Opera Soap

 
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126. Chi dice donna

Hiroko Matsukata in Tokyo Style nel gesto del supereroe manga

Attenzione a questo sguardo! E' così che questa donna tiene in suo potere David Beckham! (letto in internet, sono d'accordo)

Giovedì scorso, in Accademia, mi sono cadute a terra tutte le diapositive che non erano montate nel proiettore. Desolata, ho detto 'Qui mi tocca metterle in lavastoviglie'. Boato di approvazione. Togliersi di dosso la polvere dei secoli di questo prestigioso luogo di insegnamento pubblico dell'arte, non è cosa da poco.

Per inciso. Con gli studenti abbiamo cominciato a salutarci con il gesto delle due dita del supereroe. La cosa è venuta da sé. Giovanna, una delle ragazze, ha disegnato la Prof. (io) in versione manga. Devono farne uno per l'esame, anche con il verso di lettura giusto, e deve trattarsi di un manga per adulti (seinen), non una cosa per adolescenti maschi (shonen) o per le femmine (shojo) solamente. Se possibile con una sceneggiatura nella quale appaia l'Accademia.

Mi sono vista, così, con i capelli en pétard d'ordinanza, addosso una cosetta striminzita e stilizzata, una deliziosa borsettina a bauletto, gli occhiali da intellettuale e l'indice e il medio della mano destra aperti. Passare da lì a ritualizzare le nostre relazioni è stato naturale. Non sto a descrivere la faccia della collega che mi ha dato il cambio (che dice di essere sempre molto contenta di fare lezione dopo di me in quell'aula perché trova pulita la cattedra, che io ho ripassato con l'alcool) di fronte a questa gente che, senza farci caso, si portava le dita alla fronte, le sollevava, diceva 'buongiorno', 'arrivederci' e usciva.
'Stiamo facendo dei manga', ho chiarito, salutandola con l'indice e il medio aperti.

Venerdì, al ritorno, ho incontrato alla stazione una mia ex studentessa. Abbiamo fatto il viaggio insieme, chiuse in uno scompartimento, in un'atmosfera che più girlie non si poteva, parlando di uomini e di amore.
Lei andava a Roma dal suo compagno per San Valentino. Era ben equipaggiata, come deve esserlo una signora: trolley di dimensioni considerevoli, beauty, borsa a mano di quelle modaiolissime piene di metallo, in una busta a parte anche la torta al cioccolato che aveva preparato per lui.
(Sulla torta cascava l'asino. Ho calcolato rapidamente quante ne avevo fatte in vita mia per un uomo. Una mano con relative dita mi è avanzata. Di botto ho capito il motivo delle mie relazioni difficili con il sesso opposto).

Abbiamo parlato di gusti maschili, delle loro reazioni in questa o quella situazione, di che cosa piace a un uomo (la signorina se ne intende). Abbiamo parlato di bagaglio, di come fosse impossibile averne di meno, di quanto fosse complessa la toletta e di quanto tempo occorresse per apparecchiarsi prima di uscire.  
Siamo state disturbate solo un paio di volte: dal solito venditore di calzini, salito a Formia e sceso a Latina (non abbiamo comprato niente); dal controllore, il quale ha imbastito con me un dialogo surreale, rispondendo alla mia domanda sul probabile orario di arrivo del treno che era partito con 24 minuti di ritardo (una cosa che si nota subito dei treni, è che non fanno mai cifra tonda).
Il galantuomo che, evidentemente, non ne poteva più nemmeno lui, mi ha detto che la mia domanda era stravagante, che l'avrei dovuta porre a un eventuale cartomante che si fosse eventualmente seduto nell'unico posto libero dal bagaglio che avevamo sparso sui sedili (io avevo borsa a tracolla, sacchetto dell'Accademia e cartella), che la via ferrata era cosparsa di incertezze, che tutto sarebbe potuto accadere, che le combinazioni probabilistiche con situazioni analoghe di altri treni rendevano il calcolo ancora più difficile.
E aveva tirato le tende e si era chiuso la porta alle spalle, dopo averci gettate in uno stato che non sapevamo se di ilarità da gita scolastica oppure di complicità fra femmine che conoscono bene gli uomini e sanno come trattarli (soprattutto la mia ex studentessa).

Alla stazione abbiamo trovato in attesa il destinatario della torta. Ho augurato loro buon festeggiamento. 
Baci e abbracci.

Il viaggio in compagnia mi ha fatto bene, ho imparato quattro bagatelle utili in amore, ho paragonato il mio bagaglio consueto con uno simile, ho visto che i miei tempi di toletta non sono poi così anormali.

La sera, a casa, sfogliando una rivista, apprendevo che Victoria Beckham è l'unica donna al mondo a passare 4 ore al giorno a prepararsi. 
Come diceva mia madre, che era una donna con tracce di saggezza alla quale io, però, prestavo per principio e per diverso carattere poco ascolto, è sempre bene guardare chi sta peggio di noi.

 

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127. Belle nuit & Nuit d'amour

Mi accorgo, con disappunto, che sto vivendo di 'se'.

Se i treni fossero più puliti. Se fossero più puntuali. Se andare a lavorare non fosse un'impresa titanica che esprime il suo titanismo, però, nelle sciocchezze: il sapone e la carta igienica, che sono sempre mancanti; la protezione dal freddo, precaria; la possibilità di sedersi in un posto pulito se non accogliente, remota.
Non ci vorrebbe molto, non stiamo parlando di rivoluzioni epocali; ma di fronte ai problemi strutturali, all'incapacità di far partire un convoglio in orario, alle attese eterne, stanche (oggi il treno che volevo prendere aveva 70 minuti di ritardo), al tempo buttato, all'inutilità di tanta fatica, ecco, mi prende lo sconforto.

E ancora.
Se la mia radio fosse ciò che è stata per anni. Quando mi dava, e in abbondanza, quello che chiedo a una radio: cultura, intrattenimento, educazione a tutto campo. Musica giusta al momento giusto.

Sentite questa.
Giovedì mi metto la sveglia alle 6. Non vi ho detto che è stato inaugurato un treno intermedio che, pur non dandomi la possibilità di prendermela con comodo, mi riporta in un alveo meno disumano di quello nel quale mi aveva infilata la sveglia alle 5.

Mi alzo, dunque, e vado in cucina a iniziare la giornata. Saluto i pesci rossi, accendo lo stereo.
Ritorno in camera da letto, do aria all'ambiente, guardo un cielo ancora nerissimo nel quale non vola nemmeno un uccello (ho scoperto voli mattutini di gabbiani e pappagalli selvatici, ma cominciano con la luce, cioè più tardi).
Dalla cucina sento arrivare una musica che adoro, ma non credo alle mie orecchie.
Aspetto un altro secondo, no, non mi sbaglio. E' la Barcarola.
Conoscete Les Contes d'Hoffmann di Jacques Offenbach? Secondo me ne sapete qualcosa.
Al terzo atto arriva, ve lo ricordo, una cosa dondolante, appunto come una barca, una ninnananna, due voci femminili, quella di Nicklausse e di Giulietta, che si uniscono e si sovrappongono in un testo che più morbido non si può: 'Belle nuit, ô nuit d'amour, Souris à nos ivresses! Nuit plus douce que le jour, ô belle nuit d'amour! Le temps fuit et sans retour Emporte nos tendresses, Loin de cet hereux séjour Le temps fuit sans retour. Zéphyrs embrasés, Versez-nous vos caresses, Zéphyrs embrasés Donnez-nous vos baisers! Versez-nous vos baisers! Ah!'

(Trovate la Barcarola nel video nell'interpretazione di queste deliziose ragazze, Irina e Cristina Iordachescu).

Vi faccio una traduzione, come dicono a Napoli, sciuè sciuè, cioè rapida e senza impegno: 'Notte bella, o notte d'amore, sorridi alle nostre ebbrezze! Notte più dolce del giorno, o bella notte d'amore! Il tempo fugge e senza ritorno Porta le nostre tenerezze, Lontano da questo soggiorno felice Il tempo fugge senza ritorno. Zefiri incendiati, versateci le vostre carezze, Zefiri incendiati Dateci i vostri baci! Versateci i vostri baci! Ah!'.

Ora, ditemi voi: vi sembra, questa, una musica da mandare alle 6 del mattino, con la lavastoviglie da vuotare, il bollitore da fare andare per l'acqua del tè, lo specchio nel quale guardarsi, cercando di vedere se la notte ha portato consiglio o se ha stropicciato la pelle, il biglietto della metro già pronto, la cartella davanti alla porta, il post-it con gli appunti mescolati 'Frutta, limoni, segreteria per conferma date esami'?
Qualcosa di strano, nella mia radio, che è stata la più bella del mondo, deve essere accaduto.  
Chi, che cosa ha provocato la lesione, chi, che cosa ha prodotto il danno che mette al mattino, sembra anche con qualche approvazione da parte degli ascoltatori, che mandano messaggini con su scritto 'Bello!', un dondolio sensualissimo e abbandonato, intriso di umori alterati, umido di baci, tutto notturno per vocazione, testo e effetto, buio come un incontro di cui non si conosce il destino, bisognoso, come lo sono queste cose, di avere una notte davanti per orientarsi, o per capire, almeno, la direzione del disorientamento?

Rileggetevi, vi prego, la puntata n° 103, Abbassa la tua radio (per favore), quella in cui mi lamentavo per la Messa di Natale poco dopo Ferragosto e per Summertime mandato, come una vendetta, il giorno di Natale.
Aggiungeteci, ora, la Barcarola notturna all'inizio di giornata.

Ma forse è colpa mia, che sto troppo dentro gli orari.

Mi viene da pensare che la Marilou di Angie David della puntata n° 85 Avvisi ai naviganti sia la destinataria di questa programmazione.
Tossicomane, 'intégralement décalée', vittima consenziente di un amore senza via di uscita, sensibile al lusso, ammalata di cinema e di letteratura, 'sexy, intelligente et gentille', chiusa in una solitudine e in una malinconia che la divorano e ne cesellano il ritratto, passa le notti al Mathis o al Baron, le boîtes più alla moda di Parigi, preparando per sé e per la gente che frequenta strisce di cocaina.
Rientra a casa, nel suo appartamento anni '30 che descrive in modo maniacale nei dettagli di arredamento e di atmosfera, alle 6 del mattino, si imbottisce di Lexomil e cerca di dormire.
Probabile che le piacerebbe, in quella sua incapacità di scendere a patti con la vita e nella paranoia lucida in cui è immersa, ascoltare la programmazione della mia radio.

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128. Mah

Allievi dell'Accademia Navale di Livorno in serata di gala (Novara, 2006). All'Accademia di Belle Arti mai vista tanta eleganza

Uomo casalingo con donna politico e striscione

Uomini casalinghi che avanzano tipo Quarto stato, Pellizza da Volpedo

Penso spesso che l'Accademia di Belle Arti dovrebbe mutuare da un'altra Accademia, quella Navale, una sua vecchia pubblicità. Essa diceva così: 'Vieni in Marina, sarai un tecnico, girerai il mondo'. Tolta la possibilità di diventare un tecnico, con l'Accademia di Belle Arti si gira, se non proprio il mondo, almeno l'Italia.

Se fate un lavoro stanziale, tutti i giorni la medesima minestra e i medesimi colleghi, sono sicura che provate una punta di invidia davanti a noi docenti di Accademia (di Belle Arti), con ben 22 sedi in regioni italiane diverse (isole comprese), nelle quali poter andare a girare.

In quella del primo dei miei giri, ragazza io, ragazzi i colleghi e ragazzi, ma loro sono rimasti tali, gli studenti, uno di questi ultimi si chiamava de Grazia. Era intelligente e ironico. La prova dell'ironia stava nel modo in cui si presentava, spesso storpiando da solo il proprio nome, prima che lo facessero gli altri, in Deo gratias o Disgrazia. La prova dell'intelligenza si aveva nella sua partecipazione a tutti i discorsi che facevamo e che spesso duravano, vista l'età, tutta la notte. 
Ebbene de Grazia era sempre presente, ascoltava con attenzione e poi interloquiva, ma lo faceva solo con due parole. La prima era 'Mah', la seconda era 'Glissons'. (Traduzione per chi non sa il francese e si lamenta del francese medesimo: 'Passiamo oltre').
Dimostrava, cioè, di fronte a ogni argomento (arte, estetica, cinema, letteratura, amore, faccende di orario, assegnazioni provvisorie, esami, seminari, libri spariti dalla biblioteca, pettegolezzi) un sovrano scetticismo, una volontà di lasciare perdere le cose che non valeva la pena trattenere, un suggerimento a non impastoiarsi con i fatti bassi e contingenti del mondo, quando i fatti si dimostravano tali.

de Grazia mi è tornato in mente in questi giorni leggendo dell'Associazione uomini casalinghi www.uominicasalinghi.it, incontrata sul Venerdì di Repubblica che ho comprato, come ormai sapete, solo per leggere la Posta del cuore.
Poi, siccome il treno tardava e si era bloccato dalle parti di Aversa, ho dato un'occhiata anche alle altre pagine, fra le tante a quella della rubrica 'domestica', curata da un signore che, a proposito dei lavori di casa, dichiara in modo originale di divertirsi a cucinare ma di non aver mai fatto una lavatrice in vita sua.
Ora vorrei che qualcuno mi spiegasse sulla base di quali titoli egli cura una riflessione settimanale su un argomento che, per sua stessa ammissione, non conosce. E non venitemi a dire che la rubrica è dedicata al design, all'arredo e ai saloni del mobile perché vi rispondo che non sono d'accordo. Domestica, in primo luogo, è l'economia, come ho già dimostrato nella puntata n°14 Estate, tempo di test (di ammissione).
Il tipo si commuove pure, e a nome di tutti i maschi, sulle donne, 'le nostre compagne che, dopo una giornata di lavoro, ascoltiamo caricare la lavastoviglie mentre noi facciamo i fighi su FaceBook'.
(Voi capite che il magazine di un giornale serio dovrebbe evitare di contenere frasi così. Parlo dei fighi, non del rumore che arriva dalla cucina, rassicurante e ampiamente visitato dalla letteratura).
Dopo la dichiarazione della propria inettitudine, la toppa viene messa con la notizia dell'Associazione dei casalinghi che vi ho detto, nata a Pietrasanta di Lucca e ricca già di 5.000 iscritti.

Il sito di tale Associazione sembra quello di un gruppo di casalinghe femmine, solo un po' più inesperto.
Le disquisizioni su che cosa cucinare rientrando dalle vacanze e avendo trovato il frigorifero con dentro solo 1 cipolla e 2 carote commuovono, come inteneriscono quelle sul test di paternità, sui pastai che hanno aumentato i prezzi tutti insieme facendo cartello, sulla necessità di proteggere l'infanzia e anche le uova, cioè tutti gli esseri fragili (questo l'ho dedotto dall'illustrazione che faceva vedere un uovo e parlava dell'infanzia). Ci sono anche guizzi di verve, come nella sezione dedicata a test condotti sulle lavatrici che, alludendo, credo, alla temperatura di lavaggio, si intitola 'Bucato a 360 gradi'. (Qualcuno dica a questi uomini che un bucato così non esiste in natura e tantomeno sui manuali di economia domestica).
Organizzano anche un Master in home management (perché un Master e non un corso equivalente alla scuola elementare? Sono già in grado di perfezionarsi?).

Avendo da sempre, come ho più volte ammesso, rapporti difficili con gli uomini (e ciò, probabilmente, solo per colpa mia, perché, come diceva mia madre, non sono mai contenta. Tanto meno degli uomini, mi pare chiaro), mi è passato per la mente di visionare la galleria dei casalinghi, per vedere se qualcuno di loro mi prendeva il cuore.
In quel caso avrei potuto agganciarlo via mail, irretirlo con la mia dialettica e poi metterlo alla prova. Invitarlo a cena fuori, per esempio, sedurlo con la scusa di mostrargli la mia raccolta di vetri colorati e poi vedere come lasciava la cucina, che avremmo utilizzato per consumare un drink, mangiare ancora qualcosa e scambiarci le prime confidenze.
Certo non mi preoccupava la distanza fra Roma e Pietrasanta di Lucca. Sono, come ho detto all'inizio, abituata a girare. 
La galleria dei casalinghi, però, mi ha gettata nello sconforto. Uno sorride con un matterello in una mano e un ferro da stiro nell'altra (accostamento surrealista); un altro ha il grembiule addosso e il ferro lo usa per stirare (accostamento dada, non vedo perché la stiratura, il lavoro domestico pulito per antonomasia, necessiti di protezione per i pantaloni); un gruppetto si fa ritrarre felice con al centro due bagnarole simbolo del bucato appena fatto, all'aperto, quindi, mi pare evidente, come si evince da un'altra immagine di loro alla pubblica fontana, senza l'aiuto di una lavatrice (accostamento mio personale: con l'arte povera. O con la povertà tout court).   

