Opera Soap

 
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226. White Christmas

Facebook Vi odio, grazie al profilo di Anna Mercurio per l'ispirazione

Louis Léopold Boilly, La Toilette intime ou La Rose effeuillée

François Boucher, La toilette intime

Tempo fa, diciamo 4 anni, durante lavori impegnativi nella mia stanza da bagno (abbattimento di un soppalco, sostituzione della vasca che si era deteriorata) uno degli operai causò un danno a uno dei sanitari. Si trattava di quell'oggetto che considero frutto della civilizzazione più estrema (per questo ignorato, rimanga fra noi, da quei selvaggi che sono gli Inglesi e gli Americani) che, nel suo senso originario, era un cavalluccio, come dice la canzone infantile 'A' dada sur mon bidet'.
Apparso in Francia alla fine del XVII secolo o, secondo qualcuno, all'inizio del XVIII, sembra che ben rappresenti lo spirito libero e libertino dell'epoca. Voi metteteci pure il ritorno alla natura caro a Rousseau e il ripiegamento su se stessi caro a Luigi XV e avrete il mood buono a esprimere la riscoperta del corpo e il piacere delle abluzioni.

Mi arrabbiai, eccome se mi arrabbiai, era una specie di taglio che sembrò, al momento, superficiale.

Ma come ci si fa ad arrabbiare con gente che sta lavorando duramente e che hai da 20 giorni in mezzo ai piedi per tutta casa (tutta la casa era coinvolta da un'operazione di decorazione), tenendo conto che il letto è stato rimontato parzialmente in soggiorno e che il guardaroba è inagibile e che non c'è più una sola cosa al suo posto? Quella ferita mi dispiaceva, ci furono altri piccoli danni, un paio di mattonelle del pavimento scheggiate e tutto il cantiere andò avanti attraverso ostacoli che forse sono pane quotidiano per un architetto, ma che per me si presentavano come un incubo dopo l'altro.
La faccio breve ma vi dico solamente che la sostituzione della vasca avrebbe comportato l'utilizzo di 40 mattonelle che non avevo, che le medesime, più che classiche Vietri 20 x 20 color latte, non sembravano più quelle di una volta perché da morbidamente lucide che erano venivano ora realizzate opache perché sembrava che il bianco tenesse meglio e che riuscii a convincere al telefono, usando tutte le mie arti, il titolare storico dell'azienda a farmi un'altra cottura come la faceva un tempo.
Da Londra all'ultimo momento arrivò la carta da parati per il guardaroba a righe color ardesia (ero in fissa con il grigio, reduce dalla Svezia; ed ero in fissa con Londra  come lo sono sempre, per cui wallpaper doveva essere), il falegname e l'imbianchino per fortuna andarono d'accordo, nel medesimo ambiente fu perfino riaperta una piccola finestra per trovare la maniglia della quale, proporzionata al vetro 40 x 30, impiegai un paio di settimane avendo passato in rassegna tutti i negozi specializzati e le ferramenta di Roma.

Avete capito l'atmosfera.

Fu in quella circostanza che scoprii i bianchi.
In verità, da anni leggevo un numero cospicuo di riviste di decorazione d'interni, prendevo appunti, mettevo post it in certe pagine e avevo già deciso che avrei usato colori della Farrow & Ball a qualunque costo. Perché? Perché era la marca storica inglese che vedevo citata dappertutto. 
E perché mi piacevano i nomi dei colori.
L'imbianchino, che voleva usare i colori suoi, fu rimesso al suo posto e mi fece la cortesia di fare un calcolo delle quantità occorrenti. C'era una sede della storica ditta anche a Milano, telefonai e mi imbattei in Ismaela. Attenzione, vi ricordo che Ismaele è quello di Moby Dick, cioè della balena bianca. Un segno del destino.

Parlammo.
Avevo una color card, cioè una di quelle brochure con l'insieme delle tinte disponibili.

I bianchi mi sembravano tutti uguali.
Ismaela mi rimise al mio posto così come io avevo rimesso al suo posto l'imbianchino e mi disse di mandarle una mattonella perché lei potesse scegliere. Quando essa fu fra le sue mani ci sentimmo al telefono e ricordo perfettamente che ebbi la sensazione di una illuminazione. Nel bianco c'era del sabbiato. Sabbiato? Da 15 anni guardavo quel bagno e, all'improvviso (ero con il cordless vicino alla finestra) vidi l'infinità di grani di sabbia fra i quali ero vissuta senza notarli minimamente.
Il responso fu categorico: White Tie. 'Caldo/Neutro, il bianco del cotone prima che sia sbiancato e riceva l'appretto'.
La cucina aveva le medesime mattonelle, solo più piccole.
E per il resto dell'appartamento? Lì venne il bello.
Ismaela mi chiese di descriverglielo, cosa che feci dal mio divano, confessandole, in sintesi e quanto più precisamente potei, il mio rapporto con la mia casa.

Pointing. 'Caldo/Neutro. Prende il nome dalla calce della malta utilizzata nei tradizionali lavori di muratura'.

(Per il guardaroba e i suoi grigi avevo scelto un'altra marca, stavolta francese, e lì mi aveva aiutato un Monsieur specializzato. Vi dico solo che fu impiegato, fra gli altri colori, un 'Gris photographique' il cui solo nome mi faceva sognare).

In sintesi: quando le pareti del bagno ricevettero la prima mano, scoppiai in lacrime, commossa.
Tutto si armonizzava perfettamente, il tono di bianco aveva tirato fuori l'anima vera delle mattonelle e pure quella dei sanitari, esaltandone ogni sfumatura. La casa prese a emanare una luce nuova; stremata ma soddisfatta, mi cominciai a godere il mio appartamento, che aveva, letteralmente, cambiato faccia.

Non mi scordai della ferita ma cercai di conviverci.

Tempo fa, diciamo 3 mesi, il bidet cominciò a perdere acqua. Venne l'idraulico Giorgio, che avete conosciuto nella puntata 200 La scoperta dell'acqua calda. 'E' la guarnizione del rubinetto', sentenziò. 
Lui bloccò l'afflusso, io presi la metropolitana, andai a comprare la guarnizione nuova nel negozio specializzato, lui la cambiò, sbloccò il flusso.

Pagai la solita cifra esagerata che grida vendetta di fronte allo stipendio del solito Professore di ginnasio che si fa tutte le materie davanti a una classe di somari, mio consueto paragone per tutte le retribuzioni. Tutte, si capisce, senza senso e fuori proporzione.
Ma almeno avevo risolto.
(Come un tarlo, intanto, la signora Carmelina del piano di sotto accusava un inumidimento del soffitto preoccupante).

La diagnosi di Giorgio era sbagliata. L'acqua continuò a colare. Lo chiamai di nuovo. Venne e mi disse che la notizia stavolta era funesta: il bidet era rotto e bisognava cambiarlo. La ferita si era allargata e ormai interessava tutta la parte sinistra, all'interno del sanitario c'è una specie di camera d'aria nella quale l'acqua scorre e dal sanitario mio l'acqua defluiva abbondamentemente dappertutto (immagino anche sul soffitto della signora Carmelina del piano di sotto).

Mi precipitai a compulsare la rete. La Sbordoni produceva ancora quel modello, del resto storico e classicissimo.
Non sapendo a che cosa stavo andando incontro, ero quasi contenta di essere stata messa di fronte alla necessità di cacciare la bestia nera dal mio bagno.

Siccome mi piace sapere la storia delle cose di cui mi circondo, chiamai la sede della ditta in Toscana e venni a sapere che la Sbordoni l'anno prima era passata di mano e che la Sanitosco aveva rilevato l'azienda. Raccontai, mi informai, mi feci dare qualche indicazione su dove avrei potuto fare l'acquisto.
Avevo parecchio da fare con la professione, per cui decisi che avrei provveduto ai lavori durante le vacanze di Natale.
 

(La signora Carmelina, quando mi incontrava per le scale, continuava a preoccuparsi e io la tranquillizzavo dicendole che era tutto sotto controllo e, quindi, a posto).

In un radioso giorno di inizio dicembre mi avvio, dunque, a comprare il bidet nuovo in via della Croce, in uno dei negozi più seri della Capitale. E' lì, immacolato e senza ferita alcuna. Mi dicono che 'potrebbe' esserci una differenza di colore, quasi non ci faccio caso, comunque non ho scelta.

Organizzo con il mio solito stile da habituée della Legione straniera (decido tutto io e non sento le ragioni degli altri) la sostituzione del pezzo, considerando di festeggiare la perfezione ritrovata del mio bagno intorno all'ora di pranzo.

Giorgio, in una pirotecnia di colpi e di polvere, smonta il bidet vecchio, recupera i rubinetti, fra le 10:30 e le 11:00 viene consegnato il nuovo, praticamente mi ritrovo con tutti e due i bidet nel mio ingresso. E lì mi accorgo, orripilata, che i bianchi non corrispondono. Affatto. Di fronte al magnifico latte morbido storico, il bianco nuovo è quello della Morgue cui solo i cadaveri fanno difetto. Nel negozio, vuoi per le luci, vuoi per la mancanza di confronto, mi sarebbe stato impossibile comprenderlo.

Giorgio cerca di dirmi che ci devo fare l'occhio.
Sposta l'estraneo in bagno e comincia a lavorarci intorno.
Apriti cielo. Accostato alle mattonelle e al White Tie che le scalda da 4 anni, lo Sbordoni New Age grida vendetta. Comincio a precipitare in un baratro di sconforto, se pure mi decidessi a cambiare tutti i pezzi, non risolverei il problema perché verrebbe a bloccarsi tutto l'ingranaggio dei bianchi così raffinatamente composto. Rifaccio tutto il bagno, dal pavimento al soffitto? A quel punto devo rifare anche la cucina, che è elettivamente affine ad esso.

Cerco aiuto, chiamo la ditta in Toscana. Spalancano, è come se li vedessi, le braccia, questa è la situazione attuale. Chiedo ancora, prego, imploro che si facciano venire un'idea. Mi passano una voce femminile che mi spiega che ormai i bianchi dei sanitari sono quelli, è una disposizione europea: freddi, brillanti, mentre i precedenti erano caldi e morbidi. Ragioniamo, la trattengo scusandomi, la butto lì: non è che esiste in qualche deposito, discarica, appartamento dismesso, un bidet per me? Non è, oso, che mi rifanno una produzione singola come già accadde con le mattonelle di Vietri?
Sono disposta a tutto, io quell'oggetto gelato dentro casa non ce lo voglio.
Alla voce viene un'idea. Forse qualcosa è rimasto, accordiamoci con il rivenditore, sentiamoci più tardi.

Congedo Giorgio dicendogli che sono stramba e che sarà retribuito proporzionalmente, comincio a contare i minuti e le ore, mi struggo, penso che cambierò casa, città, nazione, sono inquietissima.
 

Punto della situazione nel Natale 2010. Nel mio bagno c'è il bidet freddo/brillante. Non è utilizzabile, è solo appoggiato, è lì che attende, sembra un'installazione di arte contemporanea. Nel negozio di Roma hanno trovato nel deposito un vecchio modello ma si sono accorti, pulendolo, che aveva una scheggiatura, motivo per cui fu probabilmente rifiutato dal cliente dell'epoca. I colori sono, però, compatibili. Come ho fatto stavolta a capirlo? Mi sono portata un pezzo del bidet vecchio, che Giorgio ha ricavato a martellate perché avessi un campione, guardandomi, durante lo smartellamento, come si guardano i matti. Dalla Toscana è partito un bidet n° 2 della vecchia produzione reperito nel deposito della fabbrica.

Siamo in attesa di riceverlo.

Il rivenditore, ormai arreso di fronte alla mia tenacia e alle mie chiacchiere sui bianchi, blandito dal mio affidarmi a lui che di cantieri è esperto e che non può ignorare la tragedia nella quale mi dibatto, mi ha detto che mi consegnerà tutti e due i bidet (a quel punto saranno 3, tutti in un colpo) così potrò scegliere sentendomi più libera.

In Inghilterra e negli USA non usano il bidet, anch'io, che sto senza da una ventina di giorni, mi sto disabituando, ospiti di passaggio che vogliono fare toletta vengono rispediti al loro domicilio, l'oggetto estraneo viene regolarmente lustrato dalla colf per togliere la polvere, sta lì come un alieno, l'occhio non ce l'ho fatto, il suo bianco continua a non piacermi e anche il rivenditore, messo alle strette, mi ha detto che pure secondo lui la produzione precedente sì, che era bella, e che il suo negozio con tutto quel gelo non è che gli piaccia particolarmente.

Mai Christmas fu più bianco, mai la faccenda dei white mi era sembrata così cruciale e sensibile.

Vi auguro, sperando di raggiungervi in case dotate di bagni completi in ogni dettaglio, un Buon Natale. 

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227. Punti di vista

Marco Tullio Cicerone (106 - 43 a. C.)

Felix Vallotton, La raison probante, 1898 (anche i libri hanno orecchie)

'Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima' (Marco Tullio Cicerone).
Non conosco bene i metodi di intrattenimento dell'anima, ma quelli dei libri (spolveratura, spazzolatura, riordino) talvolta mi sembrano davvero insostenibili.

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228. Com'è piccolo il mondo

Barbara Kruger, Untitled, 1990

Non mi piace per niente sentirmi dire che il mondo è piccolo, sono una metropolitana che apprezza l'anonimato e si secca se incontra a via Nazionale un vicino di casa (mi è successo qualche tempo fa e non mi sono ancora rimessa del tutto).
Credo che ciascuno debba stare al suo posto, per cui la cassiera del supermercato in abiti da liberauscita mi permetto di non riconoscerla, per non parlare del medico che, se non ha il camice bianco addosso, non voglio vederlo.
Tutti dovrebbero fare come i preti, essere sempre in servizio, vestiti in modo canonico, e i farmacisti nemmeno di notte dovrebbero smettere la spilletta con la croce rossa che tranquillizza i clienti.
Ho impiegato almeno 5 giorni, e non è detto che ci sia riuscita del tutto, a digerire la notizia della presenza a una festa di S. Silvestro di una persona che frequento avvistata da un'altra. L'entusiasmo della piccolezza del mondo con cui era avvenuta la segnalazione mi ha gettata nello sconforto. Mi sto riprendendo solo ora, tornata alle prese con le mie cose d'arte, perché ho trovato come un segno del Destino, nei disegni del quale credo entusiasticamente, quest'opera di Barbara Kruger, sempre pungentissima, che la dice lunga sul concetto intorno al quale stiamo riflettendo: It's a small world but not if you have to clean it.  

(Il mondo sarà pure piccolo, ma non quando devi pulirlo).

