Opera Soap

 
stampa

201. Cose che valgono la pena, 1: avi

Christine Brusson en chantier

Avi. Foto poche ma buone

Macchina per fare lo jacquard

'Mia nonna era una donna dura dal viso chiuso. Aveva conosciuto la povertà, interrotto la scuola a otto anni per occuparsi dei fratelli e delle sorelle. Molto giovane, era diventata sarta.
Sposò mio nonno che era piuttosto un sognatore, una specie di Maurice Chevalier, un millantatore e bon vivant...sempre allegro, cantava senza sosta, ammirava Victor Hugo e andava pazzo per l'operetta. Era un operaio che amava la vita, gli amici e i libri. Diventò capomastro e fece delle trasferte attraverso la Francia e in Algeria per costruire delle fabbriche di gas in mattoni...
Lei doveva trovare in ogni città in cui andavano un alloggio che fosse meno costoso dell'albergo e evitasse così i costi del ristorante.
Lei aveva il genio dell'installazione. Del più misero garage, quando trovava solo quello da affittare, lei faceva un albergo di lusso. Me l'ha detto mia madre. In qualche ora, il gioco era fatto. Lei aveva un senso innato della casa, della sistemazione e dell'ordine domestico.
Lei era stata campionessa di corsa nel suo quartiere. Non aveva mai aperto un libro. Leggeva solo lavori di uncinetto, di cucito, comprò la prima macchina per fare la maglia. Era l'asso dello jacquard, dei motivi improbabili. Confezionava in due giorni pullover inauditi dei quali i nostri amici si chiedevano dove li avevamo trovati.
Mio nonno, la sera, a letto, le leggeva Victor Hugo. Per preoccupazione di pulizia, gli aveva confezionato una cuffia che lui doveva mettersi andando a letto per non ingrassare il muro quando, seduto, appoggiava il cranio al di sopra del cuscino e con la sua voce più bella leggeva per lei la prosa del grand'uomo.
Lei era orgogliosa, molto orgogliosa. Non avrebbe mai domandato aiuto a nessuno, non contando che sulle sue forze. E quando non ebbe più niente da mangiare, durante l'occupazione, portò le sue due figlie alla Senna per annegare insieme. Fortunatamente sua nonna la inseguì per prestarle del denaro...
Maniaca. Intransigente. Ma pratica. Quando dovette abbandonare la sua casa, durante l'esodo, per l'unica volta della sua vita, lasciò tutto lì: i piatti sporchi, le stovoglie sulla tavola. Disse che non ne valeva la pena, se la casa fosse stata bombardata.
Ho impiegato molto tempo a accettare l'eredità del suo senso pratico. Respingevo in me questa figura orgogliosa, un po' sgraziata, quasi illetterata...'

Da Christine Brusson, La maison en chantier, Éditions des Équateurs, 2009. Un libro singolare e strano che sto leggendo in questi giorni nel quale sono legate due attività, scrivere e 'chantiers' (fare cantiere, capite da soli che cosa significa, ha a che fare con il mettere su casa), che restituiscono un'unità perduta all''essere umano. Ne suggerisco la frequentazione a tutti coloro che, come me, hanno colpevolmente in orrore la polvere e il disordine generati da qualunque spostamento, quotidiano o violento, che riguarda la propria abitazione. Invece fanno bene, danno profondità e senso a ogni atto, fammo guardare con simpatia coltivata gli annunci immobiliari, le nostre quattro mura, il lavoro che gli uni e le altre reclamano a gran voce.

inizio
stampa

202. Avanti c'è posto

Avanti ultima, Durex

Condom Country Christmas Sampler

Santa Claus 2009

Diciamocelo. Già i preservativi sono poco glam, fanno subito caporale in libera uscita e bordello. Su quest'ultimo niente da eccepire, lo frequentava anche il tormentato protagonista de Il giardino dei Finzi Contini, dividendosi così fra le ritrose grazie di Micol e quelle di signorine di un po' più facili costumi.
Ma potrebbero almeno dare prova di un po' di stile nella scelta dei nomi e risparmiarci certe spiritosaggini.
Il marchio Durex, www.durex.com, sul mercato da 75 anni, ha nel suo catalogo il modello Italian Supporter, 'il profilattico creato... per farti sentire un vero tifoso in ogni situazione...azzurro, simpatico e divertente per creare coinvolgimento e feeling nei momenti più caldi della partita'. Personalmente, già tifo poco Italia e sono considerata durante Europei e Mondiali un traditore della patria; così, poi, me ne passa completamente la voglia. Non solo di tifare, aggiungo.
Il modello Defensor sembra far parte della medesima squadra, anche se viene definito buono per 'una maggiore rassicurazione', una via di mezzo fra un conforto di tipo morale e altro.
Il Tropical è 'colorato ed aromatizzato ai gusti banana, fragola, arancia, kiwi per aggiungere un tocco di divertimento al rapporto'.
Vorrei che qualcuno di buona volontà mi spiegasse che cosa si intende, in queste accezioni, per 'divertimento' e se nel concetto espresso rientra anche una sfumatura di ridicolo. 
Il Performa ha dentro un anestetico e suscita in me un certo disagio alla sola lettura della composizione (trattasi di crema ritardante al 5% di benzocaina).

Ma quello che mi disorienta più di tutti è il profilattico che si chiama Avanti ultima. Avanti, in che senso? Un francesismo con significato cronologico? Una postazione? Un termine mutuato dalla nautica tutta? E ultima, chi e come? Una donna, una sessione amorosa, una partita di campionato, una cena?

Fatemi un regalo in questa vigilia 2009: illuminatemi, allontanate da me il sottile senso di repulsione che mi avvolge alla sola vista del dispenser in farmacia, spiegatemi se avanti c'è posto pure per qualcosa che non sia quest'ultima spiaggia dell'intelligenza.
Fatevi un regalo, visto che è tempo di doni.
Guardate la concorrenza, per esempio lo svizzero The Hot Rubber www.hot-rubber.com, così diffuso in tutto il nord Europa, dove non c'è bisogno di occultare la passione dietro una squadra di calcio: easy quanto basta per non volerlo nascondere più di tanto, sobrio quanto è possibile, pur sfruttando, negli ultimi modelli, i cinque elementi cinesi (acqua, fuoco, legno, terra e metallo), giocoso nei limiti del sopportabile.
Oppure visitate l'americano www.condom.com, pieno di trovate, incline (anche) al gadget tanto da soddisfare qualunque vostro penchant per tali dispositivi di intrattenimento (vi metto in foto il Condom Country Christmas Sampler, completo di Kama Sutra Milk Chocolate Body Paint, nel caso voleste esprimere sul corpo dell'amata il vostro punto di vista artistico), comunque asciutto nella grafica, che si richiama, come spesso accade, all'universo dei segni che prende forma nella pittura USA degli anni '30.

Nell'Italia azzurra malata di calcio e di cinepanettone (in mancanza di cinema vero. Guardate le concorrenza, per esempio Un conte de Noël di Arnaud Desplechin, d'accordo, vecchio di un anno ma degno di essere citato in eterno), nella città dai marciapiedi impraticabili per distrazione dei cani e dei loro proprietari, in uno sfavillio di luci e lucette una più brutta dell'altra, fra Santa Claus in abito rosso d'ordinanza che ancora, al decimo anno e passa di servizio, continuano ad arrampicarsi sui balconi, vi auguro, comunque, Buon Natale.   


Nel video, il trailer di Un conte de Noël con 'une brochette' di attori in stato di autentica grazia
(Se non avete mai sentito la vera voce di Catherine Deneuve, considerate questa occasione il più importante regalo di Natale)

inizio
stampa

203. Celebrating Individuality

Peter Handke, La paura del portiere davanti al calcio di rigore, 1970

E' quasi fatta: domani è l'ultimo giorno dell'anno.
Vi immagino alle prese con le faccende domestiche, come fanno in Giappone, perché tutto inizi pulito.
Io ho portato a lavare la macchina dopo essere stata al supermercato e aver fatto il pieno di vino di Borgogna.
Ho preso anche foie gras e magret de canard perché i pasti che piacciono a me sono minimali e lussuosi. Anche se la cena di ieri, in provincia, con un gruppo chiassoso di amici, dopo una mia conferenza, con portate infinite e robuste e vino corposo non mi è dispiaciuta per niente.
Rientrando con il treno notturno, ho fatto il viaggio con un giovane portiere in carriera, con il quale ho giocato tirandogli da un sedile all'altro un melograno portafortuna che mi avevano regalato. L'ha parato sempre. Gli ho detto di vedersi il film di Wim Wenders La paura del portiere davanti al calcio di rigore, se non addirittura di leggersi il romanzo di Peter Handke; mi ha raccontato che è vero che i 7 metri di porta a lui sembrano giganteschi e all'attaccante troppo stretti. In un punto indefinito della notte, il calcio, che io capisco poco, e il cinema, che lui frequenta in altre salse, si sono incontrati come per magia sulla linea del regionale Napoli-Roma. 

Il numero di gennaio della mia rivista di decorazione preferita è uscito con un motto che ho utilizzato come titolo per questa puntata della nostra operina. Senza girare intorno all'argomento, andando perfettamente in rete, hanno detto quello che pensano del mood che sta nell'aria.

Dopo avervi raccomandato di buttare al secchio tutto il superfluo e tutto ciò che non amate, senza pietà alcuna per barattoli di creme non utilizzati, abiti non indossati da almeno due anni (una regola d'oro che esclude soltanto l'abbigliamento da sera), scarpe che non vi piacciono, borse che poco vi convincono, golf di un colore che non vi dona, libri che non avete terminato di leggere e, facendovi coraggio perché, come si sa, la coda è sempre la più dura da scorticare, anche amicizie scadenti e pure amori andati a male, vi faccio omaggio di una citazione che può servirvi per partire con il piede giusto:

'Non devo temere di far vedere la mia singolarità e di ostentare le mie bizzarrie...Un uomo deve avere il coraggio di mostrarsi e di sopportarsi quale è'
(Robert Walser, Vita di poeta. Citato da Christine Brusson, La maison en chantier, Éditions des Équateurs, 2009).

Vi auguro un buon Anno Nuovo 2010.

inizio
stampa

204. L'articolo di fondo

Venere Callipigia, marmo di età adrianea, Napoli, Museo

Diego Velázquez, La toletta di Venere, 1648-51

Man Ray, La Prière, 1930

'Si metta di fianco'.
Sull'autobus che, qualche tempo fa, percorreva il Rettifilo di Napoli, carico come uno di quei camion destinati al trasporto misto di umani e derrate che vedo nei film ambientati in India o in Marocco (con la differenza che il sudiciume nei film non emana odore), una signorina mi dava questo consiglio. Lo faceva perché aveva visto la mia espressione sconcertata davanti all'evidenza di essere tastata da un estraneo. Con la pazienza della mala femmina che da quarant'anni fa i viali davanti all'ingenuità della novizia, mi spiegò che tutti i giorni, su quella linea, officiava il palpeggiatore. Non c'era da prendersela più di tanto, bastava mettersi come una pittura murale egizia, vale a dire di profilo, e quello passava alla prossima vittima. Il tono della conversazione mi diceva anche di non farla troppo lunga, tanto dopo poco si scendeva.

Se anche a voi, come a me, spunta un sorriso nel leggere che a Tokyo alcuni vagoni della metropolitana sono riservati alle donne perché la presenza di molestatori è infestante, sappiate che non c'è bisogno di farsi venire un fuso di 8 ore per esserne messi, personalmente, al corrente. Basta dover andare alla Stazione di Napoli Centrale passando da Corso Umberto I e il gioco è fatto.
Ciò mi riportò alla mente una mia collega dei primi anni di Accademia, di formazione sedicente americana. Eccentrica, se non completamente matta, e non solo per quello che vi sto raccontando, la signora sosteneva che, dato il prezzo miserabile del biglietto, la corsa sul mezzo pubblico poteva lecitamente implicare anche il toccamento.
 
Giorni fa ero dal mio parrucchiere ad acconciarmi per le feste.
Voi dovete sapere che mai e poi mai, manco morta, io allungo una mano verso la pila delle riviste a disposizione dei clienti. Mi rifiuto di farmi contaminare dall'idiozia, credo nella necessità di controllo di ogni cosa scritta che uno legge, già le tesi dei miei studenti mettono a dura prova la mia cieca fiducia nella lingua italiana, certe volte la loro sintassi, per non parlare della grammatica e dell'ortografia (e taccio del tutto la punteggiatura) fanno spuntare in me dei dubbi, come accade al marziano nel quale si insinua il sospetto che il suo non sia l'unico dei mondi possibili.
Quello che riescono a fare i ragazzi con le parole è degno della migliore prosa dadaista.
Io dal parrucchiere mi porto da leggere cose mie, riviste arretrate, anche, se capita, futili, articoli ritagliati, guide turistiche, certe volte il romanzo in corso.
Mi metto lì zitta e buona e mi faccio tutte le attese per i fatti miei e con i miei fatti.
Ma l'altro giorno non ero in forma, avevo voglia solo di guardare le figure, di girare le pagine senza tenere conto di niente e quello che avevo in borsa non mi andava.
La mano l'ho allungata, dunque, anch'io.
Facendo un'eccezione, sia ben chiaro. Si sarebbe trattato di un'esperienza antropologica limitata e circoscritta (nel tempo e nello spazio). 
Non vedo la televisione da un paio di decenni (tranne le cose che vi ho già detto: il crollo delle torri e i Mondiali e gli Europei di calcio), per cui, fra l'altro, ignoro del tutto chi la fa. Non conosco nemmeno una faccia, qualche nome mi arriva come da un pianeta lontano, la mia ignoranza delle cose dell'ambiente è totale e, davanti alle riviste che se ne occupano, sconfortante.

La prima cosa che ho notato nello scorrere un numero definito 'da collezione' in quanto l'ultimo dell'anno, cioè una summa di tutto ciò che di rilevante era accaduto di mese in mese, è stata che tutti intrattengono relazioni carnali con tutti.
In questo senso: la starlette che a gennaio stava con il calciatore la ritroviamo a maggio con il fotografo degli scandali. Il marito farlocco della milionaria americana a febbraio la tradisce con una tipa da balera e ad aprile ritorna al fianco della legittima consorte. Fino a che non incontra la starlette di cui vi ho detto e costringe la signora a chiedere il divorzio. Lei poi si consola, a suo piacimento, con il calciatore, prima di iniziare a frequentare il fotografo. Una sarabanda infernale, una di quelle cose per le quali si dovrebbero prendere appunti. (Lo feci una volta leggendo l'autobiografia di Ingmar Bergman per capire l'esatto numero delle mogli e delle amanti, che mi sfuggiva per via del ritmo della sua narrazione che, come un'ondata di pensieri, andava, veniva e mescolava volti e avvenimenti).   
Ma. Fin qui niente di nuovo sotto il sole.
Pensavo al Girotondo di Schnitzler, dove le medesime cose accadono tali e quali.
A dirla tutta, ciò che cambia è la parte che chiamerei estetica o di gusto.
Mentre il testo dello scrittore austriaco mette in evidenza la condanna di ogni essere umano a ridurre ogni relazione all'approccio sessuale e restituisce il senso dell'inutilità dell'esistenza proprio attraverso la reiterazione ossessiva dei comportamenti, ma lo fa riparandosi sotto l'ombrello della letteratura, il numero da collezione della rivista del mio parrucchiere inanellava uno dopo l'altro approcci, accoppiamenti, vacanze in posti esotici dei protagonisti dei vari servizi, uscite serali, cene in locali di grido, partecipazioni televisive, incontri, ciascuno dei quali aveva incollate addosso le stimmate di una volgarità che non mollava la presa manco quando questa gente era ritratta mentre faceva cose tranquille, comprava un regalino in gioielleria, spingeva la carrozzina dell'infante.

