da invertebrati e soprattutto immersa nel silenzio totale in cui mi piace assaporare i miei film, avvolta dal buio più bello che ci sia sulla faccia della terra, grembo spettacolare, notte, mantello.

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118. Beati i poveri

Charlotte Perriand (1903-1999)

Charlotte Perriand a Tahiti nel 1974

Le Corbusier, Pierre Jeanneret, Charlotte Perriand, 'équipement intérieur d’une habitation’, Salon d’automne 1929

Misuro la mia indigenza quotidianamente e la considero in crescita esponenziale.

Giovedì mi sono dovuta arrendere all'evidenza che nessuno dei miei studenti aveva idea di che cosa Ugo Foscolo abbia inteso dire nei Sepolcri. Mi guardavano, secondo una bella immagine di uno che sapeva inventarle, con gli occhi come ginocchi.
La mia intenzione era di fare un cenno rapido a Santa Croce, al tema della sepoltura e di passare oltre.
Mi sono, necessariamente, fermata lì.
Ho provato il desiderio violento di uscire dall'aula, sbattere la porta in modo che il tonfo fosse udito fino a Firenze, salutare i bidelli e andarmi a cercare un treno per il ritorno.
Non l'ho fatto e ho fatto male: le convulsioni che ho sentito montarmi si saranno andate a spiaccicare da qualche parte dove produrranno tonfi ancora più sonori.

Nessuno, inoltre, ha saputo rispondere alla domanda 'Che ci trovate su Facebook'.
Completamente eluso il tema che è al centro della questione, quello del narcisismo mescolato all'esclusione dal giro. Uno dei ragazzi ha detto 'intrattenimento'.
Se fosse solo per questo, Foscolo li intratterrebbe meglio e con meno monotonia.

Più tardi, sul treno finalmente raggiunto, mi sono dovuta infilare in uno scompartimento fetido che sembrava una cuccia. Quando un giovane avvocato che va (viene) a Napoli a fare un corso di preparazione per un concorso mi ha chiesto se poteva entrare, gli ho detto che certamente poteva, entrare nella cuccia. Aveva stile, si è guardato intorno, ha tirato su un paio di sedili oscenamente macchiati, allungati e congiunti e si è pure messo a ridere.

A sera ho ripreso Charlotte Perriand, una delle presenze più luminose del mio pantheon.

Fra i massimi creatori del XX secolo, è vissuta 96 anni, lavorando nel suo ultimo atelier fino a 3 mesi prima della morte.
Questa donna, al di là dei talenti professionali, di cui parleremo un'altra volta e più diffusamente, ne possedeva parecchi altri, squisitamente umani.
Da lei ho tratto, diciamolo chiaramente, il coraggio di affrontare Le Corbusier, di cui è stata associato.
Già l'architettura mi preoccupa per tutti i suoi aspetti tecnici, se in più ci mettete la portata intrattabile di un uomo che è stato un eretico, un radicale, un esploratore solitario, un pioniere, un martire, un monaco, un santo, capirete i motivi della mia esitazione.
Uno che pensava che l'architettura fosse funzionale per definizione, perché altrimenti sarebbe stata de la saloperie; uno che rimproverava i suoi collaboratori, una vera torre di Babele per il cosmopolitismo, di non sapersi organizzare quando li trovava alla terrace del café du Lutétia, di primo mattino e sonnecchianti dopo che avevano retto per 4 giorni senza dormire nei momenti di 'charrettes' (la 'carretta' che udite e che loro dovevano tirare vi sta suonando giusta); uno che indossava solo la bombetta, unica forma geometrica, secondo lui, accettabile come copricapo, uno con 70 anni di carriera, un po' (parecchio) mi spaventava.

Charlotte Perriand mi ha dato coraggio.

E me lo dà tutte le volte che la frequento.
Savoiarda di nascita, poi parigina, in un anticipo su qualunque tendenza che non finisce di stupirmi, vi dico solo che è stata la prima donna a mettere concettualmente piede nel Giappone che si stava aprendo all'Occidente, arrivandoci dopo un viaggio durato 6 mesi e 2 giorni il 21 agosto del 1940 con in tasca la nomina di 'Conseillère de l'Art industriel', si è occupata di mobili, di alloggio, di tutto ciò che scandisce la quotidianità della nostra esistenza, ha incessantemente profuso una creatività densa di poesia e insieme di spirito pratico, stimolata e sostenuta da incontri di portata eccezionale, certamente sì, ma anche in un secolo che, con tutte le sue tragedie, in ogni suo decennio sembra essere più ricco di questa fase qui di indigenza montante.