Ho anche trovato una foto con uno striscione, da una parte del quale è fotografata un noto politico conservatore, mentre all'altro capo sta il solito casalingo con grembiule. Sullo striscione, se non ho le traveggole, leggo: 'Il governo del mondo alle donne. Il rigoverno della casa ai maschi'.

Sono perplessa. Che effetto mi farebbe un uomo così in giro per casa?

Riuscirei a passare sopra l'odore dello stira e ammira e a quello del ragù che avrebbe addosso alla prova del nove della camera da letto (avete capito bene, non sto parlando della pulitura di questo ambiente)?
Sopporterei che avesse il mal di testa il sabato sera, che passasse una mezz'ora al giorno, e proprio quando io sono appena rientrata da una dura giornata di lavoro, al telefono con l'amico, anch'esso casalingo, facendosi dare consigli su come cucinare il pollo o lamentandosi di una macchia sul pavimento del balcone che non riesce a mandare via?
Sarei in grado di ascoltare i pettegolezzi sul condominio, le lamentele sullo stato delle scale, le rogne del bucato del casalingo di sopra che stende i panni scuri senza averli centrifugati, i dettagli della pianificazione che ha appena fatto delle pulizie di primavera?
Avrei il fegato di sostenere con lui una conversazione sulla necessità di: acquistare solo biologico, senza sapere dove andarlo a prendere; razionare i post-it, che uso a centinaia; spegnere le luci, che amo tenere accese perché mi danno il senso del calore e della festa, uscendo da una stanza; chiudere il rubinetto del lavandino mentre mi lavo i denti, l'orrore più totale; limitare l'uso degli elettrodomestici, secondo me fatti per farsi utilizzare. E tutto ciò per la salvezza del pianeta, come lui ha sentito dire in televisione?
Resisterei alla tentazione di strangolarlo di fronte all'ennesimo errore di cottura della pasta, all'arrosto venuto troppo secco, al vino che sa di tappo, all'insalata che si affloscia, all'assenza sulla tavola di uno dei miei piatti preferiti, ne cito uno a caso, che so, le polpette, che lui non cucina mai perché non ne ha il tempo, preso com'è dallo sfregamento degli angoli nascosti, dalla lucidatura dei vetri delle finestre, dal lavoro a maglia che fa nel corso della giornata per svagarsi, a suo dire, dalla ripetitività delle faccende domestiche e per dimostrarmi che è creativo?

Non so, fatemi riflettere. Per ora, davanti a questa ipotesi, quella dell'uomo casalingo, mi permetto anch'io di reagire come de Grazia (Deo gratias o Disgrazia): 'Mah'. O, meglio ancora: 'Glissons'. ('Passiamo oltre').


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129. Le figurine di Opera Soap, 2 (La spiona o La curiosa di Peter Fendi)

Peter Fendi, Die Lauscherin (Die Neugierige), 1833

Dipinto di autore che ancora non sappiamo fotografato a Roubaix da florizel

Ho una scatola di metallo con dentro delle cartoline che cito a lezione, soprattutto ai miei studenti, perché in altre situazioni, più adulte e formali, mi sembra che le cartoline c'entrino poco, sono una specie di giardino segreto, cose che prendo dove le trovo e che, a un certo punto e spesso, si costituiscono anche in serie o monografie.
Al momento, le scatole delle cartoline sono due, essendo la prima piena da un pezzo.
Sono in un armadio all'ingresso.

Oggi mi era venuta voglia di rivedere un'immagine del film di Godard Sauve Qui Peut (La Vie), che avevo messo da parte. Sono andata a prendere la scatola contrassegnata con il numero 1 e l'ho portata con qualche sforzo (è grande e pesante) sul tavolo della cucina e mi sono messa a cercare.
Prima di arrivare a Godard ho dovuto percorrere mezza scatola.
Alla fine sono rimaste fuori 2 cartoline.

L'altra, oltre a quella per la quale avevo fatto tutta la manovra, è la figurina che vi offro per la puntata odierna.
E' un dipinto di Peter Fendi (1796-1842) che ho visto a Vienna al Belvedere e che si intitola, traduco brutalmente, La spiona, ma che in realtà ha, nelle parole impiegate, il senso di chi origlia e di chi è curioso (credo che spiare sia una faccenda ben più seria).

La ragazza è una servetta, e non sta nella sua stanza, come si capisce dal magnifico cappello che compare sul tavolino sullo sfondo. Accanto al cappello ci sono un bacile, una bottiglia e una brocca di vetro accanto a una scatola.
Lei ha una crocchia di capelli con una ciocca che non ha finito di sistemare e che le scende su una spalla. Indossa un abitino leggero e ha il grembiule e, ai piedi, un paio di ciabattine. Scarpette chiuse, con dei nastri, stanno appoggiate a terra poco più in là, vicino al cesto della biancheria.

Un mazzo di chiavi è appeso a un chiodo piantato sullo stipite della porta.

Questa figurina sta dentro Opera Soap per via dello scopettone che è appoggiato in primo piano. A terra c'è anche la paletta per raccogliere la spazzatura. Lei, evidentemente, stava facendo le pulizie e si è fermata a origliare. 
Guarda dal buco della serratura, tutto il corpo arcuato nella fatica di capire che accade nella stanza accanto.
Cosa, questa, che noi non sapremo mai. Il bello di questo dipinto è anche che noi stiamo nella stanza con la ragazza però guardiamo lei che guarda e il gioco ci lascia fuori.

Facendo una rapida ricerca in internet per sapere di più di Peter Fendi ho trovato un blog che si chiama Le Divan Fumoir Bohémien e che è 'Placé sous le patronage du Prince Florizel de Bohème, héros de Stevenson' www.florizel.canalblog.compieno di cose interessanti.
In uno dei biglietti imbucati di recente florizel (noi dal blog capiamo che florizel di arte ne capisce e poi capiamo pure che florizel è femmina) mette insieme alla nostra spiona un'altra coppia di domestici che origliano, che ha fotografato al Musée La Piscine de Roubaix, uno dei tesori di Francia
http://www.roubaix-lapiscine.com/. Non ricorda il nome dell'autore, che speriamo di scoprire presto.

Dice però una di quelle cose piccole ma geniali che fanno la qualità di una pagina: che c'è quasi da credere che siano le immagini a spiare noi, non noi le immagini.

 

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130. Una vita da Supereroi

I Supereroi Manga del Corso di Storia dell'Arte Moderna 08-09 Accademia di Belle Arti di Napoli Foto Jacopo Naddeo

Jacopo Naddeo, My Life, vol. 1, 2009

Jacopo Naddeo, My Life, vol. 1, 2009

Roberta Ranisi, Decorazione, vive a Mercato San Severino. Giovanna Leo, Decorazione, a Battipaglia. Jacopo Naddeo, Scenografia, a San Mango Piemonte che sta in provincia di Salerno. I nomi suonano meno avventurosi di Portland o Seattle, anche se, dovete riconoscerlo, San Mango Piemonte ha in sé l'esotico e il decontestualizzato, perciò non è male. Da queste località i ragazzi si muovono con i mezzi che hanno a disposizione (pullman, treni regionali, talvolta una macchina) e vengono a Napoli in Accademia, dove ci incontriamo. Viaggiano parecchie ore al giorno, spesso in situazioni impossibili, i ritardi sono costanti, la sporcizia dei mezzi di trasporto è un argomento frequente di conversazione.

Eppure arrivano in eleganza.

Abbiamo fatto gli esami di conclusione del primo semestre e visionato i manga. Molti di essi erano bellissimi. 
Per prima cosa devo spiegare perché ho dato ai miei studenti un manga da fare insieme ai manuali e al corso monografico. Per dare l'occasione di costruire, soggetto, sceneggiatura, dialoghi, inquadrature e il resto, praticamente un film con mezzi alla portata di tutti. Mi aveva colpito leggere che tutti gli studenti delle scuole d'arte giapponesi facevano manga e mi chiedevo, al di là della tradizione nipponica (Hokusai è considerato il primo mangaka, cioè il primo autore di manga), perché da noi questa possibilità non fosse mai offerta.
Inoltre mi sembrava uno dei modi migliori per rendere la propria vita in immagini (su questo sono stata categorica: voglio dei soggetti riconoscibili e quotidiani nei quali, se possibile, entri l'Accademia di Belle Arti) narrativa, cioè avventurosa, pensata, offerta nella sua leggendarietà, raccontata a chi non la conosce nelle sue sfumature di bellezza e di forza.

I risultati sono stati superiori alle mie aspettative. Tavole pensate, lavorate a fondo, in cui già erano risolti alcuni problemi tecnici e di lavorazione. Tutto un mondo, il nostro, ridotto a due dimensioni in grazia diffusa, ironia, identificazione dei ruoli e dei caratteri: compariva spesso l'edificio dell'Accademia, c'erano i docenti, ciascuno di loro (di noi) descritto nelle sue fissazioni, c'erano i compagni, raccontati in testimonianze di stima e di amicizia, c'erano le vicende quotidiane, le lezioni, gli orari, la noia, i progetti, la speranza.
E c'era, questa è la cosa più importante, l'autoritratto di una generazione che con i cartoni animati manga è cresciuta e aveva interiorizzato delle cose che io nemmeno conoscevo: il segno che indica l'emozione, cioè la goccia, la tempia con la croce della preoccupazione; la resa grafica delle gambe che corrono; le bocche a triangolo; il segno vincente delle due dita, aperte o chiuse, del Supereroe. C'era, voglio dire, lo scambio del quale vado sempre in cerca: io chiedo una cosa e loro me ne danno una simile a quella richiesta ma diversa, nella quale la loro esperienza si fonde con la mia.

Eccoli, i Supereroi. Presenti in aula all'ora del pranzo, sempre carichi di zaini, cartelle e materiali, figli di un ordinamento scolastico indigente, aperti e disponibili, vessati dalle ore infinite degli spostamenti, accampati sulle scale per mancanza di altri spazi, caldi di un calore che si sente a pelle, protagonisti, si è visto benissimo, di un'esistenza mitica nella quale cercano risposte e offrono domande, spesso mi chiedo che cosa sarebbero questi ragazzi se fossero stati seguiti fin dall'inizio da una scuola in grado di crescerli più adeguatamente.

Loro, i Supereroi, con tutto un intreccio infinito di storie che vale la narrazione dei film nuovi che vengono dall'oriente (i miei prediletti).

I problemi di Roberta e di Giovanna, che hanno lavorato, e benissimo, insieme, alle prese con il Laboratorio di Plastica Ornamentale e le sue trappole, con il caffè dell'amatissimo Maestro di Decorazione, con il cartello 'La lezione è in corso, preghiamo di NON entrare. Grazie' che ho esposto io fuori dall'aula per evitare la continua migrazione e che ha scatenato in loro, che erano rimaste fuori, una serie di immagini di sconcerto, di esclusione, di incredulità e fantasia incontenibile che hanno dato vita al primo episodio del loro manga. Loro due rese perfettamente, le faccette a triangolo, tutti i dettagli dell'abbigliamento, la finezza degli atteggiamenti, il cellulare che diventa protagonista con il display che indica 'A: Giovanna. Direzione Aula Dioscuri', quella nella quale facciamo lezione.

La vita di Jacopo, risolta in un My Life che è il titolo dato alla sua opera, un manga completo, adulto, vendìbile da subito perché corredato anche di prezzo (€ 6,00), tavole pulite, nette, ironiche e astratte in cui il ragazzo di San Mango Piemonte espone concettualmente la sua esistenza: la macchina con su scritto MY CAR, la fermata dell'autobus indicata dal cartello BUS STOP, la polizia locale che, come in un film, dà la caccia ai writers da una macchina che espone la dicitura POLICE, la pioggia continua di quest'inverno ('Ovviamente piove', balloon che compare con frequenza costante tanto da divenire un mantra), la sua mostra fotografica a Salerno con tutte le grane amministrative locali, i carri di Carnevale, le lezioni di Storia dell'arte nell'aula una delle cui porte viene segnalata come NARNIA perché da lì entrano magicamente le compagne che arrivano da Decorazione come nel film citato entrano le favole dalle ante di un armadio; i leoni dell'Accademia ritratti con un'espressione comica che non avevo mai visto e che è ormai incollata alle due statue, grosse e retoriche, dell'ingresso.

Gli esami sono stati un momento (una giornata) di progetto.
Andiamo avanti, vediamo che altro esce fuori. Raffiniamo la tecnica, rivediamo i dettagli, insistiamo nella pulizia di un resa grafica che è già diventata un tratto stilistico e una cifra d'autore, cominciamo a pensare a una diffusione, montiamo un blog, raccontiamo al mondo quanto può essere meravigliosa, pur fra i ritardi dei treni, l'incombenza della provincia meridionale, i disastri dell'Università d'Italia, il peso degli zaini, l'ingombro delle cartelle e degli ombrelli (Ovviamente piove), la sporcizia che ci perseguita dappertutto, la vita del Supereroe.  

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131. Dirty Money

Anche il Principe Antonio De Curtis, in arte Totò, fuma in treno (1951)

Venuta finalmente a conoscenza ieri dell'ammontare delle multe per chi fuma in treno e per chi insudicia i sedili.

Nell'ordine: € 2,33 per la sigaretta; € 7,66 per lo sporco.
(Siccome sono una donna di lettere, il pensiero mi è andato a Jules e Jim, a quando loro vanno al mare con Kathe e fumano sigarette leggere in un treno sul quale è proibito fumare. Passa il controllore e loro pagano la multa, che è, anche lì, irrisoria e si accendono un'altra sigaretta. Lo fanno, però, in modo elegante e letterario).

Mi raccontava ieri il controllore 501 del mio treno che da noi è solo iattanza, che spesso i trasgressori si rifiutano di pagare obbligandolo a un verbale che non avrà nessun effetto e che, quando, di rado, pagano, gli chiedono pure il centesimo di resto.

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132. Ode ai pesci rossi

L. L. Boilly, A Girl at a Window, 1799

John Everett Millais, Leisure Hours, 1864

Paul Klee, Pesce rosso, 1925

Un marito avrebbe divorziato.

Un figlio si sarebbe già destinato a 30 anni di psicoanalisi (sempre meno dei 35 anni dichiarati nemmeno troppo di recente da Gérard Depardieu. Probabile che nel frattempo se ne siano aggiunti altri). Un amico avrebbe smesso di telefonare e avrebbe detto 'Quando ti va, fatti sentire'. Una sorella si sarebbe preoccupata. Un cane avrebbe intrapreso una campagna di protesta a base di danni in casa. Un gatto avrebbe sovranamente dimostrato il suo disappunto dimenticando l'ubicazione della lettiera.

Loro no. Loro incassano. Eleganti, fluidi per forza di cose, sempre presenti, Manga e Winter Red sopportano la mia distrazione e la mia latitanza. Ci sono. Si fanno notare a modo loro: in posizione verticale all'ora di colazione, in danze intrecciate quando rientro, grati perchè comunque ceno al tavolo che li ospita (per motivi non del tutto legati alla loro presenza. Diciamo meglio: anche in cucina c'è lo stereo e da lì sento meglio. Con le candele accese l'atmosfera è anche romantica). Loro non protestano. Anzi: aspettano.
Sapete, quel destino tipicamente femminile (anche se loro, ci metterei la mano sul fuoco, sono due maschi. Non chiedetemi perché, non so rispondere. E', la mia, una scelta di genere per la compagnia) che condividono Penelope, Madama Butterfly e pure la Solveig di Grieg. 

Le donne, preferibilmente, aspettano.

Adesso ditemi voi, al di là della prima reazione, quella che affiora sulla pelle e che va, per contratto e saggezza, messa da parte, se c'è un modo migliore di impiegare il tempo. Sì, perché mi sono resa conto che l'unica cosa che accomuna veramente gli esseri umani, ma veramente tutti, è lo svegliarsi ciascuno di noi alla sua ora (c'è chi è mattiniero e chi detesta la vita che esiste prima delle 11).

(Scrivo questa puntata di Opera Soap con, come colonna sonora, il rumore dei fuochi d'artificio della festa del quartiere. Mi sono affacciata. Non vedo niente se non bagliori. Forse che i fuochi, come i sentimenti, dovrebbero esplodere più in alto per farsi vedere da tutti, anche al di là dei palazzi?).

Ma torniamo a noi. Anche se non ci eravamo allontanati di troppo.

