Opera Soap

 
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151. Vivez Cinéma

Look Both Ways

Look Both Ways, Sarah Watt, 2005

Meryl (Justine Clark), Look Both Ways, Sarah Watt, 2005

(Per prima cosa il titolo della puntata. Slogan di una nuova rivista francese di cinema, Studio Ciné Live, di cui è uscito qualche numero. Non la comprerò mai, compro i Cahiers du Cinéma, sono una lettrice dell'ultima ora, ho al mio attivo solo 5 anni di frequentazione, ma leggo tutto, sottolineo e evidenzio, ci studio sopra, cerco di farmi perdonare la decennale disattenzione.
Però ho ritagliato e messo sul frigorifero lo slogan della concorrenza).

Ho visto un film bellissimo.

Sono andata al cinema come piace a me, il lunedì pomeriggio al primo spettacolo, per tempo, ho contato le file e i sedili e mi sono sistemata esattamente nel mezzo, poi sono entrate altre 4 persone e ho sopportato la loro presenza (il cinema come rito collettivo non fa per me, al cinema mi piace stare da sola).

Sono andata qui a Roma al cinema Madison, che mi sta lontano da casa e che, invece, vorrei avere a portata di mano: 8 sale e una programmazione grintosa, titolare Rodolfo Ilari, fategli un monumento, mai un giorno di vacanza, praticamente una professione di fede. Certo il sonoro è contaminato da una sala all'altra e i film sono sempre doppiati, però il Madison è diventato la mia vacanza. In stagione non riesco mai a andare al cinema nemmeno qui intorno, il mio noleggio ha chiuso, i miei dvd si ammucchiano. A luglio, portando le diapositive nuove da fare al fotografo, che sta in quella direzione, faccio una tappa.

Ho visto un film bellissimo. Il più bello dell'anno e uno dei più belli che abbia visto in vita mia.
Look Both Ways, Australia 2005, faccio notare che ha impiegato 4 anni a varcare i mari, di Sarah Watt. Se conoscete colui che ha scelto il titolo italiano, Amori e disastri (un invito alla prudenza trasformato in una commediola), salutatelo acidamente da parte mia. Che il film sia bello lo si vede da subito, cartoni animati si intersecano alla narrazione, l'immaginario della protagonista Meryl (Justine Clarke), una specie di artista visionaria che vede di continuo sciagure. Poi la narrazione si scioglie, succedono cose tragiche ma, tutto sommato, normali, a un gruppo di protagonisti che si incontrano. Gli attori sono persone probabili, Meryl è anche cicciottella, in costume da bagno non ci fa una gran figura, ma ha un viso mobilissimo e si veste a modo suo. Il più prestante fisicamente, Nick (William McInnes), vive da solo e ha il cancro, lo viene a sapere davanti a noi. Uno muore in un incidente cretino e abbandona una donna e un cane. Un altro ha messo incinta per caso una ragazza. Uno festeggia il compleanno di una figlia anche con i palloncini. Tutti mangiano, bevono, qualcuno gioca a cricket, vanno in treno e in tram, usano il cellulare poco o niente, quando Meryl e Nick fanno l'amore il film diventa ancora più bello, un bacio lunghissimo e profondo ripreso dall'alto, interminabile, con le mani che frugano abiti, la regista è stata capace di descrivere l'essenza di un incontro senza lasciarci da parte.

Una colonna sonora indiavolata e onnipresente.

Fa caldo, siamo in Australia, Adelaide. 

Le case di tutti sono come la vostra e la mia, approssimative, ipotetiche. Chiedo scusa se casa vostra è linda e pinta; al momento, la mia, con la colf in vacanza, comincia a mostrare la corda, mi scalda il cuore vedere al cinema case reali, il lavandino della cucina con i piatti dentro, il frigorifero con le scorte ammucchiate, la biancheria intima buttata a terra respinta sotto al letto con mossa rapida quando è il momento dell'erotismo, il divano con i cuscini molli, il ventilatore, il sudore che impregna la maglia. 
Nessuno ha i denti sbiancati con la mascherina. Nessuno è perfetto.
La solitudine alligna dappertutto, Meryl si lamenta più di una volta perché non ha un compagno e immagina i suoi inferni, squali che divorano ragazzini sulla spiaggia, lei che precipita in un buco con tutta la sua roba, treni si schiantano imboccando un tunnel, il suo lavoro non le piace, vive con i pesci rossi. (I dipinti, ho visto nei titoli di coda, sono della regista).
L'idea è prepotente, guardate tutti come la vita si confronta con la morte.

Avete il vostro punto di vista, le case non sono pulite, le donne escono nel giardinetto a piedi scalzi, le ex mogli sono antipatiche, i ragazzini ti fanno passare la voglia di fare figli. 
Ma il quotidiano, mostrato nella sua essenza, acquisisce una dimensione cinematografica, ci racconta un altro modo di esistere.

Poco pubblico a vedere il film. Perché, si domandavano al cinema. Perché il pubblico è cretino, ho tagliato corto.
Lo dice pure Nanni Moretti, che mi sta poco cordialmente antipatico ma che, certe volte, su qualcosa, ha ragione. Dice (intervista del 10 luglio scorso) che tutti sottovalutano la difficoltà delle sale, che chiuderanno una a una, che le persone sono disposte a spendere qualsiasi cifra per mangiare in un ristorante dove devono urlare per farsi sentire (è vero) ma che secondo loro il cinema costa troppo (prezzo del mio biglietto di oggi: € 5,00). Lui non ama che si stia con il sedere appiccicato su una sedia che sta appiccicata a un computer. A me, invece, piace molto. Lui dice che è meglio vedere i film in mezzo agli altri. Cosa che a me non piace per niente.

Ma, date retta, a me o, se preferite, a lui. Vivez Cinéma. E' sempre e comunque meglio.

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152. Dieci cose per cui vale (la pena di) vivere

Manhattan, Woody Allen, 1979

Johannes Brahms (1833-1897)

Home Sweet Home

Ve lo do io il gioco dell'estate 2009, lasciate perdere tutti gli altri.
Ha anche una dimensione cinematografica e un'allure vintage, non potreste trovare di meglio.
L'anno è il 1979. Nel film Manhattan Woody Allen recita al microfono del registratore le dieci cose per cui, secondo lui, vale la pensa vivere. (Guardatevi il film in v.o., doppiato è insopportabile).
Ve le elenco, così cominciamo a rifletterci sopra: Groucho Marx; Willie Mays (baseball); il secondo movimento della sinfonia Jupiter (Mozart); Louis Armstrong in Potatoes Head Blues; i film svedesi; L'éducation sentimentale di Flaubert (ditelo a Marilou, è d'accordo); Marlon Brando; Frank Sinatra; le mele e le pere di Cézanne; i granchi del ristorante Sam Wo's; il volto di Tracy, la ragazza che ama.

Riletta a distanza, la lista mi innervosisce. Sono allergica ai gamberi, questa scelta di Mozart mi sembra opinabile (perché non tutto il Don Giovanni?), di baseball non capisco niente, i film svedesi, tutti insieme, sono pesantissimi, la sua Tracy, Mariel Hemingway, ha l'appeal della femmina di un sorcio.
Ma l'idea è buona.

Mi spiego. Penso a queste serate estive con le idee in libera uscita, amici fra i piedi e conversazione stagnante. Provate a lanciare il gioco delle 10 cose, che costringe chiunque a rivelarsi, a parlare di sé, l'unico modo, lo dico sempre ai miei studenti, di esistere.
Intendiamoci, non come quelli che parlano di sé in modo autistico, se abbandoni il telefono, anche se è un portatile, da una parte e vai a farti un giro in cucina per bere un bicchiere d'acqua, quelli manco se ne accorgono, ritorni e loro ancora parlano.
Parlare di sé togliendosi la pelle, come fa Marilou e come fanno gli artisti.

Almeno un paio di volte, dunque, io ho preparato dei fogli A4 con i 10 punti e li ho distribuiti, chiedendo la cortesia di uno pseudonimo e una data.
Come sapete, il mondo si divide fra e fra. Fra quelli che fumano e quelli che hanno smesso; fra chi sta a destra e chi ci sta andando; fra chi comincia a sventolarsi ai primi di maggio e chi tiene una coperta, fosse pure leggera, anche con il termometro che sfonda i 40, come in questi giorni, perché alle 4 del mattino non si può mai sapere.
Le 10 cose bastano da sole per spartire il mondo fra A: chi se la gode davanti a un tramonto o a un filo di erba e chi, invece, B: accampa pretese. Vi avverto, io sto sistemata nella fascia B, per cui, se venite da me a dirmi che vi commuove il sorriso di un bimbetto, preparatevi a farvi guardare con aria di compatimento.
L'elenco A comprende invariabilmente passeggiate in montagna, piatti di spaghetti, figli, anche ancora da nascere, gelati, nuotatine in mare nostrum, amicizia, famiglia.
L'elenco B si fa più smanioso, blasé, ipocondriaco, implacabile. Rileggete Woody Allen e ditemi se siete d'accordo (certo che uno come lui sta in B perché davanti al filo d'erba si scoccia. Però in un'intervista parlò del cielo e della luce di Londra, che si spostano, quindi, dalla casella 'natura' a quella 'cinema').

Da notare che i miei studenti, maschi, ci sono andati giù giustamente duri e hanno messo subito in elenco le gioie del sesso, alcuni anche circostanziando zone predilette, natiche, seni e citando le proprietarie. (Per fortuna, c'è ancora chi apprezza).
Sempre più generiche le femmine, innamorate, come sono le donne, dell'Amore.
Che ho messo anch'io in elenco, però in modo più maschile. Dunque, circostanziando.

Volete sapere quali sono gli altri miei 9 punti? Provo, devo ricostruirli, ho fatto il gioco tempo fa e alcune cose sono cambiate. Per esempio, fra le mie città preferite, che valgono una vita o un viaggio, non compare più New York, che ho trovato, l'ultima volta, tutta finta. Parigi e Londra sono rimaste e sono fra le metropoli che mi danno il brivido nelle quali mi piace stare. Ci ho messo i miei film, i miei romanzi e i manga, quasi tutta la mia arte (faccio prima a dirvi chi sta fuori dalla lista: Dalì, Bellmer, Balthus), certe sere innaffiate di champagne, che non ci sta mai male, i miei vini prediletti (lo Chablis in testa), Maria Callas, il Brahms del Quartetto per pianoforte e archi op. 25, ma non solo quello, Puccini, il Rossini del Tancredi, Werther in tutte le salse, i miei studenti (non sto sforando, riunite sotto i comuni denominatori), i pets di pinne e quello di pezza. 
E, la cosa più dolce e finale, la mia casa.
Certo quando è pulita, le tende che lasciano filtrare la luce, il letto con le coperte a piombo come in un disegno, i pavimenti tirati a lucido, la biancheria bianca a tonnellate, i libri e i dischi belli dritti, le sedie al loro posto, le scarpe con i lacci allineate come soldatini, gli abiti organizzati secondo i colori, gli stereo, i vetri tutti blu, tutti rosa e tutti verdi a seconda della stanza, la mia scrivania e il computer dal quale vi scrivo, chiedendovi di farmi sapere il vostro elenco. 
Almeno con uno pseudonimo, una data e, se la cosa vi diverte (vi garantisco la discrezione), qualche circostanza.    

 

 

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153. Fidarsi è bene

The Doctor is IN

Félix Vallotton, Le confiant, 1895

Da un pezzo sono una no tanning e il fatto che quest'anno il pallore estivo cominci a essere considerato cool mi solleva dal dare spiegazioni a chi mi si presenta abbrustolito come un toast venuto male. La domenica di luglio, quindi, mi guardo bene dall'andare al mare. Mi guardo bene dall'andare al mare anche durante gli altri giorni della settimana, era giusto per dire.
Comunque ieri, domenica, ho pulito la mia casa. L'ho fatto perché la colf è in vacanza e perché avevo strategicamente scelto un giorno di mezzo fra la sua partenza e il suo rientro. Essendo quest'anno, come ho già detto, le ferie della colf divise in due, dovrei farcela a sopravvivere in sua assenza.
Premetto che sono dell'idea che farsi pulire la casa da qualcuno è una cosa ottima: si risparmiano fatica e tempo. Una fatica animale e un tempo prezioso per fare altro.
Non capisco fino in fondo quelli che, pur potendo, la casa se la puliscono da soli. Pulire una casa è un impegno a tempo pieno, c'è la routine, poi ci sono i lavori pesanti e quelli di fino. In un giorno intero ho fatto una cosa superficiale, per esempio mi sono ben guardata dal prendere la scala per arrivare ai piani alti delle librerie, ma utile, perché ho ripreso il controllo, ho individuato angoli negletti (in verità, pochi), ritrovato carte (molte).
Nel fare a fondo il mio sgabello del bagno (una cosa deliziosa anni '30 in metallo con la seduta che si apre: uno dei miei nascondigli preferiti) ho recuperato la fotocopia di una pagina di una rivista femminile che avevo messo da parte. Il titolo era 'The Best Advice I Ever Got'. La fonte era, ci vuole poco a capirlo, americana. Sì, perché il made in USA è spesso pragmatico, talvolta addirittura concettuale (mai dimenticherò le istruzioni sull'uso del cavatappi trovate su una bottiglia in una cena dell'ultimo dell'anno in un hotel di Boston. Io ero stranita per l'atterraggio imprevisto del volo causa neve a una distanza siderale dalla mia destinazione però pure loro non scherzavano: prendete l'utensile, inseritelo nel sughero, girate la manopola, estraete, girate dall'altra parte, depositate il tappo, Enjoy!), comunque cerca sempre di rendersi utile e lo fa in modo chiaro.
Adoro ricevere consigli. Certo, devono essere à ma sauce e pure saggi. Per esempio, sento parecchio la mancanza della vecchia zia di una volta, che la sapeva lunga e suggeriva come prendere il marito per il verso giusto e anche casomai come metterci una pezza. Ora è più probabile che l'anziana signora sia su una spiaggia a fare un corso di salsa buttando un occhio a parti anatomiche ondeggianti avanti e indietro dell'istruttore, ovvero con la testa da tutt'altra parte.
Fra i peanuts, al liceo, ricordo che trovavo irresistibile Lucy che, nella sua baracchetta con su scritto 'Psychiatric Help', diceva 'Su con la vita!' e chiedeva 5 cents. Un concentrato di affidabilità e idee chiare sul ruolo di consigliere.

Ma torniamo alla mia pagina di rivista, completa di elenco di consigli da NON seguire (Vai e chiamalo: non risponderà al telefono la sua nuova girlfriend; Dovresti indossare colori più chiari; Provalo, ti piacerà), sui quali non mi fermo più di tanto perché della faccenda mi interessa riferirvi il resto.
Partiamo dalla base: Non rifiutare mai una menta per l'alito; Vai sempre in bagno prima di uscire da casa; Sii sempre gentile con lo staff al ristorante; Non fidarti di un uomo che dice di essere femminista mi sembrano suggerimenti di buon senso ai quali dare, giustamente, spazio.

Ci sono poi i consigli di lavoro e esistenziali: Il mio capo mi disse che quando qualcosa che stai facendo non è più divertente, devi smettere di farlo; Ascolta sempre il 50% in più di quanto non parli; Fai sempre più di ciò per cui sei pagata; casomai il compenso arriverà; Se menti sulla tua età, comincia presto e non tornare mai indietro;  Non dare mai da mangiare a un gabbiano, si porterà dietro tutto lo stormo; Non mettere da parte i tuoi abiti migliori per il tuo funerale. Domandati di che cosa hai veramente paura, poi fallo. Ammettete che non sono male.

Ma gli orientamenti più belli sono quelli che chiamerei sentimentali. Oggi, tranne Natalia Aspesi della puntata 54 Thanks God It's Friday, alla quale rivolgo un ulteriore pensiero di gratitudine, e qualche altro caso raro (per esempio Marlene Dietrich: Lascialo andare, se non ti ama più. Oppure la mia amica Anna, capace di acume e di finezze), nessuno sa più dirti come comportarti con un uomo in certe situazioni: dappertutto piovono impiastri psicologici venati di luoghi comuni, dovunque alligna la banalità più triviale o, peggio, un'interpretazione delle faccende amorose come melassa che ha la sola funzione di allappare il mondo, agli ex sono dedicati film che ti fanno desiderare di non averli mai incontrati, gli armadi sono pieni di cadaveri che nessuno si decide a smaltire, tutti stanno alla finestra e aspettano l'Amore.
Ben venga, quindi, un florilegio di consigli spicci, all'interno del quale, con un po' di fantasia, se ne possono trovare altri, che serva a dipanare un po' la matassa.

Vi faccio degli esempi: Non chiamare mai, per nessuna ragione, il tuo ex-boyfriend nel mezzo della notte; Se trovi un ragazzo in internet, è meglio lasciarlo in internet; Non lasciare la tua biancheria intima da lui; Se sospetti che lui ti tradisca, hai probabilmente ragione; Se usi manette, metti sempre la chiave dove puoi trovarla più tardi; Non impegnarti mai con un uomo che gioca a Dungeons & Dragons (un gioco di ruolo del genere fantasy) passati i 18 anni; Se ti rendi conto che stai cercando troppe scuse con i tuoi amici sull'uomo che stai vedendo, stai vedendo probabilmente l'uomo sbagliato.

Ma il consiglio che è causa e effetto di questa puntata riguarda, ovviamente, il sapone: Non impegnarti mai con un uomo che sia più pulito di te.
Ditemi se non è geniale: in quattro parole, il succo della relazione maschio/femmina, chi è che porta i pantaloni, chi è che si occupa delle faccende domestiche, chi è che comanda.
Lo sanno bene le mie studentesse, quelle della puntata 101 Before and After che volevano uscire tutte con il cavernicolo e non con il ragazzo-manga, pronte a sopportare l'afrore sul quale metterei la mano sul fuoco di Sébastien Chabal a fine partita.