Le foto ce la mostrano bella e sorridente, spesso vestita da montagna, ma anche nuda su una spiaggia.
L'ho vista alla mostra del Pompidou del 2006 nel video di un'intervista rilasciata a più di 90 anni con i capelli raccolti in uno dei suoi chignon dell'età matura, avvolto in nastri colorati, la voce era ferma, limpida, lo sguardo brillava di intelligenza, faceva venire in mente che tutte le età della vita hanno potenzialità che bisogna imparare a esprimere con una pratica quotidiana, così come lei, da ragazza, si allenava tutti i giorni con gli anelli da ginnastica agganciati a una trave del suo settimo piano senza ascensore a Montparnasse, un vecchio atelier fotografico nel quale nei giorni di tempo cattivo lei si addormentava cullata dalla pioggia che scorreva sulle due grandi vetrate rivolte a est.

Ci si era sistemata dopo il suo divorzio degli inizi del 1932, quando aveva lasciato la casa di Saint-Sulpice con 'due piatti, due forchette, due casseruole, una per lavare l'altra, una scopa'. 
Il minimo per andare a vivere un'altra vita, nella quale si sentiva libera e respirava a pieni polmoni.      

Misuro con cruccio misto a convulsioni montanti lo stato delle cose in questo periodo, qui nel centro-sud dell'Italia.
La rarità di una conversazione con un senso e quella degli incontri con un progetto, il cinema farlocco, la letteratura sdutta, la sporcizia delle strade, la bruttezza della carta e della stampa dei libri pubblicati, il cibo scadente nei ristoranti, la trascuratezza dei caffè, l'impressione costante di vivere in un'età dello sterco, gli studenti e la loro mania dell'intrattenimento.

Invidio a Charlotte Perriand la molteplicità delle relazioni, i viaggi fatti da lei per la prima volta, il rapporto con una montagna non corrotta, il non conformismo autentico, i disegni, la presenza di Le Corbusier, i discorsi, l'interrogarsi costantemente su come volevano vivere, dandosi anche la via di uscita di una risposta, l'investimento nelle idee, l'impressione costante di vivere in un'età dell'oro (questo sebbene Hitler e il fascismo, quando fa quest'affermazione, stiano alla riga precedente), il suo guardaroba con moduli interscambiabili corrispondente alle sue ricerche di normalizzazione degli interni al quale dovremo dedicare una puntata intera perché sono certa che vi piacerebbe, le invidio la formula che definisce la sua nuova maniera di vivere quando ritorna in Giappone nel dopoguerra, per la precisione nell'anno medesimo della mia nascita. Sentite bene: 'travail, loisir, découverte, représentation'.
Traduco per voi solo il termine meno intuibile, il 'loisir', e lo faccio con l'aiuto del mio vecchio Ghiotti: 'agio, tempo, libertà; ozio, riposo, svago'. Il Petit Robert ci mette il carico e esalta il concetto di tempo che non è destinato o utilizzato per il lavoro ('travail'), il riposo o il sonno (i due termini non sono sinonimi), spuntano fuori volentieri la libertà, la comodità di fare qualcosa, poi l'occupazione, il gusto, l'agio, la possibilità di decidere e di manifestare la propria volontà.

Non un solo cenno all'intrattenimento.
Ce la vedete voi, Charlotte Perriand alle prese con Facebook?
Lei lì, in una delle sue foto che trasmettono gioia, con Le Corbusier, Pierre Jeanneret, Fernand Léger, Walter Gropius, Oscar Niemeyer, la figlia Pernette (in Savoia, la coccinella e nome di un'illustre poetessa del medioevo) e la nipotina Tessa in veste di Friends.
Aggiungilo come amico. Manda un messaggio. Vedi gli amici.

Ma fatemi il piacere.

Che scenda dalla montagna Cristo, che mi sta infinitamente simpatico, che aveva anche lui amici, beveva e conversava a tavola e viveva, come me, di fatti e di parole, e venga a spiegarmi lui il senso di ciò che ha detto.
Il regno dei cieli è loro, ma di chi? Dei poveri volontari che hanno l'animo distaccato dalle ricchezze, chiosa la mia Bibbia e, secondo Agostino, degli umili.

D'accordo, ma come la mettiamo con quelli che vivono solo per l'intrattenimento, dei poveri di spirito autentici, laconici non per discrezione ma per mancanza di argomenti, con i miseri di intelletto, gli straccioni della lingua, i pezzenti del sentimento, gli accattoni del consumo, i disadorni di cultura, i nullatenenti di emozioni, gli indigenti di progetti, i pitocchi di idee, come la mettiamo con gli spiantati dell'arte?

(Se, anche voi, avete bisogno di coraggio, leggete Charlotte Perriand, Una vita di creazione. L'autobiografia è tradotta in italiano)

 

 

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119. Il diavolo in corpo

San Antonio Abate (i pesci rossi sono nello stagno)

Maria Callas

Mephistopheles

(17 gennaio, S. Antonio Abate. Da agnostica, figlia della Rivoluzione francese e dei Lumi tutti, mando comunque un pensiero al santo perché mi mantenga sani come pesci Manga e Winter Red).

Immagino che anche voi il sabato mattina facciate quello che faccio io: lavaggi in lavatrice.