Allora. Ci svegliamo tutti, prima o poi, e dobbiamo decidere come passare il tempo.
C'è chi lo fa dichiarando guerre, chi occupandosi di Fisica nucleare, chi scrivendo il romanzo dell'anno, chi assistendo qualcuno che muore, chi nettando i gabinetti. 
Le donne, molto spesso, aspettano. E aspettare è un'occupazione seria che riempie la giornata di desideri e di ricordi, uno (una) sta lì e si concentra, dice: 'Scrivimi. Scrivimi. Scrivimi. Telefonami. Mandami un sms.'.
I pesci rossi aspettano e, ne sono sicura, pensano: 'Torna, chiamaci per nome come piace a noi. Dacci da mangiare'.
Che pazienza. Che capacità di trarre dal loro tempo il meglio.
L'attesa, sempre vibratile, ansiosa, piena di speranza, è ciò di cui tutti abbiamo voglia. Aspettare qualcuno che non si sa se viene, che casomai si è scordato di noi ma che, comunque, riempie il nostro tempo, telefonate in ritardo anche di anni, discorsi che si sono ripassati nella mente mille volte, scenari che vivono davanti a noi come realtà esistenti, uno (una) sta lì alla finestra e guarda se qualcuno arriva.

Anche se trascuro di cambiare loro l'acqua e li lascio, così, in una nebbia di sporcizia che li rende meno lucenti, per la quale poi mi scuso con mille moine, strofinate di spugna per acquari e tentativi di spiegazione, anche se non li guardo per giornate intere, non li colmo di attenzioni come meriterebbero per l'eleganza e la fedeltà che mi dimostrano, loro ci sono.

Nemmeno amici, parliamoci chiaro, con i pesci rossi l'amicizia non è possibile.
Forse complici: della vita che va a rotta di collo, di un amore che divora e non lascia spazio al resto, di impegni inderogabili, di una pletora di progetti.

I pesci rossi (lo sapeva bene Matisse e lo sanno tutti gli altri artisti che li frequentano) ci stanno.

Comunque, dovunque, forse a causa della vasca nella quale stanno messi, forse per vocazione, forse per capacità di esprimere emozioni nel silenzio, forse perché nessuno sporco li tocca: flessuosi, leggiadri, concentrati in giochi di pinne che si sovrappongono e danzano, intoccabili nel loro appartenere a un altro elemento.

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133. Ccn (copia conoscenza nascosta)

Olio Fratelli Mantova (non sono riuscita a scaricare lo stick monodose)

Alitalia

Bensimon

'La copia conoscenza nascosta (Ccn), detta anche copia carbone nascosta, traduzione dell'inglese blind carbon copy (Bcc), è un'intestazione dei messaggi di posta elettronica. I destinatari specificati nel campo Ccn ricevono una copia del messaggio inviato, come quelli specificati nel campo copia conoscenza (Cc), ma il loro indirizzo viene nascosto agli altri destinatari del messaggio (inclusi altri destinatari in Ccn)'. (da Wikipedia, ovviamente).

Gentile Compagnia Alimentare Italiana spa con sede a Ponte Tapino, Broccostella, FR, Italia, vi segnalo un problema secondo me grave insito nella vostra produzione. Ve lo avrei segnalato anche direttamente, ma il vostro sito www.alimentareitaliana.it non mi funziona del tutto, nel senso che se clicco su 'contatti' i contatti non escono e un sacco di altre cosette che non vi sto a dire.

Per farla breve. Sono una persona civilizzata e evito di discutere in pubblico. Soprattutto se il mio interlocutore è in buona fede totale, per cui, a stringere, non ha nessuna colpa di essersi comportato male nei miei confronti.
Dunque.
Ieri ero su un volo Alitalia che rientrava a Roma da San Pietroburgo.
Per inciso, lì ho potuto notare che gli assistenti di volo della nostra compagnia di bandiera si sono fatti più gentili, non ti guardano con aria di sufficienza se chiedi loro un bicchiere di acqua supplementare e nemmeno te lo tirano addosso come prima capitava di frequente. Che si siano presi uno spavento che li ha fatti riflettere su quanto sono caduche le cose umane? 

Ma torniamo a noi. Un'assistente di volo, dunque, del nuovo corso Alitalia è passata ieri con graziosi vassoietti che contenevano 'una cena'.
Noto, per inciso, che Alitalia usa il medesimo stile di Da Ponte che fa cantare a Don Giovanni nell'opera più bella del mondo 'Leporello, un'altra cena fa' che subito si porti!'. Per tutti loro le cene sono precedute da articolo indeterminativo che, secondo la mia grammatica (Dardano-Trifone, Zanichelli), 'indica una cosa generica, indefinita, che si considera come non ancora nota'. Ora, io capisco che Don Giovanni possa non sapere che cosa bolle in pentola, ma che non lo sappiano a bordo mi pare strano.
Questo, però, spiegherebbe parecchie cose.
Nei vassoietti di cui sto parlando c'era il consueto affollamento di vaschette e vaschettine, 2 bustine con il tovagliolo, sempre di formato lillipuziano, lo zucchero, le posatine di Barbie, un amaretto di Sassello, altro segnale che mi è sembrato positivo. Adoro gli amaretti di sassello, soprattutto quando sono confezionati con le carte colorate con le frange (ma non era il caso di quello di ieri, avvolto in un semplice cellophane).
E poi c'era l'oggetto della mia lettera, lo stick, come dicono i Francesi, di olio extra vergine di oliva Italian Golden dei Fratelli Mantova since 1905, Product of Italy, A Taste of Fresh Olive, 15 ml, confezione non vendibile singolarmente. (Cosa da cui deduco che Alitalia ne ha comprati parecchi).
Ero seduta, come sempre cerco di fare, indietro sul corridoio. Chiedo questo posto perchè lo preferisco, sto esterna, vicino alle tolette, lontana dalle uscite di sicurezza che non mi piacciono perché non posso tenere a terra, sia pure sotto il sedile, le mie borse da viaggio piene di generi di conforto (libri, riviste e, siccome sono una donna lungimirante, un'altra cena alternativa rispetto a quella che mi offrono a bordo, di solito immangiabile).

Alla mia destra viaggiava un signore ciccione e con la pancia.

Io, prudentemente, mi ero portata anche altri tovaglioli di carta, procedevo nel mio pasto con circospezione, evitando di infilzare il pomodoretto e avendo già deciso di mangiarlo senza dressing.
Il ciccione no.
Lui voleva l'olio sulla sua insalata.
Non stavo guardando per cui posso solo immaginare come si sono svolti i fatti. Ha mirato alla linea tratteggiata che recava la scritta 'Apri qua (c'era anche l'accento= quà); Open Here' e ha tirato.
A quel punto un fiotto caldo, molle, quasi violento ha investito la mia gamba destra. Che indossava sotto allo strato di tovaglioli di carta un magnifico pantalone Bensimon Kasia dark blue taglia 38, alla sua prima stagione, chiarisco, invernale. A San Pietroburgo faceva freddo e eravamo pure andati in barca.

Il ciccione ha visto subito che cosa aveva combinato e si è mortificato moltissimo, ha preso i tovaglioli che stava usando, probabilmente sporchi, e si è precipitato a tamponarmi la coscia, mettendomi le mani fino sotto al sedere perché anche la poltrona era piena di olio. Ha strusciato, chiesto scusa, quasi l'ho dovuto consolare.
Mi sono controllata fino in fondo, gli ho detto meglio l'olio che il vino rosso, gli ho riassunto le virtù della mia lavanderia, che sta dall'altra parte di Roma e che, per questo, è la migliore di tutte.
Eravamo incastrati, lui più di me per via della pancia, fra il tavolinetto e lo schienale del sedile anteriore, i vassoietti in bilico, l'aereo ballava, bicchieri ancora pieni oscillavano paurosamente e l'assistente di volo stava pure passando con il caffè, altro liquido dallo sporco indelebile.
Ho sopportato stoicamente, nemmeno mi sono guardata, mi sono detta meglio i pantaloni che il giubbino Burberry, meglio questi Bensimon qua che quelli estivi che stanno in valigia, identici, solo più leggeri e inaugurati da 20 giorni, meglio una catastrofe di extra vergine che di aereo, meglio un pantalone buttato che una malattia, fosse pure, anzi, non sia mai, del ciccione con la pancia.  
Quando hanno sbarazzato i tavoli ho potuto constatare i danni, una cosa di dimensioni mostruose, sospetto che almeno i 2/3 dei 15 ml siano finiti addosso a me invece che sull'insalata.

Rientrando a casa, subito dopo aver salutato i pesci rossi e ancor prima di accendere il computer per vedere la posta, ho cosparso di detersivo liquido per delicati la macchia, ho rivoltato i pantaloni (inside outside) e ho mandato un lavaggio a 30°. Un primo tentativo. Da bagnati non si vedeva niente. Ho disfatto il bagaglio, fatto la doccia, sono andata a dormire piena di speranza.
Ma stamattina, con la luce del sole, la speranza si è dissolta. I miei pantaloni avevano ancora l'impronta dell'oltraggio. Mezzi asciutti ma senza alcuna ombra di dubbio.
Li porterò in lavanderia, il titolare, cui ho telefonato appena è stato possibile, mi ha detto che a secco il grasso dovrebbe scomparire. Dovrebbe.

Ma ho una domanda da farvi. Vi vantate sul vostro sito, tutto in inglese, della qualità dei vostri prodotti e delle innovazioni tecniche da voi introdotte. Lo stick monodose rientra fra quelli e queste. Scrivete anche che ''Any of our product has to have that 'inusual' touch' that make them irresistable' (se ci sono imprecisioni della lingua inglese, chiarisco che sono loro e non sono io). E allora: avete considerato la mira del viaggiatore? Che, in uno spazio costretto e casomai con l'ingombro della pancia, tira a caso dove voi dite di tirare, tiene in poco conto le umane imperfezioni e in nessuno quelle tecniche, tira e colpisce, grazie al tocco poco usuale, quello che lo schizzo incontra sulla sua traiettoria. Nel caso occorso ieri, il mio Bensimon della collezione invernale 2008-2009.

Mi riservo di ricontattarvi dopo la lavanderia. Nel caso la macchia si rivelasse indelebile e io fossi impedita dall'indossare, con rispetto della decenza, il mio pantalone al di là delle mura domestiche, mi riservo di compiere ulteriori passi che avrebbero lo scopo di farvi riflettere, voi e la nostra compagnia di bandiera, sulla necessità di sperimentare le nuove soluzioni tecnologiche prima di metterle in mano, e sulla coscia, dei clienti e dei viaggiatori.

Grazie.

 

 

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134. ...e con le scarpe mie più belle (salgo fino al paradiso delle stelle)

Church's Ladies Collection

Lustrascarpe

Cenerentola e la sua scarpa più bella

C'è una cosa che invidio agli uomini.
No, non si tratta di ciò che vi è venuto subito in mente, anche se non deve essere del tutto molesto avere addosso un periscopio che ti dice senza fallo se una cosa ti piace oppure no. Per le donne è tutto più complicato, sfumato, da interpretare, bisogna far finta di pensarci su, prendere tempo, starsene a fondo campo mentre l'azione prende forma altrove.

Agli uomini invidio le scarpe con i lacci.

Adoro le scarpe stringate, che piacciono evidentemente anche a Rirkrit Tiravanija (artista. Appena ci vediamo vi dico come si pronuncia) che, in quella cosa deliziosa che è stata Celebration Park di Pierre Huyghe (un insieme di manifesti di identico formato sui quali altri artisti proponevano ciascuno di dedicare una giornata alla celebrazione di qualcosa: il silenzio; l'intelligenza animale; lo spreco del tempo; la nascita dell'arte. L'ho visto alla Tate Modern nell'estate del 2006), suggeriva: 'Celebrate the Shoe Lace' e ci diceva che i lacci erano stati inventati da Harvey Kennedy il 27 marzo del 1790, indicava quella data sul calendario e proponeva di festeggiarla allacciandoci le scarpe tutti insieme e marciando in solidarietà.
(Considero l'apprendimento del metodo di come farsi i lacci una delle tappe fondamentali dell'età adulta. Carcererei volentieri e senza ripensamenti l'inventore del velcro, che ha inteso eliminare dal mondo alcune delle sue cose più belle: i bottoni, le fibbie, i ganci, i lacci).

A questo tipo di festa avrei l'attrezzatura e i titoli per partecipare: ho, infatti, una scarpiera piena di scarpe con i lacci, contrariamente a quasi tutte le altre femmine che stanno sulla faccia della terra che prediligono calzature impossibili, di struttura improbabile, disegnate da uomini che si guardano bene dall'indossare cose così demenziali.

Trovare belle scarpe con i lacci è, per una donna, una cosa difficilissima, si rischia sempre lo sportivo da turista americana, l'allure da escursionista, il look infermieristico o monacale, l'ortopedico. Mi dedico alla ricerca delle mie scarpe con metodo e scienza, faccio domande, guardo fumetti, riviste, metto da parte fotografie, ci perdo tempo.
Vado orgogliosa di 2 paia di Church's, uno nero, liscio, quattrostagioni, l'altro, estivo, in nappa bianca.
Per produrre un paio di Church's ci vogliono dalle 8 alle 10 settimane, tutto il lavoro viene fatto a mano nella fabbrica storica di Northampton, ogni dettaglio è curato attentamente e anche la distribuzione è all'altezza: un mondo molto maschile, solido, scandito da rituali, le forme in legno, le spazzole, le creme, il lustrascarpe.

Ecco, il lustrascarpe. Ne vedo ancora qualcuno a Napoli, a Roma sono, invece, rari. 
Il nome che gira nel negozio Church's di via dei Condotti è quello di Cannolicchio, a via Basento.
Impossibile avere il civico preciso (me l'hanno dato sbagliato), il telefono non esiste, gli orari sono aleatori, figuriamoci se sta in internet.
Ci sono andata un pomeriggio di un mese fa. In un sacchetto avevo le mie scarpe bianche. L'ho trovato facilmente, lo conoscono tutti.
Sono entrata, ho chiesto 'E' lei?'. 'Così dicono', mi ha risposto. Aristocratico.
Prima ripassata: le scarpe bianche non si trasportano nella plastica, non respirano. Mi ha chiesto come le volevo. Non ho saputo rispondere. Abbiamo stabilito insieme: pulite. Ha cercato di togliere i lacci, che terminavano in deliziose nappine. Ha deciso di passarci sotto. Ha preso un cerotto, lo ha applicato sulla suola, ci ha scritto il mio numero di cellulare e mi ha congedata.
'Quando?'.
Quando sarà possibile, tutti vogliono avere le scarpe in ordine.
Poi gli è scappata la storia del Maestro, del fondatore che stava a via della Croce con il banchetto. C'erano pure le foto.

Nella botteguccia piccola e profumata di lucido c'erano impilate centinaia di scarpe, un uomo grande e grosso era seduto su uno sgabello e lustrava: tranquillo, senza fretta, sospeso in un tempo con un senso (il tempo mio è immerso nell'insensatezza).

Sono passati parecchi giorni, diciamo un paio di settimane. Una sera, fuori orario, mi arriva una chiamata da un cellulare, con un numero che mi sono affrettata a salvare in memoria. Erano mie le Church's bianche? Sì, certo, erano pronte? Manco per niente. Andavano in quel momento in lavorazione.

Passano altri dieci giorni, cominciavo a preoccuparmi. Ho telefonato. Era fatta. Mi sono precipitata.
Tutti uomini, un cliente seduto sulla poltroncina come un re sul trono.
Il Maestro ha aperto davanti ai miei occhi un pacchetto di carta velina. Eccole.
Il cliente mi ha fatto i complimenti. Io li ho fatti a lui. (Anche lui aveva scarpe con i lacci).
Ho pagato una cifra di tutto rispetto.

Il pensiero è volato a tutte le facoltà di tutte le scienze: delle comunicazioni, umanistiche e pure dell'architettura, per non parlare di quelle storiche, psicologiche, dei servizi giuridici, dell'educazione degli adulti e della pedagogia (l'elenco è stato messo insieme scorrendo la Guida all'Università Lazio 2009-2010. Ormai non si scappa: sono tutte scienze).

D'accordo, pulire le scarpe è un lavoro sporco, ma lo sporco e il pulito non mi sembrano criteri vincolanti nelle scelte esistenziali: si sporca pure il meccanico, che credo se la goda da morire a tenere le mani immerse nel grasso dei motori, ascoltandone la voce e cercando la nota falsa; per non parlare dello stato in cui sono a fine partita i calciatori; oppure gli alpinisti quando arrivano in cima; e i direttori d'orchestra, madidi di sudore, alla conclusione del concerto; oppure i pittori quando dipingono; e, sia detto per inciso e per tutto il resto, gli amanti dopo che hanno fatto l'amore.

Insomma, a lustrare scarpe, di questi tempi, ci si potrebbe guadagnare.
Riflettano su questa cosa, così intimamente rivoluzionaria e alternativa, tutti gli studenti in cerca di se stessi e di una facoltà nella quale andare a collocarsi.
Le scarpe sono una cosa seria. Per esempio, lo ha imparato Primo Levi che, all'uscita dal campo di concentramento, si è gettato sul pane e si è sentito dare del cretino dal greco, che, invece, si è gettato sulle scarpe. Se hai le scarpe il pane puoi procurartelo. Non viceversa.   