Il mese di agosto ha rischiato, lì per lì, di farmi prendere un colpo.
Voi dovete sapere che nella mia concezione delle discoteche, formatasi attraverso letture e racconti di chi le frequenta, la cocaina cade a valanga e le pasticche formano collinette che sono delle mezze montagne. Gli alcolici sono tutti corretti, la musica è da sballo, i comportamenti individuali superano i limiti della decenza e talvolta pure quelli della legge.
Vi lascio immaginare il mio sconcerto davanti a una serata di gala organizzata in un famoso locale in Sardegna nel corso della quale una giuria era stata chiamata a stabilire quale donna avesse il sedere più bello. 
E i giurati ci avevano dato giù con entusiasmo.
Probabile che quelli che si sono riuniti di recente (mese di novembre) al Teatro La Fenice per assegnare il Premio Venezia in uno dei concorsi pianistici più prestigiosi del mondo, decidendo all'unanimità di indicare il 17enne Antonio Di Dedda, al quale facciamo tutti gli auguri perché abbia la fama e il successo che merita, si siano scocciati a più riprese durante i lunghi giorni di selezioni e di ascolto. Per carità, è una mia illazione e ciò perché immagino che i concorsi siamo un po' come gli esami o le tesi di laurea, una calma piatta del cervello che una volta su cento, e all'improvviso, si accende di fronte a un candidato finalmente dotato di talento.
I giurati della Sardegna non avevano affatto l'aria scocciata, anzi. Erano vivaci, direi pure vitalissimi, ridevano, si muovevano da una fotografia all'altra, perfettamente calati nel ruolo e nella parte, costituivano un esempio cristallino di dedizione alla causa.
La cosa è che, giustamente, così come accade in una degustazione di vini australiani o al concorso per la zuppa più equilibrata nei sapori e nell'aspetto che assume passando dalla pentola al piatto, questo nutrito gruppetto di uomini di tutte le fogge e tutte le età era incaricato di assaggiare.
E assaggiava con partecipazione e, sembrava, competenza.
Assaggiava accarezzando, palpeggiando, pizzicando, uno dopo l'altro ciascun giurato giudicava in prima persona e dal suo inoppugnabile punto di vista il sedere di ogni candidata.
Le signorine, piegate in due, riprese di spalle e con le sottane al vento, erano la prova vivente del paradosso individuato da un francese: 'Le cul s'observe aux dépens de son propriétaire'.

Come è vero che il peccato sta negli occhi di chi guarda.
Io, che ero convinta che nelle discoteche fosse annidato in ogni anfratto il male, ecco che dovevo ammettere che il divertimento notturno della Costa Smeralda era, tutto sommato, una cosa innocente, un po' da sagra paesana oppure, se preferite, da autobus metropolitano lanciato a 20 km/h sul Rettifilo in un giorno feriale. 

Nulla da eccepire sul conto delle candidate e su quello dei giurati della prossima edizione, che auspico si tenga. Piuttosto un consiglio, suggerito dalla disperante lontananza del mese di agosto in termini di tempo e pure di calendario, che credo getti nello sconforto di un'ansia di attesa che sembra interminabile le une e gli altri: voi, ragazze, tenete duro e voi, uomini, preparatevi a saggiare la consistenza del proposito delle nostre belle. 

   

inizio
stampa

205. Chi bella vuol comparire

Claude Lévêque, VALSTAR Barbie, 2004

Sylvie Fleury, Strange Fire, 2005 (video)

Scarpe Alexander McQueen 2009. Sembra che le modelle si siano rifiutate di indossarle. Se avessero potuto leggere in tempo questa puntata di Opera Soap, si sarebbero comportate diversamente.

Il sindacato inglese Trades Union Congress ha annunciato di volerla fare finita con i tacchi alti al lavoro, che favorirebbero il sessismo (leggi: gli uomini che guardano le donne) e sfavorirebbero la salute pubblica. Nelle società britanniche ammessi solo i tacchi da cm 2,5 per chi lavora in piedi e da cm 4,00 per chi sta dietro una scrivania. In parecchi lavori indossare i tacchi alti è contrattuale.

Al momento della pensione il dolore ai piedi riguarda il 64% delle donne che hanno indossato tacchi alti contro l'8% che concerne, invece, coloro che li hanno evitati. 

Come prepararsi a portare i tacchi alti: 1. Allargare le calzature con delle forme perché, anche se il cuoio si distende, è il piede che subisce le costrizioni peggiori. 2. Scaldare la caviglia facendola girare su se stessa. 3. Irrobustire il piede e il polpaccio cercando di raccogliere degli oggetti al suolo con le dita.

Come camminare con i tacchi alti: 1. Mantenere la gamba morbida, altrimenti verranno i crampi. Rilassate le spalle e le ginocchia. 2. Tenersi ben dritte per evitare di pesare sulle lombari o sul collo del piede e evitare anche tutti i dolori e le deformazioni collegati. 3. Bilanciare il bacino in avanti e contrarre gli addominali per evitare i dolori dorsali.

Che cosa fare dopo aver indossato i tacchi alti: 1. Tirare bene i muscoli delle gambe e ammorbidire la caviglia ruotandola più volte su se stessa, prima in un senso, poi nell'altro. 2. Immergere i piedi in un bagno di sali effervescenti e massaggiarli lentamente.

Per apprendere a camminare sui tacchi alti si può acquistare il dvd Legwork.

Per non avere dolore si possono utilizzare dei cuscinetti plantari in silicone. Per evitare vesciche si possono indossare collant oppure calzini.

(Trovato come un segno del destino questo articolo sulla rivista su cui mi ero sistemata per lucidare con crema inglese e spazzole professionali acquistate da un autentico sciuscià napoletano le mie scarpe basse con i lacci).
(Ho in guardaroba solo due paia di scarpe con i tacchi, la cui altezza non rivelerò qui per non incorrere negli sfottò di coloro che hanno golosamente letto quanto sopra scritto e hanno pure preso appunti. Vi basti sapere che, anche se per poco, non sarebbero ammessi dal Trades Union Congress).

 

inizio
stampa

206. Giallo è il sole e la forza mi dà

John Singer Sargent, Madame X, 1884, part.

Arnold Böcklin, Tritone e Nereide, 1873-74

Frans Hals, L'allegro bevitore, 1628-30

Qualche giorno fa, in un mood che più stranito non si poteva, non ero in grado, per motivi miei, di fare quasi niente.

Non leggere, non studiare, ripassare con lo straccio il pavimento della cucina o dell'ingresso, azione che mi dà sempre una sensazione di pace e di nettezza, come se tenessi fra le mani una ciotola tutta liscia.
E' vero che potevo ascoltare la radio, che trovavo, però, mediocrissima; conversare al telefono, cosa che non faccio spesso e guardare lo schermo del mio computer. Fortunatamente.
 
Mi sono messa, allora, a forzare, come faccio spesso, la barra di ricerca.

Inserisco, dunque, parole che movimentano un po' l'ambiente e passo intanto una mezz'ora buona a vedere che cosa fanno i luoghi e le persone che mi interessano.
Poi mi viene in mente di controllare se anche qui da noi esiste un sito di incontri che viene citato continuamente sulle mie riviste francesi. Sì, perché voi dovete sapere che nell'Esagono, sempre avanti a noi e più moderno, la gente, ormai, fa l'amore solo in internet. 
La versione italiana esiste. 
Dunque: mi iscrivo e mi scelgo un alias, come lo chiamano loro. Cioè invento un'altra me stessa, cui do, secondo le mie abitudini, il nome di un fiore.

Compilo il mio profilo. Qui aggiungo, là tolgo, da una parte mitigo, dall'altra radicalizzo, conservo i dati sostanziali (peso, altezza, colori occhi e capelli) perché più neutri non ne esistono, mi sbizzarrisco un po' davanti alle domande che già mi cominciano a sembrare troppo intrusive, tipo 'Quello che preferisci di te'.
Qui si passa dagli occhi alle curve e si precipita fino al fondoschiena. Compare anche la nuca, c'è una frasetta infida che recita così: 'L'aspetto più interessante non è nell'elenco'. Ecco 'il sorriso' ma manca, imperdonabilmente, la 'voce' che, secondo me, è uno dei tratti più emotivamente coinvolgenti in una persona.
In vena di facezie, scrivo che quello che preferisco di me sono 'le orecchie'. Perché, chiederete voi, sono speciali? Manco per niente, oppure, se lo sono, non me ne sono mai accorta. Ho messo 'le orecchie' per dare un tono surreale alla cosa. (Capirà storto tale Quasimodo, che mi contatterà dicendo che adora le orecchie a sventola. Ci rimango male e gli rispondo che non sono a sventola per niente e, non riesco a trattenermi, gli domando se, allora, lui ha la gobba).

Nel livello di studi non trovo il mio, evidentemente superato dalla pletora di titoli farlocchi che usano adesso. 
Non mento sul segno zodiacale perché ci tengo. Sui gusti musicali oscillo fra classica/operistica e rock duro, incurante dell'audacia dell'accostamento. Dico di essere 'poco romantica', di mangiare 'di tutto', che per me il matrimonio è 'non indispensabile', alla riga 'figli' piazzo un bel NO secco, nei miei 'animali da compagnia' non tradisco i miei pesci rossi (per la cronaca: è mancato Manga ed è stato sostituito, se possibile, da FishTail Magic), non rivelo il mio reddito, il mio stile è, ça va sans dire, chic, sulla 'religione' taglio corto. Rifletto un po' di più sulle possibilità che ho di descrivere il mio aspetto fisico nel suo complesso, c'è anche l'opportunità di scegliere 'una vera bomba' e mi rifugio in un 'non spetta a me dirlo'.

Ed ora arriva il bello. Sono chiamata a descrivere l'uomo che cerco. Perché se io sto facendo l'iscrizione, è perché ne cerco uno. Il ragionamento non fa una piega.
Evito di illustrare per filo e per segno il mio maschio preferito al mondo, cioè il Beckham del Real Madrid, con gli orecchini con i brillanti e i ciuccetti, perché in questo contesto risulta poco probabile.
Glisso su quasi tutto, mi sta bene il fumo, lo voglio, però, 'molto romantico' per compensare la mia asciuttezza in tal senso, di sé preferisce 'le mani', il poveretto mangia quello che trova, non ha ancora deciso se vuole dei figli, ha un titolo di studio, almeno questo me lo concedo, compatibile, e poi i suoi hobby poco mi riguardano, soprattutto perché fra gli 'Hobby' compaiono anche il cinema e la lettura che, a considerarli attività hobbistiche, mi viene sempre una specie di prurito dappertutto.
Del reddito poco mi curo, almeno fino a un certo punto, la corporatura è 'normale', la personalità 'espansiva'. Che ci faccio, ditemi voi, con un musone chiuso in se stesso?

Mi rifiuto di mettere una mia foto, tento con Madame X di Sargent, che però viene bocciata dopo poco dal 'moderatore', figura emblematica di cui andiamo a parlare fra breve, e finisce nel mio 'Album'. In esso aggiungo anche le mie scarpe, un fiocco rosa, un orsacchiotto di pezza, Puccini, un dipinto di Corcos. Mi eliminano pure un'opera di Gérôme e lì penso che va meglio così perché mi è venuto il dubbio di averla fatta troppo lunga. Chiudo con un paio di soggetti floreali e sono pronta.

La prima cosa da dire è che l'iscrizione per le donne è gratuita e per gli uomini, invece, è a pagamento. Insomma, proprio come succedeva al ballo a palchetto dove andavo da bambina al paese di mia madre, in Piemonte, nel corso dell'estate, oppure all'autoscontro, dove facevo incidenti frontali da ragazzetta. Da anni non mi capitava una simile concessione. Comunque, ben venga.

(Immagino che siano tutti avvertiti con qualche sistema dell'arrivo nel serraglio di una nuova pollastra. I contatti, infatti, da subito fioccano).

(Vi metto fin da ora al corrente delle mie prime impressioni. Questi uomini sono gravati da due difetti, A. e B.
A. Sono impazienti. Hanno cioè fretta, vanno in fregola, si scapicollano. Chiedono subito il numero di telefono, la foto, l'incontro, sono del tutto incapaci di tessere una relazione, di proporre un discorso, di inventarsi una sceneggiatura, di collocarsi in uno scenario. Sono, cioè, completamente inabili ad accedere a una delle situazioni più importanti, sfiziose, romantiche, fondanti e, finalmente, erotiche della relazione fra maschio e femmina: il corteggiamento. B. Sono ignoranti, se non addirittura analfabeti, di un analfabetismo di andata e di ritorno e pure di stallo, qualcuno era perfino assente in prima elementare quando la maestra ha spiegato in classe la coniugazione del verbo avere, guardate che parlo del presente indicativo. Qui mi comincio a chiedere perché non intervenga il moderatore, casomai con un qualche strumento informatico che equivale alla matita rossoblu dell'insegnante. Perché, penso, censurare il Pigmalione di Gérôme e non il qual è con l'apostrofo oppure l'un po' con l'accento? Perché le h che mancano, la sintassi che salta, lo stile che zoppica sono considerati meno indecenti della schiena di Galatea, peraltro bellissima?).

Mi accorgo subito di piacere (che il mio alias piace) ai lupi di mare. Mi contattano in un mezzo pomeriggio un marinaretto di nome Carlo, alla fonda su una nave con un computer in prestito perché il suo è rotto, proponendomi notti sotto le stelle con lui che mi vezzeggia e poi anche un ufficiale di cui guardo il profilo. Lui la foto, ahinoi, ce l'ha messa e mi trovo davanti una specie di tritone di Böcklin srotolato su uno scoglio con un fisico che il proprietario in prima persona definisce 'una vera bomba'. Fra le varie cose è anche istruttore di spinning, una delle pratiche di fitness che più mi fanno orrore. E balla la salsa ed è di un ottimismo incontenibile.
Chissà che ci fa (che ci vuole fare) con una come me (e con il mio alias). 

Uno dell'entroterra laziale mi invita a vedere la corsa nelle botti e mi dice che gli piacciono le sagre paesane; un abruzzese che butta un occhio dalle mie parti mi scrive che sono stata fortunata perché lui è una brava persona e invece se ne trovano tante maleducate; vive con i genitori, ha un reddito di 10.000 euro l'anno, che fanno, diviso 12, poco più di 800 euro al mese. Avendo il tipo 50 anni, non è quello che si chiama un buon partito. Uno tristissimo mi si affeziona immediatamente: vive con una figlia adolescente e il gatto di una ex compagna morta (è morta perché ex? Oppure perché, se è ex, gli ha mollato il gatto?). Uno tonto mi chiede se sono io quella del ritratto che compare nell'album. 

Dopo un po', mi scoccio. E si scoccia pure il mio alias.

