Opera Soap

 
stampa

26. TOC TOC

Leonardo Di Caprio e Cate Blanchett in The Aviator, Martin Scorsese, USA 2004

Funny Games, Michael Haneke, 2007

Non sono affetta da alcun tipo di TOC. Se volete sapere che cosa è un TOC (Trouble Obsessionel Compulsif) andatevi a rivedere Jack Nicholson in Qualcosa è cambiato (James L. Brooks,  As Good as It Gets, USA 1997): solitario e litigioso, non pesta le righe in terra, indossa guanti per proteggersi, è un maniaco dell’igiene, si cambia continuamente di abito, cammina a debita distanza da tutti, frequenta un ristorante in cui vuole essere servito sempre ed esclusivamente da una sola cameriera. Proseguite poi con The Aviator (Martin Scorsese, USA 2004) e Leonardo Di Caprio nelle vesti di Howard Hughes, bello e dannato e in attesa che qualcun altro apra la porta delle Toiletts perché non debba essere lui a toccarne la maniglia. Siete affetti da TOC se vi alzate venti volte per controllare di aver chiuso la chiavetta del gas, se vi lavate le mani cento volte al giorno, se fate dietro front con la macchina quando già siete partiti per le vacanze perché volete accertarvi di aver dato tutte la mandate alla serratura, se evitate di essere 13 a tavola. (Se siete di Napoli e evitate di ritrovarvi nel numero delicato di commensali dell’Ultima Cena, non siete affetti da TOC, siete solo in linea con la cultura dominante, quella del corno di corallo appeso al portachiavi che molti dei miei colleghi, colti e evoluti, portano in tasca). Le religioni sono piene di TOC, niente carne il venerdì, niente carne di porco, ripetizione delle preghiere, rituali. Il TOC è una malattia individuata dalla metà del XIX secolo, descritta da Pierre Janet con il nome di ‘psicoastenia’ nel 1903 poi da Sigmund Freud come ‘nevrosi ossessiva’ nel 1909. Nel 1980 il termine ‘Trouble Obsessionel Compulsif’ si impone ed è adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) (fonte ‘Le nouvel Observateur’, numero fuori serie Les nouvelles addictions, maggio-giugno 2005). Dunque, dicevo, non sono affetta da alcun tipo di TOC. E sospetto pure che i TOC ci siano sempre stati, anche prima di Janet e Freud, la letteratura è piena di rituali ossessivi e anche l’arte lo è. Probabile, però, che io sia considerata TOC dai  moltissimi che incontro che sono mediamente più sporchi di me. Fra i migliori consigli ricevuti nella vita annovero quello di un mio vicino di classe, Raimondo P., III F al Liceo Dante Alighieri di Roma quando io stavo in II E: austriaco di nascita, elegantissimo, snobissimo, fra i miei primi compagni di scorribande notturne, mi insegnò a viaggiare con guanti di gomma, spugna e detersivo. La bustina igienica mi avrebbe salvato più volte da bagni di alberghi sospetti o impraticabili (la cosa curiosa è che fra le cinque e le due stelle non c’è logica, mi sono capitati servizi immondi nei migliori hotel del mondo e bagni rifiniti in locande di provincia. Come sempre, è la persona che fa la differenza, in questo caso la cameriera ai piani o, se è previsto il controllo, la governante). Poi, siccome sono una perfezionista, ho anche aggiunto le salviette disinfettanti e quando poso il bagaglio in un qualunque altrove trascorro un buon quarto d’ora a  passare con il lisoformio maniglie, telefoni e testate del letto. Ciò mi fa sentire a casa mia, mi tranquillizza nell’impatto con l’ambiente estraneo, mi permette di segnare il territorio. Non si tratta di TOC. Poi. Per non rifarmi da sola il letto devo essere moribonda, in ospedale o in albergo (altro consiglio di una gran signora quasi centenaria, madre di una collega. Ma ci avevo già pensato per mio conto. Per inciso, l’anziana donna mi deliziò anche con la descrizione della pelle di un’amica più giovane di lei di una buona ventina di anni: ‘a castagna secca’, la definì. Cito l’episodio perché possa essere utilizzato da qualcuno meno svelto di spirito e di lingua di quanto non fosse lei). Mi lavo sempre le mani rientrando in casa e prima di mangiare. Cambio tutti i giorni la biancheria del bagno e della cucina. Cambierei quotidianamente volentieri anche le lenzuola se solo lavarle, stenderle e stirarle non fosse un lavoro così complesso ed è, questo, uno dei motivi per cui vivrei volentieri, come faceva Mademoiselle Chanel fra i molti, in un albergo di lusso (ovviamente, pulito). Mi tolgo le scarpe entrando in casa e chiedo di toglierle anche alle persone che la frequentano regolarmente. Praticamente entrano in casa mia con le scarpe solo gli estranei perfetti, quelli dopo il passaggio dei quali (passaggio che cerco di rendere il più breve possibile. In pratica non vedo l’ora che se ne vadano) mi affretto a lavare il pavimento rivolgendo pensieri grati al cielo che me li ha tolti dai piedi. Mi piace molto indossare i guanti anche d’estate (ho raccontato ieri a un amico del garagista che mi chiedeva se non avevo caldo con la sciarpa, dopo avergli spiegato che esistono anche le sciarpe estive, l’episodio del guaglioncello napoletano che, in un torrido giugno, sull’autobus, vedendomi con la sciarpa e con i guanti, estivi l’una e gli altri, mi venne a chiedere se mi sentivo male). Indossa, lo ricordo, guanti estivi anche Michael Pitt in Funny Games; d’accordo, lui lo fa per altri, malandrini motivi, oltre, beninteso, a quelli che attengono all’eleganza e all’igiene, però l’idea di stare in sua compagnia mi piace. Il mio trolley non supera mai il metro di ingresso in casa e viene disfatto e ripulito in una zona protetta. Non appoggio mai le buste della spesa in terra anche se pesano 30 kg. Discuto spesso nei supermercati con il direttore per via dei genitori che mettono ‘nel’ carrello il loro bambinetto completo di scarpe, non riuscendo a sederlo sull’apposito seggiolino perché ha la stazza di un vitello, ha compiuto 12 anni e va già in discoteca dove fa uso di sostanze chimiche per vivacizzare la situazione. Una volta che avevo tempo ho intrattenuto il poveruomo che dirige l'Elite (ammettete che dare un nome così a un posto di massa indica una certa dose di umorismo) che utilizzo più spesso per questioni logistiche con una dissertazione sulla possibilità che io mettessi ‘nel’ carrello un cane pieno di pulci, che mi sarei fatta prestare all’occorrenza (figuriamoci se vivo con un cane con le pulci, vivo con i pesci rossi, che stanno nell’acqua in una loro casa che sta nella mia casa): lui come si sarebbe comportato? Mi sarebbe venuto a dire che, per questioni di igiene, non potevo mettere le pulci dove gli altri clienti mettevano la bottiglia del latte e la busta del pane, cioè alimenti che vanno ‘direttamente’ in frigorifero o in dispensa? E allora, dove stava la differenza fra le pulci e le scarpe del vitello? E ancora. Aizzo regolarmente (sono una pendolare) i controllori dei treni a elevare contravvenzioni a coloro che stanno con le scarpe sui sedili, la multa è di € 5,00, considerando il numero dei contravventori, le Ferrovie dello Stato vedrebbero il loro bilancio risanato presto e bene. Sorrido beffardamente davanti al gesto incongruo di chi rovescia il proprio cappotto e lo mette sul portabagagli dalla parte della fodera, nelle intenzioni per non rovinare la stoffa, nella pratica per dare alle ruote del trolley vicino la possibilità inattesa di toccare punti sensibili, per esempio l’interno del collo, quello che dopo verrà nuovamente in contatto con una delle parti più delicate ed esposte del corpo umano. Fulmino con lo sguardo coloro che, preparandosi a scendere dall’aereo, appoggiano il proprio bagaglio, che ha strusciato lo sporco di mezzo mondo, sul sedile dove poi si appoggerà un fondoschiena che poi tornerà ad appoggiarsi sul divano proprio (e forse anche sul mio) e poi sulla sedia del ristorante e sulla poltrona del cinema (nessuno pulisce mai le sedie, fateci caso. Esse sono pulite, nell’immaginario collettivo, dal fondoschiena di chi ci si siede). Ma non sono affetta da TOC. La mia affermazione è chiaramente suffragata da almeno 3 dichiarazioni. 1. Sono per metà di sangue piemontese e cito, qui, il Ceronetti di Piccolo inferno torinese (Einaudi 2003): ‘Denunciano, in un appartamento, la padrona torinese, i pavimenti lucidati a sangue, testimoni di una rabbia epica per trasformare in cristallo di Boemia la sorda mattonella. Dopo la lucidatura luciferica, la porta è sprangata a tutti. Chi ha un salvacondotto deve adattarsi a un’umiliante immobilità per non sporcare. (Non hanno torto: nessuna presenza umana è mai pulita).’. 2.  Non faccio nessuna fatica ad accompagnarmi a uomini che giudico più sporchi di me, anzi, considero un po’ di sporcizia un tratto molto virile, mi intenerisce, tira fuori il mio lato Florence Nightingale, quello che fa dire a ogni donna ‘Io ti salverò’ (in questo caso: con una doccia). 3. Credo fermamente che il buon cinema, quello che ti cambia la vita, che ti fa segnare come un giorno felice (ricordate? Si dice ‘marquer d’une pierre blanche’, pietra bianca, cioè pulita, mica una pietra di colore qualsiasi) quello in cui è avvenuto l’incontro, sia il cinema sporco.