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229. Elogio della vita attiva

Santa Marta (gesso)

Jan Vermeer, Cristo nella casa di Marta e Maria, 1654-55 

Sgommarello

La contemplazione non fa per me, io amo il ritmo, anche indiavolato, mi piace andare di fretta, vedere la gente a Londra e a Parigi che si scapicolla sulle scale mobili per fare prima, quando sento 'qualità della vita' mi si formano subito davanti le immagini di Piazza del Duomo a Ferrara in inverno alle 5 del pomeriggio, nebbia, gelo, deserto, nemmeno un'anima con la quale fare due chiacchiere per tirare l'ora di cena, oppure quelle dei paesi non lontani da Roma, niente servizi, nemmeno un negozio decente, l'autobus che ti lascia come ultima fermata al Cimitero.
Uno dei giorni più tremendi della mia vita fu quando tentai, al seguito di un insigne filosofo passato ad altro, una giornata intera di meditazione, il tempo non passava mai, quando, per sbaglio, mi addormentai durante una delle sessioni, mi parve fosse quello lo scopo, tutti intorno a me in posizioni prevalentemente yoga e con gli occhi chiusi a riflettere sul nulla, a me non mi riusciva, se sto in quella situazione, o penso ai fatti miei e mi faccio le mie liste di cose da fare oppure sto per passare al sonno.

Mi annoiano i panorami in montagna, riesco a stare a guardare una valle per non più di 10 secondi, poi mi scoccio e se non ho dietro qualcosa da leggere, mi viene voglia di buttarmi in un dirupo, io Milarepa, chiuso per un'eternità in una grotta, non lo capisco e pure la logica degli Stiliti, tutta la vita fermi su una colonna, mi sfugge; io da sola ci so stare benissimo, ma a casa mia, in una stanza d'albergo, possibilmente dotata di qualche lusso, oppure a spasso per i giardini di Palais Royal o in giro per Kensington. Pure via dei Tribunali mi sta bene, però quando ci sono tutti i negozi aperti e meglio se è sotto Natale così vedo pure i banchi con i pastori a San Gregorio.

Non mi stupisce che Marta, simbolo della Vita attiva, in contrapposizione con la sorella Maria , , . Pure via d.. .  v                                                                     ,        , simbolo, invece, del tipo contemplativo, sia la patrona delle casalinghe. 

Vi spiego.
In arte accade con una certa frequenza di incontrare la scena in cui Cristo cena a casa di Marta e Maria (Luca, 10, 38-42), che sono poi sorelle anche di Lazzaro, quello della resurrezione relativa. E mentre Marta si dà da fare per accogliere l'ospite, ovvero è ritratta in faccende, Maria siede in ozio ai suoi piedi. Marta la rimprovera, Cristo interviene e dice che quel ruolo lì, di quella che sta e ascolta, è necessario e più importante.

(A nessuno è venuto in mente di chiedere a Nostro Signore che cosa avrebbe trovato nel piatto se anche Marta se ne fosse stata accoccolata ai suoi piedi come il gatto di casa, che pure è probabile che non dorma 18 ore al giorno ma che mediti come i seguaci del filosofo di cui sopra).
 

Insomma, nel Vangelo Marta è sempre occupata a fare qualcosa.
Per esempio, è ancora lei che chiama Cristo perché strappi Lazzaro alla morte; se fosse stato per Maria, probabilmente, Lazzaro sarebbe rimasto nella sua tomba zitto e buono e di lui non si sarebbe saputo più niente. Peccato per Caravaggio, che non lo avrebbe ritratto, e pure per noi che non avremmo visto mai il dipinto.

La Legenda Aurea, inesauribile fonte di storie, ci fa sapere che i 3 fratelli andarono a evangelizzare la Francia  e che Marta (sempre lei) liberò la città di Tarascona, in Provenza, da un terribile drago aspergendolo con acqua santa.
Il drago, dunque, è l'attributo di Marta. Certe volte lei ha in mano un mazzo di chiavi, a indicare che è la Regina della casa (succede a tutte le casalinghe, prima o dopo, di essere chiamate così da qualche repubblicano in vena di blandizie).
Dicono i miei testi, però, che accade anche che lei sia ritratta con in mano un aspersorio oppure, ascoltate bene, con un 'mestolo o schiumarola' (che, a quanto mi risulta, sono cose diverse, ma tant'è, o, come si dice in gergo, 'sic').
Non ho mai visto un simile attrezzo in mano a un santo, me ne sarei certamente ricordata, ho anche fatto una rapida ricerca e ho trovato solo draghi e dintorni. Ma i miei libri non mentono e vi prometto che, appena rintraccio l'immagine, vi troverete su Opera Soap, per la prima volta delle nostra storia, una creatura divina armata, oltre che della sua fede, anche dello sgommarello.

 

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230. An Englishman

Quentin Crisp 1908-1999

Dopo il letargo

La mia rivista inglese di Decorazione (ogni volta che esce in edicola è una festa) racconta il punto di vista sulle pulizie della casa di Quentin Crisp (1908-1999), eccentrico attore, scrittore, esperto di etichetta che diede il meglio di sé mettendosi a disposizione della vita e degli incontri che questa offre: sono futili perché dopo i primi 4 anni lo sporco non peggiora.
Personalmente ho fatto più di una volta, ma sempre in situazioni di emergenza, la prova con i miei blue jeans: più di tanto non si insudiciano e messi 'al ritorno' in lavatrice con un lavaggio di quelli seri, ne escono fuori in buone condizioni.
Un po' come si impara a scuola, una soluzione, a un certo punto, è satura, anche l'acqua non assorbe più lo zucchero, fate la prova.
Se intendete fare la prova anche con il vostro appartamento, datemi informazioni fra 4 anni.
Personalmente, soprattutto ora che è in arrivo la primavera e tutto, vetri, tende, cuscini, interni, angoli, cataste di riviste, montagne di libri, reclama attenzione e olio di gomito, non ne avrò mai il coraggio.

Nel video la dedica di Sting a Quentin Crisp Englishman in New York, 1988
 

...be yourself no matter what they say... 

 

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231. Aspettando Godot

Virginie Hocq, 1975

WC Harpic, secondo me una delle cose più inutili del mondo. Basta una buona passata di spugna con un comune detersivo

Spazzola 'Labour and Wait', negozio culto per chi vuole che la propria casa sia pulita, East Side di Londra, la seconda città più bella del mondo http://labourandwait.co.uk/ 

Per mia colpa non avevo mai sentito parlare di Virginie Hocq, giovane attrice belga che ha conquistato il pubblico francese, oltre che con una serie di imitazioni di animali ,,i,     , con lo sketch La lista della spesa, 5  minuti irresistibili in cui lei, mimando un rapporto sessuale con il suo Bernard, si occupa di mettere giù le cose da comprare e pensa ai vari menu per la cena. La Hocq è attualmente in scena con Pas d'inquietude al Petit Montparnasse a Parigi (potrebbe essere un buon motivo per andare a Parigi, da cui sono ritornata 15 giorni fa, ammesso che servano motivi per andare e tornare da una delle 2 città più belle del mondo).

In un'intervista dichiara che anche lei, come molte donne e quasi tutti gli attori, è incapace di 'lâcher prise', che, tradotto, significa più o meno 'tutto controllare ossessivamente'. Lei ha trovato la sua soluzione: fa 'le ménage', cioè i lavori di casa. I suoi amici che, evidentemente, la conoscono bene, le hanno regalato per il suo compleanno un cesto pieno di spazzole, spugne, anticalcare e, soprattutto, il suo must have, il gel W-C Harpic, di cui le piace l'odore. (A me nessuno ha mai fatto un regalo del genere, forse che non si capisce la mia 'fixette' per la pulizia della casa? Nel caso a qualcuno venisse l'ispirazione, prego di non inserire nel cesto mio il gel W-C, che trovo comunque e dovunque pestifero e che mi guardo bene dall'utilizzare).
Virginie è una ragazza riflessiva e ha individuato l'origine probabile di questa sua mania: i suoi primi anni da attrice quando, nonostante la sua formazione classica, il telefono non suonava. Lei aveva tempo e energia da spendere quando stava a casa e utilizzava l'uno e l'altra nel modo utile che sappiamo.

Ottimo suggerimento: quando aspettate (un sms dell'innamorato che non arriva; un'offerta di lavoro che ritarda; un'ispirazione per qualcosa che vi siete messi in testa di fare solo nella precisa condizione di colui che è animato da una forza che sembra non appartenergli; il risultato di un'analisi del sangue), pulite la vostra casa. Vi troverete ad aver impiegato un tempo che sembrava immobile in qualcosa di sicuramente utile, godrete dei risultati, sempre visibili, del vostro impegno e casomai considererete in modo più relativo l'amante distratto, la situazione professionale, quella della salute e quella della creazione, decidendo forse di cambiare il primo e trovandovi ricolmi, come per incanto, di forze nuove per affrontare tutto il resto.

http://youtu.be/XuKK26DVH-w 

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232. La solitudine delle lenzuola X 2

Carl Larsson, La camera da letto di papà, 1894-97. Lenzuola singole, nessun problema di piegatura

John Singer Sargent, Laundry, 1910. Dopo viene il bello

Jenny Bowers, Laundry, 2011 http://www.jennybowers.co.uk

I mariti latitano.
Certe volte accade anche quando sono in casa, alloggiati davanti alla televisione per vuotarsi (ulteriormente) la testa dopo una giornata di lavoro, altre perché divenuti ex (aumento del 61 % dei divorzi negli ultimi 13 anni. L'insofferenza è in crescita) o perché passati a miglior vita. In quest'ultimo caso l'atteggiamento delle vedove è di condiscendenza: mi diceva ultimamente una gentile signora rimasta sola a causa di un destino fatale che lei non provava rancore nei confronti del suo Angelino. E ci mancava pure che gliene volesse per la malattia che lo aveva portato alla tomba prematuramente. 

Gli amanti, diciamocelo, uno li vorrebbe vedere in tutti gli atteggiamenti tranne che in quelli che attengono ai lavori domestici e, concettualmente, hanno implicazioni di tutt'altro genere con il letto.
Per non parlare del loro defilarsi quasi coniugale nel momento in cui c'è da fare una cosa qualunque di ordine pratico, tipo stringere una vite con le tenaglie fornite dalla casa intanto che la pasta cuoce o raddrizzare la presa delle piastre per il capelli mentre fa un giretto in bagno.
La medesima persona che, a cena in quello che la consuetudine indica ormai come il suo posto, con gli occhi rivolti al cielo, vanta la sua destrezza manuale e butta fuori il dispiacere di aver visto sparire la cassetta degli attrezzi insieme all'album delle nozze quando è stata fatta una radicale pulizia, messa di fronte a una cassetta degli attrezzi diversa, dice va bene ma più tardi, dopo il caffè, adesso stiamo mangiando, formula cortese che indica la necessità di trovarsene un altro, talvolta non solo relativamente al lavoretto in programma.
Del resto con gli amanti ci sono sempre tante cose da dire e anche da fare e non è quello che si andava cercando? Il cielo in una stanza senza pareti di cui prendersi cura e un'infinità di alberi alla coltivazione dei quali non si capisce mai chi debba pensarci.

Non cito nemmeno la mia lunghissima coda di paglia, formatasi in anni di cattive convinzioni in cui pensavo che gli uomini dovessero contribuire al lavoro domestico. Sbagliavo tutto, i ruoli sono ruoli, per cui se arriva quello che dice 'aspetta, faccio io' quando si tratta di tagliare il pane, finisce che lo invito ad accomodarsi e a fare solo il maschio perché sono io a trovarlo meno seducente.

Incrociarsi con la colf non è impresa semplice e spesso non è nemmeno conveniente. Stare in mezzo ai piedi di qualcuno che fa le pulizie, tirando fuori l'attrezzatura mobile dalle stanze, rovesciando le sedie sul tavolo per poter passare sotto aspirapolvere e straccio, spostando lo spostabile e insinuandosi sotto l'inamovibile, è come trovarsi sulla traiettoria di un proiettile. Meglio evitare. Per non citare l'inclinazione tutta femminile alle chiacchiere che, personalmente, quasi non tollero e che, al contrario, prosperano e allignano laddove solo le mani sono occupate e la testa va libera a impicciarsi dei fatti degli altri.

Da quanto sopra esposto si evince che è complicato piegare, dopo il bucato e l'asciugatura, le lenzuola matrimoniali.

I letti singoli sono improponibili, fanno ospedale, convento, carcere, luogo di pena e contenzione.
Una delle visioni più tristi e ridicole della mia esistenza la ebbi quando andai a trovare una persona con l'influenza con la quale avevo rapporti di lavoro. Non sposata, viveva con la madre in una casa di rispettabili dimensioni. Era una donna vigile e svelta, buona imprenditrice di se stessa, mai avrei pensato di trovarla convalescente in un lettino singolo di una stanza che ne ospitava due, uno accanto all'altro, in un trionfo di color celeste che tutto si ingoiava, pareti, cuscini, accessori, biancheria, anche quella che lei aveva addosso: mai avevo visto un grido più disperato lanciato all'indirizzo del Principe Azzurro.

Già ho raccontato nella puntata n° 73 L'undicesimo comandamento qual è la mia posizione riguardo alla stiratura delle lenzuola: deve essere impeccabile, dormire in un letto in cui qualcosa non cada a piombo e sia, invece, ospitata qualche piegolina, fosse pure di poco conto, è fuori discussione e fuori di testa.
Così, trovandomi nella necessità di una struttura teorica di riferimento e avendo un po' di tempo, mi concedo un'occhiata in internet per vedere su blog e forum come fanno gli altri.

Da mettersi le mani nei capelli.
Cominciamo con quelli (quelle, sono tutte donne) che danno consigli per i quali dovrebbero essere mandati al bagno penale: appoggiare le lenzuola sul pavimento oppure alla ringhiera delle scale per poter iniziare la piegatura con un supporto di appoggio. Rendiamoci conto. Il pavimento, per quanto pulito, è l'esatto opposto del lenzuolo fresco di bucato, per non parlare della ringhiera delle scale, immagino quelle del condominio, nel mio palazzo probabilmente mai spolverara dall'epoca della costruzione dell'immobile, 1937. 
Dunque, exit.
Il fenomeno consueto e irritante è quello di chi reagisce alla domanda senza avere una risposta plausibile. In un trionfo di segni, faccette, errori di ortografia, suoni onomatopeici, il popolo di internet si dichiara ignorante in materia, e non gli passa nemmeno per la testa di tenere chiusa la bocca.
Una tipetta, secondo me menzognera, comunica di aver inventato uno strumento atto alla bisogna e di cercare qualcuno che lo metta in produzione. Un'altra dà indicazioni tecniche secondo me incomprensibili, che vi trascrivo con il copia e incolla: io metto nella stessa mano due angoli adiacenti e scorro per trovare il centro di quel lato. poi prendo il centro e i due angoli da una parte e mi restano i due quarti nell'altra mano. le mie braccia a quel punto ci arrivano. tutto questo prima di stenderle, così me le ritrovo asciutte e quasi piegate. 

