Opera Soap

 
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176. Shake Well Before Use

Scatola Shaker, Davenport Museum of Art

Insegna Gotham Book Mart Wise Men Fish Here Gotham Book Mart

Buttons o Pins (Spillette)

Con il caldo il Cif (ma solo quello 'Crema con candeggina', confezione tiepolesca rosa e verde, v. comunque puntata n° 16 Come te non c'è nessuno) si disfa, esce fuori liquido e incolore e solo dopo denso.
Ho protestato con l'Unilever al numero verde. Una signorina rimasta di stucco mi ha detto che poteva succedere. Ho suggerito di scrivere sulla confezione 'Agitare prima dell'uso'. Lo stucco ha preso definitivamente.

Elenco delle cose che agito: tutti i filtri solari di cui mi riempio; il concealer e il fondotinta del trucco; il deodorante; l'esfoliante viso; in modo vigoroso il gel per i capelli (che impasto anche con le dita); più delicatamente la lacca. Ne hanno bisogno, cambiano radicalmente texture, rendono meglio.
Mai il vino, anzi. Dopo il trasporto deve riposare. E basta vedere una premiazione di Formula 1 per capire che cosa succede allo champagne quando si sbatte. Sempre, i cocktail, che però consumo solo fuori e che mi piace molto veder creare. 

Gli Shakers, sorta di setta protestante fondata da Mother Ann Lee nel 1747 e rappresentati così bene al Museum of Art di Philadelphia www.philamuseum.org, sono stati autori del design più pulito e rigoroso che mai abbia visto la luce, fonte continua di ispirazione per il XX secolo. Hanno scelto questo nome perché volevano scuotere le anime. Mother Ann Lee, la fondatrice, predicava:
Be neat and clean for no unclean thing can enter Heaven...Clean your room well, for good spirits do not live where is dirt. There is no dirt in Heaven.
Praticamente potremmo mettere le sue parole a esergo della nostra operina. 
Gli Shakers hanno inventato la scopa piatta, l'arcolaio e la sega circolare e le loro case erano pensate per essere pulite facilmente. Il loro motto era Hands to Work, Hearts to God, una versione intermedia fra l'Ora et Labora benedettino e il Keep Busy americano che tanto amo e di cui garantisco i buoni effetti.

Quando ero ragazza usavano molto i button, vale a dire i pin o spillette. Mi divertono ancora oggi e ne ho alcuni appuntati sul mio astuccio preferito di cui vado fiera. Due di essi stanno vicini e recano, rispettivamente, le seguenti scritte complementari:
SO MANY BOOKS, SO LITTLE TIME
so many men so little time

(Ho rispettato la punteggiatura e anche le maiuscole. Da cui si deduce la provenienza degli oggetti: seria, la prima, che viene dal Gotham Book Mart, libreria storica di New York in azione dal 1920 al 2007 la cui scomparsa è stata per me la prova della decadenza della città; più maliziosa, l'altra).

Un button rimasto spillato nella mia mente, comprato al Piper Market quando c'era e proveniente da Londra, recava la scritta SHAKE ME BEFORE USING. Lo indossavo quando andavo a ballare.
Ancora oggi adoro l'idea di essere scossa (emotivamente) da un uomo prima dell'utilizzo.
 

 

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177. Body Language

Robert Mapplethorpe, Lisa Lyon, 1981

Richard Hamilton, Just What is that Make Today's Homes So Different, So Appealing?, 1956

Tellina

L'ho fatta finita con lo yoga.

Non ne potevo più: gli om, l'aspetto della sala che pareva la spiaggia di Torvaianica la domenica di Ferragosto, ognuno sul suo asciugamano, se ne vedevano di tutti i colori, uno inalberava anche l'insegna dell'Harley Davidson, l'abbigliamento approssimativo, pedalini e calze da montagna, il più brutto dei maschi, un fisico ingrato da nascondere, sempre in calzoncini che sembravano mutande anni '50, chi con il pagliaccetto, chi con la tuta meno trendy che aveva trovato in commercio, ma io dico, se uno si iscrive a una scuola, mettiamo, di ballo, quelli ti comunicano come ti devi presentare, calzamaglia e scarpette d'ordinanza, il senso dell'uniforme, capo di abbigliamento che io adoro per motivi vari, complessi, diciamo qui per questioni di minimalismo e di eleganza, a yoga era eluso completamente.
Io mi ero dotata di tappetino con simbolino ricamato e pantaloni bianchi, facevo di tutto per andarci in versione candida, tranne poi una volta essere richiamata dall'istruttore a fine lezione come a scuola perché avevo una busta di cellophane nel sacchetto dove tenevo la mia copertina per il rilassamento finale che aveva fatto (più di una volta, lo ammetto) rumore (adoro il rumore del cellophane, mi sembra sempre, toccandolo, di scartare un mazzo di fiori).

Chiarisco che il medesimo istruttore, per mesi, non aveva richiamato all'ordine un gruppetto di insulsi che chiacchierava e faceva commenti durante la lezione, una volta il più esuberante di tutti aveva chiesto se nel bastone della pioggia che, mosso, restituisce il suono rotolante dell'acqua che scorre, c'erano per caso delle telline.
La battuta, diciamocelo, era buona però completamente fuori posto.
Non essendo paranoica, meglio, essendolo ma per cose di tutt'altro genere, non mi era nemmeno passato per la mente di essere antipatica all'istruttore (cosa che sarebbe pure stata normale, anch'io ho studenti che mi stanno più simpatici di altri che sopporto di meno o che non sopporto per niente), per cui mi sono un pochino risentita, il cellophane disturbava la concentrazione e le telline, allora, che facevano?

Poi c'era il problema del bagno, per niente curato, spesso mancante dell'indispensabile, alla fine mi ero decisa a portarmi la carta igienica da casa come quando vado in Accademia, perché anche lì la sua presenza è aleatoria (una volta, alle mie lamentele, la signora Anna, bidella, mi rispose: 'Professorè, ma vi pare facile?', spalancando davanti ai miei occhi tutti insieme i problemi del Mezzogiorno) e pure qualche foglio di Scottex per asciugarmi le mani.
Pendeva, infatti, accanto al lavandino, sul quale non c'era mai il sapone, un asciugamano che stava lì da anni, sempre lo stesso.
Con la scusa dell'essere alternativi, di sprofondare in stati di controllo di sé ai quali io, poveretta, non avevo accesso, di liberare l'energia cosmica e di dominare la mente, l'asciugamano non lo cambiavano mai.
Per una come me, che a casa sua appena tocca con le mani umide la propria biancheria di lino del corredo stirata a piombo e piegata come insegnano nei collegi svizzeri (non che li abbia frequentati, per carità. L'ho letto in un romanzo), subito dopo la confina nella cesta dei panni sporchi, una tortura, uno spettacolo che più ributtante non esiste, il colmo dell'orrore e del disgusto.

Ma sopportavo. Anche le telline.
Volete sapere perché? Perché le palestre erano peggio.
Quelle in zona le ho provate tutte: cantine immonde fetide di sudore, luoghi di contenzione e di pena, stanzette asfittiche in cui zombie saltavano a ritmo, macchine da tortura mediovale attaccate alle quali esseri simili a criceti sulla ruota di notte ripetevano programmi su programmi di muscolazione destituiti di ogni senso, per non parlare degli istruttori, nella quasi (quasi, sono gentile) totalità dei casi pigri, oppure distratti, mai uno che ti correggesse la posizione del braccio, con lo sguardo fisso all'ampiezza delle proprie spalle riflesse nello specchio, non si preoccupavano mai delle spalle tue.
E taccio qui il loro linguaggio perché il loro non era un parlare: muggivano, ringhiavano, gracchiavano, latravano, barrivano, grugnivano, gracidavano, fischiavano. Mai sentita una frase con la sintassi a posto, anzi, mai sentita una frase del tutto.
Inoltre. L'ultimo istruttore che avevo frequentato, nella palestra attraversata l'Appia vicino al supermercato, cioè a 3 minuti da casa mia, arrivava sempre tardi. Per colpa del traffico.
E io che mi scapicollavo e facevo i salti mortali per far entrare tutti gli appuntamenti nell'agenda, esercitando tutto il mio controllo sull'organizzazione dei miei giorni e delle mie settimane, stavo là, in inverno piantata al freddo, con addosso la t-shirt elastica pure con la scollatura, ad aspettare che lui arrivasse.

Fu così che ripiegai sullo yoga.
Gli istruttori articolavano pensieri, anche se lontanissimi dalla mia esistenza, erano calmi e riflessivi e apprezzavano le telline.
Gli asana, il prana, gli stadi della meditazione ci stavano tutti, la lezione iniziava con soli 15 minuti di ritardo, ma si sapeva. 
Una volta che chiesi se potevo, per evitare di perdere tempo in anticamera, prenotare la mia postazione in aula via internet (non c'erano posti assegnati, bisognava buttarsi arrivando sulla mappa della stanza e segnare il proprio nome per assicurarsene uno. Per me una cosa importantissima: miope, nella penombra della pratica non vedevo un tubo di quello che faceva l'istruttore. Dovevo stare assolutamente in prima linea. Forse fu per questo che si notò il cellophane), mi guardarono in tralice e mi chiesero perchè volevo dare loro un lavoro supplementare.
Questa cosa mi lasciò perplessa. A giudicare dall'asciugamano appeso in bagno, non è che si sfinissero.

L'anno scorso, con la misura colma, ripiegai (un altro ripiegamento) su un corso di Pilates in una scuola di danza per raggiungere la quale dovevo pure prendere la macchina (e trovare parcheggio, qui stava il punto).
Altro strazio.
A leggere le mie riviste femminili (tutte francesi, più divertenti, chic e evolute di quelle italiane di cui una volta dovremo pur parlare), i Pilates sono una cosa trendissima, glam, messa a punto per curare i traumi dei ballerini, tutti indossano un body che sta addosso che è una meraviglia e gli istruttori sono il paradiso in terra.
Lì no, l'istruttrice, che ripeteva 'Aziona il muscolo' ogni 3 secondi, una cosa capace di far saltare i nervi anche a gente avvezza all'ottavo grado di beatificazione, era decisamente bruttina, al punto che c'era da chiedersi se, a forza di azionare il muscolo, non si correva il rischio di diventare come lei.

L'insegnante, si sa, deve essere un esempio, perché dell'insegnante ci si deve innamorare.

Difficile, con i Pilates. Sacchi cilindrici sui quali giacere in ricerche oziose di equilibrio, palloni gonfiabili da schiacciare fra le membra, una classe di ragazzette e signore che durante la lezione approfittavano dell'atmosfera conviviale per raccontare la promozione in ufficio e l'interrogazione (lì ci sarebbe davvero voluto uno strillo per ristabilire l'ordine e la gerarchia), cominciarono a riempire le mie serate dedicate, a prezzo di sottili alchimie organizzative, al benessere del corpo.

Nella scuola di danza, devo riconoscerlo, i bagni erano conciati meglio. Una volta su due la carta igienica c'era. Peccato il fumo nella saletta della segreteria. Fumava la direttrice e forse per questo, quando faceva lezione, non si librava nell'aria. Volava basso, un po' come un tacchino, cui del resto assomigliava vagamente.

Un incubo. Un tormento. Un senso amaro di esclusione da quel mondo che si dedicava con gioia all'attivazione del muscolo, al fumo e al pettegolezzo.

Tornai a yoga per un paio di mesi, accampando scuse professionali per giustificare la mia latitanza primaverile. 
Ma soffrivo.
(Devo anche aggiungere qui che, secondo me, nello yoga ci sono muscoli che non si muovono mai, parti del corpo neglette, tricipiti inattivi, cosce che non si sforzano. Insomma, a me lo yoga non mi faceva niente, tantomeno mi rilassava).

Con l'estate feci uno dei miei punti della situazione per la stagione successiva.
La corsa nel parco? Io con le cuffiette e l'espressione stravolta dei runner proprio non mi ci vedevo.
Escludevo la piscina, il freddo dell'acqua e degli ambienti, i capelli messi a dura prova dal cloro.
Un corso di ballo? Tre anni fa frequentai due mesi di salsa. Volevo fare l'esperienza antropologica di capire perché mezzo mondo, di questi tempi, ancheggia a ritmo latino.
L'istruttore era un ragazzetto simpatico che la mattina lavorava in un ministero, sorrideva a tutti e aveva negli attillatissimi pantaloni, proprio all'altezza del pube che muoveva continuamente, qualcosa che secondo la mia esperienza era un'imbottitura.
Una sera andai anche in discoteca con il gruppo. Quello che vidi (scene di accoppiate erotiche mimate in pista, esibizioni, repertori osceni) mi fece passare del tutto la voglia di tornare a lezione.
Un corso di flamenco come nel film Happy Go Lucky? Di tango come in Tango Lessons? I balli di gruppo che mi insegnava quando ero bambina la ragazza del piano di sopra, di qualche anno più vecchia?

Qualche giorno fa stavo dalla podologa, che ha lo studio e l'abitazione nel quartiere.
Abbiamo cominciato parlando di uomini, come facciamo spesso.
Lei è quella della puntata 120 Da capo a piedi, è diventata 'Dottore' e adesso indossa anche un camice con il ricamino che dice 'Medico'.
E' simpatica, guida pure la motocicletta. E ha provato anche lei tutte le palestre e i corsi di ballo che sono in zona e ne parla malissimo, ne fa una narrazione da piangere, o da ridere, che è lo stesso, in uno slang locale riferisce degli odori, degli ambienti e dei comportamenti. Insomma la podologa diceva delle cose interessanti.

Ma. Aveva trovato la perla rara.

A una fermata di metropolitana da qui, sull'Appia ma nell'altra direzione, c'è una grande palestra nuova, 1.400 mq, tutti sono molto gentili e il suo istruttore, Andrea, è una favola. Lui, com'è? Puntualissimo, allo scoccare dell'ora lui attacca con il riscaldamento, pieno di energia, non ti annoia mai, ti controlla anche la punta delle scarpe, i corsi, per iscriversi ai quali bisogna darsi una mossa perché lui è richiestissimo, sono sempre pieni, non solo ragazze maniache ma donne di ogni età, c'è anche una signora di 80 anni che fa i passetti ma segue tutto.
Mi dà un nome di riferimento. Telefono, mi presento, vado, faccio una lezione di prova con una biondina perché Andrea quel giorno è assente.
In bagno carta igienica, sapone e pure rotoli abbondanti di carta per le mani.

Chiedo una pausa di riflessione e domando se posso conoscere Andrea prima di iscrivermi.
Nessun problema.

Bello come il sole con occhi nerissimi bordati da ciglia da fare invidia a un flabello, ha muscoli lunghi e eleganti e indossa, insieme a un delizioso insieme di canottiera e calzoni morbidi al ginocchio, un microfonino che ha agganciato a un orecchio. Impara subito il mio nome e non lo sbaglia una sola volta, parla un italiano davanti al quale trasecolo, cita, visto che l'ho messo al corrente del mio mestiere, cose d'arte ('Vi sentite scolpiti? Dovete sentirvi scolpiti come statue di Canova'. Anche se Michelangelo, dice, è più di suo gusto), ha rivelato il suo passato ieri, Istituto d'arte sezione arredamento, poi giornalista di moda, poi il fitness lo ha sedotto.
Ed eccolo.