In realtà ne faccio tutti i giorni, anche più di uno, al punto che approfitto di Opera Soap per invocare il garante della privacy perché metta fra le cose che non si devono esporre in pubblico anche la bolletta dell'acqua, che da me arriva condominiale, cioè con la tabellina con citati tutti gli interni, i nomi, i litri consumati, la spesa, esponendomi, per esempio, al rischio di pubbliche ritorsioni da parte di coloro che fossero preoccupati più per lo stato di salute del pianeta che per quello del mio guardaroba, oppure inclini a contare il numero di calciatori che si vengono a fare il bagno a casa mia e pretendono di trovare all'uscita della vasca non solo l'accappatoio ma anche una pila di asciugamani puliti e piegati con il rigore che ci sta bene, come concetto, intendo, nel loro mestiere.

Ebbene. Se anche voi fate il sabato mattina quello che faccio io, state leggendo qualcosa che vi riguarda.
Ora, però, vi chiedo anche se fate lavatrici ascoltando, come me, La Damnation de Faust di Hector Berlioz.
Se la risposta è sì, siamo in sintonia perfetta.
Se cominciate ad avere dubbi o ad annoiarvi, datemi retta: lasciate perdere questa puntata, aspettate la prossima, che tanto arriva, oppure andate a leggervene una che vi è sfuggita.

A meno che non vogliate sapere come procedono le cose con il conduttore, anche se, ve lo dico subito, motivi di discrezione mi inducono a essere più sommaria e essenziale nella narrazione.
E' che i messaggini si sono fatti poco giocherelloni, più personali, confidenziali, letterari, musicali, complessi, intimi.
Insomma, è difficile star loro dietro.

E' che gli ho sferrato un attacco frontale con le sue stesse armi.

Però, siccome è più bravo di me ed è di una vivacità e di un'intelligenza tali da incartarmi e mettermisi in tasca senza nemmeno bisogno di tenermi con il più semplice dei lacci, me le ha rivolte contro.
Io lì mi sono rifugiata, spaventata, in un angolino, dal quale, però, vedevo meglio la tattica della battaglia (non vi ho detto niente del mio cielo astrale, bisogna pur che cominci. Ho Venere e Marte congiunti - in Toro -, difficile che possa fare l'amore senza fare la guerra. Mica è colpa mia, la colpa è delle stelle).

Poi lui mi è venuto a stanare.

Devo ammetterlo: mi piacciono i calciatori, i cantanti con il rock 'n' roll nel sangue e gli uomini-manga, però con i primi questi giochetti è impossibile farli. Con gli altri due tipi lo scenario è più difficilmente praticabile, pensate solo alla colonna sonora che servirebbe.

Ecco, la musica di fondo.

Prendete due versi del libretto de La Damnation de Faust.
Per farvi capire, vi trascrivo il plot sintetico dal booklet EMI di 2 cd + 1 dvd con arie di Maria Callas (che mi è stato regalato da una persona che mi conosce, evidentemente, bene e non mi omaggia con angioletti al botox):
'Marguerite è stata sedotta da Faust che ha concluso un patto con Mephistopheles e adesso l'ha abbandonata. Sola, esprime il suo appassionato amore per Faust e desidera ardentemente il suo ritorno'.  

Qui bisogna aggiungere che il canto di lei, da caldo e sognante, si fa all'improvviso bruciante, serrato, spezzato, palpitante come un cuore che batte all'impazzata; si fa, in due parole, anelito e desiderio.
Lei dice che sta alla finestra o fuori tutto il giorno per vederlo arrivare e sollecitare il suo ritorno e che il suo cuore (appunto) batte e si gonfia quando lo sente venire. '...au gré de ma tendresse puis-je le retenir!'. 

Lo vuole (vicino). 

(Datemi retta. Nemmeno nel più illecito dei rave party si sente, tirata dalla musica, una tale marea di sangue che monta).

Voi pensate alla scena di David Beckham che riceve sul suo cellulare una cosa così (che va dalla finestra alla vicinanza). Dice 'Mah' e elimina il messaggio.
Mick Jagger forse non sa il francese ma, visto quello che scrive (bellissimo e poetico), ha l'intuizione che sia una cosa interessante, però se la scorda nel mucchio di roba che riceve e la ritrova fra 50 anni, quando, ancora magnifico come è da sempre, sta lì a comporre l'ennesimo hit.
Io, a quel punto, mi sarei però fatta vecchia. E forse mi sarebbe passata la voglia del rock 'n' roll.
Il manga essendo bidimensionale, farebbe fatica a sopportare lo stress di tutti questi attacchi frontali.

Exit tutta la serie di uomini fuori ordinanza. Di loro sarà probabile che torneremo a parlare.

Con il conduttore è andata, invece, in modo diverso. 
Ha, come da aspettative e da copione, capito al volo e al volo ha risposto.