Ora, essendo il punto 1. fuori discussione e quello 2. privato, vi invito, dopo la lettura rigenerante della n° 26 e fra le pause del sorbetto delle 28 e 29, alle puntate n° 27 e n° 30 per affrontare insieme il punto 3.

inizio
stampa

27. More geometrico

David nella mia versione preferita, con ciuccetti legati con l’elastico e brillanti alle orecchie (Real Madrid 2003-2007)

ll metrosessuale (sia resa gloria a chi sa trovare le parole per dire l’erotismo, in questo caso alla giornalista tedesca che, secondo la leggenda, ha inventato il termine) David Beckham è uno pieno di TOC. Già sapevamo che è un maniaco dell’ordine e che non sopporta di vedere le cose spaiate per cui, ad esempio, anche le lattine di birra vanno comprate, messe in frigo e bevute a coppia. Ora apprendiamo dal supplemento del Corriere della Sera (sbirciato avidamente da sopra la spalla di una lettrice in metropolitana) che quando passa l’aspirapolvere lo fa seguendo linee rette. A parte il gusto di farsi un film su Beckham che fa i mestieri (in che tenuta? Armani Underwear?) c’è anche la possibilità di tranquillizzarsi per molte signore i cui mariti e amanti passano l’aspirapolvere (visione che credo di avere avuto solo un paio di volte in vita mia. Ma forse ero distratta) seguendo l’ellisse, l’iperbole, la parabola o la conica. Niente paura: ’lui’ è TOC, non ’loro’. Loro cercano soltanto di dare una mano, come sanno e possono fare, in casa.

inizio
stampa

28. Sweet & Sour Film Parte 1: (almost) WEST

La graine et le mulet, Abdellatif Kechiche, 2007

La banda, Eran Kolirin, 2007

Caramel, Nadine Labaki, 2007

Se fossi Scarlett Johansson non ci dormirei la notte. Un drappello di attrici brune, probabilmente pelose e odorose in ogni parte della loro persona, poco votate al fitness ma evidentemente in pace con il loro corpo, di una bellezza insolente, diversa, nuova e antica a un tempo, è fiorito tutto insieme sul grande schermo. Comincio con la più giovane, Hafsia Herzi, 21 anni, marsigliese di origine maghrebina, figlia di una femme de ménage, definita da Abdellatif Kechiche, il regista che l’ha diretta in La graine et le mulet (2007, il nostro Cous-Cous, lei è Rym), ‘éblouissante…un déclencheur de désir’ (Cahiers du Cinéma n° 629, dicembre 2007). Intendiamoci, anche Woody Allen parla bene di Scarlett, ne loda la bellezza, la simpatia e l’intelligenza, però qui la musica è un’altra, lei acceca e scatena il desiderio, ha trasformato il ruolo che le era destinato, è una con il ‘feu sacré’, che dispiega ‘tesori di ingegnosità e di eloquenza’ davanti alla madre seduta alla toletta, come nella più classica delle tradizioni pittoriche, per convincerla a recarsi con lei alla cena di inaugurazione del bateau-restaurant. E non aggiungo nulla all’eloquenza della sua danza del ventre, che, da sola, corona e rappresenta tutto il film.

Vado avanti con Ronit Elkabetz, 44 anni (Israele, 1964), figlia di una parrucchiera e di un postino, da tempo in carriera ma sistematasi nel nostro cuore con La banda del conterraneo Eran Kolirin (Bikur Ha-Tizmoret, 2007), un film piccolo, surreale, stranito, in cui il ruolo di Dina, proprietaria di un piccolo caffè di un luogo fittizio e isolato dal mondo, Beit Hatikva (scambiato per Petah Tiqva, da cui l’equivoco dal quale scaturisce la narrazione, con la banda della Polizia di Alessandria, invitata dal centro culturale arabo locale, che capisce male e si perde nel vuoto), le dà la possibilità di mettere in scena uno dei più irresistibili piani di seduzione che mai si siano visti al cinema, tutto recitato in economia espressiva, sorrisi, tenerezza, esitazioni calibrate, movimento dei fianchi e dei capelli, ritrosa rassegnazione alla noia divorante del deserto in cui vive. Il colonnello Tawfiq, voce della banda, destinatario dell’offerta, non trova il coraggio di accettarla. Ne approfitterà Khaled, il più giovane fra gli otto musicisti, che taglierà corto e passerà la notte con lei.