(Vi prego di notare l'assoluta mancanza di lettere maiuscole, il mondo è diventato, a questo riguardo, democratico e le parole si equivalgono tutte, perfino nella lingua tedesca, che pure indicava astutamente il sostantivo con la lettera grande, cosa che aiutava nella comprensione al punto tale che c'è da chiedersi perché l'uso non si sia diffuso per contagio. Mi viene da pensare al mio Dermatologo che, intelligente e raffinato, a proposito della laurea della Podologa, che lui si ostina a chiamare Callista, cita il nuovo vento di uguaglianza che ha coinvolto anche gli infermieri, per cui in una corsia di ospedale se uno invoca 'Dottore!' si girano praticamente tutti, anche quelli che non indossano il camice bianco e casomai stanno nei letti, vista la diffusione, democratica, delle lauree di diversi livelli).

Una tipa, che mi ha mandato di traverso la giornata, intitola le sue riflessioni '10 trucchi per vivere senza stirare' e mette insieme un cumulo di castronerie da Caienna. Anche in questo caso copio e incollo.

  1. Lenzuola, asciugamani, biancheria intima e canovacci in casa mia generalmente non si stirano e’ questione di abitudine e sono oggetti di uso privato. Prendo in considerazione di stirare la tovaglia quando vengono a cena le vecchie zie, se voglio evitare prediche e godermi la cena.
  2. Per ammorbidire gli asciugamani di spugna senza stirarli (se non vi piace l’effetto scrub degli asciugamani lavati senza ammorbidente, cosa che io invece adoro) basta arrotolarli e rollarli per un attimo come se fossero un mattarello.
  3.  Se proprio volete stirare, fatelo nelle ore di scarsa richiesta energetica (la sera) e cominciate dalle cose da stirare a freddo mentre il ferro si scalda, poi passate quelle ad alta temperatura e, dopo aver staccato il ferro, finite con le ultime cose a bassa temperatura mentre si raffredda.

Analizziamo il testo. Come si fa a sostenere che gli 'oggetti di uso privato' non si stirano? Si stirano solo quelli pubblici? Che ipocrisia, che sistema di mettere la spazzatura sotto al tappeto, che brutta concezione della vita. Guardate poi i suggerimenti per l'eventuale e aborrita stiratura. 'Le cose da stirare a freddo' sono una contraddizione in termini, il freddo non serve a niente, a questo punto è il caso di citare una mia vecchia zia che diceva che in caso di emergenza, ma doveva essere estrema, le lenzuola si potevano stirare con il ferro da stiro rotondo, ovvero mettendole sotto al sedere. Quanto al gesto di staccare il ferro per passare alle 'ultime cose a bassa temperatura', fatevi dire da qualunque gestore di una lavanderia seria che staccando il ferro il principio del vapore viene meno e che la regola è di abbassare il termostato mantenendo il flusso della corrente elettrica.

D'accordo sulla non stiratura degli asciugamani di spugna (anche se 'l'effetto scrub' ce lo avrebbe potuto risparmiare), ma come può venire in mente la biancheria intima, ovvero il patrimonio primordiale della raffinatezza che, costi quel che costi, deve essere parimenti tenuto lontano, anche a parole, dalla lavatrice e dal ferro da stiro?

Annoto anche la presenza delle sciattone, che stirano solo le federe, che non presentano problemi nella piegatura, o la reversina. Una non si vergogna di dire che lo fa come se fosse sotto tortura.
I pazzi (le pazze) non mancano. Leggete qui, sempre con la compassione dovuta all'assenza di maiuscole, una delle quali, è vero, persiste, ma in posizione errata e priva di criterio:
io ci metto 38 minuti a piegare un lenzuolo perfettamente in 16, riducendolo alla dimensione esatta della piastra del ferro; poi ci poggio il ferro su per 3 minuti a lato (intanto bevi un tè, te lo sei meritato), e sono 38+3+3=44 minuti: Meno di un quarto d'ora.
Non riesco a capire come si possa ridurre un lenzuolo matrimoniale 'alla dimensione esatta della piastra del ferro'. La mia misura (mi sono alzata a verificare) in larghezza da cm 2 a cm 12; in lunghezza, cm 24. Forse la signorina impiega 38 minuti a piegare in 16 un fazzoletto e aveva mangiato funghi allucinogeni al momento di postare il suo commento.

I suggerimenti più simpatici sono quelli che vedono l'implicazione di un vicino di casa, casomai affascinante ma, mettendo il caso che il piano funzioni e quello passi alla condizione di amante, a parte la non opportunità del reciproco e continuo controllo, ci ritroveremmo alla casella di partenza.

Che mondo trascurato, negletto, sciamannato, che mondo senza senso.

Comunque, da quanto detto si evince che:
1. L'aumento vertiginoso delle cause di divorzio è probabilmente dovuto alla difficoltà di piegatura delle lenzuola: gli uomini, contrariamente a quanto si pensa, hanno spesso la pelle morbida e accoglierli senza alcun disturbo preventivo fra biancheria da letto bella tesa che non fa una grinza spesso aiuta, diciamo così, la conversazione e lo scambio dei punti di vista.
2. Fra tutte le lauree concesse democraticamente a chiunque ne faccia richiesta, quasi sempre usurpate, o meglio, scroccate senza che ad esse corriponda qualcosa di simile alla competenza, continua a gridare vendetta la mancanza di quella in Economia domestica. Vorrei vederle, queste signore e signorine che usano la tastiera per passare il tempo e si scambiano fra loro informazioni deleterie, mettersi sotto con la teoria e con la pratica, apprendere il verso del tessuto e la presenza della cimosa, ripassare la geometria per ridurre a ragione la grandezza di un lenzuolo matrimoniale, farsi i muscoli tirando bene gli angoli, dare un esame sul significato di simboli di lavaggio, consultare una tabella di solventi per le macchie, vivere in questo mondo, visto che ci stanno, diversamente da come fanno adesso, presenze perniciose, sgualcite, sprecate, in una parola inutili e noiosissime. 
 

 

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233. Indignatevi!

Royal Copenhagen, Morning Cup, la mia tazza della prima colazione preferita al momento

Wedgwood, England, primi '900, con piattino per toast, la più preziosa, non ha mai visto la lavastoviglie 

Solo un piattino di cm 15,5 di diametro MA Meissen anni '30

Un giorno mi regalarono Utz di Bruce Chatwin e fu così che scoprii la porcellana.
Ovviamente ero al corrente della sua esistenza e la utilizzavo regolarmente però, come sempre accade nella vita e nell'arte, il contatto con un ossessivo dell'argomento fu decisivo. La storia è quella ispirata alla realtà di un collezionista che vive a Praga negli anni '70 del secolo scorso e che è vincolato alla sua raccolta di pezzi di Meissen, via di fuga e prigione al medesimo tempo. Per farla breve, funzionò per contagio: mi misi a visitare sezioni di musei e negozi e a cena fuori (case private o ristoranti), cercando di non dare nell'occhio, giravo i piatti.
Capii tutto insieme Augusto il Forte, Elettore di Sassonia, che incarcerò il giovane alchimista Johann Friedrich Böttger, l'inventore europeo della porcellana, cioè colui che aveva trovato una formula più plausibile di quella dell'oro, perché non andasse in giro a rivelare il procedimento.  Eravamo agli inizi del secolo XVIII e il fatto che in Cina ci fossero arrivati ben prima di noi, ovvero nel secolo XIV, la dice lunga sulla relatività della storia.
Ero stata a Meissen prima della vocazione e sempre in quella fase in cui non ero veramente nata (stavo, forse, in una vita precedente) avevo anche frequentato una squisita signora, mancata precocemente, che collezionava sì porcellane, ma solamente bianche e blu, essendo quelle, a suo dire, le uniche concettualmente autentiche.
Il contagio, in quel caso, avvenne a distanza: il viraggio verso i medesimi colori accadde.

Mi misi a studiare e mi appassionai alle vicende imprenditoriali di uomini come Chippendale, Wedgwood e Boulton, alle relazioni con gli artisti, alla progressiva democraticizzazione della produzione, per cui si cominciò a distinguere fra 'utile' e 'ornamentale', con Josiah Wedgwood, il più audace e radicale di tutti, che arrivò già a partire dal 1773 alla redazione di cataloghi di vendita con testi anche in francese, tedesco e olandese.
Aggiungete a tutto questo l'industrializzazione, il design, la convinzione frequente del valore educativo dell'arte e dei begli oggetti, l'entusiasmo della ricerca, la volontà di venire a patti con le macchine salvaguardando la qualità della produzione e lasciando respirare l'intervento artigianale, insomma un'atmosfera generale di rispetto per il lavoro, di creatività in senso alto, di volontà di stare al mondo nel modo giusto: appassionato, attento ai dettagli, incline a riflettere sulla forma e sul suo senso. 

Non colleziono niente, il collezionismo e la sua fame insaziabile mi preoccupano, però misi insieme, poco alla volta, un bel servizio inglese e una serie di tazze, piatti, coppe, con l'aggiunta anche di una deliziosa statuina di Capodimonte che rappresentava una giovane donna sdraiata su un canapè, la cosa più frivola che ci sia nella mia casa, per questo motivo di rado fuori dall'armadio in cui l'ho infilata in un giorno di rigore.
Frequento, come tutti, mercatini, antiquari, la brocante mi diverte, se si rompe qualcosa mi dispiace, senza farla troppo lunga, mi affeziono (sobriamente) agli oggetti.

Qualche tempo fa, durante un dopocena vivace, sbecco un piatto.
Mi mortifico un po', poi prendo un appunto e mi ripropongo di andare a cercarne uno di sostituzione, la produzione è sempre in corso e la decorazione è classica.
Passano mesi e un giorno vedo in un negozio del centro il mio servizio bianco e blu Churchill Made in Staffordshire England esposto. O, almeno, quello che sembrava tale. Vendono anche pezzi singoli. Decido di prendere per bene il diametro e di ritornare.

Si fa fine giugno, una mattina mi dedico al piatto, vado, acquisto, rimango un po' stupita di fronte al prezzo basso, rientro, scarto, guardo. Qualcosa non mi convince. Messa accanto agli altri, la new entry fa la figura del cugino di campagna. Giro, osservo, espongo alla luce, controllo il marchio. Compare il leone tradizionale ma scompare il resto. Stacco l'adesivo con il codice a barre e vedo la dicitura inoppugnabile: MADE IN COLOMBIA. Imported by e segue il nome di una società con base in Veneto. 
Mi sconcerto e un po' mi arrabbio. Controllo in internet: tutto sembra tranquillo sul fronte inglese, non dicono che non sono più in vita e che hanno messo sul mercato i cocci della loro esistenza, mando una mail interlocutoria e, già che ci sono, ne mando una anche agli importatori.
Fate luce nella mia mente, da quando in qua le porcellane si fanno fuori dalla fabbrica?
Il telefono suona quasi subito e entro nella conversazione più tragica degli ultimi mesi. Un solerte responsabile, non della Churchill bensì della società veneta di export, fa crollare in 15 minuti tutte le mie certezze. Sono costretta a sedermi mentre ascolto: le massime manifatture di porcellane europee (e mi cita nomi evocativi, Wedgwood, Churchill, Ginori) hanno delocalizzato da qualche anno, prima si sono spostate all'Est, poi hanno fatto, intero, il passo del distacco: da noi sono rimasti i nomi e la memoria. Lo dicono i prezzi, eloquentemente bassi, e lo dice la qualità della produzione recente, praticamente l'allure di campagna espressa dalla new entry.  

Butto lì quattro stupidaggini, l'orgoglio nazionale, il savoir faire, la magia, la storia, la differenza fra una t-shirt e un servizio di piatti, ma è come difendersi a mani nude da una valanga.
Finita, fra le tante vicende arrivate a conclusione, anche quella magnifica della porcellana, il mito della durata, l'ideale 'elegance and simplicity' di Josiah Wedgwood, finito il gusto della visita ai luoghi di produzione, il batticuore del contatto con chi dalle mani traeva il senso distillato della bellezza. Oddio, qualcosa è rimasto, i piatti di Meissen dal costo esorbitante, la Royal Copenhagen che pure non scherza, insomma, cercando bene ed essendo disposti a pagare, qualcosa di ancora autentico si trova. 

Conclusa la conversazione con il mio interlocutore, lo sguardo che ho dedicato alla mie attrezzatura della prima colazione (qualcosa vedete nelle immagini) è stato dolente e pieno di nostalgia, un po' come quando ci si rende conto di che cos'è la salute, oppure di che cos'è la giovinezza, sempre e solo quando temiamo di averle perse.  
Con cura estrema, badando a non fare guai che ormai sarebbero irreparabili, manovro quello che ora vedo come un autentico patrimonio, una produzione di oggetti di uso quotidiano, che entrano e escono quasi tutti dalla lavastoviglie, ciascuno di loro con un pezzetto di storia non ripetibile attaccata addosso.


Rimane l'indignazione perché un'economia traballante e forse priva di ragione ha messo a morte quanto aveva di più caro, un suicidio estetico e morale, lo sfascio che ingoia la scuola, le maglie di cachemire, la carta dei libri su cui non si riesce più a prendere un appunto perché la matita passa dall'altra parte, i manuali sempre più sintetici, pieni di prerequisiti e obiettivi, stracolmi di schemini, paragrafi, neretti, come se gli studenti non fossero più in grado di distinguere un concetto dall'altro e dovessero essere imboccati anche quando sono grandi e grossi, la demenzialità dei titoli glamour e con appeal (l'ultimo incontrato: Immagini della matematica, come è noto, anche i numeri devono apparire sotto il loro profilo migliore), le stampanti che durano 6 mesi, le scarpe che si sfaldano con la pioggia, la pasta precotta, la pizza surgelata, la vergogna diffusa nel pronunciare la parola 'lezione', un impegno così gravoso da dover essere sostituito da stupidaggini ('conversazione', 'incontro') o accompagnato da qualcosa che ne stemperi la sostanza (la prima volta che ho letto su una circolare 'lezioni frontali' mi sono interrogata a lungo su quale fosse la mia posizione mentre parlavo in un'aula e mi sono dovuta arrendere all'evidenza: essa era spesso obliqua perché di fronte ai discepoli c'è sempre lo schermo, obliqua, tale e quale a quella del manierista e del traditore), la necessità dappertutto dell'animazione, la religione del fine settimana, il desiderio perpetuo di vacanza, il mondo ridotto a luna park e a centro commerciale.

Che tristezza.

Nel film A Single Man, bella e struggente opera prima di Tom Ford del 2009, il protagonista, un Professore della Los Angeles degli anni '60 che ha perso in un disgraziato incidente di macchina la persona che più gli stava a cuore, in quello che vive come ultimo giorno, mentre prepara il suo suicidio e continua, con metodo e rigore, a esistere, dice a un certo punto: 'Non voglio vivere in un mondo senza sentimenti'.
Ecco, io, personalmente, non voglio vivere in un mondo in cui la porcellana inglese la fanno in Colombia.