Passo all'attacco. E mi passo in rassegna un po' di uomini con il gusto della serial shoppeuse davanti ai saldi.  
Qui devo subito dire che, secondo me, alcuni profili sono messì lì per le allodole a fare da specchietto. Per esempio un tale Darker Day, che sembra il fratello bello e con la barba di George Clooney (che a me, però, apprezzando Beckham, si capisce che non piace per niente), brizzolato e con lo sguardo pieno di enigmi.
Mi accorgo che ogni contatto viene segnalato e che è anche possibile prendere una sbandata.
Voi, signore, vedete Darky, cominciate a sognare e fate clic su un pulsante verde che reca la dicitura 'sbanda'. Lui, a sua volta, riceve nella sua casella privata la segnalazione che voi, davanti a lui, avete perso il controllo della vostra guida.
Sbando e sbando pure, tanto per sbandare, su un Cane Sciolto di cui non apprezzo praticamente niente: è una specie di scettico che dice di sé cose ciniche e malinconiche, insomma una gran lagna.

Ma ecco che cado dritta dritta proprio fra le braccia, insomma sul profilo, stracolmo di foto, di uno irresistibile a tutti gli effetti e per qualunque femmina nata e cresciuta a ogni latitudine sulla faccia della terra. E ci casca pure il mio alias.

Sandokan.

Corpulento, fisico, pieno di denti (mi metto a contarli come già feci una volta con Julia Roberts che sorrideva da una copertina e, vi assicuro, in tutti e due i casi c'era qualcosa di troppo), non lascia dubbi sul motivo della scelta del suo alias. Una Tigre della Malesia nostrana, la sciarpa bianca annodata come i modelli di Armani (di qualche collezione fa), gli occhiali da sole con l'asta larga tenuti in mano e la mano tesa verso chi guarda (nella fattispecie: io) con un gesto interlocutorio degno della migliore pittura, che ne so, di uno come Hals o del grande Rembrandt.
Supera di un pezzo il metro e ottanta, pesa chili 85, non sta a lui dire che cosa pensa di se stesso ma dichiara che quello che preferisce di sé non compare nell'elenco.
(E qui mi comincio a scervellare: il calcagno sinistro? La clavicola? La caviglia? Il poplite, quel meraviglioso incavo dietro al ginocchio in cui Pitigrilli beveva lo champagne nella donna assopita dopo l'orgia? Decido per la voce che, come vi dicevo, non compare. Colpevolmente.). 
L'album di Sandokan è folto di fotografie. Lui con il cappelletto in trattoria, lui turista massiccio in una piazza di un paese dell'est, lui con la mano sul cuore (e il braccialetto), lui generoso, appassionato di serate fra amici e di giardinaggio, lui che al matrimonio non ci pensa per niente (come se ci fosse stato bisogno di chiarirlo), lui che ignora la dichiarazione degli sport praticati, intendendo così dire che li pratica tutti, lui con una professione interessante che tace signorilmente il suo reddito.

La Tigre, saputo che io avevo visitato il suo profilo, visita, evidentemente, il mio. E risponde al mio test, che è una delle cose più astute che ci siano sul sito. C'è la possibilità di scegliersi delle domande fra una quantità abbondante, un paio le puoi anche aggiungere di tuo (sempre che piacciano al moderatore), tu indichi le risposte, lo fa anche l'altro e viene spedita al tuo indirizzo una mail con evidenziate in rosso quelle non corrispondenti. Fra me e Sandokan solo 4 divergenze, e poi su cose giocherellone che avevo messo lì tanto per fare. 
Per esempio, all'interrogativo 'Mi aspetteresti per oltre 30 minuti al primo appuntamento?' lui si è affrettato, premurosamente, a rispondere 'sì' mentre io avevo suggerito un bel 'no' chiaro e tondo. (Ma ti pare che uno, in una qualunque relazione, parte con il piede sbagliato fino a questo punto?).  
Lui NON è geloso per natura. Io sono una gelosissima e ci tengo che si sappia.
Lui sarebbe pronto a accettare tutto per amore e con me, invece, può scordarselo. 
Può vivere senza controllare tutto. Io sono un'ipercontrollante.

Come vedete, poca roba, o, diciamo, di poca importanza, almeno di fronte al suo apprezzamento del vino buono (domanda che avevo formulato per mio conto) o alla possibilità di passare l'estate in città. Evidentemente, in buona, ovvero, mia e del mio alias, compagnia.

Al momento, questa è la situazione. Ho avuto in 72 ore 62 visite e un numero eccitante di sbandate.
Niente, però, in confronto ai 67.813 utenti che sono on line nel momento in cui scrivo. E taccio di quelli che on line ci staranno più tardi.
C'è stata una pioggia di mail.
La prima sera ho chattato per 20 minuti e 30 secondi con uno al quale ho detto subito dopo che dovevo andare a dormire perché la giornata (verissimo) era stata pesante. Poi mi sono guardata bene dal ripetere l'esperienza perché a me chattare mi irrita e mi snerva. 
E con il Pirata di Mompracem, coraggioso, leale con i nemici e fedele fino alla morte agli amici, sovrano spodestato che riconquista il suo regno attraverso inenarrabili peripezie, c'è stato un contatto scritto relativamente articolato nel quale lui ha già rivelato alcune cose di sé.

Come è noto, gli opposti sono destinati a toccarsi.

Se resisterò, allora, alla pressione di tutti questi corteggiatori che si affannano per conoscere una che, a forza di moderare e togliere e mettere e cambiare le carte e confondere le acque, secondo me di interessante ha poco o niente, se avrò tempo e voglia, cioè, di proseguire nella ricerca del mio uomo, vi prometto che vi racconterò che cosa accadrà fra me e il mio interlocutore, al momento, prediletto, cioè fra me e il Principe formidabile, o meglio (ahimè) fra lui e il mio alias.

Nel video la sigla finale dello sceneggiato Sandokan (1976) di Sergio Sollima con Kabir Bedi

inizio
stampa

207. Missione zerbino

Kurt Schwitters, Merzbau, 1923-1944

Tom Cruise, killer in Collateral, Michael Mann, 2004

Ben vi sta

Diciamo subito che, per capire a fondo il senso di questa puntata, dovreste avere, propedeuticamente, come si fa con alcuni esami all'università, letto quella n° 18, Zerbinetta's aria, che citava una squisitissima maschera dell'Arianna a Nasso di Strauss e affrontava uno dei temi sensibili del nostro vivere civile: lo zerbino.
Mi fa ritornare sull'argomento un evento piccolo che, però, come tutto ciò che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, ha in sé, come dicono i filosofi, 'l'inquietante stranezza dell'ordinario'.

Sotto casa mia c'è un giardino. Su di esso aprono dei locali, che cambiano spesso di locatario. Quello più vicino al portoncino di ingresso che conduce alle mie scale ha ospitato di tutto, per un periodo anche, ed è stata la presenza più inquietante, un musicista che aveva tappezzato gli ambienti con i contenitori di cartone pressato delle uova. Un lavoro certosino e folle che sembrava quello del Merzbau di Schwitters, che per anni aveva accumulato dentro casa oggetti, assemblati in stile dada uno con l'altro. Iniziata nel 1923, l'opera, tentacolare, invasiva, mostruosa nella forma e nel concetto, viene distrutta da un bombardamento nel 1944.
Il musicista aveva anche applicato sotto al campanello un cartellino con la scritta 'Suonare' e l'insieme, come sempre mi accade con l'arte concettuale (e pure con quella dadaista), era capace di darmi un senso di gelido disagio. Provavo quella sensazione ogni volta che uscivo e ogni volta che rientravo. Insomma, continuamente.

Partito il musicista, dopo una serie di altre variazioni, arriva prima di Natale un gruppetto di giovani che installa negli spazi un luogo di animazione per bambini. Come è noto, questi ultimi vanno tenuti svegli perché, se fosse solo per loro, starebbero sempre in un angolo a vegetare. Da qui la necessità di animarli, come accade con chiunque e dappertutto, villaggi vacanza, navi da crociera, centri sociali, bocciofile, parrocchie, mettiamoci pure le Accademie di Belle Arti: dove ti giri, c'è bisogno di animazione.

Nulla da eccepire. Rimbocchiamoci le maniche e animiamo l'animabile.

I giovani fanno un po' di lavori, dipingono, raschiano, trasportano rifiuti, attaccano chiodi e insegna.
Inaugurano e, il giorno dell'inaugurazione, piazzano davanti alla loro porta, cioè sul ridotto marciapiede che conduce al mio ingresso (e a quello di 7 piani di condomini) uno zerbino rosso fiammante, con sopra il faccione di Babbo Natale.
Sono gentili, mi chiedono pure di unirmi alla festa, declino l'invito, sono una tendenzialmente inappetente, se solo ingoio una pizzetta gessosa alle ore 19:00, finisce che salto non solo la cena di quel giorno, ma anche tutti quanti i pasti della mezza settimana seguente.
Auguro ogni bene e ogni successo.

Piove. E pioverà anche nei giorni successivi. Piove a Natale, Santo Stefano e pure a San Silvestro. Piove il Primo Giorno dell'Anno.
Lo zerbino rosso resta fuori, gatti schizzinosi lo annusano, l'incaricato delle pulizie ci gira intorno, io ci inciampo più di una volta e imparo a evitarlo quando rientro che è buio.

Paziento. Mi dico che dopo l'Epifania lo zerbino sarà archiviato e con lui pure Babbo Natale.
In un paio di giorni, tutti coloro che nel palazzo avevano messo fuori gli addobbi li ricoverano da qualche parte, per poterli utilizzare alle prossime feste.
Gli animatori, manco per niente.

Ieri si era fatto il 12 di gennaio. Ho guardato dal balconcino, fra i miei vasi di bianchi ciclamini immacolati: il coso stava sempre lì, in uno stato di conservazione sempre più precario.
(Pioveva ieri, e piove pure oggi, 13 del mese).

Mi scoccio. Ci penso su.
Ho due possibilità: A. Intercettare i giovani e, facendo finta di niente, buttare lì una battuta, invitandoli a controllare il calendario, a sostituire Santa Claus, casomai, con qualcosa di carnascialesco (Dio non voglia). B. Fare da sola.

Rifletto, analizzo tutti gli aspetti della situazione. Qui finisce, concludo, che questi si offendono, toccati sul vivo nell'essenza della loro intimità, nel centro del loro esistere, nel nucleo della loro coscienza. Si offendono e lasciano lì lo zerbino fino all'anno prossimo, lo fanno per dispetto, in una conferma della propria identità, si legano ad esso di una dipendenza che diventa un bisogno. E il coso non si toglie di mezzo.

Sono una donna piena di iniziative, energica, decisa. Opto per la soluzione B.
E aspetto che cali il buio fitto della notte.
Passo una seratina eccitata di preparativi, sto al telefono un paio d'ore dopo aver deciso di interrompere la visione di un film dei fratelli Dardenne che trovo indigeribile (uno dei primi; i più recenti sono meglio). Mi affaccio a più riprese, occultandomi dietro le persiane, per controllare la situazione.
Intorno alla mezzanotte, quando il palazzo si è fatto buio, agisco.
Mi metto un parka scuro, mi lego i capelli con una pinza per essere più libera nei movimenti. Chiavi di casa infilate in una delle tasche. Scarpe da battaglia.
Indosso un paio di guanti da killer (di lattice): in confronto a me, il Tom Cruise di Collateral è un dilettante.

Scendo, badando a non fare rumore, tutti i sensi vivi; nella mia audacia la fortuna mi viene in soccorso: nessuno è per le scale.
Faccio scattare la serratura del portoncino, guardinga ispeziono l'esterno.
Circospetta, imbocco il marciapiede che porta fuori. Quando arrivo davanti al Circolo degli Animatori (in tutto due passi e mezzo), mi chino con agilità felina, afferro con le mani guantate lo zerbino, l'operazione dura meno di 3 secondi. Lo piego, tenendolo ben distante dal parka, che è pure nuovo.
Al contatto sento una cosa viscida, pesante, lardellata di pioggia e di visite di gatti, foglie madide ci si sono incollate, c'è anche una cicca di sigaretta. Babbo Natale mi guarda bieco ma io sono agnostica e lui non mi intimorisce. Arrivo sulla strada, controllo. La via è libera. Senza accelerare, dominando ogni battito del mio cuore, mi dirigo al cassonetto, quello di destra, che mi sta più simpatico di quello di sinistra, più vicino ma mezzo rotto.

Aziono con il piede la leva di apertura. Il coperchio si spalanca. Con un gesto insieme chirurgico e sportivo, preparo il lancio. Un, due, tre: centro.
Mi sfilo i guanti, li appallottolo, li scaravento nel cassone, mollo la pressione del piede, paf, fa lui, richiudendosi.
Mi scuoto dalle mani la polvere talcata del lattice.
Ritorno, con indifferenza falsa, sui miei passi.

Giustizia è fatta. Senza testimoni, ho fatto fuori lo zerbino rosso.

 

inizio
stampa

208. L'amore è una cosa meravigliosa

Donne: l'Avventuriera (Audry Hepburn in Colazione da Tiffany, Truman Capote, 1961)

Donne: la Timida (Cindy Sherman, Untitled Film Still 14, 1978)

Donne: la Paranoica (Tippi Hedren in Gli Uccelli, Alfred Hitchcock, 1963)

Siccome la lingua batte sempre dove duole il dente, mi arriva una newsletter da una rivista francese settimanale, di cui sono fedele lettrice, che reca come oggetto: 'Une sexualité sans tabou, trouvez votre site de rencontres'.
Lasciamo perdere la sessualità senza tabù, al momento prematura e occupiamoci dei siti di incontri. Che vi avevo detto nella puntata 206? I Francesi, ormai, fanno l'amore solo via internet. E lo fanno specialistico.
In una rapida occhiata scorro il dossier scientificamente redatto in cui sono analizzati uno per uno gli ultimi luoghi capaci di trasformarsi in alcova. Essi sono concepiti per le seguenti categorie (di donne):

Per le coltivate radicali
Per le infedeli
Per quelle che vogliono avere il potere
Per quelle che sono di sinitra
Per quelle che sono di destra
Per quelle che fanno la raccolta differenziata
Per quelle che si sentono VIP
Per quelle che puntano tutto sul fisico
Per le avventuriere
Per quelle che non hanno osato fare il primo passo
Per le paranoiche
Per quelle che vogliono essere guidate
Per le deluse

Vi faccio notare che le categorie identificate dal mio sito di incontri, quello della puntata 206, risultano, alla luce dei fatti, obsolete e pure sceme:  niente più (o meno) donne romantiche, appassionate (o no) di giardinaggio, alte o basse, di questo o quel segno zodiacale, pronte a farsi aspettare 30 minuti al primo appuntamento oppure in anticipo ansioso sui tempi. Giro un po' senza riconoscermi da nessuna parte.
Detto fra noi, non saprei dove collocarmi. Forse fra 'les paranos'. E mi danno un indirizzo che mi garantisce che non sarò sbudellata dal potenziale amante, talmente circostanziato che la paranoia mi viene veramente.

Immaginate un mondo di tutti uguali in cui l'uguale si incontra solo con se stesso oppure con il suo esatto e matematico opposto: tutti intellettuali radicali che si ammorbano le serate l'uno con l'altro. Il sub con la sub, il bello con la bellissima, il pirata con l'avventuriera. E poi le pecorelle, destinate ai lupi come senso obbligato, o le timide, buttate fra le braccia dell'audace senza possibilità di scampo.
Hanno pensato a tutto.