Termino con Nadine Labaki (Libano 1974) che interpreta Layale nel suo Caramel (2007), che non è un film carino ma una riuscita totale e un ottimo colpo messo a segno che, sotto la superficie zuccherosa, mostra le donne libanesi da un punto di vista inconsueto (adulterio, omosessualità, menopausa). Lei si fa bellissima, immensi occhi scuri carichi di trucco e carnalità sempre presente, sembra una di quelle amiche che tutti abbiamo avuto, troppo vistosa, certi giorni imbarazzante da trovarsi accanto ma in fondo buona e infelice per un amore storto che le va di traverso.

Vorrei suggerire che i film (e le attrici) citati sono sporchi in contrapposizione alla pulizia ossessiva, per esempio, degli americani (non di tutti, è chiaro: Sidney Lumet e Sean Penn, nella nostra logica, sono sporchissimi), al loro aver perso la faccia per aver trasformato le proprie facce in cose inespressive, piallate, stirate, gonfiate là dove un viso non sarebbe mai gonfio, tutti chiamati ad interpretare storie improbabili e asfittiche, spesso costose, insterilite in ambienti privi di senso e di cultura oppure esistenti solo nella logica degli effetti speciali, noiosissimi per chiunque abbia una qualche risorsa per pensare la propria vita. Bella vendetta, l’arte contro il denaro, l’invenzione che vince sull’industria. Dino Buzzati in Un amore (1963), probabilmente il più bel romanzo sul dolore amoroso che io abbia letto, nella sua narrazione vira continuamente verso il sudiciume: ‘Salutava confidenzialmente i camerieri, scherzava con la ragazza del bar, sembrava a casa sua, perfettamente sicura di sé, con quella sua aria sempre un po’ ribalda, era pallida, il naso petulante più del solito. Era come le ragazzine brune appena uscite dal letto, la faccia non ancora organizzata, quella trasparenza un po’ livida della pelle, quel colore di marmo, quell’ombra della notte ancora attaccata alle guance, alla bocca, quella specie di verginità carnale che si rinnova ogni giorno dell’anno, quella sincerità disarmata del corpo colto di sorpresa, che fa apparire più brutte le vecchie e anche le giovani le rende meno belle ma in compenso le giovani allora diventano più nude, forti, sporche, selvagge, eccitanti, confidenziali, il bello e il brutto spiccano cosicché risulta nella Laide il popolaresco guizzo, l’improntitudine, la piccola bocca si apriva e si chiudeva, le due piccole compatte labbra, specialmente il labbro inferiore, protendendosi in fuori come petali capricciosi e impertinenti.’.

All’architetto Antonio, protagonista malato d’amore per la giovanissima ballerina della Scala che si prostituisce per miseria materiale e morale, sarebbero molte piaciute le tre donne di questa puntata: avrebbe ammirato e volentieri tenuto fra le braccia Rym, Dina e Layale, nel calore dei loro corpi non sottoposti alla tortura del salutismo, nella sinfonia probabile dei loro profumi, nell’abbandono estatico a musiche antiche che sembrano guidarle tutte e che le fanno incedere da regine in un mondo che, disorientato e ammutolito, assiste alla nascita di una nuova bellezza.

inizio
stampa

29. L’aria del sorbetto, 1 (Nei secoli fedele)

Mick ieri (’With no loving in our souls and no money in our coats/ you cant say were satisfied’, Angie, 1973)

Mick oggi

Sir Michael Philip Jagger by Jane Bown, 1973 (London, National Portrait Gallery) (la foto è stata aggiunta dopo il mio viaggio a Londra del luglio 2008: era in formato manifesto fuori dalla National Portrait Gallery con un commento che per puro caso stavo ripassando anch’io nella mia mente: ’Please allow me to introduce myself’) www.npg.org.uk

Una volta un amico mi chiese con chi sarei scappata sull’isola deserta. ’Con Mick Jagger’, risposi senza esitazione alcuna. ’Ma se è così laido!’, si sconvolse lui. ’Proprio perché è laido scapperei con lui’, conclusi io. Lo ammetto: trovo irresistibile l’idea di dare una ripulita a un uomo così.

inizio
stampa

30. L’aria del sorbetto, 2 (London)

Pianta della metropolitana di Londra disegnata da Henry Beck nel 1933 (dedicata alla mia amica Anna Mercurio, grafico intelligente e sapiente, che me ne ha ricordato la paternità www.startmedia.it)

21 Luglio 2008. Rientrata ieri sera da Londra. La città è pulita. E’ pulita non come quelle località svizzere che sembrano plastificate e frigide (penso a Ginevra, noiosissima con buona pace di Jean-Jacques Rousseau e penso meno a Zurigo, più disordinata e con più fantasia. Probabile che La Chaux-de-Fonds di Le Corbusier, il santo e l’eretico, sia più sporca, nel senso che ormai sappiamo) e che fanno venire in mente quelle donne sempre perfettamente pettinate davanti alle quali ci si chiede se mai un uomo nella loro vita ha tentato di avvicinarsi per scapigliarle. Londra è pulita perché viene pulita continuamente. Nell’albergo dove sono andata, un vecchio, glorioso hotel di Kensington che prediligo fra tutti gli altri al mondo, il primo ad avere avuto l’ascensore, il personale addetto pulisce continuamente, tutti hanno uno straccio in mano, ripassano gli ottoni, raddrizzano i giornali sul tavolino della hall, tolgono la polvere dal mancorrente della scala, lucidano le tolette fin negli angoli, ne ripassano il pavimento. Puliscono per la strada, è facile vedere qualcuno che strofina l’ingresso di un portoncino, che geometrizza il giardinetto davanti a casa, che lava la panca fuori dalla bottega appena inaugurata; puliscono al supermercato che rigurgita di prodotti per solitari metropolitani (asparagini mignon in numero contato, avocado bonsai per cene con il vassoio davanti al film, melanzanine che inteneriscono come pupetti appena nati, confezioni con 1 limone, 16 fagiolini, un piccolo piede di insalata, sushi con 4 bocconi inappetenti 4 che prendono poco spazio sulla tavola e nello stomaco) in una visione profetica delle vite di noi tutti; puliscono nei negozi di decorazione d’interni che saldano merce che non si pensa nemmeno lontanamente di presentare in modo sciatto solo perché  il prezzo è ridotto, piegano coperte, sprimacciano cuscini, continuano imperterriti a fare pacchetti di un’inventiva tale da fare passare la voglia di ritrovare quello che abbiamo chiesto di metterci dentro perché a quel punto dovremmo disfarli, nettano, mondano, purgano dal sudiciume, forbiscono, detergono la città tutta. Lo fanno perché la città è sporca, dura, moderna, abitata, vissuta, percorsa con energia e anche violenza da milioni di persone che quotidianamente cercano di conquistarla, lo fanno in modo attivo, con risultati talvolta imprecisi (qualche cartaccia in terra ma mai escrementi di animali) che indicano la necessità di riprendere il lavoro là dove lo si era lasciato, in un’affermazione della fatica del vivere che reca in sé anche il premio finale, quello di stare in un posto che si è contribuito a trasformare, a mantenere, a rendere così irresistibilmente attraente in tutta la sua bellezza, la sua storia, i suoi trionfi e le sue tragedie.

inizio
stampa

31. Sweet & Sour Film. Parte 2: (decisamente) EST

2046, Wong Kar-wai, 2004

Olivier Assayas, Francia 1955

Still Life, Jia Zhang-Ke, 2005

Non sono affetta da alcun tipo di TOC però quanto a ossessioni non me la passo affatto male.