 

 

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234. Note estive

Richard Wagner 1813-1883

Tipico amuse-bouche bavarese da gustare fra un atto e l'altro

Bayreuth Festspielhaus, uno dei luoghi che più vorrei vedere al mondo

Mentre sul Terzo Programma va in onda il Parsifal in diretta da Bayreuth, gli eroici conduttori, eroici perché se la tirano dalle 16:00 alle 24:00, leggono durante l'intervallo alcuni ineffabili sms degli ascoltatori (il pubblico, di questi tempi, si sa, vuole partecipare). Una signora da nonsodove scrive che fare i lavori domestici ascoltando Wagner li rende più leggeri (il lavoro non comprende l'ascolto); un'altra dice più o meno che si sente in croce perché non solo sta passando lo straccio, ma perché lo fa con quel sottofondo. I conduttori, che tutto ingoiano perché, evidentemente, la crisi morde anche loro, ridacchiano un po' ma si schierano decisamente con l'sms numero 2 e invitano gli ascoltatori a non darsi alle gioie di casa in queste circostanze.
Meravigliosa aura angelica: il plurale maschile comprenderebbe anche gli uomini che, alle 18:30 del giovedì pomeriggio, starebbero in casa con la radio accesa, con in una mano lo straccio e nell'altra lo spray per lucidare vetri e superfici lavabili.

Non ci credo manco se li vedo.

Nonostante il mio amore per la lirica e il gusto praticato in passato per i festival estivi, non sono mai stata a Bayreuth; mentre si dipana l'intricata vicenda e il mio stato ipnotico aumenta, prometto a me stessa che l'anno prossimo starò dalle loro parti, anche con il salsicciotto nel piatto durante gli intervalli.

In Italia, intanto, un esercito di casalinghe tirerà a lucido lavandini e pavimenti, in uno stato di donnesca inferiorità testimoniato dai messaggini inviati via cellulare, irriso dai conduttori, compatito da me che andrò a godermi in Baviera il mistico spettacolo.    

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235. Odi et amo

I due ripiani con i miei vetri nell'armadio in soggiorno

Émile Zola, Au Bonheur des Dames, 1883, la mia edizione (piccolo prezzo, grande libro)

Casa. Grembo, rifugio, porto sicuro, castello turrito con il ponte levatoio azionato dai miei umori, utero caldo in inverno e fresco d'estate, specchio, autoritratto, protezione, letto, divano, studio, teatro, laboratorio, invaso di creazione, spazio, mèta del viaggio, difesa, appoggio, riparo.

Casa. Sporcizia, angoli irraggiungibili, ripiani troppo pieni, togli e metti e sposti, serve il parere di un urbanista, oggetti che generano oggetti,  pozzo senza fondo, più elimino e più trovo, vasetto in terracotta per la crema catalana, sportelli che si aprono su palcoscenici messi su da uno scenografo barocco, memorie che pensavo cancellate e che riscopro putride, centrifuga per le carote con il filtro che dopo il succo devo stare a grattare per 20 minuti, vaporiera solo per gli asparagi, già finite al secchio la friggitrice e la gelatiera, bollitore d'emergenza e l'emergenza arriva.

Passato quasi tutto il pomeriggio a sistemare i bicchieri degli anni '30 e '40 comprati ieri al Mercatino di Porta Maggiore per una cifra pari a quella di una cena in un ristorante mediocre, liberati in tutto 4 ripiani, 2 in cucina e 2 in soggiorno, lavato, asciugato, ragionato, ridisposto daccapo e diversamente.

Mannaggia. Avrei potuto allungarmi sul divano a leggere Au Bonheur des Dames con quella scrittura così sontuosa, avvolgente e spessa invece di stare arrampicata sulla scala con il Cif e la spugna facendo giù e su per i gradini con tutti i vetri in mano badando pure a non romperli.

Sulla felicità delle donne continuo a interrogarmi.

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236. Un uomo con i fiocchi

Valentino

I pestiferi Pugs di Valentino, onnipresenti, ciascuno figlio dell'altro fino al punto da confondere le idee e la discendenza

Voi che state partendo per le vacanze raggiungendo una delle vostre case (la seconda, la terza, conosco persone che hanno anche la quarta residenza), vi compiango.
Facile che nessuno ve le faccia trovare preparate, per cui entrerete là dove nessuno ha messo più piede dall'estate scorsa, l'odore di umido e di chiuso sarà il vostro benvenuto, le lenzuola ve le sarete dovute portare dalla prima casa, la cena sarà frugale controvoglia, vi renderete conto che manca l'indispensabile, nel bagno una colata giallastra avrà segnalato una perdita di acqua, la polvere, sottile e insinuante, la dovrete togliere domani, oppure cibarvela per tutto il mese di agosto (come se non fosse sufficiente quella che avete lasciato nella dimora stabile).

Lui, no. L'Ultimo Imperatore è meglio organizzato di voi. Ce lo dicono gli extra del bel film di Matt Tyrnauer, The Last Emperor, 2008, da noi già citato a proposito dell'ordine impartito dal grande sarto di far trovare alla sua mostra del 45° anniversario anche molti bagni (di cui tutti abbiamo sempre bisogno, Puntata 195, Santa parole, 4): dotato anch'egli di un certo numero di residenze secondarie, tutte castelli, chalet, luoghi mirabolanti, ci piomba dentro preceduto da uno stuolo di devoti addetti: alla pulizia, alla cucina, alla scelta del tappeto dal museo (privato) perché quello in uso rischia di essere rovinato dai tacchi delle invitate e il sisal è meglio, ai fiori, tagliati di fresco e abbondanti, alla gestione degli insopportabili cani, definiti 'spartani' ma con il cappottino di cachemire nero indispensabile quando fa freddo perché sono di pelo corto, al perfezionamento degli orecchi della montagna di cuscini che c'è su ogni letto, alla ricopertura a fini di conservazione di tende, mantovane e mobili appena lui ha girato i tacchi .

Lui, serafico, comanda. Comanda davvero come probabilmente faceva il Re Sole, è isterico, capriccioso, si scoccia, cambia umore ogni 3 secondi, se piove ordina il bel tempo, se ci sono i giornalisti li pianta perché sta a Gstaad per sciare e non gliene importa niente della stampa, con una mano eternamente in tasca, tarchiato, abbottonato, sempre troppo abbronzato, si muove in casa propria da padrone.
 

Ma lo fa con ironia sovrana, al punto che uno si domanda se ci sia o se lo faccia.
I problemi pratici nemmeno lo sfiorano, sa che cosa vogliono le donne ('essere belle', alzi la mano chi non è d'accordo), quando si irrita non lo manda a dire ('Qua la gente deve stare in ginocchio davanti a me'), si vede che è d'accordo quando Lagerfeld, confidenziale, avec son air grand siècle, gli sussurra 'Paragonati a noi, gli altri fanno solo stracci', si commuove continuamente, riesce anche a essere gentile, festeggia una laurea del figlio di una dipendente e il compleanno di una domestica, è ospitale oltre ogni possibile previsione (le feste che vedete raccontate sui giornali attraverso gli abiti delle attrici e di guru del pop e della moda, ebbene, esistono e sono le sue), è sempre sorridente, beffardo, soddisfatto.
E ti credo. Dal niente e solo con la sua abilità e la sua intelligenza, ha messo su un impero: tutto fatto a mano, nemmeno un punto è dato a macchina, tornano sempre i suoi tratti costanti, la sua concezione classica della femminilità, la grande cura del colore e del dettaglio, noeud, feston, ruché, in una parola: i fiocchi. Ecco, i fiocchi. A un'invitata che arriva con una delle sue creazioni si butta addosso con aria di rimprovero, glieli scioglie perché li trova bruttissimi, glieli rifà, lì, sotto gli occhi di tutti, le dita volano, il nodo si avvolge, le cocche del nastro, come guidate da una forza superiore, quella che sta nelle mani del Maestro, riprendono vita e si posizionano nel modo giusto.

Lui sorride, contento.
Prima dell'arrivo della star, come lo chiama il suo socio e compagno Giancarlo Giammetti, che nutre nei suoi confronti una devozione e un amore che fanno invidia, il suo tuttofare Kelly, una specie di santo, di martire, di deus ex machina, ha provveduto a eliminare l'alone su una porta a vetri che uno del personale, sacrilego, non aveva visto.

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237. Noblesse oblige

Il pranzo del Principe la prima sera di vacanza

Il ballo del Principe con Angelica (Burt Lancaster e Claudia Cardinale)

L'abito di Angelica per il ballo

Eccone un altro che sa il fatto suo, forse più di Valentino.
Voi prendete Bendicò, il cane di Don Fabrizio, Principe di Salina: per arrivare al garrese dell'alano che percorre sgroppando tutto il romanzo, fino alla fine, quando, impagliato, viene finalmente lasciato riposare, seppure nella spazzatura, i cinque pugs del fashion designer dovrebbero mettersi uno sopra l'altro; difficile, per bestiole con zampe così corte, arrivare così in alto.

Quando Don Fabrizio va in vacanza, mica scherza.
Il viaggio per raggiungere la 'sua Donnafugata prediletta', dove si trattiene in quell'agosto 1860 tre mesi come sua abitudine a partire dalla fine di agosto, dura tre giorni.
Tre giorni di viaggio per tre mesi di residenza.
Niente a che vedere con i forzati del week end, quelli che sono presi, come direbbe Luciano Bianciardi, dalla 'furia' di andare fuori tutte le settimane, non avendo evidentemente a casa loro mai un cassetto da sistemare.
(Questo lo dico io, i miei cassetti sono, sempre e tutti, per aria e non capisco come facciano i cassetti degli altri a non necessitare del costante occhio del padrone, nonostante la presenza del quale i cassetti miei in ordine non ci rimangono). 
E il viaggio era stato orrendo, per '...le famose strade siciliane...vaghe tracce irte di buche e zeppe di polvere'. Il folto gruppo dei vacanzieri, Don Fabrizio e Stelluccia hanno generato sette figli ai quali dobbiamo aggiungere le altre persone che fanno parte della famiglia, servitù e Gesuita compresi, si ferma due volte per il pernotto in situazioni che si fanno via via più precarie, alla 'locandaccia' di Prizzi la pausa è penosa, in tre in un letto, insidiati dalle mosche e dal fetore dell'attigua stanza dei cantari.

Autentiche smanie per la villeggiatura, e taccio i nodi dei lasciapassare stretti dal periodo storico per occuparmi solo di ciò che mi sta a cuore.

Però l'arrivo è tutt'altro rispetto a quello polveroso, umido e frugale che attende chi si reca ora nella sua seconda casa (o nella terza, o nella quarta) al mare.
Già la montagna di bagagli e di provviste era partita tre giorni prima con 'una parte dei cuochi e dei servi', mica male, come idea, tre giorni di anticipo sono una garanzia di potersi occupare solo del cambio degli abiti prima di cena e di non dover stare lì a dare aria alle stanze e a spazzare grossolanamente il pavimento per potersi, almeno, appoggiare, come tocca fare in questi tempi poco organizzati e di partenze con il bollino rosso.

L'arrivo, dicevamo.
Le autorità che attendono, qualche decina di contadini, la banda municipale che attacca 'Noi siamo zingarelle', le campane della chiesa e del convento che suonano a festa, il sindaco, l'arciprete, il notaio, il medico, l'organista, che può comparire solo perché è il compagno di caccia del Principe e che ha pensato bene di portarsi pure Teresina, la 'cagna focata con i due segnetti color nocciola al di sopra degli occhi'.
A Don Fabrizio piacciono le donne e piacciono pure i cani, per cui prende per il verso giusto quest'omaggio.
Servi, bambini e Bendicò vanno al palazzo, ma la famiglia, stanca e impolverata, deve assistere al Te Deum alla Chiesa Madre. Qualcuno mi dica se, arrivando nella sua località di villeggiatura, ha avuto mai modo di esibirsi 'alla folla, stupendo'. Se è stato mai accolto in casa propria (lasciate perdere la differenza di taglia, potete anche non avere un'abitazione smisurata, ci interessa il concetto) da un responsabile, sia pure di piccolo cabotaggio, con le parole 'Riconsegno il palazzo nello stato preciso in cui è stato lasciato', come fa invece Don Onofrio, l'amministratore locale, 'educato alla rigidissima scuola della principessa Carolina'.
 

Ma fatemi il piacere.
 

Tutti a giurare che una casa lasciata pulita prima della partenza la si ritrova tale e quale, come se non sapessi che la polvere si infila anche in una cassaforte a tenuta stagna, figuriamoci in un appartamento aperto, spesso non solo metaforicamente, ai quattro venti.

Rigiro il coltello nella piaga.

Non solo 'tutto era in perfetto ordine: i quadri nelle loro cornici pesanti erano spolverati, le dorature delle rilegature antiche emettevano il loro fuoco discreto, l'alto sole faceva brillare i marmi grigi attorno ad ogni porta', ma il Principe, scocciato per il viaggio, liquida rapidamente le faccende pratiche e prende un bagno.
La sua vasca è una 'specie di truogolo ovale, immenso, in lamierino verniciato giallo fuori e bianco dentro, issato su quattro robusti piedi di legno', altro che quelle docce risicate tipiche delle seconde case al mare, dove bisogna entrare di taglio pure se non si ha la mole spropositata del Gattopardo, quella che gli dà, quasi da sola, il diritto di stare come ci sta lui al mondo.

Tralascio la narrazione di tutto quello che accade, rileggetevi il libro, riaffondate nella magnificenza della scrittura, nei nomi dei colori, nella sensualità diffusa, tutta meridionale, del calore, dei giardini, dei fiori, dei frutti e delle piante descritti con una sapienza da farci sentire gli odori.
Arrivo subito al dunque. Come abbiamo detto, i vacanzieri nostri della seconda casa al mare con una prima cena alla quale manca tutto perché tutto è stato impossibile portare.
Lui, il Nostro, nella solennità del primo pranzo, quello, evidentemente, serale.
Si è riposato, profumato, vestito da pomeriggio per non imbarazzare gli ospiti, numerosi e importanti.
I domestici, in cipria e polpe, servono vini francesi (Chablis), vi è il poncio alla romana prima dell'arrosto, il timballo di maccaroni (zucchero, cannella, fegatini di pollo, ovetti duri, sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi e, in una 'massa untuosa, caldissima...cui l'estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio', i maccheroncini), vi è la diciassettenne Angelica, che entra in scena proprio in questa occasione, sollecitando con la sua aura ogni tipo di appetito ben al di là di quello per il cibo.

Che gusto, questi sì che sono pranzi, queste sì che sono vacanze.
Se non si sta a questo livello qui, meglio la prima casa da sola.

Alle brutte, è appena uscito, restaurato, il film di Visconti del 1963, con Burt Lancaster che fa benissimo Don Fabrizio: alto, dritto, elegantissimo, iroso, ironico, con quell'accento siciliano che, solo per questa volta, mi fa amare il doppiaggio. Per non parlare di Stelluccia, una Rina Morelli indimenticabile, che, certo che sì, si segna tutte le volte che l'aitante marito le si avvicina, ma che poi se lo guarda di sottecchi, come abbacinata da tanta inaudita prestanza.
Invece di straziarvi di stenti nella seconda casa al mare, mettete il dvd nel lettore.
C'è di che sfiziarsi, gli enormi nomi di tutti, attori, scene, costumi, luci, la fedeltà del regista alla scrittura (dopo il rosario, il Principe raccatta da terra il fazzoletto sul quale era inginocchiato e lo dispiega, come fa il toreador con la muleta, come in un rituale che riempie lo schermo e che risponde pari pari a quello che sta scritto), l'ambiente, l'atmosfera, le scene di battaglia che abbiamo appena rivisto nelle opere esposte in occasione del 150° dell'Unità d'Italia, insomma una pienezza tale da compensare qualunque mancanza di villeggiatura.