(Ho inserito un video per voi, guardatelo. Rendiamoci conto, 192 cm per 114 kg di sporcizia, io forse sono pavida ma personalmente mi inquieta il pensiero di lui nella mia vasca da bagno, per non parlare del modo che ha di buttarsi addosso all'avversario, mi viene da pensare che nell'intimità faccia lo stesso oppure che sia capace di tirare fuori una clava autentica, e non una soltanto in veste di metafora, sul più bello).

L'omo ha da puzza'
, lo diceva, se non sbaglio, Bice Valori e in tanti lo sostengono, almeno a giudicare dal numero di risultati che escono fuori inserendo la frase sulla barra di ricerca.

Che lo pensino anche gli americani, che pure hanno insegnato al mondo lo shampoo e la doccia, mi stupisce fino a un certo punto: sarà per la globalizzazione oppure perché, sotto sotto, a pensarci bene non hanno tutti i torti.

 

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154. Mettete dei fiori nei vostri cannoni

Woodstock, 1969

Woodstock, 1969

Woodstock, 1969

Anniversari. Quasi insopportabili, la luna, Woodstock, qualcuno, per favore, mi spieghi perché si festeggiano i 40 anni come se fossero persone (e la vita, per loro, dovesse cominciare adesso) e non si aspetta il prossimo decennale. Farebbe pure cifra tonda. Sopporto l'estetica hippie solo se applicata alla moda. Marilou stessa si vive come 'une hippie chic matinée de punk/disco' (vi dico che cosa significa matiné, potreste non ricordarlo: indica un cane che non è di razza pura, praticamente un bastardo). Ditemi voi se non è una descrizione evocativa.

Comunque. Leggo in un'intervista a Pierre Delannoy, 'ancien combattant hippie' (mi sfuggono il senso, il luogo, le ragioni del combattimento), coautore con Jean-Pierre Bouyxou de L'aventure hippie, éd. 10/18, che 'l'idea che la terra non è un secchio della spazzatura è la base del movimento hippie'.
Detto fra noi, a guardare le foto che ci inondano, non sembrerebbe. 

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155. Vacanze romane

Audrey Hepburb e Gregory Peck, Vacanze romane, William Wyler 1953

Edouard Manet, Le déjeuner sur l'herbe, 1863

Soledad

Siete su una spiaggia a arrostirvi al sole? Siete su una barca a vela con 8 estranei e 1 solo gabinetto, per giunta chimico? Avete imbarcato con moglie e figlia su un aereo che vi porterà alla vostra destinazione finale e vi sembra di vederle tutte e due per la prima volta e di non saper stabilire quale delle due sia meno appetibile? Siete su un sentiero di montagna a fare una fatica da muli solo per raggiungere un panorama molto remunerativo? Siete in una città d'arte con 38° all'ombra e contemplate una cupola della palla della quale tentate di ammirare il riflesso accecante sotto al sole?

Se è così, avete sbagliato tutto. Siete completamente fuori moda. Non avete capito niente della vita. 
Aprire gli occhi alla gente è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. E' come per gli studenti: ormai tutti i docenti, temendo la denuncia, sono morbidi e danno loro speranze. Io no. Io sono sempre molto chiara. Minaccio le ragazze di segnalarle al supermercato come cassiere se non si mettono sui libri seriamente. Do loro dei somari senza peli sulla lingua. Una volta la deliziosa Antonia ebbe il coraggio di rispondermi che non era esatto: erano disorganizzati, questo era il punto. Fiamme divamparono attraverso l'aula: peggio, non solo somari ma anche disorganizzati. Somari disorganizzati, una tragedia senza scampo.   

Pensateci un momento. Chi ve lo fa fare a dividere l'appartamento in affitto con una coppia di amici, voi con un figlioletto piccolo e loro pure? A mettervi in viaggio con una sola macchina con i cugini che non vedete mai e che vogliono fare tappe dove voi non vi fermereste manco morti? A prenotare il bed & breakfast con il solito e unico bagno in 3 donne ciascuna delle quali ha con sé il suo sacchetto del beauty e la sua saponetta? A stare nell'agriturismo (un paio di giorni fa, dal mio parrucchiere, una cliente ha detto 'agroturismo'. Devo segnalare la versione a Bartezzaghi, che ci farà sopra un libro) in Umbria, una delle regioni più calde d'Italia, con i merletti made in China sui tavolini Ikea? A scendere tutte le sere al ristorante della pensioncina d'Alto Adige, trovarvi intorno sempre le stesse facce come in galera e leggere sul menu Spaghetti allo scoglio quando avete voglia di trote e Kaiserschmarren? A contemplare davanti a un piatto di polenta il crinale della montagna, proprio lì davanti a voi, dove si fa prato e diventa verde e morbido, percorso da un paio di anni da uno scivolo acquatico come a Aqualandia, terminante in una piscina intorno alla quale le mamme si abbronzano in tanga?

Datemi retta, statevene a casa. E' il trend più recente, il mood della stagione, la cultura inglese guarda tutta da questa parte. La mia rivista preferita di decorazione esce con in copertina la scritta Holiday at Home e ci mette pure il punto esclamativo. La Editor's Letter di Agosto si intitola SUBIECT: HOLIDAYING AS A STATE OF MIND, tutto maiuscolo, uno sfoglia le snobissime pagine e scopre 'how to LIVE WELL at HOME' con idee da rubare e cose modaiole, le foto mostrano ragazze annidate in magnifiche poltrone che leggono un libro davanti alla finestra, indulge yourself at home è l'unico grido di battaglia.

E' quello che dico pure io.
Se devo farmi 600 chilometri per trovare sulle Dolomiti le cozze nel piatto oppure non avere lo spazio fisico per tutti i miei cosmetici, o stare a discutere alla reception perché per motivi ecologici non ti danno più di 2 asciugamani (uno piccolo e l'altro piccolissimo) nemmeno se li paghi o ti inginocchi, non vedermi la faccia la mattina perché, sempre per i motivi suddetti, le lampadine sono a basso consumo e anche a basso voltaggio, affittare una casa di vacanza senza lavatrice e tantomeno lavastoviglie, priva di aspirapolvere e con una scopa spennacchiata come unica attrezzatura per le pulizie, essere condannata a intrattenere i vicini di tavolo per la durata di tutto il soggiorno, non sapere dove asciugarmi la biancheria, davanti a quale specchio farmi i capelli, stare senza computer e lontana dai pesci rossi, allora me ne sto a casa mia: servizio di hotel a 5 stelle, asciugamani di lino che finiscono al lavaggio dopo il primo tocco, golfino da sfilare dall'ampia scelta del guardaroba se appena mi viene freddo, internet connesso H24 (la formula l'ho mediata da Marilou), una dotazione di film e di libri buoni sotto ogni latitudine, lampade a mio gusto, potenti per il trucco e con dimmer per l'angolo intimo.
Per non parlare dei manga.
E per non parlare dei servizi (è rientrata la colf dalla prima fase di ferie), delle tende appena lavate e della vista sul giardino da una parte e, dall'altra, cioè dalla stanza dalla quale vi scrivo, su un cortile alla Rear Window di Hitchcock (sapete, è per il brivido. Non ci sta mai male).

La cosa più divertente l'ho letta il mese scorso sulla medesima fonte. Vi piace l'idea di un picnic ma preparare il cesto vi infelicita e non siete sicuri di avere a portata di mano un parco degno delle vostre aspettative? Nessuna paura. Al cesto ci pensano quelli di Melrose & Morgan www.melroseandmorgan.com. Il picnic non deve essere complicato, 'the less fuss, the better'. A loro piacciono le cose semplici e ben fatte. Pane appena sfornato, una cartata di formaggi di grande qualità, un'insalata croccante e carne o pesce preparati di fresco è tutto ciò di cui avete bisogno. E, naturalmente, di qualche bottiglia di 'chilled wine or champagne'. (Prendili per scemi). Senza parco, picniccate (d'accordo, è mio) in giardino o, alla brutte, sul pavimento della sala da pranzo o del soggiorno. Il vantaggio di quest'ultima soluzione è che non dovete preoccuparvi delle condizioni del tempo mentre vi godete il vostro pasto metropolitano.

Ma aveva già anticipato un concetto cui io, lo confesso, non avrei mai pensato, Julie Andrieu www.julieandrieu.com, mio mentore assoluto in fatto di cibo facile. Nel suo squisito Ma p'tite cuisine (Marabout, 2005), dedicato 'à celui qui me nourrit, à Paul' (chissà, mi è venuto subito in mente, se Paul, dopo averla nutrita, lava pure i piatti), fra i vari capitoli, tutti perfetti (le amiche, il capo, il Natale, l'innamorato, i maschi, la mamma italiana che dorme in ciascuno di noi  - Julie definisce la cucina italiana non solo un riflesso di un territorio, come è, del resto, pure dalla sue parti, ma soprattutto una faccenda di 'abilità, modestia e immaginazione' per via della capacità che hanno le donne italiane di far contenta tutta una famiglia con una zuppiera di spaghetti aglio e olio. Ditemi se non è vero -, compare anche un capitolo che si intitola Dans le salon ou en bord de rivière (i Francesi vanno a piqueniquer, questo, invece è loro, sul fiume come ci insegnano gli Impressionisti). E vai con il nutrimento nomade, il protocollo scombinato, il pasto fuori ordinanza, le papille in libera uscita, il salmone affumicato, i pomodori seccati al sole, i ceci in scatola. Una via di mezzo, dice lei, fra 'le buffet plan-plan et le grignotage frugal'. (Se ancora non vi siete messi a studiare il francese, fatevi trasportare dal suono delle parole, quasi onomatopeiche: capirete tutto).

Prima delle foto, asciutte e tecniche, apre anche questa sezione del libro un'illustrazione di Soledad Bravi www.soledadbravi.com, una disegnatrice che fa ormai gusto e tendenza, con una delle sue creaturine esili, pigre e apodittiche, vestita con canottierina, short e ciabatte, seduta in terra in soggiorno. Accanto a lei la tovaglia a quadri bianchi e rossi, i tupperware da asporto, i piatti, la baguette, le ciliege, il cesto. Il fumetto dice all'uomo che rimane, come sempre, fuori campo: 'Cambia canale, detesto questa trasmissione'.
Un suggerimento niente male per risparmiare il denaro del viaggio, sfruttare fino in fondo lo spazio domestico, non insudiciarsi di prato le scarpe, avere il letto a portata di mano in caso, diciamo, di siesta, reinventarsi l'estate e le vacanze, se state dalle mie parti, romane tutte. 
 

 

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156. Detto, fatto

Stefano Bartezzaghi

Cruciverba (in forma di casa)

Agriturismo, notate l'improbabile ruota del carretto siciliano in primo piano

Ho già parlato male (sempre troppo poco, però) dei messaggini alla radio, li detesto, non li voglio sentire, nel 90% dei casi sono di una sconsolante insipienza. Senza il restante 10% si sopravviverebbe lo stesso, ma tant'è. Qualche eccezione. L'altro giorno la pratica da me aborrita mi è tornata utile. Stefano Bartezzaghi era ospite di una trasmissione del pomeriggio e io, come sapete se avete letto la puntata precedente, Vacanze romane, dovevo sottoporre alla sua attenzione l'agroturismo.

Scrivo rapidamente. Mi firmo con una delle mie diverse incarnazioni, sempre botaniche o pulite (Rosa; Ginestra; Linda). Invio. Il conduttore è di quelli smart, ha già dato lui la piega giusta alla faccenda.
Bartezzaghi è uno degli uomini più intelligenti d'Italia, dovrebbero dargli d'ufficio la poltrona da Primo Ministro, le cose andrebbero meglio e si respirerebbe un'aria di sapienza, pensieri schizzerebbero su e giù per lo Stivale alla velocità della luce, la lingua italiana troverebbe nuova cura e attenzione, lui parla benissimo, sceglie i termini in modo affilato, scopre sempre la vita segreta delle parole. Potremmo contare sul potere dell'emulazione e del buon esempio.

Dice: si tratta di uno di quei giochi di parole che fa l'inconscio, impariamo parole così così e le pronunciamo così cosà, il termine agroturismo viene classificato fra i lapsus, che hanno sempre esiti divertenti per chi ascolta. Ne ricordino l'essenza tutti coloro che sono in vacanza in un posto del genere, casomai in Umbria, dove d'estate fa sempre un caldo che ti atterra.

Altre cose del Nostro. Il cruciverba è l'unica cosa sul giornale che chiede di essere scritta e non letta. Un termine che gli piace: crollo, anche se cerca di tenercisi lontano, ci si innamora delle parole, pensa a scrollare, a scuotere. (Il conduttore, contagiato, chiede se lo 'scrollo' è un collo rugoso in decadenza). Raccontino di Bartezzaghi del ragazzino di 8 anni cui la madre chiede di non dire più merendina e focaccina perché ormai è grande ed è ora di farla finita con i diminutivi. 'Okay', fa dopo un po' il tipetto, 'vado a giocare in giardo'. (Confesso che ho impiegato almeno 5 secondi a capire l'antifona: io non sono svelta come Bartezzaghi, ma cerco di applicarmi e di migliorare).

Delizioso lui, deliziosa la mezzora che mi ha fatto passare ascoltandolo, in veste di Ginestra, alla radio.

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157. ...Spingere un carrello pieno sotto braccio a te

Caddie da supermercato. Il prototipo fu disegnato da Sylvan N. Goldman nel 1937

'Non c'entra'.

Il paparino l'ha detto con l'espressione un po' contrita di fronte alla pargoletta che calza il mio numero di scarpe e ce le ha, visto che ci sta dentro in piedi, nel carrello di Auchan. Non ho saputo tenere a freno la lingua, mi aveva innervosito la percentuale vicina al 95% di uomini in ciabatte e mutande e poi, come cliente, ho diritto all'igiene.
La figliola non c'entra sul seggiolino. E ti credo. Ha almeno 14 anni e la stazza di una vitella da latte, si capisce al primo sguardo che il venerdì sera, in discoteca, flirta non platonicamente con il buttadentro e marcia a pasticche. La mamma mi guarda basita. Spiego, in modo professorale e cortesemente, che sono una schifezza: le scarpe dove uno mette il pane e il latte non vanno bene. 'Lo dico anche per voi', chioso. E do anche un consiglio: 'Se non c'entra nel seggiolino, fatela camminare a piedi'.  

Sono increduli e sconvolti. Un signore vicino a me emette un ghigno di soddisfazione (mi intratterrà poi su un episodio analogo di inciviltà urbana che gli è capitato l'altro giorno).

Ogni volta che vado al supermercato mi pento di non essermi ricordata di portare le lingette di Lysoformio. 
O l'idrante, se non il lanciafiamme, che sarebbero meglio.

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158. Sguardi

Maria Callas

George Segal, Cinema, 1963

Internet

Guardo in tralice:

1. Gli astemi
2. Quelli che non apprezzano l'opera lirica e la Callas
3. Quelli che non vanno al cinema
4. Quelli che amano i film recenti italiani (secondo me, quasi tutti tremendi)
5. Quelli che fanno il w.e. tutte le settimane
6. Quelli che a marzo vanno in settimana bianca
7. Quelli che non usano internet
8. Quelli che dicono che senza automobile stanno benissimo
9. Quelli che pensano male della Francia
10. Quelli che non tengono pulita la casa

 

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159. Il pelo nell'uovo

Depilazione ticket de métro

David Beckham nella mia versione preferita, al Real Madrid. Numero di maglia 23, mio giorno di nascita

John Ruskin, Rose La Touche, 1861

La gente è matta. Se siete d'accordo su questo, possiamo procedere.

Premetto che anche questa puntata è riservata a un certo pubblico, non dico maggiorenne, ma almeno non impubere. Se siete, dunque, ancora nella fase dell'infanzia, ripassate quando sarete pronti. Sì, perché oggi parliamo di peli che, vi dico subito, non considero superflui. Essi hanno a che fare con l'igiene e con il sapone, pensate alla schiuma da barba, e poi con il gusto, la cultura, la moda e l'esistenza. Stanno, cioè, benissimo in questo contesto. Probabile che non parleremo di sopracciglia, che meritano una puntata a parte. Ora vediamo dove ci porta il vento.

Partiamo dagli opposti, così ce li togliamo di mezzo.
A. In In the cut (2003), Jane Campion mostra a un certo punto la prima scena d'amore fra Frannie e il poliziotto Mallroy. Lei gli chiede che cosa le ha fatto, può dirglielo perché lei è una donna adulta. Lui non risponde, così noi non lo sapremo mai. Fra parentesi: la regista è una delle donne meno dotate di sex appeal (il Morandini traduce questo termine con sessappiglio. Io eviterei. Cerco di tenere il ridicolo ai margini della mia esistenza) che ci siano sulla faccia della terra. Se l'avete vista solo in foto non potete rendervene conto. Dovete guardarvela nei materiali del dvd: è una neozelandese nata nel 1954 con il sederone e i lunghi capelli grigi raccolti in 2 ciuccetti. Sui ciuccetti sono spietata: sono importabili da praticamente tutto il genere umano, fanno sembrare delle povere sceme anche le bambinette di 4 anni. C'è un'unica, luminosa eccezione, che compare per la prima volta in questa puntata e che, ve lo dico subito, è destinata a ritornare: David Beckham del Real Madrid. Ciuccetti tenuti con l'elastico e orecchini di brillanti, mio mito assoluto di maschio. Nel mio ingresso minimale e spoglio, sul mio moodboard, accanto a un primo piano delle mani della madre e del bambino che si stringono, dettaglio della Madonna di Bruges (1506) di Michelangelo, e a una cartolina di Dance Me to the End of Love (1999) di Jack Vettriano, ce n'è un'altra con un primo piano b/n di David con la scritta FOLLOW ME TO MADRID e un magnete rosso a forma di cuore che la tiene. Impossibile non comprendere, appena si entra in casa mia, dove voglio andare a parare. Fra un po' ci torniamo sopra. 
Divago, abbiate pazienza, l'argomento è folto di rami laterali.
Jane Campion non ha nemmeno un'oncia di sex appeal però è capace di raccontare l'erotismo come nessun altro. Ricordatevi del buco nella calza nera di lana di Ada in Lezioni di piano. E guardatevi In the Cut, con una Meg Ryan irriconoscibile, i capelli lisci dimentichi del brushing, sempre imbronciata, alla ricerca di parole che le diano una chiave di interpretazione del mondo, una professoressa vera, con una casa modesta e molti libri, non come le insegnanti del cinema italiano con una collezione di scarpe di Sergio Rossi nel guardaroba che, francamente, non si collocano. (Io non potrei mai permettermelo. E poi le scarpe di Sergio Rossi manco mi piacciono).
Dunque, i due sono a letto, hanno finito di fare l'amore e sono animali caldi che si sono scambiati gli odori, la voce di lui si fa morbida e racconta. Ciò che le ha fatto lo ha appreso nella sua iniziazione sessuale con una donna ispanica alla quale lui, da ragazzetto, aveva consegnato un pollo proveniente dal negozio dove lavorava. Lei aveva un pelo pubico che era un bosco, sontuoso, andava da una gamba all'altra.