Ma qui devo chiarire che sto seguendo da anni un consiglio che mi dette uno dei miei primi colleghi di Accademia, un designer anche lui snobissimo e elegantissimo (detto fra noi: accettereste un consiglio da un buzzurro malvestito? Io no), che diceva che bisognava lavorare sulle proprie ossessioni (ovviamente tenendosele ben strette).
E io questo cominciai a fare, vedendo subito che le cose che mi riuscivano meglio erano quelle sulle quali mi fissavo.
E mi fisso volentieri da sempre su situazioni cinematografiche, pretendo di vivere come in un film (narrativamente, avventurosamente, con una sceneggiatura mia e una colonna sonora che mi sono scelta), vado a cercare i posti in cui hanno girato i miei registi preferiti, al cinema non mi alzo dalla poltrona fino a che non sono trascorsi tutti i titoli di coda perché da lì tiro fuori un sacco di materiale con cui ossessionarmi, alberghi, ristoranti, caffè dove posso andare a vedere se sono rimaste impigliate tracce di esistenza, marche di abiti indossati, ringraziamenti sempre rivelatori.

Vado fiera di alcune iniziative che avrebbero fatto l’invidia del Filmstudio dei tempi d’oro e, per darvi un’idea, ve ne cito un paio (a.; b.): a. La Pitt Week, ovvero una settimana intera, dal lunedì alla domenica, con un film di Brad Pitt pro die; mia classifica di preferenze: Vento di passioni (Legends of the Fall, 1994); Troy (2004); Vi presento Joe Black (Meet Joe Black, 1998). b. Lo Zombie Day, ovvero 3 film di George A. Romero in un giorno, concretizzazione del progetto avvenuta con la complicità di un mio amichetto del noleggio che mi tenne da parte i dvd per la sera mentre io ero al cinema il pomeriggio. Annoto che andai a dormire con la netta impressione di aver dimenticato di inchiodare le finestre dall’interno (forse ebbi un attacco di TOC).

Wong Kar-wai (Cina 1958) è, in questo momento, insieme a Olivier Assayas (Francia 1955), il mio regista preferito. Posso capire che i due nomi vi dicano poco, trovare un loro film su grande schermo o su dvd è un’impresa che farebbe perdere la pazienza a una santo, però, se volete incontrare qualcosa che vi cambi la vita, datevi da fare e provate.
Fra i due esiste, fra l’altro, un legame. Wong kar-wai è il più grande regista cinese vivente e Assayas, pittore, diplomato ‘des Beaux-Arts’, figlio di uno degli sceneggiatori di Maigret e sceneggiatore lui stesso, scrittore, redattore dei Cahiers du Cinéma e finalmente regista, è colui che ha fatto conoscere all’Europa la nouvelle vague del cinema asiatico. Se, inoltre, considerate che Maggie Cheung (In the Mood for Love) è una delle attrici preferite di Wong Kar-wai ed è stata moglie di Assayas, vi sarete fatti un’idea quasi nitida sui destini che si incrociano.

Dopo questa premessa vi racconto come fu che passai la vigilia del Natale 2005 a Hong Kong. Se pensate che l’organizzazione di una cosa del genere sia facile, vi sbagliate di grosso.
Provate a calcolare il volo Roma-Londra (2 ore e 45 minuti), poi quello Londra-Hong Kong (12 ore), poi il fuso orario (+7) e ditemi se sareste in grado di mettere piede a Hong Kong quando avevate stabilito di farlo.
Io ci riuscii perché sono una persona tenace e ben organizzata.
Avevo deciso di farlo dopo aver visto (e rivisto più volte) 2046 (2004) di Wong Kar-wai, 4 pagine di recensione sui Cahiers du Cinéma, un film di bellezze molteplici e di ‘extrême maîtrise formelle’.
Il titolo viene da un numero di camera d’albergo e il film è scandito da riferimenti temporali fra i quali ritorna, ossessivamente, quello del 24 dicembre. Fu, dunque, per vivere come in un film che andai a trascorrere un 24 dicembre a Hong Kong e se mi rassegnai a non chiedere la stanza numero 2046 fu solo perché 1. non sono affetta da alcun tipo di TOC e sono capace di mediare; 2. non c’era.

Questa coroncina ci ha introdotti al cinema dell’est del mondo.
Che è il vero cinema da vedere, quello che ha qualcosa di nuovo da dire, che racconta storie diverse da quelle che ci sono venute a nausea da noi e che lo fa usando un linguaggio singolare per abituarsi al quale bisogna anche fare uno sforzo.
È diverso il ritmo narrativo, sono diversi i codici espressivi, il corpo non è come il nostro, la città è mostruosa, le donne sono bellissime, l’erotismo è fiammeggiante e segreto.
Ed è un cinema sporco.
Lascio da parte il raffinatissimo Wong kar-wai perché è inclassificabile e perchè abita un suo universo nel quale pare che si perda spesso anche lui. Penso, invece, di poter usare per dimostrare la mia tesi (sporco è bello) Jia Zhang-ke e il suo Still Life (Cina 2006), che potete trovare anche in Italia e che è nato da un sopralluogo che il regista ha fatto sul luogo dove sta sorgendo la Diga delle Tre Gole (quella che ha tremato durante il terribile terremoto del maggio di quest’anno 2008), che cancellerà dalla faccia della terra, quando sarà completata, una porzione di territorio, che sarà sommersa, abitata da quasi un milione di cinesi.
Jia Zhang-ke è un cineasta che non piace alla censura, il suo film è stato fatto uscire in 48 copie e ha avuto diritto ai soli spettacoli delle 9:00 e delle 13:00, gli orari peggiori.
Lo hanno visto in pochi anche ‘là’ ma il successo del dvd in 600.000 esemplari (non pirata) è stato eloquente.
Film sporco, dicevamo, ovvero miserabile, sudato, ambientato fra le rovine cui sono ridotte le abitazioni delle città che affacciavano sullo Yangtze, il più lungo fiume asiatico (quello sbarrato dalla diga, 6.300 km), e per questo polveroso, crepato fin dentro l’anima, girato economicamente in digitale con una videocamera a spalla.
Eppure poeticissimo, leggiadro, visionario, intenerito su due storie parallele di ricerca di un coniuge perduto, di potenza critica e di vitalità estetica poco correnti, tutto stretto agli oggetti semplici che strutturano la narrazione, sigarette, vino, cibo, che sono letti come linguaggio di comunicazione fra esseri umani che, per sentirsi insieme, non hanno bisogno di parlare.
E il titolo internazionale del film, Sill Life, è mutuato dalla pittura e dietro l’idea del film c’è un pittore, Liu Xiao-dong, che vede la poesia nella vita più ordinaria, che il regista conosce da quando era ragazzo e che decide di partire per la Diga delle Tre Gole.
Jia Zhang-ke lo accompagna, scopre qualcosa di inaudito, si chiude in albergo per tre giorni con il suo assistente e recita tutti i dialoghi di Still Life. Il film nasce così, come una crisi o una illuminazione.