Ma il dettaglio, che pure avevo scritto con accuratezza, è stato on line per pochi minuti. Poi, copiato e incollato, è finito fra i documenti word del mio computer. Salva con nome: Mephistopheles.

E' stato cancellato sul gestionale.

Ho letto ieri un'intervista a Jonathan Coe, uno dei massimi scrittori inglesi contemporanei. Diceva fra le altre, interessanti cose, che il romanzo è sotto la minaccia di qualcosa di nuovo, una diffidenza nei confronti dell'immaginazione che pure, secondo lui (e qui sono del tutto d'accordo) rimane uno strumento per dire la verità del mondo molto più efficace, per esempio, della televisione che riprende 'gente vera' in situazioni stabilite dai produttori di programmi, che hanno trovato il modo di fare le cose in economia, rinunciando alla fiction che, negli anni '70, aveva avuto come autori gente del calibro di Ken Loach o Stephen Frears. Anche Harold Pinter scriveva per il piccolo schermo.

Allora vi do un esercizio da fare.
Stasera spegnete la televisione e togliete di mezzo tutta la sua realtà falsa.

Procuratevi La Damnation de Faust e mettete su il disco.
Divertitevi con le diavolerie di Mephistopheles, fatevi stimolare dall'intelligenza complessa di Faust e state attenti al momento in cui a Marguerite (anche lei ha il nome di un fiore, per un caso che, come tutti i casi, è divino) prendono le smanie. L'aria si intitola D'amour l'ardente flamme, non vi traduco niente perché, fin qui, si capisce benissimo.
E ora liberate la vostra immaginazione, usatela per farvi il vostro film che, stavolta, avrà come schermo il display di un cellulare sul quale le parole di quello che ha preso al volo l'altro ondeggiano, risalgono e prendono pure bene il vento.
Il tono si intenerisce, si emoziona, c'è coinvolgimento.

La buonanotte è difficile a dirsi. Le anime, per un istante che rimane sospeso nel tempo, si riconoscono.

Fate come vi pare, la cosa riguarda solo voi.

E la prossima volta che mandate un sms dal vostro cellulare, pensate non dico a comporre un'operina letteraria (non è questo il suo senso), ma almeno non siate sciatti, approssimativi, bruschi.

Usate, piuttosto, e usatela al meglio, la vostra immaginazione.

Vi auguro buon sabato. E buon ascolto, anche di quello che avete dentro.

Cliccando sul video vi potete godere Maria Callas nell'aria D'amour l'ardente flamme da La Damnation de Faust di Hector Berlioz


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120. Da capo a piedi

Johann Heinrich Füssli, La disperazione dell'artista davanti all'imponenza dei frammenti antichi

Stamattina, nella solita situazione fluttuante del martedì, mentre la colf era alle prese con il mio studio, luogo da me amatissimo che vivo, però, come se fosse un incubo quando viene pulito e ciò per motivi molteplici che vanno dalla gelosia al timore che l'ordine delle cose, già ipotetico con mucchi instabili di carte, sia definitivamente compromesso, sono andata dalla mia podologa, con la quale avevo preso un appuntamento da almeno 10 giorni.

E' una donna simpatica, guida la motocicletta ed ha avuto di recente un dispiacere d'amore che mi ha raccontato nei dettagli. Stamattina mi ha detto che non era ancora riuscita a 'somatizzarlo', che lui le stava proprio sullo stomaco con tutto quello che le aveva fatto.

E' sempre tutto pieno, bisogna pregare, mostrarsi disponibili, mantenere una relazione di simpatia.
Una volta che le feci i conti in tasca, cosa alla quale, giuro, non penso mai perché non sono questi i miei sistemi di valutazione del mondo, mi prese un colpo davanti alla cifra che, fra trattamenti, plantari e esami podometrici, avevo calcolato, più di 4 volte superiore a quella del solito professore di ginnasio che suscita in me ammirazione e anche una accesa pena per la fatica e la qualità del suo lavoro, praticamente negletto dal mondo tutto.

Lo studio è igienicamente ineccepibile, ha anche un sistema di distruzione dei rifiuti che mi dice essere all'avanguardia, ma insieme ai cassetti di metallo e ai ferri sterilizzati stanno quintali di paccottiglia di tutti i generi, foto di morti con collanine appese, poesiole, basette per telefono, gadget e pupazzi, fiori di plastica, manifesti di piedi con tutte le ossa e la muscolatura ben descritte. Fino a un anno fa c'erano dei diplomini, anche relativi a qualche corso di specializzazione fantasioso corredato da soggiorno vacanziero tipo villaggio.