Non fa soste, non prende fiato (ma ti spiega benissimo come prenderlo), accurato, attento, pensando positivo come uno si aspetta, se si ferma è solo per correggere l'impugnatura del bilanciere, la sala è ampia, mi accorgo che, per la prima volta in vita mia, in un posto del genere non mi annoio, come sempre mi accade quando incontro una persona interessante, comincio automaticamente a elaborare pensieri sul suo conto, che cosa fa, a che ora si alza, chi frequenta, quante paia di scarpe possiede, che legge e che cosa gli piace al cinema.
Più tardi, uscendo, proverò anche il gusto di fare parte di una comunità, fosse pure solo sportiva.

Le specialità hanno nomi, Aero Mix, Body Work, che sembrano corrispondere a qualcosa, non è la medesima pappa servita in salsa diversa. Ho fatto con lui due lezioni, dal mio punto di vista tostissime, pensavo qui sta' a vedere che domani mattina non riesco a alzarmi dal letto perché sono a pezzi e invece no, dal letto mi sono alzata benissimo, già percepisco tutti i miei muscoli, ho deciso di comprarmi uno di quei body color caramella che stanno appiccicati addosso e che vedo nelle riviste e anche una fascia per i capelli come quella del mio istruttore.

Voglio essere, e sarò, tutta fitness.
Da oggi, niente più yoga. E niente più telline.

 


 

 

 

 

 

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178. Eat Me

John Everett Millais, Ophelia, 1851-52

Arthur Rimbaud (1854-1891)

Pasta alla carbonara

(Sì, le parole che avete appena letto nel titolo sono le medesime che Alice trova sul dolcetto, che sta nella scatola sotto al tavolo, mangiando il quale diventerà grandissima).

Venerdì scorso intorno alle 14, accendendo il mio computer (la mattina era trascorsa in quelli che al sud chiamano servizi), ho trovato, inviata all'1:57 ma da me ricevuta alle 2:24 (per colpa del provider, mi ha detto il mio tecnico. Poco male, tanto io dormivo), una delle mail più erotiche che mi siano state indirizzate in vita mia.

Di che cosa parlava, del mio profumo, della mia pelle, della linea delle mie spalle e del mio collo?
Manco per niente: la mail conteneva un'articolata e partecipe serie di consigli su come riuscire nella carbonara.  

Ora, voi dovete sapere che quando io vado da un medico e quello mi interroga per l'anamnesi e poi mi visita e poi comincia con la diagnosi, finisce sempre che non mi toglie mai niente perché non trova mai niente da levare.
Non fumo, assumo alcool solo dopo le 18, mangio 3 volte a giorno e mai fuori pasto. 
E nemmeno mangio tanto.
Ho con il cibo, come già accennato più di una volta, un rapporto tutto mentale che vira all'estetico, cucino poco (e niente affatto male), un po' perchè non ho tempo, un po' perché, diciamola tutta, mi scoccia sporcare la cucina e tutto quello che ci sta dentro: libri d'arte disseminati ovunque.
I fumetti e i volumi di decorazione d'interni in cucina non ci entrano nemmeno quando sul tavolo c'è solo la vasca dei pesci rossi, quando cioè l'ambiente sembrerebbe a un occhio profano sufficientemente igienico per ospitarli.
(Perché l'occhio profano non vede gli strati di grasso che si depositano quotidianamente sulle mattonelle, anche solo dopo aver scaldato l'acqua per il tè e bollito 60 gr di riso da servire all'inglese).

Ma torniamo ai dottori. Riferisco 2 episodi eloquenti.
La volta che uno dei più insigni dermatologi della Capitale, anziano, non il mio dermatologo attuale, che è uno giovane, preparatissimo, senza sbrodolature, sempre al corrente degli ultimi laser messi a punto, dopo avermi osservato ogni centimetro di pelle con la lente e con la lampada, mi fece cenno di accomodarmi dall'altra parte della sua storica scrivania, prese posto sulla sua poltrona, sospirò e comincio a scrivere.
Dopo aver compilato un papiello di tutto rispetto, lo girò verso di me e prese a guardarmi in silenzio.
Sulla ricetta, invece delle creme e delle fiale, tiè, mettiamoci pure gli integratori che io mi aspettavo mi fossero prescritti, c'era un elenco di ristoranti che andava da Vincenzo a via Castelfidardo a Pommidoro a piazza dei Sanniti. (L'elenco non era in ordine alfabetico).
Fissandomi severo, mi disse di infilare la porta e di non farmi vedere se non dopo aver messo su almeno 5 chili.
Poi divenne più trattabile e mi descrisse una mia visita al supermercato, nel corso della quale avrei dovuto prima dare un'occhiata generale, poi fare la mia spesa a capriccio. Se mi fosse andato a genio, mettiamo, un pezzo di ciauscolo (il dermatologo era marchigiano), avrei dovuto afferrare il salamino, aprirlo all'istante e sbocconcellarlo mentre spingevo il carrello verso il banco dei formaggi. E lì avrei dovuto fare lo stesso. Mi andava, per esempio, del gorgonzola con inserti di mascarpone (una di quelle cose che trovo bellissime per via del disegno astratto, quasi alla Buren, che si crea per l'alternarsi delle strisce)? Ebbene, appena confezionato dal salumiere il pacchetto, avrei dovuto aprirlo e farci merenda.
E' evidente che quella prospettiva, che avrebbe mandato aux anges qualunque ghiottone fosse stato al mio posto, uno cui, casomai, il medico prescrive puntualmente una dieta ferrea, gettò me nello sconforto.
Ciauscolo e mascarpone alle 5 del pomeriggio, praticamente un incubo. Avrei capito, tanto tanto, un pezzettino dell'uno o dell'altro per cena, ma così era superiore alle mie forze. 

Un'altra volta un infettivologo, incaricato di capire da dove veniva un virus che mi ero presa e che non si riusciva a debellare, dopo avermi sottoposta a un terzo grado che comprendeva domande privatissime, passò al registro alimentare e mi torchiò ulteriormente. 
Detti tutte le risposte. Dopo venti minuti buoni, lui chiuse la cartella clinica, che aveva compilato con la meticolosità di un carabiniere, ci dette sopra un gran colpo di mano e sbottò: 'A signo', ma perché stasera non si va a fare un bel piatto di fritto misto?'.
Sono certa che era la prima volta nella sua carriera che prescriveva una simile cura.

Insomma: io ho con il cibo un rapporto assolutamente corretto.

Ciò non toglie che ne veda benissimo tutte le implicazioni, soprattutto quelle che hanno a che fare con la carne.
Vi ho già parlato nella puntata n° 115 Love is Crazy Love is Blind di uno dei miei filosofi preferiti, Michel Onfray, uno che si occupa di cibo. E di sesso, come conseguenza.
In un saggio pubblicato ora anche in italiano (c'è un'intervista apparsa un paio di settimane fa sul 'Venerdì' di Repubblica, da me comprato, nelle intenzioni, solo per leggere La posta del cuore di Natalia Aspesi e poi sfogliato ulteriormente perché dimenticato in giro), La cura dei piaceri, ci va giù durissimo e ci sistema tutti.
Parla di due eros, uno notturno, cristiano e punitivo; l'altro 'nichilista...senza senso, consumista, mercantile, utilitario, igienista, sportivo'. Pessimi entrambi.
Siccome è uno sensato e avvezzo al ragionamento propositivo, oltre che un gourmand autentico che da studente si doleva di dover scegliere per problemi di soldi fra 'agapes pâtissières' e 'nourritures spirituelles' e si dilettava a offrire alle ragazze cioccolata e dolci, Onfray ci suggerisce l'alternativa: 'un eros solare, che è dono, condivisione, scambio, costruzione semplice di un sesso leggero, senza colpa e dissociato dall'attrezzatura repressiva classica: coppia, matrimonio, fedeltà, monogamia, procreazione, coabitazione'. Dice che ognuno deve inventare la propria sessualità in funzione di quello che  'è, ama, sente, vuole, desidera', fa una proposta di 'una pornografia antiliberale, fuori dal modello capitalista' e conclude auspicando l'avvento dei 'possibili sessuali da vivere, dunque da inventare'.

Diciamocelo. Rimbaud lo aveva già capito: 'L'amour est à réinventer' scrive chiaro e tondo in Una stagione all'inferno. (Per inciso, i miei studenti non conoscono Rimbaud e quest'anno ho deciso di partire da lui per tutti i corsi. Trovo impensabile che si possano avere 20 anni e non frequentarlo).

Ma torniamo alla carbonara.
La cosa era andata così. (La cosa era andata un po' a voce e un po' per iscritto).

Quest'uomo che mi piace attacca con Ofelia e fa una citazione.
Io lo afferro al volo, gli dico che dell'Amleto ho anche la versione con la traduzione di Montale che però, qua e là, mi lascia perplessa, come quando rende 'Fare you well, my dove' con 'Addio, piccioncino mio' (IV, 5). Io, insomma, la colomba l'avrei lasciata come stava. Poi la butto lì e aggiungo che Ofelia, pazza per amore, a me non sembrava pazza per niente, sottintendendo che pure io, forse, chissà, insomma.
Butto lì anche l'Ofelia di Millais, che vi metto in immagine, e, toh, rieccolo, quella di Rimbaud ('Sur l'onde calme et noire où dorment les étoiles...').
Poi, per inciso, ma veramente solo per inciso, chiudo lamentando che la carbonara che mi ero cucinata non mi era venuta come volevo perché avevo cotto troppo la pancetta.

Passa qualche giorno, secondo me un tempo eterno, molle come questa fine di settembre, controllo la posta sempre facendo finta di niente, mi aggiro senza trovare un senso, una notte mi accorgo pure che mi sta scendendo una lacrima, cerco di concentrarmi su altro. 
Proprio quando stavo dimenticandomi di aspettare, arriva la mail.
 
La leggo di furia, sarà che è ora di pranzo ma mi scoppia una gran fame, forse è per via del mio appetito che mi saltano all'occhio alcune parole: 'consistenza', 'effetto', 'durata', 'cottura', 'croccante', 'morbida', 'capacità di compenetrazione', 'quantità', 'immissione', insomma, come se fossero stati ripassati con l'evidenziatore o come se si fossero fermati dopo il vorticare dei rulli sul monitor di una slot machine, lampeggiano sullo schermo del mio computer termini che mi sembrano alludere a ben altro.
Lui mi suggerisce pure di ricorrere al guanciale piuttosto che alla pancetta.
Aggiunge un altro paio di notizie.
E chiude con una frase che non lascia adito a dubbi sul mio abitare la sua mente.
Forse capisco tutto di traverso, ma mi sembra di abitare nel suo piatto.

Qualche tempo fa ho visto un film delizioso che vi suggerisco di noleggiare se volete avere un parere possibilista e non banale sui sentimenti. Si intitola The Jane Austen Book Club (Robin Swicord, USA, 2007) e racconta di una serie di personaggi che si incontrano per discutere insieme dei romanzi di Jane Austen, di cui ripropongono trama e atmosfere.
Tutti hanno qualche implicazione (impiccio, intralcio, ingombro, problema) d'amore.
L'insegnante, molto attratta da uno studente, per spiegarne gli sguardi che rischiano di farla capitolare, a un certo punto dice: 'Trey (il ragazzo) mi guarda come se lui fosse il cucchiaio e io un barattolo di gelato'.
Una delle descrizioni più belle che abbia mai sentito del desiderio.

Ma lo esprime bene pure Patrizia Cavalli:

'Non affidarti alla mia immaginazione
non ti fidare, io non ti conservo,
non ti metto da parte per l'inverno,
io ti apro e ti mangio in un boccone.'

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179. E adesso spogliati (come sai fare tu)

Dita Von Teese

Tomba di Victor Noir al Père-Lachaise

Sally Rand, che secondo Dita ha arricchito negli anni '20 la scena dello strip della nozione di 'beauté désincarnée'

Mercoledì 30 settembre ore 18:15. Palestra. Spogliatoio.

Mentre mi allaccio la scarpa destra, sento una una voce che dice: 'Devo assolutamente trovarmi un fidanzato'. Alzo la testa per vederne la provenienza. Una donna bruttina (di una bruttezza che, si capisce subito, è senza speranza perché viene dall'anima) ha buttato il sasso nello stagno. Lamentosa, con un accento del sud che non riesco a individuare, attacca una geremiade sulla necessità che ha di rimediare un uomo.
Me la guardo meglio e un dettaglio dice tutto: il reggiseno.

La mia bustaia, una tipa eccentrica che però ti cambia la vita, anni fa mi insegnò la regola cardine di tutta la fisica, nemmeno troppo difficile da capire perché è sufficiente andare ai giardinetti e guardare l'altalena dei bambini: più una parte sta su, più l'altra va giù. Da ciò scaturiva il postulato dell'elastico e delle bretelle: per tenere il seno alto, l'elastico deve stare basso e le bretelle lunghe. Lei, di questa osservazione, aveva fatto una scienza sociologica.
La sua teoria era che più una donna è ignorante, più porta l'elastico del reggiseno alto.
Cominciai a farci caso e dovetti da subito darle ragione.

A questo postulato io ne ho aggiunti altri due che riguardano, però, campi diversi: 1. Il padrone assomiglia sempre al suo cane (non viceversa. Il che significa che bisogna stare molto attenti alla scelta del proprio fedele compagno perché si rischia brutto, di ritrovarsi, per esempio, con l'allure di un molosso nel giro di un semestre). 2. I coniugi si somigliano sempre fra loro anche se non sono parenti (questa cosa qui è destinata a svanire in caso di separazione e divorzio perché lì termina l'unità dello stile, talvolta con risultati che è meglio tacere. Capita, infatti, di non riconoscere più un coniuge, che si era lasciato elegante e si ritrova impresentabile).

I 3 postulati di cui vi parlo sono scientifici, cioè dimostrabili. Fateci caso.
Il reggiseno della cercatrice, per esempio, stava, mezzo storto, a circa 5 cm dall'attacco del collo sulla schiena.
Ne tralascio le conseguenze.