B. Cambio di scena, ovvero: l'opposto. Voi, signore, vi fate un amante nordeuropeo, scelgo una nazionalità a caso: ve lo prendete olandese. Calvinista o cattolico, questo poco importa, avete una possibilità del 95% per la prima soluzione e del 5 per l'altra, comunque alto m 1,90, pragmatico, atletico e divertente. La prima volta che questo vi vede, cioè, dico meglio, vi guarda, gli viene un colpo. Da loro usa la depilazione totale, i corpi sono di bambola, i mammiferi a quelle latitudini non nidificano. L'olandese, davanti all'ispanica del pollo, avrebbe chiamato la forestale e chiesto un disboscamento e gli avrebbero pure dato retta. Avete una sola possibilità: quella di prendere tempo, di distrarlo, di farlo abituare. Lì sta alla vostra abilità dialettica.  

Al caso B. afferisce il massimo critico d'arte del XIX secolo d'Inghilterra: John Ruskin (1819-1900), perfetto contemporaneo della Regina Vittoria, autore di 39 importanti volumi che riflettono le sue passioni, per la natura, i Preraffaelliti e l'architettura gotica, matto totale per faccende sue private. Brillante parlatore, uomo dal fascino cui era difficile resistere, andato in isposo alla bella Effie Gray, non consumò mai il matrimonio. Si era accorto che lei era dotata di peli. Dopo l'annullamento delle nozze, Effie ebbe un'altra esistenza accanto a John Everett Millais, magnifico pittore, e lui si innamorò di una bambinetta, Rose La Touche (1848-1875) (ditemi voi se non è un nome buono per una ballerina del Crazy Horse), da lui incontrata quando lei era decenne, dalla quale lo separavano 29 anni ma pochi punti di vista. Ne condividevano, infatti, parecchi. Spiritualissima, maniacale, anoressica, isterica, lei avrebbe anche accettato, a 17 anni, la sua proposta di nozze, alla quale si opposero, però, i genitori, per motivi religiosi. Finì male, lei morta a 27 anni con il cuore a pezzi, lui vittima di un disagio mentale progressivo che lo isolò dal mondo. Una storia d'amore fra le più strazianti e romantiche. 

Exit A. e B., passiamo alle vie di mezzo, a me più congeniali (ma spesso non meno strambe).

Poco tempo fa mi è venuta l'idea di chiedere a un uomo che mi piaceva che cosa pensasse dell'argomento peli e depilazione femminile. Le mie intenzioni non erano affatto innocenti, volevo sfrucugliarlo, aprirgli davanti orizzonti, fargli annusare scenari, ma il tutto in gioco ed eleganza. Mai mi sarei aspettata di scatenare una simile reazione. Lui mi rispose, come io, del resto, gli avevo posto la domanda, per iscritto. L'incipit della disamina suonava così: 'La questione è seria e non così semplice da focalizzare'. Mi accomodai meglio sulla sedia. Fu una diga aperta, un'enciclopedia compulsata, un repertorio vastissimo di citazioni letterarie e d'arte, un fiume in piena e travolgente. Aveva un'opinione su tutto, ogni parte, angolazione, prospettiva, gambe, braccia, ascelle, inguine, faccia, tutto passava in rassegna, esprimeva gusti, li dettagliava, penetrava nel mio copione e ci aggiungeva delle scene, garbato, galante, coltivato, mi metteva davanti a evidenze di uno che ci aveva pensato per davvero e prendeva sul serio l'argomento. Passava anche in rassegna metodi e tecniche depilatorie.
Dato fondamentale: L'origine du monde di Courbet non gli garbava affatto. 'Non mi seduce - anzi: la trovo respingente... una sorta di foresta nera inquietante'. Eccone un altro che faceva appello al Corpo di Polizia specializzato in boschi, fondato nel 1822 e probabilmente a tutt'oggi ignaro di poter essere chiamato a questi compiti.

Feci un desolato punto della situazione: non ci stavamo per niente. Ben mi stava, così imparavo a sfrucugliare.

Qui la cosa si fa delicata e universale: una donna deve cercare di corrispondere ai gusti di un uomo? Direi di sì (soluzione cui sono arrivata, lo ammetto, solo nell'età adulta), se non altro, se è una donna intelligente, per fornire un'alternativa.
Vediamo se riesco a spiegarmi.
E' come con gli studenti: va bene, hanno davanti quotidianamente modelli tremendi, vuoti e insensati, ignoranti e piatti. Per questo bisogna offrirne loro di diversi, ma che siano ben articolati, circostanziati, potenti, in grado di contrastare gli altri, di proporre, come dicevo, un'alternativa, anche più interessante di quello che passa il convento.
Con gli uomini si può suggerire che ci siano donne strutturate diversamente dalle stramiciate che vengono loro proposte come le più appetibili.
Io non ce l'ho con i modelli, anzi, ne ho, io stessa, un disperato bisogno, però vado a cercarne di diversi. Voi che mi leggete sapete bene a quali mi riferisco, ve li elenco uno ad uno, e anche a cuore aperto.
Casomai finisce che un uomo si accorge che quella pietanza è migliore della minestra che gli somministra tutti i giorni la mensa, si apre a gusti nuovi, che ne so, sviluppa una sensibilità che non sapeva di possedere.

Per tornare a noi e farla breve. Presi immediatamente un appuntamento alla beautyroom con la signorina Francesca. Che è una ragazza intelligente con la quale si può ragionare. La contrattazione fu serrata, opponemmo i rispettivi punti di vista, arrivammo a una mediazione. Ne uscii più liscia e geometrizzata, ma riconoscibile.   

Quello che non avevo considerato, era che lui potesse rilanciarmi la palla. Cosa che fece puntualmente, come un abile giocatore in quella cosa che stavamo facendo e che si chiamava corteggiamento. Quali erano i miei gusti in fatto di peli maschili? Mi misi, già che c'ero, le mani nei capelli. Come potevo rivelare a uno con barba e capigliatura rada la mia passione per Beckham, il più femmineo dei calciatori in carriera, dotato di chioma lussureggiante, e i suoi ciuccetti? Gli sarei sembrata un'adolescente attardata délurée e matinée di post-punk proprio quando stavo conducendo una campagna in mio favore perché capisse che ero io il miglior accidente che potesse capitargli in fatto di donne. Rischiavo l'autogol, l'effetto boomerang, insomma, stavo per scavarmi la fossa. Presi tempo e poi mentii. Dissi che non ci avevo mai pensato. (Falsissimo, ci penso di continuo, ho sempre trovato gli uomini troppo pelosi per i miei gusti). 
Mentii e, possibilista, mi rifugiai nella letteratura. Citai Il riposo del guerriero, uno dei miei romanzi di formazione, e Renaud che dice a Geneviève, che conserva ancora qualche traccia di pudore, che 'certe cose sono brutte soltanto a distanza'. Dissi che non era il caso che mi esprimessi in via teorica, che quando uno sta lì casomai la Stimmung è tutt'altra. Si stava formando in me la convinzione che lui fosse più affascinante di un'intera squadra di calcio, comprensiva di ciuccetti. Insomma, messa davanti a un modello alternativo, assistevo alla variazione progressiva dei miei gusti, che si andavano evolvendo. 

Ed ora vi elenco qui in ordine sparso qualche altro motivo di riflessione. 
Vedete nella prima foto a sinistra il modello francese più diffuso di depilazione, diciamo così, inguinale: si chiama ticket de métro e, se non ce l'avete presente, vi dico io, che ne ho sempre uno nel portafoglio come talismano, accanto ai biglietti Atac, che suscitano in me tutt'altra impressione, che è un affaretto che misura cm 3 x 6,50, dimensioni che, in un pezzo di cartoncino da obliterare al tornello, vanno benissimo ma che, riportate su un vello femminile, sono quasi pari al nulla. In Francia quella zona di peli prende il nome di toison. Ve lo dico, così, se volete andare a Parigi dall'estetista a farvi un taglio metropolitano, sapete come spiegarvi.

Alle scuole medie una mia compagna di classe, Valeria, detta Piumino per via dell'acconciatura, fu chiusa in casa per mesi dalla madre, che l'accompagnava e la veniva a prendere ogni giorno per evitarle ogni contatto, perché sorpresa a depilarsi le gambe. La cosa più delirante è che le era concesso di depilarsi le ascelle. Supplicata di mollare la presa, la genitrice ribadì i motivi della severissima punizione: le ascelle erano una questione di igiene, le gambe di estetica. Quest'ultima, in un'adolescente per bene, non doveva avere spazio. Non so se all'epoca Amnesty International fosse già operante, sarebbe stato interessante presentarle il caso della povera Piumino segregata dal mondo.    

Per Pasqua mi sono comprata il dvd di Camille Claudel (Bruno Nuytten, 1988), pronta a assaporare scena per scena la follia creativa e erotica del duo Dépardieu/Adjani, rispettivamente Rodin e Camille. L'ho mollato lì alla prima ora (durata 170') quando mi sono accorta che non mi andava né su né giù il pube della modella: segno del bikini e depilazione perfettamente triangolare. Ricordino i registi quello che diceva Mies: Dio sta nei dettagli. Anche nelle zone più private, anzi, soprattutto in quelle.

Nella puntata n° 1 della serie iniziale di Sex and the City, gustosissima prima dell'autodegradazione a elenco di coiti improbabili, una signorina, intervistata, dice che il bello dell'avere un partner fisso è che puoi evitare di depilarti le gambe, tanto dopo un po' manco se ne accorge.

Jules e Jim si depilano la schiena per avere meno complessi quando sono in palestra. La richiesta di Jules a Jim di un consiglio in proposito segna l'inizio della loro amicizia.

Mi viene da pensare che peli e depilazione siano elementi rivelatori e fondamentali del nostro stare al mondo.  E qui non abbiamo nemmeno sfiorato l'argomento squisitamente maschile (ce lo auguriamo) della barba e dei baffi.
Nel film L'amore sospetto (La moustache, Emmanuel Carrère, 2005. In esso recita Emmanuelle Devos, un'attrice che amo molto) la crisi esistenziale del protagonista (il bravo Vincent Lindon) si innesca quando nessuno si rende conto che lui si è tagliato i baffi. Un'atmosfera a metà fra Kafka e Pirandello avvolge fatti banali e quotidiani fino al viaggio a Hong Kong finale che suggella lo spaesamento.

Peli come identità, dunque. Ma anche come morale, erotismo, senso del bello, oggetto di conversazione e argomento di scambio amoroso e intellettuale. Ce n'è per qualche altra puntata. Fatemici pensare. E pensateci anche voi, la mattina davanti allo specchio quando manovrate il rasoio o quando vi fate la ceretta alle ascelle. E comunicatemi le vostre osservazioni. Vi ringrazio.  

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160. I Love Mies

Mies van der Rohe (1886-1969)

Ritorno fra in vivi dopo 5 giorni senza internet per un problema di linee (e di sciaguratezza dei tecnici che non hanno capito che il problema stava e non qua). Che cosa ho fatto? Ho letto, visto film, riordinato riviste, fatto commissioni (quelle che al sud chiamano servizi) pendenti da mesi. Mi sono scocciata. Ma mi sono scocciata in modo esteso, articolato, profondo. Scocciata come nemmeno durante una vacanza in montagna con il tempo brutto stabile, come nemmeno durante i pomeriggi passati a aspettare che i maschi avessero finito di giocare a carte.
Ritrovo la rete commossa.
Mentre mi aggiravo senza scopo fra i miei libri e come un'anima in pena nella mia casa, sono andata a rileggere la monografia di Jean-Louis Cohen su Mies van der Rohe (cui abbiamo già dedicato un omaggio, ma è sempre troppo poco, nella puntata n° 33 No liquids allowed). Già vi ho detto che lui è il mio Valium, la mia coscienza, la mia eleganza, la mia morale, la mia pace. E la mia croce. Perché il posto in cui vivo e lavoro (una mia cuginetta stilista inventò la bella frase 'Non lavoro nel posto in cui vivo, vivo nel posto in cui lavoro'), semplificato, rigoroso, razionalizzato, curato nei dettagli, pulito con cadenza regolare, ogni volta che affronto lui, mi appare poco geometrico, volentieri fuori asse, pieno di anfratti negletti e di leziosità scappate di mano.

Sentite qui. L'Autore (ho il testo nella versione italiana, la prima che mi sono procurata, e anche francese, che mi sono fatta arrivare perché sono una maniaca, quando posso, delle v.o.) procede, giustamente, filologicamente e fa fioccare citazioni. L'architettura, che è sempre la volontà di un'epoca tradotta nello spazio, importanza cruciale della sua natura, necessità che si adegui ai temi del suo tempo. Lo dicono in parecchi, per esempio Otto Wagner, anche teorico, in Moderne Architektur, pubblicato la prima volta, aprite bene gli occhi, nel 1896. L'argomento è ripreso nel 1925 dal dadaista (qui dada manco per niente) Hans Richter, che si sforza di definire il profilo del 'nuovo costruttore', operante in uno spazio 'organizzato internazionalmente' chiedendogli sia una 'nuova sensualità' che la 'capacità di rispondere a una società 'più pratica e meno sentimentale', in un mondo di 'mobilità rapida' e 'calcolo preciso'.

E' lui, Mies è il 'nuovo costruttore'. Pensateci, se è il caso, di fronte ai vostri tappeti, alle mantovane, alle foto ricordo, all'argenteria, alle porcellane usate come soprammobili, ai cuscini in sovrannumero, ai quadri stipati sulle pareti, alle cose poco pratiche, a quelle troppo sentimentali, agli oggetti immobili per il peso, a tutto ciò che è fuori geometria. E trasformate anche voi Mies nella vostra croce. Ispirandovi al 'Less is More', liberate le vostre case e le vostre vite dal superfluo, fate circolare nella vostra testa aria fresca, andate incontro alla nuova sensualità che, così facendo, prenderà presto ad abitarvi.

 

 

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161. Palme

Cahiers du Cinéma numero 637, da pag. 8 a pag. 21 dedicato a Entre les murs di Laurent Cantet, 2008

I deliziosi studenti/attori di Entre les murs, 2008

Eppure il film parte con il piede giusto. Due inservienti puliscono con straccio e bomboletta i banchi e i vetri delle finestre della classe. Mai visto in Italia niente di simile.

Ho pagato per il biglietto (Agosto, lunedì pomeriggio, primo spettacolo al Madison di Roma, via Gabriello Chiabrera, poeta del Cinquecento) l'equivalente del costo di un pesce rosso. D'accordo, di uno di quelli belli tipo Manga e Winter Red: € 2,50. Dentro c'è qualcuno, però sono riuscita a accomodarmi nel mio posto prediletto: al centro della fila e della sala, praticamente al centro del mondo.

Aria condizionata accettabile. Fuori fa un caldo che ti atterra, nonostante tutte queste fughe metropolitane ho fatto un po' di fatica a parcheggiare la macchina.
Appena finiti i titoli di testa, capisco perché il film di Laurent Cantet Entre les murs, da noi uscito con il titolo La classe, è messo fra i drammatici.
Comincia l'anno scolastico e seguiamo l'insediamento dei professori. Anche i francesi, tutti pidocchi, tali e quali a noi. Una si lamenta dell'aumento del costo del caffè alla macchinetta, passato da 40 a 50 centesimi di botto, una cifra insostenibile, si bevono caffè a raffica, bisogna prendere provvedimenti.
Seguiamo François (Bégaudeau, interprete, come tutti, di se stesso, autore del libro cui il film si è ispirato), docente di Lettere, diciamo di Francese, è meglio. Mi sono ridotta a vedere il film d'estate, unica versione disponibile quella doppiata, anche da Blockbuster il dvd aveva solo quella, da una parte meglio essere andata al cinema, non avrei sopportato la proiezione privata. Il film è brutto. Dura più di 2 ore, si ripete, arranca, si distrae, insiste, rallenta, è fatto in casa. (Oppure è colpa del doppiaggio?).

Ma veniamo alla classe del titolo italiano: de quatrième, l'equivalente di una III media. Sono inventariate tutte le razze, bianchi, neri, gialli, arabi, mi perdo, praticamente una polveriera pronta a esplodere. Considerata, nelle recensioni, 'difficile', Parigi, XXeme arrondissement.

(Il XX arrondissement, mi dice Wikipedia, si trova al confine orientale della città, sulla rive droite, al limite dei comuni di Saint-Mandé, Bagnolet, Montreuil e Lilas. L'arrondissement fu costituito nel 1860, sotto il Secondo Impero, quando furono uniti alla città i comuni di Belleville, Ménilmontant e Charonne).

Che Iddio li guardi e se li prenda in gloria: odiosi, ignoranti, la gomma americana fissa in bocca, chi dorme sul banco e chi ci mette i piedi sopra, insolenti, carichi di odio l'uno nei confronti dell'altro, rispondono a ogni parola, su tutto hanno da ridire, la ribellione è continua, inarrestabile, scema nella sostanza e nei dettagli, scontata, noiosissima.

Il professor François non perde il controllo della situazione. Punisce chi gli dà del tu, fa togliere i cappelletti, cosa che faccio pure io (ma i miei studenti, cui rivolgo spesso pensieri amorosi, sembrano, a confronto di questi, tutti interni in un collegio svizzero), discute, riafferra, cerca, trova, si fa in quattro per suscitare il loro interesse.