Poi, un giorno, è comparso anche il diploma dei diplomi: la laurea.
Il primo choc l'ho avuto telefonando e sentendo il messaggio della segreteria telefonica che diceva: 'La dottoressa...'; poco dopo, fuori dalla porta, ho visto una targa di dimensioni notevoli dove compariva di nuovo il suffisso 'Dott.', poi ho avuto diritto alla mia dose di confetti rossi, confezionati nello stile preciso dell'arredo del luogo, un miracolo di coerenza.
Ho notato la spilletta appuntata sul camice che non aveva più solo il nome ma anche il titolo accademico, i timbri e le ricevute intestate, un set completo che esprimeva la dottrina dello studioso.

Ho cercato più di una volta di farmi spiegare come fosse arrivata a tanta gloria, ho capito solo che aveva fatto alcuni viaggi a Genova dove, in un periodo che non esiterei a contenere in un anno, tutto si è risolto 'cum laude'.
Sì, perché la votazione era piena e c'era pure quella.

Non ho ancora finito di non capacitarmi e tutte le volte che sono nella saletta di attesa, in mezzo a riviste di cui non volterei una pagina nemmeno con i guanti indossati per paura di contaminarmi con la feccia che riesce ad esprimere la stampa, guardo nei dettagli la cornice appesa alla parete e tutto quello che ci sta dentro.
Lì mi ricordo che il mio originale del diploma di laurea non l'ho mai ritirato, non sapevo che farmene e mi domando sempre se giaccia ancora da qualche parte nella segreteria della Facoltà di Lettere, quella che si chiama, oggi, credo, Scienze umanistiche, dell'Università di Roma.

(Qui devo citare per assonanza un mio collega, quello che dice che sono malata di 'nuanciers', che trovai un giorno furibondo perché aveva sentito del filone di scienze umane in non so quale scuola e stava lì e si chiedeva tuonando, lui che è un uomo dolce e accomodante, se ci fossero scienze al mondo che umane non erano, come se la matematica fosse una cosa per bestie).

La cosa più divertente la disse, senza volerlo, mia sorella, che è una persona per bene, una di quelle donne che cercano una relazione con l'altro con disponibilità mentale e affetto costanti.
Quando le raccontai della laurea della podologa, mi chiese, quasi commossa, in che cosa.
Si era imbastita, anzi, già confezionata un film su quella che, appassionata di poesia, o di cinema della nouvelle vague o di teatro classico o anche di filologia romanza, dopo aver fatto i piedi ai clienti si recava con sforzo encomiabile alle lezioni del tardo pomeriggio, coronava il sogno che aveva sempre tenuto da parte, si laureava, per esempio, in Lettere (o in Scienze umanistiche) e poi faceva una festa per coloro che le volevano bene. Concediamole pure i confetti rossi.
Quando le dissi che la laurea era in 'Podologia' mi chiese, affettuosamente disponibile: 'Perché, esiste?'.

Sì, esiste, insieme a non so quante altre, fantasiose, appena sfornate, appetibili, spendibili, totalmente inventate da cima a fondo.

Non mi dispiacque, qualche giorno dopo la faccenda, andare dal mio parrucchiere, proporre anche a lui di laurearsi (in fondo è uno che taglia e se ci mettete sopra anche il colore e tutta la sapienza chimica che comporta e aggiungete il restyling dei clienti e la psicologia che deve utilizzare per sopportarli tutti, voi capite bene che un titolo se lo merita e non è nemmeno difficile da trovarsi) e sentirmi dire che ero diventata matta, che lo stavo prendendo in giro, che lui a scuola c'era andato poco e controvoglia, gli davano tristezza pure gli astucci delle elementari che ai bambini piacciono tanto e che pertanto l'università era per quelli come me, che stavano da una vita sui libri, usavano la lingua in modo pirotecnico, si ponevano domande che gli sembravano sempre superflue e che quando viaggiavano andavano pure a vedersi musei, cosa che lui mai e poi mai avrebbe fatto, appassionato com'è, in assoluta onestà intellettuale, simpatia e talento diverso, di discoteche, centri commerciali e shopping selvaggio. 

                                                                                                                                  

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121. Anche i grandi si sporcano (quando mangiano), 1

Roland Barthes (1915-1950)

La Cina

Abbiate pazienza.

Come ho più volte ammesso, sto in fissa stabile con la Francia. 
Compro, dunque, 'Le Magazine Littéraire' del gennaio 2009, perché ci sono inediti di Roland Barthes, uno degli intellettuali che più amo al mondo, lucido, aristocratico nei modi e nel pensiero, mai banale, chiaro nella scrittura al punto che riesco a leggerlo pure sul treno di ritorno, quello per il quale anche un manga con una trama un po' complicata sarebbe troppo.

Fra i materiali pubblicati ci sono i Carnets du voyage en Chine, 2 dei quali (in tutto sono 3) anche fisicamente rappresentati nelle pagine, uno blu e uno rosso, a spirale, marca Crown, con i numeri applicati sulle copertine da Barthes stesso, immagino.
Il viaggio avvenne nel 1974, in piena Cina maoista. Le note sono 'ellittiche' e 'evocatrici', tutto un insieme di appunti mirabili, ciascuna riga dei quali vale quanto un saggio o un romanzo.