Lei continua. Non sa dove andare a cercare il fidanzato, vuole mettersi a frequentare luoghi popolati da uomini e si chiede da che parte cominciare.
Solo per azzittarla intervengo, con sorriso e gentilezza, e le faccio notare che la palestra è piena di maschi.
Non ci aveva fatto caso.
Poi aggiungo che l'amore non bisogna cercarlo, visto che ti trova lui (altra mia teoria scientifica, da me già esposta per voi nella Puntata erotica n° 69).
Luoghi dove si incontra l'amore: dappertutto, al cinema, al supermercato, sull'autobus. Lei mi blocca e mi dice che sull'autobus è impossibile perché gli autobus di Roma fanno troppo schifo. In questo le do ragione.
Le racconto allora la storia della mia amica che, in cerca di un fidanzato, si iscrisse all'Accademia del Biliardo.
(Io la sconsigliavo caldamente e le dicevo che lì avrebbe incontrato solo giocatori con stecca e palle, forse uomini, proprio per questo, interessanti, però poco affidabili. Finì come io avevo previsto. Lei si innamorò dell'istruttore, uno che beveva, fumava e tirava tardi. La storia naufragò dolorosamente nel giro di poco).
La tipa dello spogliatoio mi dice che il biliardo non le piace.
Mi tengo in gola l'altra storiella che racconto spesso alle piattole in cerca di marito: quella di colei che accompagnò la vecchia zia in una crociera per la quarta età. Mirava a un coniuge d'esperienza? Manco per niente. Piuttosto al comandante o, alle brutte, a uno della ciurma. Anche lì il piano si realizzò, visto che lei era l'unica femmina under 80 presente sulla nave. 
E si ritrovò alle prese con un marinaio, altro tipo di uomo che, personalmente, lascerei perdere.

Subentra una che sembra conoscere la cercatrice, le dice che sta diventando bravissima e che, in breve, tutti gli uomini saranno ai suoi piedi. Allora è un refrain, mi dico.
Poi vengo a sapere che nella mia palestra si tiene un corso di danza del ventre.

La piattola ricomincia: ha 41 anni.
L'età perfetta, butto lì, quella delle scelte adulte.
Lei ribatte di essere molto esigente.
Ora, in vita mia, non ho mai incontrato una donna, bella, brutta o una via di mezzo, giovane o, come si dice, adulta, che non lo fosse.
Le donne cercano il Principe Azzurro.
Tutte, anche quelle che si sono sposate il mese scorso e che già si sono accorte di aver preso male le misure, anche quelle che non ne hanno l'aria, quelle che fanno finta di accontentarsi, quelle maritate, pure con prole vincolante.
Detto fra noi, se io fossi il Principe Azzurro e mi trovassi davanti a uno di questi cordogli, emigrerei.

Essendosi fatta l'ora della mia lezione, mi sono defilata con un augurio di buona caccia.

Poi. Il nodo della faccenda, secondo me, era la danza del ventre.
Ma come si fa, dico io, a credere a una cosa del genere a Roma, in una traversa dell'Appia.
Io capirei a Marsiglia, come accade nel film La graine et le mulet, da noi uscito con il titolo di Cous-Cous (Abdellatif Kechiche, 2007), di cui vi ho parlato nella puntata n° 27 Sweet & Sour Film: (almost) West, in cui la bellissima Hafsia Herzi, 21 anni, improvvisa un ballo per distrarre i commensali in attesa. Lì c'è l'atmosfera giusta, lei è dovuta ingrassare per le riprese di 15 kg ed è piena di buona volontà e sensualissima.
Ma qui da noi. Immaginate la scena del dopo invito a cena, a casa di lei o di lui, i primi approcci, una vodka nel bicchiere, le luci basse e questa che comincia a mandare avanti e indietro la pancia.

Vi trascrivo pari pari il parere di Wikipedia:
La danza del ventre è particolarmente adatta al corpo femminile, perché aumenta la flessibilità e la tonicità del seno, delle spalle, delle braccia, del bacino, ma soprattutto della pancia: gli addominali sono coinvolti profondamente nei movimenti, modellando la linea e giovando agli organi interni. Tonifica le cosce, migliora l'agilità delle articolazioni e sembra ritardare l'osteoporosi. Inoltre, la danzatrice orientale ha il diritto di essere in carne - le danzatrici formose sono le più apprezzate - e può mostrare le proprie forme, come una statua di Maillol. Quello che importa non è la rotondità ma la sensualità, la grazia e la sinuosità dei movimenti.

Mah. Mi permetto di dare prova di scetticismo. Già stiamo qui a sopportare l'insopportabile versione disco della salsa, poi ci si mette pure la danza del ventre sull'Appia.

Siccome, però, sono una donna propositiva, vi offro (e offro alla mia palestra) un'alternativa: imparare l'arte dell'effeuillage, cioè dello spogliarello.
Stimo da sempre Dita Von Teese, la regina del genere, e ne ho ammirato la tenacia dello stare sposata con Marilyn Manson, uno che, a giudicare dai risultati, doveva trascorrere in bagno almeno 3 ore ogni mattina per truccarsi. Insomma, la sua toletta era più lunga di quella di Barry Lyndon, attestato sulle 2 ore e mezza.
Ma forse Dita e Marilyn avevano una casa grossa con più servizi.
Terminato il matrimonio, lei ha proseguito indisturbata nella sua esistenza. Che è glam, glam, glam, ma talmente glam che di più non si può: lei è, letteralmente, ossessionata dal glamour, è la sua idea fissa, in permanenza.
Lo dichiara nel risvolto di copertina del libro che mi sono fatta recapitare, nemmeno troppo avventurosamente (uno fa clic nel sito della FNAC e digita il numero della sua carta di credito. Dopo 2 giorni, miracolo del corriere francese, suona un ragazzo, di solito prestante, che recapita il pacco).
Ma non esattamente di libro si tratta, bensì di un cofanetto. All'interno del quale c'è un dvd con 15 minuti di spettacoli e il materiale cartaceo medesimo è doppio, cioè si sfoglia da tutte e due le parti (recto verso o, come dicono loro, côté pile e côté face).
Contenuti: L'art du glamour e L'art du fétichisme.

Lasciamo perdere il fetish, tutto un trionfo di tacchi a spillo, cuoio, guanti di latex e corsetti.
Concentriamoci sul glamour, di cui tutti abbiamo bisogno. Il testo è pieno di consigli.

Usez et abusez de vos charmes à la ville comme à la scene. Non credo di dover tradurre.
1. Mettetevi il rossetto davanti alla vostra vittima. E' particolarmente efficace se il tubo è grazioso e se lo fate scivolare lentamente sulle vostre labbra.
2. Aggiustate le vostre calze o il vostro reggicalze come se non voleste farvi notare.
3. Lasciate negligentemente pendere la vostra scarpa sulla punta del vostro piede.
4. Accarezzatevi con la punta delle dita là dove amereste che lo facesse lui (no, non là dove pensate!): sfioratevi dolcemente il collo, il décolleté, i capelli e il viso mentre lui vi parla, e soprattutto non dimenticate di avere l'aria affascinata da ciò che lui racconta.
5. Dirigetevi verso le toilette ondeggiando fra i tavoli, ben issate sui vostri tacchi: attirerete gli sguardi di tutti gli uomini del servizio.
6. Indossate un abito che sembri dolce al tocco: del velluto, della seta o del cachemire, per esempio.
7. Non mettete che poche gocce di profumo. Che lui si avvicini a voi per sentirlo.
8. Mangiate sexy: delle fragole o delle ciliegie. Fuori questione di 'contorsionner' (non trovo la traduzione ma si capisce il senso) la vostra lingua per fare un nodo al gambo della ciliegia: i vostri gesti devono essere, al contrario, distesi e naturali. E' la chiave del vostro successo.

Altro che danza del ventre.

Dita prende il nome dall'attrice tedesca degli anni '20 Dita Parlo, è americana e ha dichiarato quanto segue: "Voglio dimostrare che lo spogliarello non è una cosa sporca. Alcune persone dicono che quello che faccio non è sinonimo di liberazione sessuale. Io sostengo invece che è davvero liberatorio guadagnare 20 mila dollari per dieci minuti di lavoro".
Perfetta nelle sue citazioni degli anni '40, ha un guardaroba vintage che potrebbe essere oggetto di una tesi di laurea (devo dirlo ai miei studenti. Finora, a riguardo, ho assegnato, su richiesta, solo una tesi su Marilyn Manson. Lo dico come prova dell'ampiezza delle mie vedute accademiche), ha cominciato a pensare allo streap-tease a 19 anni quando, in un club nel quale stava a bere champagne e a guardare le ragazze che si contorcevano, sentì un uomo seduto vicino a lei che si lamentava per la mancanza di originalità dello spettacolo.
Il suo primo show su uno choc per il pubblico: lei portava un abito con crinolina molto perbene con sotto un corsetto con le stringhe e calze di sartoria, giarrettiere e lunghi guanti neri. Considerate che si era in California e che il pubblico era abituato solo a bionde abbronzatissime con grandi seni, in bikini.
Lei si spogliò, lentamente ma senza tremare.
E smise di fare la maquilleuse, cominciando a dedicarsi a altri trucchi.

Dita ha fatto della sua vita un'opera d'arte.
E' una che ci crede, che non porta la maschera. Ciò anche se dichiara di essere un po' falsa (ma non sembra) e se è probabile che su qualcosa menta. Mi chiedo infatti come possa (il suo cofanetto è molto dettagliato) essere alta m 1,68, pesare 48 kg e sembrare così, deliziosamente, cicciotta.
Ma tant'è. Lei è la diva più glam del mio olimpo.
Il suo dvd è squisito, si vede anche lei che cammina, issata, come da suggerimento, su tacchi altissimi nel Père-Lachaise e poi si sistema, con grazia, sulla tomba di Victor Noir.
Per coloro che non sono mai stati da quelle parti, preferendo destinazioni secondo loro esotiche che mi lasciano perplessa (secondo me, la città più esotica del mondo è Londra: pensate solo alla stranezza delle prese elettriche), dico che Victor Noir, giornalista sepolto nel cimitero parigino, è rappresentato da una statua giacente con un particolare anatomico che salta all'occhio. Insomma, vi metto la foto così la faccio breve. Si capisce di che cosa sto parlando dalla variazione cromatica del bronzo in quel punto, strusciato, absit iniuria verbis, tale e quale al piede del San Pietro in Vaticano.
Dita nel dvd fa quello che è passato per la mente di tutte le donne che si sono ritrovate da quelle parti. Ma lo fa con una classe e uno stile che è raro trovare nel quotidiano.

Apposta serve un corso.
Nei 1.400 mq di palestra, fra i pesetti, i tappetini, i sacchi del kick-boxing, le biciclette truccate dello spinning, davanti a quei medesimi specchi, si dia inizio allo spettacolo.
Starring: Evangeline the Oyster Girl; Nini la Belle en Cuisse; Bettie Blushes de Pékin (che significa, più o meno, i rossori asiatici); Mademoiselle Sprouts de Bruxelles (la signorina Cavolini di Bruxelles), Gypsy Lee Rose (quest'ultimo nome, se non vi dispiace, me lo prendo io perché, tutto sommato e per questioni botaniche, mi spetta): tutte in pista. Dita vi suggerisce i nomi e le movenze. Poi sta a voi tradurre tutto questo bendidio in pane per i vostri denti.
Sono sicura che la cercatrice, alla fine edotta nell'arte nuova e antica dell'effeuillage, detto anche streap-tease o burlesque, cui Dita ha restituito ossigeno e divertimento, diventerebbe finalmente seducente.
E forse si collocherebbe di cm 10 più in basso l'elastico del reggiseno.

A quel punto: 'Le rideau se lève, les culottes tombent et les hommes hurlent!'.
Insomma, il gioco è fatto. 

(Nel video Dita & Girls in azione) 

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180. Nulla dies sine linea

Come è noto, lo ha scritto Plinio il Vecchio a proposito di Apelle, che si esercitava nella sua meravigliosa arte quotidianamente.

Lo consiglia anche Cennino Cennini nel suo Trattato della pittura (inizi sec. XV), quando dà indicazioni ferree su soggiorni nella bottega di maestri che duravano quanto un ciclo scolastico di oggi e sottolinea 'non abbandonando mai né in dì di festa, né in dì di lavorare'.

Il violinista David Oistrakh (1908-1974) ha affermato: 'Se non suono un giorno, me ne accorgo io; se non suono due giorni, se ne accorgono gli altri'.

Da queste cose massime si deduce la cosa minima ma importante: anche alla casa bisogna dare un'occhiata frequente, pulirla, rimetterla in riga.
Altrimenti perde tutte le sue virtù: non è più pulita, non è più casa.


Nel video David Oistrakh interpreta Tchaikovsky Violin Concerto in D Major, Op. 35: 1st Movement (Part 1) 

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181. Nomi (ultimo aggiornamento 10 dicembre 09)

Cartina d'Italia

Texas, USA

Questa puntata di Opera Soap resterà in progress.
Ci troverete nomi di località che non sono del tutto banali.
(Anche a me, come a Wim Wenders, piace perdere tempo sulle cartine e sugli atlanti a cercare luoghi evocativi).

Uno di essi dà il senso all'inserimento nella nostra operina.

Pentolina (prov. di Siena)
Gnocca (prov. di Ferrara)
Gnocchetta (prov. di Ferrara)
Gnocchetto (prov. di Alessandria)
Pezza (prov. di Arezzo)
Forno (prov. di Carrara)
Altrocanto (prov. di Terni) 
Zappolino (prov. di Modena)
Bandito (prov. di Cuneo)
Falchetto (prov. di Cuneo)
Pocapaglia (prov. di Cuneo)
Paese (prov. di Treviso, segnalato dall'Amica americana Lorella)
Terriccio (prov. di Livorno)
Strangolagalli (prov. di Caserta)
Strangolagalli (prov. di Frosinone)
Strozzacapponi (prov. di Perugia)
Budino (prov. di Perugia)
Bastardo (prov. di Perugia)
Amaro (prov. di Udine)
Ala (prov. di Verona)
Avio (prov. di Verona) 
Altare (prov. di Savona)
Bomba (prov. di Chieti)
Decorata (prov. di Benevento)
Passarella (prov. di Agrigento)
Passarello (prov. di Bari)
Ospizio (prov. di Salerno)
Cozzo Cipolla (prov. di Palermo)
Cozze (prov. di Bari)
Scontrone (prov. di L'Aquila)
Botticino (prov. di Brescia)

Misterbianco (prov. di Catania. Ditemi voi se non è un nome perfetto per un detersivo)

Italy (Texas USA, segnalato dall'Amica americana Lorella)

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182. Da cosa nasce cosa: il tom tom di Valeria (ultimo aggiornamento: 5 settembre 2010)

Comune di Lei (prov. Nuoro), panorama

Valeria Reali ha raccolto l'invito implicito nella puntata precedente e ha cominciato anche lei a cercare nomi.
Le dedichiamo una pagina, anche questa in costante aggiornamento.