E lustrare le scarpe, cioè il mezzo per procurarsi il pane, può diventare il sistema per tenere in mano il mondo: si dice al cliente di aspettare, di ripassare la settimana entrante, se sarà possibile troverà le sue calzature pronte.
Come nuove, rifinite nei dettagli, fatte oggetto di ogni amorosa cura.
Se poi sono con i lacci, ancora più belle.

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135. Tempus fugit

Tempus fugit

Auguste Rodin, Le Baiser, 1889

Pierre Bonnard, Le cabinet de toilette, 1932

Apprendo dal numero di giugno 2009 di 'Philosophie Magazine' (per la precisione dalla rubrica Revue de presse) che il sociologo Richard Sennet sostiene quanto segue: 'L'abilità dell'artigiano, la sua conoscenza del mestiere si fondano su una disciplina la cui essenza è molto semplice, che attraverso la pratica ripetuta, si migliora. E' decisamente evidente nello sport'. Poi attacca a parlare della nuova economia. Gli risponde (e lo vengo a sapere dalla medesima fonte) Peter Sloterdijk, filosofo, che dice che Sonnet va contro lo Zeitgeist quando ricorda che per fare un artigiano o un musicista passabile (una parola che mi piace poco) occorre un minimo di 10.000 ore di pratica. I due si confrontano sul tema del lavoro e del mestiere, oggi spesso ridotto a un bottone da schiacciare. Non ho niente contro i bottoni e adoro fare clic con il mio computer, di cui apprezzo grandemente l'intelligenza, con cui mi sento in armonia.

Seguitemi nel calcolo. Divido 10.000 ore di pratica per 8 quotidiane, che mi sembrano anche troppe, per esempio per un pianista. Ottengo 1.250 giorni di studio e di apprendimento. Se divido questa cifra per il numero di giorni che ci sono in un anno non bisestile, 365, ottengo un 3,42 e rotti, il che significa che ci vogliono almeno, sottolineo almeno, 3 anni e 0,42 mesi, e pure senza un giorno di vacanza, per dotare qualcuno di un mestiere.
Scrivo questa puntata di Opera Soap mentre la radio trasmette da Lugano un concerto di Martha Argerich.
Spero che nessuno mi venga a dire che in poco più di 3 anni una musicista così è fatta.
Forse la shampista del mio parrucchiere, perché già uno che passa il colore ha bisogno di più pratica.   

La mia colf impiega un po' più di 1 ora di orologio, 2 volte a settimana, per pulire il mio studio. Si arrampica tutti i martedì e i venerdì sulla scala, la vedo che infila il piumino e poi, appena possibile per via dell'altezza, il ficcanaso dell'aspirapolvere fra i miei libri, sposta tutte le scatole di diapositive (sono centinaia), mette all'ingresso i 3 carrelli da lavoro, ciascuno con il suo materiale, accarezza le carte con lo straccio, aleggia sulla mia scrivania, una delle cose di cui sono più gelosa al mondo, con delicatezza, pulisce e non sposta: astucci, evidenziatori, appunti, fascicoli, ritagli di riviste, cartelle, post-it, penne, pennarelli e matite, tastiera, schermo piatto, mouse, tappetino, casse (sulle quali è piantata una brochure con Il bacio di Rodin e la scritta Do you love Art? Che razza di domanda), lampada di design storico, gallinella regalata da una studentessa (che ci aveva fatto un segnalino per un Gioco dell'Oca d'arte), buste, fotografie, mail che più private non si può e mi chiede pure se può portare in cucina il bicchiere che, ogni tanto, abbandono, la sera, vuoto, da una parte.

Come si fa a calcolare il tempo? Quanto impiego a prepararmi una lezione o una conferenza? Le ore che passo sul treno sono ore di lavoro? Le 3 settimane trascorse su Cézanne, prima di affrontarlo in aula, sono poche o tante? Quante ore suonava Glenn Gould al giorno? Le considerava esercizio, studio o piacere allo stato puro? (A giudicare dai 2 film che ho su di lui e dalle rare interviste, la risposta giusta è la seconda).
Quanto tempo ci vuole per pulire, accuratamente, una casa?
E' vero, come sostiene il filosofo Sloterdijk, che 'la gente, oggi, pensa che imparare in qualche minuto a servirsi dei bottoni principali è un diritto'?

E ancora: che cosa facciamo di noi stessi e del fluire del nostro tempo?
Lo teniamo abbastanza in conto, lo gestiamo nel migliore dei modi, lo sprechiamo, consideriamo il tempo della toletta superfluo e quello della produzione santo? O viceversa?

Sera quasi d'estate piena con le finestre aperte dalle quali entra, dopo una giornata afosa, una bava d'aria.
Musica dalla radio.
Tempo sospeso, sporco, pulito, insaponato, costretto, eterno, che non passa mai e che mai è sufficiente.

Artisti che si occupano del tempo: Bonnard per primo, come sempre raccontiamo, l'equivalente di Bergson.
Futuristi, Cubisti, il tempo di Rembrandt nella sua casa di magnificenza prima della caduta, quello di Velázquez a corte, quello trascorso in solitudine da Vincent, quello serrato e produttivo di Rubens, che si svegliava tutti i giorni alle 4 del mattino, quello di Dürer, che sperava di averne dal suo Signore abbastanza per dimostrare il suo talento. 

Tempo nostro, moderno, spezzato, affogato nell'insensatezza, cui cerchiamo, disperatamente, di dare un ritmo, un metodo, uno scopo, un progetto.

 

 

                                                      

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136. Quando è troppo...

Scuola

Università di Roma La Sapienza su francobollo da € 0,41, scarsamente utilizzabile

Caravaggio, Conversione di San Paolo, 1600-1601

Ho fatto tutte le scuole pubbliche: asilo, elementari, medie, ginnasio e liceo classico. Gli edifici nei quali stavo mi sono sempre sembrati abbastanza dignitosi ma non signorili, in aula faceva freddo d'inverno, la professoressa con il cappotto sulle spalle era una consuetudine.
I bagni mi pare che avessero il sapone, ma non ci scommetterei.
In quelli del liceo andavamo a fumare di nascosto durante l'intervallo. Amicizie e tresche amorose nascevano nei corridoi poco eccitanti.

Ho fatto Lettere all'Università La Sapienza, l'edificio era disadorno, nell'aula di Storia dell'Arte c'erano solo 3 file di banchi con le lucette per prendere appunti; se arrivavi tardi, ti prendevi la sedia e il lumino cimiteriale te lo dovevi portare da casa. Non sapevi dove sederti a fare due chiacchiere. Passò alla nostra storia minimale la proposta di una compagna che, in buona fede, disse un giorno di andarci a sdraiare un po' al Verano dopo che eravamo andati a mensa. Per i non romani, ricordo che il Verano è il camposanto che sorge vicino alla Città Universitaria.

Ho fatto la Scuola di Perfezionamento di Storia dell'Arte in un'Università più piccola, dove in Segreteria mi chiamavano per nome costringendomi a voltarmi per vedere se c'era qualcun altro dietro di me perché non ero abituata a un contatto così intimo e personale. Anche lì le aule erano miserelle.

Non mi sono mai lamentata, io che mi lamento di tutto, dell'ambiente.
La mia maestra delle elementari, la professoressa di storia e geografia delle medie, quella del ginnasio, i professori di italiano e latino e di greco del liceo, il grandissimo docente di Storia dell'Arte dell'Università (cui devo la mia vocazione. Entrai in aula per seguire, come si faceva regolarmente, un corso che sembrava opportuno inserire nel piano di studi e ne uscii che avevo trovato, come Saulo sulla via di Damasco, la mia strada. Sarei stata storico dell'arte o non sarei stata. E' andata come doveva andare perché alle vocazioni, come al cuore, non si comanda) erano capaci di trasformare in luce la relativa mestizia dei luoghi, di trasportarmi lontano, di trasfigurare solo con la forza della parola le quattro mura fra le quali stavamo chiusi.

Il pulito era relativo, pure in Accademia sono nota perché mi pulisco la cattedra con l'alcool prima di appoggiarci le mie cose, come mi ha detto una collega fare lezione dopo di me è un piacere perché si trova un metro quadro di spazio nettato.
Quando sono andata a fare un corso breve estivo alla Central Saint Martins School di Londra, una delle più importanti scuole d'arte del mondo, ho provato un brivido beffardo nel constatare che il mio posto, il giorno dopo, era tale e quale a come lo avevo lasciato il giorno prima, con residui di gomma da cancellare che non ero riuscita a togliere perché non giro normalmente con lo straccio da spolvero in tasca. E avevo capito subito che se non mi portavo il sapone dall'albergo, le mani non me le potevo lavare a fondo.

Ho sempre frequentato tutti i luoghi citati volentieri, andare a scuola, studiare mi è sempre piaciuto, nessuno ha mai dovuto allettarmi con promesse lusinghiere, al di là di quello che accadeva fra me e il docente in un rapporto personalissimo e esclusivo alla faccia della presenza di altri, c'era ben poco da blandire.

Mi ha intristita oltre ogni limite leggere sulla Guida all'Università 2009-2010 quello che trascrivo per voi senza omettere nulla e senza modificare nemmeno una virgola:
Lettere e Filosofia www.lettere.uniroma2.it Certificata uni en iso 9001-2000 reg. 4960. In un edificio moderno e funzionale, immerso nel verde, la Facoltà di Lettere e Filosofia offre un'ampia scelta di percorsi formativi che, senza rinunciare alle tradizioni umanistiche, abbraccia anche nuove tendenze culturali e professionali.

Tutto qui? E' questo l'appeal della Facoltà dove si studiano le cose più belle del mondo? Il medesimo di un complesso residenziale di quelli dove si vendono appartamenti che hanno già montati il portoncino blindato e la vasca con l'idromassaggio, qualche alberello sdutto intorno a simulare il verde, situazioni che più periferizzate non si potrebbe. Nella modernità e nella funzionalità dell'edificio vengono offerti percorsi formativi come sentieri escursionistici in Alto Adige, vicini al cuore della tradizione ma comunque trendy.
Peccato che non siano stati vantati anche la qualità dei servizi igienici e i turni di pulizia che, come nel residence al mare, insieme al letto in più con sovrapprezzo giornaliero, l'aria condizionata anch'essa a pagamento, l'elettricità, il gas e l'acqua, aggiungendo anche il cambio della biancheria settimanale, danno senso all'esclusiva esperienza.

 

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137. ...è troppo

Mario Merola, Zappatore

Robert Filliou, La Joconde est dans les escaliers, 1968

Ancora dalla Guida all'Università 2009-2010. C'è un'intervista molto articolata rivolta al Rettore dell'Università degli Studi Roma Tre.
A un certo punto arriva 'la' domanda: 'Si è parlato di disinteresse delle nuove generazioni nei confronti della cultura. Qual è la controproposta dell'Ateneo per coinvolgere gli studenti?'
La risposta ce l'ho io: mandate le nuove generazioni a zappare la terra. O, in alternativa, a nettare, con secchio, straccio e scopettone, le carrozze di Trenitalia. Ce n'è tanto bisogno. inizio
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138. Solo chi cade può risorgere

Poseidon da Capo Artemisio, 460 a. C.

Cozza

Vincenzo Gemito, Pescatoriello, 1876

Come ho detto più di una volta, sono un'abitudinaria. Per esempio, in treno, mi piace stare all'andata nella fila di destra sul primo sedile esterno di 4. I 4 sedili devono essere preferibilmente tutti vuoti. Se poi sono liberi anche i corrispondenti a sinistra, sono più contenta.
Al ritorno apprezzo i sedili a 2, con il tavolinetto che si ribalta. Mi siedo all'esterno, stavolta a sinistra e, se arriva qualcuno a disturbare la mia sistemazione, mi sposto.
Sui treni affollati soffro e sono capace di farmeli tutti alla ricerca di una situazione che rientri, seppure minimamente, nei miei gusti.

A Napoli per l'Accademia, prendo all'andata la metropolitana, vado da Antonio al Bistrò della Metro a comprare una pizza, lui mi saluta sempre nel medesimo modo: 'Ciao, Prof!' e mi concede una doppia razione di salviette di carta (un altro paio me lo porto io in borsa, la pizza mangiata in piedi è esiziale per gli abiti, uno addenta un capo e dall'altro cola l'olio o un tocco di mozzarella).
Al ritorno vado a piedi. Passo davanti al Conservatorio di San Pietro a Maiella, do un'occhiata alla vetrina del negozio della casa editrice musicale S. Simeoli, dove ogni tanto prendo anche qualche cd, compro il pane che ho ordinato per telefono la mattina e faccio tutta via dei Tribunali. Mi capita spesso di essere in compagnia di qualcuno dei miei studenti.

Un paio di settimane fa ero sola e sono caduta. Ma sono caduta in un modo che più cretino non si può: andavo di passo svelto, ho visto benissimo che a terra c'era uno scatolone (uno 'scatolo', come dicono da quelle parti) fradicio proprio sul mio cammino, ci ho messo sopra un piede (indossavo scarpe, ovviamente, con i lacci e la suola di gomma) e, come era prevedibile, sono scivolata. Sono caduta su un fianco, è caduta anche la cartella e è caduta la borsa dell'Accademia, dalla quale è miseramente uscito il mio filoncino di pane cafone appena comprato. Rimasto, però, nel cellophane.

Ero appena passata davanti al banchetto di un giovane e robusto venditore di cozze, c'eravamo anche scambiati un sorriso. Alla cozze purtroppo sono allergica, per cui fra me e loro è una storia chiusa, però i miei ricordi di impepate sono fra quelli più cari e ammiro sempre quella sinfonia di neri disposti a montagna con l'interruzione del giallo solare del limone.
(Se leggete Opera Soap siete tutti adulti. Per cui non sto a ricordarvi l'aspetto sensualissimo delle cozze, come di tanti altri frutti di mare, e tutti i riferimenti al sesso femminile che si tirano dietro. Motivo in più per dolermi, ma dolermi davvero, della mia allergia).

Nemmeno avevo fatto in tempo a cadere che il pescatore si era precipitato a sollevarmi. Prima ha raccolto me, poi la cartella, poi il pane che ha rimesso al posto suo, nella borsa dell'Accademia. Mi ha tenuta saldamente e mi ha chiesto, dandomi del voi (adoro farmi dare del voi, come pure adoro farmi dare del lei, soprattutto quando mi chiamano per nome), se mi ero fatta male. Non mi ero fatta troppo male però ero in uno stato pietoso perché ero caduta in quella poltiglia bagnata di non so che cosa, e indossavo pure i pantaloni nuovi (fratelli di quelli della puntata 134: Bensimon Kasia dark blue taglia 38, nella versione estiva).
Ero, inoltre, infuriata con me stessa. Se solo avessi fatto una deviazione di un metro avrei evitato l'incidente. Dio, come sono cretina, mi andavo ripetendo. Ho cercato di superare la furia e mi sono ricordata del treno da prendere. Il pescatore ancora mi teneva il braccio. L'ho ringraziato, gli ho detto che stavo bene ma che probabilmente mi ero sporcata tutta.
Lì lui mi ha un po' girata e mi ha guardato il sedere. In maniera molto diretta ma come una donna vorrebbe sempre che glielo guardassero: con ammirazione, rispetto, partecipazione, speranza.
Mi ha dato pure un colpo deciso sul pantalone, per rassettarlo. 'No, non vi siete sporcata, siete solo bagnata. Andate tranquilla', mi ha detto.

Nel ritornare al suo trionfo nero e giallo ho visto benissimo che il pescatore ha sferrato un calcio, rabbioso e vendicativo, allo scatolo, riducendolo ancora di più in poltiglia.

50 metri più in là su via dei Tribunali un uomo anziano era seduto su uno sgabello sfondato fuori dalla tabaccheria. Gli sono passata davanti. 'Signò - mi ha detto - come vi sentite? Vi siete fatta male?'. L'ho tranquillizzato e l'ho ringraziato per l'interessamento.

A casa, la sera, ho messo i pantaloni in lavatrice e il giorno dopo erano a posto.

Morale della favola: se proprio dovete cadere, fatelo in una città che partecipa al vostro guaio: non a New York, dove vi passerebbero sopra, non a Roma, dove nessuno avrebbe per voi un moto affettuoso di compassione, non a Parigi, dove rovinereste la geometrica precisione dell'ambiente.
Cadete a Napoli, soprattutto se volete provare l'ebbrezza non del tutto frequente per una signora, coltivata e adusa a tutt'altro genere di frequentazioni, di ritrovarsi fra le braccia robuste di un pescatore.