Prima di acquistare il film, sono andata dal mio noleggiatore per vedere se, per caso, lo aveva in catalogo. Mi ha guardata strano, ha detto che era 'vecchiotto', ho faticato non poco a non dirgli di restituire la licenza.
Transeat.
Si goda Il Gattopardo chi è capace di apprezzarlo, chi sa che la vita si dissolverà nel nulla, chi soffre di gelosia carnale, chi apprezza dolci di riposto, chaud-froids di vitello, parfaits rosei, sciampagna e bigi, la contemplazione delle stelle, le avventure amorose audaci e predatorie, le pochissime cose felici dell'esistenza (fra le quali Tomasi di Lampedusa annovera anche la foga amorosa, le risposte taglienti date agli sciocchi e 'la sensazione delicata di alcune sete di cravatte'), le vacanze talmente lunghe da essere ormai non più proponibili e non più praticabili, autentico stile esistenziale talmente lontano da noi che, piuttosto che sostituirlo con la pochezza dell'oggi, conviene divenga oggetto di rievocazione estiva: mentale, cinematografica, letteraria, avente come colonna sonora il chioccolio di una fontana descritto magistralmente e un valzer di Verdi, inedito, al ritmo del quale, anche se per un attimo e per una sola notte, la morte appare come 'roba per gli altri'.

 


 

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238. Birth of the Cool

Il mio frigorifero pulito e sbrinato agosto 2011

Miles Davis, Birth of the Cool, 1957 (il titolo di questa puntata è un omaggio a uno che sapeva che cosa significa essere cool)

Pasta col tonno, ottima a pranzo e a cena, uno dei miei cavalli di battaglia

Ieri alla radio due signore giornaliste professionalmente ben messe, convinte della necessità dell'emancipazione femminile, vagamente fuori tempo massimo, insomma due femministe, hanno dichiarato in un armonioso dialogo che per secoli le donne avevano dovuto nascondere la fatica delle faccende di casa al proprio uomo che, la sera, rientrava affaticato per suo conto, che le loro madri avevano passato la vita a pulire e a nutrire i figli e che loro erano diverse, a cucinare non ci hanno mai pensato e nemmeno si sono mai sporcate le mani con i lavori domestici.
La più accesa delle due ha aggiunto che lei la mattina nemmeno si prepara la colazione, si apre una scatoletta di tonno e si mette a leggere i giornali.
A parte l'orrore del pesce per il breakfast (capisco di più i diamanti), mi sfugge dove sia il gusto di apparecchiarsi il tavolo con la stampa invece che con una bella tazza di porcellana. Questione di punti di vista.
Dicevano anche che avevano allevato i loro figli a base di psicologia, ai mariti non hanno fatto cenno e, tristemente, mi veniva in mente che si fossero defilati al primo anno di matrimonio, stufi del putiferio che regnava fra le loro quattro mura e stufi pure delle scatolette.
E non venitemi a dire che le pulizie si possono delegare: a parte le ferie, le alcune ore settimanali che hanno sostituito il tutto servizio, l'impossibilità di stare dietro a una specie di azienda in una mezza giornata, certe cose bisogna farsele da soli.
E' inutile farsi riordinare le maglie, ciò implica che non si sa mai quello che si ha nell'armadio; i bucati vanno seguiti; si devono dare regole allo stiro; i cassetti sono vicende personali, se lo hanno capito pure gli psicologi, figuriamoci se non è un'evidenza. 

Questa settimana, dunque, avevo messo in calendario la pulizia e lo sbrinamento del frigorifero.
Già ci fu una puntata di Opera Soap dedicata a questa titanica impresa, la n° 103, dal titolo Baby, It's Cold Outside.
Ma fuori, appunto, era freddo. Ora è quasi Ferragosto, per cui la procedura è stata completamente diversa: radicale, allentata nel tempo, progettata a tavolino come la battaglia finale. Il Superfrost quando fuori ci sono 35° (Celsius) non serve a niente, mai sarei riuscita a conservare i surgelati avvolgendoli nella carta di giornale o nelle coperte, per cui avrei dovuto fare fuori tutto.

Ma non ce l'ho fatta: dopo la seconda sera a base di cibo d'emergenza (d'accordo, pizzette, hamburger e patatine fritte, però il troppo stroppia), ho deciso di buttare tutto al secchio: gelati al cioccolato, pane, un paio di pesci presi per il Cenone di Capodanno andato per aria, melanzane alla parmigiana, spinaci in foglia.  

Come durante un assedio, per giorni 4 mi sono razionata: prosciutto, uova, frutta, parmigiano, latte, tutto quasi al lumicino in attesa del D-Day, quello dell'intervento. E per giorni 4 ho smontato gli interni per lavarli in lavastoviglie: ripiani, cassetti, vaschette, portaburro, contenitori da sportello, voi non avete idea di quanto sia grosso ogni pezzo di un frigorifero alto circa 2 metri, da solo occupa tutto il cestello dell'altro elettrodomestico.
Lavarli a mano? Non ci ho pensato per niente. A parte lo strazio, non sapevo dove immergerli: nel lavandino della cucina non entrano e la vasca da bagno è uno degli spazi sacri della casa, figuriamoci se andavo a profanarlo.

Ieri sera, dopo cena, ho premuto, come da istruzioni con un oggetto appuntito, il pulsante Avvio-Arresto.
E ho staccato la spina, come si fa in caso di emergenza. Il mostro ha esalato un ultimo respiro e si è spento.
Nel giro di una mezz'ora tutto il ghiaccio del freezer si è staccato ed è caduto nell'apposito contenitore, ha fatto tutto da solo, non c'è stato bisogno di mettere il consigliato pentolino di acqua bollente su una delle griglie, il riscaldamento del pianeta, in questi giorni, è un'altra evidenza.

E stamattina, dopo una più che signorile colazione e un'accurata toletta, mi sono messa al lavoro.
Ci sono volute 4 ore di orologio, pulisci, sfrega, netta, passa negli insterstizi, occhio ai dispositivi del freddo, sciacqua, asciuga, controlla, ripassa, spugna, aspirapolvere, pennello, mattonelle (parete e pavimento).
Arrampicata sulla scala, ho visto il mondo dall'alto come si conviene solo ai gatti e alle casalinghe.
Poco a poco l'odore molle, come di cimitero, che usciva dall'interno si è dissolto, dalla radio venivano voci che, per loro fortuna, parlavano di altro, non avrei sopportato i discorsi delle signore che fanno del tonno in scatola una bandiera, con cura estrema (Attenzione! Fragile), delicatezza, una pazienza che ancora mi chiedo da dove sia uscita fuori, ho riportato il frigorifero a uno stato di igiene e di decenza.

Emozione del riavvio.
Luce verde.
Luce rossa che si spegne quando il termometro scende sotto i 20° (Celsius). I motori vanno a tutta birra. Risistemazione progressiva e estetica delle bevande, dei vasetti sopravvissuti e della Simmenthal (in emergenza), nel freezer un vuoto totale, ma lì ha ragione la filosofia zen, solo se c'è spazio puoi fare entrare il nuovo nella tua esistenza, la metafora del frigorifero ben si adatta al resto.

In questo 12 agosto, quando mezza Italia, o, forse, tutta quanta, sta al mare a prendersi i funghi sulla spiaggia e a farsi venire macchie indelebili sulla schiena per la pigrizia di mettersi lo schermo, io fotografo e pubblico su FB il mio frigorifero: immacolato, impeccabile, che emana un profumo di pulito e di fresco.

Dentro, solitaria e aristocratica, una bottiglia di champagne.
Stasera si festeggia.

 

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239. On the Move

London, Hotel Bailey's, un po' di tempo in più dedicato alla piegatura degli asciugamani

Dolci giapponesi di grazia e bontà indicibili presi a Piccadilly da Minamoto Kitchoan http://www.kitchoan.com/ 

Zucchero La Perruche, il migliore al mondo, francese ma diffuso a Londra nei posti giusti, in vendita, là al supermercato, da noi introvabile

Se siete rientrati da un viaggio: senza che le idee vi scoppino nella testa cercando di uscire da tutte le parti; senza aver imparato almeno un nuovo modo di piegare gli asciugamani; senza il desiderio di fare fuori tutta una serie di oggetti che avete in casa e che da un pezzo stanno in una situazione borderline, ovvero sull'orlo del secchio della spazzatura; senza un occhio affettuoso e compassionevole nei confronti dell'imperfezione dei vostri rubinetti dopo che siete rimasti siderati dal côté storico dei rubinetti del vostro albergo, anch'essi imperfetti ma perfettamente funzionanti; senza un attacco di pulizia che vi ha preso intorno alle 24:00 nonostante la stanchezza, il fuso e compagnia bella inducendovi a ripassare con la spugna tutti i davanzali della casa avendo voi visto come puliscono di continuo nel posto in cui siete stati; senza il coraggio di distruggere tagliandole con le forbici come si fa con la carta di credito spirata le tovagliette all'americana cui siete avvezzi, decisamente ormai inadatte al vostro stile di vita, soprattutto se alla luce di tutte quelle, inusate, che avete nei cassetti; senza energia; senza lo stupore di vedere il vostro macinapepe in gran forma tale a quale a quelli che avete incontrato; senza la frenesia di liberarvi di tutti gli sciattoni e di tutte le sciatterie che ostacolano l'aspirazione alla perfezione della vostra esistenza; senza una discreta quantità di nuovi libri, nuovi nel senso di capaci di durare al di là della prima occhiata e del primo assaggio; senza gli occhi pieni della grazia della creazione, dell'inventiva, della cura, della scoperta; senza la volontà di fare della vostra vita un'opera d'arte, ebbene, dovete rassegnarvi all'evidenza.

Avete fatto un viaggio inutile, vi siete stancati in modo infruttoso, avete buttato il vostro denaro dalla finestra, avete optato per una terapia inefficace, vi siete incollati in valigia il peso di oggetti inservibili, avete sprecato tempo, energie, risorse, sciupato un'occasione, sperperato un patrimonio di possibilità ed effetti.

Potete solo sperare che vada meglio la prossima volta.

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240. Coi guanti bianchi

Grace Kelly 1929 - 1982, una donna in guanti bianchi

Anne Fogarty, The Art of Being a Well Dressed Wife, 1959

Anne Fogarty, etichette

L'avevo detto, io.
Indossati una sola volta, anche in situazioni non del tutto heavy duty, i guanti bianchi devono essere mandati al lavaggio.

Me lo conferma il delizioso The Art of Being a Well Dressed Wife, pubblicato per la prima volta nel 1959 e ristampato a cura del Victoria & Albert nel 2011. L'autrice, Anne Fogarty (1919-1980), American fashion designer, ha lavorato, fra gli altri, da Saks Fifth Avenue prima di fondare la propria etichetta. Brillante scrittrice, moglie d'acciaio, Anne ci fa capire come si trattano i matrimoni: coi guanti bianchi. Lei, che molto li apprezza, dichiara senza mezzi termini di essersi sempre pensata in primo luogo come moglie nonostante una vita professionale indaffaratissima, considera le nozze un traguardo vincente nella vita di una donna ma sottolinea come al momento dell'anello fatto scivolare nel terzo dito della mano sinistra la battaglia sia appena iniziata. Dice che il Wife-Dressing è molte cose: 'Un'arte. Una scienza. Un'impresa di amore. Un mezzo di auto espressione. E, soprattutto, un fattore determinante per un matrimonio felice'.

Come altri puntano sulla bravura in cucina, e qui basta rileggere tutti i classici gastronomici del passato per rendersi conto di quanto sia deficitaria oggi l'educazione delle fanciulle, mediamente incapaci di rigirare una polpetta nel pangrattato, lei combatte la sua guerra con le sue armi, considerando l'atto, diciamo meglio, il concetto di abbigliarsi un 'military exercise'.
Torneremo sull'argomento, per ora accontentatevi del suo suggerimento di lavare le calze arrotolandole una mezz'ora avvolte in 'Turkish towels' e stendendole un'altra mezz'ora prima di toglierle di mezzo risparmiando al consorte la vista sgradita di quel 'display of inanimated legs in the bathroom'.

(A pensarci bene, mai mi verrebbe in mente di lasciare in caso di visita, diciamo così, privata di un uomo le mie calze, pur trattandosi di quelle, sublimi, austriache, appese in bagno, a meno che non fossero pendant della biancheria che, quella sì, mi capita di dimenticare stesa in qualche evocativo allestimento. Forse anche con i mariti bisognerebbe ragionare come si fa con gli amanti).

Se il vostro matrimonio sta, come dicono i francesi, battendo le ali, e si capisce perfettamente che cosa significa, e non sapete a che santo votarvi perché non vi sono chiari i motivi della catastrofe che sentite nell'aria, date retta, invece di percorrere le solite strade banali di una distrazione di interessi, provate a prendere in considerazione, se preferite metaforicamente, il problema delle calze. E anche se dovete eclissare una rivale, puntate su di esse, il tema è particolarmente sensibile per una donna, sia che le indossi, sia che segua quelle tipette modaiole che a ottobre cominciano a battere i denti e a prendersi le congestioni perché non le portano.

Ma ritorno ai guanti bianchi, che Anne Fogarty definisce tali solo se 'snowny, glisteningly WHITE': essi vanno lavati ogni volta che si indossano, allontanando l'impulso di metterne via un paio indossato perché 'they don't look too dirty'.

Lo sono e ve ne accorgerete non appena li metterete di nuovo, quello che dico sempre anch'io.

E qui ci vuole un omaggio a una donna che ha indossato come nessun'altra i guanti bianchi: Grace Kelly.
Anzi, da parte mia più che un omaggio è un risarcimento. Ammetto di averla considerata per anni una babbea ma, a mia parziale discolpa, chiarisco che la vedevo soprattutto come moglie, come scrive Angie David di 'ce prince de carton-pâte' (aggiungendo come la sua perdita per Hitchcock fosse stata, proprio in quest'ottica, causa di sofferenza, visto che lei già aveva rimpiazzato Ingrid Bergman, che pure lo aveva abbandonato, ma almeno per un altro cineasta, capace di suscitare una rivalità maggiore ma anche un mutuo rispetto).
C'è voluta una mostra molto ben fatta al Victoria & Albert Museum di Londra, cui è seguito un periodo di studio sfociato in alcune lezioni più la rinnovata visione dei suoi film per apprezzarla completamente: bella di una bellezza sana e atletica, lucida, determinata, piena di buona volontà e capace di salutare la folla con la mano guantata di bianco con un magistrale movimento del polso che invano abbiamo cercato di riprodurre con i miei studenti, Grace Kelly viveva in guanti bianchi al punto che un cronista ebbe a dire che si capiva il livello di eleganza di una serata dal fatto che l'attrice cambiava i guanti corti in lunghi. 