Pesche (prov. di Isernia, segnalato da Valeria Reali)
Guasto (prov. di Isernia)
Troia (prov. di Foggia)
Lei (prov. di Nuoro)
Licenza (prov. di Roma)
Buia (prov. di Udine)
Morigerati (prov. di Salerno)
Furore (prov. di Salerno)
Giardinello (prov. di Palermo)
Parenti (prov. di Cosenza)
Calcio (prov. di Bergamo)
Saponara (prov. di Messina)
Fiordimonte (prov. di Macerata)
Frittole (inventato da Roberto Benigni)
Ardore (prov. Reggio Calabria)
Quaranta (prov. di Siena)
Vezzo (prov. di Verbania)
Balocco (prov. di Novara)
Caino (prov. di Brescia)
Incudine (prov. di Brescia)
Femminamorta (prov. di Pistoia)
Spinello (prov. di Forlì)
Abbandonato (prov. di Grosseto)
Virgilio (prov. di Mantova in onore del nostro Maestro di Informatica Virgilio Piccardi)
Paradiso (provincia di Perugia)
Casa del Diavolo (provincia di Perugia)
Scritto (provincia di Perugia)
Trombone (provincia di Perugia)
Africa (provincia di Perugia)
Monte Utero (confine Lazio/Umbria)
Monte Disgrazia (Lombardia)
Purgatorio (provincia di Trapani)
La Svolta (Orvieto) 

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183. Quant'è bella giovinezza

Punk

Michelangelo, Giudizio Universale, 1536-41, part.

Camembert

Rientro da Napoli/Accademia.
La sera precedente, causa sveglia antelucana, ho piantato la Traviata dal Comunale di Firenze all'inizio dell'ultimo atto, con dispiacere relativo, mica c'era la Callas (mia edizione preferita, quella con Cesare Valletti) e poi sapevo come andava a finire.
Tesi e esami. Cioè una di quelle giornate vere e festive, le famiglie dei guaglioni, nonne, fratellini e cugini, i guaglioni stessi, pure lo spumante e le paste frante per il viaggio e l'attesa, il pane cafone (due filoncini), la pizza mangiata al volo, Napoli mia bellissima. Non ho fatto domanda di trasferimento e quando l'incaricato di Segreteria mi ha rincorsa in corridoio per dirmi che, a conti fatti, sarei pure potuta tornare a Roma perché stavo giusta in graduatoria e il posto c'era, ho alzato le spalle e gli ho spiegato che ci tengo parecchio alla professione e che la esercito meglio lì da loro che a via Ripetta (Accademia deserta, di fine carriera, senza manco uno studente gioioso, nemmeno cito la mancanza di colleghi galanti, abbondantissimi invece a Napoli, dove è ancora tutta una festa quando si incontrano sessi e generi opposti). 

Mi sono concessa un Frecciarossa, ho viaggiato, cioè, signorilmente, c'era perfino il disinfettante nelle tolette e il controllore era tutto impettito e in gentilezza.
(Cosa che non guasta).

Roma, metro A.
Acciuffo un vagone di coda. Mi pesta e mi strattona entrando per assicurarsi il posto a sedere un gruppetto neo punk, di quelli da far paura.
Ora, il punk a me non dispiace, a patto, però, che lo consideriamo morto. Del resto se lo dicevano loro stessi, i Sex Pistols il futuro non ce lo avevano, ma le idee chiare, sì.
Attitudine aggressiva, provocazione permanente, ironia devastatrice, morte delle ideologie, dadaismo in salsa moderna, adorazione della città, durezza, cinismo: i punk sono stati gli antihippies per eccellenza. Messa alle strette, se proprio dovessi decidere con chi passare una serata, preferirei i devastatori ai pacifisti.

Ma i punk oggi sono inguardabili, avessi un figlio con la cresta arancio e la spilla da balia infilata nel lobo dell'orecchio gli farei notare per l'ultima volta il suo essere mascherato con un costume fuori moda, e ciò prima di fargli trovare, quando rientra, la serratura cambiata. Senza la chiave nuova.
Insomma, inventatevi qualcosa di diverso, citate, approfondite il concetto.
Quelli miei della metro erano terribili. Soprattutto il linguaggio. In numero di 3, due maschi e una femmina, emettevano suoni che si organizzavano a fatica in termini comprensibili, parlavano di abbigliamento adatto per una festa in discoteca, avevano, cioè, un progetto per il giorno dopo (ma che razza di punk), erano fisicamente massicci, tutti scollacciati, volgari, in cerca dei 12 € per l'ingresso.

Ho pensato adesso vediamo chi è più tosto.

Mi sono messa davanti al più cattivo, gli ho sorriso gentilmente, gli ho indicato la mia cartella gonfia di tesi e libri, la borsa dell'Accademia, ho omesso di segnalargli il pane cafone perché temevo che me lo rubasse, gli ho chiesto di cedermi il posto, una signora, perbacco, anche carica e a fine giornata. Non ho pensato nemmeno un attimo che avrei potuto rimediare un pugno sul naso. Lui è rimasto interdetto, ha taciuto tutto quel poco che gli passava per la mente, si è alzato con uno scatto. E io mi sono accomodata vicino all'altro neo punk maschio e di fronte alla neo femmina, mi sono tirata in grembo la cartella e il pane cafone, sono tornata a sorridergli.

Alla mia sinistra un signore in età aveva seguito tutta la scena.
Ho sentito che mi diceva che quei tipi facevano paura e che gli sembravano sporchi.
Me lo sono guardata per bene: i capelli bisunti, le unghie orlate di nero, la giacca trasandata, ha estratto un vecchio libro il cui stato mi è sembrato inqualificabile, capisco la bibliofilia, ma almeno date ai vostri volumi prima di metterli in metropolitana una bella passata, se non di aspirapolvere, minimo di spazzola.
Non sapendo da che parte appoggiarmi (a destra il neo punk, a sinistra la polvere del tempo), mi sono fatta piccina come la madonnetta che il Cristo giudice di Michelangelo schiaccia con la sola forza del suo gesto nel Giudizio.

Ho sorriso anche al signore, ho sospirato, gli ho detto che, tutto sommato, tanto cattivi i ragazzi non erano, uno si era pure alzato. Che la giovinezza era tuttavia in fuga e che avrebbero messo la testa a posto (non lo penso per niente).

Fra me e me ho ripetuto quella cosa deliziosa dei Francesi: 'Le camembert qui dit au munster: tu pues'.
Traduco obliquamente, in modo laterale ma organizzato per la comprensione.
1. Pensate a quello che da noi il bue dice al somaro.
2. Andate al supermercato, al banco dei formaggi, e cercate una piccola forma di camembert. Metteteci il naso dentro. Inspirate.
3. Andate in Alsazia. Cercate un negozio di formaggi locali. Comprate un pezzo di munster. Metteteci il naso dentro. Inspirate.

Insomma: a buon intenditor, bastano anche le poche parole di cui pure un neo punk dispone.

Nel video i Sex Pistols in God Save the Queen

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184. Una camera tutta per me

Carl Spitzweg, Der arme Poet, 1839

Vincent van Gogh, La camera dell'artista a Arles, 1888, Amsterdam, van Gogh Museum

Michelle Perrot

Certi libri mi incantano.
Anzi, dovrei dire che mi incantano le idee che stanno dietro certi libri.
Voi prendete, ad esempio, il lavoro (impossibile definirlo altrimenti) fatto da Michelle Perrot, specialista della storia delle donne e della vita privata (certe specializzazioni attuali mi disorientano), dedicato alla Histoire de chambres (Seuil, 2009), un volume di 445 pagine alla fine del quale c'è la dichiarazione dell'impossibilità di citare tutte le fonti e di metterle in bibliografia per la loro straordinaria varietà: dizionari, cataloghi di mostre, trattati diversi, opere di etnologia e sociologia, letteratura.
(Mi viene in mente che solo un'ossessione allungata nel tempo può aver dato vita a un tale gioiello. Aveva ragione uno dei miei primi colleghi, che vi ho già citato in passato, il designer elegante e snobissimo, quello che mi dette il consiglio fondante dell'esistenza: bisogna lavorare sulle proprie ossessioni. In effetti quando mi ossessiono, e mi accade spesso, mi detesto e mi compiango fino a che, però, non divento capace di sganciarmi dall'idea della compulsione e non decido di fare di essa qualcosa di buono, di farla uscire fuori, di darle, essa crisalide, forma di farfalla).

Tutti i tipi di camere vi sono inventariati, da quella del re, giustamente iniziale, con valletti, malattia e morte, alle camere da letto (anche coniugali, dunque), individuali (scrittori, esteti, collezionisti; e le azioni connesse: andare a letto soli, dormire, amare, pregare, leggere, scrivere), dei bambini, delle signore, di albergo, degli operai; come compaiono pure i luoghi dell'infermità e del lutto, quelli chiusi della prigionia e quelli che hanno cambiato destinazione conservando il nome antico.

Dapprima ho letto due recensioni; poi ho chiesto via mail alla Librairie Française di procurarmi il libro cominciando a soffrire di impazienza perché di solito passano 10/15 giorni; subito dopo mi hanno risposto di andare a prenderlo perché era già da loro. Dunque mi sono precipitata e dalla conoscenza dell'esistenza di una cosa simile sulla faccia della terra al momento in cui l'ho avuta in mano sono passate solo 36 ore ma già la mia vita era cambiata e guardavo con occhi diversi gli ambienti di casa mia, lo studio, il soggiorno, la camera da letto.
Essi avevano assunto un altro senso, si erano riempiti di significati, da recessi dimenticati della memoria erano uscite fuori immagini, per esempio quella della macchina da cucire, una delle prime cose che ho trovato nel libro, che da me non c'è ma che ho visto in tante stanze diverse, e anche al cinema di recente (Settimo cielo, Wolke 9, di Andreas Dresen, di cui dovremo parlare perché è una riflessione bellissima sul desiderio negli adulti, anzi, diciamo meglio, negli anziani), con lei che è una donna semplice che fa le riparazioni e si innamora di un cliente cui ha fatto l'orlo dei pantaloni e va da lui (cioè esce dalla sua camera) e ci fa l'amore, subito, lì, sul pavimento, è entrata, cioè, in un'altra camera, ha varcato la soglia e ha messo in moto una tempesta di sentimenti, come tutte le tempeste inarrestabile.

Le stanze del luogo in cui io vivo hanno, attraverso la lettura, cominciato a trasudare magia, io sapevo già che la casa è un luogo importante, anzi, che è il più importante di tutti, però averlo trovato espresso così bene, attraverso la storia degli spazi che ci stanno dentro, mi ha spalancato finestre e aperto orizzonti.
Da subito ho ritrovato le camere d'albergo di Simone de Beauvoir, i luoghi delle quali sono anche andata a cercare in itinerari miei che avevo trasformato in pellegrinaggi, Rouen, Marsiglia, Parigi come coronamento; ho letto di Proust, Sartre, Kafka, degli hôtels meublés e del loro carico umano, da una parte felice di avere una chiave 'au tableau ou, mieux, dans sa poche' e un luogo, seppure modesto, dove posare le proprie cose, dall'altra alle prese con la mancanza di igiene e di pulizia, con l'assenza di intimità; ho appreso di Valery Larbaud, amante di alberghi e inventore di Barnabooth, suo eroe e interprete, che lo scrittore fa ricco in vece sua, figlio di un padre americano che gli ha assicurato una vita da viaggiatore senza bagagli, visto che al momento della partenza distrugge i suoi oggetti o li dona regalmente al personale, dandy asceta e voluttuoso che intende conoscere se stesso 'de chambre en chambre' e attraverso la pratica di un giornale intimo ('Sortir de moi, mais pour aller où donc à qui se donner?) e che nel suo progetto di casa futurista da costruirsi a Kensington o a Passy mette una stanza da bagno due volte più grande di quella da letto 'semplice cella di ospedale, bianca, maiolicata e senza angoli'. (Pensateci, entrando nel bagno vostro).

Michelle Perrot tutto tocca, sfiora con delicatezza e sapienza, amore ('L'amour cherche la solitudine, la face-à-face, le corps à corps. Sensible au retrait, il est au fond assez indifférent à la chambre'), tradimento, masturbazione, senso della libertà, porte chiuse, disegni della carta da parati ('Il linguaggio dei muri', un'idea geniale), età adolescenziale nei maschi e nelle femmine, letti, armadi, tavoli da lavoro, punizioni infantili ('Va' in camera tua!), celle di monaci e di prigioni. Che brava. Ma come ha fatto a distillare dalla banalità del vivere quotidiano questo miele e questi tesori.

Ho parlato della magia che ha riempito le mie camere.
La sera dell'acquisto, me lo sono portato a letto e, interrotta la lettura, ho deciso di andare a cercare un segnalibro e di non utilizzare la prima cosa che mi veniva sotto mano, la matita con la quale avevo sottolineato qualche rigo, il cartellino, pur bellissimo, che avevo staccato dalla sciarpa nuova e conservato nel boccale sul tavolo da notte, il biglietto dell'autobus obliterato che avevo nella tasca della giacca.
Sono andata alle mie due scatole di metallo colme di cartoline, che stanno su uno scaffale di un armadio non del tutto a portata di mano. Di solito le prendo una alla volta e le sistemo su un tavolo per poter sfogliare bene il mio tesoro. Ma si era fatto tardi, avevo sonno e ho pensato 'stendo il braccio, tiro su un po' il coperchio, metto una mano dentro e pesco a caso, domattina poi cerco meglio'.
Le scatole di metallo sono due, il coperchio della prima ha resistito alla mia sollecitazione e sono passata all'altra.
Al buio, ho afferrato nel mucchio, ho sfilato stando attenta a non rovinare la cartolina, l'ho presa e l'ho guardata esterrefatta.
Era una di quelle comprate a Monaco di Baviera alla Neue Pinakothek e rappresentava un dipinto di Carl Spitzweg che vi metto fra le immagini: Der arme Poet (1839).
Dove sta, il povero poeta? Semplice come un gioco da ragazzi: in una stanza.
Una mansarda all'interno della quale ci piove, e lui si ripara con l'ombrello, il berretto da notte ben calzato sulla testa, la penna in bocca, i volumi, uno dei quali sta finendo i suoi giorni nella stufa, ammucchiati vicino al materasso messo a terra, gli abiti miseri sparsi in giro, il cavastivali in primo piano, una finestrella sullo sfondo con davanti un cencio pure bucato che è la sua unica biancheria.

Fra una quantità non indifferente di quadri, fotografie, sculture, operine, interventi d'artista, materiale di lavoro, qualche billet doux, guidata dal Caso che sempre è divino, che cosa ero andata a pescare?
Una camera, pure con una bella storia.   

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185. Settimo cielo, nuvola nona

Wolke 9 (Settimo cielo), Andreas Dresen, 2007

Non mi danno fastidio gli uomini che parlano di donne, anzi.
Essere messa al corrente di che cosa accade, diciamo così, nella testa di un uomo mi sembra un privilegio, esclusa come sono per la mia stessa natura dal loro punto di vista. Certo, ci sono anche uomini che parlano di donne in modo volgare e villano, ma quelli nemmeno li considero e mi capita spesso di sorridere alle spalle di colleghi che fino all'anno prima mi intrattenevano sulle doti non del tutto intellettuali di alcune studentesse e che, all'arrivo di un nuovo autunno, evidentemente a suo modo cruciale, cambiano all'improvviso musica e attaccano con il vaccino per la bronchite e la prostata.