Il film è lungo, l'ho detto. Mi agito sulla poltrona. Mi chiedo quanto guadagna un professore in Francia. Perché non va a scuola con il lanciafiamme. Perché non tira sberle all'ennesimo affronto e vada a farsi benedire l'etica professionale. Perchè non mettano, in ultima istanza, un sergente della Legione straniera a insegnare, almeno la disciplina, alla classe. Credo che se parli in francese con uno che sa solo la lingua Mali, è un dialogo fra sordi. E' il film lo conferma: la madre di uno degli allievi, convocata dal professore, va due volte a scuola. Lì uno capisce che la Francia sta, anche in questo, avanti a noi. La donna non comprende quello che dicono i professori, si alza e se ne va. Baratri di differenze e difficoltà e incomprensioni si aprono sullo schermo. (Penso alle nonne dei miei guaglioni il giorno della laurea: vestite di nero, coralli alle orecchie. Le abbraccio sempre volentieri, bene o male abbiamo qualche parola in comune).

Gli studenti francesi non hanno alcuna luce.
Questo è il problema. Non so quando sia successo, ma la scuola, che potrebbe essere un'oasi, un'alternativa, un luogo nel quale chi ha voglia di studiare può avere qualche possibilità, si è mescolata con la strada, il professore di Francese non spiega più la lingua e la letteratura (e una ragazza particolarmente odiosa lo fa notare) ma chiede agli adolescenti di fare il proprio autoritratto, li asseconda nelle fisime, prende in considerazione le loro dichiarazioni sull'assurdità del congiuntivo di questi tempi invece di farlo imparare, fosse pure a memoria. Il cinese si lamenta di essere isolato perchè non si sa esprimere. Non è che gli altri siano meglio. Materazzi, che dette la capocciata a Zidane nella finale dei Mondiali 2006, è odiato come l'incarnazione del Male. Forse non bisognerebbe lasciare al calcio tutto questo spazio, forse bisognerebbe tornare a fare astrazione, in fondo il latino che hanno studiato tante generazioni alle medesima età aveva esattamente la funzione di essere altro rispetto alla vita quotidiana e di suggerirne, in questo modo, una consolante lettura e una diversa interpretazione.

Lo dico da professore e da persona di buona volontà: ho sperato fino alla fine che il film si riscattasse, che la classe si ammorbidisse, fosse folgorata dall'amore e che il suo comportamento cambiasse di segno. Niente da fare.
Come nei romanzi gialli di Scerbanenco che rileggo in questi giorni, gli studenti ammazzano, appena possibile, gli insegnanti. Se non altro ci provano.
La ribellione e l'oltraggio si perpetuano, François crede in quello cha fa, protegge i suoi carnefici fino all'ultima inquadratura.

Finito il film, sono uscita e ho ripreso la macchina. Una giornalista cretina avvertiva dalla radio che il tempo stava peggiorando e che per ritrovarlo bello avremmo dovuto aspettare fino a mercoledì prossimo. Nemmeno un cenno a quanto sollievo avrebbe regalato un acquazzone.

A casa ho cercato il numero dei Cahiers du Cinéma con 14 pagine sul film. L'ho solo sfogliato, ho visto che quando uscì, nel settembre 2008, avevo evidenziato un paio di cose, per esempio la frase 'consumatori di scuola', che mi dà, anche oggi, un brivido di dispiacere lungo la schiena.
Le pagine dedicate a Entre le murs vanno dalla numero 8 alla numero 21. Una cosa di tutto rispetto. Le leggerò più tardi.

Ricordo però con quanta, ignara, simpatia seguii per spirito di squadra la presentazione a Cannes 2008.
Un bus contenente tutti gli studenti/attori si era recato fino alla Croisette e aveva presenziato alla proiezione. Poi era ripartito.
A metà percorso aveva fatto dietro front perché era arrivata la notizia dell'assegnazione della Palma d'oro 2008. Tutti erano saliti sul palco e io mi ero pure commossa.
A conti fatti, a film visionato, mi viene oggi in mente che l'unica palma giusta, però quella del martirio, l'avrebbero dovuta assegnare al professore.
(Ma forse, chissà, è colpa del doppiaggio).

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162. L'abito fa il monaco, 1: Charlotte

Charlotte Perriand nel 1935

Paper Doll Rose

Vi va di cominciare a parlare di guardaroba e di vestiti?
(Vi ho più volte confessato che una delle mie principali occupazioni nel tempo libero è portare a lavare, dall'altra parte di Roma, le mie cose. Le rare lavanderie artigianali chiudono una dopo l'altra, sono al terzo indirizzo e tremo al pensiero che la signora Maria Gabriella decida anche lei di attaccare a un chiodo il ferro da stiro).

Charlotte Perriand (1903-1999), fra i massimi creatori del XX secolo, si reca in Giappone una prima volta, dopo un viaggio di 2 mesi e 6 giorni che si conclude a Kobe il 21 agosto 1940, invitata in qualità di 'conseillère dessinatrice Art décoratif auprès de ministère du Commerce'. (Quando va a salutare Le Corbusier, il grande architetto sembra ignorare questa partenza e le dice: 'Bene, così avrai il tempo di pensare al male che mi hai fatto'. Lei risponde a tono: 'Sfortunatamente, ho paura di avere cose più serie cui pensare'. Corbu le porta rancore ma non sperate di capire perché, cerco da tempo di leggere fra le righe della loro complessa relazione e i risultati sono sempre approssimativi. Ma tant'è).

Meravigliosa esperienza professionale e umana di assoluta precocità storica rispetto a tutto ciò che è accaduto fra Europa e Sol Levante.

Il secondo viaggio di Charlotte in Giappone avviene nell'ottobre del 1953. Nella sua autobiografia (Une vie de création, 2006) lei annota:
Era arrivato il tempo di imballare il mio lavoro, i miei abiti estivi, d'inverno, dello sport, di mettermi en beauté. Una nuova maniera di vivere mi aspettava: lavoro, tempo libero, scoperta, rappresentazione. Avevo composto il mio guardaroba con dei 'moduli' intercambiabili, come per le mie ricerche di normalizzazione: per il basso, quattro gonne lunghe o corte, per l'alto, golf, chemisiers e bustiers, ciò che, coniugato, mi dava almeno sedici combinazioni. Aggiungendo scarpe, stole, gioielli insoliti, guanti, ottenevo dunque una grande varietà con molto imprevisto e fantasia, sempre simile, mai uguale...

Se, nonostante il suggerimento di starvene a casa della puntata 156 Vacanze romane, avete deciso di partire, avete a vostra disposizione una traccia preziosa per comporre il vostro bagaglio.

Mi permetto anche di girarvi, sempre a questo proposito, uno dei consigli migliori che abbia ascoltato in vita mia: La prossima volta che partite, portate la metà dei vestiti e il doppio dei soldi.

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163. L'abito fa il monaco, 2: In frac

Emanuele Arciuli, stavolta in frac

Aubrey Beardsley interpreta James Whistler

Mandrake

Capisco poco o niente di musica però rivendico il diritto di parlarne. Preferisco l'opera lirica, la trovo meno astratta e poi ha le parole. Con le parole io arrivo dappertutto. Mi azzardo anche a leggere dei libri, quando sono troppo tecnici, salto i pezzi. Certe volte, con certi autori, nemmeno mi tocca saltare: uno come Massimo Mila, per esempio, quando guida alla Lettura del Flauto Magico o del Don Giovanni, mi fa capire tutto. E poi i libri di musica sono pieni di interstizi, parlano anche di altro, svelano segreti, aprono il sipario. 
Una cosa che mi affascina è la vita che fanno i musicisti, quanto studiano, che cosa mangiano, come si concentrano prima del concerto. Che cosa indossano.

Voi prendete il frac, l'abito da cerimonia, chiamato anche marsina, adattato nel XIX secolo dalla foggia di un cappotto militare con diverse interpretazioni che rispettano la linea base della lunghezza al ginocchio, le maniche lunghe e le code separate da uno spacco (la fonte è uno dei miei dizionari della moda, per la precisione quello curato da Georgina O'Hara).
Sentiamo che cosa pensa del frac il pianista Emanuele Arciuli, che entra in argomento tirato per la giacchetta dal conduttore, pianista anch'egli, in un'intervista negli archivi della radio del 2008 rilasciata a proposito del volume Piano Notes di Charles Rosen, terzo pianista di questa puntata, nato nel 1927, impegnato, lui, nella doppia carriera di esecutore e di teorico.

Rosen scrive che oggi il frac nero con la cravatta bianca (non nera, altrimenti si fa confusione con i camerieri) è diventato un'anomalia. Il frac secondo lui è scomodo, la cosa migliore sarebbe suonare in tuta da ginnastica.
Arciuli smentisce Rosen: il frac è un abito comodissimo, se non altro non si impiglia allo sgabello e consente una libertà di movimenti notevole. Poi aggiunge una cosa moderna: certamente oggi non è più un abito che aveva il senso che aveva 200 anni fa. Ma anche il concerto non è più quello, 200 anni fa i pianisti erano un po' come cantautori che andavano in giro a suonare quello che avevano scritto, oggi è tutto cambiato, il repertorio è vecchio di 60/70 anni, Schönberg (morto nel 1951) è considerato un contemporaneo. Lui tende a usare il frac il meno possibile, preferisce abiti comodi, eleganti, rispettosi del luogo in cui si trova. Comunque quando capita, lo usa.

Il conduttore rilancia, premette che non è una critica bensì una constatazione: alcuni interpreti hanno una loro tuta da lavoro: la casacca nera di Pappano, il vestito, a volte addirittura a doppiopetto, che usa Boulez, cui capita anche di indossare la giacca con il gilet sotto, oppure Misha Maisky che 'si mette delle cose veramente vergognose sotto il profilo estetico ma nelle quali evidentemente si trova bene' (relata refero però, a vedere certe fotografie pescate in rete, il nostro uomo ha ragione).
Arciuli insinua che forse l'abbigliamento di queste star non è proprio una loro scelta, c'è un sistema che decide per loro.
L'abito è una metafora dell'atteggiamento che gli interpreti hanno nei confronti del concerto, l'abito fa il monaco e, quindi, il concerto. Un elemento rituale non è inutile, il pubblico lo vuole, loro evocano gli spiriti, quando il musicista entra in palcoscenico è diverso da come è quando va a fare la spesa, la condizione di alterazione esiste, non si può negare, forse è anche opportuna perché quando si supera l'aspetto negativo della tensione, si favorisce la creatività.

(Ditemi voi se questa conversazione non è piena di metafore della nostra esistenza: c'è la paura, il rito, la scelta di che cosa mettersi addosso, ci sono il bianco e il nero, nel frac, nella tastiera del pianoforte ma anche nella nostra testa).

La mia prima lavanderia artigianale era in Borgo. Lo dico per i non romani. Borgo è vicino a San Pietro e l'Accademia di Santa Cecilia è stata ospite del Vaticano in via della Conciliazione per molto tempo prima dell'Auditorium. I musicisti portavano, così, a lavare gli abiti da sera da Roberto e Fiorella. I racconti sul frac madido di sudore, stretto a palla in una busta di plastica, tirato fuori con costernazione da quegli abili artigiani che dovevano riportarlo in vita per il concerto successivo erano più divertenti di qualunque pettegolezzo nato dietro le quinte. Sarei stata ore ad ascoltarli.

Il frac è un abito maschile. Per questo lo indossa molto bene Marlene. Lo fa in Marocco, 1930, il primo film della serie americana con Joseph von Sternberg in cui lei abbandona tutto per un semplice legionario, interpretato, però, da Gary Cooper (ora capiamo meglio). Guardate il video che vi ho preparato e ditemi se non sembra un'anticipazione di Yohji Yamamoto: un'idea di androginia che ne mette in moto parecchie altre. 

Si identifica con il suo frac Mandrake, inventato da Lee Falk e disegnato da Phil Davis, anno di nascita 1934. Dapprima dotato di poteri superumani, poi diviene un semplice illusionista, che dei colleghi indossa la divisa. Se ne ricorda anche Fellini nel 1987, quando in Intervista appare Mastroianni in mantello e cappello a cilindro, pronto a risolvere tutti i problemi del regista e di coloro che sono con lui, capace, con un colpo di bacchetta magica, di fare riapparire le immagini de Dolce vita fra gli applausi dei presenti e le lacrime di Anita Ekberg. 

E ha addosso una specie di frac anche il Pinguino di Batman Returns (1992), forse il più bello della serie. Dietro la macchina da presa, non a caso, Tim Burton, geniale, immaginifico, capace di tutto. Davanti a lui un Danny DeVito che incarna i temi della diversità e della solitudine, lui che era stato abbandonato dai genitori da bambino nelle fogne per la sua deformità e che è in cerca di vendetta e riscatto. Un altro caso dolentissimo di un freak elegante. (Mi strappa un sorriso involontario l'idea del freak in frac, abbiate pazienza).

Ho un teddy bear di nome Giocondo. Vive e viaggia con me, per cui intorno a lui è cresciuta una piccola letteratura. Ha un guardaroba più ricco del mio, tutto confezionato da una signora, ora molto anziana e con problemi di vista, che comunicava con me attraverso le maschere di carnevale, i calzoncini tirolesi, i completi di maglia per l'inverno con tanto di sciarpa e cappellino. Qualche volta l'orso ha momenti di gloria, per esempio viene al cinema se il film è di suo gradimento (cartoni animati, avventura, storie di animali). Una volta ebbe una serata di gala al Teatro dell'Opera di Roma, in occasione de La Gioconda di Ponchielli. Ero abbonata a un palco di platea, nessuna delle persone che condividevano lo spazio ebbe da ridire (era un periodo più spensierato di quello attuale): fu confezionato un frac in cachemire nero con i ritagli della mia redingote, calzoncini, giacca con le code, camicina bianca con jabot e papillon che trionfava in un brillantino. C'era anche il cilindro, in cartone ricoperto di stoffa. L'ingresso che facemmo quella sera fu più trionfale di qualunque entrata di capo di stato alla prima della Scala. Lo spettacolo non fu male. Sull'eleganza del nostro quintetto nessuno trovò niente da ridire. 

Il frac è legato anche a una canzone del 1958 cantata molto bene da Domenico Modugno. Lì, il Vecchio frack aveva una 'k' in più, citava un nobile suicida, era capace con poco di suggerire un'atmosfera e si capiva da subito che avrebbe resistito al tempo. Così è stato. Youtube ne è la prova: sembrano, infatti, giovani per i nickname e per l'ortografia che fa rizzare i capelli coloro che postano un commento, canticchiano, ringraziano, si commuovono.
Non mi dispiace che la fama dell'Italia nel mondo sia, per una volta, collegata a qualcosa di così elegante: il ritmo notturno, cullante, il cilindro, un dispiacere d'amore, anche il fiore all'occhiello che ci conduce dritto dritto alla prossima puntata di Opera Soap: Coco, ovvero La Signorina delle camelie.

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164. L'abito fa il monaco, 3: Coco, la Signorina delle camelie

Audrey Tautou in Coco avant Chanel, Anne Fontaine, 2008

David Sherman, Lee Miller in Hitler's Bath, 1945

Coco Chanel, 1962, foto Douglas Kirkland

Contenta per Amélie.
Audrey Tautou rischiava di rimanere legata al suo primo personaggio cinematografico tutta la vita, di non riuscire a superarlo, di non annidarsi nei nostri cuori una seconda volta. Invece, siccome è brava, ha cambiato faccia e quella di Coco avant Chanel la indossa a meraviglia.
Il film di Anne Fontaine è bello, ha uno charme fou (nonostante il doppiaggio. Ci risiamo: non c'è ancora in dvd e l'unica versione disponibile in questo mese di Agosto è un prendere o lasciare), è tutto raccontato con i toni dei colori dell'autunno ed è, come dice una recensione suggestiva che mi ero messa da parte, 'sans frous-frous'. Per una narrazione di stile e di abiti, non è poco.
Parte dall'orfanotrofio in cui la piccola Gabrielle viene abbandonata dal padre, va avanti con l'arrière-boutique e il locale in cui vanno a bere i soldati tra i quali lei si divide di giorno e di notte e prende il volo grazie a un paio di uomini che compaiono all'orizzonte. Dal primo, Balsan, si fa mantenere, dell'altro, Boy Capel, si innamora.

(La semplicità delle origini di lei è rappresentata dalla sua immersione, vestita, nella vasca da bagno, vuota, che avviene quando lei arriva al castello del gentiluomo appassionato di cavalli. C'è qualcosa di simile nella storia dell'immagine ed è la foto di Lee Miller, nuda, immersa nella vasca di Hitler, piena, quando lei entra nella casa del Führer con David Sherman nel 1945 e ci passa una notte. Ha già fotografato i campi di sterminio e gli stivali da battaglia, eloquenti, sono sul pavimento. Un'inversione di termini. Vi metto anche Lee perché l'ammiro molto e stiamo parlando di donne di carattere. E poi l'ispirazione bisogna seguirla e in questo momento il vento tira da quella parte).

Mentre si districa fra l'uno e l'altro, Gabrielle detta Coco comincia a creare. La nascita del mito è esitante e cocciuta, l'attrice ha occhi neri che bucano tutto quello che incrociano, il film è ricoperto di stoffe, molte lenzuola pesanti, vestiti lunghi, corsetti che lei rifiuta, piume che la stizziscono, cappelli che lei reinventa.
Compro il libro da cui il film è stato tratto. Scritto da Edmonde Charles-Roux e pubblicato nel 1974, esce nuovamente oggi. E' frutto di un'inchiesta romanzata. Si intitola L'Irrégulière e allude all'antico stato di mantenuta di Coco. 'Vieilles cocottes' delle case di riposo della Costa Azzurra sono state reperite dall'autrice per confronto, abbondano note di tristezza, solitudine, cattiveria, una creatura abominevole, che ogni tanto sapeva anche essere generosa, salta fuori a ogni pagina in un ritratto fatto da chi la conosceva bene.