Vi cito anche I don’t want to sleep alone di Tsai Ming-liang (Francia-Taiwan 2006), girato a Kuala Lumpur in un monumentale edificio in cemento la cui costruzione è stata interrotta.
Protagonista del film, insieme all’architettura citata, è un gruppo di sottoproletari cosmopoliti venuti in Malesia per cercare lavoro e privati di ogni speranza in seguito alla crisi economica degli anni ’90.
Ma c’è anche un altro cuore della narrazione: un materasso putrescente che viene recuperato dalla strada e diventa oggetto transazionale condiviso da coloro che finiranno con il dormici sopra insieme, trasformandolo in zattera, nella bellissima scena finale che vedete in locandina.
Film sporco che più sporco non si può eppure percorso da un’ossessione di pulizia (uno dei protagonisti lava il materasso con dedizione e ostinazione, coloro che non possono farlo da soli perché pestati a sangue o in coma sono sottoposti da altri a un’accurata toletta, l’acqua cola continuamente e sembra alludere a situazioni che sono diventate o ridiventate liquide), accompagnato dal ronzio dei ventilatori che muovono la stagnante aria tropicale, che sostituisce la voce delle persone, che è assente a indicare la difficoltà di comunicare quando non si parla la medesima lingua; film, inoltre, eroticissimo, voyeuristico, frustrato, amorevole, che ci dice che si può ancora andare a guardare altrove.

Mi sono accorta di identificarmi più con i cinesi del Sichuan e gli innamorati sul materasso della Malesia che con la Elsa di Giorni e nuvole di Silvio Soldini, italiana e laureata in storia dell’arte.  
La cosa mi preoccupa.
O dovrebbe, piuttosto, preoccupare il cinema italiano (in questo caso anche quello svizzero), incapace, al medesimo tempo, di rappresentare la realtà e di inventarne una alternativa.
Avvisi ai (fratelli dei) naviganti: se siete in crisi di ispirazione, mollate; gli ormeggi o la sceneggiatura, fate voi, ma perché dopo l’indimenticabile Agata (Agata e la tempesta, 2004), che pensa la sua vita e quella degli altri in termini di libri, è capace di fulminare le lampadine con le sue scariche emotive e sta con uno che è di almeno 15 anni suo cadetto, Soldini ci ammannisce una signora noiosa in ritardo con gli studi e in crisi con il marito?
Se, parafrasando Robert Fillou (v. puntata n° 7), il cinema non rende la vita più interessante del cinema, chi ce lo fa fare a vederlo?

Meglio utilizzare la serata per prendere un bagno caldo, rilassa e fa passare il cattivo umore e, con un sapone dalla profumazione adeguata e un po’ di immaginazione, non solo la Cina, ma anche la Malesia diventano vicine.

inizio
stampa

32. Sporco per ferie

32. Sporco per ferie Duane Hanson, Queenie II, 1988, bronzo policromo con accessori life size

Trascrivo senza correzione alcuna un AVVISO visto ieri mattina sul portoncino di un condominio di sei piani ubicato nella via perpendicolare alla mia: ’Si porta a conoscenza dello Spett.le Condominio che il Servizio di Pulizia dello stesso sarà sospesa dal 11 agosto 2008 al 18 agosto 2008. Ringraziando tutti per la collaborazione, auguriamo Buone Ferie. Il responsabile’. Credo che l’uso delle maiuscole, peraltro regolamentato da qualunque grammatica o dizionario, sia rivelatorio. Qui di maiuscolo ci sono: il Condominio (che è anche Spett.le), il Servizio, la Pulizia e soprattutto le Ferie, che devono essere Buone, altrimenti uno che se le prende a fare? Il ’responsabile’, invero poco tale, come stiamo andando a dimostrare, è minuscolo e lo sa. Calendario alla mano conto ben 8 giorni di sospensione delle pulizie, non interrotti da nemmeno un intervento minimale di un collega andato in vacanza prima, un cugino volenteroso, un amico con qualche senso residuo del decoro urbano (e condominiale). Provate voi a stare 8 giorni interi senza lavarvi la faccia, le mani o i denti, ditemi come vi sentite, se appartenete ancora alla razza umana o se cominciate a dubitarne; provate a pensare al lattante con il medesimo pannolino per più di una settimana, alla lavastoviglie che si rifiuta di restituire piatti puliti per 8 lavaggi, al Pronto Soccorso (tutto maiuscolo come merita), a un supermercato, a una Parrocchia che chiudono  per 8 giorni e 8 notti e se ne vanno altrove come se non avessero capito che la loro funzione è troppo delicata per essere sospesa e non può, quindi, essere assimilata a quella di coloro che sono sostituibili e non indispensabili (praticamente tutti coloro che se ci sono o non ci sono, fa lo stesso. Tranne poi lamentarsi della loro invisibilità con lo psicologo dal quale sono in terapia). Che orrore. Pianerottoli e scale, già negletti come si usa in questa eterna città, che per 8 giorni saranno insudiciati e non ripuliti, la cicca buttata a terra dal fumatore che rimarrà lì, la busta di plastica che il vento ha soffiato nell’androne destinata a starci fino a che il Servizio di Pulizia non sarà rientrato, le cassette della posta che esondano di pubblicità, le porte dell’ascensore piene di impronte sudate, gli zerbini ormai incollati a terra dalla polvere mista al grasso e forse rimovibili solo con litri di staccatutto. Piccoli pensieri feroci mi assalgono, resi più pungenti dal timore che compaia anche sul mio portoncino un avviso simile: assumere nel giro di due giorni e comunque prima ’del 11 agosto 2008’ un’altra impresa, un’altra famiglia, un altro responsabile, far trovare il posto occupato quando i festaioli ritornano, respingere le proteste sindacali e dire chiaramente che così non si fa, che così non si può, che il pulito non va in ferie perché non è un dipendente del Ministero stressato dal contatto con il pubblico, il pulito ha un’essenza che sfugge a queste rivendicazioni, chi pulisce non è autorizzato a abbandonare il campo, deve, almeno, organizzare una sostituzione e pensare alla possibilità di un’emergenza. Far notare che gli Spett.li Condomini non chiudono, le porte rimangono aperte, c’è tanta gente che non va in vacanza o che ci va in altri periodi, che il progetto premeditato del sudicio per ferie non ci piace e che siamo pronti ad allontanarlo anche a colpi di scopettone e gavettoni freddi nei quali avremo avuto cura di diluire un buon mezzo flacone di detersivo Heavy Duty perché, si sa, con lo sporco difficile, talvolta impossibile come è quello dei condomini, è meglio andarci giù duri e decisi e lasciare i cicli delicati a tempi migliori, casomai terminate le Ferie.