 

 

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139. Tutto è bene

Etichetta lavaggio esplicita: Give It To Your Mom, It's Her Job

Ritirati i Bensimon della puntata 134 dalla mia lavanderia. Fatte due chiacchiere di ammirazione. La signora Maria Gabriella, la titolare alla guida da 50 anni, stava stirando i blue jeans del figlio. Dice che vengono meglio. Meno cotica, ho detto io, che ugualmente mi stiro i blue jeans e che li conosco bene in tutti i loro difetti.

I Bensimon sono venuti perfetti, scomparsa la grande macchia di olio extra vergine di oliva. Stirati professionalmente, aggiungo, cosa che non guasta.
Quantificazione del danno a posteriori: € 6,50, poco o niente.
A meno che non si aggiungano le due mattine, una per consegnare e l'altra per ritirare, che ho impiegato per raggiungere in macchina la lavanderia che sta dall'altra parte di Roma.

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140. Mogli e buoi

Amsterdam

Amsterdam, Paradiso

Amsterdam, biciclette

Ho frequentato per un periodo beato un olandese che non aveva nessuno dei difetti degli uomini italiani. (Ne aveva altri).

Abitava (la casa è stata venduta da qualche mese) in un delizioso appartamento di Amsterdam all'ultimo piano in Kemperstraat e sul letto c'era una finestrella orizzontale che si apriva e che faceva letteralmente entrare le stelle nella stanza.
Da lontano lo pensavo alle prese con un dialogo astrale, consapevole però che, più probabilmente, lui fosse al Paradiso di Weteringschans 6-8 o, alle brutte, in un posto analogo, occupato in dance parties di cui faticavo a immaginare tutti i risvolti.

Nel bagno della casa troneggiava una lavatrice.
La madre gliela aveva regalata alla terza domenica da che lui era andato a vivere da solo quando lui si era presentato, invitato, nella casa parentale a salutare genitori e fratelli con in mano il fagotto dei panni sporchi.

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141. Quel che finisce bene

Angie David, Marilou sous la neige, 2008

Raymond Loewy e il suo treno streamlined Zephyr

Ultimo gruppo con 2 Simba in Accademia, foto di Jacopo Naddeo, 2009

Questa puntata di Opera Soap è una geremiade, per cui, se non vi piacciono le lamentazioni, se amate solo l'easy going, la vie en rose e il caramello, è meglio che lasciate perdere e passiate a altra, meno amara lettura.

Dico spesso, a chi ritiene che l'arte contemporanea sia tutta una presa in giro e una menzogna, che gli artisti sono le ultime creature sincere che ci siano sulla faccia della terra. Mentono e prendono in giro tutti gli altri (soggetto della frase): mariti, mogli, amanti, figli, amici, commercianti, politici, preti, dottori in medicina, legge e psicologia, coloro che si occupano del meteo (per esempio, è da stamattina che sto aspettando che piova, ho steso pure il bucato dentro, cosa che detesto perché la mia casa, che tengo in gran conto, si trasforma di botto in basso napoletano. Niente. Sole che spacca), piloti di aeroplani, meccanici, salumieri e chi più ne ha, più ne metta.

Prendete, per esempio, la Marilou di Angie David del romanzo omonimo di cui abbiamo parlato più volte, cito a caso la puntata 128. Di rado mi è capitato di raccogliere una simile confessione. La protagonista si è tolta la pelle, ha raccontato di sé tutta la parte più fragile: la tossicomania, la tendenza alla depressione e al masochismo, l'ossessione per la moda, la solitudine che l'ha trasformata in 'vieille fille anglaise, totalement maniaque' al punto da nutrire dei dubbi su come comportarsi con il prossimo ('non bisogna morderlo né attaccarlo con le unghie'), la maledizione di un amore, al quale non sono estranei né il denaro né il potere, che lei accoglie in devozione, utilizzandolo per 'changer de milieu social' e per l'espressione della sua intelligenza e della sua cultura che, a contatto con l'alta borghesia intellettuale, brillano. Divenuta 'la pute' dell'editore, bella di una bellezza bionda e eterea, Marilou riflette sulla passione con la formula di Clément Rosset: 'la ricerca accesa di un oggetto assente o irreale', praticamente l'opposto (complementare, d'accordo) dell'amore, legato, invece, a una persona esistente. Fortissima è la componente sessuale dell'intesa fra lei e Adrien ('Il n'y a que toi qui me fais bander'), ma la vicenda è talmente folle per le imposizioni che lei deve subire, che viene voglia di chiederle, casomai sul suo blog http://www.leoscheer.com/marilou/, perché non vada, anche ora che è tardi, a farsi un giro e a vedere altrove.

(Il romanzo è faticosissimo, i capitoli non hanno numerazione, i paragrafi non esistono. Spesso è noioso, per esempio quando si abbandona a recensioni letterarie e cinematografiche infinite riferite nei dettagli. Per ritrovare una citazione, nonostante i miei segni di matita e di evidenziatore, divento matta. Ma: eccola). Altra formula importante, stavolta a firma della protagonista: 'Échapper au réel ou au contraire s'y raccrocher grâce au romanesque'.
Esattamente quello che vado cercando.

(Il romanzo, nonostante quello che ho detto sopra, è una delle cose più belle che abbia letto in vita mia, lo tengo sul mio tavolo da notte, rileggo di continuo qualche passo).

Allora. Diamo retta a Marilou e apriamo il nostro cuore a chi ci legge.
Ben inteso, le cose di cui parlo sono esclusivamente professionali, per cui se leggete 'abbandono' o 'tradimento', parlo di lavoro e non di un amante. Lo stesso vale per 'cialtroneria' che, pure esistendo, in abbondanza e per esempio, nell'amicizia, qui riveste carattere esclusivo di constatazione di atteggiamenti sul lavoro.

La stagione che si avvia alla fine (sono sotto esami in Accademia) è stata bruttissima: misera, anzi, indigente, opaca, lenta, caratterizzata, come scrive Robert Hughes, uno dei miei critici d'arte preferiti, da un costante 'sense of being stuck in a hopeless economic jam'. Hughes parla della crisi del 1929 però, come con Marilou, o le cose hanno carattere universale, oppure non ne hanno.

Proprio durante la crisi del '29 il design inventò la forma 'streamlined', cioè aerodinamica. Essa aveva, come prima caratteristica, la capacità di suggerire 'l'iconografia del senza sforzo e del controllo'. Da una parte, dunque, il senso di essere incastrati; dall'altra una forma, adottata praticamente da tutti, che suggeriva la possibilità di sfilarsi, di districarsi dall'imbroglio. Sono 'streamlined' automobili, locomotive e anche temperamatite. Il mondo dell'arte insorge contro la crisi, si ribella, propone alternative.

(Scrivo bevendo un bicchiere di Chablis e ascoltando alla radio La damnation de Faust di Berlioz, un'opera che mi fa battere il cuore svelto svelto, vedi puntata n° 120. Marguerite sta cantando proprio in questo momento la mia aria fétiche, 'D'amour l'ardente flamme').

Oggi, in Italia, di fronte alla crisi attuale, niente di tutto questo.
Sono una che si muove, non solo perché lo dicono gli economisti ma soprattutto per carattere. Ma tutto il mio movimento, quest'anno, non ha portato a niente. Galleristi, titolari di librerie, persone che si occupano del mangiare (da un po' sto lavorando sul rapporto arte/cibo, un argomento inesauribile e affascinante), direttori di centri culturali, organizzatori di eventi, colleghi, interlocutori professionali: tutti, con pochissime eccezioni, incapaci di inventarsi qualcosa di plausibile e di dinamico. Colpa mia?
Per le faccende personali io la colpa me la prendo tutta e subito, così taglio corto e passo a altro. Ma nella professione ci vado cauta.

A Napoli la colpa è stata del treno.
Quel maledetto IC sempre in ritardo che mi ha obbligato a 5 ore di viaggio giornaliere, sul quale, ho scoperto, dormono i barboni, sporco, fetido, con le ritirate piene di escrementi e senza acqua.
Gli ultimi due mesi ho fatto l'abbonamento all'alta velocità (non ne potevo più).
Tutta un'altra cosa. Ho trovato il servizio, rispetto allo scorso anno, migliorato: in orario quasi costante, i bagni puliti con l'omino in tuta rossa come la Freccia incaricato di nettarli, i controllori aristocratici (sono venuta a sapere che sono stati sottoposti a una selezione durissima), al punto che, quando punto loro sul petto l'indice per colpevolizzarli per la mancanza di carta igienica o i cestini non svuotati (è successo ieri), rispondono come risponderebbe un capitano dell'esercito austro-ungarico, battendo i tacchi e giurando che hanno già fatto rapporto. Mi hanno detto chiaramente che il futuro è segnato: tutta l'attenzione di Trenitalia sarà dedicata al Freccia Rossa, c'è anche in vista la concorrenza e devono, come si dice, tenere botta. Ma, siccome la coperta è corta, ulteriori risorse saranno sottratte agli altri treni, che peggioreranno a vista d'occhio.

Si salvi chi può.

Ho deciso di non tornare indietro, a costo di diventare astemia (una delle mie spese principali essendo l'alcool), viaggerò signorilmente.  

Il treno ha avvelenato le relazioni, i suoi ritardi hanno ingoiato tutti gli spazi, non c'è stato più modo di imbastire una conversazione con un artista, di avviare un progetto, per non parlare delle sveglie nel buio dell'inverno quando non è ancora l'alba, della stanchezza fissa, dello sporco, dell'orrore di doversi accomodare sui sedili sfondati e luridi, l'umore al brutto stabile, la sensazione fissa di ingiustizia, in Italia o i treni costano troppo, o i professori sono pagati come pidocchi. Se sommate i due fattori, il prodotto sarà desolante. 

A Roma tutta un'altra musica. A Roma ci sono stati i cialtroni, gli inetti, quelli che hanno fatto i preziosi quando, in una relazione alla pari, si sono fatti negare al telefono per giorni e giorni, solo per il gusto di concedersi all'ultimo momento, gli impastoiati nei fantasmi personali, gli ignoranti tout court, l'ultimo, quasi disarmante, che mi diceva che una cosa era 'obsoleta' intendendo significare che era inutile.

A Roma ci sono stati i tradimenti. Non me li aspettavo, però ne ho preso atto.
I tradimenti, nella mia opinione, accadono sempre per colpa dell'altro. In questo caso, evidentemente, per colpa mia.
Sto riflettendo.
Qui abbiamo avuto le degnazioni supreme, quelli che ti dicono che vengono a sentire una lezione perché, in una vita piena di impegni, hanno trovato un interstizio nel quale infilarti, tu chiedi se gli impegni riguardano la guerra mondiale, le Nazioni Unite, l'Iran, la Corea del Nord e poi vieni a scoprire che si tratta dei nipoti e dei figli.
Qui abbiamo avuto quelli che hanno ballato una volta sola, comparse aleatorie, come amanti di passaggio, tu ti chiedi che cosa non hanno gradito nell'organizzazione accurata, attenta, frutto di decine di anni di esercizio e scopri che hanno apprezzato poco la compagnia a tavola dopo la conferenza.
Qui abbiamo avuto i fuori fase, i cialtroni, gli inetti, gli annoiati, quelli che non digeriscono il contemporaneo e ti guardano in tralice se forzi la cronologia e vai oltre Caravaggio; quelli che vogliono programmi che trattino il gioiello oppure il ruolo della donna nell'arte; quelli che pensano che tu li prenda in giro se parli di Picasso.

Ma mi faccia il piacere.

Siano lodati i fedelissimi, la Segretaria che ti fa venire il mente che la perizia del nocchiero si vede durante la procella, quelli che capiscono, quelli che ci stanno, che ti fanno i complimenti a fine lezione perchè hanno finalmente afferrato un concetto, gli studenti intelligenti alla faccia della riforma, che frequentano assiduamente e che, nell'elenco dei nomi con i numeretti accanto delle firme, risultano ONNIPRESENTI, pure con !!! 3 punti esclamativi.
Siano lodati quelli che hanno preso il coraggio a due mani e hanno scritto una mail per dire che la storia dell'arte ha cambiato la loro vita e che provano quel sentimento raro e impagabile che si chiama riconoscenza.

Siano lodati i treni puliti, i progetti per il prossimo anno, la speranza di uscire fuori dalla crisi solo un po' ammaccati ma con l'anima intatta.  
Sia lodato quello che finisce bene, anche se ci sarà bisogno ancora di 12 mesi tutti in fila per incontrarlo.

 

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142. Mirabile visu

Napoli, Reale Accademia delle Belle Arti

Ashanti Scherillo & Giovanni Videdomini, Inna di Dance, 2009

Ashanti Scherillo & Giovanni Vicedomini, Inna di Dance, 2009

Stamattina sono arrivata in Accademia piuttosto provata a causa dei ritardi di centinaia di minuti che avevano i treni per via di un grosso guaio all'altezza di Prato che ha compromesso tutta la circolazione.

Ho trovato i miei studenti che dovevano sostenere l'esame (esami andati benissimo, loro veramente bravi, intelligenti, singolari, capaci di proporre il sogno che cerco. Almeno gli studenti di oggi) che mi aspettavano.
Ci siamo salutati con il saluto manga.

Fra me e loro stava un omino di nome Carmine (ho chiesto) con tanto di giubbotto segnaletico color arancio che, con la ramazza in una mano e la paletta nell'altra, dichiarando di farlo su indicazione della Provincia, stava scopando le mirabili scale di tufo campano della nostra Reale Accademia delle Belle Arti.

 

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143. Tutti in Riga

Riga, la Città Vecchia

Riga, l'Accademia di Belle Arti

Lattoni

Come è noto, i professori sono considerati dei pidocchi.
Se ci fosse qualche dubbio, l'Erasmus è lì a ricordarlo.
Quando un professore va in Erasmus, infatti, gli si ripete a ogni piè sospinto che deve spendere il meno possibile, che deve usare il mezzo in assoluto più economico, che deve fare tutto con il budget del rimborso spese.

(E dire che dovrebbe trattarsi di una delicata missione diplomatica, per la quale occorre sapere le lingue, conoscere bene il proprio mestiere e essere in grado di capire quello degli altri, mostrare doti di comunicativa e di organizzazione, rappresentare brillantemente la propria istituzione, se non l'Italia tutta. Non mi sembrerebbe fuori luogo ricevere, viste le circostanze, qualcosa di simile a una retribuzione).

Il budget varia a seconda del paese di destinazione, nel caso che vi sto raccontando, il mio, appena portato a compimento, 114 € giornalieri per la Latvija, la Lettonia.
Con 114 € al dì bisogna dormire, mangiare, spostarsi, eventualmente ricambiare un invito degli ospiti per una sosta in un caffè, procurarsi una guida locale, pagare l'ingresso a un museo, comprare un catalogo.

Un'arrampicata sulla parete scoscesa della povertà imposta.
Non ho niente contro la sobrietà. Charlotte Perriand ricorda nella sua autobiografia Une vie de création, che tengo sul mio tavolo da notte e che considero, dunque, un livre de chevet, che Teresa d'Avila diceva che 'la pauvreté met en toute chose son parfum'.
Però uno dei miei riferimenti cinematografici culto è quello de La Regina della Notte di Walerian Borowczyk (1988) in cui una siderante Marina Pierro dice a un certo punto: 'Voglio che ci siano dei lussi nella mia povertà'.
E io così vivo. Anche a Riga, Latvija, cioè Lettonia.

E non sento ragioni, e faccio bene a non sentirne, perché niente mi deprime più dell'idea che non ci siano mezzi, che si debba fare a meno, rassegnarsi a una carriera di pidocchi.
Qui mi viene sempre in soccorso una cosa saggia detta tempo fa da una mia amica fattasi, ora, americana. Lucida, rigorosa, dotata di mentalità da manager, un giorno buttò lì una frase preziosa: quando non ho soldi, esco e mi compro un paio di scarpe di Sergio Rossi.
L'atto, apparentemente incongruo, le impediva di adagiarsi.

Provare per credere.

Tornata, allora, ieri da Riga con un volo diretto.
Sono partita con la collega di Tecniche della pittura responsabile dell'Erasmus. Ci siamo incontrate in Aeroporto. Le ho chiesto, abbracciandola, se sembravamo due italiane in gita.
Siamo andate d'accordo, l'atmosfera si è fatta subito calda, lei aveva portato sfogliatelle, ciliegie e in aereo ha anche tirato fuori un uovo sodo. Ha acconsentito a prendere un taxi per andare in albergo, aveva con sé borse e matite dell'Accademia per i nostri ospiti, abbiamo fatto continuamente conti, dopo aver suddiviso la valuta locale, il Lats, in lattoni, lattine e cosarielli.
Ci siamo rientrate, anche se la sera, nel ristorante che era diventato la nostra querencia (un posto nel quale ci si sente al riparo da tutto. Il termine, mutuato dalla tauromachia, è usato da Simone de Beauvoir per indicare il luogo buono contro la desolazione della provincia: per lei la brasserie di Rouen, per noi la Steak House davanti all'albergo), ci siamo concesse vini francesi e cileni, là quasi inaccessibili. Ma mangiavamo con niente a pranzo, le cose fritte buonissime al mercato, il panino, il parmigiano portato da casa.