Mi piace ascoltare gli uomini che delle donne parlano raccontando così il loro desiderio.
Che, intendiamoci subito, credo sia la cosa più potente e importante che c'è al mondo, quella che tutto muove e spinge e che, sublimata, produce arte, senza la quale non c'è più vita né, tantomeno, speranza.
Ora, il problema mi sembra che sia il limite. Vale a dire, fin dove si può arrivare, che durata ha l'interesse nei confronti dell'altro sesso, quando è che tutto (ma proprio tutto) finisce.
Non entro nel merito di opere importanti che hanno affrontato l'argomento, semplicemente mi guardo intorno, domando, leggo. Vado al cinema.
E dal cinema arriva la risposta. Il regista Andreas Dresen, nato nel 1963, cioè, mi permetto di dire, nel pieno della sua potenza virile, si è messo a raccontare una storia d'amore singolare, un triangolo adulterino in cui lei ha superato i 60 anni, il marito gli 80 e l'amante naviga per i 76. E lei, com'è? Bella, magnificamente ignara del tempo che passa, elegante, trucco e capelli appena fatti, abbigliamento giovanilista? Manco per niente. Lei è una donna semplice, dal fisico ingrato probabilmente da sempre, una come tante, che potrebbe abitare nel mio palazzo o tirare il carrello con la spesa fatta a Ponte Lungo.

Però è come se fosse stata prescelta, unta dal Signore, indicata dall'oracolo: lei è toccata dal desiderio. 

Lei arrotonda la pensione facendo riparazioni, ha la macchina da cucire in camera da letto. Un uomo che ha visto il suo annuncio le porta un paio di pantaloni cui fare l'orlo. Vediamo lei che esce da casa sua con il pacco sotto il braccio, va da lui, sale le scale, suona. Lui le apre la porta. E noi siamo messi davanti all'evidenza: quei due fanno l'amore dopo aver scambiato solo poche parole, si gettano l'una sull'altro, in uno slancio incontenibile di voglia, quei due si uniscono nella più privata delle relazioni, diventano, per un attimo, una cosa sola, in una fusione di corpi e anime fanno a pezzi centinaia di anni di storia, infrangono ogni remora, sono due anziani che si cercano. E che si trovano.   

Il film è molto bello. Rigoroso, asciutto, senza un filo di musica (sono andata a vederlo qualche tempo fa al Madison, dove due giorni prima mi aveva torturato un mélo del quale mi ero fidata come una cretina, una faccenda di un padre che alleva da solo la figlioletta perché la moglie muore di parto: lardellato di note, idiota oltre ogni limite, se non avevo abbandonato la sala era stato solo perché c'erano, dentro, l'aria condizionata e, fuori, 37°), molto tedesco, cioè romantico, nella presenza costante della natura, il bagno nudi nel corso d'acqua quasi selvatico, gli alberi, i paesaggi, scarno fino all'osso per la scelta precisa dell'impiego del tempo (il treno preso con il marito è per Inge il più pieno dei divertimenti), con il brontolio della macchina per il caffè come unica colonna sonora, una casa tirata a lucido come ci aspetteremmo, affetti caldi, un paio di nipotine, una figlia, le compagne del coro.
Insomma un film molto bello su una vita, tre vite spoglie e per niente avventurose.
Tantomeno erotiche, verrebbe da pensare. E invece no, e qui sta il bello. Eros percorre tutta la durata dell'opera del realizzatore tedesco, tesse trama e ordito di un intreccio narrativo che finisce, vi avverto, in tragedia, ogni tanto qualche frase sembra voler riportare i tre protagonisti con i piedi per terra, tirarne giù due da quel settimo cielo o, come dicono loro, dalla nona nuvola sulla quale si erano arrampicati imprevedibilmente: il marito di Inge, saputo il fatto, la rimprovera di comportarsi come una ragazzina. Lei piange. Piange continuamente, piange disarmata di fronte a quella cosa che l'ha invasa.
Ma la scena di lei che, nella vasca da bagno, si masturba è la più indifesa delle confessioni: lei è innamorata e non si scappa.

Amour fou, certamente, ma soprattutto dimostrazione cinematografica delle infinite possibilità che stanno dentro un'esperienza (una speranza) d'amore: impressione che il limite non esista se non nelle nostre teste, che dappertutto si raccontino balle, che non è vero, come sostengono in molti, che a un certo punto della propria esistenza non ci si innamora più, che certe cose sono appannaggio esclusivo della prima giovinezza. Bastava rifletterci sopra un po' seriamente, una cosa come il desiderio, complessa, inafferrabile, definibile a stento, prepotentissima e dotata di una volontà sua che trascende la nostra, come potrebbe, una bestia siffatta dai mille volti e tutti seducenti non interloquire al suo meglio con l'età adulta?   

Ho preso una decisione.
Sapete tutti che 'How do you do?' in inglese non significa altro che un saluto formale al quale si risponde come un'eco, mica con l'elenco degli acciacchi. In italiano, se chiedo 'Come stai?' vorrei che il senso fosse lo stesso. In palestra, per esempio, il mio angelico istruttore lo ha imposto. Se domanda durante una lezione 'Come vi sentite?' non vuole sapere che stiamo a pezzi, le gambe di piombo, il respiro mozzo, il muscolo trapezio che ha appena preso una botta e si è stirato dolorosamente. Dice che il suo è un regime e che l'unica possibilità di emettere fiato è di formare con esso la parola 'Benissimo'. Io che sono una diligente e che mi coltivo, ci metto sopra pure il carico e rispondo, sempre prima degli altri: 'Benissimo, pieni di energia, magnificamente scolpiti nel corpo e nella mente'. Così deve essere.
Dunque, quando qualcuno, soprattutto se anziano, mi attacca un bottone sul vaccino, la prostata, il diuretico, il colesterolo, l'artrosi e l'influenza, ho deciso di rispondere a tono: Vivete con il borbottìo della caffettiera come colonna sonora, prendete il treno, fate il bagno all'aperto, tirate a lucido le vostre case, fate l'orlo ai pantaloni di uomini sconosciuti, cantate in un coro la domenica, prendete i vostri pasti in cucina in un angolo del tavolo di sempre. Andate a vedere Settimo cielo, salite alla nona nuvola. Innamoratevi. Lasciatevi riempire dal desiderio, fatevelo scoppiare dentro, ditegli di divorare voi e gli altri, quelli che fanno dell'amore solo un passatempo giovanile, ditegli di lasciarli alla loro pace senza speranza.

 

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186. Sante parole, 1

Le Corbusier (1887-1965)

Ritratto di Le Corbusier sulla banconota svizzera da 10 franchi

Le Corbusier, appartamento dell'Immeuble Molitor, sua residenza, 1934

'Insegnate ai vostri figli che una casa non è abitabile se non quando la luce abbonda e i parquets e i muri sono puliti'
                                                                                                                           

                                                                                                                          Le Corbusier

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187. Sante parole, 2

Mies van der Rohe negli anni '30

Bauhaus Dessau su francobollo

Jacob Dahlgren, Colour Reading and Contexture, 2005, esempio di capacità di allineamento e ordine. Fra i materiali usati ci sono anche panni spugna

''I temi di lavoro dati agli studenti non sono molti. In particolare, Mies insiste nel chiedere loro di progettare case a corte...e li incita a mettere a punto il progetto sotto forma di schizzi, anche un centinaio, prima di disegnarlo in pulito. Lo stile delle correzioni è spesso inflessibile, infatti il leitmotif miesiano, come riferisce il Bauhausler americano Howard Dearstyne, è 'Ci provi di nuovo! (nel testo originale: 'Recommencez!')''.' (Jean-Louis Cohen, Ludwig Mies van der Rohe, Paris, 1994)

(da dire gentilmente alla colf quando non riesce a cambiare il sacchetto dell'aspirapolvere, stirare a piombo le lenzuola di lino, mettere dritti i libri, allineare la riserva di panni spugna, tutti quadrati e tutti uguali, in perfetto stile Bauhaus, dopo aver pulito il ripiano che li contiene. Anche dirlo a se stessi in analoghe circostanze non è una cattiva idea).  

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188. Sante parole, 3

Mies van der Rohe mostra agli studenti come sistemare i mattoni durante la conversione di una fabbrica di telefoni nel Bauhaus di Berlino, 1932

La scuola è finita

Leggo su un catalogo le prime parole di Mies quando fu nominato direttore del Bauhaus nel 1930: 'I don't want jam, not workshops and school, just school'.
Una rilettura, anzi, una ripulita, radicale, audace, definitiva, che andrebbe benissimo oggi, a tutte le congetture creative che possono venire in mente al Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca in fatto di scuola.

 

 

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189. Il fondo del barile

Dentifricio spremuto, buono da gettare

Tipica fine di un flacone di ketchup che ha innervosito l'utilizzatore

Punti di vista

Ieri è stata una giornata faticosissima.

Per un caso disgraziato, un sacco di cose erano arrivate quasi alla fine. Il 'quasi' significa che finite non erano del tutto e che bisognava industriarsi per farle durare fino a che non fosse stato spreco inutile e eccessivo il loro lancio nel secchio.
Tutto è cominciato mentre mi truccavo, ho sbagliato tubo di concealer, quello che avevo tenuto per un'occasione quotidiana mi è capitato in mano nel corso di una toletta importante e me ne sono accorta quando il danno era fatto: asciutto, come sempre accade quando è verso il fondo, un po' gessoso, praticamente il contrario del velouté (mutuo questo termine da una ricetta di béchamel che non metterò mai in pratica ma che trovo meravigliosamente descritta) che dovrebbe essere la caratteristica di un concealer (e anche di une béchamel, che deve essere, essa, invece, veloutée).
Vado a agitare il gel e mi rendo conto che agonizza, cioè che le parti del fluido non stanno più insieme come dovrebbero, si appiccicano fra loro e sulle dita, non vi sto a raccontare la fatica della gestione sui capelli.
La lacca? Last days, si ottura il foro di diffusione, lo spray, che dovrebbe danzare nell'aria e sulla mia acconciatura, si deposita mollemente sulle ciocche.
Faccio per dare una passata al lavandino, che avevo trasformato in campo di battaglia, con il Cif e quello pure è esausto. Comincio a pompare il flacone, impiego 4 minuti buoni per fare uscire la dose minima per una rapida pulizia. Con il tubo del dentifricio, che diabolicamente ha mantenuto la sua forma originaria, cioè non sembra nemmeno un dentifricio da combattimento all'ultima sortita (ormai i dentifrici li fanno diversi da come erano una volta, quando si cominciavano a sfracellare a metà uso), già avevo litigato prima.
Anche con il fondotinta avevo dovuto affrontare lo strazio dello svitamento del dispenser e della raccolta con cotton fioc di tutto quello che era rimasto dentro, praticamente un buon quarto del totale della materia.
Il riso non era più sufficiente per il pranzo. La senape di Digione si sarebbe dovuta tirare con il ficcanaso dell'aspirapolvere, invece che raccogliere nel suo delizioso cucchiaio di legno, non vi cito il ketchup, da scuotere come una maraca con grave rischio del piatto che ci sta sotto (e della cena tutta. Ma il ketchup è sempre ruvido come carattere, anche a confezione nuova va lavorato. In quel caso, però, sputa fuori una dose di pomodoro da caserma, che altera definitivamente il sapore del lesso e inficia tutto il cucinare fatto).

A sera, il latte detergente, che già avevo messo sottosopra, non è bastato per la complessa e articolata operazione dello strucco.

Sono una che fa scorte. Una volta un amico in crisi venne a piangere da me e gli offrii un fazzoletto Balsam, di quelli che non massacrano il naso, anzi, lo umettano, quando uno ci si sfoga dentro.
Lui mi disse che non voleva privarmene.
Io, senza aggiungere verbo, aprii uno dei capienti e immacolati armadi della mia cucina, quello che, entrando, sta sulla destra. Gli mostrai la mia dotazione: 30 confezioni da 10 pacchetti ciascuna, in ogni pacchetto 10 fazzoletti, per un totale di 3.000 (tremila) a scelta fra asciugate di occhi o soffiate di naso.
Mi guardò stupefatto, poi gli venne da ridere (anche se il mal d'amore gli sarebbe durato un pezzo).

Faccio scorte di tutto, sono una donna ben organizzata e previdente. Per cui ho, ben sistemati, ciascuno nella sua area di stoccaggio, flaconi di concealer, gel, lacca, Cif, dentifricio, latte detergente che basterebbero per un assedio di quelli lunghi. Senape e ketchup per un assedio di durata media.
E sono anche una che tende allo spreco, che ama stare con le luci accese in casa e che non chiude il rubinetto dell'acqua quando si lava i denti.
Se gratto il fondo del barile per le cose che vi ho descritto, è solo per un residuo di etica nell'esistenza.
Ma penso di sbagliare e i risultati me lo confermano.
Qui le possibilità sono due: o i produttori mi mettono in condizioni di non dover affrontare tenzoni defatiganti, inventando liquidi, gel, insomma, sostanze che fino alla fine della loro vicenda mantengono le caratteristiche originarie, oppure do libero sfogo a tutti i miei vizi e cestino, butto, scaglio nei contenitori vari della spazzatura (quella che la colf chiama, con un neologismo che ne rivela tutta l'etimologia, la 'mondizia') che sono in casa quello che uso quando non è più all'altezza delle mie aspettative: il gel che si disfa, il Cif che non esce, la lacca che atterra.
Del resto non esito mai a uscire dal cinema se il film non mi piace e liquido senza rimpianti relazioni mediocri.  
Se la coda è la più dura da scorticare, allora tanto vale gettarla subito.
(Che gusto).

 

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190. Letto (Bed)

The Princess & the Pea, produzione The Lexington Players, USA, 2009

Jasper Morrison, Bed, 1991, Cappellini. L'unico letto con cui sostituirei il mio, un magnifico pezzo déco, del quale non ho alcuna intenzione di disfarmi

Carl Larsson, Panchina, 1885. Soluzione strategica pomeridiana che fa tutti contenti, anche i pets di casa, e lascia sacro il letto

''Sia sempre la signora a disfare il letto la mattina, a provvedere al cambio delle lenzuola, ad aiutare la cameriera poi a rifarlo. La principessa del pisello non potè dormire su un letto dove, sotto sette materassi e sette piumini, la regina sua ospite aveva nascosto il tenero baccellino per mettere a prova la nobiltà della stirpe. Ne fu convinta quando, la mattina, quella povera figliola disse: 'Maestà, son tutta lividure...'.
Altrettanto delicata era la contessa C. appartenente a nobile famiglia umbra. Non poteva dormire se le lenzuola del suo letto non erano stese per il loro dritto filo. Sebbene di età avanzata, soleva alzarsi anche nelle notti d'inverno appena si accorgeva di un'infrazione, e severamente provvedeva a far ristabilire l'appiombo perfetto che solo poteva conciliarle il sonno.
La signora è la loro ideale discendente. Questa è la ragione per cui difende il letto dai sonnellini pomeridiani del marito, con bel garbo convogliandoli altrove. Nessuna zoofilia le permette di accogliervi il cane o il gatto. Lei stessa rincasando non vi posa il cappellino. Porta disgrazia. E' il prete che posa il suo zucchetto sul letto dell'infermo, quando gli reca il viatico.
Spesso la superstizione ottiene più che un sensato consiglio.''