Se è vero, come diceva lei, che la natura ti dà la faccia che hai a 20 anni e che a 50 hai la faccia che ti meriti, allora lei è stata la sua prima vittima. Le immagini di Coco anziana hanno sempre suscitato in me un sentimento di disagio, la bocca come una ferita, la durezza dei lineamenti, l'abbondanza di chincaglieria, perle, catene, orecchini, cappello, borsa, guanti, come ha detto Karl Lagerfeld a proposito di Michael Jackson 'Il avait un look unique qui est devenu sa propre caricature'. Lagerfeld è, a modo suo, ironico. Dopo aver inventato la scritta su t-shirt e borse 'Karl Who?', che indossano tutti i suoi accoliti, dice che anche lui corre il rischio di diventare la caricatura di se stesso.  

Coco lo era. Come lo è stato Mirò, come non lo è stato Picasso.

Colei che aveva inventato tutto, la marinière, la petite robe noire, le costume d'homme, le pyjama, aveva prediletto la fluidità del jersey, allentato i corsetti, rifiutato l'oppressione del cerimoniale, trasformato la funzionalità in estremo raffinamento, fatto del buon senso una bandiera, vissuto posseduta dalla sua leggenda, alla fine della sua vita non suggeriva l'immagine di charme e vitalità di Charlotte Perriand (morta a 96 anni. Credetemi, l'ho vista in un video alla mostra al Pompidou a Parigi. Dire che era lucida e bella è dire poco e quasi offenderla) o di Andrée Putman, oggi 84enne, sempre sorridente, ottimista e piena di fascino.
Coco era altro: una donna feroce, amarissima che quando Edmonde Charles-Roux ebbe la cattiva idea di esprimere ammirazione per una collezione di Balenciaga, commentò 'Sì, c'est joli, se avete voglia di assomigliare a una vecchia poltrona', sempre addobbata, l'eterna sigaretta in bocca.

Il film di Anne Fontaine, dedicato alla parte iniziale della vita e della carriera di Gabrielle Chanel, termina con Audrey in tailleur, nascosta sulla scala, in alto, come il libro dice in ogni dettaglio, seduta fra gli specchi, che assiste alla sua sfilata. La data dovrebbe essere quella del 5 febbraio 1954.
I titoli di coda saltano al 1971 e ci dicono che lei muore di domenica, giorno della settimana che lei non amava perché non dedicato al lavoro.

Fra le due Coco, la giovane e quella finale, ai miei occhi così diverse, c'è una rivoluzione di costume e di gusto. Ci torneremo sopra, casomai nel corso del nostro prossimo e primo seminario 09-10 dedicato al rapporto della moda con l'arte contemporanea.

La salutiamo intanto con un'altra delle sue citazioni in agrodolce: 'Non capisco perché le donne vogliono le cose che hanno gli uomini quando gli uomini sono una delle cose che le donne hanno'.  

 

 

  

 


 

 

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165. Panegirico della lavastoviglie

Uso improprio di lavastoviglie

Datemi retta, lasciatelo fare a una macchina

Robert Therrien, Stacked Plates, Butter, 2006; Stacked Plates, Mint, 2006

Avete presente quel tipo di matrimonio che sulla carta sembrava destinato a durare tutta la vita e che, invece, dopo venti anni fa naufragio con soddisfazione delle malelingue che ghignano 'Io l'avevo detto' e il garagista che commenta 'Eppure era una così bella coppia'?

Accade anche con gli elettrodomestici. La mia lavastoviglie che, al momento dell'acquisto, fu accompagnata da un pronostico che ne giustificava il prezzo e la trasformava in investimento, ha tirato le cuoia.
Segnali della sciagura finale, scricchiolii, cedimenti, avvisaglie si erano addensati sulla mia testa per tutto l'inverno, anche con qualche falso allarme come quella volta che un nocciolo di frutta si era incastrato nel filtro e aveva provocato l'allagamento della cucina e il tecnico era venuto e, meglio di Mandrake e con la medesima leggerezza, aveva estratto il pezzo, lo aveva aperto, lo aveva battuto sul lavandino producendo il rumore che fanno quelli che fumano la pipa quando la puliscono e aveva esclamato, trionfante, 'Ecco fatto'.
Stavolta i segni sarebbero potuti sembrare quelli consueti. Una mattina mi sono accorta che aveva lavato male. Avevo dimenticato, forse, il sale? Strano, sono una attenta, faccio i cicli di decalcificante e di igienizzazione, a casa mia gli elettrodomestici devono marciare come marciava l'esercito prussiano ai tempi di Federico II il Grande (che mi sta simpatico perché, tale e quale a me, aveva la fissa della porcellana). Ho aggiunto il sale. La macchina ha perseverato nell'errore e ho dovuto rilavare tutto a mano. Ho chiamato l'assistenza. La signora, di solito gentile, era acida per via del mese di agosto, la gente appena la tocchi sulle ferie si stranisce, una cosa spiacevolissima, chiedevo solo se erano operativi (la visione sconfortante di serate trascorse a lavare i piatti si era materializzata davanti a me in un attimo). Certo che erano operativi ma a ranghi ridotti. Sono riuscita a strappare un appuntamento.

Mi sono fatta invitare a cena fuori. Ho resistito stoicamente.

Non avevo mai visto il tecnico che mi è stato mandato, all'assistenza hanno anche il vezzo, come dal parrucchiere, di affidarti sempre al medesimo interlocutore. (I giochi del caso e dei turni estivi hanno favorito l'incontro). E' un omone grande e grosso. Saluta, palesa subito anche lui una qualche ruvidezza sull'argomento ferie. Cerco di riconquistarlo. Svita, estrae, corica sul pavimento su un cuscino di appoggio, ispeziona con la lampada, lo sento che fa una somma, tira fuori un astuccio da piccolo chimico e valuta la durezza dell'acqua, tara, regola, reimmerge la fiala. Mi guarda dritto negli occhi e mi dice 'Brutte notizie'. Si tratta, per cominciare, dell'impianto di depurazione, poi quattro dei tubi hanno sopra una poltiglia che promette male, per non parlare della ruggine che fra un po' avrà il sopravvento, della sostituzione consigliata del cestello, che ha il costo di un buon paio di scarpe adatte pure per la pioggia, e delle guarnizioni tutte che ormai, come mi ero accorta anch'io, fanno filtrare l'acqua all'esterno.
Protesto debolmente, eppure mi avevano fatto, sulla carta, una diversa previsione. Lì l'omone ha reagito meglio di un avvocato civilista, sapete di quelli che vedono sempre e solo matrimoni che si sfasciano e non pensano mai che forse si potrebbe pure spenderci una parola e non infierire sull'altro coniuge, non è mai venuto loro in mente il potere terapeutico del linguaggio. Per gente che vive dando fiato dalla bocca, una limitazione che mi sorprende.  

In quella lavastoviglie si può sostituire tutto, mi dice, solo che è probabile che non convenga più farlo. Chiedo il prezzo odierno di un modello analogo. Dribbla. Mi dà, però, subito 'il' consiglio. Ce ne sono due di base (e mi dice subito le sigle) che vanno benissimo, certo che non hanno il regolatore di altezza per le flûtes (qui capisco perché la marca si vanta di stare mezzo gradino al di sopra delle consorelle) e non sono fornite di spie elettroniche per tutte le funzioni, scoprirò che non fanno nemmeno il mezzo lavaggio, però marciano a meraviglia, proprio come soldatini. Taglio corto, anzi cortissimo, le mie flûtes entrano dappertutto, riesco a infilare da sempre in un'altezza standard tutti i bicchieri che posseggo e ho sempre una quantità di stoviglie buona per un esercito, faccio un uso razionale della vita e della lavastoviglie, sono, cioè, capace di portare a compimento la cena più francescana cambiando tre volte le forchette, per non parlare di tutto il resto che ci metto dentro, i fuochi della cucina a gas, le griglie, i sottovasi e le scatoline delle creme che uso in viaggio. 

Come in una comunicazione di guerra, chiedo, sintetica: 'Indirizzo concessionario'. Ne ottengo due. Telefono. Il primo è chiuso per ferie. Sottolineo, in tempi di crisi, lo stato florido degli affari, una sparizione dal mercato di tre settimane con conseguente perdita delle vendite. L'altro è ancora aperto. C'è uno dei modelli, disponibile dalle ore 16:00. Chiedo che me lo mettano da parte. Basiti, prendono nota. Lo faccio regolarmente per i libri, li trovo direttamente in cassa così non rischio il viaggio a vuoto perché qualcuno con i miei medesimi gusti me li ha sfilati. Non vedo la differenza. Chiedo anche i tempi di consegna. Sul filo di lana del Ferragosto, ce la dovremmo fare.

L'omone ha già detto che mi darà il preventivo ufficiale della riparazione in serata (sarà pari al costo di un divorzio), riesce pure a mettermi una toppa, il ferrovecchio, per lavare, laverà ancora un'ultima volta. E anche decentemente.

Trascorro un pomeriggio di squisitezze, la città è mezza vuota, arrivo fino in Ghetto con la macchina, la parcheggio comodamente, passo a salutare un'amica, vado a vedere il cortile del palazzo dove vive un uomo che mi piace e ne respiro la presenza anche se lui è in vacanza (chissà se mi pensa come mi ha detto che faceva: continuamente).

Al negozio in tre minuti ho risolto. La signorina, che si era disposta a illustrarmi tutti i modelli, ci rimane pure male. La consolo con due chiacchiere nelle quali faccio il panegirico della lavastoviglie, una delle più grandi invenzioni di tutti i tempi, viene, nell'ordine, dopo lo scaldabagno, la lavatrice e la pillola anticoncezionale. Lei lava i piatti a mano. Affettuosamente, le do della troglodita. La tocco anche sulla salvaguardia del pianeta, lei non sa lo spreco che fa dell'acqua attraverso questa pratica. Adoro fare la predica e poi cambiarmi i piatti a ogni portata anche quando mi guardo i miei film con il vassoio sulle ginocchia.

Oggi, sabato, hanno fatto la consegna e portato via il relitto, che stanotte ha fatto comunque il suo dovere anche se con un catino sotto lo sportello.

Ho litigato, sempre affettuosamente, con i trasportatori, ho detto loro che quando vanno nelle case per bene (avrei voluto dire 'pulite' ma è andata così, mi è uscito un giudizio morale) dovrebbero presentarsi con le mani ripassate con il sapone, 'Soprattutto tu' ho detto all'aiuto 'guarda come sei conciato e sono solo le 9 del mattino'.
Ho infierito, come faccio sempre con chi è sporco, raccontando che la Citroën, quando ho comprato la macchina, me l'ha consegnata che pareva uscita dalla pubblicità del cinema, tutta brillante in una giornata ventosa di settembre, mica con le impronte nere sul parabrezza e sul volante. E qualcuno fino al concessionario l'avrà pure trasportata, no?
Adoro insinuare il dubbio sul livello di perfezione raggiungibile.

Hanno slacciato i tubi, staccato la presa, estratto, ho nettato l'avello (da sempre spero di incontrare quello che ha avuto l'idea degli elettrodomestici da incasso perché ho un paio di cose da dirgli), hanno reinserito, allacciato, collegato.
Se ne sono andati con la lavastoviglie defunta caricata sulle spalle del più anziano, una forza da bestia da soma, ti credo che dopo non sanno venire a patto con i dettagli. 

La cucina e l'ingresso sembravano un campo da battaglia. Mi sono fatta coraggio.

Ho telefonato al mio falegname, un altro che mi sta simpatico, stavolta perché fa il mestiere del padre di Cristo e di quello di Pinocchio ed è pure bravo. Ho usato la mia voce più seducente, cosa che mi è riuscita facilmente perché è anche un bel ragazzo e i nostri rapporti si svolgono da sempre con la colonna sonora di quella canzone, ricordate? che cantava Bobby Darin dal titolo If I Were a Carpenter, da noi interpretata dai Dik Dik che dubitavano 'Se io fossi un falegname e tu una signora, tu credi davvero che mi vorresti ancora...'.
L'ho convinto a venirmi a sistemare lo zoccoletto prima delle ferie. (E' in ferie da ieri ma l'ho convinto ugualmente).

Dopo un'ora e quaranta minuti di lavoro la casa era sistemata, il sale e il brillantante caricati, le porcellane della prima colazione collocate nei nuovi spazi, lo sportello tirato a lucido, l'adesivo con il Waterproof System staccato con delicatezza.

Ho fatto una doccia. Mandato una lavatrice con dentro tutta l'attrezzatura delle grandi manovre. Una goccia di sudore gelido mi è scesa lungo la schiena quando mi sono ricordata che era stata comprata insieme alla lavastoviglie. 'Non facciamo scherzi', ho pregato, da qualche parte questa ferraglia un cuore dovrà pur averlo. Con il medesimo piacere che provavo il primo giorno di scuola davanti ai quaderni nuovi e al nuovo diario, ho aperto il libretto che aveva sul frontespizio la scritta 'Leggere assolutamente le istruzioni d'uso prima di procedere all'installazione e alla messa in funzione della macchina' (adoro gli imperativi categorici, mi danno il senso del senso delle cose). Prima di prendere l'evidenziatore e di lavorarci su come faccio con i testi professionali, ho deciso di presentarvela.

Mi farò due spaghetti. Poi caricherò anche la pentola, le posate e il resto buono per un esercito. Il pomeriggio, meglio che dalla marcia nuziale, sarà cullato dal rumore della new entry in funzione per la prima volta. Decisamente più moderna, più silenziosa (come ha detto il tecnico), scintillante, minimale (questo si vede benissimo), speriamo anche più performante di quella precedente, la lavastoviglie nuova entra nella mia vita carica di piatti e di promesse.

La presente valga come partecipazione.

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166. Ancor non m'hai detto che m'ami

Hikikomori

Tokyo!, Michel Gondray, Leos Carax, Bong Joon-ho, 2008

Shaking Tokyo, Bong Joon-ho, 2008

(Oggi parliamo di Giappone. Colonna sonora: Puccini, Madama Butterfly. Starring: Lei, Maria Callas. Con Nicolai Gedda nella parte di Pinkerton. Sul podio Herbert von Karajan. Milano, Teatro alla Scala, 1955. Il titolo è una citazione del libretto. Quando sento la Callas penso che aveva ragione la mia collega allieva di Roberto Longhi, che era a fine carriera quando io ero all'inizio e che mi guardava con aria di compatimento quando cercavo di interessarla ai miei racconti di opera lirica. Lei non andava a vedere più niente, lei aveva visto Mario del Monaco. Un po' come Dora Maar, che dichiarò 'Dopo Picasso, solo Dio'. Conoscendo le cose erotiche del Maestro, posso farmi un'idea di che cosa Dora volesse intendere).

Il posto più bello del mondo? Casa mia.

Ho da sempre un'insana tendenza a starmene rintanata dentro casa e a tagliare i contatti con l'esterno. Con una scorta adeguata di cibo e alcolici, ho una buona resistenza. Che cosa faccio? Studio, leggo, vedo film, ascolto la radio, se mi va ricevo, comunico molto via internet e poco via telefono, mediamente via sms, da che ho un computer vedo ancora meno motivi per uscire. Vivo come un contrappasso la mia vita professionale esterna, nomade e raminga.
Ma non mi piace l'aggettivo casanière, che ha in sé il senso del sedentario e del pantofolesco (Petit Robert) ed è, oltretutto, il contrario di Bohème. Ma per carità.

Standosene in casa è anche possibile incontrare l'amore. Lo dimostra la storiella da me visionata di persona della ragazza di paese con l'incarnato di pesca e una treccia nera di cui si vedeva il peso a 100 m di distanza che si chiamava Maria Pia e che il padre teneva segregata in casa perché non gli piaceva l'ambiente. Anche l'istruzione veniva impartita a domicilio e ci pensava lui in prima persona. Era, infatti, un uomo colto e lo infastidiva vivere in quel borgo selvaggio. Io e Maria Pia eravamo coetanee. Lei usciva solo la domenica e solo per andare a messa presto, accompagnata dalla matrigna (il padre, vedovo, era alle seconde nozze), che era una brava donna e le voleva bene. Io andavo a maschi, complice il mangiadischi color arancione di cui vi ho già parlato un paio di volte. Chi rimase incinta? Lei. Dell'idraulico, l'unico ragazzo che ebbe un paio di volte accesso al tanto protetto appartamento. Non ho più avuto sue notizie, l'ultima volta che ho saputo qualcosa, lei era al secondo figlio. Come si dice, non c'è porta che resista a gatto o a amante. E nemmeno all'idraulico, evidentemente.

Racconto questa piccola cosa, sulla quale ancora mi viene da ridere, per tutti coloro che si sbattono da un locale all'altro, da una cena a una pista di danza e che si sottopongono alla tortura della conversazione con chi non la sa fare solo perché cercano, diciamo così, compagnia.
Ma so che il pulpito dal quale viene questa predica può apparire troppo radicale. Di rado ho trovato comprensione in questo senso.

Fino a che non ho scoperto l'esistenza degli hikikomori.
Prima leggo di loro sulla recensione di un film che mi metto da parte, poi me ne parla a tavola un amichetto esperto di manga (ero a cena fuori?! Certo, sono una persona molto socievole).
Trasecolo. Ho dei fratelli, molti di loro sono ragazzi e sono giapponesi.
Sono dunque affetta da una sindrome trendissima, giovanile, molto in odore di fumetto.
Altro che pantofole. 
Che cosa fa un hikikomori? Si chiude in casa e non esce più. Di solito si nutre di pizze di cui conserva ossessivamente le scatole.
(Io non è che sia proprio a questo livello, la pizza in scatola non la mangio, ma il mood, devo riconoscerlo, è quello).