Riga è bella, netta, suggestiva, adagiata sul Daugava e solcata dal canale interno, piena di scorci romantici, percorsa a passo rapido da ragazze con in mano mazzi di fiori scarni (abbiamo scoperto che era un'usanza locale per il giorno del diploma), piena di posti dove sostare, nemmeno un bel negozio ma un buon centro commerciale, parecchie ricostruzioni ma senza iattanza, ancora autentica, aperta.

I colleghi della locale Accademia di Belle Arti http://www.lma.lv ci hanno accolte festosamente, Aleksejs, il Rettore, Elina, Agnese, Ilze, abbiamo visitato l'edificio, così gotico, un po' buio, complesso, abbiamo trovato artisti al lavoro, laboratori, una magnifica terrazza al Dipartimento di Arti Audio-visive, materiali, colori, appunti, tele, rotoli di stoffe del Laboratorio tessile (da noi, una mancanza cui non mi rassegno), bollitori per preparare una tazza di tè durante una pausa, tutta una squisita natura morta di bicchieri e di tazze ben sistemati in ogni ambiente, musica, perfino un negozio con articoli di belle arti aperto anche agli esterni, un'atmosfera di creatività vera, di stimoli che si incontravano dappertutto, un luogo nel quale, secondo me, c'era anche un fantasma che doveva essere, lui pure, un artista. 
La mia collega mi ha fatto notare più di una volta quanto fossero puliti, i laboratori di restauro addirittura simili a un atelier di alta moda nel quale i capi in lavorazione la sera sono ricoperti da fogli di carta velina che ne dice l'importanza, poche cicche di sigaretta che facevano atmosfera, gentilezza.

La mostra finale degli allievi traboccava talenti.

Un pomeriggio alle 18 siamo state invitate alla cerimonia di consegna dei diplomi nell'aula magna, c'era un coro e un grande spiegamento di forze: appuntamento annuale collettivo, gioioso, tutti vestiti a festa, le ragazze con i fiori, le famiglie commosse. Ho guardato l'orologio. In 30 minuti era tutto fatto, una quantità notevole di promossi che venivano chiamati uno dopo l'altro al tavolo della direzione, laureati con un rapido carnet nel quale erano riassunti esami, voti e argomento della tesi, applauditi e rimandati al loro posto, un rito asciugato all'osso, nelle radici luterano, che, nella sua semplicità assoluta, brillava di senso.

Non è suonato un cellulare. I numerosi bambini presenti non hanno pianto. Nessuno ha scattato fotografie.
I fiori erano grafici nella loro nudità, non li avvolgeva nemmeno un pezzo di carta.

Nei negozi non ti danno buste, solo il supermercato sciala, ma a modo suo: pochissimo.

Domenica siamo andate a Jurmala, al mare, con il treno elettrico. Era pieno di gente e tutti parlavano a voce bassa. Sulla spiaggia tirava un vento gelido, facevano rumore solo gli uccelli.
Ho trovato nella bottega di un'antiquaria una coppetta cinese di smalto dipinto con dei fiori degli anni '20 e un piattino di porcellana di Meissen 1930-50 che mi sono comprata. Extra bugdet, come è logico.

Il salmone (norvegese) era magnifico, il pane ottimo, ho preso al mercato aglio fresco, alloro e aneto, al ritorno dicevo che, certamente, il medesimo numero di giorni trascorso a Stoccolma (Svezia. € 169 al dì) o a Copenaghen (Danimarca. € 204) mi sarebbe risultato più gradito, amo le città nordiche ma ho bisogno del twist che hanno solo quelle, chiamiamole, grandi, però era stata una bella esperienza.

Il rientro a Roma, fra il trenino che arriva a Tuscolana, dove non esiste ascensore, come se non si trattasse di un collegamento con Fiumicino, dove è normale andare con il bagaglio, la sporcizia delle strade, il caldo furioso, è risultato un po' affaticante.

La sera mi ha telefonato la collega, arrivata anche lei, parecchie ore dopo di me, ad Avellino, sua destinazione finale.  
Le avevo già comunicato via sms che i pesci rossi, la cui lontananza mi dà sempre nostalgia e preoccupazione, erano in gran forma.
Pioveva da lei e anche da me. Meglio, così rinfresca.

Ci siamo confermate la simpatia e l'amicizia. Alla faccia della pidocchieria del budget.

 

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144. Elogio del maquillage

Shu Uemura (1928-2007)

Shu Uemura, Cipria e pennello

Moyoco Anno per Shu Uemura, Limited Edition 2009

(Il titolo è un omaggio a Charles Baudelaire, che ha inserito l'elogio della truccatura ne Il pittore della vita moderna, 1860, al capitolo IX.
Charles Baudelaire è la persona con la quale in assoluto vado più d'accordo sulla faccia della terra. Se state pensando che è morto nel 1867, lasciate perdere.
Cerco di spiegarvi:
1. Mi sono innamorata di una voce e di una scrittura e quella voce e quella scrittura mi hanno dato cose che nessun altro uomo è stato mai capace di offrirmi. 
2. Il viaggio più esotico che ha fatto Emilio Salgari è stato lungo le coste nell'Adriatico.
3. Cesare Pavese, fra i massimi traduttori di letteratura americana, non è mai stato in America.
4. Alexandre Dumas (padre) è vissuto nel secolo XIX e non nel XVII, che pure ha raccontato in presa diretta. 
Spero che vi sia chiaro il senso del mio colloquio costante con Baudelaire, sulla tomba del quale, al Cimitero di Montparnasse, vado appena posso a raccogliermi.)

Da che ho l'età della ragione, mi trucco.
Ma mi trucco sul serio, non una passatina di rimmel sulle ciglia bensì una serie di strati complessi fatti, in origine, di Erace e Panstick Max Factor presi di nascosto da Bertozzini a via Cola di Rienzo. Il tutto contro la volontà del genitore, che considerava la pratica inadatta a un'adolescente e manifestava la sua disapprovazione in modo fisicamente eloquente, al punto che posso dire di aver rischiato la pelle pur di continuare a pittarmi la faccia.
Al ginnasio io e la mia compagna di banco (una che sul maquillage la sapeva lunga) ci facevamo le labbra bianche come cadaveri; quando una volta la professoressa di inglese ci fissò all'uscita e ci disse 'Mostri', mi chiesi perché quella povera donna prima ci spiegasse così bene Keats e tutto il gotico che aveva dentro e poi non fosse capace di accettarne le conseguenze.

Mi trucco sul serio e ritualmente: mai se scendo a comprare il pane; completamente quando vado a lavorare; lisciandomi per almeno 1 ora se in vista c'è festa.

Mi trucco con l'esperienza della specializzazione perché, negli anni, ho coltivato questo campo.
Mi sono fatta consigliare da professionisti, mi sono procurata l'attrezzatura, ho letto e fatto esperimenti. Conosco tutte le sottigliezze del fondotinta, la mia passione più morbosa, che si lavora, si applica, si stende, si picchietta, si liscia e che va fatto riposare qualche secondo prima di mettere la cipria. Ovviamente con il pennello.

I miei mirabili pennelli giapponesi sono una delle cose che porterei affannosamente via dalla casa che stesse bruciando, insieme alla vasca dei pesci rossi e al mio orso di pezza. In viaggio non mollo mai l'astuccio e tremo quando qualche poliziotto di frontiera ci mette sopra le mani. Posseggo 9 pennelli, li uso tutti, alcuni sono di visone. Sono a firma di Shu Uemura www.shuuemura.com. Tutte le volte che mi sono fatta truccare da gente del mestiere e mi hanno chiesto che roba usavo, ho preso fiato un momento e poi ho pronunciato il nome.

Silenzio.

Il loro lavaggio è una delle mie principali occupazioni nel tempo libero. Deve essere fatto con il giusto ritmo, evitando insieme l'ossessione e la trascuratezza, non troppo spesso, non troppo raramente. Esso avviene quando non ho nessuno in mezzo ai piedi, in inverno in giorni in cui i termosifoni sono accesi e assicurano la giusta temperatura, in estate quando il campo è libero. Li metto a bagno con il detersivo dei delicati, li sorveglio, i più grandi, 17 e 20B, sono i più facili da pulire. Quelli per gli occhi, dall'8 al 12, richiedono più attenzione. Il numero 7 per le labbra va coltivato come un fiore, una goccia di detergente sulla punta, leggero massaggio, risciacquo. Tutte le setole sono tamponate con aciugamani piccoli e immacolati, scosse dopo un paio di ore, lasciate verticali dopo che i manici sono stati lustrati, scosse di nuovo. Quando sono pronte vanno battute lievemente. La piega deve essere sorvegliata, non sia mai che un eccesso di acqua da una parte la sversi.

Mi chiedo da sempre come le donne possano truccarsi in macchina o in metropolitana, davanti a uno specchio traballante o troppo piccolo, senza potersi lavare le mani, senza l'ausilio di tutti i kleenex, i bastoncini di ovatta, di spugne che io utilizzo.
Ecco, le spugne. Shu Uemura anche loro, e non tutte vanno bene, alcune sono rigide come cotiche, altre assorbono troppo, ultimamente le mie preferite si disintegrano al secondo lavaggio.
Ogni tanto i malefici tolgono dal catalogo qualche modello e lì cominciano le consultazioni (uniche sedi europee della marca: Milano, Parigi, Londra). I make-up artists sono competenti, l'ultimo che ho interpellato ha capito che il problema derivava da un componente del mio fondotinta, lui la medesima spugna, pure concepita come usa e getta, la utilizzava per almeno 7 trucchi, l'equivalente di una mia settimana.
(Chiacchierata telefonica densa di suggestioni, io nel mio bagno con il portatile, lui seduto sullo sgabello che io conosco davanti allo specchio nel negozio di via Brera. Domande da parte sua. Mie risposte. Suggerimenti. Soluzioni.).

Mai farsi consigliare dall'estetista all'angolo, quella che il mio dermatologo castiga contandone le parole che impiega (mai più di 600) e dandole il titolo di studio che merita (la 5a elementare). Il trucco è una cosa seria, bisogna trattare solo con esperti. Ricordo la volta che avevo fissato un appuntamento, lui era arrivato ma mi chiese di ripassare. Dopo 45 minuti. Tanti gliene occorsero per disporre l'attrezzatura con la severità, come direbbe Marilou, di un maestro d'opera cinese, controllare le luci, respirare a fondo, ambientarsi.

Da questa gente ho imparato più cose sulla mia faccia di quante non me ne abbia dette in decine di anni il mio specchio, mi sono confessata, sono stata assolta.
Ricordo con simpatia Nina, a Monaco di Baviera, che mentre mi spennellava di rossetto mi raccontava che voleva lavorare nel cinema e che non le pesava affatto stare al chiodo nei grandi magazzini tutti i fine settimana; penso con gratitudine a Mademoiselle Marlène di Shiseido in Place de la Madeleine che mi ha cambiato il colore del fondotinta (mai e poi mai provarlo sul dorso della mano bensì sul collo, come, a pensarci bene, è più logico), che mi ha insegnato a usare la spatola, a lavorare i materiali, a stenderli nel verso giusto; alle ragazze di Harvey Nichols a Londra che mi hanno fatto i pacchetti riempiendomi di campioncini e individuando il colore del rossetto. 

Fra i miei miti c'è Bobbi Brown http://www.bobbibrowncosmetics.com, una piena di talento. Rubò da ragazzina i cosmetici della madre, li usò tutti per dipingere il muro della stanza da bagno, fu punita ma aveva trovato la strada. Leggo i suoi libri, sottolineo i passaggi più interessanti, è quella che ha detto la cosa più intelligente che abbia mai sentito sulle sopracciglia, probabile che ciascuno di noi nasca con la forma giusta.
(Pensiero di orrore per i maschi che se le depilano e si fanno la faccia da bamboletta).

Seguo con ammirazione la nascita dei nuovi make up artists, sempre attenti all'arte, al cinema, alla letteratura, incoraggio i miei studenti a tentare, ho più volte proposto di aprire un corso in Accademia, sarebbe una di quelle cose che porterebbero rapidamente un risultato, anche nella peggiore delle ipotesi, fosse pure solo in occasione del proprio matrimonio, ogni donna ha a che fare con il trucco.

Una delle cose che ultimamente mi hanno fatto suonare più sonoramente i campanelli è stata leggere che Moyoco Anno, la mia mangaka preferita, ha prodotto alcuni disegni per edizioni limitate di prodotti Shu Uemura.
L'arte, quella del fumetto e quella del trucco, l'una messa al servizio dell'altra. Finalmente.
Come dicono gli scienziati, se io ho un'idea e la scambio con te che ne hai un'altra, alla fine ci ritroviamo tutti con due idee e non ciascuno di noi con mezza.


 

 

 

 

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145. Sex and the Net (Puntata per Soli Adulti)

Wim Delvoye

Jeff Koons, Made in Heaven, part.

Jeff Burton, Empty Frame, 2001

Il sesso è pulito o sporco? E io che ne so.

Domandatelo a voi stessi, la mattina davanti allo specchio, quando vi truccate o vi fate la barba, oppure la sera in camera da letto. Anzi, meglio, non domandatevelo per niente, lasciate perdere, il sesso è una cosa misteriosa, inafferrabile che, fra l'altro, a sentire il Dr. Ruth K. Westheimer, autore di un trattato di sessuologia dal titolo incoraggiante di Sex for Dummies, sta più nella testa che in altri posti.

Recentemente, istigata da un uomo che mi piace (che ho pensato volesse in questo modo dirmi qualcosa), mi sono messa a visitare siti pornografici.

Giuro, mai mi era venuto in mente di utilizzare internet a questo scopo. Sto di continuo connessa e faccio un sacco di cose: mail; controllo andirivieni finanze; ricerche di lavoro (approfitto della puntata odierna per mandare un pensiero riconoscente a www.centrepompidou.fr, dove c'è una quantità di materiale per professionisti da sperare di avere qualche vita in più per poterlo studiare tutto, oppure vi cito un altro sito, il primo che mi passa per la mente, il londinese www.serpentinegallery.com, dove potete trovare un Teacher's Pack che vi dirà parecchio su quanto siano stimati i professori dalle loro parti; potrei continuare con tutti i siti degli altri musei inglesi o americani oppure anche ringraziare www.ecoledulouvre.fr per tutta l'ispirazione che ne traggo. Taglio corto perché oggi un'altra è l'idea che mi passa per la testa); il blog di Marilou; i siti di moda, cosmesi, art de vivre in senso generale; consigli di cucina, che mi guardo bene dal mettere in pratica; viaggi; pronuncia delle lingue straniere; Accademia della Crusca; et alia.

Siti pornografici, mai.
No, un momento, scrivendo a cuore aperto, mi viene in mente che una volta andai a dare un'occhiata da www.roccosiffredi.com traendone un'irritazione duratura perché a ogni sezione si accedeva solo attraverso carta di credito, una delusione, lui che era stato anche protagonista di Romance (1998) di Catherine Breillat, un film in bilico fra ridicolo e visionario in cui una regista radicale agganciava a modo suo il mondo di cui Rocco è divo incontrastato.
Più o meno.

A me il porno mi scoccia. Lo considero grottesco, meccanico, poco probabile; anche se a Napoli, se sono in anticipo sul treno, mi accade di perdere un po' di tempo sulle bancarelle di dvd intorno alla stazione. Lì mi è capitato di trovare una cosa esilarante, tutta la serie delle avventure di Maruzzella, che veste alla marinara (in verità dell'uniforme indossa solo il colletto e il cappello) e che con i marinai si sollazza, produzione locale che ho abbinato al fenomeno dei neomelodici, i cui cd stanno in mostra dall'altra parte. Non vi sto a raccontare l'imbarazzo del rivenditore, il quale cerca sempre di distrarmi e di spostare la mia attenzione in direzione più consona allo sguardo di una signora, da sinistra a destra sulla bancarella. Invano.

Aspettate, cerco di essere più sfumata di quanto non sia stata sopra: a me il porno mi scoccia ma non ho niente contro, non mi scandalizza, non mi pare una cosa da pervertiti, a meno che l'interesse non diventi troppo insistente. Diciamo che, sempre secondo me, andrebbe maneggiato con cautela, consumato come il foie gras accompagnato da un mistico bicchiere di Sauternes, una volta ogni tanto. Ne ho sempre una piccola scorta in casa.
Di foie gras e di Sauternes, che cosa avete capito.