inizio
stampa

33. No liquids allowed

Liquide Vaisselle Astier de Villatte Paris, www.astierdevillatte.com

Mies van der Rohe (1886-1969)

William Morris (1834-1896)

Non so da voi, ma da me il flacone di detersivo per i piatti sta sempre ’sopra’ al lavello della cucina e mai ’sotto’. E’ che qualcosa da lavare a mano c’è sempre, i cucchiaini d’argento della prima colazione e, in questo periodo (vado a periodi), anche la tazza e i due piattini Wegdwood del 1900 che, di per sé, andrebbero benissimo in lavastoviglie essendo in porcellana, ovviamente bianca e blu (ho il culto della porcellana bianca e blu) ma che hanno anche una lisière in oro che è passata per più di 100 anni da una mano che lava all’altra e che non vorrei essere io a far sparire. Il flacone di detersivo per i piatti si bagna facilmente e prima che si sia asciugato è arrivato il momento di utilizzarlo di nuovo e conviene dunque rassegnarsi a vederlo nel panorama della cucina. E qui sta il punto. Essendo Dio nei dettagli, come diceva Mies van der Rohe (mio Valium, mia coscienza, mia eleganza, mia morale, mia pace), che era un grande e che, proprio per questo, di dettagli ne faceva pochi per tenerli tutti sotto controllo, è bene sorvegliare la propria casa costantemente, curarne i particolari, evitare le sviste e fuggire come la peste gli accomodamenti. Praticamente da me anche le buste della spazzatura devono andare d’accordo con il resto e nulla supera lo zerbino se non è stato (rapidamente) valutato dal punto di vista dell’estetica e della funzionalità. ’Non abbiate niente in casa che non considerate utile o che non ritenete bello’, grande motto di William Morris: rifletteteci un po’ sopra con gli occhi bene aperti, installati in un punto della vostra abitazione dotato di buona visibilità e poi ne riparliamo. Il detersivo per i piatti occupa i miei pensieri e il mio (pochissimo) tempo libero: ultimamente le confezioni sono migliorate e i colori sono diventati divertenti, vitaminici, pronti a dare l’idea dell’energia e del pulito. Ma i detersivi che vedo nei supermercati all’estero (quando viaggio vado sempre nei supermercati e nei cimiteri, secondo me è in questi posti che si legge meglio la città) hanno più appeal dei nostri e un mese fa a New York ho dovuto resistere strenuamente alle tentazione di comprare una confezione di Persil di un blu che con la mia porcellana sarebbe andato a nozze perché non sarei riuscita a portarlo, gli americani sono, si sa, completamente paranoici e l’idea di farmi sequestrare alla dogana il liquido proibito dopo aver faticato a farlo sigillare e mettere nella carta con le bolle mi ha, alla fine, dissuasa. Ma qualche giorno fa a Londra c’è stato l’incontro fatidico. Già avevo letto del detersivo per i piatti di Astier de Villatte ai gusto zenzero, pepe e salvia e avevo perso una mezza giornata a cercarlo in posti accessibili, per esempio nell’unico punto romano di distribuzione di questa raffinatissima marca francese che produce stoviglie, papeterie e deliziosi moulages di pezzi neo e classici che fanno venire voglia di rifare casa da cima a fondo per ambientarli comme il faut. Io sapevo e loro no, erano appena stati in fiera, si sarebbero informati ma sarebbero passati mesi. Mi rassegnai (provvisoriamente) allo Svelto ma dentro di me covava la ribellione al destino che si accaniva contro la mia cucina. L’incontro di Londra accadde e fu fatale. Vidi nel mio negozio di decorazione d’interni preferito, al piano inferiore, uno scaffale intero di Astier de Villatte per i piatti, c’erano tutti i gusti ed erano pure a saldo (tanto per dare un’idea: £ 4,5 invece di £ 6,00. Moltiplicare per 1,50. Trattandosi di confezioni da mezzo litro, si deduce che il prezzo pieno al litro del prodotto è di € 18,00, praticamente il doppio di un ottimo olio extra vergine d’oliva spremuto a freddo. Ma che volete che siano € 18,00 al litro davanti alla promessa di bellezza per la cucina che danza davanti ai vostri occhi?). Lo comprai e me lo incartarono con le bolle e tutto. Lo infilai in valigia, decisa a resistere anche a Her Majestic the Queen in persona nel caso le sue leggi si fossero opposte al trasporto in stiva del prezioso liquido. Ma è probabile che lei avrebbe condiviso i miei gusti, accade regolarmente per il tempo che amiamo tutte e due trascorrere a tavola e per il tè che preferiamo (1 ora precisa; Earl Grey), perché non sarebbe dovuto accadere per il detersivo per i piatti? Lei avrebbe certamente apprezzato il mio ’Gingembre’ e ne avrebbe consentito l’esportazione. Ritrovai la valigia al nastro bagagli di Fiumicino, presi un taxi pregando di fare presto, disfeci il bagaglio febbrilmente, recuperai dal fondo il pacchetto, lo aprii, era integro, sigillato, nessun danno all’etichetta. Ora è là, sul mio lavello. E’ il flacone più bello che abbia visto da quelle parti, minimale ma con le note preziose delle lettere in oro, sottile, slanciato, la cosa più interessante è che sembra un detersivo per i piatti e non un bagno schiuma (non lo avrei sopportato) anche se ho ritenuto opportuno nasconderlo quando è venuta la colf la prima volta dopo il mio ritorno perché non ero in casa e mi sarebbe stato troppo difficile spiegare nelle note che le lascio (e che cerco di scrivere sempre in modo chiaro, comprensibile, che non dia adito a dubbi o malintesi) che quel flacone non era destinato al lavaggio delle mani. Già pavento il giorno in cui finirò la confezione, la cucina dovrà sopportare nuovamente lo Svelto e Mies smetterà di sorridermi come invece sta facendo ora, seppure misurato nella sua scarsa loquacità e reticente davanti alle emozioni (diceva: ’Ognuno ne ha ed è qui l’inferno della nostra epoca’), fra le nuvole di fumo del suo prediletto sigaro Avana, tenendo in mano una dose dell’ infinita riserva di Martini che gli era necessaria per sopportare un mondo in cui quasi nessuno fa caso ai dettagli racchiusa in un bicchiere che gli laverò non appena sarà vuoto e sul quale aleggerà per pochi attimi un delizioso, carnalissimo sentore di zenzero.   