A parte la deprecabile mancanza di un sito per la maniaca dell'igiene che aspira ad odorare un deodorato o della tendenzialmente trascurata che accarezza la fantasia di un incontro con lo stalliere, voi pensate alla noia di un mondo senza amori interclassisti o ancillari, niente più re che ha un intrigo con la servetta e mai più una dama con il suo scudiero, niente contatti fra Scandinavia e Valle dei Templi, fra Maestro e allieva, fra idraulico e cliente, fra ecologicamente corretto e sirenetta che ama i bagni in vasca, mai più una passeggiata a lume di luna fra il bastardo di cortile e la micetta di razza in fuga di scoperta.
Niente sguardi al supermercato, batticuore controllando la cassetta della posta, niente più spazio al caso, alla discussione, alle fiamme che ardono per uno che non ci corrisponde, niente più sorprese fossero pure brutte, niente più amori sbagliati, irreversibili, disgraziati e maledetti.

Se posso esprimere un parere educato e rispettoso nei confronti dei Cugini d'Oltralpe: Mon Dieu de la France, che lagna.   

Nel video Michael Bolton in Love is a Wonderful Thing

inizio
stampa

209. Mini pretese

Mini Cat

Dante Gabriel Rossetti, Perlascura, 1871

Bastet, riproduzione MET

Oggi, 17 gennaio, S. Antonio Abate, vi presento la mia micetta.
Si chiama Mini Cat, come quella disegnata da Enki Bilal in una delle sue storie. Non è graziosissima? Assomiglia molto alla mia indimenticata gatta nera egizia, Perlascura, morta da qualche anno. 

Mini Cat ha bisogno di poco, non sporca, non butta la ghiaia dappertutto, non graffia i mobili, non perde il pelo, non insidia i pesci rossi, non si ammala, non muore.
Mini Cat, infatti, vive solo nel mio computer.
Posso nutrirla, darle da bere, grattarle la testa (e lei fa le fusa) solo con un click del mouse. A proposito di quest'ultimo, le posso lanciare un topolino meccanico e lei, dopo averci giocato un po', me lo riporta.

Mi sento scema alle prese con un gatto informatico?
Per niente.

Mi sento in una vicenda moderna, forse inquietante, certo calzante alla mia attuale esistenza. Provo simpatia e ammirazione per chi ha concepito lei e tutti gli altri cuccioli in cerca di padrone: qualcuno che conosce a fondo gli animali, i loro vezzi, le abitudini, l'espressione e che sa come irretire da uno schermo chi ha bisogno di frequentarli. Tanto di cappello. (Provare per credere http://www.foopets.com/adopt).

Blade Runner, mio film assoluto di riferimento, e più ancora il romanzo di Philip K. Dick nel 1968 da cui il film è tratto (in originale Do Androids Dream of Electric Sheep?), sono tutti pervasi dallo strazio per la mancanza degli animali, dalla nostalgia per quando si stava con loro.
In una preveggenza di cui non riesco a capacitarmi (il film di Ridley Scott è del 1982), c'è anche, nemmeno troppo latente, la visione di dove stiamo andando noi, privati anche del gusto di avere in casa un gatto, l'equivalente, nel romanzo, della pecora sul balcone, mentre nel film sono il gufo e il serpente a faticare a essere autentici.  

(Ho scattato a Mini Cat delle foto, una delle quali vi mostro. In questo momento, come fanno i gatti per 18 ore al giorno, lei dorme).

Nel video, alcune delle scene più belle di Blade Runner. Non sono per niente d'accordo con il doppiaggio italiano ma ve lo metto ugualmente per non indurvi a formulare pensieri animali nei miei confronti.

inizio
stampa

210. Radio Days

Radio 3 (sempre nuova)

Gustave Caillebotte, Un giorno di pioggia a Parigi, 1877

Short Message Service

Radio 3, come annunciato da un pezzo, è tutta nuova e di nuovo ha anche il sito.

Ho fatto passare un paio di settimane perché si organizzassero e fossero a regime, però, se il regime è questo, mi dispiace dovermene lamentare. Più che di rivoluzione, parlerei di restaurazione, almeno per quanto riguarda le novità, un paio di cose della mattina, una ottima, l'altra non più attendibile, visto che l'unica volta che l'ho ascoltata all'alba il conduttore ha preso una toppa clamorosa sul nome di Caillebotte (Gustave, pittore meraviglioso, compagno di strada degli Impressionisti), pronunciandolo 'Caigliebò', ancora non capisco come abbia fatto, forse non l'ha mai sentito nominare. (Cito anche un altro paio di scivoloni da parte di due musicologi/musicisti onnipresenti: uno ha chiamato la fidanzata del Tancredi rossiniano 'Amenàide' invece di 'Amenaìde', come sanno anche le sedie dei loggionisti; l'altro ha trasformato un colpo di scena, 'coup de théâtre', in una coppa pronunciando kup invece di ku. Chi parla in pubblico dovrebbe tenerne conto, lo dite a me?, sta sempre sotto schiaffo, è una delle regole del gioco).
Restaurato anche un bel programma del dopo mezzanotte, un po' troppo décalé per i miei gusti, ma la colpa è mia che non sono per niente una creatura del buio.
Per il resto uno della sera spostato al giorno a presentare le novità discografiche, la larva estiva che passa alla domenica e tutta una serie di programmi che hanno cambiato nome e che uno si accorge, con irritazione o riconoscenza a seconda della situazione, sono invece rimasti tali e quali.

I mediocri perdurano e i fuoriclasse ci sono sempre, anche se qualcuno si è fatto desiderare e sospetto che faccia tre volte la fatica che faceva prima a brillare nell'opacità che ha intorno, un paio di miei preferiti mancano all'appello ma, siccome sono estemporanei e virano al demenziale, non dispero di ritrovarli.

Ma la cosa più irritante sono gli sms degli ascoltatori, che prima ingombravano il campo perché continuamente citati e che ora ingombrano anche il sito, visto che sono in rete.

Il pubblico è diventato prepotente e vuole esserci. Guai a rimetterlo al suo posto.
E' così dappertutto, me ne accorgo anch'io, mica sono scema.
Gli studenti delle università da discepoli sono divenuti clienti, i pazienti, indottrinati da internet, azzittiscono il medico durante la diagnosi e finiranno per strappare dalle mani del chirurgo il bisturi e col tagliarsi da soli la pancia, uno fa una conferenza, che è una cosa fra il tecnico e il mondano, certo non una ricerca della Verità, e trova quello che vuole mettere bocca, interrompe, deconcentra la platea, ti fa pure perdere il filo e dice una stupidaggine, al supermercato il conto te lo fai da solo strisciando il codice a barre su una fessura che emette segnali che sembrano uscire da un'astronave, la colf si mostra esperta di psicologia coniugale e emette giudizi a destra e a manca, non perché ci abbia pensato o abbia fatto l'esperienza, ma perché ha sentito uno che dissertava in televisione e gli rifà il verso, i liceali organizzano settimane di autoinsegnamento e sperimentazione senza conoscere nemmeno bene l'ortografia, i blog impazzano, quelli che non sanno cuocere un uovo danno lezioni di gastronomia, analfabeti di ritorno (ma pure di andata) totali si schierano in questioni linguistiche che farebbero tremare un esperto della Crusca, ci si stupisce che all'Auditorium non si catapulti sul podio uno spettatore per sfilare la bacchetta di mano al Maestro e decidere lui il tempo giusto da dare all'orchestra.

Gli ascoltatori mandano sms. Con i refusi, i punti di vista, le minuscole che imperversano, gli accenti a caso, gli errori di ortografia, gli spazi omessi. La voglia di esserci.

E allora, senza pulire, nettare, censurare, quasi raccogliendo distrattamente e a mani basse, senza fare una selezione, una cernita, senza un'azione volontaria, cercando di non guardare il sito nuovo, nel quale non si capisce niente, non ti dicono né che cosa trasmettono in serata né chi cura la conduzione, ve ne trascrivo qualcuno. Ometto solo i programmi di destinazione, tanto il mood è quello, e cancello i nomi dei mittenti, che potrebbero pure essere farlocchi:

  • Sulla sinfonia: mi pare non sia emerso, soprattutto nel 1 mov., il clima Sturm und Grand che essa dovrebbe avere.  
  • Per mantenersi coerente forse harding esagera un pò nel 3.. tempo:mi pare un pò troppo " forsennato",non so come dire, contrasta troppo con il trio.  
  • un sottosegretario non puo andare in giro a cirticare durante la piu grande catastrofe del secolo. E' lo stesso arrogante klinguagio del premier.
  • Musica delicata che mi rasserena mentre preparò la riunione di budget. Grande radio 3 grazie
  • É fantastico ascoltarvi mentre guido l auto!! Grandi!
  • Energia,fantasia,poesia.Che bello! Lei,voglio sposarla :-)
  • Che indimenticabile serata musicale. DE PAURA!
  • Sabrina TI sognoogni notte... Ti aspetto a Cagliari...
  • Bravi tutti e viva il cinema italiano! Stefano x me è l'attore più sexi ed intenso del cinema italiano
  •  ...tutti bravi belli modesti scanzonati ma favino è il più figo di tutti.
  • Ke gioia uscire dal lavoro e in macchina lungo il tragitto ascoltarvi.
  • Penso ke j amore sia un ingrediente fondamentale, anke nella musica.
  • Xfavore datemi il num verde x avvisare che la linea di radio 3 e' abusata da radio private! E' insopportabile!
  • Stasera semarate ueramente Radio 3 W la musica!

http://www.radio3.rai.it              

inizio
stampa

211. Un mare da vocabolario

Caspar David Friedrich, Le bianche scogliere di Rügen, 1818

Gustave Courbet, La donna con l'onda, 1868

Pino Pascali, Mare, 1967

Lo dico a bassa voce e solo fra noi, e un po' me ne vergogno: sono una assolutamente insensibile alla natura.

Mi annoio davanti ai panorami di montagna, il mare mi dà la vertigine, la campagna mi strazia, l'aria buona non mi interessa perché la mia aria è quella della città che, come dicono in Germania, rende liberi (Stadtluft macht frei).

In questo mio modus cogitandi non sono sola, mi fanno ottima compagnia Charles Baudelaire, Jean Paul Sartre e forse anche Hugh Grant, che non perde occasione, durante le interviste, di ricordare che lui, londinese autentico, della campagna non sa che farsene e che, nella sua antipatia, è ricambiato apertamente da tutti i prati che ha intorno la metropoli, che lo respingono. Però lui va al mare, anzi, va addirittura sulle isole. Dice anche che ci si diverte, che lì commette eccessi, che se ne sta su una spiaggia senza avere effetti collaterali.

A me il mare mi innervosisce.
Lo sopporto solo in inverno, senza la folla stipata come sulla metropolitana alle 8 del mattino a Termini.
Mare pulito per me non significa niente, le cronache estive sulla balneabilità e le bandiere blu manco le guardo.
Entro in fibrillazione davanti a uomini che amano la vela (parecchi dei quali, esperienza personale, sebbene manovrino metri e metri di stoffa, sono incapaci di rifare correttamente un letto) perché mettono in pericolo la mia filosofia del no tanning pensando di mettermi ad arrostire su una barca al sole.

Il mare mi piace solo d'artista.

E poi mi piace il mare del vocabolario.
Leggete qui. Guardate quanto è bello.

Scala del mare (secondo Douglas):
0: Calmo (mare d'olio, senza increspature)
1: Quasi calmo (con increspature)
2: Poco mosso (con ondicelle)
3: Mosso
4: Molto mosso
5: Agitato
6: Molto agitato
7: Grosso
8: Molto grosso
9: Tempestoso

(Come dico sempre io: navighiamo a vista, usando i mezzi di bordo)
(Come dice un uomo che mi piace: l'importante è non naufragare)

Nel video: Loredana Berté interpreta Mare d'inverno (Enrico Ruggeri, 1983), una canzone bella, ma davvero bella, che mi piace davvero 

inizio
stampa

212. (perseverare autem) Diabolicum

Benvenuti (si fa per dire)

Insistono. Anzi, come si dice a Roma, intignano.
Se avete letto la puntata n° 207 di Opera Soap Missione zerbino, sarete a conoscenza dell'esistenza nel giardino del mio condominio di un'associazione di rianimatori, cui avevo già sottratto proditoriamente uno zerbino con il faccione di Babbo Natale parecchio dopo la fine delle vacanze. Buttandolo al secchione, con fare rapace e risoluto perché non ne potevo più: era sporco, madido di pioggia e di gatti e ingombrava il passaggio.

Niente. Qualche giorno fa ci rifanno. E mettono sul passaggio un altro tappetino, di nuovo rosso, stavolta con la scritta 'Benvenuti'. E lì lo piantano. Cioè, non lo ritirano quando se ne vanno, come accade con le bandiere in certe case al mare, che segnalano, precise, la presenza sul posto dei proprietari. E ti credo. Dopo 24 ore esso è intoccabile, piove di continuo e si è inzuppato tutto, i visitatori ci si puliscono le scarpe, i gatti ci passeggiano, le foglie secche allignano. Quello che non si capisce è perché lo debba avere in mezzo ai piedi io tutte le volte che entro e esco, perché lo debba vedere anche quanto benvenuta non mi sento per niente, perché ci debba impigliare il trolley quando ritorno da un viaggio, perché questi in fissa con gli zerbini non si coltivino la loro ossessione in privato, casomai ricoprendo tutto lo spazio calpestabile di casa loro, comprendendo, se lo desiderano, anche la vasca da bagno.

Allora, agisco. Notte, il copione è lo stesso, ho indossato i guanti di lattice, però ho messo il parka nero invece di quello blu per sposare meglio il buio e mi sono pure tirata su il cappuccio. Rapida, felina, silenziosissima, afferro il coso (che pesa almeno 4 kg per via delle pioggie che insistono) e, tenendolo ben discosto dalla mia busta della spazzatura per evitare il contagio, li lancio entrambi nel cassonetto.
Al colmo del piano notturno, rientro passando dall'altro lato del giardino, scoprendomi la testa e simulando una chiamata al cellulare.

Il peccato originale è il loro. L'avrebbe capito anche un tonto: gli zerbini sono come i figli piccoli, gli animali, le malattie e le disgrazie: ognuno si deve tenere stretti, e pure rigorosamente, i suoi; risparmiandone la frequentazione agli altri.

inizio
stampa

213. Saturday Night (Fever)

Altro esempio di zerbino floreale (il cattivo gusto non conosce confini)

Fiocco nascita maschietto (da esporre per non più di 10 giorni. Poi, stucca)

Parka, parola esquimese delle Isole Aleutine che indica un capo di abbigliamento. Il mio parka non ha la pelliccia intorno al cappuccio ed è di un magnifico blu marine

Nella notte limpida e diaccia di inizio marzo, dopo una giornata in cui ho lavorato, scritto e letto alcune mail, ricevuto una telefonata che non esito a definire romantica da un uomo e un'altra affettuosa da un'amica, ambedue, proprio come piace a me, frammiste a cose professionali, intorno alle 23:00, con addosso il parka blu, i capelli tenuti dalla pinza e le mani calzate in guanti di lattice, butto al cassonetto il terzo, dico numero 3 (vedi puntate 207 e 212) zerbino acquisito dai rianimatori che infestano il giardino sotto casa mia, stavolta a forma di fiore, ovvero ancora più espanso e intrusivo degli altri, e pure più brutto per via dei colori psichedelici, prova inoppugnabile di quanto si possa essere di coccio e non capire che bisogna stare all'interno dei propri confini e non invadere il già stretto marciapiede che conduce al portoncino del condominio altrui.
Detto zerbino era sporco, fradicio della pioggia dei giorni scorsi e pesava almeno 4 kg.