Ora parliamo di cinema. Se non siete stati di recente a Roma al Farnese dal 4 all'11 luglio 2009 all'Asian Film Festival è probabile che se io dico Tokyo! voi la prendiate per un'esclamazione. Manco per niente. Tokyo! è il titolo di 3 film (Interior Design, Michel Gondry; Merde, Leos Carax; Shaking Tokyo, Joon-ho Bong) che ne fanno uno solo e che descrivono 'l'étrangeté de la capitale nipponne et du foisonnement des récits qui s'y tissent'. La frase è tratta dalla recensione che mi ero messa da parte, è a firma di Philippe Trétiak, uno che a definirlo solo giornalista gli si fa un torto, e allude alla singolarità della capitale nipponica e al pullulare delle relazioni che si tessono in essa.
Al Farnese sono riuscita a andare solo l'ultimo giorno e mi sono vista due film di seguito, fra cui Ashes of Time di Wong Kar-wai, il più grande di tutti. Tokyo! l'ho perso, avevo troppo da fare. Una rabbia. Un dispiacere.     
Mi sono, però, comperata on line il dvd. D'accordo, è un giochetto che costa quanto un paio di cene fuori, ma, come vi ho detto, io non esco.
E' arrivato dopo 36 ore. Me lo sono rimirato, chiuso, per almeno una decina di giorni. Dilazionare il piacere è uno degli esercizi migliori per curare l'impazienza da cui sono, da sempre, affetta. Poi è arrivato il momento giusto.
I primi due episodi sono ottimi, l'uno è una deliziosa riflessione sulla strettezza degli spazi e sugli interstizi (e di interstizi parla anche Roland Barthes sempre a proposito di Giappone) e l'altro è un attraversamento dell'universo dei manga.

Il terzo film è un capolavoro, un autentico pezzo di bravura, lo dice anche Trétiak nella sua recensione. E' quello che ha come protagonista un hikikomori, che non esce di casa da 10 anni. Riceve denaro tutti i mesi dal padre, i biglietti di banca sono nuovi fiammanti e lo eccitano. Ha, dunque, denaro e ha un telefono. Con denaro e telefono si sta benissimo perché tutto può essere consegnato a domicilio.
La casa è perfettamente pulita e ordinata, lui ha fatto del rangément (azione del mettere in ordine, ancora Petit Robert) un'arte.
I cilindretti su cui è avvolta la carta igienica sono impilati uno sopra l'altro, i libri sono perfettamente sistemati (e sono stati letti tutti), la scatole di pizza costruiscono una parete rossa e bianca. Sì, perché la faccenda della pizza è vera e il nostro hikikomori non fa eccezione. Però la ordina solo il sabato, gli altri giorni si fa consegnare cibi diversi. Mica è scemo.
E l'amore arriva con la pizza. Lei ha il caschetto di ordinanza, la pelle chiara e le giarrettiere. Si accorge che una delle scatole impilate è messa a rovescio. Su tutto fluttua la minaccia del Big One. C'è una scossa. Lei sviene.
E qui entra in scena l'idea fantastica. Lei ha dei tatuaggi, sono dei pulsanti, su uno c'è scritto coma. Lui lo schiaccia, lei si risveglia e se ne va.

Lui si innamora, tale e quale a Pinkerton quando vede Butterfly, ma in modo più sincero.
('Un po' di vero c'è: E tu lo sai perché? Perché non fugga più. Io t'ho ghermita...Ti serro palpitante. Sei mia'. Se non vi siete accorti che c'è più erotismo nella musica di Puccini che in tutto il porno che vegeta sulla faccia della terra, è perché eravate distratti durante l'ascolto. Riprovate con maggiore concentrazione).
Il desiderio vibra nell'aria, l'hikikomori contravviene a tutti i suoi rituali e, senza attendere il sabato successivo, ordina per telefono un'altra pizza. Ma arriva un uomo brutale, che però è portatore di notizie.
La ragazza ha deciso di ritirarsi anche lei dentro casa. Gli dà un indirizzo.
A questo punto la soluzione è una sola: uscire, affrontare la luce del sole, anche il terremoto che continua a fare vittime.

La conclusione è stupefacente e dà a tutto il film un'ampiezza cosmica. Lui vede lei. Lei lo guarda senza espressione. Voi capite che la posta in gioco è troppo alta: da tutte e due le parti l'interruzione dell'isolamento, uno al suo culmine, l'altro al suo inizio. 
Lei ha, tatuati, altri 3 pulsanti con su scritto fear; love; time, praticamente il senso dell'esistere riassunto in 3 parole.
La mano di lui si tende verso di lei, esitante.
Con un dito lui le sfiora la pelle, schiaccia il pulsante love.
E l'amore, come fa l'amore, accade.

Che bello. 

(Se cliccate, potete sentire la Callas e Gedda in una parte del duetto d'amore di Madama Butterfly)

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167. Vere signore (& signorine)

John Everett Millais, Christ in the House of His Parents, 1849-50

Queen Elizabeth II

Lucio Fontana ritratto da Ugo Mulas

Stamattina il falegname è arrivato con 30/60 minuti di anticipo. 8:30 invece delle 9/9:30 che mi aveva annunciato. Aprendogli, gli ho detto che, a capitare prima da una signora, si correva il rischio di trovarla in déshabillé.
(Così era).
Ci conosciamo bene perché mi ha fatto lavori importanti in casa. E' un uomo giovane, forte, con una leggerezza da danzatore, come vi ho già raccontato mi sta molto simpatico perché fa il mestiere del padre di Cristo e di quello di Pinocchio (e perché è un gran bel ragazzo).
Aveva i capelli relativamente corti, gli ho chiesto quando li aveva tagliati. 'Un mese fa' mi ha detto 'era proprio ora, mi arrivavano oltre la spalla'. Quanto era cretina la vecchia lavastoviglie, ho pensato, si fosse rotta 30 giorni prima, con relativi zoccoli e pannelli da sistemare in cucina intorno alla nuova, mi sarei goduta lo spettacolo.

Estrazione, misure, ragionamenti. Il vecchio zoccolo è stato riadattato.
Il taglio è stato fatto su un giornale, in silenzio, sospese tutte le chiacchiere, il taglio è un lavoro maschile (chirurgo, sarto, parrucchiere, falegname, macellaio, artista nel caso di Lucio Fontana), ci vuole concentrazione.
Siccome sa che la polvere mi secca, anche quella prodotta da lui, ha piegato il giornale con i pochi residui del lavoro e lo ha messo nella sua magnifica cassetta degli attrezzi, sorridendomi.
Come la Regina Elisabetta, gli ho detto, quando viaggia porta via con sé tutta la sua spazzatura, anche le bustine usate del tè (Earl Grey, il medesimo da me prediletto).

(Adoro la Regina Elisabetta. La mia compagna di banco del Liceo sosteneva che una di noi due avrebbe dovuto sposare Carlo d'Inghilterra, io ero perplessa, avrei preferito qualcosa più rock 'n roll, lei aveva l'argomento per chiudermi il becco: 'Trovamene un altro con la suocera sui francobolli'. Il giorno delle nozze con Diana feci sospendere i lavori della commissione di esame in cui stavo per dare un'occhiata. Mi sentivo, lo confesso, la fidanzata abbandonata per questioni sociali e di convenienza).

Il falegname torna domani per un altro pannello.
Mi ha dato notizie allegre e sparse sulla sua famiglia. Lui si chiama Fabio, la moglie Fabiola, trovo questa cosa bellissima perché anch'io credo, come tanti altri, che nei nomi ci sia un destino.
I ragazzi stanno tutti e tre bene, crescono, vanno a scuola, i maschi fanno equitazione, uno anche pallanuoto.

Virginia, la femmina di 9 anni, invece, si rifiuta di fare sport perché se fa sport, suda. 

 

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168. Elogio del grembiule

Christen Dalsgaard, Oh, lui verrà?, 1879

Edgar Degas, La famiglia Bellelli, 1858-1860

Thomas Eakins, Baby at Play, 1858-67

Piaceva a Marlene e non a Ada Cantini, sorella di Giorgia, quella di Quo vadis, baby?
Attrici tutte e due ma di stoffa diversa.

Marlene scrive nel suo Dizionario di buone maniere e cattivi pensieri: ‘GREMBIULE. Mi piacciono i grembiuli. Quelli ampi, con i bordi larghi e le grandi tasche quadrate. Fino a poco tempo fa compravo quelli da infermiera all’antica, con le increspature tutt’intorno. Una donna in grembiule è da abbracciare. Un grembiule appoggiato su una sedia di cucina è una meravigliosa natura morta. E le tasche di quel grembiule, che ospitano caramelle scartate attaccaticcie, pezzi di carta sgualciti, annunci economici strappati in fretta, monetine, un pezzo di benda, una calzetta e un turacciolo, dovrebbero ispirare quei poeti che si lasciano così facilmente tentare dai tesori contenuti nelle tasche di un bambino.’

Sentiamo l’altra campana: ‘2 gennaio 1986. Incredibile, nevica anche qui…Terribile tornare a casa da G. dopo aver fatto l’amore con A. Ho pensato che il mio amore per G. è diventato un grembiule da cucina, mentre quello per A. è un abito scollato, da sera. Quando beve è manesco…Credo che starò un po’ di tempo senza chiamare casa. Mio padre l’altro giorno mi ha detto che con il mio carattere non farò mai carriera…’ (Grazia Verasani, Quo vadis, baby?, 2004. Il libro è inferiore al film di Salvatores, dove però il grembiule non appare).

Sospetto che Marlene si mettesse il grembiule per tranquillizzare la preda che aveva puntato, così come cucinava in tutte le lingue a seconda della nazionalità dell’amante di turno ma questo suo lato domestico trovo che le stia bene, la completa in una leggenda che si è costruita dall’inizio alla fine, dura, impeccabile, perfezionista, ambiguamente carnale.
La feroce biografia che le ha dedicato la figlia Maria Riva (Marlene Dietrich, 1992) ce la mostra spesso alle prese con le cose di casa, ha spirito pratico da tedesca, disinfettava anche lei come faccio io i bagni di tutti i posti in cui andava (castello, palazzo, nave di lusso, treno o albergo), mangiava ‘sottaceti, crauti crudi, würstel crudi, aringhe e salame’, insomma non era inappetente e la domenica a  Hollywood se ne stava a casa, si lavava i capelli e si metteva in cucina, probabilmente con il grembiule, mentre von Sternberg in giardino dipingeva gli ibischi in fiore e tutti attendevano la vecchietta che faceva contrabbando di alcolici e consegnava bottiglie di gin e scotch che teneva in una carrozzina per bambini avvolti in copertine rispettivamente rosa e celeste.

Ada Cantini è una sgangherata, aspirante attrice senza talento, il padre era stato buon profeta quando le aveva detto che non avrebbe mai fatto carriera.
(Anche se non era questione di carattere. Nel film l'interprete, Claudia Zanella, riesce quasi decentemente nella parte di quella senza centro, forse involontariamente. Un'attrice francese avrebbe fatto la sbiellata apposta e con risultati indimenticabili. Non mi piace il cinema italiano, anche se Salvatores, qualche volta, si salva).  
Chiusa la parentesi sullo stato dello Stivale, torniamo al grembiule.

Adoro quelli da cucina, da me sono tutti a righe bianche e blu, grandi, lunghi, pesanti, di fattura svedese e inglese, belli tosti, occupano mezzo cassetto e un quarto di filo quando sono stesi insieme agli altri panni. Mi guardo bene dallo sporcarli, li indosso spesso (senza, non sono capace nemmeno di vuotare la lavastoviglie) ma stanno lì per motivi di decorazione di interni. Come si sarà capito, ho con tutto quello che è in cucina un rapporto più mentale che altro, studio sul tavolo di marmo, faccio colazioni e cene con candele, cristalli e porcellane e poca roba nel piatto, allestisco il frigorifero a seconda dei colori, impilo le pentole artisticamente. Circa un mese fa un amico che si era messo in testa di cucinare lui per invitarmi a casa mia si è salvato dallo strangolamento solo perché sono molto dotata di autocontrollo. (Gli uomini non sempre tengono conto dell'esistenza dei ristoranti). 

Indossa un grembiule la deliziosa servetta danese di Christen Dalsgaard che si chiede se lui arriverà e intanto fa la calza; le hanno di simili a ali di farfalla le ragazzine della famiglia Bellelli di Degas, la mia collega anziana allieva di Longhi partiva da questo dettaglio per spiegare il dipinto (e dalla carta da parati sullo sfondo, altro pezzo di assoluta bravura); ha un grembiulino il ragazzino che gioca con i dadi di legno di Thomas Eakins (1844-1916), uno dei miei pittori preferiti, 'individualist, nonconformist, truth-teller', che vi suggerisco di andarvi a guardare se solo avete qualche dubbio sul talento made in USA prima dell'infornata di artisti europei arrivati durante la Seconda Guerra.
L'arte rigurgita di grembiuli, fruga l'abbigliamento da interno e da lavoro, gli dà la dignità dell'abito da sera.
La letteratura lo usa come metafora: Hemingway definisce 'smooth apron of water before the river' la liscia superficie dell'acqua del fiume dove Jack e Bill vanno a pescare trote in The Sun Also Rises. (Recuperate le bottiglie di vino messe a rinfrescare nell'acqua gelida, mangeranno pollo e uova sode, ricordatevene nel comporre il menu del vostro prossimo picnic).

In italiano grembiule viene da grembo è, cioè, una parola esplicita che ha a che fare con parti private.
Anche in francese, scopro. La parola tablier, leggo sul Petit Robert, viene utilizzata anche per indicare 'une toison pubienne abondante', cioè un vello inguinale rigoglioso, però solo per le donne. (Chissà come si chiama il pelo abbondante degli uomini, se lo scoprite, fatemelo sapere).

Come vedete tutto si tiene. Dalla puntata 159, Il pelo nell'uovo, a quella odierna il passo è breve. Pelo e grembiule servono come protezione.
Forse perché Ada Cantini, non amando i grembiuli, ne era sprovvista, si è ritrovata così disarmata, infelice, disperatamente suicida in una notte balorda in cui, una volta di più, non c'era per lei un copione da recitare.  

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169. Friends

Amicizia (?)

Géraldine Dormoy, www.cafemode.fr

Working Girl, Mike Nichols, 1988

'My friends, there are no friends'.

Ancora Coco Chanel. Trovo la citazione in internet solo in inglese e ve la lascio così, del resto funziona, in italiano esce fuori qualcosa di simile a 'Amici miei, amici non ce ne sono', nel francese, probabilmente la versione originale, non mi avventuro.
Constatazione terribile. Vediamo di ragionarci sopra per il tempo di una puntata.
Credo nelle relazioni intergenerazionali, nel senso che non mi fa fatica incontrarmi con persone che hanno 20/30 anni più o meno di me. Anzi. Preferisco questo brio all'andante con poco moto dei coetanei, sono immune dalla sindrome che chiamo 0-12, il mondo diviso per fasce di età come un negozio lo è per taglie.
L'unico principio cui mi attengo (ammetto: è un mio limite) è l'età adulta. Bambini e adolescenti ripassino quando sarà ora, prima non riesco a trovare in loro niente di interessante.

Quando non hanno troppo esposto il lato somaro, mi piace molto parlare con i miei studenti. Gli argomenti: arte, letteratura, cinema, amore in tutti i risvolti, talento, progetti, modo di passare il tempo. E poi loro sono quelli che contagio meglio con la mia fissazione di trasformare la vita in qualcosa d'altro, un progetto narrativo, un film, le tavole di un manga. 
Mi piace molto anche ascoltare i racconti di gente che ha delle cose da dire, che è capace di fare conversazione, attività difficile, complessa, per la quale bisogna essere portati e che bisogna coltivare.
Ma anche per l'amicizia sono tempi duri, è, questa, un'età di disseccamento, con un paio di guaglioni avanzavo l'ipotesi che tutta la vodka che si mettevano in corpo (e li capisco, trovo anch'io la vodka molto efficace) forse serviva per rendere più fluida la serata, come le pasticche e il resto.
Da sempre la vita sociale è accompagnata da sostanze che servono a sopportarla, fate caso a quello che mandano giù alle feste gli invitati.  

Riordinando carte, ho ritrovato un articolo che avevo archiviato dedicato alle relazioni di amicizia. E' vecchio, ma inglese, cioè più avanzato di noi, un po' come il supermercato londinese, pieno di monoporzioni, asparagini, zucchinette, melanzane bonsai, quattro foglie di aneto o di prezzemolo, sushi per uno, due rotoli di carta igienica, miniformati di detersivo. Il passo successivo all'isolamento della metropoli è l'inventario dei nuovi generi di amici. Nell'ordine: E-friends; Friends you pay; Personal Development Friends; Recycled Friends; Shopper Friends.

Verissimo che le relazioni on line sono importanti, la protezione, la possibilità di reinventarsi, la scrittura, se avete dei dubbi, provate, ma fatelo a alto livello, altrimenti è meglio che facciate altro. 

Corretti anche gli amici a pagamento 'personal trainer, hair stylist, lifestyle coach or agent', trovo pure altre professioni di cui non sospettavo l'esistenza, food trainer, sobriety coach (chissà se è uno che ti controlla la vodka), il fondamentale interior designer; tutti gentili con te perché è il loro mestiere. Se penso al rapporto che ho con il mio parrucchiere, mia fonte principale di ammaestramento sui modaioli nottambuli, non posso che concordare.

Vero anche che coloro che si occupano di Personal Development garantiscono la presenza in momenti sensibili, sono fatti apposta.

Sugli amici riciclati ho dei dubbi, mai parteciperei a una cena con i miei compagni di liceo, troverei una scusa, i racconti che sento a questo proposito mi mettono a disagio, una delle mattinate accademiche più esilaranti di quest'anno è venuta fuori quando ho riassunto ai miei studenti un'uscita con un amorazzo estivo ritrovato dopo anni. Nella prestanza fisica non era cambiato, peccato che non lo fosse anche nella frequentazione dei centri sociali e nella conversazione, oggi come ieri limitata a quattro argomenti, che però, ieri, mi erano sembrati più interessanti. Exit il riciclo, anche degli amori. A meno che non fossero a. grandissimi; b. interrotti dalla crudeltà del Fato (il caso che vi ho riferito non rientrava in nessuno dei due punti).

Gli Shopper Friends sempre siano lodati. Personalmente ho sempre bisogno di suggerimenti sulla taglia, fosse per me tenderei a respirare dentro giubbottini e giacchette ma pare che le cose striminzite mi stiano meglio.