Anne Fogarty, visto che la malizia è donna, chiosa che 'anche' lei è passata alla posterità in 'white gloves' avendo vinto un premio per il Twentieth Century Design e che il Philadelphia Museum (notate che Philadelphia è la città natale della Principessa e il suo museo ha ricevuto in dono l'abito da sposa da lei graziosamente offerto dopo le nozze celebrate nel 1956) le ha chiesto il vestito da sera da lei indossato in occasione del conferimento del premio. Fu preparato un manichino con le sue misure per metterci sopra abito, 'headdress', stola di volpe bianca e 'long white gloves'. Ma quale fu il disappunto, che si coglie perfettamente nella gradevolezza delle righe, quando la stilista si accorse che era impossibile chiudere l'abito! Le sue misure, di cui va fiera, sono accuratamente annotate: giro vita 18 pollici. Vi aiuto io: dopo la conversione, fa cm 45,7.
(Se state pensando che queste donne erano tutte matte, vi capisco. Però, per favore, cerchiamo di distinguere la mania del vitino di vespa da quella di essere una moglie coi fiocchi).

Anne si augura che un giorno le proporzioni possano essere ristabilite.

(Si affaccia in me la memoria di certi pomeriggi passati in bagno a chiacchierare con le cugine più giovani di mio padre venute in visita con i genitori. Con i seni più che perfettamente formati che facevano esplodere le camicette, le trecce e i calzettoni bianchi - la moda per i teenagers era di là da venire - passavano in rassegna faccende matrimoniali e di fidanzamento con una ferocia che lasciava me, bambinetta, stupefatta per quanto era cattiva e pungente, la femminilità fatta pettegolezzo, accusa, vituperio nei confronti delle altre donne, nessuna delle quali si salvava, né nel corpo né nello spirito, figuriamoci nell'abbigliamento). 

Poche storie. Come se non bastasse lavare i guanti ad ogni utilizzo, si suggerisce al battaglione di mogli in cerca di suggerimenti, disciplina e conforto, di portarne con sé 'almeno' un paio extra pulito. Si faranno buona compagnia con le indispensabili calze di ricambio, il rotolo di Scotch che si può usare per togliere le macchie, una piccola spazzola per abiti e un'altra di pelle scamosciata in caso di e finanche un ultimo aggeggio a batteria che dovrebbe svolgere la funzione di aspirare lo sporco.
Il 'grooming', traducibile con la governatura, la strigliatura dei cavalli, la toletta per i cani ma anche per la cura di una carriera (ditemi voi se l'inglese non è sintetico fino all'osso e oltre ogni possibile previsione), conclude l'autrice, è un 'continuing job', come lo sono, lo avrete capito, il vivere, il fare arte, l'essere moglie.
Continuare a essere well-dressed e anche tutto il resto, certo non è cosa da poco ma con qualche suggerimento azzeccato si può pure pensare di farcela.

 

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241. Loving Care

Max Klinger, Un guanto, 1881

'Asciugate quelli in pelle lavabile su uno stendino, facendoli scivolare sulle vostre mani poco prima che siano realmente asciutti. Potete asciugare i guanti di cotone piatti dando loro un nuovo aspetto stirando le dita.
Lavare i guanti riesce bene giusto con un piccolo sforzo extra. Non aspettatevi che riprendano la loro forma da soli. They need a little hand-loving care.' (non ho voglia e non so tradurre quest'ultima frase, mi sembra perfetta così com'è e dice molto anche al di là di quello che concerne i guanti)

da Anne Fogarty, The Art of Being A Well Dressed Wife, 1959

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242. Good Morning

Altro che salto con l'elastico, questo sì che è coraggio

Oggi riaprono le scuole e forse il mondo si rimette in moto. Meglio tardi che mai.

Io che sono miope, pertanto di un'assoluta discrezione rispetto ai vicini che dovessero girare dalle parti delle loro finestre, mi accorgo che c'è una giovane donna orientale arrampicata su una scala alle prese con le persiane del balconcino al piano di sopra del palazzo vicino.
Sto mandando un sms. Ci guardiamo. E' mattina presto e mi commuove che qualcuno sia già in pulizie.
Le faccio un saluto con la mano, lei agita lo straccio.

Alle cinque e mezza, come sempre, tutti i giorni dell'anno, è suonata la sveglia del mio condomino di pianerottolo, che lavora in un albergo. L'ho sentita perché fa ancora caldo e ci sono le finestre aperte.
E' una sveglia buffa, a un certo punto si sente una voce con accento cinese che cinguetta: 'Good Morning!'.

Mi approprio di questo augurio e lo estendo a voi, da utilizzare per tutto questo mese di settembre.

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243. Se permettete, parliamo di uomini, 2: Autunno

Jack Vettriano, In Thoughts of You, 1999

Navy Seals in addestramento

John William Waterhouse, Penelope e i pretendenti, 1912

Qualcuno ricorda, mi dice, con simpatia, la puntata 217 Se permettete, parliamo di uomini, che intendeva dare suggerimenti a proposito degli amori estivi. Ed eravamo rimasti in sospeso con la promessa di sperimentare nuove categorie, che vado a mantenere ora che è autunno, e non è detto che come stagione sia meno propizia ai contatti, anzi, pensate solo ai primi freddi, al vino nuovo, ai profumi della frutta, al gusto di rimettersi addosso le calze e una maglia. E di farsele togliere.
Ecco, dunque, a voi, il risultato di una riflessione che, insieme alle altre, tende a dimostrare che l'universo maschile è quello che è, completamente insondabile, tanto più quando si parla di ciò di cui vado a parlarvi.

Agenti FBI infiltrati da qualche parte & categorie afferenti. Da sempre morivate dalla voglia di conoscerne uno: cresciute a pane, burro, zucchero e 007, quello vero, avevate valutato il fascino del personaggio in questione come sempre accade, anche nella vita quotidiana, dalle donne con cui se la faceva: in questo caso, autentiche superfemmine, tostissime, capaci di sparare, picchiare sodo, a conoscenza delle arti marziali e di quelle amatorie, vestite in maniera improbabile, quindi inimitabili, oppure imitabili solo a patto di frequentare invece dell'ufficio una tavola di fumetti, con tutti i beep, gasp, mumble, vlat vlat e yum yum che si rispettino. Prendiamone una per tutte: Pussy Galore di Goldfinger. A parte l'imbarazzo che dovrebbe cogliere qualunque signorina o signora solo a pronunciarne il nome (tralascio pussy, confidando nel multilinguismo dei miei lettori, ma pure galore mica scherza: a iosa, a fiumi, a bizzeffe, insomma un estratto di carne tipo quello che ancora produce la Liebig, con una punta di cucchiaio ci fate un'intera pentola dl brodo), il guardaroba che indossa è talmente audace che non sarebbe passato per l'anticamera del cervello nemmeno di Martin Margiela o Hussein Chalayan, che pure di cose strambe ne disegnano parecchie. Ciocca bionda libera nel vento, Pussy pilota il suo aereo vestita di un sobrio paio di pantaloni neri MA anche di un gilet scintillante e aderentissimo, che lascia alla fantasia tutto il pochissimo spazio che merita e vuole prendersi. Insomma, il giusto agente per l'uomo segreto, il mito, il sogno di ogni pupetta da quando si accorge che esiste l'altro sesso.

Per non parlare, volendo rimanere in ambito cinematografico, del film più esplicito di tutti, quel Donnie Brasco (Mike Newell, USA, 1997), basato su una storia vera, che racconta la vicenda di Joseph D. Pistone, agente FBI infiltrato in un'organizzazione mafiosa di Little Italy con il nome del titolo, ricettatore di gioielli, con una faccenda d'azione e sentimenti in cui c'è di tutto, anche un'amicizia impossibile con un anziano manovale del crimine. Metteteci dentro i nomi di Al Pacino e Johnny Depp e avrete il polso della situazione emotiva che vi coinvolge per 126 minuti e parecchio del tempo che viene dopo.
Quello che qui mi preme ricordare non è, però, la trama densa di ogni possibile sfumatura e l'intarsio sapiente della definizione psicologica. No, voglio riportarvi ai problemi di Pistone con la moglie, che non è al corrente della sua reale professione, per cui non capisce, non si spiega, non si capacita, si arrabbia, urla e piange come farebbe qualunque donna davanti a un uomo che si defila in momenti importanti senza nemmeno avvertire, la comunione delle bambine, il pranzo di Natale; pure il cane da portare a vaccinare per un agente FBI è un guaio, pensate solo al dover conciliare gli orari degli agguati mafiosi con quelli di apertura del veterinario.
Ma la cosa più bella del film, a mio parere (sarà che ce l'ho con i consulenti che danno consigli a sproposito senza vedere la trave che hanno nel loro occhio oppure sarà che il tono di tutta la scena è tale da sembrare una solenne vendetta), è l'incontro con lo psicoterapeuta di coppia, davanti al quale la moglie si sfoga e Pistone arranca, impossibilitato a parlare, roteando gli occhi all'ascolto dei consigli che gli piovono addosso, la cenetta al lume di candela, le modalità relazionali, la sperimentazione di nuove attitudini comunicative, le tematiche personali e tutte le altre frottole.

Insomma, ci siamo intesi, una metafora chiara e limpida come acqua di fonte delle difficoltà che si incontrano quando cerchiamo di capirci l'un l'altro: ognuno racchiude in sé una vita misteriosa tanto quanto quella di un infiltrato e fa fatica a raccontarla.

Ed ora tocca a voi.
Avete conosciuto in un modo qualunque un uomo che trovate interessante.
La prima sera che vi invita a cena fuori, ha scelto con cura estrema il ristorante nel quale avverrà la prima vera conversazione. Le altre che già ci sono state recavano in sé poche tracce della sua vita tripla e doppia e solo a un terzo o secondo vaglio avrebbero rivelato gli indizi che, messi tutti insieme, saranno per voi la prova che avete finalmente incontrato l'agente FBI che da sempre stavate cercando.
Tanto per cominciare lui ha frequentato una scuola poco ortodossa; il vostro liceo era uno di quelli più simili a un luogo di tortura che a uno di spasso, concetto cui corrispondeva, invece, il suo: sperimentazione, corsi di filosofia fuori ordinanza ammanniti a tardo adolescenti, professori e aule che seguivano criteri di rotazione. Voi, inchiodate cinque anni al medesimo banco, lui, che se ne andava a passeggio per la scuola in un'aria di campus.
Sarà.
All'università voi avete frequentato corsi rigorosissimi che contemplavano anche la necessità di una preparazione di sei mesi per un solo esame, lui ha conseguito una di quelle lauree moderne, versatili, flessibili, atte a sguazzare nel sociale. 

Ma eravamo rimasti al ristorante.
Sta a tavola in un modo ammirevole, attento al vostro umore (uno che fa l'infiltrato non può non essere intuitivo), azzecca pure al primo colpo l'acqua minerale di vostro gradimento. Questo va detto una volta per tutte: per quanto mi riguarda, un uomo che si siede e ordina al cameriere acqua effervescente senza avermi rivolto nemmeno uno sguardo, si colloca subito nella casella degli infrequentabili. L'acqua deve essere, come dicono i francesi, piatta, il termine naturale è ambiguo, pensate alla Perrier che sgorga dalla sorgente con tutte quelle sue, insopportabili, bolle.  
 
Maneggia la bottiglia del vino come da tempo non vedevate fare (capirete dopo che, dovendosi infiltrare, gli può anche capitare di infiltrarsi in posti dove saper maneggiare una bottiglia è un'abilità indispensabile), la conversazione è morbida e avvolgente, certo, abbottonatissima, non capirete mai dove lavora veramente, situazioni di marketing, informatica, manager, applicazioni, praticamente il luogo di ogni possibile.
Stremate, gli rivolgete una domanda quasi maschile, ovvero semplificata e chiara: sta in uno studio, un atelier, una bottega, un appartamento, un negozio con saracinesca piano strada, vi illuminate e pronunciate la parola garage (sapete che tante imprese ora milionarie sono partite dal luogo in cui l'affitto è più basso): niente.
Dribbla, aggira, svicola, scarta, scansa, schiva, in sintesi non vi risponde, però la serata è così dolce e cade anche la prima pioggia della stagione e poi c'è il tono di voce, e poi gli sguardi, insomma, dovete convenire che a voi di dove lavora lui non è che, tutto sommato, ve ne importi poi tanto.
Casomai, col tempo.

E poi c'è la parte fisica. Se gli chiedete dove si è fatto venire quelle braccia, vi risponde che non ama le palestre e, siccome è probabile che siano frutto di esercizio, solo se siete completamente tonte non vi cominciate ad insospettire.
La storiella dei pesi utilizzati in casa è cibo per i grulli, ho anch'io pesetti ubicati fissi sul comò in camera da letto, puliti religiosamente con il Cif liquido, però muscoli nell'ordine di quel genere, fosse pure la versione femminile, non mi sono mai venuti.
Ed è lì che vi si accende la lampadina: l'addestramento speciale dei Navy Seals, le forze speciali della US Navy, è l'unica soluzione: nuoto, flessioni, addominali, trazioni alla sbarra, corsa (pure con anfibi e pantaloni lunghi, mica in Adidas e calzoncini), il tutto in tempi ridottissimi e sequenze di numeri pazzeschi.

Nella vostra mente, un po' avvolta, diciamocelo, dalla meraviglia della, chiamiamola così, conversazione, comincia a farsi strada l'ipotesi della doppia vita del vostro interlocutore.
Lo conferma anche il modo in cui vi guarda quando buttate lì cose che sono il vostro pane quotidiano, una trama di film e un ordito di romanzi dal quale traete deduzioni esistenziali: non deve esserci del tutto abituato, perché vi osserva come se aveste addosso il piumaggio più bello del più bell'uccello che mai abbia volato nell'aria, e anche qui i conti tornano, è probabile che uno con la sua professione di Nouvelle Vague non sappia che farsene.

Alla terza serata trascorsa ad attendere una telefonata che non arriva, al quarto sms che riceve risposta dopo 36 ore, all'ulteriore fine settimana in cui la sensibilità non è quella che vi aspettavate e lui ve lo dice pure, gettandovi nello sconforto, il quadro è chiaro e vi trovate di fronte a una scelta.
O fate voi outing e fate pure tana e gli dite, forte e chiaro, che avete capito che si infiltra; oppure fate finta di niente e vi prendete quello che lascia filtrare il convento.

Fatevi due conti e un ragionamento: cercavate un uomo con cui fare la spesa al supermercato il sabato all'ora di pranzo perché così c'è meno gente in fila alla cassa oppure cercavate avventura, brivido, sensazioni mai provate, abissi e vette, un bel paio di braccia possenti, colpi di scena, perdite e ritrovamenti, lacrime, consolazione, narrazione, chiacchiere come da un pezzo non se ne presentavano al ristorante.