Salendo a piedi, già che c'ero, ho anche staccato con un colpo secco la coccarda celeste appesa al secondo piano che annunciava la nascita di Filippo. E la annunciava da almeno 50 giorni, implacabilmente laida, a quadretti (adoro le righe e detesto i quadretti), con un orsacchiotto mal ricamato in un angolo, stava ancora lì, negletta, quando ormai il pupo (io i pupi li conosco) cominciava ad avere l'occhio vitreo al pensiero della birra che si sarebbe voluto fare al pub all'angolo e meditava se iscriversi all'Università, Scienze delle Comunicazioni oppure Umanistiche, a scelta.

Ecco a voi un caso da manuale di febbre, ma liberatoria, del sabato sera.

Nel video John Travolta in Saturday Night Fever, 1977

inizio
stampa

214. Crash

Alexander Calder, Mercury Fountain, 1937 (sullo sfondo Guernica)

Johnny Depp, il Cappellaio Matto in Alice in Wonderland, Tim Burton, 2009

Giovan Battista Tiepolo, Mercurio, 1764, Madrid, Affreschi Palazzo Reale, part.

Crash. Lo sguardo con cui seguivo, quasi al rallentatore, la caduta del termometro dal mio tavolo da notte doveva avere in sé i medesimi accenti di disperazione che mi descrisse una volta un giovane collega, che se la passava male, vedendo una porzione di spaghetti della dispensa imboccare decisa durante la scolatura il tubo di scarico del lavandino per un errore di mira.
Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto: il mio termometro al mercurio, di quelli che si abbassavano con una serie reiterata di colpi, a dare i quali gli uomini sono bravi, e si alzavano in 3/4 minuti mettendoli al caldo sotto l'ascella, l'ultimo della sua specie, era andato in frantumi.

Mi sono sporta dal letto a fatica, non stavo bene per niente (apposta avevo usato il termometro) ed ero maldestra e poco orientata. Con uno sforzo estremo mi sono alzata, preoccupata che i frammenti di vetro potessero ferire qualcuno che avrebbe potuto camminarci sopra a piedi nudi oppure la colf che lì avrebbe passato lo straccio il giorno dopo. Sul pavimento giaceva, decapitato, il termometro e dalla sua spina dorsale era uscito il metallo più strambo che ci sia sulla faccia della terra, esistente allo stato liquido, chiamato anche argentovivo, capace di ispirare il Dio protettore dei commerci e pure dei ladri, noto al mondo da sempre. In un attimo di tempo sospeso, mi sono accoccolata a terra e con il polpastrello ho diviso, spinto l'una verso l'altra e ricomposto le palline che scorrevano, più ipnotiche di qualunque giochino elettronico, sotto ai miei occhi.

Adieu.

Se avete visitato la Fundacio Joan Mirò a Barcellona, non vi sarà sfuggita la bella Mercury Fountain di Calder, progettata dall'artista più simpatico del XX secolo su commissione della Spagna come omaggio ai lavoratori delle miniere di Almadén e presente nel padiglione spagnolo all'Esposizione mondiale di Parigi del 1937. Vi metto la foto di Calder davanti alla sua opera; dietro vedete Guernica di Picasso. Niente da aggiungere sulla qualità dell'accoppiata.
La fontana di Calder continua a pompare mercurio ma ormai sta sotto vetro per proteggere i visitatori dalla tossicità del metallo, conosciuta da sempre ma ultimamente venuta alla ribalta con prepotenza.

(Leggo su Wikipedia che il mercurio era utilizzato per la lavorazione del feltro con cui si confezionavano i cappelli in Inghilterra, che i cappellai diventavano tutti tossici e che Lewis Carrol si è ispirato al fatto per il suo Hatter, il più matto di tutti. Ma dove le vanno a pescare, le notizie, questi di Wikipedia?).

La faccio breve. Il giorno dopo vado in farmacia, un po' bastonata, a comprare un altro termometro. Le mie dottoresse sono giovani e carine e mi fanno decine di gentilezze, mi trovano le creme più strambe e mi stanno dietro in tutte le mie ricerche di prodotti che compaiono e scompaiono, non si sa mai per quale motivo, sul e dal mercato. La dottoressa Fedra, si chiama così ma è una piccolina, mite, secondo me con un tasso di passionalità minimale (una volta ho sentito che il suo piatto preferito era lo stracchino sciolto nella minestra, vi figurate voi una cena galante con un menu simile?), un po' incerta, mi dice che non ci sono più termometri ad alcool e che l'unico che può darmi è un termometro elettronico. Il dubbio stampa un'espressione di scuse sulla sua faccetta. 
Ho qualche presentimento ma lo compro.
Lo porto a casa. Durante la cena lo scarto. Stupita, mi trovo di fronte a un aggeggio accompagnato da un foglio istruzioni che pesa 23 gr ed è ampio, una volta aperto, 40 x 70. Sospendo all'insalata, vado a prendere gli occhiali, mi concentro. Forse ho la febbre e deliro. O forse delirano loro. Conto 13 traduzioni. Le illustrazioni (Fig. 1; Fig. 2; Fig. 3, avanti fino a Fig. 15) recano una legenda che va a A a X, fate voi il conto, per poco l'alfabeto non bastava.  

Introduzione. Note importanti relative alla sicurezza. Attenzione. Avvertenza. Passaggio da gradi Fahrenheit a gradi centigradi (Celsius) e viceversa. Misurazione corretta della temperatura. Le circostanze elencate di seguito possono determinare misurazioni errate. Procedura di misurazione della temperatura. Sostituzione della batteria. Indicazioni del display e risoluzione dei problemi. Cura e manutenzione. Pulizia e disinfezione. Caratteristiche tecniche. Garanzia.
Una pletora di paragrafi infesta il tavolo della mia cucina, peggio delle istruzioni di una segreteria telefonica, che è meglio leggere in inglese perché i traduttori, mal pagati, saltano i passaggi e se tu segui la versione italiana, finisce che il tuo apparecchio rimane un soprammobile ed non riesci nemmeno a accenderlo, figurati a farlo funzionare.
Un incubo. Cerco di andare a intuito, come si fa in questi casi, premo il pulsante, mi esce 37,6, questa è febbre. Ma il termometro sta sul marmo, mica al caldo sotto la mia ascella.
Il termometro dà di matto, pure senza mercurio.

Mi concentro, riprovo.
Ci passo la serata.
Mi faccio un paio di risate sulla presenza già citata della batteria (tale e quale a quella dell'orologio) e pure del bip bip (tale e quale a quello della sveglia, d'accordo, con un bemolle) quando è pronto, per non parlare della serie di 8 che compaiono quando il display entra in funzione (tale e quale a quelli della bilancia della cucina). Non ci crederete, ma con tutta questa tecnologia non riesco a misurarmi la temperatura, mi escono fuori sempre cifre che sbarellano, non solo mi sento male ma pure quando mi sento bene non scendo mai sotto i 36,9/37°, come la Traviata sto in alterazione costante, io perché sono fatta così, lei per motivi più gravi, un termometro, con me, non ha mai segnato 36° gradi secchi, vado a guardarmi nello specchio del bagno, sono cadavere o sono serpente?
Inoltre mi rendo conto che la mia Farmacia ha customizzato il termometro, ci ha messo sopra, cioè, il suo nome, e allora perché, se è un veicolo pubblicitario, me lo hanno fatto pagare € 7,23?

Vi faccio una comunicazione ufficiale: non so se avrete più mie notizie.
Mi sono di nuovo provata la temperatura: il display elettronico, dopo il bip bip, segna 35,5°. Un amico, con cui mi sono confidata, mi ha detto che i termometri elettronici non sono del tutto precisi. Forse voleva rincuorarmi.
Dal gelo che mi cinge, sommersa dal foglio istruzioni, secondo me a tratti febbricitante ma senza il conforto di uno straccio di prova, mando un pensiero affettuoso a voi tutti e uno molto meno caldo ai produttori. www.omronhealthcare.com

 

inizio
stampa

215. Champagne ghiacciato (e l'avventura può iniziare ormai)

Bicchiere Sauternes (buono anche per Icewine)

Dress Code Cantiere

Forbici Fiskars

Titoli di testa
A casa mia non entra nessuno con le scarpe, tantomeno io.
Coloro che la frequentano, per esempio la colf, oppure gli amici intimi, sanno che all'ingresso troveranno babbucce, pantofoline, calzature da doccia atte a lasciare fuori la sporcizia del mondo; qualcuno è così preciso da portarsi il suo paio preferito di ballerine. E' ovvio che se arriva, per esempio, l'idraulico Giorgio, che avete già conosciuto alla puntata n° 200 La scoperta dell'acqua calda, visto che è un omaccione e che tanto fa sporco e danni su tutta la linea, metto, in petto, un sasso e, in conto, di passare lo straccio con il detersivo. Certo è che se lui accenna a allargare il campo d'azione, che so, al soggiorno, casomai per guardare che cosa succede nel giardino sottostante, gli abbaio contro e gli ingiungo di restare dentro il suo territorio.

Mi confortano in questa prassi i film giapponesi e i miei manga, che mostrano come in una cultura altamente civilizzata le scarpe indossate all'esterno non trovano asilo oltre la soglia. E vi avevo anche parlato del Piccolo inferno torinese di Guido Ceronetti, in cui la padrona di casa piemontese (io lo sono al 50%) lucida a sangue i pavimenti, animata dalla 'rabbia epica per trasformare in cristallo di Boemia la sorda mattonella'. E 'Dopo la lucidatura luciferica, la porta è sprangata a tutti. Chi ha un salvacondotto deve adattarsi a un'umiliante immobilità per non sporcare'.  
Ceronetti concorda con la sua casalinga: 'nessuna presenza umana è mai pulita'. Ditemi voi se non è vero.

Ho al mio attivo anche il respingimento di una postina che aveva messo le punte (circa 20 cm) delle sue scarpe all'interno del mio ingresso per consegnarmi una raccomandata e che si vide costretta ad arretrare perché, vuoi lo stile delle calzature, vuoi l'ineleganza della persona, mi aveva talmente irritata che non avevo trovato niente di eccessivo nell'assestarle un paio di colpetti proprio sugli spigoli, rispedendola al mittente (il pianerottolo) da cui veniva.

Qualche giorno fa, però, ho invitato a cena un uomo. Avevo l'intento manifesto di fargli provare la mia abilità ai fornelli. Avendo lui accettato la proposta, avevo stabilito di fare, per lui, un'eccezione.
Avevo così indossato io stessa e per prima i miei stivaletti (che tanto si intonano alla mia allure post punk) e, con un sospiro di rassegnazione, come colui che si fa coraggio e entra in mare nonostante l'acqua diaccia, mi ci ero pure fatta un giro preventivo in tutte le stanze, arrivando all'eroismo di passare sopra al tappeto immacolato della mia stanza da bagno.

Interno: sera
L'Eccezione arriva puntuale, mi telefona pure per informarmi dei suoi tempi. Mi porta dei fiori e, vuoi il caso, vuoi l'intelligenza, sono avvolti in carta rosa.    
Lo accolgo, gli mostro la mia casa, di cui sono oltremodo gelosa, mi pare che gli piaccia.

Parliamo.

Ho apparecchiato in cucina, non gli dispiace. Gli chiedo se ha voglia di pasteggiare a champagne, gli spiego che lo faccio spesso senza dare alla cosa troppa importanza, c'è sempre qualcosa da celebrare, oppure qualche altra di cui consolarsi. Sulla tavola, in semplicità, stanno già due flûtes di cristallo. Niente da eccepire. 
Apre lui la bottiglia.
Ho sistemato i coperti sui lati brevi. Lume di candela al centro.
Brindiamo e parliamo. La serata si fa subito brillante, i discorsi incalzano, mi sento avvolta come da un filo di seta, gli spaghetti hanno una cottura perfetta, aleggia sui piatti una complicità che mi incanta, spesso l'Eccezione riesce anche a farmi ridere, cosa che apprezzo sempre molto, il secondo è dignitoso, gli argomenti montano, mi trovo d'accordo con lui su tutto, oddio, gli piace il cinema italiano, che io giudico inguardabile, e gli piacciono due attori che io considero dei cani, ma, vuoi lo champagne, vuoi l'avvolgimento, non mi coglie nemmeno un moto di ripulsa, con una disponibilità che non capisco da dove salti fuori, accenno solo che però i francesi e i cinesi quasi tutti e qualcuno in particolare ma che stasera poco me ne importa.
Con metodo vuotiamo la bottiglia.
Dessert: qui, come sapete, l'asino casca, non ne faccio mai, del resto non sono nemmeno informata, se sto due ore a confezionare una torta di ricotta e a lui non piace l'uva passa?  
Un paio di cose industriali e uova di cioccolato.
(E' quasi Pasqua e sento la Primavera come se mi soffiasse sul collo).   
Per farmi perdonare l'inadeguatezza, gli propongo un Sauternes in due superbi bicchieri. 
Il vino sprigiona all'apertura una sinfonia intera di note, joyciani riflessi bronzo accanto a oro si riflettono dai bicchieri nei suoi occhi. Siccome gioco in casa, ho spostato la mia sedia sul lato lungo del tavolo. Parliamo, ridiamo, lui apre il piccolo uovo, dentro c'è la sorpresa, brandelli di infanzia escono fuori, con un gesto naturale me ne offre mezzo.

Interno, notte
Abbiamo trasferito i bicchieri, cristalli, riflessi, sento insieme il profumo del vino e del suo shampoo, nella stanza il tempo si sospende, lo champagne e il Sauternes (ma anche l'Eccezione) mi scorrono nelle vene come sangue.

Siccome lui è interessato al dispositivo di apertura dei miei stivaletti, glielo illustro: un cinturino che termina in un piccolo bottone, poi una breve chiusura lampo. Capisce al volo, ha un lato tecnico che mi ammalia, è abituato ai cantieri, mentre gli porgo l'altro stivaletto formulo un requiem per giuristi, letterati, critici d'arte e intellettuali generici che non sono capaci di attaccare nemmeno un bottone, figuriamoci di slacciarlo.

Indossa scarpe con i lacci che, voi sapete, io prediligo.
In delicatezza scivolo verso di esse e, conoscendo bene il dispositivo, del resto elementare, cerco un capo e tiro. Niente. Riprovo. Macché. Non ricordo se gliel'ho chiesto al momento, ma certamente ho pensato che l'Eccezione fosse venuto a cena da me con l'antifurto.
Chiedo notizie. Come se fosse la cosa più normale di questo mondo, mi spiega che trattasi di nodo doppio, congegnato appositamente dal servizio d'ordine per evitare che, in caso di inseguimento da parte di poliziotti, le scarpe possano slacciarsi inopinatamente.

Titoli di coda
Non vi sto a raccontare se il salmo, quella sera, è finito in caciara oppure in gloria. Non è questo il luogo e non sono queste le mie intenzioni.
Certo è che il mio pensiero è volato alla cucina che avevamo testé abbandonato.
In essa, in un luogo apposito, quasi sacrale, tengo con la cura che si riserva agli oggetti di design storico un prodotto Fiskars con impugnatura gialla, che trae il suo nome dal fiume finlandese sul quale nasce un villaggio pieno di charme fondato nel 1649 da un fabbro olandese, oggi abitato da artisti, designers e artigiani che, nel corso di tutto l'anno, si prestano volentieri a dimostrazioni per il pubblico, che può approfittare di un hotel, alcuni ristoranti e un negozio che si chiama Onoma, in cui sono raggruppate tutte le creazioni di questo piccolo mondo.