                                                                                         Elena Canino, La vera signora, Longanesi, Milano, 1969

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191. Bagno (Bathroom)

Alfred Stevens, The Bath, 1867

Edgar Degas, Le tub, 1885-86

Pierre Bonnard, La salle de bain, 1932

''Non lasci nella stanza da bagno asciugamani sparsi dovunque, barattori scoperchiati, batuffoli d'ovatta e pantofoline lanciate qua e là alla rinfusa. Provveda personalmente ad allineare di nuovo in bell'ordine i vasetti delle creme, i flaconi degli astringenti di cui si è servita, o mai ritroverà il suo armamentario nella disposizione logica, consacrata dall'uso. Rimetta il tappo alle bottiglie dei profumi, ma tolga quello della vasca.'

                                                                                    Elena Canino, La vera signora, Longanesi, Milano, 1969

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192. Cucina (Cuisine)

Bernardo Strozzi, La cuoca, 1625

Philippe de Champaigne, Triplo ritratto di Richelieu, 1642

Oeuf à la neige, ovvero come rendere complicatissima la gestione in cucina di una cosa semplice semplice

''La signora che offre il pranzo deve intendersi di arte culinaria e, se non se ne intende, deve applicarvisi: fa parte dell'educazione sociale. Non si scusi della deficienza dicendo che non è golosa: Richelieu e la marchesa de Crequis, parchi alla loro mensa, furono rinomati per la perfezione dei loro soupers. Non si glori di non saper cuocere nemmeno un uovo, è una civetteria che ha poco successo con gli uomini. Se mostrano di divertirsene, mentono.
L'uovo al canapè, l'uovo di neve che menziona Artusi, possono con tali graziosi appellativi stuzzicare la svogliatezza di un bambino; una mamma deve saper come si preparano. Artusi è una lettura piacevolissima e utile alla giovane sposa che vi trova sapienti ricette per ridestare gli appetiti dello sposo distratto.'

                                                                                 Elena Canino, La vera signora, Longanesi, Milano, 1969

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193. For Men Only

Jean-Honoré Fragonard, Le Billet Doux, 1770

John William Godward, Le Billet Doux, 1913

Conrad Kiesel (1846-1921), Le Billet Doux, part.

'Sweetie', mi chiama uno dei ragazzi del supermercato.
'Bit of Sugar', mi dice, agitando la mano in segno di saluto. E' un siciliano che è stato portato bimbetto a New York e che è ritornato da qualche tempo. Mi ha raccontato che si è separato da poco e ci ha aggiunto l'amarezza delle cene da solo.
'Nice to meet you', agito anch'io la mano in segno di risposta, spingendo il carrello mentre lui trasporta la macchina per lavare i pavimenti o mette la merce negli scaffali. (Si chiama facing ed è un'operazione che va fatta con la massima precisione, tutte le etichette disposte esattamente nel medesimo modo, tutti i prodotti perfettamente allineati: il supermercato è un'autentica scuola di rigore e di metodo).

'Teso''; 'Chou chou', mi lusinga in un giro febbrile di sms un mio giovane collega scultore con il quale ho un progetto professionale. E mi chiarisce che chou chou in napoletano e in francese si usa per dire dolcezza. (Gli rispondo che lo so, sono una piuttosto cosmopolita, in fondo). 

Detto fra noi, a nessun uomo che mi abbia avvicinata superando la linea del carrello (della spesa) o il display del cellulare è mai venuto in mente di darmi dello zuccherino.
Per colpa mia.
Ma, come mi ha detto domenica scorsa, quando avevo piazzato la macchina in semi-seconda fila ostruendo così un parcheggio possibile a via Merulana, e stavo pranzando con pizza e mortadella, ben attenta a non sporcarmi le mani e non ci pensavo per niente a sedermi al volante in quelle condizioni e a spostare la macchina, un signore con una station wagon che ha eseguito, me nonostante, una manova mirabile facendomi segno di non disturbarmi e ricevendo, al termine dell'esibizione, i miei complimenti nei quali chiarivo che io mai sarei stata capace di tanto: 'Lei sicuramente sarà brava a fare un sacco di altre cose'.
E non era un diplomatico educato in Svizzera, aveva la macchina carica di cassette di frutta, soprattutto di banane.
Per la zuccherosità sarà la medesima cosa. Come niente, ho altre caratteristiche piacevoli. Almeno spero.

Mi capita che il garagista mi tiri fuori lui la bicicletta e mi dia una mano a togliere il lucchetto. Non mi indigno. Che il carrozziere mi dica che facciamo tutto un conto non appena avrò preso una botta più grossa quando gli chiedo quanto gli devo per avermi spennellato i graffi da parcheggio. Non mi sento molestata.
Non mi sento vittima di stalking alla terza telefonata di un uomo.

Insomma, mi fa molto piacere essere trattata con galanteria.
Non sto parlando di amore o di sesso: il primo, accade e, l'altro, più lo indaghi e meno lo afferri.
Sto parlando, piuttosto, delle relazioni giornaliere, i rapporti di amicizia e di lavoro, lo scambio di opinioni o di parole, gli incontri che corrispondono a uno sfiorarsi senza conseguenze.

Le donne si dividono in due categorie: 1. Quelle che si lamentano perché gli uomini danno loro fastidio e le guardano troppo. 2. Quelle che si lamentano perché gli uomini le lasciano in pace e non le guardano per niente.
In linea di massima alla categoria 1 appartengono le ragazze carine fino ai 25 anni. Alla categoria 2, tutte le altre.

Un mio zio acquisito, persona piacevolissima e di spirito, raccontava la storiella della signora sessantenne che diceva che i muratori non erano più quelli di una volta perché non le succedeva più, come 30 anni prima, che le fischiassero dietro quando passava.

Mi accade di sentirmi raccontare dalle mie studentesse che i (miei) colleghi e i (loro) compagni le importunano.
In questo caso, alzo gli occhi al cielo e comincio a dare segni di impazienza: sbuffo, guardo l'orologio, chiedo se ne hanno ancora per molto. Adotterei volentieri il medesimo comportamento con amiche, conoscenti e donne incontrate per caso che mi raccontano che di importunità non se ne vedono in giro manco a pagarle.

Insomma, qui c'è qualcosa che non quadra e il problema è di ordine squisitamente culturale.

Dicevo di recente a un uomo che mi piace che mi sideravano la sua cultura, la bellezza della frase, la singolarità dell'una e dell'altra applicata al quotidiano.
Lamentavo, però, che in vita mia mai mi era capitato di ricevere un complimento non dico simile (non sono alla sua altezza), ma almeno forgiato su un'analoga lunghezza d'onda, da un uomo. Almeno non nel senso in cui un uomo fa i complimenti a una donna.
Mica glielo dicevo per lamentarmi, solo come constatazione.
Non mi era del tutto chiaro perché quello che per lui era un atout, per me, con le dovute proporzioni, era niente.
Una mia compagna delle medie, svelta e intelligente, fu mandata dal padre, un uomo che, chiarisco, non scendeva dalla montagna ma aveva anche vissuto in America, alla scuola per maestre giardiniere con una motivazione che non ammetteva repliche: se Wanda (questo era il nome della ragazza) fosse andata al Liceo classico, gli sarebbe diventata (sarebbe diventata al padre) una cavallina di razza. E a quel punto il pover'uomo non avrebbe più potuto accoppiarla con un somaro. Come invece, evidentemente, aveva intenzione di fare, se non altro perché di somari era pieno il mondo. Fosse che aveva ragione il genitore con venature USA di Wanda? Probabile. Una si accoppia con un ciuccio prima dei 25 anni e poi, quando i muratori si dimenticano di fischiare, se ne fa una ragione e si rassegna.

Non ci siamo. E' troppo banale, noioso, scontato, deprimente.
E poi vedo continuamente ragazze che sono prive di fascino e donne più adulte che ne hanno da vendere. Proviamo a ragionare.

Claude Habib, specialista di Rousseau, scrive sul numero di giugno di quest'anno di 'Philosophie Magazine', il 30 del 2009, che, per comprendere il modo in cui i Francesi concepiscono il rapporto fra uomini e donne, bisogna ricostruire la storia della galanteria. Che inizia fra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo nell'Europa meridionale e che è un'eredità del codice della cavalleria. 
L'alta società comincia a trattare le donne in maniera tale da distinguersi da quella volgare.
L'immagine giusta è quella del giardino: il nobile sa che cos'è la natura, passa le giornate a cacciare, ma sviluppa di essa una visione ideale, senza ostacoli e senza bestie feroci. Lo stesso si può dire per quello che accade fra un uomo e una donna: la galanteria addomestica la relazione che, senza di essa, sarebbe volgare, degradante e violenta.
Cioè, aggiungo io, avrebbe o troppi fischi, o non ne avrebbe per niente. 
Nasce la religione dell'amore. Le donne vanno lusingate continuamente. E acquistano sicurezza, autorità intellettuale e mondana affatto nuove. (D'accordo, stiamo parlando delle Parisiennes, però abbiamo più volte detto che ci servono modelli nuovi e che dobbiamo andarceli a cercare).
Esse non hanno più bisogno di chaperon e si prendono delle libertà che vengono concesse loro. Galantemente.
Gli inizi del regno di Luigi XIV sono monopolizzati dalla galanteria. Il sovrano è giovane e presto si ritrova circondato da donne. Tutto il divertissement monarchico, commedie, balletti, libretti d'opera, fa la promozione dell'amore onnipotente. Louis è per eccellenza il sovrano galante.

Il libertinaggio prolunga questa tradizione. Nella sregolatezza, ha un codice. Vedi Choderlos de Laclos: in lui il codice permane, anche se ironicamente.
La galanteria è elastica e va dal bon ton aristocratico alla prostituzione haut de gamme.
Nel 1761 La Nouvelle Héloïse di Jean-Jacques Rousseau vede la luce e con essa la nuova alleanza fra amore e giovinezza. La galanteria era mondana, onorare le donne era un comportamento pubblico; con Rousseau l'amore diviene un'emozione privata.
Le donne abbracciano la proposta romantica, si innamorano dell'autore, gli scrivono lettere. In una decina di anni esse diventano 'anime sensibili'. (Dice Claude Habib che, evidentemente, ritenevano che il libertinaggio funzionasse a loro spese, data la mancanza di contraccettivi affidabili).

E arriviamo al punto. I rapporti fra uomini e donne sono segnati dalla doppia tradizione, quella della galanteria e quella dell'amore romantico. Almeno in Francia. Il legame sociale è erotizzato, in modo gratuito e diffuso. I giochi di seduzione, dice l'autrice (che confessa, in passato, di essersi irritata quando qualcuno voleva portarle la valigia), formano una modalità originale del rapporto sociale, rendono l'esistenza più leggera, aerea e evitano pure la pornografia, massicciamente originaria dei paesi protestanti.

Ho letto e commentato questo piccolo saggio con i miei studenti prima della fine delle lezioni. Una delle ragazze, quasi in lacrime, mi ha detto che mai aveva ricevuto galanterie da un maschio adulto. (Eppure è carina e ha meno di 25 anni).
Insomma, uomini, datevi una regolata.
Apprendete le regole del vivere civile, lusingate le donne, siate galanti. Vi costa pochissimo.
Pensate a quando state in ospedale e l'infermiera è gentile con voi, mica lo fa perché le piacete, lo fa per rendere più sopportabile la (sua e vostra) situazione. Osservate la grazia della barista, che non vi pensa per niente ma che vi sorride mettendo la tazzina di caffè sul bancone per avere la mancia.
Pensate che viviamo, lo dice Claude Habib e lo riteniamo in molti, nell'età del 'chacun pour soi' e che potrebbe rendervi più seducenti essere una rarità in fatto di comportamento.
Allora, guardateci.
E, se siete in fase buona o un giorno ci trovate particolarmente croccanti, fischiateci pure dietro come si faceva or son trent'anni. 

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194. Men Are A Girl's Best Friend

Gustave Flaubert (1821-1880)

Isabelle Huppert, magnifica Madame Bovary nel 1991

Claude Monet, La Cattedrale di Rouen in pieno sole. Armonia in blu o oro, 1893

'Proscenio', corregge il mio Conduttore radiofonico preferito il collega che si era espresso con approssimazione dicendo 'prima parte del palcoscenico'.
'Lato del passeggero', mi correggono in garage quando chiedo la cortesia di tirarmi fuori la macchina e di aiutarmi a vedere se ieri sera mi sono fatta un danno sul mio lato destro strusciando nel corso di una manovra, sotto una pioggia che era un nubifragio, in una situazione quasi di non visibilità, una Fiat parcheggiata male.

'E' solo una questione di pasta', mi tranquillizzano davanti al graffio. E già uno di loro si è incamminato verso la bottega del carrozziere per avvertirlo.

Hanno anche espresso il dubbio che le mie gomme fossero un po' sgonfie e mi hanno suggerito di controllarle la prossima volta che faccio benzina. L'ho fatta ieri, detesto avere il serbatoio mezzo vuoto e allora mi procuro scorte anche di carburante. L'ho detto. Allora uno di loro ha aperto lo sportello (lato conducente), ha guardato non so che cosa e ha commentato che no, la pressione delle gomme andava bene. E ha detto un numero.   

'Vi sono devota', mi è scappato, giustamente. Adoro gli uomini precisi, tecnicamente ineccepibili, chirurgici nella loro espressione. Non mi viene in mente un altro sentimento se non quello di un'affezione quasi vicina al culto.

Lo sapeva bene Flaubert. Sto (ri)leggendo Madame Bovary, lo faccio in versione originale (tutta un'altra musica), da adulta (idem), essendo andata in pellegrinaggio dalle parti di Rouen (non guasta). Mi immergo e quasi annego nella bellezza della prosa, la straordinaria ricchezza del vocabolario, la capacità evocativa, l'abilità sottile nell'interpretazione dell'animo femminile. 
'Un uomo...non doveva conoscere tutto, eccellere in attività multiple, iniziarvi alle energie della passione, alle raffinatezze della vita, a tutti i misteri?'
Povera Emma. Mal maritata a uno sposo mediocre, la cui conversazione era 'piatta come un marciapiede', con 'le idee di tutta la gente che vi sfilavano nella loro veste ordinaria, senza eccitare d'emozione, di riso o di rêverie (non vi traduco rêverie', non ne sono capace e poi non serve)'.
Uno che non era mai stato curioso di andare a vedere a teatro gli attori di Parigi, che non sapeva nuotare, né tirare di scherma, né sparare con la pistola e che 'non poté, un giorno, spiegarle un termine di equitazione che aveva incontrato in un romanzo'.
Secondo me il povero Charles non sapeva nemmeno definire il lato del boc (il calesse), figuriamoci se capiva qualcosa di gomme. In tutto questo, non dà nemmeno una mano in casa e fa pure trovare a Emma, subito dopo le nozze, il bouquet di fiori d'arancio legato con dei nastri di satin bianco appartenuto alla prima moglie.
Insomma, non è un uomo. E tantomeno è il migliore amico di una ragazza.