Fatti vostri.
D'accordo, potete sostenere che i tempi di attesa sono indecifrabili. E che ve ne importa, volete mettere, la compagnia in cui vi trovate è ottima: attende Penelope, devota alla sua tela, circondata da pretendenti che la braccano e ne confermano il ruolo e il fascino. Attende Butterfly, nella sua bellezza di porcellana e nel ricordo della sensualità della prima notte. Attende Solveig, nella capanna in cui ha vissuto con Peer Gynt prima che lui riprendesse a sognare a occhi aperti e in giro per il mondo. Attendono le donne di Hopper e quelle di Vettriano, per non parlare di quelle di Böcklin, sole sulla spiaggia con lo sguardo fisso al mare. Attendere è già in sé un'azione.

Ci sono poi il gusto del rischio, dell'inedito, dell'azzardo, lo squillo di cellulare a sera tardi, l'sms che da comunicazione rapida diventa invaso di pienezza, l'improvviso, lo stupore del riconoscersi.

Datemi retta: se volete un amante per l'autunno, prendetevelo suggestivo e anche un po' insensato, che sappia parlare del meteo come se vi dicesse altro, misterioso quanto basta, attento all'acqua e al vino.
E non ditelo a nessuno, tenetelo solo per voi, segreto, nascosto. 

 

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244. Hotel Room

Edward Hopper, Hotel Room, 1931

Joseph Cornell, The Hotel Eden, 1945

Felix Gonzalez-Torres, Petit Palais, 1992. Il titolo dell'opera viene da un albergo di Parigi

Sono stata in un albergo.
Io che ho sempre amato gli alberghi e che ho sempre detto che sarei vissuta volentieri in albergo, non sopporto più gli alberghi.

Ti danno due asciugamani striminziti e ti tappezzano la stanza da bagno con scritte adesive minacciose in cui ti ingiungono di riutilizzarli riappendendoli dopo l'uso. Io non ci penso per niente, scendo al ricevimento, dico che voglio altri asciugamani, una dotazione almeno doppia. Mi guardano come se fossi io responsabile di tutto il detersivo consumato al mondo, io la mattina dopo butto tutto il mucchio di asciugamani sporchi a terra per indicare che devono sostituirli e quando rientro trovo di nuovo due asciugamani striminziti e tutto ricomincia.

Chiedere un accappatoio è fuori luogo ed è meglio che ti scordi di poterti asciugare avvolgendotici dentro.

Le luci sono diventate parche, lampadine economiche che emanano una luce glaciale sono sparse in un paio di angoli; ci sono poi i faretti sul letto, non illuminano niente, ti passa pure la voglia di leggere.

Non si trova più un taccuino, apri il cassetto del tavolo e dentro è vuoto, hanno eliminato la carta intestata con le buste, più di una volta, in passato, mi era capitato di essere invogliata la sera a scrivere una lettera, ora un appunto lo prendi sul retro dello scontrino del bar se non hai messo i post- it nell'astuccio.

Mi è accaduto di non trovare nell'armadio la busta per la biancheria usata perché avevano eliminato anche quella.

Niente più set di saponette che stavano lì solo per fare colore, figuriamoci se non mi porto da casa la mia saponetta, ma la tristezza dell'unico flacone di detergente che serve per tutto, mani e capelli, proprio non la sopporto.

Tutto è contato, ecologico, cioè punitivo, sdutto, misero, penoso, finita l'avventura dello spaesamento, l'albergo che era l'amante rispetto alla moglie, ora è la cugina di campagna noiosa e bruttina che non frequenteresti mai se non ci fossi costretto.

L'acqua è poca, regolamentata, ti tormentano pure lì, farsi una doccia è un letterale stillicidio, per sciacquarsi dopo lo shampoo ci vorrebbe un secchio da versarsi sulla testa.
Lo sciacquone butta poco e sulla tavoletta di comando c'è scritto pure in grande 'stop', nel caso ti prendesse il desiderio di dimezzare la quantità di acqua già ridotta di un terzo rispetto al necessario.

Non voglio più andare in albergo.
Voglio stare a casa mia, nel lusso dei rubinetti che funzionano a regime pieno, le luci accese come nella festa, lo sciacquone che emette un rumore trionfale tutte le volte che premi il pulsante, tutta la carta che mi serve per prendere tutti gli appunti che mi passano per la mente, le mie montagne di biancheria bianca tutte ordinate in guardaroba, tutte da consumare quando e come mi pare, fosse pure a capriccio o fosse solo per il gusto, impagabile, dell'abbondanza.

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245. Il mio più bel veglione di San Silvestro

Albero di Natale con candeline, perfetto per creare una calda atmosfera

Martin Parr, Bored Couples, FINLAND. Kotka, 1991 

Eccome un'altra che ha fretta di tornarsene in camera sua allo scoccare della mezzanotte

San Candido, val Pusteria, Hotel Leitlhof, la temperatura può scendere nella notte fino a -23 °. Sospese le lezioni di sci di fondo a causa di un attacco di influenza della persona con cui ero partita: poco male, mi facevano orrore gli scarponi presi a noleggio (chissà chi ci aveva messo i piedi dentro) ed ero sicura che sarei caduta sulla neve ghiacciata rompendomi il braccio destro (non sono mancina). Unica uscita, la passeggiata romantica in barroccino al tramonto, ovvero alle due del pomeriggio, peccato la coperta che il cocchiere mi aveva gettato addosso, sulla quale, a giudicare dall’odore, dormivano tutte le notti sia il somaro che il cavallo. Sera di San Silvestro, l’inizio del cenone è fissato alle 19:30. Bisogna sempre fare uno sforzo di eleganza, per cui avevo addosso un abituccio e anche i tacchi alti. Sull’albero c’erano perfino le candeline, la sala, piccola, era apparecchiata per il ridotto numero di ospiti con i consueti tavoli da due e anche da uno, a nessuno era venuto in mente di organizzare tre gruppetti che si sarebbero scambiati auguri e commenti. Da me la conversazione, causa febbre alta, languiva e io, che in pubblico sono la persona più socievole del mondo, al terzo tentativo, che atmosfera d’incanto, facciamo un bilancio, mettiamo qualche progetto in cantiere, mi ero chiusa in un sobrio silenzio. Come tutti gli altri, del resto, visto che nell’aria sempre più gelida non fluttuavano parole nemmeno a tendere l’orecchio, nell’aria non fluttuava niente di niente. Le portate arrivavano ogni 30 minuti d’orologio, la decisione di ubriacarmi (sistema sempre ottimo per svoltare la serata) non servì, la temperatura dell’ambiente era tale che l’alcool sortiva a malapena l’effetto di scaldarmi blandamente il collo. Nella mente si affollavano ipotesi diverse: prendere un’accetta e abbattere l’albero, sperando in un propagarsi rapido del fuoco appiccato dalle candeline, cambiare tavolo e movimentare la serata di chi si ritrovava improvvisamente da solo e di chi si ritrovava inopinatamente in coppia, salire in stanza a prendere il romanzo che stavo leggendo, cercare un mazzo di carte o una scatola della tombola. L’umore mi scendeva a vista d’occhio, entravo in uno stato di trance nel quale si apriva una breccia solo quando giungeva un nuovo piatto e cambiava l’assetto della natura morta, ma veramente morta (sto citando David Foenkinos, il mio ultimo mito letterario), che avevo davanti. La mezzanotte arrivò: dopo 5 ore, un secolo, un millennio, dopo un’intera era geologica, di quelle che sono descritte sui libri e nei musei, ovvero dopo qualche milione di anni. Alle 00:00 più trenta secondi, concluso sinteticamente il brindisi di rito, prendendo a pretesto l’influenza che sembrava aggravarsi di attimo in attimo a causa del permanere in un ambiente freddo, proposi di congedarci dagli altri ospiti e di raggiungere la camera.

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246. Chagrin d'amour, 1

Jeanne Moreau in La Baie des Anges, Jacques Demy, 1963

Jules Cheret (1836 - 1932)   Manifesto per il Casino d'Enghien, tutta un'altra allure

Annette Messager, Casino, Biennale di Venezia 2005

I dispiaceri d'amore, secondo me, uno deve tenerseli.
A raccontarli si banalizzano, spesso sono vecchi di mesi, se non di anni, e farsi guardare come se si fosse staccati dalla realtà, quando, invece, la realtà è proprio questa (lo dicono pure le canzoni che 'le chagrin d'amour dure tout la vie'), è meglio che accada per motivi diversi. Ma si può avere urgenza di un consiglio e per questo la vecchia zia sarebbe l'ideale.
Ma io le ho fatte fuori tutte, perciò penso all'amica più anziana, che deve, però, possedere certe caratteristiche: avere superato i 70 anni, stare bene in salute, giocare a tennis al Circolo almeno due volte a settimana, coltivare il gusto per gli abiti, vivere con un marito da cui non intende divorziare e svagarsi con almeno un amante, essere, cioè, una donna nell'aria del tempo, esperta, che sa come vanno le cose, che guarda tutto con partecipazione e affetto ma con quel distacco che rende tutto meno lacerante e che è capace di rispondere in sintesi alla sintesi: perché a raccontare i dispiaceri d'amore bisogna essere sintetici, altrimenti l'interlocutore si annoia e a vivisezionarli ci pensa da sempre la letteratura, praticamente è la cosa che le riesce meglio.
 

Ma non avevo pensato che occuparsi di amori andati a male ha molto meno appeal del gioco d'azzardo, per cui mi materializzo con la persona giusta nel momento sbagliato, al ritorno di un viaggio eccitantissimo, con destinazione il Casino di Portorose, Slovenia, dove ha perso 300 euro in cinque giorni ma si è divertita tanto, albergo a 5 stelle e centro benessere, tragitto in bus (quante ore ci vogliono? 20? 25? Comincio a stare male davanti al confronto, io, in pullman, dopo 32 minuti esco di senno), ma che vado dicendo, hanno riso e parlato continuamente e poi avevano i posti davanti.
C'era eleganza?
Certo che sì, e allora io cito Jeanne Moreau ne La Baie des Anges (1963) di Jacques Demy, il film più bello che abbia visto sul mondo dei casino, quello in cui il meccanismo della passione per il gioco d'azzardo viene analizzato ma in cui, più ancora, si esamina la figura della protagonista, Jackie, 'légère, capricieuse et solitaire' (cito la mia Amica FB Gérardine Dormoy che cura un blog che amo in ogni dettaglio http://blogs.lexpress.fr/cafe-mode/ ), i capelli per una volta biondo platino, messi in risalto dalla pellicola in bianco nero (in francese si dice in ordine inverso, 'noir et blanc', così abbiamo imparato un'altra cosa) e con il corpo fasciato da 'un tailleur Cardin immaculé'.
Ed è quel bianco immacolato che si staglia sullo sfondo dell'immagine della Costa Azzurra di quegli anni, piena di glamour come è rimasta nel nostro immaginario, lo scenario perfetto per apprendere dai protagonisti un'autentica lezione di seduzione e di bellezza.

Ma la mia citazione del film cade nel vuoto, mi viene il dubbio che l'eleganza di Portorose sia concettualmente diversa, la mia amica mi dice che la roulette si giocava con le macchinette, il rien ne va plus mi sembra all'improvviso doversi riferire ad altro, a lei piacciono le slot machine, le trova più moderne.

Nel 2005 il padiglione francese della Biennale di Venezia era stato affidato a Annette Messager e si chiamava Casino. Raccontava le avventure di Pinocchio: c'erano giochi rischiosi e pericolosi, la sensazione di essersi persi in una foresta, di scoprirsi fragili, portati dal vento e minacciati da un grande orologio che ci ricordava la nostra qualità umana di finitezza, c'era, giustamente, molto rosso e dappertutto si sentivano rumori inquietanti.

Sarà che ho fede nella capacità di interpretazione dell'esistenza da parte dell'arte, ma ho chiuso la conversazione con la medesima sensazione di catastrofe imminente provata quella volta a Venezia, il mondo trasformato non solo in parco a tema ma anche in Las Vegas, dappertutto macchinette, architetture improbabili, posti dove si va a fare una cosa soltanto e da cui si ritorna con il bisogno accresciuto di rifare al più presto quell'esperienza, una specie di intossicazione che si è trasformata in dipendenza, finalmente un mondo senza sentimenti, in cui la narrazione di un dispiacere appare fuori luogo e fuori tempo massimo, tutti in bus in trasferta, contenti, bramosi di giocare, eleganti.
 

Nel video Franco Battiato interpreta Plaisir d'amour (1991)

 

 

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247. Chagrin d'amour, 2

Chagrin d'amour, manga di Kiriko Nananan

Latitando, come abbiamo appreso nella puntata precedente, zie e amiche più anziane capaci di dare un consiglio quando serve (non ci stanno o stanno altrove con la testa), non ci resta che cercare nella posta del cuore che, ogni tanto, riserva sorprese utilissime.

Non ho mai degnato di attenzione Francesco Alberoni, che sull'amore mi sembrava dire cose banalissime, ma ultimamente, sarà che si è banalizzato il mondo, l'ho riscoperto. Ecco dunque la sua risposta, che trovo impeccabile, a Alessia, che, come spesso accade a coloro che si chiamano Alessia, ha 28 anni. Abita in un paese di Sicilia, si annoia e, forse perché si annoia, fa pasticci: nella fattispecie si è innamorata di un ragazzo, gli ha fatto capire i suoi sentimenti, lui era già fidanzato, lei, allora, ha corteggiato il di lui fratello maggiore, ci ha 'vissuto l'intimità' (trovo questa locuzione bellissima, versatile, declinabile in modi diversi), lui dopo l'ha evitata, si è messo in mezzo anche il padre dei due, insomma, lei si è ritrovata isolata e sofferente.

Risponde il Sociologo: '...Ma una donna non deve mai dire a un uomo che lo ama se non è sicura che l'altro in qualche modo può ricambiarla...prenda più sul serio l'amore. Bisogna provarlo in due, l'amore felice nasce solo spontaneamente in modo bilaterale. Non si fidi di chi le dice che si può conquistare con la seduzione. Con la seduzione si può conquistare per un po' il corpo di un uomo, non il suo cuore. Inoltre, impari che non ci si deve mai vendicare nel campo dell'amore. Quando una storia è finita, bisogna accettarne la fine e aspettare che il nostro cuore torni capace di amare e di evocare l'amore...'

Lucido, spietato, pragmatico, operativamente in grado di suggerire una via di uscita. Meglio di qualunque zia o amica.

(Trovato su una rivista impresentabile che stata dalla podologa, portata via dopo aver chiesto il permesso, utilizzata per i miei fini e, in un moto circolare, deposta nel mucchio di quelle del parrucchiere, dove ci stava benissimo, perché me l'ero messa in borsa per buttarla ma mi ero scordata di farlo).