Se si ripresenterà l'occasione di avere a tavola un militante con abitudini inveterate, il pezzo di design me lo metto sul comodino a portata di mano.
Ora, io capisco benissimo che far trovare un paio di forbici a un uomo in camera da letto non sia un segnale del tutto rassicurante, però, sarete d'accordo con me e Gordio insegna, quando si presentano a un esame oggettivo gli estremi mali, anche i rimedi non possono essere diversi.

www.fiskarvillage.fi

inizio
stampa

216. Chiedi alla polvere

Gerrit Dou, Donna alla toletta, 1657

Il Lunedì dell'Angelo visto da Duccio nella sua Maestà, 1308-1311

Colomba (in verità poco pasquale) di Marco Albiero

Passo il Lunedì dell'Angelo del 2010 per fatti miei e con gli angeli che piacciono a me. Accade spesso di trovare una cosa quando se ne cerca un'altra e mi sembra sempre un segno del destino, per cui se, andando appresso a Dürer, inciampo in Gerrit Dou, mi sta bene e faccio una sosta.

L'artista olandese (1613-1675) è un incanto: considerato uno dei più noti rappresentanti della petite manière, che era tale solo per le dimensioni, fu contemporaneo di Vermeer e di Rembrandt, fu allievo di quest'ultimo a Leida, città natale di entrambi, prima che il giovane maestro partisse per Amsterdam, e guadagnò sempre più di lui, ammesso che questa nota sia interessante e abbia un senso.

Dou dipingeva soprattutto interni con superfici lisce e smaltate e usava una lente di ingrandimento per realizzare i suoi minuziosi dettagli. Era un maniaco della sua attrezzatura da lavoro e detestava la polvere. Non si sposò mai, forse considerando le donne poco nette. Vi trascrivo che cosa dice di lui Joachim von Sandrart, pittore, storico dell'arte e traduttore tedesco che gli rese visita durante un viaggio dalle sue parti:

'...Vendeva i suoi quadretti, il più grande dei quali misurava circa una spanna, per 600, 800 e anche 1.000 gulden olandesi. Il prezzo delle pitture lo calcolava secondo le ore che gli erano costate, di cui prendeva nota ogni giorno: ogni ora costava una libbra in moneta fiamminga, ossia 3 talleri e mezzo. Non lavorava mai se il tempo non era buono, e per ogni cosa aveva bisogno di modelli naturali. Negli anni avanzati macinava sempre i suoi colori sul vetro e si faceva i pennelli da sé. La polvere lo disturbava a tal punto che riponeva con la massima cura la tavolozza, i pennelli e i colori. Quando si metteva al lavoro aspettava lungamente che la polvere fosse posata, poi toglieva cautamente la tavolozza da una cassetta che era presso di lui, e preparava con cura meticolosa colori e pennelli, richiudendo ogni cosa appena aveva finito il lavoro della giornata.'

Se anche voi, come me, avete rituali connessi al lavoro che hanno sfumature ossessive e non riuscite a cominciare una cosa senza aver fatto prima questo e quello e pure quell'altro, se poi vi capita pure che vi giri male per cause meteo, eccovi (eccoci) serviti e in buona compagnia.
Ringraziate (ringraziamo) per questa deliziosa narrazione il solito Rudolf Wittkower e il suo Nati sotto Saturno, ghiotta fonte di ogni croce e ogni delizia per matti, paranoici, malinconici, fissati, nobili, geni, amorosi, creature singolari, vittime di ubbìe, fisime e paturnie, insomma per ogni artista, anche per quello che dorme in voi, in un angolo della vostra anima, per quanto resa cieca e sorda, e probabilmente pure zoppa, dai banchetti pasquali e dalle gite fuori porta.

(Grazie a Marco Albiero per la sua bella Colomba http://www.burningblood.it/marcoalbiero/index.html)

inizio
stampa

217. Se permettete, parliamo di uomini, 1: Estate

Claude Monet, Ritratto di Camille sul letto di morte, 1879

Jack Vettriano, Her Secret Life

Carlo Carrà, L'amante dell'Ingegnere, 1923

Paul Anka, Deve essere la nostra estate, 1966

Così come i giornali femminili danno indicazioni e suggeriscono tattiche, strategie, mezzi e mezzucci per farsi una bella storia d'amore ora che l'estate è scoppiata e i sensi sono tutti svegli, anch'io vi propongo il mio punto di vista. Ecco, dunque, di seguito, riflessioni sparse su alcune categorie di uomini che vi aiuteranno, potendo, a scegliere con più oculatezza il vostro amante. Mi scuso in anticipo per le omissioni, ce la sto mettendo tutta per ovviare alle mancanze.

Artisti & Creativi. Dio ci scampi. Narcisisti, autoreferenziali, sbiellati, abituati ad occuparsi solo del proprio lavoro, che dura 24 ore al giorno per 365 giorni l'anno, senza mai guardare al di là del proprio naso, capaci, se vi invitano a pranzo a casa loro e sono scultori, di mollarvi a tavola con la forchetta con il boccone infilzato per andare a spruzzare il bozzetto di creta al quale stanno lavorando, dare un'aggiustatina alla bocca (del bozzetto), riavvolgerlo nella plastica e ritornare da dove erano partiti senza nemmeno scusarsi, figuriamoci se essendosi lavati le mani, appaiono, già al primo colpo, esiziali. Sarà che la frequentazione quotidiana riempie rapidamente le tasche, ma l'immagine che, per prima, si forma se uno pensa a un artista-amante, è quella del ritratto di Camille fatto da Claude Monet sul letto di morte. Di lei. Che sbiancava, cambiava rapidamente colore, si raggricciava tutta proprio come fanno i cadaveri, mentre lui, febbrile, la ritraeva attento al minimo dettaglio, per niente preoccupato della vedovanza incipiente, anzi, visibilmente soddisfatto dell'opportunità di ritrarre, si fa per dire, dal vivo, un evento così irripetibile.

Giuristi. Nevermore. Paranoici, pignoli, noiosissimi, vi intrattengono a cena sulla bellezza del ritmo dell'endecasillabo in cui è scritta la Costituzione, trattandovi, però, come una pezza se non sapete a memoria il contenuto dell'articolo 52 che, occupandosi del servizio militare, potrebbe anche non essere strettamente di vostra competenza. Capaci di bizantinismi acrobatici al momento di decidere chi deve caricare la lavastoviglie, coltivano un tale distacco dal quotidiano da essere capaci di sostenere in pubblico con gli amici che l'elettrodomestico suddetto che staziona nella loro cucina (che, incidentalmente, è anche la vostra) è di marca talmente affidabile da non aver mai avuto bisogno negli ultimi due anni di addizione né di brillantante né di sale. O, almeno, non da parte loro, visto che eravate voi a provvedere, con metodo e regolarità, alla rabboccatura, pure con lui presente, per niente avveduto del gesto, perso com'era in cose sue mentali, fitte di commi, codici, ubbìe, panzane, sottiglienze.

Avvocati. Convinti, a torto, di far parte della Categoria precedente.

Fisici. Matti come cavalli.

Matematici. Noiosetti. Non auguratevi di trovarne uno come il John Nash di A Beautiful Mind perché lui, oltre che genio, era anche schizofrenico. Per quanto riguarda gli altri, più normali, facile trovare le loro medesime virtù in categorie più articolate. Vedi oltre.

Musicisti. Fanno l'amore esclusivamente con il proprio strumento.

Musicologi. Apparentemente interessanti, colti, articolati, sensibili, si struggono in situazioni romantiche e sono capaci di ricrearle con il solo tono della voce, irresistibili nelle dediche, spesso avvolgenti, capaci di erotismo e di un immaginario erotico non comune, dotati, nel loro guardaroba, di almeno un abito elegante, quello che indossano per lavoro, forieri, se apprezzate il genere, di serate mondane di livello eccelso, in possesso di biglietti per altri versi introvabili, fini dicitori, profondi conoscitori dell'anima. Ma. Perché anche qui c'è un ma. La moglie di un musicologo noto e serio, da me incrociata in quanto (lei) rappresentante Stanhome (come coppia la trovavo stranita), mi confessò l'angoscia di un viaggio di nozze, il suo, che a me era sembrato un sogno ma che, a pensarci a freddo, le stimmate dell'incubo ce le aveva tutte: Bayreuth, ovvero Wagner. Tutti i giorni, minimo 5 ore, tutto in tedesco senza un sospetto di sottotitolo, immersi loro due nell'atmosfera venefica degli aficionados, ovvero dei maniaci, la sera esausti, lei soprattutto, rimbambiti di opera d'arte totale, scusate, Gesamtkunstwerk, dopo una ventina di anni e un paio di figli, lei ancora ci si intristiva sopra: per lei, sposina, stritolata da Siegfried & Company, un'esperienza di solitudine e di isolamento; per lui, l'estasi professionale. 

Velisti. La categoria è trasversale, visto che la vela piace a molti. Riconoscete i velisti dall'orologio che portano a destra, pur non essendo mancini, per motivi che mi sono stati spiegati varie volte e che non sono capace di riferire, parlano un linguaggio in codice, cazzano la scotta, la ronda e il fiocco, hanno a che fare con alberi, boma e tangoni, vi propongono uscite squilibrate nelle quali condividere un posacenere che definiscono gabinetto con altri 8 esemplari ignorando che le vostre tolette sono degne di Barry Lyndon e durano 2 ore e mezza, per non parlare dell'ossessione compulsiva del fine settimana sempre e comunque in barca, dei discorsi che mirano tutti a sostenere che il sole che vi strapela le spalle è un'esperienza mistica, che solo nell'a tu per tu con il vento si ode la vera voce della natura, pubblicano sul loro profilo FB foto tutte uguali dove loro appaiono irriconoscibili, stravolti come sono dalla posizione e dagli elementi e potrebbero essere, come niente, uno dei loro compari, si credono tutti Corto Maltese e sognano di fare gli skipper, si macerano in un'idea di avventura con la descrizione della quale vi perseguitano quando vi portano a cena fuori la prima volta: al lago o al mare. Parlando di vela.
Se, come me, siete no tanning, lasciateli perdere.

Attori. Fanno l'amore esclusivamente con la propria immagine.

Imprenditori. Apprezzano le donne di Jack Vettriano e non si rendono conto che sono finte.

Veterinari. Simpatici, gioviali, utili nel caso possediate un animale da compagnia, raccontatori di storielle in stile, tipo quella della signora al cui cane era stato prescritto un cucchiaino da caffè al giorno di ricostituente che torna dopo una settimana con il dubbio che la bestia, con tutta quella caffeina, le diventasse intrattabile. Pragmatici, capaci di sentimenti, aggiornati se non altro perché altrimenti non campano e devono sapere oggi tutto sul Furetto e domani sul Criceto siberiano, particolarmente cagionevole di salute e quindi redditizio, giocherelloni, libertini di fondo, viste le frequentazioni rudi che sono loro imposte. Unico dubbio, non di poca importanza: come farsi accarezzare la sera da mani che si sono infilate nella bocca del mastino napoletano senza l'utilizzo di guanti, hanno preso la temperatura allo Shar pei, che è quell'essere vivente tutto pieghettato per pulire gli interstizi del pelo del quale non basterebbe il ficcanaso dell'aspirapolvere e anche lo spazzolino da denti si rivelerebbe insufficiente, per non parlare del contatto con i serpenti, dei camici che tornano a casa imbrattati di sangue come nemmeno quelli di un killer, degli odori e dei rumori di fondo: l'ustolare, il barrire, il crocchiare, lo zigare, il ciangottare, il ragliare, il bubolare, il grugnire, il pipiare. Chissà, meglio Wagner. Assimilabili a questa categoria i Proprietari di negozi di animali.

Chef. Sono sempre a cena fuori.

Architetti. Sbicchierati e inaffidabili. Uno pensa alla poeticità di Jean Nouvel, al rigore di Mies, alla follia iconoclasta e eccitata di Le Corbusier e si ritrova a cena con uno che si occupa di fotovoltaico. Se controllate, scoprite pure facile facile che ha impiegato 10 anni a laurearsi, che non ha visto una mostra negli ultimi 18 mesi perché era fuori Roma per il fine settimana e quelli sono i suoi unici momenti liberi, che si impiccia con gli stili del Novecento, che trincia giudizi su artisti che gli avete citato voi per la prima volta ieri l'altro mentre lui vi guardava con occhi come ginocchi. Se proprio volete frequentarne uno, fatelo esclusivamente per consigli edili e di arredamento, siate prudenti e rileggete le sante parole di Elena Canino ne La vera signora, da noi più volte citata come bibbia esistenziale, al capitolo Rapporti con l'Architetto: ''...Non lo tratta come un artigiano né come un amante. Non esce con lui per dare un'occhiata agli antiquari e poi 'fanno colazione' in un posticino tanto carino. Non lo esibisce alle amiche. Non esclama. 'Che belle mani!'. Non si fa fotografare con lui per il fascicolo natalizio Casa Nuova. E, a lavori ultimati, versa il dovuto compenso.''. 

Psicologi. Fatevi raccontare subito la storia dei loro reiterati fallimenti sentimentali. Scoprirete così, al primo impatto, che la psicologia in amore non serve a niente.

Tecnici informatici, Poliziotti & categorie afferenti. Pragmatici, in adorazione davanti a un'umanista, quindi gratificanti e con palpitazione costante, difettano però di alcune competenze che comportano, a loro volta, alcune necessità: per esempio il divieto assoluto di utilizzo di termini poco frequenti cui corrisponde l'obbligo di frequentazione di programmi televisivi più che popolari perché altrimenti la conversazione langue. Aggiungete a questo la pazienza di cui dovrete dare prova nel sopportare la rielaborazione di un immaginario amoroso e relazionale di una mediocrità che fa cadere le braccia, preparatevi a vedervi chiamare in un sms 'Tesoruccio' e a sentirvi chiedere via medesimo mezzo se non avete voglia di condividere con lui le emozioni della giornata. Un consiglio. Rispondete, gentilmente, che in quel momento avete voglia solo di andarvene a letto, ma da sole, perché nel corso di una, è vero, faticosa giornata di lavoro, di bagatelle (che a Roma chiamano 'frescacce', termine che compare anche sullo Zingarelli e che mi permetto di usare solo per questo) ne avete già sentite abbastanza. 

Poeti. I compagni migliori. Sulla carta (leggi: sui libri).