 

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195. Sante parole, 4

Valentino, the Last Emperor, Mark Tyrnauer 2008

Frecciarossa, quasi un vero treno

Accademia di Belle Arti di Napoli, l'ingresso dei Leoni

E' cominciata l'Accademia.
Cioè: una valanga di guaglioni, molti del I anno, tutti da organizzare, pronti a partire per la grande avventura, perplessi, preoccupati ma, io i guaglioni li capisco al volo, felici di essere intercettati e portati in alto.

Aula, bidelli, proiettore, colleghi, sistemazione delle sedie, elenchi, firme di presenza. Il mio giovane assistente, autonominatosi sul campo, si chiama Daniele PigTailMagic, dal nome del manga da lui fabbricato lo scorso anno: ha, infatti, una deliziosa treccina di capelli sulla nuca, che porta talvolta sciolta. Nel manga lui acquisiva superpoteri tirandosi la treccia. Come per incanto, in 4 lezioni sono fiorite tutte le acconciature, anche la Professoressa sfoggia la sua treccina, chi non ha capelli suoi, se ne attacca una.

Stamattina, sul Frecciarossa, un treno umano e signorile, superveloce e pure con la carta igienica, leggevo un articolo di Natalia Aspesi dedicato al film di Matt Tyrnauer Valentino, the Last Emperor.
Il nostro squisitissimo stilista, adepto dell'high living, cioè di 'una vita di assoluta grandiosità, piacere, fasto e meraviglia', il tutto in odore e mood settecenteschi, nella tre giorni romana del 2007 che celebrava i suoi 45 anni di trionfi, sembra che fosse molto infastidito da una pletora di cose che non gli piaceva.
In particolare, minaccia di non esserci 'se non ci saranno gabinetti eleganti e in abbondanza'.
Uno con le idee chiare.
Essendo arrivata a Napoli in anticipo ed essendomi sfiziata con un pranzo in piedi a base di crocchè e pizza, mi sono poi infilata nell'unico bagno dei professori per fare toletta. E ci sono rimasta un pezzo. E' tutto complicato, non sai dove appoggiarti, lo sciacquone si inceppa, la luce è troppo fioca per mettersi in rossetto, il parka l'ho dovuto infilare strizzato a palla dentro la cartella.
'Gabinetti eleganti e in abbondanza', ho detto al collega di Scenografia che aveva bussato alla porta e che aveva aspettato pazientemente fuori i miei tempi.
Si è fatto una risata, è un uomo coltivato e ironico, le donne le conosce.
L'ho messo al corrente del mio progetto: fotocopiare, ingrandita, la pagina dell'articolo, evidenziare in giallo la frase chiave, attaccare i fogli dappertutto dove ce n'è bisogno: sui treni, in casa degli amanti che ti hanno preparato una doccia fredda, dai parenti che ti invitano dicendo 'Tanto per il bagno ci si arrangia'.
Soprattutto, sperando che il Direttore ci butti un occhio quando ne ha bisogno, sulla porta del bagno dei Professori in Accademia.

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196. Il trionfo del guanto

Max Klinger, Un guanto. Riposo, 1871

Isabelle Adjani, Adele H., François Truffaut, 1975

Lord Alfred Douglas (Bosie)

Adoro i guanti.

Non ne trovo mai, l'ultimo paio viene da Londra, Dents, Established 1777, size 7, dalla fine del mese di agosto ce l'ho nel cassetto della biancheria ed ora, finalmente, lo indosso. Proprio non capisco questa scomparsa dell'accessorio più simbolico che ci sia, maschio e femmina al medesimo tempo, ti infila e lo infili, il destro e il sinistro sono uguali solo nell'usa e getta, per il resto dovresti rovesciarlo, lasciamo stare che 'dans la mode, ils font toujours partie de la silhouette', lo darei per scontato, pensiamo, invece, un attimo all'eleganza e alla protezione, solo una (in)civiltà di zotici come è quella nella quale viviamo fa a meno dei guanti.

Una delle mie ferite più atroci in amore mi fu inferta alla stazione di Napoli quando l'uomo con cui stavo, cercando di fare il simpatico e a proposito dei guanti che indossavo, mi ritornò la barzelletta che io stessa gli avevo raccontato di quello che imbocca il senso vietato in autostrada e, quando sente alla radio che c'è un matto che guida contromano, dice forte e chiaro: 'Ma quale matto solo, questi sono proprio tanti'. Insomma, mi aveva messa alla stregua di quello che non sapeva leggere i segnali stradali e, in solitudine e autismo, faceva quello che non faceva nessuno.

Già ho riferito del ragazzo del garage che, se mi vede con i guanti con meno di meno 4 gradi, mi chiede che diavolo faccio e del guaglione che, sull'autobus che portava a Coroglio, osservandomi le mani, mi domandò se ero malata. Ci rido, ci gioco, ci scherzo. Ma, detto fra noi, guardo tutti con fastidio e scherno.

Sotto l'Ancien Régime, per un guanto di qualità la pelle doveva essere preparata in Spagna, tagliata in Francia e cucita in Inghilterra. La sua finezza era tale che un guscio di noce lo poteva contenere.
Nel 1386 Carlo VI possedeva 251 paia di guanti e la moglie Isabella, 35.
Usi e forme obbediscono a codici precisi: c'è un periodo in cui 'on ne se dégante pratiquement jamais' ed è quello che va dal XIX al XX secolo. Rivedetevi Adele H. di Truffaut, dove una Isabelle Adjani, giovane, bellissima e pazza come sempre per amore, i guanti non se li sfila mai e con le mani guantate fa tutto, ufficio postale, lettere di fiamme, la pletora di cose del quotidiano.
Ci sono anche dei 'calendriers du gant', che regolano forme e colori per tutte le circostanze della vita.
Indossava guanti il padre di Ulisse e Egiziani e Romani ne facevano uso.

L'Imperatrice Josephine portava guanti 'brodés et paillettés d'or' fatti da Hippolyte Leroy e non indossava mai due volte il medesimo paio.

Il mio galateo (La Vera Signora, Elena Canino) mi suggerisce di non preoccuparmi di sfilarmi il guanto 'prima di stendere la mano a un conoscente che incontra per la strada'. Non ci penso per niente. Soffrirei, semmai, che non lo facesse l'uomo: 'gli uomini adoperano i guanti proprio nelle circostanze contaminanti, per rovistare nelle viscere di un motore recalcitrante, per cambiare una gomma sgonfia, per dare una strofinata al parabrezza appannato'.
(Ma, mortificazione del mio esistere, non conosco più nessun uomo che indossi guanti).

In Accademia, ma non solo lì, hanno tutti paura dell'influenza suina e shakerano le bottigliette di amuchina durante le lezioni, passandosele. Me le offrono. No, grazie, rispondo, mi sono appena lavata le mani con il sapone e poi indosso guanti.

Io questi non li capisco, non capisco il mondo tutto, le mani nude sui sostegni della metropolitana, l'abito più elegante incompleto, l'ignoranza.

Lord Alfred Douglas, terzo figlio del marchese di Quennsberry, catturò l'attenzione di Oscar Wilde con la bellezza, l'eleganza, la nobiltà ancestrale. Aveva 21 anni e la sua pelle, dicono i bene informati, aveva la morbidezza di un guanto.

Monsieur Duclos stava facendo il bagno, nudo, nella Senna quando vide che una carrozza si ribaltava. Accorse e tese una mano alla Signora che l'occupava per aiutarla. 'Scusatemi se non ho i guanti', le disse.

Voglio andare al più presto a Parigi da Causse in rue de Castiglione e alla Maison Fabre ai Jardins du Palais-Royal a sfiziarmi e a provare tutto in tutti e due i negozi.

Voglio guardare solo con pochi, anzi, pochissimi intimi quella serie meravigliosa di incisioni di Max Klinger (1857-1920) che si intitola Ein Handschuh (Un guanto, 1871), una cosa feticistica e erotica oltre ogni immaginazione, in cui lui va alla pista di pattinaggio, raccoglie un guanto che ha perso lei, se lo porta a casa e gli dà vita: si rende conto del desiderio; lo vede gigantesco sulla parete della sua stanza; lo salva da un naufragio; ne immagina il trionfo; si fa divorare dall'ansia; lo guarda in riposo; gli viene rapito; si placa nella visione di Amore con le ali di insetto fra le rose, che lo veglia. 

Tutti quelli con le mani nude li lascio al loro destino, al rischio di suina e a quello di un contatto diretto con il mondo.

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197. Sante parole, 5

Man Ray, French Ballet (Ballet français), 1956/1971

Jasper Johns, Fool's House, 1962

Detesto l'insipienza, ma anche i doppi sensi e ogni tipo di volgarità.
Sto attenta a tutto, dico non solo a tutto quello che mangio ma anche (e, forse) soprattutto a quello che leggo e che ascolto.
Una delle scene di film che più amo è quella di Morte di un matematico napoletano in cui il Professor Caccioppoli interrompe un esame, getta lontano da sé il libretto dello studente che siede davanti a lui e ringhia: 'Se ne vada, non mi contamini con la sua ignoranza'. Più di una volta ho piantato qualche collega spiritoso in uno dei maestosi corridoi marmorei dell'Accademia non senza averlo prima guardato come si guarda solo la feccia più triviale comparsa sulla faccia della terra.

Ho pertanto esitato una settimana prima di scrivere questa puntata di Opera Soap nella quale avevo voglia di riferirvi della scritta che ho visto su una mini t-shirt, sapete quei gadget che si attaccano con la ventosa all'interno della macchina e che la dicono lunga su chi la guida.
Poi ho deciso di riferire, sperando che nessuno abbia voglia di gettare il pc lontano da sé. Non me lo perdonerei mai.

Dunque, rientravo e stavo sulla strada (100 metri) che dal mio garage porta al giardino del mio palazzo. Camminavo, come faccio spesso, in mezzo alla strada; lo faccio perché mi piace stare al centro delle cose e poi perché le strade sono meno sporche dei marciapiedi, visto che i cani non ce li fanno sostare per via del pericolo di vederli investiti proprio quando vorrebbero stare più tranquilli.

Il mio itinerario mi ha dato così la possibilità di vedere proprio bene la t-shirt di cui vi dicevo, attaccata al vetro posteriore sinistro di una di quelle che una volta erano definite utilitarie.
Su di essa una stampa eloquente, inoppugnabile, sintetica (considero la capacità di sintesi un dono del cielo), trendy in quanto ecologica, carica di un innegabile senso logico e di un'etica che non faceva una piega, diceva:
'Vuoi un mondo più pulito? Scopa'.

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198. Be There (Stacci)

Studente del programma Be there bonus scheme

Salvadanaio (a Roma: Dindarolo)

Insegnante elegante, allievi attenti (bei tempi)

Era l'uovo di Colombo, bastava solo pensarci.
Come si fa a lottare contro l'assenteismo degli studenti, che si scocciano a andare a lezione, non ci vanno, ci vanno a turno in modo tale che si veda di meno, che sull'agenda fanno quello che faceva uno dei miei primi colleghi, elegantissimo architetto sempre con i pennarelli in mano che gli servivano soprattutto per disegnare ponti, quelli del calendario, da lui messi tutti in evidenza e in relazione in modo tale da capire con un solo colpo d'occhio le infinite possibilità di collegamento fra l'uno e l'altro?
Come si fa a controllare quella sindrome strana che la studentessa Mafalda dell'Accademia definì 'del primo giorno', ma non di primo giorno d'amore si trattava, caldo e palpitante, bensì del primo giorno di scuola, sgangherato, nebuloso, incerto, sindrome i cui sintomi si esprimono nella presenza di 100 ragazzi all'inizio, che diventano 30 poco dopo, senza essere, però (e qui sta il nodo) mai gli stessi?
Semplice, come bere un bicchier d'acqua (o far stare in piedi un uovo): diamo loro dei soldi.
Ci sono arrivati, pragmatici come sempre, gli Inglesi, che hanno messo a punto un programma che si chiama Be there bonus scheme, che permette a un allievo di guadagnare da 15 a 100 euro a settimana solo rispondendo 'Presente!' all'estrazione a sorte del suo nome (ma anche di ottenere buoni sconto per i negozi del college).
Tale strategia avrebbe fatto scendere l'assenteismo dal 4 all'1% in cinque anni.

Mi racconta tutto questo la rivista 'Philosophie Magazine', cui sono abbonata.
(Essa è arrivata anche questa volta non si sa come nella mia posta. Non si sa come perché non aveva né busta né indirizzo, per cui dovrei ringraziare il condomino nella cassetta del quale la postina scalcinata l'ha certamente inserita per errore, dando a un altro la possibilità di scartarla, una specie di ius primae noctis di cui sono gelosissima, e di buttare lì pure una sbirciatina fra le pagine, restituendola dopo l'uso improprio al legittimo destinatario, io, casomai pure con una settimanella di ritardo. Ed è andata bene, perché il numero di settembre non è arrivato per niente e quando ho telefonato in Francia per sapere se era uscito, ci si sono fatti sopra pure una risata, aggiungendo subito dopo che me lo avevano spedito alla fine di agosto e che ci avrebbero riprovato senza ulteriori spese da parte mia, tanto si sa come vanno le cose in Italia).

Ma, passons.

Il saggio è tradotto, visto che è a firma di Marcel Hénaff, Professore a San Diego, California.
Attacca dicendo che sapere e denaro hanno sempre avuto relazioni difficili. Per Aristotele, non avevano niente in comune. Come retribuire ciò che non ha prezzo? Socrate, ce lo riferisce Platone, si rifiuta di essere pagato per gli insegnamenti che dispensa senza contare. La musica cambia con i Sofisti, che si rivolgevano solo a coloro che erano in grado di sborsare cifre spesso alte per ricevere i loro ammaestramenti. I loro clienti erano giovani uomini di famiglie di nuovi ricchi, avidi di accedere a saperi ed arti della parola che erano appannaggio delle famiglie aristocratiche. Tutta la storia dell'educazione può essere letta come una potente aspirazione ad accedere a quel bene senza prezzo che è il sapere, visto come un privilegio che doveva potersi estendere a tutti. Una democratizzazione che dai Lumi alle riforme del XIX secolo aveva profumo di emancipazione e di trasformazione sociale attraverso la formazione scolastica. 
(Sarete d'accordo con me che le cose sono un po' cambiate).