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248. Iron Men

L'astuccio con i grimaldelli degli Iron Men

Linguaggio dei segni: chiave. Esplicito e pieno di riferimenti

Ieri sera  sono rientrata carica di libri e materiale professionale, stanca, affamata, infreddolita e con una quadruplice prospettiva: Chablis; crocchette di pollo; simpatico scambio di sms suscettibile di sviluppi; scendere dai tacchi. Ma la chiave inferiore non girava. Sono paranoica ma solo quando mi fa comodo e perdo la testa esclusivamente dietro a uomini che, una volta inquadrati nello specchietto retrovisore, si rivelano quasi sempre esiziali, per cui ho capito subito che la serratura si era inceppata, che dovevo chiamare un fabbro e cercare di salvare almeno la porta, che è blindata, ovvero da salvare a ogni costo. Ma le cose non sono mai semplici: la polizia non ha risposto; i carabinieri mi hanno assicurato che dentro casa c'era qualcuno e che dovevo stare attenta quando entravo (esattamente quello che io non riuscivo a fare); i pompieri non sono intervenuti perché lo fanno solo nel caso sia in difficoltà: a. un anziano; b. un bambino; c. un portatore di handicap. Ho detto al pompiere che era senza cuore, lui c'è rimasto male e mi ha risposto che era il nuovo regolamento e mi ha dato il numero delle pagine gialle. Sono intervenuti tutti i maschi validi del palazzo, nessuno dei quali è riuscito a far girare la chiave (ero delusissima, da sempre penso che i maschi con le chiavi ci sappiano fare ma certi non capivano nemmeno il verso), i condomini mi hanno offerto: ospitalità, cibo, acqua, ma io volevo Chablis e crocchette di pollo e soprattutto scendere dai tacchi. Al terzo tentativo di numero di emergenza che mi ha dato una ragazza che rispondeva da un call centre di Bologna ho trovato il fabbro: si chiamava Alessandro, stava sulla Cassia, mi ha detto subito le due cose fondamentali: rispedire i vicini a casa loro e smettere di fare tentativi. Mi avrebbe mandato il fratello che stava sull'Appia, più o meno dove sto io. Venti minuti di tempo. E' rientrato il mio vicino di pianerottolo, ha aperto casa sua ma si è fermato a farmi compagnia. Telefono, citofono, ascensore. E' arrivato l'altro fabbro. Intelligente, perché quando gli ho chiesto se si chiamava Salvatore, lui ha risposto prontissimo, no, Maurizio, ma come secondo nome può andare. Un'ora e dieci minuti in ginocchio, tutti gli attrezzi in terra, in un silenzio i cui si sentiva solo il respiro e il battito di tre cuori (quattro, perché è uscita, a un certo punto, pure l'altra vicina), ha cominciato con i grimaldelli . Cellulare caricato sulla spalla, il fratello gli suggeriva ulteriori movimenti, praticamente un consulto al capezzale della mia porta. Poi sono arrivati i botti: martellate, spinte, scossoni, un rumore d'inferno. Si faceva sempre più tardi e io volevo scendere dai tacchi. Alle 22:51 la chiave ha compiuto il primo giro, poi gli altri 3. Quella superiore funzionava perfettamente, per cui spalancare la porta è stato, si fa per dire, un gioco da ragazzi. Applausi, grida da stadio, abbracci: il fabbro, eroico, soddisfatto. Io avevo riconquistato l'uso del mio appartamento.
Al momento stanno lavorando in due da circa tre ore per la sostituzione della serratura, la rottura di una lamella imponeva il cambio, io ho officiato il rituale del taglio della busta delle chiavi nuove, stanno calibrando, aggiustando, misurando, stuccando, conoscono un sacco di cose che io ignoro, mi hanno pure spiegato il funzionamento del quadrello detto anche mentoniere. Frequentano il mondo in modo concreto, deciso, manuale, con sfumature delicate legate alla fiducia, che è un aspetto importante del loro lavoro: sono dei veri uomini di ferro.
Io, ieri, sono andata a dormire dopo le 2, con in corpo lo Chablis e le crocchette di pollo, il paletto notte girato e scesa dai tacchi.   

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249. Bellezza al bagno

Stanza da bagno di Moïse de Camondo con mattonelle bianche e blu, Musée Nissim de Camondo 

Stanza da bagno di Nissim de Camondo, Musée Nissim de Camondo  

Sto preparando un viaggio a Parigi e, seguendo suggestioni letterarie, mi imbatto nel Musée Nissim de Camondo: eretto agli inizi del XX secolo sul limitare del Parc Monceau ('très chic', dice la mia guida), su una pianta che si ispira al Petit Trianon, esso è stato dedicato dal conte Moïse de Camondo al figlio Nissim, morto durante la Grande Guerra e ospita una straordinaria collezione di mobili, porcellane, oreficerie e tappeti.
Ma a me interessano le stanze da bagno: sono tre e assomigliano a quelli dei 'grands palaces': ovvero, sono razionali, senza materiali lussuosi né decorazioni. Mattonelle bianche ai muri con 'un jeu de cabochons et de frise bleu, vert o jaune', vale a dire con degli elementi di colore blu, verde o giallo (a seconda degli appartamenti) che movimentano la superficie. I soffitti sono a volta e laccati al Ripolin che, se ricordate, era la religione di Le Corbusier, che voleva che i muri fossero ripassati semplicemente di bianco.

Rubinetteria 'nickelée', non una di quelle cose d'oro che si mettono in casa quelli che di case capiscono poco o niente. Vasca da bagno, lave-pied (lavapiedi, unica traduzione possibile) e bidet sono stati forniti nel 1912 dalla maison Kula e sono in 'gré' smaltato, laddove fino a quel momento le vasche erano in ghisa e i lavandini in porcellana erano incastrati in mobili in legno, decorati tanto quanto i mobili delle sale.

Nove Water Closet in porcellana inglese sono equipaggiati di rubinetti a pistoni il cui sistema si chiama 'silenzioso'.

Che meraviglia.

Quando sento che cosa si mettono in bagno coloro che mettono su casa (di tutto: servizi igienici sospesi, tavolette dette ciambella del water closet che si sollevano con un meccanismo ad aria compressa, altre amenità che confondono l'idraulico e portano guai inenarrabili perché più il sistema è folle, più danni causa a se stesso), mi smarrisco, io che credo che i bagni debbano essere belli, accoglienti, solidissimi, da pulire nel modo più rapido e profondo possibile, ecco che ritrovo me stessa come per miracolo in un museo che chiameremo qui, come fa la guida, incredibile.

www.lesartsdecoratifs.fr

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250. Se permettete, parliamo di uomini, 3: Primavera o The Eight Wonder of the World

King Kong, di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack, 1933  

Dopey, detto da noi Cucciolo, con maniche oversize

Sébastien Chabal alle prese con almeno 15 kg (per ogni braccio) di pesetti

Apprezzo la puntualità, credo che per gli altri sia davvero la cortesia dei re e per me una prassi salutare, per cui eccomi pronta a suggerire alcune direzioni per gli amori di primavera.
Chiarisco subito che oggi parliamo di dimensioni maschili.
Ma, come diceva mio nonno, al tempo: delle uniche dimensioni (che già sono parecchie) di cui è concesso parlare a una signora, sempre attenta a quello che dice in privato e in pubblico, ovvero di quei dati che si chiamano altezza, peso, misura delle scarpe, taglia delle camicie, citabili ovunque, pensate ai negozi, senza incorrere in nessun imbarazzo.

Più o meno. E adesso vedremo perché.
Premetto che l'ho dichiarato più volte: il mio interlocutore perfetto è alto m 1,80.
Essendo io una donna normale, un uomo così lo guardo negli occhi se mi metto le scarpe con i tacchi e, con un po' di buona volontà dovuta alla capacità di piantargli lo sguardo in faccia anche da una posizione meno vantaggiosa, tipo scarpe stringate, anche senza. Se è ben proporzionato, è uno pure lui normale, ha il 41, massimo 42 di piede, mangia 80 grammi di pasta, arriva dove non arrivo io in cucina e mi tocca prendere la scala (scaffale dei bicchieri, in alto), per cui mi fa un favore, ingombra relativamente a tavola, se sta nel mio ingresso lo riempie solo moralmente, non mi sbatte a terra i libri in bilico perché ci è passato accanto, in bagno ci si riesce a stare in due (i doppi lavandini sono fatti per questo), lui si fa la barba, io mi trucco, è intimo, affettuoso e nessuno invade il territorio dell'altro.

Capita di scendere, e ci si pone il problema dei tacchi.

E di salire. E qui entra in gioco l'argomento di oggi, ovvero, visto che è primavera  e il nuovo è nell'aria, che rischi si corrono a fare una perlustratina in uno di quei territori mai saggiati perché i gusti tiravano in un'altra direzione, laddove un mucchio autentico di donne dimostra invece in questo senso un penchant evidente (vedi la passione delle mie studentesse per Sébastien Chabal, altezza cm 191, peso kg 108, dal mio punto di vista un tipo non raccomandabile), diciamola bene, che cosa succede alle donne quando frequentano stagionalmente uomini grandi e grossi?

Procediamo con ordine. Avendo io fatto domande, anche privatissime, per capire quale e dove fosse il fascino della categoria dove io metto gli schiacciasassi, i caterpillar e i camion con rimorchio, non è che cada del tutto dalle nuvole.
A parte che è raro trovare qualcuno che sappia raccontare nel dettaglio i suoi gusti, giochino che io trovo estremamente formativo e utile a conoscere se stessi, non ci vuole molto a capire che ciò che funziona in queste situazioni è il richiamo della foresta. Che è poi il richiamo della caverna, e qui basta dare un'occhiata all'aspetto esteriore di Chabal per capire che una casa così a lui si adatterebbe perfettamente, e in casa di Chabal ci starebbe, appoggiata, ammesso che ci fosse, all'uscio, una clava, oggetto contundente che alle donne, deduco, non incute alcun timore, che sembra avere un'allure protettiva e famigliare, e, soprattutto, corrispondere alle caratteristiche di (cito) 'durezza e lealtà, forza e fierezza' che sono universalmente riconosciute al suo proprietario.

Ecco finalmente svelato che cosa vogliono le donne: un confronto fisico dal quale non è possibile uscire indenni, uno stritolamento di ossa nel corso di un fugace abbraccio, l'impressione vivissima di non sapere da che parte cominciare tanto vasto è il territorio, lo schianto morale che è conseguente a quello fisico che si rischia tutte le volte che l'incarnazione contingente di King Kong suona il campanello per annunciare che, come previsto, è venuto per cenare.

 

C'è da mettersi le mani nei capelli.

Partiamo, dunque, dalla quantità di cibo da preparare: già un uomo normale è capace di divorare il risultato di tre giorni di lavoro. Lo sanno le madri dei figli maschi adolescenti, che, a detta loro, mangiano come lupi, spazzano via interi conigli, fanno fuori senza batter ciglio un'intera cofana di pasta. (Essendo la cofana il recipiente nel quale il muratore, esercitando il suo nobile mestiere di costruttore, trasporta la malta, e servendo quest'ultima in abbondanza, si capisce di che cosa andiamo parlando).
In linea di massima, gli uomini a un certo punto si calmano: la crescita è finita, l'uso di energie si è stabilizzato (a meno che le energie non siano impiegate professionalmente: gli sportivi, in questo senso, cioè dal punto di vista delle dosi giornaliere di alimenti che ingurgitano, sono infrequentabili. Credo anche gli operai metallurgici e, se esistessero ancora, i facchini e i  camalli del porto di Genova, ma qui parlo per sentito dire e non per esperienza), c'è la necessità di rimanere in forma (anzi, ci sarebbe, perché quasi tutti gli uomini sono pronti a dichiarare anche sotto giuramento che a 30 anni non è che siano ingrassati, si sono, secondo loro, 'piazzati', ovvero hanno acquisito un aspetto che li rende spesso irriconoscibili se qualcuno li aveva conosciuti da ragazzi e li ha poi persi di vista, ma è una specie di rito iniziatico, finalmente sono, almeno nelle apparenze, adulti), insomma, con un po' di buona volontà e di organizzazione e il sano terrorismo della bilancia, si sopravvive alla fame (di cibo) di un uomo.

Ma non con l'incarnazione contingente di King Kong. Che, ragioniamo, pesa 45 kg più di una donna, praticamente pesa due donne snelle, quindi la potenza per mantenere tutta quella forza e tutta quella fierezza da qualche parte deve pur prenderla: e la prende, preferibilmente, a tavola, dall'antipasto al dessert, dichiarando che per lui va bene un piatto di pasta un po' abbondante (150, 200 grammi?), che le verdure gli piacciono moltissimo, le mozzarelline si mangiano con le mani, il pesce gli va tutto bene, due foglie di insalata sono un ottimo contorno, lo yogurt greco dell'altra volta era una squisitezza e forse in frigorifero ce ne è ancora una confezione (contenuto della suddetta: gr 400). Chiede la birra a notte alta dopo aver gustato ampiamente le bevande ben più nobili della cantina, allinea bottigliette vuote di acqua con le bolle, in quattro e quattr'otto lascia il tavolo come un campo di battaglia sul quale, oltre all'esercito nemico, abbia scorrazzato anche uno sciame di cavallette.

 

Le donne dovrebbero pensarci sopra, diciamo, almeno due volte.
Considerare, per esempio, che scarpe numero 46 (in cifre: 9 misure più della vostra) appaiono, se sfilate, inquietantemente simili a un bagaglio di quelli che è possibile portarsi sull'aereo; che le dita dell'ospite sono lunghe almeno il 50% più delle vostre; che se si vuole scherzare un po' sfilandogli la camicia e mettendosela addosso, l'effetto non sarà quello dell'abbigliamento boyfriend di cui parlano sempre le riviste di moda, ovvero un capo un po' largo, morbido, che sembra, appunto, preso in prestito dal guardaroba dell'innamorato, no, l'effetto è quello di Cucciolo (in inglese, Dopey) in Biancaneve, la lunghezza arriva oltre il ginocchio e i polsini delle maniche cominciano a comparire 10 cm oltre la fine della vostra mano, quanto detersivo in più e quanto tempo di stiro ci vogliono per la manutenzione di una cosa del genere; una sua maglia è utilizzabile come coperta; la giacca (le giacche da uomo sono bellissime) potrebbe farvi da cappotto; tutto ha una proporzione, una logica, una storia diverse.

E non voglio nemmeno pensare al carattere.
Chi l'ha detto che uomini così sono, per contrasto con l'aspetto fisico, di indole buona? E se il luogo comune non corrispondesse al vero? Insomma, ad incontrarli a distanza ravvicinata, così come suggerisce la primavera, si rischia letteralmente l'osso del collo: una carezza è una pala che ti si abbatte sulla faccia, un buffetto ti fa perdere l'equilibrio, se un uomo così è, minimo minimo, tendenzialmente prepotente, così come di solito è un maschio che si rispetti, la partita è chiusa prima ancora del fischio di inizio.

Ma fate voi.
Esistono i destini che si incrociano, esistono le regole e le eccezioni, il gusto dell'avventura e del pericolo, e poi esiste la primavera, quella stagione che freme e scalpita, che sembra inarrestabile proprio come un flusso di pensieri e che è capace di presentarvi il King Kong contingente, proprio come nel trailer della prima versione cinematografica, probabilmente la più bella di tutte, come l'ottava meraviglia che mai sia apparsa al mondo.
 

 

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