Sportivi (Saltatori in lungo, Calciatori, Maratoneti & categorie afferenti). C'è poco da dire, fisicamente non sono affatto male e, come si sa, anche in amore l'occhio vuole la sua parte. Forti di una forza che trascende la vostra esperienza, sono capaci di sollevarvi con una mano, ammettendo che pesiate come deve pesare una vera signora, o signorina, che evita di strafogarsi di gelati e sta attenta alla linea. Coraggiosi, talvolta audaci, animati da uno spirto guerrier probabilmente più efficace di quello che millantano i poeti, hanno, però, anche loro qualche inconveniente. Pensate soltanto a quello che dovete far trovar loro nel piatto quando li invitate da voi per una cenetta romantica (calcolate una quantità di cibo pari a 3 volte quella, già mostruosa, che ingurgita un uomo normale), alle fisime proteiche, ai calcoli di traduzione di carboidrati in muscolatura, pensate alla necessità quotidiana dell'allenamento, al lagnoso destino cui siete condannate di riposo del guerriero (soprattutto quando la gara al guerriero di cui sopra è andata male), al vero significato per loro del termine 'performance': una prestazione sì, ma su un campo di terra battuta o d'erba, ai piedi scarpette adeguate e calzini di odore intollerabile, sfinimento del corpo alla fine della tenzone, contro gli avversari o, peggio, contro se stessi. Mettete in conto stirature muscolari, strappi, fasce elastiche, spalle che si incriccano quando vi abbracciano, gridolini di dolore che sospendono qualunque approccio di tenerezza, broncio fisso per un tendine che non si aggiusta, montagne di asciugamani da lavare perché sono sempre reduci da qualche lurido posto, fisioterapia che condiziona tutto il planning degli appuntamenti, imposizione di astinenza, chiamiamola così, sentimentale da parte del loro Coach, praticamente il vostro più accanito rivale.
Considerato tutto questo, vedete voi se non vi convenga ammirare gli atleti dal bordocampo piuttosto che invitarli nel campo vostro.

Intellettuali, Scrittori, Filosofi, Critici letterari e cinematografici, Storici dell'Arte. Praticamente, la concorrenza.

Giornalisti. Convinti, a torto, di far parte della Categoria precedente.

Uomini di cinema (detti Cinematografari). Affascinantissimi, intrepidi, visionari, abituati a donne (che appaiono) bellissime, spesso sono (stati) ricchi e hanno repertori inesauribili di fatti da raccontare. Ne ho frequentati alcuni che erano miei colleghi di Accademia e ne conservo un ricordo schietto di avventura e di romanzo. Uno di loro, incrociato di recente in una situazione ospedaliera e con il quale ho fatto quattro chiacchiere, mi scrive ancora mail impareggiabili in cui mi chiama 'Carissima stranissima' e in cui mi dice che si sente 'come un marine in Vietnam in  procinto di andare in pattuglia di notte forse senza ritorno che riceve la posta da una attrice affermata di Hollywood incontrata un giorno per caso dall'oculista e che comunque si ricorda di lui'. Ditemi voi se non siamo di fronte a un caso raro, uno di quelli da me auspicati come necessari per rendere la vita meno amara e il vivere quotidiano più sopportabile, grazie, come andiamo da tempo predicando, al cinema e a tutto quello che ci sta dentro.

Ingegneri. Un dulcis in fundo. In teoria, gli unici consigliabili. Solidi, quadrati, con le idee chiare, ottimi guidatori capaci di parcheggiare una macchina con soli 3 giri di volante (io ce ne impiego una decina di troppo), appassionati di calcio come si addice a un vero maschio, fanno calcoli a mente, dominano il computer e vedono subito il lato meccanico del mondo, quello che a me sfugge costantemente. Ottimi matematici, empiristi, strateghi dell'esistenza, apprezzano ciò che loro non sono forse per mancata vocazione o forse per fortuita contingenza, ragionano trasversalmente, sanno di cose economiche e maneggiano agevolmente anche il disegno, fosse pure quello tecnico.
Tranne poi, all'appuntamento n° 10, stimolati dal confronto con il diverso, tirare fuori un lato creativo che stava lì a sonnecchiare da sempre, perdere con gusto i punti di riferimento, tirare tardi in chiacchiere avvolgenti, immergersi nell'Arte, che consideravano da sempre un passatempo per inetti, e cominciare a comprenderne gli ingranaggi, rivelando così sensibilità e morbidezze che li perdono e che li collocano nella prima categoria che abbiamo analizzato in questo nostro giochino estivo, per niente innocente e che tale per niente voleva essere.

In questo modo, come dicono i Francesi, 'la boucle est bouclée', cioè il cerchio si chiude e il caso fa lo stesso. E allora,  amiche mie, cui questa puntata era rivolta, nella scelta del partner estivo, sbrogliatevela da sole. Anzi, se proprio volete darmi ascolto, tornate alle riviste femminili da cui eravamo partiti, studiatevi l'oroscopo oppure dategli solo un'occhiata poco impegnativa, ricordando che i Sagittari sono superficiali, i Pesci strambi e i Leoni prepotenti e prendetevi l'amante che vi manda il Cielo. Perché tanto, con gli uomini, non c'è scampo.
Buone vacanze e, soprattutto, buoni amori estivi.     
 

inizio
stampa

218. A Summer Night's Thought

Michelangelo, La Notte, 1520-34, part.

Raffaello, Autoritratto, 1506

Straccio per lavare i pavimenti (in francese serpillière, volete mettere?)

Così come Michelangelo concedeva a Raffaello di possedere il dono della grazia, riservando a se stesso quello della terribilità, gli uomini concedono alle donne il piacere di pulire la casa, riservando a se stessi il gusto di sporcarla.inizio
stampa

219. Notiziola del 28 luglio 2010

Mickey Mouse, pure lui nel secchione

Per la cronaca, ieri, o piuttosto oggi, a nottefonda, ho buttato al secchione lo zerbino n° 3 dei rianimatori che hanno bottega nel giardino del mio condominio (v. puntate n° 207, Missione zerbino e n° 212 (perseverare autem) Diabolicum di Opera Soap. Esso giaceva in un pietoso stato di abbandono e di sporcizia da parecchio tempo esattamente sullo stretto marciapiede di passaggio che conduce al mio portoncino d'ingresso e recava l'immagine di Mickey Mouse, pure in atteggiamento piuttosto irritante, ridanciano e scomposto. Lo zerbino sposava la forma del celebre personaggio, aveva, cioè, il contorno di un sorcio.

Come si dice a Roma, alludendo a una malattia particolarmente difficile da debellare, quelli intignano.

inizio
stampa

220. L'epoca dei Lumi

Teatro dell'Opera di Roma, interno

Le lustre dell'Opéra di Parigi

Enki Bilal, Jill Bioskop (1986), con taglio di capelli semi-demenziale che apprezzo molto

Venerdì scorso 13 agosto sono andata dal mio parrucchiere per l'appuntamento più importante dell'anno: quello che precede le sue ferie. Su questa data modello da sempre i fatti miei, vado da lui all'ultimo momento perché dopo sta chiuso un tempo biblico; ben tre settimane, troppe per la mia testa. Insisto, ripeto, sottolineo ancora una volta: colf e parrucchiere dovrebbero rendersi conto dell'importanza del loro ruolo nella vita dei loro interlocutori e moderare (o suddividere diversamente) le vacanze. Non si capisce perché quello che tutto l'anno è normale (lo stiro, l'aggiustatina della frangia, lo spolvero dei mobili, la ripresa del colore) all'improvviso in estate sia considerato superfluo.

Il mio parrucchiere è la persona più modaiola che io frequento. Non gliene sfugge una: soggiorni a Dubai, palestra in casa, bevande energetiche, discoteca, tatuaggi, firme dappertutto e piercing. Mi sta benissimo così, altrimenti non sarebbe capace a farmi i tagli demenziali con cui si scapriccia.
Si è fatto un negozio d'oro con il salvadanaio delle mance che è una cagnetta con collare di brillanti, i ragazzi, quando uno entra, sono spesso irriconoscibili, da neri mediterranei sono diventati biondi e assomigliano a alieni scesi dall'astronave, per non parlare delle creste, degli sversamenti e degli orecchini infilzati dappertutto. Da qualche settimana è arrivato anche il grande protagonista: il lampadario. Una cosa teatrale, piena di vetri e lampadine, per la pulizia della quale c'è tutto un rituale (spolvero, liquido sgrassante, ripasso di straccio) che mi è stato raccontato in occasione dell'ultimo incontro. Finito con i clienti (io ero la penultima solo perché la persona prima di me è arrivata tardi), avrebbero messo mano alle pulizie di fondo, compreso il mostro, riservato, in quanto delicatissimo, alla madre del titolare, che di solito si occupa della cassa.

Saluti, baci, da un pezzo ho fissato l'appuntamento di settembre (ovviamente, il primo della riapertura). Esco e vado a comprare il giornale (solo per La posta del cuore di Natalia Aspesi del supplemento) e a casa gli butto sopra un occhio. 
Il Caso è divino e che io credo in lui.
Leggo, dunque, senza nemmeno troppo stupore, che anche all'Opera di Roma si sono rimboccati le maniche e hanno fatto scendere a terra il maestoso lampadario voluto da Marcello Piacentini e issato nel 1928. Non vi risparmio la parte inventariale: 27mila cristalli, 270 lampadine, 6 m di diametro e 3 e mezzo di altezza, 36 metri cubi di volume e peso di oltre 3 mila chilogrammi, 18mila watt di potenza. Lo scendono (e ti credo) ogni 5 anni e lo puliscono.

Mentre comincio a osservare, con gli occhiali da miope inforcati e invasa dal sospetto, le luci di casa mia e prendo appunti sui miei onnipresenti post-it con istruzioni per la colf (rientrata, alleluja, la scorsa settimana dopo un mese di latitanza), mi torna in mente una delle cose che so da sempre di Baudelaire de Mon coeur mis a nu, tutta laterale e, è il caso di dirlo, brillante.
Quando ci comunica le sue opinioni sul teatro, scrive: 'Ciò che ho sempre trovato di più bello in un teatro (la ripetizione è sua), nella mia infanzia e ancora adesso, è il lampadario (le lustre, lo chiama, giustamente, lui) - un bell'oggetto luminoso, cristallino, complicato, circolare e simmetrico...Dopo tutto, le lustre mi è sempre sembrato l'attore principale, visto attraverso la parte grande o la parte piccola del binocolo'.

Dall'omissione radicale dei problemi suddetti, si vede proprio che Baudelaire, mio compagno, fratello, amante tenerissimo, di pulizia e manutenzione di lampadari capisce poco o niente non essendosene mai e poi mai dovuto occupare, in quanto uomo e, diciamolo pure, anche in quanto artista. 

inizio
stampa

221. Nodo alla gola

Anne Sophie Pic, Recettes pour les enfants, 2010, ciò che è evidentemente mancato nell'infanzia dell'Ingegnere

Fusilli, molto apprezzati dall'Ingegnere

François-Edouard Picot, L'Amour et Psyché, 1817

Lo ammetto. Anzi, sono disposta a rendere una piena confessione. Pur sapendo, e da sempre, che gli uomini si prendono per la gola, non ho mai dato peso alla faccenda. Pensavo che la cosa non mi riguardasse e che le padelle fossero appannaggio di donne con una conversazione meno brillante della mia, votate per scelta o imposizione al lavaggio dei piatti e all'odore del fritto in testa. Come Alfredo Germont, anche se in tutt'altra situazione, io cieca, vile, misera, ho messo per anni in tavola cibi insipidi e privi di trasporto, petti di pollo sfatti in vaporiera insieme a patate tagliate grossolanamente, minestre riscaldate per tre giorni, surgelati, confezioni immangiabili di vitamine e proteine pronte. Tutto, fuorché il rischio di perdere tempo in cucina, per non parlare dello sporco che crea come dal nulla anche la cottura di un semplice uovo al tegame.

Poi, come Saulo sulla via di Damasco, da me spesso citato perché stimo molto le conversioni che arrivano di botto, mi si aprirono gli occhi. La faccio breve e vi dico che ora sono quasi pienamente redenta e che passo anche per una che cucina discretamente. Ho imparato, a mie spese, come funziona un ménage con una presenza maschile, mi sono dedicata, ho fatto pratica e teoria, esperimenti e prove, tutto e sempre, però, diciamolo, in un estremo impulso di coerenza, tenendo d'occhio la regola del non più di 15 minuti di lavorazione: se voglio l'anatra laccata, a Pechino c'è un ristorante ottimo con uno chef che ci sta dietro i due giorni di rito. Io, da parte mia, ho un altro repertorio.
Riammessa, così, nelle fila delle donne che con il mestolo in mano ci sapevano fare, tutto pensavo, godendomi complimenti e riposando su effimeri allori, tranne che potesse essere in agguato, al mio indirizzo, la Vendetta.

Essa mi strafulminò vestendo i panni, da me peraltro parecchio apprezzati, dell'Ingegnere.

Ormai sicura della mia esperienza, lavati tutti gli oltraggi, mi davo con disinvoltura all'imbastitura di cenette semplici e gustose, fra l'altro rese ancora più evocative dal lume di candela.
Come è noto, i gusti sono gusti e c'è ben poco da fare per orientarli diversamente, perlomeno in età adulta, visto che ho letto più di una volta di chef pluristellati (le mie letture di libri e interviste e altro di cucina si affiancano ormai regolarmente a quelle d'arte) che riescono a far apprezzare ai figlioletti una serie articolata di sapori (per esempio, l'amaro, l'aspro, il piccante) di solito schifati dall'infanzia.
L'Ingegnere, però, a questo riguardo, era fuori tempo massimo.

Presto fu chiaro che, come Don Giovanni nell'ultimo atto deve vedersela, proprio durante una cena, con la statua del Commendatore, che è venuto a prenderselo in carne e ossa per fargli espiare agli inferi i suoi peccati tutti, così il mio ospite, strumento inconsapevole del Fato, faceva ingresso nella mia esistenza con lo scopo precipuo di farmi pagare la totalità delle omissioni e delle cotture precarie pregresse.

A tentoni e piena di buona volontà, procedevo per tentativi, usando l'intuizione, l'associazione di idee e compulsando metodicamente la quantità di materiale archiviato nella mia cucina.
Le cantonate (mie) cominciavano a preoccuparmi.
Niente pasta lunga, d'accordo (lascio perdere la mia passione per gli spaghetti, secondo me una delle cose più perfette, nel loro assoluto e intoccabile minimalismo, che ci siano sulla faccia della terra): ma perché penne, fusilli, tortiglioni, farfalle (totalmente demenziali, come è noto, per essere come schegge impazzite nell'acqua di cottura, visto che il centro è al dente solo quando le ali sono già sfatte) sì e i mezzi rigatoni e le pipe rigate no?
Perché la frittata di zucchine era apprezzata e le zucchine servite come contorno manco per niente?
Che cosa aveva il prezzemolo di esiziale, se poi entrava da protagonista nella confezione delle predilette polpette?
L'olio non doveva sentirsi (il soffritto del sugo, da solo, richiedeva una rimescolata continua e costante per non fare mai appoggiare le cipolle alla pentola; a confronto, le manie di Gadda, Ingegnere pure lui e, evidentemente, non meno esigente, a proposito del risotto - 'Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego: non deve far bagna o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo' - erano acqua fresca), il tonno, che considero un alimento versatile e nobile, che una volta, per sbaglio di acquisto, si trovò come aggiunta di un amuse-bouche, era osservato con disgusto, il basilico sollevato con precisione da entomologo che infilza gli insetti e depositato sul bordo del piatto. Una spigola spettacolare venne retrocessa a pietanza senza senso, il tutto, per amor di verità, a favore di un'orata al sale grigio degli inizi che era stata premiata con commenti lusinghieri.
Tralascio il senso di sconforto che mi prese davanti a una frittata di maccheroni, servita da parte mia con l'orgoglio di quella che ha appreso, per frequentazione assidua, accenti partenopei, che fu guardata con un'indifferenza che mi annientò e spostata da una parte.
Olive per una siciliana? Con cautela e senza entusiasmo. Fagiolini? No, grazie. Melanzane? Un'altra volta.
Filavano a tutta birra la gazzosa e il cioccolato in tutte le salse, ma, l'ho detto, sono una arrivata alla cucina di sponda e mi ritrovo totalmente incapace a utilizzare l'una e l'altro per un pasto mediamente accettabile.
Una passione incontenibile per i pistacchi e l'acqua tonica mi consentiva di superare l'ora dell'aperitivo.
Con hamburgher e patatine fritte sfangai una cena d'emergenza, ma anche lì il veleno era in cauda perché il mio barattolo di Moutarde de Dijon, pure con cucchiaino di legno di ordinanza comprato a Parigi a Place de La Madeleine, fu retrocesso sul tavolo dall'Ingegnere in posizione secondaria, a favore, diciamola meglio, di un Ketchup Heinz 57 Varieties di tradizione purissima.