Molte riflessioni sui colori, sui cibi, sui paesaggi, sulla retorica e sugli stereotipi, una noia, una insofferenza che si potrebbero riassumere nell'infusione sempre più annacquata, mortalmente stancante, che sono i tè che gli vengono  offerti.
(Sono stata anch'io in Cina, più di 30 anni dopo Barthes e, se dovessi definire l'effetto che mi ha fatto, parlerei anch'io del tedio che mi ha perseguitata, come uno stato di anestesia permanente).

In attesa che Bourgois pubblichi il prezioso materiale, vi traduco un piccolo estratto dei pensieri che hanno accompagnato la partenza:
'11 aprile 1974...lavato da capo a piedi, dimenticato di lavarmi le orecchie.
Aereo: questo significa: aspettare a lungo, essere immobile, non viaggiare...
Orly. Ritardo. Ph. S. (Philippe Sollers, suo compagno di viaggio nel gruppo di intellettuali francesi invitati dalle autorità) compra una salsiccia e del pane fuori della dogana e mangiamo nella sala d'attesa (i verbi impiegati sono sempre definiti dal mio vocabolario 'popolari').
Pranzo di aereo. L'empiria vorrebbe che stando molto stretti, insaccati in mille protesi, vi servissero delle cose molto semplici; ma naturalmente l'empiria è combattuta dal vizio francese...:cozze in insalata, vitello in salsa, riso grigiastro e grasso - due grani del quale cadono immancabilmente sul mio pantalone nuovo...'.

(Prometto, al prossimo insudiciamento aereo dovuto al delirio dei vassoietti, quando ancora ci sono, preparati da folli, di ricordarmi, parola per parola, di Barthes e del suo sovrano distacco. Come annota lui, e come molto bene si riassume: 'Mi piace molto, talvolta, non interessarmi').

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122. Welcome Home

David Beckham esultante (esultante!) dopo il primo goal segnato con il Milan, gennaio 2009

Mia versione, confermo, preferita, di David Beckham con ciuccetti tenuti dall'elastico. Spero nel vintage e nel revival. Spero pure nel ritorno dei diamanti alle orecchie

Memo per orecchini, nel caso li avesse persi

David Beckham è stato comprato (comprato!) dal Milan e ieri ha segnato il suo primo goal contro il Bologna.

Capisco poco di calcio, ma mi sono sembrati (lui e il suo goal) elegantissimi.

Ho anche cercato il video su Youtube e, trovatolo, completo di intervista sul campo, ho avuto la conferma di quello che so da tempo.
Beckham è l'unico uomo esistente sulla faccia della terra che, sporco dopo una partita, rude come un giocatore, sudato come uno scaricatore di porto, probabilmente fetido come una scimmia (non so se abbiate mai provato l'ebbrezza di annusare un paio di calzini che hanno giocato, in un paio di scarpe semiprofessionali, una mezza serata di calcetto. Io sì, e ne consiglio l'esperienza per comprendere veramente che cosa è un maschio), pulendosi e soffiandosi ripetutamente il naso nella manica della maglia, stanco, sfinito, sudicio fin sulla punta dei capelli, inzaccherato, inavvicinabile, maleolente, conservi - non so come, credetemi, se fossi in grado di carpirgli il segreto avrei in mano il mondo - una specie di aura di finezza suprema, di gentile e sorridente disponibilità, di raffinato garbo.

E, allora, aggiungo il Welcome Home (più o meno, siamo tutti in Europa e cementati dalla crisi finaziaria) di Opera Soap a quello dei tifosi che se lo sono comprato.

Bello come nessuno (ma con i ciuccetti tenuti dagli elastici e i diamanti alle orecchie lo preferisco), glamorous, totalmente inventato da se stesso, non so se grande atleta e poco me ne importa, comunque pulito, nonostante lo sporco, mostra la via possibile a tutti gli altri.

Quelli che, dopo una mezza giornata di lavoro sedentario o una corsa da 75 minuti con un biglietto da € 1 in autobus di linea, si sentono autorizzati a presentarsi a un incontro, non dico amoroso, ma di frequentazione o conoscenza, stramiciati, strapazzati, ipotetici, fetidi, incerti.

Manco fossero guerrieri che hanno combattuto 90 minuti contro avversari assetati di sangue e non, tutto sommato, spettatori della vita, della partita, dei sentimenti e della loro stessa storia. 
Ciò che, a guardarli bene, sono veramente.