Ed ora si parla di retribuire gli studenti. Non di dar loro individualmente il denaro, almeno questo, ma di farlo pervenire grazie all'assiduità giovanile a un progetto di gruppo positivo e stimolante.
Il Professore si inquieta. Che direbbe Socrate? Probabile che pure i Sofisti entrerebbero in uno stato di panico, per quanto abituati a gente disposta a rovinarsi pur di accedere alle loro lezioni. Da quando in qua si paga un ragazzo per fare il suo dovere? Come si può pensare di retribuire qualcuno che già riceve un dono generoso, quello dell'istruzione (almeno nel caso della scuola pubblica)?
Vergognosa capitolazione degli adulti, loro masochismo.
Personalmente, già mi irrita parecchio il ruolo di animatore che, per forza di cose, un professore è obbligato ad assumere: spupazzare i più giovani, che, come sempre dicono i genitori, vanno interessati. Evidentemente da soli non ce la fanno ad appassionarsi a Leopardi o a Michelangelo, la loro grandezza è diventata indigeribile e intransitiva, uno glieli deve omogeneizzare e casomai mettere pure in bocca col cucchiaio, facendo, perché no, l'aeroplanino.
Trastullare la classe, sapere i trucchi pedagogici, laddove, ci metterei la mano sul fuoco, nemmeno uno dei docenti che mi hanno innamorata dall'asilo al Perfezionamento si è mai occupato di teorie educative: semplicemente, erano persone magnetiche, che mi tenevano attaccata alle parole in cui mi avvolgevano, come se fossero stati loro calamita e io metallo. 

Ma perché si assentano, i nostri studenti? (E pure quelli degli altri, a quanto pare).
Nell'ordine: perdita di autorità e di autorevolezza della scuola, che non ha più credito alcuno, soprattutto presso le famiglie; il sapere appare senza rapporto con la vita e l'esperienza; il 'maître du savoir' è in concorrenza con 'i nuovi media e i nuovi mediatori', cioè giornalisti e animatori (che vi dicevo?).

Il malessere è globale; la crisi, sociale.
Il denaro è quell'equivalente generale che permette di scambiare prodotti e servizi ma anche di assorbire i debiti, sostituire le sanzioni, cancellare l'errore, è un 'joker universel passepartout' che districa l'inestricabile, agisce solo sugli effetti eludendo le cause, è un calmante, un antinfiammatorio che guarisce ogni sorta di febbre e di ferita.
Questa, poi, è bellissima: se la religione è l'oppio dei popoli, il denaro è il cortisone del tessuto sociale.
Educhiamo, allora, gli studenti al business e agli investimenti
Entrare in aula all'Académie de Créteil, Val-de-Marne, Francia, struttura pilota del programma, dal 5 ottobre scorso fa guadagnare minimo 2.000 euro a classe, aumentabili a 10.000 se la soglia di assiduità è rispettata.

Si continua a dimenticare una cosa importante: che la terra ha sempre bisogno di buone braccia e coltivare le patate non va a disdoro della gioventù più bella. Ci sono poi, sempre, i gabinetti dei treni da nettare e parrucchieri mediamente ansiosi di trovare uno shampista, per non parlare della crisi delle lavanderie artigianali di cui non riesco a capacitarmi e che mi obbliga all'attraversamento della città per la manutenzione del guardaroba; latitano le panetterie, l'idraulico non ha nessuno che gli porti la borsa, l'elettricista ti mette in lista di attesa, le case e le scale condominiali sono vittime designate dell'aggressione della polvere e della sporcizia. 

Insomma, non si può fare.

In caso di esubero di denaro, dai 2.000 ai 10.000 euro nei casi assidui, la soluzione è semplice, come bere un bicchier d'acqua (o far stare un uovo in piedi): diamoli ai professori.
Potrebbero diventare ancora più magnetici, interessare di più gli ragazzi, battere sul loro medesimo campo giornalisti e animatori, per non parlare dell'autorevolezza, quella antinfiammatoria e cortisonica, che acquisirebbero, come per miracolo, presso i genitori e presso la famiglia tutta, compresi i figli studenti.

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199. Le figurine di Opera Soap, 3 (Donna che fa la sua toletta di Jan Steen)

Jan Steen, , 1659-60

L'âge d'or hollandais, De Rembrandt à Vermeer, Pinacotèque de Paris, fino al 7 febbraio 2010

Lisbeth Salander (Noomi Rapace) in Uomini che odiano le donne, Niels Arden Oplev, 2009

Ma dove avevo la testa? E gli occhi? Insomma, testa + occhi, dove avevo il cervello?
Conosco da un pezzo l'opera di Jan Steen della quale parliamo oggi, l'ho anche vista parecchie volte dal vivo, mi è sempre piaciuta, anche perché è irresistibile, con lei seduta sul letto e il cagnolino (sempre il medesimo, deve essere stato il cane del pittore) acciambellato sul cuscino al caldo.
(Promiscuità con il proprio animale che mi sembra logica e che suscita in me tenerezza).

Ciò che non avevo mai notato era il segno delle calze che lei ha sulle gambe, un dettaglio che ora mi sembra quasi inciso nella carne. E che è quello che dà il senso all'opera.
Ma procediamo con ordine.
Vi ho appena parlato dell'ultimo numero di 'Philosophie Magazine' e delle riflessioni sulla proposta di dare denaro agli studenti per incentivarli a frequentare le lezioni. Vedi puntata precedente.
Nella ricchezza del numero, sono andata subito dopo a leggere Plaisirs minuscules, dove il filosofo Tzvetan Todorov ci dice che Spinoza e Vermeer sono nati nel medesimo 1632. Il primo diventa artigiano lucidando vetri ottici; il secondo 'rappresenta interni calmi e misteriosi'. Complimenti per la sintesi, Vermeer lì dentro ci sta tutto, si rivela senza perdere nemmeno un'ombra del suo mistero.
Todorov è andato alla Pinacothèque de Paris di Place de la Madeleine e ha guardato i dipinti olandesi esposti in una mostra definita 'avvenimento'. A 4 di essi ha dedicato delle schede classificate sotto i paragrafi Prendere cura; Confidarsi; Applicarsi; Svestirsi. Gli artisti di cui si occupa sono Peter de Hooch, Johannes Vermeer, Quiringh van Brekelenkam e Jan Steen, l'autore della nostra figurina di oggi.  

Abbiamo detto: procediamo con ordine. Allora, e lo chiedo alle signore, voi in che ordine vi svestite? Vogliamo disturbare Dita Von Teese oppure arriviamo da sole a dire che è ben strano sfilarsi le calze avendo ancora addosso la giacca e in testa la cuffia, per non dire dell'abito, appena sollevato?
Proprio l'incongruenza della successione deve avermi occultato il segno sulle gambe della modella, anche se l'idea che lei si stesse vestendo sembra ugualmente stramba.
A meno che non si proceda come devo aver fatto io, considerando cioè il cane come un indizio. Sto seguendo le tracce del mio più recente idolo, l'investigatrice punkette destroy Lisbeth Salander dei romanzi di Stieg Larsen passata dritta dritta al cinema e meravigliosamente incarnata da Noomi Rapace (quando si dice la calzata di un nome d'arte).
Lisbeth avrebbe fatto 2 + 2 e pensato che se il cane stava nel letto, era perché la donna lo aveva abbandonato da poco, lasciandolo caldo.

Vai a capire.

Todorov taglia corto e decide che lei le calze se le sta togliendo.
Nel grande movimento di secolarizzazione e di democratizzazione del XVII secolo, la pittura olandese gioca la sua parte: exit santi ed eroi, via libera a madri, bambini e servette, con le donne che dominano su tutto perché 'abitano e organizzano il quotidiano', laddove gli uomini non hanno mutato il loro sogno di successo e rimangono impegnati nei pubblici affari.  
Il reale è preferito all'ideale, con Hegel che trova in questa pittura 'la sete del presente' che fa scoprire 'una fonte di piacere in ciò che è, nella finitezza dell'uomo, ...finito e particolare'. L'arte nobilita le cose volgari e basse e trionfa sul lato caduco della vita e della natura. Scoperta da parte dei pittori della bellezza che c'è dappertutto.

Steen, noto per il significato morale sempre presente nei suoi lavori (mostra ciò che non si deve fare e spesso illustra proverbi), qui non viene meno alle sue abitudini: lei è una donna di 'petite vertu'. Si sfila le calze (ci siamo), un accessorio che all'epoca si riferiva per continguità al sesso femminile e, per estensione, alle professioniste del sesso.
Il vaso da notte mezzo pieno risveglia associazioni erotiche e perfino l'innocuo cagnetto cambia di segno, essendo queste bestie considerate insaziabili.

Chi l'avrebbe detto. Dietro la bellezza fugace di un gesto privato, tutto un mondo.

 

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200. La scoperta dell'acqua calda

Idraulico (il mio non ha i baffi)

Grafico di confronto consumi scaldacqua (da non guardare se se ne possiede, come me, uno elettrico)

Ma chi ha detto che la lingua italiana sta morendo, massacrata dai messaggini e dall'ignoranza, messa alla porta dall'incapacità di uso del congiuntivo, da infimi modi di dire che si diffondono con la velocità di un fulmine, immemore dei suoi trascorsi e votata a un destino afasico?

Sentite questa.

Si rompe il termostato dello scaldabagno. 
Per l'emergenza, telefono all'idraulico. Si chiama Giorgio e dice cose che nessun uomo ha mai detto al mio indirizzo. Tipo: tu non ti devi preoccupare di niente perché qui c'è Giorgio tuo che pensa a tutto.
Arriva con la rapidità di un'ambulanza un po' perché stava nei dintorni, un po' perché il patto fra noi è chiaro: io lo chiamo, lui non discute la chiamata e io non discuto la parcella.
Sfila il pezzo, scuote la testa, gli dico che gli do 12 minuti (quelli che mancano alle ore 13:00, orario di chiusura dei negozi) per recarsi alle forniture idroelettriche e un altro quarto d'ora scarso per tornare alla base. Tengo in ostaggio la sua borsa. Scatta come un centometrista, fischiettando (è un uomo allegro), rientra nei tempi da me previsti, esegue l'operazione, rimette a posto gli attrezzi, mi dice quanto gli devo, saldo e lo accompagno alla porta.
La colf, fortunatamente in servizio e da un pezzo presa da Giorgio, netta con coscienza tutto ciò che lui ha toccato, ripassa la scala che ha usato per arrampicarsi, lucida anche il tubo dell'acqua calda.
Dopo 30 minuti mi accorgo con orrore che il termometro non funziona più, la lancetta è fissa sul blu e non sale, ieri era caduta fino alla fine delle tacche rosse, deve esserle accaduto qualcosa. Richiamo. Lui minimizza, mi dice 'ma che t'importa'. Salto su come una molla, e io come faccio a rendermi conto se posso farmi il bagno? Per non parlare dell'ineleganza di una lancetta morta. Mi dice di aspettare domani.
Non ci penso affatto. Telefono all'assistenza, sapete, uno di quei numeri che cominciano con 199 che costano più dell'idraulico. Mi danno, in automatico, un recapito. Mi risponde una donna. Mi irrito, che capiscono le donne di cose tecniche? Infatti la signorina sostiene che è stata sostituita la resistenza e non il termostato. Che ne sa lei, che manco era presente? Le do istruzioni, intanto, sul modello dello scaldabagno (mi sono arrampicata per leggerlo sul cartellino attaccato alla base) e la prego di dirmi se posso sostituire solo il termometro.
Va ordinato il pezzo. Poi verrà a montarlo un tecnico autorizzato dalla ditta.
Diffido. Mi scoccio. Ci risentiamo.

Faccio una ricerca rapida in internet e trovo un sito in cui l'idraulico risponde alle domande degli internauti.
Incredibilmente egli è meno ignorante nell'uso della lingua italiana di quanto non lo sia un certo numero di persone con le quali interloquisco.
Fa anche i complimenti al tipo che si è messo a estrarre da solo il calcare. Deve essere uno che ha viaggiato, perché sostiene che a Trieste di calcare ce n'è un botto ma che parecchie altre città stanno pure messe peggio. Non so da dove scriva, probabilmente non da Roma perché, se operasse da queste parti, si renderebbe conto che, in confronto alla nostra, l'acqua triestina è dolce come quella di montagna.
Apprendo che c'è tutto un popolo di volenterosi che, pur di non sborsare soldi per l'idraulico, lo fa da solo: smonta, stacca, ispeziona, controlla, poi, siccome non ha la benché minima esperienza, è costretto a chiedere il responso dell'oracolo on line. Se quest'ultimo non si dà una mossa, tutta la famiglia prende docce fredde per un mese e mezzo.
C'è anche uno che, per ovviare alle ormai scarse capacità di riscaldamento del suo elettrodomestico, vecchio di 20 anni, gli ha avvolto intorno un tessuto termico, sapete quelle cose argentate nelle quali si trasportano i bastoncini di pesce, nel loro caso per tenerli al freddo. Sconcertata, vado a rimirare il mio bagno, curato in ogni dettaglio, nemmeno un flacone di rimmel cromaticamente stonato ci entra dentro.
Ma come si può vivere in una casa in cui c'è un maxi surgelato appeso sulla vasca e avvolto fisso nel panno?

Mi scoccio pure di internet e vado a recuperare il libretto con le istruzioni di uso dell'aggeggio.
In esso scopro che di rotto aveva davvero il termostato, c'è la fotina e la ragazza dell'assistenza precipita nella mia considerazione come una lancetta (rotta).

Per un lungo attimo dimentico tutta la tematica ed accade quando mi metto a leggere un foglietto ben coltivato che reca questo titolo in neretto: PER LE INSTALLAZIONI IN ITALIA.
Deliziata, blandita, sfinita davanti a tanta sapienza, leggo a proposito di un obbligo derivante da una circolare del Ministero delle attività produttive (!):
Tale gruppo di sicurezza idraulica deve comprendere almeno:
Un rubinetto di intercettazione
Una valvola di ritegno
Un dispositivo di controllo della valvola di ritegno
Una valvola di sicurezza
Un dispositivo di interruzione di carico idraulico
I suddetti accessori sono necessari ai fini dell'esercizio in sicurezza degli scaldacqua medesimi 

Rendiamoci conto: intercettazione; ritegno; dispositivo di controllo; interruzione del carico; ai fini dell'esercizio.
Manco sul sito dell'Accademia della Crusca.

(Volete sapere come è finita la faccenda del termometro? Mi sono arrampicata bene in alto e gli ho mollato un cazzottone. Funziona di nuovo. Come diceva quella saggia donna di mia madre, con le buone maniere si ottiene tutto. L'idraulico, messo al corrente del fatto, ha commentato: 'E io, che t'avevo detto?').

Nel link: Empty Words di Guido Zaccagnini (qui straniato e raffinatissimo) del 19 ottobre 2009 con, alla fine, Giorgio
http://www.radio.rai.it/player/player.cfm?Q_CANALE=http://www.radio.rai.it/radio3/radio3_suite/archivio_2009/audio/nonsense2009_10_19.ram

 

 

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