La cosa più disorientante era tutta una serie di sms nei quali mi tranquillizzava con richieste di cene rapide e semplici (una volta uscì fuori pure una 'pizza a taglio' che, considerando tutti i miei sforzi, suonava come una beffa), perché era 'altro' nella serata che gli interessava. (La mia conversazione brillante, suppongo).
Inoltre sulla faccia, che trovavo sempre più seducente, l'Ingegnere sfoggiava un'espressione da schiaffi come a dire che lui aveva gusti normalissimi e che ero io che non riuscivo a interpretarli.
E allora, io che non so nemmeno che cosa sia il senso di colpa, mi attribuivo responsabilità che ai miei occhi diventavano gigantesche: non mangiavo funghi, che lui avrebbe gradito, ed ero allergica a crostacei e frutti di mare, che lui degustava regolarmente, e me lo diceva in reiterati racconti, nelle linguine allo scoglio. (Linguine. Vi faccio notare l'incongruenza. Trattasi di pasta lunga, ma è noto quale sia il ruolo dell'eccezione nei proverbi e nella logica). 
Senza funghi e senza il resto, che mi avrebbe costretto a chiamare in un paio di ore il 118, mi dicevo che la mia cucina era nulla.

Una sera gli chiesi il permesso di telefonare alla donna che lo aveva tirato su con quella matassa di gusti gastronomici di cui non trovavo il bandolo. Mi fu negato. Peccato, perché, essendo io piena di buona volontà, avrei fatto tesoro di ogni suggerimento. Un'altra non prese del tutto bene una cosa giocosa che gli avevo proposto: una scatoletta di Simmenthal al suo posto a tavola, che mi invitò a mangiare da sola perché non rientrava nelle sue preferenze, e una confezione ibernata di bastoncini di pesce, di cui lamentò il formato troppo piccolo.

Quando fui a casa sua, ammessa nel luogo in cui l'Ingegnere viveva e confezionava i suoi pasti, invece di controllare, come avrebbe fatto qualunque altra amica impicciona, se c'erano tracce di ulteriori presenze femminili in bagno (tentazione cui suggerisco di non cedere mai perché anche in questo campo, evangelicamente, Matteo capitolo 7 versetto 8, se cercate, troverete), buttai un occhio, sostenuto da uno spirito di osservazione affilato dalla professione, altrove e passai in rassegna il frigorifero. Non ci capivo più niente: il sugo sotto vuoto Buitoni era migliore del mio, fatto con tanta devozione? Le bibite dai colori pastello, come reggevano il confronto con la mia cantina? Quel vuoto pneumatico, così virile, che mi inteneriva in ogni sua sfumatura e mi faceva pensare a serate trascorse davanti a uno schermo televisivo che, da solo, mangiava quasi tutto lo spazio della cucina, come poteva competere con l'organizzazione del mio pieno, birre, alcolici, verdure, yogurth, formaggi, salse, uova, burro salato e classico, affettati della migliore qualità, perfino Coca Cola e acqua effervescente, laddove per me le uniche bollicine concepibili sono quelle del perlage dello champagne, da me perennemente presente perché rinnovato a ogni festeggiamento? 

L'unica spiegazione era quella che vi ho detto all'inizio. Il Destino mi metteva alla prova, rincorrendomi come il gatto fa con il sorcio (e doveva essere sulle mie tracce da parecchio tempo), mi aveva fermata con le spalle al muro, per intenderci quello piastrellato con mattonelle di Vietri 10 x 10 color latte della mia cucina.
E, come Psiche che aveva smarrito l'amore di Eros per aver ceduto alla curiosità di vedere se l'amante con cui giaceva tutte le notti al buio era davvero un mostro come sostenevano le invidiose sorelle, scottandogli una spalla con una goccia di olio caduta dalla lanterna con cui aveva illuminato sconsideratamente il bellissimo volto del divino ragazzo, e potendo riaverlo, come unica possibilità, solo affrontando tutta una serie di prove impervie e, rimanga fra noi, pure cretine, anch'io ero chiamata a dar conto di santa pazienza, perizia, industriosità, attaccamento al genere maschile attraverso l'aggiunta di un posto a tavola riservato all'Ingegnere e ai suoi impenetrabili gusti.

Ben mi stava, da sempre me l'ero cercata e la Vita, dopo anni di rimpiattino durante i quali mi ero nascosta dietro le scatolette del reparto cibi conservati del supermercato, mi aveva raggiunta.

Rassegnata, trepida, in cerca di ispirazione per la cena di domani come, altrove, mi metto a inanellare idee e motivi per una conferenza, torno in questo sabato di agosto ai miei fornelli.

In un angolo della mente, quello più istintivo e irrazionale, si annida però un moto di residua ribellione mescolato a un sospetto: che il concetto del prendere un uomo per la gola vada interpretato in modo diverso.
Afferrarlo, cioè, al collo e individuare il punto palpitante in cui batte il sangue, quello sul quale è bello deporre baci dei quali, catullianamente, si perda il conto, posarci sopra due dita e intanto stringere, ma stringere per davvero con tutta la forza e questo fino a quando lui non stramazza a terra, agonizzante.  

Garinei e Giovannini, Aggiungi un posto a tavola, 1974, con Jonnhy Dorelli. A vostro rischio e pericolo.

inizio
stampa

222. WHO?

Fogli

Figli

Settembre, si ricomincia, incalzano le incombenze organizzative. Mentre pulisco con il Cif liquido e lo straccio un Portalistini personalizzabile in PP cui ho tolto la copertina datata allo scorso anno, mi rendo conto di aver lasciato per fare spessore ('nella vita occorre sempre un supporto rigido', diceva il preferito dei miei studenti e aveva ragione, provate a pensarci) la pagina fornita dalla ditta con note tecniche e qualche riga di presentazione. Leggo così una cosa che mi era sfuggita fino ad adesso:
SVILUPPO © TRATTA TUTTI I FOGLI COME FIGLI.

Ma chi li trova questi slogan, CHI? E, inoltre, se si tratta di un sedicente creativo, viene anche retribuito come tale? 

inizio
stampa

223. Connecting People

Il mio nuovo telefonino

Filo interdentale

Non mi sembra un caso che in quest'epoca liquida in cui gli studenti non hanno tempo per studiare il mio nuovo telefono cellulare, comprato solo perché quello precedente ha definitivamente tirato le cuoia, pur con tasti degni di questo nome e design elegante, sia corredato da un insieme demenziale di applicazioni, funzioni e collegamenti di cui non si capisce il senso, richieda due giorni tempo per la configurazione dell'invio di MMS, non riesca a fare le cose più elementari, tipo selezionare con una sola operazione i messaggi da cancellare oppure avere in Agenda la possibilità di memorizzare con trillo di avvertimento una telefonata importante, abbia caratteri definiti 'grandi' illeggibili senza occhiali superati  di 11 mesi i 39 anni, la suoneria che non si sente e un display costantemente buio che impiega almeno 2 secondi a rianimarsi. Per non parlare della non gestibilità di quest'ultimo, che si sporca solo a guardarlo e che, per non apparire negletto a 48 ore dall'acquisto, va intrattenuto come si intrattengono i denti: questi ultimi, con filo, spazzolino, scovolino e dentifricio prescritto dall'igienista; il display, con straccio inumidito di Cif strofinato accuratamente nei punti più sensibili. In tutti e due casi, minimo 3 volte al dì, pena la perdita di smalto e di brillantezza. inizio
stampa

224. My Beautiful Laundrette

Knightsbridge Dry Cleaners 231 Brompton Road Knightsbridge London

Mi piacciono molto le lavanderie, soprattutto quelle delle città che sono tali, grandi, milioni e milioni di abitanti indaffarati, con persone troppo impegnate per lavare i panni in famiglia. Mi danno la sensazione dell'organizzazione e del lavoro manuale, quello che santifica e benedice le spremiture di cervello, che senza di esso diventano esercizi inutili di astrattezza.

Spesso questi locali sono molto curati, talvolta hanno alle spalle una tradizione. A Londra, l'ultimo davanti al quale mi sono fermata stava a Knightsbridge, in Brompton Road, al civico 231, fra i musei e i grandi magazzini: era piccolo ma perfettamente pensato, con una teoria di orchidee sulla vetrina prima del bancone. Mi sono fatta dare una brochure, che ho messo nella mia agenda, così come ci sono quelli che ci mettono i santini, per avere un aiuto morale dall'esterno nei momenti di dubbio e di stanchezza.
Per una camicia 'plain', ci vogliono £ 2,40; se ci volete l'amido, contatene 2,50. Per un lenzuolo ve la cavate con £ 6,20 e per una coperta matrimoniale con £ 12,40 (nonostante l'eleganza della location, i prezzi sono inferiori a quelli nostri). Sono nella Price List anche i tappetini del bagno, tovaglie e tovaglioli, coperture di materassi e mantovane. Per un abito da cocktail si dovrà patteggiare, partendo da £ 22,70. Per una finitura a mano, calcolate il 50% in più del costo indicato. Fanno un servizio 'same day' su richiesta, riparano, ricuciono, alterano, vengono a prendere e riconsegnano in zona, basta accordarsi.
L'orario di lavoro è di quelli che non perdonano: dal lunedì al venerdì 8:00 - 19:00. Il sabato dalle 8 alle 17:00. Chiuso la domenica e nelle feste nazionali.
Praticamente sono aperti 6 giorni a settimana con una media di 10 ore e 66 periodico di lavoro al giorno. Traducendo ulteriormente: una vita dietro quel banco.
Come si dice da quelle parti: business as always, vale a dire sempre e pure comunque.

inizio
stampa

225. Slow Food

Risotto alla milanese

Una chiocciola ci sta sempre bene

Venerdì scorso ho invitato l'Ingegnere della puntata 221 a cena proponendogli un risotto alla milanese. Previa informazione, sottolineo, visto che mai avrei pensato che una cosa così specifica gli piacesse.

Gli piaceva.

Tralascio la lavorazione del brodo, estesa su due giorni, il primo nel quale sono andata a prendere la carne con il viatico de Il Talismano della Felicità ('Buoni tagli di carne da brodo sono: la copertina, il fianchetto, il petto, la spalla, lo stinco; migliori la punta della culatta e il piccione che offrono anche un bollito gustoso.') da uno dei migliori macellai di Roma, fino al Pantheon (dovevo andare in centro per faccende professionali e non mi dispiaceva fare anche un po' di spesa) e mi sono allungata anche a Campo de' Fiori per gli odori ('...Sedano - Prezzemolo - Carota gialla - Pomodori - Cipolla - Chiodo di garofano'. A questo proposito, ho omesso il pomodoro, che nel risotto allo zafferano NON ci va e evitato il chiodo di garofano, che mi fa tanto dentista old style) e il secondo dedicato alla cottura: 3 ore e mezza, sdegnando in un attacco di devozione la pentola a pressione, cosa che non farò mai più perché ho dovuto allungare il risultato con l'estratto di carne dato che si era ristretto in eccesso.

Cito qui solo il risotto vero e proprio: cipolla in fette sottili che cuoce adagio in una cucchiaiata di burro senza prendere colore e poi il riso, mescolato con cucchiaio di legno 'affinché... si intrida bene nei grassi e non s'attacchi' e poi bagnato 'con qualche ramaiolo di brodo bollente'. Sale e pepe, la cottura va condotta 'con vivacità, rinfondendo sempre brodo bollente man mano che il riso si gonfia'.
Quello che i libri di cucina non dicono è l'effetto dello stare sulla pentola. Mano a mano che giravo, il mio golfino appena ritirato dalla lavanderia e i capelli che avevo impiegato un'ora buona a fare si intridevano pure loro nei grassi e sprofondavo in secoli di odori al femminile, proustianamente gli effluvi resuscitavano in me memorie ancestrali di fornelli destando incertezza fra le proprietà del flacone di profumo che sta sul comò della mia camera da letto e quelle della cipolla incolore, quest'ultima non so quanto gradita a un olfatto maschile.

In quella che ritenevo la metà cottura, avevo, come da manuale, versato 'una pizzicata di zafferano sciolto in un cucchiaio di brodo'  nella pentola e l'avevo fatta amalgamare.
Sapendo che gli uomini all'ora di cena sono affamati come lupi, avevo sottoposto all'attenzione dell'Ingegnere un aperitivo che mi sembrava sufficiente, completato com'era da una ricottina di bufala servita come amuse-bouche. E, per distrarlo, facevo uso della mia conversazione, di solito brillante ma in quella circostanza probabilmente appannata dall'attenzione che dedicavo alla cottura.

Forse per questo lui non era distratto per niente.

Ho spiegato i termini tecnici della questione, stigmatizzando l'uso che alcuni fanno della pentola a pressione anche per portare in tavola il risotto; a quel punto, sostenevo, uno si mangia gli spaghetti al burro, che almeno sono più coerenti con la fretta.
Per cuocere un risotto occorrono 40 minuti e sono pronta a sfidare a duello chiunque sostenga il contrario. E' probabile che dipenda anche dal riso, grazie tante, però per la circostanza stavo rimestando da un pezzo un sontuoso Carnaroli, che buttato nell'acqua bollente impiega 17 minuti di orologio a risultare al dente, figuriamoci se non richiede più del doppio quando parte da fermo.

La faccio breve. Alla metà tempo l'Ingegnere sbotta e, per carità, con l'eleganza che sempre lo contraddistingue, mi domanda con sulla faccia l'espressione che secondo me gli viene quando ha davanti la cassiera tonta del supermercato che fa fatica a ritrovarsi con l'aritmetica primitiva del conto, una cosa a metà fra l'incredulo e lo scocciato venata della superiorità di chi con i numeri ha un rapporto eletto, che diavolo mi sto girando in quella pentola da tutto quel tempo, ritardando così la cena e il resto, laddove lui quando si fa il risotto da solo, in 3/5 minuti è capace di servirlo in tavola fumante e senza fare quelle storie.

(Come dice il proverbio napoletano: A lava' 'a capa a 'o ciuccio, nci pierd 'o tiemp, l'acqua e 'o ssapon. Non credo che ci sia bisogno di tradurre. Per la cronaca, il risotto, condito 'col resto del burro, parmigiano grattugiato' e mandato 'prontamente', si fa per dire, in tavola, è venuto buono ed è stato con magnanimità giudicato superiore a quello liofilizzato in busta, cui l'Ingegnere, mi viene il dubbio, è avvezzo). 


 

   

inizio


Realizzazione PanPot / Carlo Di Giugno