Fra l'altro, non pochi artisti contemporanei con il porno ci flirtano.
Primo fra tutti, Jeff Koons che, prima e dopo Cicciolina, non ci è mai andato giù leggero: digitate sulla barra di ricerca 'koons made in heaven' e ne avrete la prova.
Poi il mio amatissimo Wim Delvoye www.wimdelvoye.be che con Pipe (2001), una radiografia (che appartiene a una serie) 100 x 125 con due teschi impegnati in un rapporto orale, sembra aver ispirato il delizioso La sposa cadavere di Tim Burton.
Ai miei studenti Delvoye e tutta la sua produzione piacciono moltissimo e a lezione ne abbiamo discusso parecchio.
Poi aggiungo Orlan e la sua Origine de la guerre (1989), un 'cibachrome collé sur aluminium' che riprende il tema de L'origine du monde di Courbet, solo cambiandogli genere.   
Oppure Jeff Burton, fotografo con due lavori, uno dei quali è a luci rosse. L'altro è più artistico, ma è strettamente connesso al primo, sia 'in base a un circuito di logica necessità' (sto citando una scheda perfetta di Marcella Beccaria, curatore al Castello di Rivoli, pubblicata su quel gioiello che è il numero 911 del febbraio 08 di 'Domus' dedicato a Gio Ponti), che per un dato fondamentale per l'arte: la sua veridicità che, a questo forse non avete mai pensato, è una qualità anche dell'industria del porno: gli attori hanno certamente sottoposto i loro corpi a pratiche di mutazione chirurgica e sono lubrificati a colpi di Viagra però, qui sta il punto, fanno sul serio. Come gli artisti.

L'arte, ricordatevelo sempre, è l'ultimo luogo della verità rimasto al mondo. 

Ma torniamo al tema della nostra puntata, anche se non ce ne eravamo troppo allontanati.
Insomma, istigata, mi metto a cercare. Non avendo osato chiedere orientamenti, faccio da sola.

Il primo pensiero di commento che mi viene è che internet ha sbrogliato un sacco di situazioni, ha dato voce a chi non osava chiedere, ha offerto risposte; non vi dico quante volte, digitando alcuni termini sulla barra di ricerca, sono precipitata in blog nei quali soprattutto giovanissimi (ma non solo) chiedevano aiuto perché non sapevano come fare, avevano dubbi, piagnucolavano alla ricerca di una mano amica che li guidasse.
La cosa tremenda, ma non nuova, è l'analfabetismo, di andata e di ritorno, degli internauti, dico degli internauti perché di internet sto parlando. Ma, in andata e in ritorno, sospetto che il mondo tutto non conosca più l'ortografia.
Tempi moderni.
Sui blog è abbastanza frequente trovare anche il parere di professioniste che da professioniste raccontano situazioni con i clienti e illuminano le menti oscurate dall'inesperienza.

Subito dopo i blog c'è Wikipedia, come al solito sempre disponibile e, sembrerebbe, accurata.

Una cosa mi ha colpito su Wikipedia che, se fossi un filologo, mi avrebbe suggerito una ricerca. Sapete tutti (siete adulti, come richiesto dal titolo di questa puntata) che spesso le pratiche sessuali hanno una denominazione geografica.
La butto lì: forse il fenomeno è dovuto ai marinaretti di Maruzzella che, avendo donne in ogni porto, fanno confronti. Vai a sapere.
Voi prendete la branlette espagnole.
(Se avete dei dubbi e vi aspettate che vi dica io di che si tratta, state perdendo il vostro tempo. Guardate anche voi sulla versione francese). 

Se nella prima lettura è di provenienza spagnola, in Spagna è cubana, in Francia italiana, in GB olandese e in area fiamminga è addirittura russa.
Un autentico caso di globalizzazione, oppure di erba del vicino che è sempre più verde.
La branlette espagnole è citatissima sui blog. Non ho fatto una statistica precisa, però sembra dominante. Mi ha quasi fatta piangere di commozione la ragazzina che chiedeva se poteva farcela, indossando lei solo una 85a. E qui giù una valanga di risposte, dall'altra ragazza che la incoraggiava dicendole di metterci il cuore, se proprio non poteva metterci altro, al ragazzo che si offriva per fare prove in privata sede, prima della performance con il legittimo fidanzato, quello che aveva avanzato la richiesta.
Insomma, diciamocelo: tutto un mondo. Che sta lì, a parte, annaspa, chiede lumi, cerca una rete di protezione. E che la trova facendo clic nel posto giusto.


Wikipedia è accurata anche troppo. Certe voci sono così articolate che mi chiedo dove il curatore sia andato a pescare le notizie: per esempio, che ne sa che pratiquer une tyrolienne (ci risiamo con i regionalismi. Confesso, fra l'altro, che è la prima volta che leggo, e che scrivo, questa frase) in haitiano si dice Ti-Boeuf? E come si fa a controllare la veridicità dell'affermazione? E se l'haitiano che glielo ha detto voleva giocargli un tiro mancino? Prendere in giro lui e la rete tutta?

Ma arriviamo ora al nocciolo duro della questione, ai siti per adulti.
Sì, perché la prima cosa che devi fare per avere l'accesso, è dichiararti over 18.
Voi pensate: eserciti di adolescenti in età puberale che incrociano le dita per non finire dritti all'inferno e lo spergiurano. Subito dopo si apre per loro un giardino di delizie, tutto fatto, come ormai è fatto il mondo intero, di specializzazioni: divisioni tematiche, per dimensioni, orientate secondo i gusti e le posizioni, signorine e signori di tutte le taglie, le età e le tendenze, perversioni piccole e grandi, un caos primigenio nel quale, se non avessi abitudine alla ricerca, mi sarei persa.
Non oso pensare alle reazioni dell'adolescente menzognero, abituato a quei libri di testo impossibili che imperversano, quelli con i prerequisiti, gli obiettivi, gli schemini masticati e le schede ridotte all'osso, i percorsi, collettivi e individuali, le linee e le attivazioni didattiche.
Lui fa clic su 'lo giuro' e poi si perde, salta di palo in frasca, si attiva didatticamente per conseguire i suoi obiettivi, si riduce all'osso.

Molti siti, ma, come abbiamo visto, non quello di Rocco, sono gratuiti, e perciò frequentabili all'infinito.
Trovate foto, video, ammiccamenti, stimoli, argomenti di riflessione, orrori senza via di scampo.
Però, come dice il Dr. Ruth (che è poi una signora piccoletta, con la permanente e gli occhiali da vecchia zia. Ma molto esperta e parecchio saggia, come le vecchie zie di questi tempi non vogliono più essere): Why not? 
Fatevi un giro e ne riparliamo.

Da professore definirei didattico uno dei miei siti preferiti (dal quale scelgo una pagina dal nome evocativo, quella che mostra la 'prima posizione del giardino profumato'): www.amourkamasutra.com/gratuit_premiere-position-du-jardin-parfume, le posizioni del kamasutra illustrate in video con chiarezza di princìpi e di finalità di intenti.
Lui e lei in abbigliamento da spiaggia, ma che dico, sulla spiaggia si vede ben altro, lei in castigatissimo costume intero, lui con braghetta al di là di ogni tentazione che, avvinghiati in allacciamenti atletici, ritmicamente impegnati, dediti alla loro missione per tempi biblici (se non cliccate sulla x stanno lì e continuano tutta la notte), mimano ogni possibile posizione del coito, fingono, in altre parole, di copulare per chiarirci come si fa a fare l'amore o, meglio, per darci suggerimenti che non mancano di stile, alternativi al troppo esplicito, al falso, al noioso e al ripetitivo che la vita tutta, non soltanto il porno, vorrebbero far passare per inevitabile e normale.

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146. Speriamo che sia femmina

Nonostante le nuove tecnologie i bambini li porta ancora la cicogna

Luglio. Appena comincio a assaporare la felicità di iniziare le attività indoor (scrittura; manga arretrati; guardaroba; pausa pomeridiana; film, arretrati pure loro; home sweet home in senso lato) la colf comincia a minacciare di andare in ferie.
Così non va, così non vale.
Proprio quando la casa mi serve pulita e rigovernata a dovere, lei pensa alle vacanze.

Quest'anno, però, c'è una novità. La colf ha stabilito di prendersi la pausa sindacale a segmenti, come io auspico da anni. 10 giorni a volta. Meglio di 25 giorni filati, meglio per lo stato di conservazione del mio appartamento, intendo.

Il motivo è che la colf è incinta.
Cioè, questa affermazione non è del tutto esatta, perché in realtà a essere incinta è la figlia della colf, però l'impressione è che tutti siano incinti: la madre, il padre, la nonna, la consuocera, il consuocero, perfino i cognati, tutti in felice attesa.
Tutti aspettano l'infanta che, a pensarci bene, è straordinariamente precoce, se è vero che ha firmato un sms del Natale 2008 che ha ricevuto il mio cellulare.

Comunque. Auguriamo ogni cosa buona a Angelica che è in arrivo, che sia bella come la mamma, intelligente come il papà, che abbia labbra carnose (come ha, peraltro, già rivelato un esame di quelli modernissimi che fanno, a chi non è ancora nato, la fotografia) e anche femore lungo, cosa che non guasta.
(Al momento non ci sono notizie su eventuali predisposizioni allo studio del pianoforte, della meccanica quantistica o dell'archeologia del vicino oriente antico e nemmeno uno straccio di anticipazione su un possibile dono della scrittura, fosse pure in versi).

E le rendiamo grazie, visto che, per una volta, venendo alla luce intorno al 28 di agosto, ha convinto la nonna a non starsene al mare dalle sue parti per tutto il mese estivo, bensì a essere previdente, scendere in Calabria già a luglio, starci un po' più di una settimana e poi, trepidante, tornare alla base, attendere e, nell'attesa, dare, se possibile, anche un'occhiata competente alla mia casa.

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147. B & B

B. B.

Stamattina, con un ritardo che ha infiltrato di preoccupazione gli ultimi giorni, è finalmente arrivato il numero luglio-agosto di Philosophie Magazine. Sporgeva dalla mia cassetta della posta per la sciatteria della postina, che fatica a dargli un'aggiustata in più e a collocarlo al suo interno, dove entra a misura, con il rischio che qualcuno del palazzo me lo prenda (per distrazione).
Dovrò farmelo bastare per due mesi. (Comincia l'indigenza culturale estiva).
La rivista sembra, anche stavolta, molto interessante, probabile che ci torni sopra, già ho visto due saggi, uno su Nan Goldin, l'altro su Calder, che pregusto.

Ho però cominciato la lettura da un'intervista, inclassificabile, a Brigitte Bardot. Essa è organizzata come segue: sta sotto la dicitura DOCUMENT EXCLUSIF, tutto maiuscolo.
(Minimo, come direbbero i miei studenti).
E' condotta sulla base delle domande del giornalista svizzero Jean-François Duval. Le risposte sono date per iscritto, 'con una scrittura rotonda che porta come la traccia dell'infanzia e della sua freschezza'. Le risposte sono commentate dal filosofo Marcel Conche. Alcune delle domande non hanno ricevuto risposta.
Sembra un po' un dialogo fra sordi, ma di quelli belli, dovuti al fatto che il secondo interlocutore va più rapidamente del primo e salta dei passaggi.
Per capire meglio il senso, vi do alcune coordinate di tipo, diciamo così, temporale: Brigitte Bardot compie 75 anni il prossimo 28 settembre. Da tempo si è ritirata a vita privata e di lei si sente parlare solo per la lotta che conduce per la protezione degli animali.
Marcel Conche ha 87 anni e sono (siamo) tutti in attesa del suo ultimo lavoro, Émilie, nel quale racconta come abbia lasciato la sua bella residenza nella Bresse (Francia orientale) per stabilirsi in Corsica e vivere vicino a una ragazza che lo ispira (lo dico una volta per tutte alle donne: prendete ispirazione dagli uomini quando si fanno guidare dall'erotismo o da come lo chiamano loro).
Non ho notizie sull'età del giornalista svizzero, ma mi sembra ininfluente.

Fra le tante risposte, molte delle quali argute ('Ai vostri occhi, Godard è un genio?' 'Un genio di paccottiglia, ma che ha saputo annoiare con abilità'), scelgo la più adatta alla nostra operina: 'Avete il sentimento di essere stata femminista? Di esserlo sempre?'.

A questa domanda, quella che è stata la donna più bella del mondo risponde: 'Je ne suis pas féministe pour un rond. Les femmes qui le méritent doivent avoir la place qu'elles méritent - les autres, à la cuisine...on boufferait moins mal'.

Siccome non tutti vi siete ancora decisi a studiare il francese (e fate male. Leggereste senza bisogno di intermediari Philosophie Magazine e un sacco di altre cose), vi do una traduzione, che, però, mi riuscirà meno feroce dell'originale.
Manco per niente, dice B.B., quelle che lo meritano devono avere il posto che meritano, le altre, in cucina... non si mangerebbe così male.

Sono d'accordo. Aggiungo che rimanderei parecchie donne anche in altri ambienti della casa, a pulirli con l'aspirapolvere, gli stracci e il detersivo.
Nell'incompetenza che può mostrarsi inserisco tutte le categorie: attricette senza senso, commesse di profumeria, avvocati, medici, impiegate di banca e delle ASL, colleghe di storia dell'arte che mortificano con la loro insipienza la disciplina, vigilesse, architette che non conoscono la matematica, scrittrici, giornaliste, studentesse che hanno sbagliato strada, conduttrici televisive che davanti alle telecamere hanno la disinvoltura di un manico di scopa.

E soprattutto la postina. Che mi lascia le riviste in posizione precaria e che, come tutte le altre senza meriti, se solo se ne stesse a casa sua a lustrare, farebbe meno danni fuori e potrebbe, dentro, contribuire a colpi di ramazza alla grande, ineludibile missione della pulizia del mondo. Che sarebbe meno sporco, quindi meglio vivibile e più bello.    

(Commento, sordo, del filosofo: 'Un'altra risposta da parte vostra mi avrebbe deluso. Bien sûr, una donna che sa qualcosa della natura della donna, della sua bellezza e della sua non volgarità intrinseca, non potrebbe essere femminista').
  

 

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148. Men Without Women

Hemingway (a sin.) a Pamplona nel 1925. Accanto a lui Lady Duff Twysden che gli ispirò Brett

Stuart Davis, Men Without Women, 1932

Mario Bellini, Mangiadischi GA 45 Pop, 1969

Fu per colpa di una 'bagascia' che cominciai a leggere Hemingway in versione originale.

Secondo me sarebbe stato meglio tradurre 'whore' in un altro modo. Ero alle prese con Fiesta, mi irritai, mi alzai dal divano sul quale ero allungata, uscii e andai all'Anglo American Bookshop di via della Vite a comprarmi The Sun Also Rises, titolo inglese del romanzo. Fu così che Hemingway mi apparve nella sua vera, maschia, asciutta veste di grande narratore. E fu così che 'the flamboyant Lady Brett Ashley' divenne, definitivamente, uno dei miei miti femminili.

E' vero che va a letto con quasi tutti i personaggi maschili della vicenda (anche con Pedro Romero, torero diciannovenne. Lei, di anni, al momento, ne ha 34) e che è un po' matta e del tutto alcolizzata, però fa continuamente il bagno, non bussa quando entra in una stanza ('She went straight down the hall and into Romero's room. She did not knock. She simply opened the door, went in, and closed it behind her'), e, del resto, non si capisce perché una così dovrebbe bussare, lascia tutto in un disordine che solo coloro che hanno sempre avuto personale di servizio producono e si comporta come una regina: 'I looked and saw her coming through the crowd in the square, walking, her head up, as though the fiesta were being staged in her honor, and she found it pleasant and amusing.'

Hemingway è, dunque, uno dei miei amori letterari più limpidi. 
E' sua la raccolta di racconti brevi pubblicata nel 1927 che dà il titolo alla nostra puntata di Opera Soap e, soprattutto, al mural realizzato per 'the men's lounge of Radio City Music Hall' di New York da Stuart Davis nel 1932.
Stuart Davis (1894-1964) è stato uno dei massimi artisti del XX secolo, uno moderno e americano al medesimo tempo (la cosa non deve sembrarvi scontata), uno che ha saputo tradurre l'ambiente dell'American Scene e della trionfante New York del primo dopoguerra in termini di avanguardia, usando forme bidimensionali, lettering, suggestioni di pubblicità, manifesti e jazz. Amico di Gorky e di de Kooning, è stato anche precursore della Pop Art. Introdotta la grandezza dell'artista, vi racconto il suo pannello gigantesco (327,2 x 518 cm) sul quale stiamo riflettendo, attualmente al MoMA di New York, dove lo tengono nei depositi, deduco, perché non l'ho mai visto esposto.