Il mio articolo è vecchio e ai blog non fa cenno perché i blog sono un'invenzione abbastanza recente.
Wikipedia mi dà come data di nascita il 18 luglio 1997 e mi ricorda che il nome è la contrazione di web log, ovvero traccia su rete. Insomma, un diario lasciato aperto sul tavolo, nel quale chi passa può leggere.
Gli amici di blog sono importanti, è un po' come dovrebbero essere i fratelli maggiori, darti delle indicazioni, suggerire dei comportamenti, costituire un qualche genere di modello.
E' pur vero che una percentuale altissima di blog è infrequentabile, uno si chiede perché quella persona lì, invece di vivere, coltivarsi, fare esperienze, ti racconta l'inutilità della sua esistenza.
Però alcuni sono belli e costituiscono un sistema assolutamente inedito di entrare in relazione con un altro, proviamo a dire di farci amicizia.   

Frequento alcuni blog, quasi mai lascio commenti, spesso prendo appunti su quello che trovo.
Vi ho già detto più volte di Marilou www.http://www.leoscheer.com/marilou/, che considero una presenza importante e di cui ho consumato con note e evidenziazioni l'autobiografia. Fosse solo per le considerazioni cinematografiche, letterarie e musicali che ci sono in abbondanza, lei sarebbe imperdibile. Aggiungete la moda, la droga, gli amanti, la bellezza della scrittura, sontuosa e insieme come illuminata dalla luce livida del tavolo operatorio, il mood malinconico, lo charme, la solitudine che la squassa nonostante sia una creatura avvezza ai locali più in vista di Parigi, la carnalità spesso dolente, le considerazioni sugli uomini, la teatralizzazione della vita tutta.  

Oggi volevo dirvi qualcosa di un'altra giovane donna che frequento nella rete: si chiama Géraldine Dormoy www.cafemode.fr (anche in inglese, stavolta non avete la scusa della monolingua per sottrarvi) ed è una ragazza intelligente.

La scrittura è un dono.

Angie David/Marilou lo ha ricevuto in termini importanti. Géraldine lo possiede in modo diverso, è una che scrive semplice e piano, banale solo in apparenza.
Se ci si mette lì a percorrere tutte le parole, ci si rende conto che non ce ne è una sola superflua, che tutte hanno un senso e che tutte insieme concorrono a esprimere il senso del biglietto in cui stanno.
Parigina, giornalista freelance, 32enne, ha lavorato nel marketing per anni, poi è tornata a studiare, diplomandosi nel 2006 all'Institut Français de la Mode. E di moda si occupa. Ma dal suo personale punto di vista, cioè con un guardaroba piccolo piccolo, la confessione di possedere una sola cintura (io ne ho ben due, una nera e una bianca. Identiche), di aver capito soltanto di recente l'importanza dei guanti (che a me, invece, è chiara da molto tempo) e di aver sempre desiderato essere 'une fille cool' senza mai riuscirci. 
Anche se, a vederla, non si direbbe. Rossa di capelli, esile, delicata, è vero, un po' timida, sembra però muoversi a suo agio nel mondo delle tendenze e delle sfilate, esprime punti di vista precisi e coerenti, è lei stessa espressione di stile.
Una bella scommessa: partita con un blog giocattolo, ha avuto rapidamente migliaia di visitatori fedeli, sono cominciate le interviste in qualità di esperto, finendo poi per essere chiamata a L'Express per curare il blog di moda pricipale, insomma un esempio di come ci si possa fare da soli, di questi tempi, modernamente e con solo un computer sotto mano.

Secondo Géraldine la moda è un crocevia di influenze: mostre, fotografia, film, viaggi e incontri più che abiti veri e propri sono gli argomenti che affronta, cerca la creatività e le cose nuove, passa il suo tempo a scovare l'informazione capace di nutrirla e di farle capire meglio come funziona la moda oggi. Poi ce lo racconta.

Quando parla di arte è irresistibile, lo fa da intrusa accorta, la sua recensione della 53a Biennale di Venezia del 7 agosto scorso (Venise à la pointe) è un gioiello di lucidità e di acutezza, lo dico da professionista, esasperata da cronache acritiche e da mutismi.

Del suo blog amo soprattutto la categoria Les films bien sapés, che mi ha fatto trascorrere più di una serata agréable. Sono passati in rassegna, in un ordine molto casuale e sparso, cioè ricco e vario, film nei quali l'abbigliamento ha una parte importante.
Ieri sera, per esempio, ho rivisto su suo consiglio Working Girl, di Mike Nichols (sto parlando di Conoscenza carnale, 1971 e di Closer, 2004, mica di uno qualunque) 1988, anno in cui lei era ancora una bambinetta. 
Conservavo la memoria di Una donna in carriera commediola romantica e avevo completamente dimenticato la perfezione dell'ingranaggio narrativo, le musiche e il rilievo dato ai personaggi secondari.
Géraldine ci fa notare la presenza costante dello Staten Island Ferry, che Tess (una Melanie Griffith che non ricordavo così patata lessa) prende tutte le sere per rientrare, poi annota che il suo gusto per i traghetti deve molto al film (da lei visto e rivisto in VHS e ripreso in DVD, da adulta, per il blog) e che su quelle imbarcazioni c'è sempre un'atmosfera stranamente malinconica.
Uno legge e dice: è vero. Come uno dice: è vero quando lei scrive nella didascalia della scena in cui Tess arrivando in ufficio si toglie le scarpe sportive e indossa quelle con i tacchi, che si è sempre domandata se le newyorkesi facessero vraiment ça, mettendoci un corsivo che fa complicità e tenerezza.

Vi riferisco pure quest'altro commento 'Je lui laisse sa coiffure mais je prends le cardigan bleu roi ceinturé' sistemato sotto un fotogramma di Tess pettinata come una scopa messa a bagno nell'amido però con addosso un golfino blu interessante. Ditemi voi se al cinema si sentono mai osservazioni così puntuali e pungenti.

Le pettinature sono datate e impresentabili, gli abiti invece manco per niente, a parte le spalline che a occhi chiusi ci fanno individuare l'anno di nascita. E poi sono stati ampiamenti citati nelle sfilate Louis Vuitton 2008, Dieu merci niente di letterale, piuttosto lo spirito, i colori e i volumi che ci stanno tutti.

Citiamo anche la scena di Tess che passa in mutandine e reggiseno l'aspirapolvere nella casa del suo capo (Sigourney Weaver), nella quale si era insediata di nascosto approfittando di un suo incidente di sci per sfilarle un affare, del resto da lei concepito e, già che ci si trovava, pure il fidanzato (un Harrison Ford che, detto fra noi, qui mi fa sognare meno che altrove) e siamo a posto con il tema della nostra Opera Soap.

Insomma, film come suggerimenti amichevoli che arrivano dalla rete e danno un senso anche alla serata più rischiosa del mese di agosto.
Géraldine, grazie. E, come chiude ogni corrispondenza nella Newsletter il filosofo Ollivier Pourriol, altro autore da me amatissimo che frequento, anche, in internet www.cinephilo.fr: Amitiés.

 

 

 

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170. Stracci

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967

Piero Manzoni, Achrome, 1962

Kurt Cobain

Ad Agosto, da che sto in professione, mi succede spesso di sentirmi uno straccio.

Mi manca tutto, il contatto con gli studenti e con il pubblico, l'effervescenza delle lezioni, il trac delle conferenze, la pressione continua del lavoro. Ad agosto poco rhythm e molto blues, non succede mai niente, impossibile mettere in cantiere un progetto, tutto molle, noioso, spento.
Ogni anno dico ora mi trasferisco a Helsinki, 17° fissi e tutti i signori in flanella, possibile vedere anche qualche cravatta, qui solo uomini in mutande e ciabatte, dappertutto, anche in banca.

Mi disse una volta un collega in una telefonata estiva che là dove e con chi stava si sentiva come Napoleone a Sant'Elena. Se avete solo una pallida idea di dove si trovi l'isoletta, vi ricordo che sta nel mezzo dell'Oceano Atlantico, a 1.600 km dall'Angola.
Ti credo che l'Imperatore, uomo di azione, ci si annoiava e si scocciava pure di guardare il mare.  
Se pure il mio collega stava a terra, deve essere una sindrome comune a tutta la categoria.

Di stracci c'è sempre bisogno, in casa servono dappertutto, da spolvero, che più sono usati e più vanno, certi in microfibra ad azione elettrostatica, ne ho comprata una serie, di color lilla, anche con un foro sulla confezione circondato dalla scritta 'Tocca la morbidezza', tu ci infili il dito al supermercato e ti pare di accarezzare l'orso di pezza (quando era nuovo).
Stracci per il pavimento, ognuno ha i suoi gusti, chi lo preferisce pesante da tirare, fa più attrito, lava meglio, chi lo predilige leggero, la cucina ripassata dopo cena mi dà sempre una sensazione di freschezza.
Stracci del negozio di penne stilografiche, i pennini puliti con perizia, molti gli inchiostri diversi, gli stracci del calzolaio per lustrare i tacchi e nettare la tomaia, quelli vicini al forno delle pizze intrisi di farina, mescolati con i pezzi di pasta pronti da stendere, sembrano gli Achromes di Manzoni degli anni '60.

Uno straccio di marito, nella vita, è una cosa ottima, il mio galateo Made in G.B., Debrett's New Guide to Etiquette & Modern Manners, di John Morgan, riporta il parere di una donna di mondo 'It's very important for a woman to have been married - or at least to be seen to have been married - even if it was only for five minutes'
Provare per credere. 

Con i miei studenti abbiamo spesso scontri sullo stato dei loro jeans, ridotti a straccio artificialmente, domando loro se riprendono i labbri della stoffa sul ginocchio con il filo da imbastire prima del lavaggio, i miei jeans fatti tali dal tempo si disfano a ogni passo, rischio di tirarli fuori dalla lavatrice a brandelli, fra l'altro i miei pantaloni si consumano diversamente dai loro, i miei preferiti hanno strappi all'interno delle gambe e sul sedere, le ginocchia sono intatte.
Kurt Cobain, secondo me, era autentico, lui il grunge ce l'aveva nel sangue.  

Con il mese di Agosto bisogna stare attenti, le ore hanno diversa durata, le relazioni sono falsate dall'assenza di confronto, la percezione delle cose è deformata. 
E' così che stamattina ho accolto come una rivelazione una frasetta di un ascoltatore marchigiano della radio che si riferiva a non so più quale bega: 'Non mischiamo gli stracci alle salviette, come si dice dalla nostre parti'.
Mi è sembrata bellissima, il puro e l'impuro che fanno squadra, il caos organizzato, l'alto e il basso in l'altalena, ditemi voi se non sembra la presentazione della Venere degli stracci di Pistoletto, lei bellissima (anche se in cemento che simula il marmo), callipigia come da copione, ordinata, appunto classica, nobile, alle prese con quel popolino di fetenti (l'opera, dal vivo, ha questa caratteristica: emana l'odore tipico degli stracci sporchi, chissà se l'artista lo ha fatto apposta) che quasi la sovrastano ma anche un po' le fanno corona e festa.

Insomma, loro, stracci, lei, salvietta.

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171. Guido and I

Guido Crepax (1933-2003) e Valentina

Guido Crepax, Bianca, La casa matta, 1969

Valentina

Leggo fumetti da sempre e a oltranza, ho resistito alle minacce genitoriali e non mi si è rovinato il gusto, come invece tuonava sarebbe successo il mio amato Professore di Italiano e Latino del Liceo.
Tentai anche di farci la tesi di laurea, quella volta tuonò uno degli assistenti, ma che stavamo in America, io e lui? Lasciai cadere l'argomento per ripescarlo però per la tesi di Specializzazione. Quella volta andò meglio e fu così che discussi un buon lavoro tutto in bianco e nero.

Crepax è il più grande. Non ci sono paragoni, disegna meglio di tutti, è il più colto, quello con storie di maggiore respiro, gli devo la mia educazione sentimentale, mi ha formata Bianca, ci siamo incontrate che eravamo lei al Collegio delle signorine, io al Ginnasio statale (Valentina l'avrei scoperta più tardi), mi ha insegnato l'esistenza di Breton e dell'Union libre, le tavole con i versi 'La mia donna dai capelli di fuoco di legna dai pensieri a lampi di calore...ma femme à la bouche de cocarde...aux sourcils de bord de nid d'hirondelle...' furono per me la rivelazione dell'erotismo, su Crepax ho esercitato l'occhio alla ricerca del dettaglio, ancora oggi scopro aspetti nuovi, un signore di allure anglosassone, figlio di un violoncellista della Scala che, dal chiuso di un paio di sue residenze oh quanto borghesi, rivelava al mondo gli incendi che aveva dentro.

Per la tesi colsi l'occasione al volo e gli chiesi un'intervista, presi il treno per Milano e andai a casa sua in via De Amicis, passai da stupore a meraviglia, riconoscevo ogni angolo dell'appartamento e ogni oggetto, le scarpe inglesi con i lacci di Phil Rembrandt, la lampada da lavoro, il cestino della carta, parlammo bene e a lungo, lui mi regalò un paio di albi introvabili e mi ci fece, senza che glielo chiedessi, una dedica, era un uomo coltivato, elegante, le sue eroine libertine senza ombra di dubbio non sono mai volgari, mi mise a parte del suo sconcerto di fronte ad alcuni imitatori, 'più loro fanno cose erotiche, più io mi ritiro', giusta reazione di colui che aveva dato inizio a un corso nuovo che aveva definito la modernità del nostro tempo.

Da me un intero scaffale di una delle librerie è dedicato a lui e più di una volta la colf di turno mi ha guardata come si guarda uno un po' tocco quando ho spiegato che, fra i libri d'arte che ci sono in casa, quelli sono i più importanti. Ho pulito gli albi di Crepax due giorni fa, li ho tirati fuori uno per uno e li ho spolverati con la spazzola, alcune copertine le ho fatte con lo straccio e il detersivo liquido, posseggo edizioni rare e cose fuori commercio, ci ho passato sopra un'intera giornata, ho aperto, riletto, ritrovato, mi ci sono smarrita dentro provandoci gusto.   

Come vi ho già raccontato nella puntata n° 73, L'undicesimo comandamento, i Mazzamurelli che stanno a casa mia e che manifestano qui e là la loro presenza colloquiano con me attraverso i libri.
Il giorno della morte di Crepax, dopo che la notizia mi era arrivata via sms, mi fecero trovare aperto sul tavolo del soggiorno l'album dedicato alla boxe che lui mi aveva regalato onorandolo con la sua scrittura, un album piccolo, probabilmente il più leggero da spostare per loro che sono spiritelli.

Con Crepax siamo rimasti in contatto per anni, lo andai a salutare quando venne a Roma per una conferenza e ci facevamo gli auguri per Natale. I suoi arrivavano sempre in buste bianche sulle quali con la sua grafia tutta a punte mi chiamava 'Signorina'.
Questa cosa mi deliziava e mi faceva sentire avvolta in una nuvola, o, per meglio dire, in un fumetto di garbo, classe e di galanteria.

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172. Keep Left

London Underground

London, Taxi driver, attenzione: Keep Left!

Matthew Brannon, Words on a Page, 2008

E' più forte di me, non ce la faccio a andare in vacanza a Sharm el-Sheikh.

Non ho capito nemmeno bene dove sia, sul Mar Rosso, d'accordo, ma qual è, quello che Mosè apre con un colpo di mano per far passare i suoi? E' in Egitto?
E perché ci vanno tutti? Quando ho chiesto, non ho capito la risposta, per cui mi sono fatta la convinzione che vanno tutti lì perché ci vanno tutti, una specie di scelta tautologica, che per le destinazioni turistiche funziona che è una meraviglia.
E poi a me l'esotico d'Egitto mi stranisce, mi immagino subito tutto il soggiorno con il mal di pancia, che è poi quello che meglio colgo dai racconti del rientro.

Io sono andata in vacanza a Londra, che è la città più bella del mondo, pulita, civilizzata, tutta aperta anche a agosto, mostre una meglio dell'altra, i Kensington Gardens in fiore, la gente gentile, trasporti che ti fanno dimenticare le distanze, se vi piace, uno shopping da perderci la testa, tutte le collezioni autunno-inverno già a disposizione, film in uscita il 15 del mese, belle ragazze che si fanno la loro moda e quel senso di una vita che non si ferma mai, mica il vuoto siderale dell'estate d'Italia, le città deserte e tutti sulla spiaggia.

Che ho fatto? Quello che mi piace fare quando ho un po' di tempo: me ne sono andata a spasso, mi sono gustata esposizioni a capriccio (l'Indian Summer al British, Waterhouse alla Royal Academy, la scrittura all'Institute of Contemporary Arts, la serie dedicata a Popeye di Koons alla Serpentine Gallery, il padiglione Kazuyo Sejima &
Ryue Nishizawa of SANAA sul prato davanti alla galleria), ho visitato negozi, provato abiti, comprato una giacca, un paio di guanti, cosmetici, nastri, film, spezie, matite e cartellette, ho imparato un sacco di cose, bighellonato per supermercati, sono rientrata con idee nuove e progetti, ho mangiato e bevuto benissimo, cosa, quest'ultima, che accade a Londra da un po' e che fino a qualche anno fa era inconcepibile. Ho dormito sotto al piumino, la stanza nel mio solito albergo era ottima, anche con la vista sui tetti, ho iniziato a preparare l'elenco delle cose che voglio fare la prossima volta che ci torno, spero presto.

(Ditemi voi se uno che rientra dal Mar Rosso è così soddisfatto).

Non saprei quale sia stata l'esperienza più bella, il tè offerto da Few and Far www.fewandfar.net, che vi ho già citato nella puntata 101 Natale con i tuoi per i suoi pacchetti, le visite ai vecchi negozi di articoli per artisti, il ragazzo dello shop al British Museum all'uscita della mostra Garden and Cosmos che mi ha ringraziata calorosamente perché ero andata lì (e dire che non avevo comprato niente), le chiacchiere sulla pronuncia dei nomi con londinesi doc disponibilissimi, la giornata terminata a Primrose Hill, dove non avevo messo mai piede in vita mia e dove sono capitata alla scoperta di un indirizzo che avevo da parte.