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123. Anche i grandi si sporcano (quando mangiano), 2

Umberto Eco

Airmeals (pasti in aereo) trovati in internet: tutti pieni di cibi sporchevoli e non compatti

Baby Plane Spoon, posata delirante (pensate a quando la mettete in lavastoviglie) per bambini inappetenti che potrebbe essere riconvertita a un uso evocativo e impiegata nel pasto in aereo

Considero Umberto Eco e Stefano Bartezzaghi gli uomini più intelligenti d'Italia.
Non capisco (anzi, lo capisco fin troppo bene) perché non si mettano in politica, perchè non diventino ministri della cultura, dell'università e della ricerca tutta, sono anche divertenti e sanno, ambedue, giocare benissimo con la lingua italiana, cosa che di questi tempi, con il patrimonio di uso individuale fisso, nella maggior parte dei casi e come dice il mio dermatologo a proposito dell'estetista con la quinta elementare che inietta il Botox in periferia, a 600 parole, sarebbe un notevole stimolo per tutti.

La puntata dedicata all'insudiciamento dei pantaloni nuovi durante un pasto aereo da parte di Roland Barthes (la n° 122) mi ha fatto tornare in mente che Eco era già passato sotto questo giogo e allora mi sono (mediamente, lettera E, ripiano 3 dall'alto) arrampicata su una delle mie librerie nella sezione letteratura e cose varie e ho tirato giù Il secondo diario minimo, uscito nel 1992.

Nel capitolo Istruzioni per l'uso ci sono paragrafi di intelligenza e utilità pubblica, che vanno da Come comperare gadgets a Come impiegare il tempo, con soste su Come riconoscere un film porno e Come non dire 'esatto'.

E sta lì anche Come mangiare in aereo. Leggiamo insieme:

'Nel corso di un viaggio aereo di alcuni anni fa (Amsterdam andata e ritorno), ci ho rimesso due cravatte Brooks Brothers, due camicie Burberry, due paia di pantaloni Bardelli, una giacca di tweed comperata in Bond Street e un gilè Krizia.
Infatti sui voli internazionali vige la buona abitudine di servire il pasto. Però si sa che il sedile è stretto, la tavoletta altrettanto e l'aereo talora balla. Inoltre i tovaglioli degli aerei sono piccolissimi e lasciano scoperto il ventre se si infilano nel colletto, e il petto se si posano sul grembo. Il buon senso vorrebbe che si offrissero cibi non sporchevoli e compatti. Non è necessario dare tavolette di Enervit. Cibi compatti sono la cotoletta alla milanese, le carni alla griglia, il formaggio, le patate fritte e il pollo arrosto. Cibi sporchevoli sono gli spaghetti con la pummarola 'n coppa, le melanzane alla parmigiana, le pizze appena uscite dal forno, il consommé in tazza bollente senza manici.
Ora il menu tipico di un aereo si compone di carne molto cotta affogata in salsa marrone, generose porzioni di pomodoro, verdure tritate fini e macerate nel vino, riso e piselli al sugo...'.

Riassumo il resto di questa impagabile ricerca sulla follia di chi prepara i pasti: si va dalla digressione su come mangiare i piselli, destinati a infilarsi 'nel collo o nella braghetta' e mai in bocca, alla riflessione sul design dei bicchieri, 'bassi, svasati, praticamente simili a un catino', con liquidi che, conseguentemente e anche senza turbolenza, ne debordano; si affronta il nodo del pane, mai 'la baguette francese, che occorre tirare con i denti anche quando è fresca' ma un semolato che 'appena afferrato esplode in un nugolo di polvere sottilissima...(che si accumula) tutta sotto il sedere, riuscendo a impastare i pantaloni anche da tergo'. Il caffè viene servito 'in una tazza di materiale termoconduttore colma fino all'orlo' e la salvietta rinfrescante è 'indistinguibile dalle bustine del sale, del pepe e dello zucchero'.

Tutto vero, come uscito dalla testa di uno che è abituato a pensare sulle cose.

Ora, mentre aspetto che anche Bartezzaghi dica la sua sull'argomento, suggerisco da questa pagina di Opera Soap ai dirigenti di Alitalia (o di CAI, non ho capito ancora, anche perché con le sigle mi confondo e pensavo che quest'ultima avesse a che fare con un Club che riunisce praticanti di alpinismo) di approfittare della contingenza e di dare il buon esempio: se riorganizzazione deve essere, che parta dal minimo e attacchi la riforma dai pasti, trasformandoli secondo le istruzioni dell'uso di un cervello che non è andato in fuga e che funziona bene e rapidamente.

Il menu è a disposizione poche righe sopra, comprensivo, fra l'altro, di sfumature regionali (la cotoletta alla milanese), di cose buonissime che incontrano il favore del grande pubblico (le patate fritte), di uno dei miei piatti preferiti (il pollo arrosto) e pure completato, in gloria nazionalistica di cui in questi tempi di facile smarrimento di identità sarebbe bene tener conto, dal formaggio.


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124. Fratelli d'Italia

Alberto Arbasino

Allan Kaprow, Yard, 1961

Anche Alberto Arbasino lo considero fra gli uomini più intelligenti d'Italia.

Troppo colto e snob, però, per fare qualcosa di utile, contrariamente a Eco e Bartezzaghi, in campo politico. Lui, si scoccia. E lo fa capire.