Se vi siete fatti l'idea di uomini senza donne come dei poveretti che hanno la casa sporca, un'unica pianta sdutta in soggiorno, non sanno cuocersi nemmeno un uovo e non puliscono mai le mattonelle del bagno, toglietevela dalla testa. E' vero che la maggior parte degli uomini che stanno da soli, per scelta o motivi contingenti, sono come dite voi, lo penso anch'io e nelle loro case ho visto cose da far ribrezzo, mai un sapone nuovo o una scorta di fazzoletti di carta, la scopa ammassata con i libri sul ripiano del tavolo, camicie che pendono a decine sullo stendibiancheria che da anni non vedono il ferro da stiro, mai una tenda scelta con qualche gusto. (A meno che non siano architetti o decoratori d'interni, ben inteso. Quelli, però, sono professionisti. E poi non è detto che sappiano cucinare).
No, gli uomini di Davis ispirati da Hemingway danno di sé, come dice il mio amatissimo Robert Hughes, che vi ho già citato, 'a yo-ho-ho masculine image', e qui vi suggerisco di prendere la parola 'yo-ho-ho' per quello che è, un'esclamazione, evitando di inserirla nel vostro vocabolario perché difficilmente sortireste il medesimo effetto di richiamare l'attenzione che al grande critico d'arte riesce, invece, perfettamente.

Quali elementi ci sono nel mural? Un'automobile; una pompa della benzina; un uccello in volo (già mi vengono pensieri maliziosi); un cavallo bianco; una barca a vela; un pacchetto di sigarette; una pipa; fiammiferi; un sigaro Havana della forma e delle dimensioni di uno Zeppelin, il più grande di tutta l'arte occidentale (altri accostamenti si affollano nel mio cervello); una carta da gioco (toh, un asso di cuori); la campana di una nave; l'insegna del barbiere.
Su tutto sembra aleggiare un profumo di colonia virile e l'odore del fumo, che agli uomini non sta male.

(Nemmeno una scarpa con i lacci).

Che invidia.

Di colpo torno indietro di anni, ai lunghi pomeriggi estivi trascorsi ad aspettare che i maschi finissero la partita di carte e avessero voglia di andare a ballare, alle motociclette che guidavano loro, alle serate che immediatamente si infiammavano con la loro presenza, il mangiadischi color arancio sull'erba umida (vedi puntata n° 40 Sound & Colour Track: è sempre quello), magliette di bucato con odore di sudore, abbracci come morsa ('morsa... s. f. 1. Attrezzo fissato al tavolo da lavoro, costituito da una ganascia fissa e da una mobile, le quali bloccano, mediante un dispositivo a vite, il pezzo da lavorare...' dal mio Zingarelli), ganasce dalle quali mai mi sarei sognata di scappare.

Nemmeno uno straccio da spolvero, un flacone di detersivo, una bomboletta di appretto per i colli delle camicie, uno scopettone per lavare il pavimento, un secchio, una molletta per stendere il bucato.

Uomini, quelli di Davis e quelli del mangiadischi color arancio, veri.  

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149. Women Without Men (ma questa vita cos'è se manchi tu)

Marjorie Hillis, Live Alone and Like It, 1936

Pelè

Parmigianino, Amore che fabbrica l'arco, 1531

Qui cominciano i guai.

Nella mia carriera di storico dell'arte (con vocazione) non ho mai incontrato non dico un pannello, ma nemmeno uno schizzo o un disegnetto su carta con questo titolo. Credo che non esista una raccolta di novelle in stile Hemingway cui poter fare riferimento, anche se Marjorie Hillis ha cercato di tenere testa al grande americano con Live Alone and Like It (1936), una cosetta deliziosa (prendo una frase a caso: 'We think we are saving things for Better Days, which frequently don't come'), piena di pepite da assaporare, ironica, svelta, cinica e saggia.
Certo, si tratta di poco più di un'operina giornalistica, non di letteratura. E poi l'autrice tre anni dopo la pubblicazione del libro, quarantanovenne, dà l'addio alla vita da single e sposa Mr T. H. Roulston, di cui non so niente e che spero, comunque, l'abbia fatta felice.

(Non sto parlando della camera tutta per sé di Virginia Woolf e pure il Pavese di Tra donne sole non c'entra. Parlo di donne senza uomini, non di solitudine femminile).

Premetto che volerò basso, non so niente di statistica e sociologia, lascio da parte Lou Salomé che si infuria quando, prima il pastore Gillot, poi Nietzsche e dopo Paul Rée la chiedono in moglie (avrebbe in seguito sposato Carl Andreas con il quale però, dice la mia rivista di filosofia, rifiuta qualunque tipo di sessualità, 'illusion grossière, parodie de fusion'. Punti di vista). Mi guardo intorno.
C'è la guerra, e gli uomini stanno al fronte. Le donne si frequentano fra loro.

Non vado mai a cena fuori con le amiche perché mi scoccio.
(Vado con molto piacere a cena con 'un'amica', ma la cosa è completamente diversa).
L'ultima volta che mi sono trovata in questa situazione è stato per motivi contingenti, un tavolo riservato per un artista che poi ha deciso di festeggiare diversamente la sua mostra e un gruppetto che si è costituito per caso con il quale ho pensato di onorare la prenotazione. Ho cenato con donne che non avevo mai visto e delle quali avrei presto perso le tracce: esse hanno parlato di uomini per tutta la sera.

Uno strazio, una lagna, un cordoglio, una monotonia, un pilotto. Se ci fosse stato presente un uomo, se la sarebbe data a gambe. Oppure si sarebbe parlato d'altro, per esempio di calcio. 

Adoro parlare di calcio, ci capisco poco, però capisco di calciatori, per cui sostengo bene la conversazione, faccio domande, chiedo pareri, risolvo dubbi.
Con i miei studenti, di recente, ci siamo messi a fare l'elenco dei più grandi di tutti i tempi, li ho anche rintuzzati abilmente perché durante i mondiali e gli europei leggo la stampa specialistica e so che, da che il calcio è calcio, non ci sono stati più di 4 giocatori veramente mitici: Pelè, Maradona, Zidane.
Il quarto citato dall'articolista non me lo ricordo, per cui vi aggiungo Beckham, per motivi che esulano del tutto da valutazioni atletiche e di cui già siete a conoscenza (passim. Insomma, qua e là ve l'ho già detto).
Purtroppo non ho conservato il ritaglio di giornale cui sto facendo riferimento.
Non per il quarto uomo, bensì perché in esso si diceva un'altra cosa importante. Quanti amori vuoi avere in vita tua, ma amori che contano davvero? Anche lì l'acuto commentatore non arrivava a 4.   

Ancora con i miei studenti, facciamo spesso un punto della situazione. Domando loro, per alzata di mano, quanti sono innamorati. E loro, puntualissimi come nelle mie aspettative, si schierano solo in percentuale bassa (circa il 15%) dalla parte di coloro che hanno il cuore preso. Sì, perché anche a 20 anni l'amore è una cosa che accade raramente e loro, che nella vulgata dovrebbero essere sempre ardenti, lo sono a tratti, a periodi e a momenti.
Rintuzzato pure il giovane collega che ha partecipato all'ultima indagine dichiarando di essere innamorato dell'amore. Guardata strana la collega che è arrivata in aula dopo di me (quella che è contenta di trovare la cattedra pulita con l'alcool), che si è accorta della frenesia che c'era in circolo e che ha voluto anche lei dare la sua risposta: è innamorata da 12 anni della medesima persona e ogni volta che la guarda le sembra la prima. Bello, ma fatico a comprendere.   

Ora vi dico che cosa chiedo a un uomo: che dia alla mia vita una dimensione letteraria e cinematografica.
Anche erotica, ça va sans dire, altrimenti per le altre due farei prima con libri e dischi. 
(Vi dico anche che, per i primi due scopi, i calciatori non vanno bene. Sono poco articolati intellettualmente, se ti scrivono una mail o una cartolina fanno pena, non sono capaci di inventarsi un'atmosfera. Finisce che per avere una dimensione mentale con loro, ce la devi avere tu doppia. E anche molto resistente agli attacchi che arrivano da centrocampo, i discorsi, i commenti al film visto insieme, il programma di un viaggio).

Ora vi dico che cosa chiedono le donne a un uomo: l'Amore.
Bella forza.
E se uno domanda una sfumatura in più, una definizione, uno scenario, un panorama, un trailer del film che si stanno facendo, i risultati sono penosi come letterine di calciatori. 
(Non sto parlando delle eccezioni, sto facendo un discorso generale. Mi perdonino le letterate autentiche, quelle che dell'amore parlano in modo indimenticabile e che sono anche capaci di pensarlo. Sono poche e nelle cene con le amiche mi è capitato di rado di incontrarle).

Le donne chiedono, dunque, a un uomo quello che non hanno.
Toglietevi subito dalla faccia il sorrisetto malizioso che vi è fiorito sulle labbra. Sto parlando del pepe, del twist, dell'avventura, della fantasia, del copione di un film avvincente e romanticissimo del quale essere protagoniste.

Alle mie studentesse con pene amorose lo dico perché approfitto del ruolo e della maggiore età: soffrite pure ma coltivatevi, leggete, studiate, viaggiate, inventatevi altri mondi. Poi accadrà che un uomo in uno di questi paesaggi ci si infilerà dentro, trovandocisi bene e trovando voi belle, rischiose e interessanti. (Dico anche loro di fare paragoni e esperienze, ma questo è un altro discorso).

Spero che abbiate visto Playtime (1967) di Jacques Tati, cui la Cinémathèque française, insieme a altre istituzioni e luoghi di Parigi, dedica quest'anno un omaggio. Nel film visionario e veggente si vede, fra l'altro, una città del futuro tormentata dal turismo di massa, con un pullman di sole donne che sono trasportate come pacchi da un punto all'altro. Lo diceva anche Dino Buzzati e lo si intuisce facilmente: se non si avesse il sospetto e il desiderio di trovare l'amore impigliato in qualche itinerario, 'se nei viaggi non ci fosse quel barlume romanzesco e inverosimile', mai ci si muoverebbe da casa e 'il vagabondare di frontiera in frontiera, di albergo in albergo, diventerebbe un supplizio' (Un amore, 1963).  

E ancora. Come ha detto Catherine Deneuve in un'intervista: i bar degli hotel di provincia sono così suggestivi perché c'è in essi un presentimento di avventura e di erotismo. (Ancora un esempio di trasformazione di ambiente).

Allora, che ci mettiamo nel mural Women Without Men, ancora tutto da fare?

Stracci, piumino da spolvero, spazzolone, Cif per lucidare le mattonelle del bagno, detersivo per i piatti e per i delicati, scopa, secchio, paletta per raccogliere la spazzatura (le case delle donne sono mediamente più pulite di quelle degli uomini)? Cenette con le amiche a lamentarsi dei maschi? Dichiarazioni di guerra, rimbrotti, critiche, macchine utilitarie, bambini, borse della spesa, balocchi, profumi, cosmetici, abiti, scarpe?
Non è che facciamo uno sforzo e ci mettiamo pure una dimensione diversa, casomai quella dell'avventura o, meglio ancora, della narratività pensata come tale, capace di trasfigurare il quotidiano (ricordatevi della formula di Marilou: 'Échapper au réel ou au contraire s'y raccrocher grâce au romanesque'), per non parlare di quanto capace di reinventare, in tutto e per tutto, l'amore? 

Cos'è la vita / senza l'amore / è solo un albero che foglie non ha più...Ma questa vita cos'è / se manchi tu (Nada, Ma che freddo fa, 1969)

 

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150. Socks

Michael Jackson (1958-2009)

Roy Lichtenstein, Sock, 1962

Wolfgang Tillmans, Socks on Radiator, 1998

Me lo hanno fatto notare i miei studenti (ieri, 10 luglio, ultimo giorno della sessione estiva di esami, ancora una volta con qualche risultato entusiasmante. Anche il prossimo anno, ho deciso, non presenterò domanda di trasferimento) e lo avevo letto sulla stampa specialistica: Michael Jackson amava indossare calze bianche.

Di intimo maschile si parla, mi pare, solo a livello di mutande. 
Si chiede anche a Obama, Presidente USA in carica (ricordo, a proposito del titolo della nostra puntata, che un altro Presidente, Clinton, con il nome di Socks aveva battezzato il gatto), se preferisce boxer o slip. Si sconcerta, giustamente, lui, poi para il colpo e dichiara che entrambi i modelli gli stanno bene.
(Almeno non gli hanno domandato il gradimento di colori, fantasie, imprimiture, casomai motti che facciano sapere che lui può, anche in quell'ambito).
(Personalmente, lo dichiaro pure io, non apprezzo gli uomini spiritosi: sono capace di squagliarmela sul più bello. Chiarisco: amo gli uomini di spirito ma non in certe situazioni, dove mi sembra che da ridere non ci sia niente).

Della coabitazione con un uomo, due cose mi sfiancano: 1. La preparazione del cibo. Sono sempre incredula di fronte alla quantità di mangiare che riesce a ingurgitare un maschio, non solo un maschio ciccione ma anche uno atletico e in forma. Quasi peggio. Ma dove la mettono, tutta quella roba? 2. I calzini. Montagne di cenci da tirare fuori dalla lavatrice (loro si dimenticano, hanno sempre cose più urgenti da fare), calzini tutti uguali, ho appena detto che non amo lo strambo, da cui si deduce che i calzini che passano dalle mie parti sono, inevitabilmente, tutti grigi, anche se di vari toni e sfumature. L'impresa di riaccoppiare ciò che il lavaggio ha disgiunto mi sembra la più grande prova di sentimento, occhio al dettaglio, allo stato di conservazione, al bordo con l'elastico, alla lunghezza, all'aria di famiglia e alla somiglianza. Bucato steso all'ombra. Copula. Cassetto.

(Ho letto una volta una cosetta che mi ha definitivamente istruita sulle relazioni uomo/donna. Domanda che più frequentamente rivolgono le donne agli uomini: Caro, mi ami ancora? Domanda che più frequentemente rivolgono gli uomini alle donne: Cara, dove sono i miei calzini? Dubbi si affacciano sulla questione amorosa, così asimmetrica e priva di più eccitanti prospettive).

Roy Lichtenstein, con il suo pop gelido e netto, dipinge, a olio, un calzino da solo, gli dà la dignità di un quadro di storia. Warhol, giustamente, si fa venire dei dubbi sulle sue qualità di pittore davanti a tanta perizia e decide di passare a altra tecnica.
(Era già accaduto al padre di Picasso, pittore, che, resosi conto della stoffa di cui era fatto il figlio, gli regalò i suoi pennelli e i suoi colori e la fece finita con quello che ormai gli pareva, senza possibilità di appello, un hobby). 

Wolfgang Tillmans, il mio fotografo preferito, è tornato sui calzini più volte. L'interpretazione che vedete, una delle sue cose più belle, lavora sulla sottrazione e sull'essenzialità della gamma cromatica. Fate caso alla purezza dell'installazione, al filo che pende e la prossima volta che asciugate i vostri calzini sul termosifone, cosa da evitare a meno che non vogliate impegnarvi in una citazione, ricordatevi di quello che vi dona l'arte per trasformare il quotidiano.

Michael Jackson, il re del pop, creatura sulla quale intere generazioni, in questi giorni, piangono, ha espresso una genialità che ha toccato l'universale. Lo ricorda Charles Pepin, filosofo, che ci dice come l'esubero di ingegno sfiori di continuo lo squilibrio, cita Kant e la sua idea di genio, ne mette in evidenza la mostruosità, che Jackson possedeva tutta e frequentava nel numero senza paragoni di vendite di dischi, nelle mutazioni fisiche, nell'identità ricostruita daccapo e lasciata bambina.
E sull'adolescente fragile con il dono della gentilezza ma in preda alla vertigine identitaria dell'idolo consegnato al mito da una morte precoce si sbizzarriscono anche i sapienti di moda, ne evidenziano l'istinto senza errori, il perfecto di cuoio citato poi da Gaultier nelle sfilate 2009, il papillon oversized che ha ripreso Elbaz, le uniformi che ritroviamo nella recente versione Balmain, la giubba rossa di Lauren, il glitter, la giacca da ammiraglio che Givenchy ha rimesso in pista.
(Per saperne di più venite al nostro primo seminario 2009 dedicato all'intreccio fra moda e arte contemporanea e vi diremo tutto).

The show must go on, come è noto, e questo significava che non c'erano uscite pubbliche senza maschera, che la reinvenzione era continua, che l'interpretazione cristologica dominava tutto, con quel dare un po' di sé a ciascuno di coloro che avanzavano pretese in questo senso.

I calzini bianchi, quelle calze immacolate fresche di bucato che appaiono come un filo conduttore in tante circostanze, lasciano stupiti, sono la nota ordinata in tanto caos dell'anima, l'aggancio con la normalità e la purezza, il modo nostro, privato e minimale, di citare, indossandone di simili, la bellezza insensata e eterna di uno che ha posseduto, per un attimo, la grazia di cui tutti andiamo in cerca. 

(Nel video Michael Jackson e il suo insuperato moonwalk)

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