inizio
stampa

34. Edizione straordinaria: finalmente rivelato perché gli uomini non fanno i lavori di casa

Perché non sono stupidi (e se fossi un uomo, non li farei nemmeno io).

inizio
stampa

35. Casa dentro

Yves Klein (1928-1962)

Marina Abramovic, Cleaning the House 2007, Serpentine Gallery Experiment Marathon, 13-14 October 2007 www.serpentinegallery.org

Le performance o le vedi o devi avere molta fantasia per immaginartele. Tecnicamente una performance è una forma di arte che combina elementi del teatro, della musica e delle arti visive, collegata all’happening e ben programmata. Gli artisti fanno performance da sempre, probabile che anche Monet che dipinge La Grenouillière (1869, New York MET), visto che riprende dal vivo, cioè in pubblico, la rotonda dove i parigini vanno a fare il bagno la domenica d’estate, si possa leggere come un performer. La Performance art nasce storicamente con i Futuristi, i Dadaisti e i Surrealisti, dei quali tutti conosciamo lo spirito provocatorio e la voglia di farsi notare. Poi vennero gli anni ’70, quelli dei pantaloni a vita bassa (non sopporto i pantaloni a vita bassa e domando continuamente ai miei studenti perché li indossano. Li ho indossati anch’io negli anni ’70 e avevo sempre freddo alla schiena e alla pancia. Io lo facevo perché andavano di moda, ma loro, perché lo fanno, visto che è solo un revival? È proprio vero che l’essere umano non è capace di approfittare dell’esperienza altrui e continua a prendere freddo alla schiena e alla pancia), del corpo indagato e, chiamiamolo così, dell’impegno. E la performance spopolò. Quando leggo delle modelle di Yves Klein, e qui siamo ancora ai ’60, che si dipingevano di blu, IKB International Klein Blue, e che poi si rotolavano su immensi fogli bianchi fissati su muro (Anthropométries de l’époque bleue, 1960), mi commuovo, penso che quelle serate devono essere state molto belle, lui ce l’ho in mente in una foto che lo ritrae mentre balla il rock’n’roll e dappertutto trovo indicazioni che me lo fanno pensare come un uomo poetico in cerca di assoluto. Altra è la musica del decennio successivo quando la performance assume caratteristiche sadomaso e vira verso lo scatologico, in una parola abusa del corpo. E tu prova ad andare a spiegare in una lezione rivolta a studenti dall’incerta preparazione o a un pubblico non specializzato il senso di tutto questo. Probabile che qui si sia creata la frattura, quella che si sente nell’aria e che fa arricciare il naso a un sacco di gente quando si parla di arte contemporanea. Vediamo di capirci qualcosa. Marina Abramovic (Belgrado 1946), che si definisce ‘the grandmother of Performance art’, ha usato il suo corpo come soggetto e come medium fin dagli inizi della sua carriera, lo ha sottoposto a ogni tortura e gli ha fatto correre ogni rischio per indagarne i limiti. Una volta, in Rhytms O, 1974, invitò il pubblico a usare su di lei come desiderava 72 oggetti che erano su un tavolo e fra gli oggetti c’erano una rosa e un tubo di rossetto ma c’erano anche forbici, un’ascia, una sega, aghi e una pistola carica. La performance durò 6 ore, lei fu spogliata, aggredita e le fu puntata la pistola alla testa. Se mai ce ne fosse stato bisogno, fu dimostrato che l’essere umano è aggressivo. L’artista offrì il suo corpo e, per estensione, la sua vita, al pubblico, dichiarando successivamente in un’intervista che comunque è meglio quando esiste un ‘frame’, una cornice. Marina Abramovic è un boccone troppo succulento per la nostra Opera Soap: ha più volte organizzato una performance che si intititola Cleaning the House, perciò non la possiamo lasciare da parte solo perché è difficile raccontarla. Prendo in prestito da Ollivier Pourriol, un filosofo che amo e che si è inventato un metodo di insegnamento irresistibile nel quale spiega i grandi pensatori con l’aiuto di film, attenzione, non di opere autoriali ma di blockbuster che tutti abbiamo visto (ci torneremo sopra, aspettatevi Descartes interpretato attraverso Collateral, Matrix e Fight Club e visitate intanto il sito www.cine-philo.fr oppure leggete il suo Cinéphilo, 2008, nella collana di Hachette Littératures Haute Tension. Ollivier, amitiés.), un gancio per controllare lo stato dei nostri rapporti: ‘se siete ancora lì e se leggete queste righe’, allora provate a considerare l’arte come una metafora o una cosa astratta che ci presenta casi limite, ovvero concetti e il comportamento dell’artista contemporaneo come modo estremo al quale dobbiamo avvicinarci sapendo che lui ci sta tendendo uno specchio. Siamo contemporanei anche noi e se ci sentiamo in imbarazzo è probabilmente perché certe volte è difficile guardarci in faccia veramente. Penso a tutti coloro che vanno nella foresta, pagando denaro, per provare il brivido del pericolo dell’aggressione notturna degli animali; penso a quelli che si buttano dai ponti con un’imbracatura per provare il piacere dell’adrenalina (si chiama bungy jumping, salto con l’elastico, ho pensato che si trattasse di una pratica idiota fino a che non mi sono fatta raccontare ‘perché’ e ‘come’ da un amico che si era lanciato); penso ai miei studenti con i corpi tatuati e trapassati da piercing in certi casi brutti e furibondi (fatevi una navigatina e visitate qualche sito specializzato e date un’occhiata a qualche blog nel quale adolescenti dubbiosi chiedono se trapassandosi l’orecchio poi viene mal di testa e si gonfia la faccia e altri senza più dubbi rispondono cose del genere: ‘Io ne ho 33 e sto benissimo’); penso a tutte le forme di tortura che si infliggono le donne (prima i busti, ora le scarpe con tacchi da 15 cm) e anche gli uomini (depilazione delle sopracciglia con ceretta, doloroso ma non definitivo; depilazione delle sopracciglia con laser, doloroso e definitivo: praticamente tutta la vita con la faccetta da bamboletta giapponese di porcellana e chissà quante cose sono cambiate nella testa); penso alle sale delle palestre con la macchine e a tutti quelli che ci si attaccano e sudano e soffrono; penso al mal d’amore, al lutto, alla gelosia, agli interventi chirurgici e anche al cancro. Perché mai Marina Abramovic che si mutila, si taglia, sanguina e spiega, insegna, fa riferimento a rituali antichi, a pratiche di iniziazione, al sangue sempre presente nella vita di una donna, all’autenticità dei suoi gesti rispetto alla finzione costante che esprime il mondo (su questo niente da obiettare, siamo d’accordo?) dovrebbe sembrare strana e pericolosa per sé e per gli altri? Fate un passo verso l’arte, pensatela come estensione della vostra vita e delle vostre pulsioni più segrete, siate grati a chi si prende sulle spalle i vostri demoni. E pulite la casa come ci suggerisce l’artista. Diamo a lei la parola: ‘Con i miei studenti faccio un esercizio chiamato Cleaning the House che ha a che fare con la casa interiore. Dura cinque giorni. Non si parla, non si mangia, si fa esercizio fisico pesante. Uno degli esercizi è andare nella foresta bendati perché un artista deve vedere con il corpo, non solo con gli occhi. Ed è quello che accade in questo genere di cose. Diventi così sensibile che vedi veramente con il corpo. Puoi sentire l’odore di ogni cosa e hai un’intuizione molto forte su chiunque come normalmente non ti accade perché hai troppo cibo, troppa informazione, troppa tv, troppe notizie, troppo tutto. Ecco perché quando elimini tutto, tutto succede. Come dico io, quando non fai niente, tutto succede. È una semplice verità, ma è incredibile’. Devo ricordare il Battista e Cristo nel deserto? Gli anacoreti, gli stiliti, Francesco che si rotola sui rovi, le sante anoressiche, la lontananza in amore che rende l’altro più presente, lo stupore leggero che si prova quando si scende a comprare il giornale solo con un po’ di contante in tasca? La metafora della pulizia della casa funziona a meraviglia e può essere invertita. Voi provate a pulire il fuori (il vostro appartamento) per pulire il dentro (la vostra anima). E, armati di stracci e detersivo, pensatevi come performer. Aiuta. L’arte, si sa, sta lì anche per darci una mano nei momenti in cui meno ci aspetteremmo di incontrarla.