Oppure no, ecco, ho trovato: l'esperienza più bella è stato l'incontro con un nuovo artista.
Matthew Brannon (St Maries, Idaho, USA 1971) aveva due pezzi esposti alla mostra Poor. Old. Tired. Horse. all'ICA www.ica.org.uk, altro posto dove non ero mai stata, la città è enorme e rigurgita di musei e gallerie, c'è sempre qualcosa che mi scappa.
Erano tutte opere nelle quali dominava la scrittura: poesia visiva degli anni '70, esperimenti grafici e poi delle cose nuove, nelle quali ricompariva la macchina da scrivere. La mia l'ho buttata e la fitta di nostalgia e di rimorso che ho provato significava che l'arte era buona, che aveva messo in moto un qualche meccanismo.
Brannon lavora sulle reminiscenze grafiche di pubblicità, manifesti, libri di cucina, manuali; a questa struttura aggiunge dei testi, che sono delle 'piccole sceneggiature melodrammatiche di successo, fallimento, carrierismo e alcolismo, abuso di sostanze e disavventure sessuali' (cito dalla scheda di Gino Brignoli del sito).
La domanda che è al cuore di tutto il suo lavoro è Why are people their own worst enemies? Quello che sostengo anch'io: siamo noi i peggiori nemici di noi stessi (pensate soltanto a come scegliamo, anzi, scegliete, la destinazione delle vacanze).

In Words on a Page (2008, vi ho messo una foto) Brannon scrive (vi faccio direttamente la traduzione, spero attendibile):
Una comunità di artisti, scrittori, uomini d'affari e donne, consumatori e gente che organizza cose. Un mondo di nuovo e di vecchio luminoso e meraviglioso. Un posto di aiuto e stimolo per crescere e condividere. Porte aperte e bottiglie aperte. Dove drinks gratuiti incontrano una conversazione ricca e dove pacche sulle spalle significano più di una semplice pagella...

Non vi sembra la descrizione di un mondo ideale? Moderno, senza retorica, venato di solitudini che si incontrano, alcolico quanto basta a sopportarlo.
Io ci avrei aggiunto anche una nota sulla necessità della pulizia e del tirare a lucido relazioni e pavimenti, però quella cosa lì l'avrei potuta, l'avrei voluta scrivere io.

(Godiamoci insieme il volo di Peter & Co. su una Londra che non è poi troppo cambiata da quel 1953)

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173. Legittima difesa

Neonato

'Ho fatto cacchina'. 'Figuriamoci cosa farai fra vent'anni.'

La colf ha ripreso servizio ieri. La nipotina della puntata 146 Speriamo che sia femmina è nata il 15 agosto.
E' venuta, si è cambiata come sua abitudine e, mentre era arrampicata sulla scala a fare la polvere ai miei libri più inaccessibili (che, durante la sua assenza, mi sono ben guardata dal pulire), mi ha fatta andare da lei con una scusa perché voleva fare due chiacchiere.

Mi ha detto che non le piaceva per niente l'idea di essere diventata nonna (è più giovane di me di un paio di anni, cioè è una ragazza), certo la bambina era bella, ma piangeva continuamente ed era molto stancante.
Ho omesso di dirle quello che dico sempre quando ho attacchi di ferocia alle persone che mi raccontano dei loro pargoli, che adesso non fanno dormire perché hanno mal di orecchi o di pancia e che fra una decina di anni terranno svegli padre e madre perché saranno in discoteca a carburare a pasticche.
Non mi è sembrato necessario.
(Considero la passione sviscerata che i genitori ostentano nei confronti dei figli, anche quando sono somari e antipatici, impudica e fuori luogo, un po' come con l'innamorato, lui ti può pure chiamare Gnocchetta o Miciolina in tête-à-tête, però quando poi si è in pubblico deve tornare al nome ufficiale, Anna, Maria, Cosima o Gerarda, pena l'intrusione nell'intimo che non deve esserci).

Ho suggerito alla colf di vedere la nipotina solo per trastullarla, di iscriversi a un corso di ballo, di farsi un viaggetto a Venezia, che, secondo lei che non l'ha mai vista, è proprio bella, oppure in Egitto, dove ci sono le piramidi che l'attraggono. Oppure, in alternativa, di farsi un giro in autobus fino a via Arenula e largo Argentina, dove non è mai stata in vita sua. O di procurarsi un fidanzato che la porti a mangiare una pizza, tanto per cambiare minestra rispetto ai gruppi di preghiera che frequenta in parrocchia.

L'ho vista pensosa. Secondo me, mentre infilava il piumino fra Aalto e Buren nello scaffale lassù in cima, meditava una vendetta nei confronti della vita e faceva progetti.

 

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174. Amore caro, amore bello (non ti voglio più)

Aristocats, Wolfang Rheiterman, 1970

Quest'attesa mi snerva

Qualche settimana fa, in piena domenica estiva, ero migrata dal mio studio, esposto al sole nel pomeriggio, al soggiorno e mi stavo occupando dei miei dvd.
Essi stanno parzialmente in un loro posto subito dopo la musica e poi occupano un altro lungo scaffale in una libreria. Io stavo da quelle parti, dove, cioè, ci sono i cofanetti più preziosi (Wong kar-wai, Ozu, gli altri orientali, Reitz con Heimat, complessivamente 53 ore e 17 minuti, che ho visto solo per i 3/4 ma, vi assicuro, in lingua tedesca), dischi ancora incellofanati in attesa di visione, altri comprati usati e già ripassati con l'alcool, i più amati (Blade Runner, Ultimo Tango, Les nuits de la pleine lune), insomma tutto un repertorio bulimico di cinema che un po' mi affascina e un po' mi fa sentire inadeguata all'impresa di vedermelo tutto: il cinema mi scappa di mano continuamente, più lo vedo, più ne esce, mica è come con l'arte, che tengo sotto controllo per un periodo di almeno 2.000 anni e che, pur sembrandomi infinita, ho (quasi) imparato a ridurre alla ragione. Come fa il torero con il toro. (Almeno fino a quando non riceve una bella incornata, cosa che capita pure a me con qualche artista che prendo sottogamba, che mi rimette al posto mio e che mi fa capire chi è il più forte).
   
Insomma, stavo alle prese con i miei film più sensibili e li pulivo con il Cif liquido e con lo straccio, pensosa e concentrata.

A un certo momento comincia a salire dalla chiostrina del giardino dove affaccia il mio balcone una specie di lamento, come di cucciolo. Aumenta di volume e mi rendo conto che non di bestiola si tratta, ma di una donna che sta facendo l'amore. Fuori ci saranno stati 40° e, nel silenzio della pennica condominiale, lei emette gemiti, sospiri, singulti, e lo fa benissimo, mica come le attrici italiane che doppiano i film e li massacrano perché non so a quali modelli si ispirano, certamente a quelli porno di bassa categoria, che a loro volta imitano il doppiaggio, con il risultato che tutti imitano tutti in modo circolare, come con la destinazione delle vacanze e nessuna di queste donne dà mai l'impressione di sapere come è davvero con un uomo. La lei della chiostrina questa impressione, invece, la dava, eccome.

Io che vivo secondo la regola ferrea di non occuparmi mai dei fatti degli altri, turbata, mi avvicino alle persiane socchiuse e mi metto ad ascoltare, come una beghina.
Si segue benissimo, l'invito, l'accoglienza, il benvenuto, l'incontro, in un trionfo di afflato amoroso, la signorina se la godeva.

La cosa si è ripetuta nei giorni seguenti.
Una sera che ero rientrata tardi e che cercavo di addormentarmi nella mia camera da letto, che affaccia dove affaccia il soggiorno (diciamola tutta, ci avevo messo pure la toletta e si erano fatte le 4 del mattino), riprendono a salire dalla chiostrina i lamenti. Ma il mood era completamente cambiato, lei strillava a caso, senza ritmo e senza discernimento, le grida erano infernali. Fra la veglia e il sonno, un po' sfatta pure io per via della serata e dell'orario, accarezzavo l'idea di mettermi una cosa addosso e di uscire per cercare un esorcista. Si formavano, infatti, davanti a me continuamente immagini di lei con gli occhi rovesciati e la bava alla bocca.
La mattina dopo, che dico, verso il pranzo, ci risiamo. Pure qui, tutto sballato. Questa volta il grido era continuo, il che corrispondeva, praticamente, a un elettroencefalogramma piatto. Insomma, era come se non succedesse più nulla.

(Senza conati, senza sussulti, l'amore è acqua fresca).

Per giorni e giorni, sempre in orari poco ortodossi, lei gridava. A volte piatta, a volte tutta uno strillo. La cosa più strana, è che si sentiva solo lei. Lui, niente. Mi è anche venuto in mente che lei si intrattenesse con un manichino, un oggetto, oppure con se stessa. In tutti quei casi, però, avrebbe forse scelto momenti più adatti, soprattutto tenendo conto del caldo.

Una notte, intorno alle due, solita solfa.
A quel punto, però, sento altre grida: quelle del signor Carlo del primo piano, che vi ho già presentato nella puntata n° 18 Zerbinetta's aria, un uomo mite, di carattere dolce al punto di avere, come zerbino, un'orsa che abbraccia il suo orsacchiotto (anche lo zerbino è a forma di orso). Carlo apre le persiane, le spalanca, si sporge (io ascolto tutto) e comunica alla signorina che il condominio, a quell'ora, preferirebbe dormire e non essere disturbato a più riprese da rumori. La invita, quindi, a andare a svolgere le sue attività private altrove.
(Il contenuto del monologo è questo. Sulla forma, non ci giurerei. Ma sono una signora e mi coltivo pure, per cui sono abituata a tradurre nel mio linguaggio ciò che sento).

Silenzio tombale. Da allora a oggi.

Questa faccenda, che ha impepato l'estate del mio palazzo (non ne ho mai parlato con nessuno, tantomeno con il signor Carlo, e non ho idea, e non la voglio avere, su chi fosse la donna) mi ha fatto tornare alla mente una storiella che raccontava spesso, su mia richiesta, una squisita signora della nostra Associazione. Lo faceva con una voce sottile, un po' ingenua, quasi bambina nei toni e nelle sfumature.
Provo a riferirvela.

C'è, allora, un gattino, un micetto giovanissimo che ha, però, già qualche mese. Allora si fa coraggio e chiede ai gatti grandi della comunità dove è nato, tutti tosti, tutti gagliardi, se lo portano con loro la prossima volta che vanno a fare l'amore.
Quelli nicchiano, lo prendono in giro, fanno come se lui non ci fosse. Lui insiste, ogni volta che li incontra, fa loro la medesima proposta.
Una notte, finalmente, gli dicono di prepararsi. Si va.
Il micetto, tutto contento, si mette in coda, li segue, cerca di stare al passo.
I gatti arrivano sotto al primo balcone. E, tutti insieme, come ossessi, miagolano, gnaulano, soffiano, ustolano per manifestare il loro sentimento fino a che non si aprono le finestre e una gragnola di oggetti non piove dabbasso: scarpe spaiate, sveglie della nonna, di quelle che fanno ancora tic-tac come dovrebbe fare qualunque orologio, e anche qualche secchio di acqua fredda.
I gatti grossi scappano. La gragnola se la becca tutta il micetto.
Si cambia indirizzo. Si ricomincia daccapo. Ancora miagolii, ancora gnaulamenti (è inutile che cerchiate sul dizionario. Questo sostantivo è un neologismo. Mio). Si apre anche questa finestra e piovono di sotto altri oggetti: giornali arrotolati per fare più resistenza, un piatto sbeccato, anche un vaso con una pianta un po' sdutta.
Rapidissima fuga dei micioni, centrato in pieno il micetto.

Si va avanti così tutta la notte, una specie di mordi e fuggi sotto ogni palazzo, gaudenti e illesi i gatti grandi, sempre più ammaccato il piccolo.
Arriva l'alba.
I mici imboccano la strada di casa e, mentre il cielo sbianca, loro si salutano, congedandosi.

Il giorno dopo, verso l'ora dell'aperitivo, mentre tutti ancora sonnecchiano ma si capisce che sono pronti per ripartire, il gattino si avvicina ai gatti tosti e dice loro:
'Io vorrei ringraziarvi perché siete stati gentili a portarmi con voi ieri notte. Però mi sa proprio che non vi chiederò più di accompagnarvi perché a me, e non so come dirvelo però ci provo, fare l'amore non è che poi mi sia piaciuto tanto'.

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175. Lamento funebre per una lampadina

Walt Disney, Little Helper, in italiano Edi

Gio Ponti, Lampadario in vetro multicolore, Venini 1946. Riedizione 1989

Michele De Lucchi, Lampada Luna, AVMazzega (lampadario della mia camera da letto)

Allora è vero. La lampada a incandescenza, inventata da Thomas A. Edison negli anni '70 del XIX, va fuori legge.
La sostituzione avverrà con le lampade alogene e con le fluorescenti, 'erroneamente' chiamate al neon, ovvero con le fonti di illuminazione più opinabili che ci siano: le prime danno una luce bianca che vira all'obitorio, le altre sono quelle cose fatte a tubo che impiegano tempi biblici ad accendersi e subito, però, ti danno l'idea di quanto sia triste la tua casa ridotta in miseria.

Mi affanno a cercare in rete i motivi; ne trovo di poco convicenti. Tralascio la presenza di sostanze tossiche (mercurio) nelle lampade fluorescenti e l'emissione di raggi ultravioletti da parte delle alogene e la metto solo sulla qualità della luce: non paragonabile.
Quando si venne a abitare nella casa in cui sono adesso, si acquistarono per la stanza da bagno due lampade alogene gemelle per illuminare gli specchi sopra i due lavandini, gemelli tutti quanti.
Apri, monta, avvita, fai, il risultato davanti al quale ci trovammo ci aprì definitivamente gli occhi: le due fonti luminose illuminavano perfettamente gli scarichi e tutto il resto lo lasciavano in ombra. Non discuto l'allure cinematografica della cosa, le alogene si spostavano, per cui era possibile, a turno, gettare fasci luminosi sull'occhio destro e poi sulle labbra in caso di trucco, oppure sul mento e su una delle guance, in caso di barba. Smonta, svita, chiudi, getta, ora sui due lavandini sono montate due lampade serie, ciascuna con un paio di lampadine robuste a incandescenza, alla luce delle quali trucco e barba vengono integralmente.

Ho una mia teoria. Che questa variazione epocale sia dovuta alla moda dei faretti, che si sono messi tutti quanti in casa, annidati nel controsoffitto, e che si vendono come petits pains, ovvero molto più delle lampade a incandescenza.

Detesto i faretti, dal fondo della mia anima.
Non ci vedo, mi accecano in un punto e nell'altro mi impediscono di vedere, se in albergo, dove li incontro continuamente, ce n'è uno fulminato finisce che te lo tieni perché per sostituirlo devono chiamare tutta la squadra dei tecnici, per non parlare della distanza siderale cui sono posti. Tutto al contrario del normale lampadario, al quale arrivi, alle brutte, con la scaletta piccola. Sviti, dai una spolveratina già che ti ci trovi, oppure lo metti in calendario per la colf la volta successiva, riavviti e hai fatto.
Troppo semplice e troppo bello.

Di recente ho chiesto a un architetto assolutamente in gamba, coltivato, concreto, di gusto, capace di ficcanti analisi storiche, per quale accidente di motivo non usasse più montare nelle case le luci centrali.
(Da me è tutto come da manuale. Ho sostituito di recente quasi tutti i lampadari storici e ne ho trovati di bellissimi, moderni, progettati da designers che sono andati a Murano a convincere gli artigiani a fare qualcosa di meglio delle gondole souvenir per i turisti. Mi si è aperto un mondo. Per non parlare delle interpretazioni del lampadario a gocce di cristallo che hanno dato, per esempio, Gio Ponti o Alessandro Mendini e per tacere anche di quegli arredi audaci che ho visto da un'amica di talento che, in una casa di una contemporaneità che sfiorava la scarnificazione, aveva montato delle vere cascate di diamanti che pendevano dal centro del soffitto. Da me lampade da tavolo o da terra funzionano per l'illuminazione d'atmosfera, ma solo quando essa è richiesta).
L'architetto, secondo me, non me l'ha raccontata giusta.
Dice che i lampadari sono la prima cosa a passare di moda, che sono troppo legati allo stile del tempo e che si è sentita la necessità di ricorrere a qualcosa di più duraturo: i faretti.
Dio ci scampi.
Ritengo piuttosto che la responsabilità sia stata di un primo arredatore (seguito a ruota da tutti gli altri), che a casa sua aveva, ci giurerei, meravigliose e calde lampade a incandescenza.
Così come Mies van der Rohe che, dopo aver sistemato i clienti in parallelepipedi di vetro e di metallo, si era comprato a Chicago (e li abitava) due piccoli appartamenti attigui neorinascimentali, con normali pareti di mattoni cui poter appendere i suoi Klee. Mica era scemo.

Non mi arrenderò senza combattere. Lancio da qui l'idea di un comitato di difesa della lampada a incandescenza, l'unione fa la forza e ci si deve provare.
Ho già trovato un blog di nostalgici.
Intanto paro il colpo: ho cominciato a fare incetta. Il mio consueto rivenditore diventerà il mio pusher, già sono rientrata oggi con 40 scatolette con lampadine miste da 100, chiara e opale, 60 Softdream, per la mia scrivania, 60 sfera opale attacco grande per le citate luci del bagno, 40 opale attacco piccolo per quello dell'ingresso. Altre gliene ho ordinate, pregandolo di trovarmele in magazzino.

Se volete farmi un regalo, visto che una cosa mi sento dire spesso è che non si sa mai che cosa scegliere perché sono una rompiscatole (eppure non è difficile: vino, champagne, formaggio serio, pepe nero Sarawak in grani che, fra l'altro, sniffo, film che mi piacciono e non ho visto, musica che amo), regalatemi lampadine.
Ma, mi raccomando, che siano a incandescenza. 

 

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Realizzazione PanPot / Carlo Di Giugno