Le sue cronache milanesi di quando era ragazzo e andava alla Scala a vedere Callas e sentire Serafin mi gettano in uno stato durevole di sconforto, ancora una volta per la mia indigenza.
E, due estati fa, a leggere il suo libriccino Dall'Ellade a Bisanzio, ho provato sentimenti molteplici e articolati di ammirazione: un gruppo di giovani intellettuali (all'epoca lui era intorno ai 30 anni e, cosa mirabile, già scriveva come scrive adesso) che, davanti alle Olimpiadi di Roma del 1960, se ne vanno dritti dritti a Olimpia, cioè alla fonte.
Una lezione esistenziale con i fiocchi, mai accontentarsi della copia e della variazione.

Di Arbasino amo molto anche il lato cattedratico, quando, per esempio, si chiede il genere delle parole straniere e gli articoli giusti da utilizzare.
Fu così che, una volta, lui sottolineò che la versione corretta era 'gli' pneumatici.

Da uno così non mi stupirebbe che leggesse, seppur sporadicamente ma con gusto, Opera Soap.
E' un uomo pieno di sorprese, di solito belle.
E allora racconto qui, per lui ma non solo, una cosa piccolissima accaduta ieri a Napoli.

Dopo uno dei miei viaggi in IC che più sporchi non si può, arrivo in Accademia e faccio una (dignitosa) lezione.
Poi arriva il momento così importante degli scambi intorno alla cattedra.
Alla fine, uno dei più simpatici dei miei studenti, Antonio il Temerario, già comparso nella puntata n° 96, mi dice che i suoi studi di canto (ha una voce da tenore) vanno bene.

Sta, infatti, preparando delle camere d'aria.

 

 

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125. Poissons d'or

Banco del pesce in un presepio napoletano

Pittore veneto-bizantino, San Gerolamo e il leone, sec. XIV

Ieri ho aspettato alla stazione di Napoli per un'ora e mezza. Quando sono riuscita a prendere un treno, mi sono fatta due conti per l'orario.

Se il treno fosse arrivato a Roma puntuale e poi mi fossi scapicollata, ma proprio andando a razzo giù e poi su per le scale della metropolitana, sarei riuscita a arrivare al supermercato 10 minuti prima della chiusura e a fare una spesa minimale che mi avrebbe, però, consentito di dedicarmi a cose professionali, a tavolino, senza interruzioni, per due giorni filati. Lasso di tempo non da poco, se pensate a quanta continuità richiede il delicato compito di prepararsi una lezione.
Al supermercato 10 minuti prima della chiusura ci sono arrivata, però sono uscita solo con una busta di insalata, e nemmeno di quella mia preferita. Era, infatti, rimasto ben poco.

E anche la signorina del banco del pesce, Barbara, stava già pulendo tutto con la pompa in mano, facendo scivolare via gli ultimi pezzi di ghiaccio. In frigo non aveva più niente e mi ha proposto di mettermi da parte il mio pavé di salmone (sempre quello, è inutile che me lo facciate notare, ho ammesso io per prima di essere un'abitudinaria) per l'indomani.
Cioè, per oggi.

E' stato così che alle ore 13:30 del sabato ho abbandonato, provvisoriamente, quello che stavo facendo e sono andata a fare provviste.
Il pavé c'era e lei me lo ha confezionato con grazia e competenza. Poi mi ha raccontato qualcosa di sé. E' una giovane donna, sotto i 30 anni. Mi ha detto la cifra che guadagna mensilmente e della rapidità (4 mesi) con cui ci è arrivata, visto che è una che sta attenta a chi ha di fronte, toglie bene le spine, è umile e si applica sul lavoro.

Tale cifra corrisponde esattamente a quella che guadagno io, al massimo della carriera, docente di fascia A nelle Accademie di Belle Arti statali di questo bel paese, con una laurea, un diploma di specializzazione, un'abilitazione, decine di anni di studio, attenzione a chi ho di fronte, umiltà scientifica e applicazione sul lavoro. Togliere le spine, lo faccio anch'io con accuratezza, pensate solo a quanto sono brava nel descrivere, appassionandovi tutti, la storiella che mi commuove sempre di San Gerolamo con il leone che ne aveva una nella zampa e che, per questo, stava stranito e male. 

E la signorina Barbara, per arrivare al suo banco del pesce al supermercato, non deve nemmeno prendere il treno.

(Spero che il pensiero sopra descritto, che mi è venuto in mente con prepotenza, non vi appaia troppo meschino: cerco di non guastarmi la vita con le cose basse, con le futilità grette, con tutte le pidocchierie del quotidiano, cerco di distaccarmene con eleganza, di non guardarle, di dedicarmi, piuttosto, alla bellezza delle cose di cui mi occupo, ai santi, agli animali, a una buona bottiglia di vino e anche al pavé di salmone). 

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