inizio
stampa

36. Aspirazioni, 1 (Allónsanfan)

Ollivier Pourriol (1971)

Philosophie Magazine www.philomag.com

Man Ray, Elevage de poussière, 1920 (la fotografia è stata scattata nello studio di Marcel Duchamp a New York durante una delle tanti fasi della lavorazione del Grande Vetro)

Con i Francesi non c’è gara. Moi, je les adore, non solo lo champagne e i musei ma anche tutto il resto. Di recente, al rinfresco seguito a una mia conferenza, uno degli ospiti mi ha lasciata medusée dicendomi che quando parlo della Francia mi illumino. Non pensavo di essere così leggibile e mi sono sentita scoperta. Già vi ho raccontato nella puntata precedente di Ollivier Pourriol e della sua cinéphilo, ora aggiungo che di recente, alla stazione di Digione, dove stavo per l’Erasmus alla locale Faculté des Beaux-Arts, ho comprato per il viaggio di ritorno un numero speciale di ’Philosophie Magazine’ dedicato al baccalauréat (la loro maturità. Lì la prima prova è una dissertazione di filosofia). E il viaggio è iniziato davvero e ben al di là dei tempi pur eterni del Digione-Lione e Lione-Roma. Basta con il sapere verticale, la filosofia si compra al chiosco di giornali e si occupa di politica, musica rock, viaggi, cinema, estetica intesa nel senso della chirurgia, umorismo e ci mette pure i test con la soluzione alla pagina successiva. Non stupisce di trovare anche la rubrica de ’Le courrier du coeur et de la raison’, curata qui da Jackie Berroyer, definito ’fantasista’ (insomma una cosa alla Del Piero). Su uno dei numeri arretrati che ho ordinato e atteso come si attende, giustamente, la Rivelazione (n° 14, novembre 2007), trovo una lettera di Ghislaine Fischer di Nancy, introdotta da una deliziosa iconcina con un aspirapolvere (altrove ci sono teschietti, fumatine nucleari e una cosa che non so se sia una pistola o un calzino). Madame si lamenta della ’dévalorisation’ delle donne, dice che gli uomini sono costruiti contro il femminile e sul processo ’Io mi valorizzo svalorizzando te’. (E io che pensavo che i maschi francesi fossero più evoluti dei nostri. Inutile espatriare, o meglio, si può pensare di espatriare per lo champagne e per i musei ma non per gli uomini). Poi passa al vittimismo femminile eccetera. Berroyer, dopo averla già punita con l’iconcina succitata, castiga Madame Ghislane come segue: ’Bisogna valorizzare, era il leitmotiv di Alberto Giacometti. Bisogna leggere l’indimenticabile libro di Jean Genet, L’Atelier de Giacometti. Lo scultore valorizza tutto, comprese le ragnatele e la polvere. Tele e polvere che le donne non cessano di aspirare e di far sparire. Insomma di devalorizzare. Ma ecco che ricado nella stortura maschile, vedo la donna come intrinsecamente casalinga. Andrà per le lunghe.’. Ricambio il suggerimento bibliografico suo con quello, mio, del delizioso ’Il filo del pensiero’ di Francesca Rigotti (Il Mulino, Bologna 2002), un libro nel quale la studiosa parte da una tela di ragno che c’è fuori dalla finestra del suo studio per ricostruire la complessità del filo, quello del destino, del pensiero, della narrazione, passa poi all’intreccio, alla rete, al telaio, agli abiti (anche quelli dei filosofi. Sapevate che Pitagora vestiva sempre di bianco, Montaigne di nero e di bianco e che Kant per scegliere i colori dell’abito e del panciotto si regolava sui fiori, per cui con la giacca marrone si intona un panciotto giallo, come insegnano le auricole?), ai fili dei rapporti , ai vincoli della necessità e all’esistenza tutta. Certo che se la Rigotti avesse aspirato la tela di ragno fuori dalla finestra invece di starla a contemplare nella sua ingegnosità e nella sua crescita, non avrebbe scritto una cosa così singolare e interessante. Nell’espressione del proprio punto di vista sull’altro, in questo caso la donna con ineluttabili tendenze casalinghe, bisognerebbe andarci più cauti. Comunque voglio rassicurare Monsieur Jackie. Se vuole appioppare anche a me l’iconcina con l’aspirapolvere, non mi riterrò svalorizzata. Adoro questo elettrodomestico, ne posseggo uno potentissimo e ne ho da parte un altro simile in caso di panne del primo. Ho, inoltre, un animo intrinsecamente da casalinga, per rilassarmi lucido con il Cif la vasca da bagno e scrivo Opera Soap. Adoro anche Giacometti, so bene che è stato fra coloro che hanno valorizzato tutto, anche la polvere e ho imparato da lui e da Marcel Duchamp, che l’ha coltivata (Elevage de poussière, 1920), che i punti di vista sono molteplici. E Francesca Rigotti mi ha insegnato a non guardare più in tralice le ragnatele che mi capita di trovare fuori dalla mia finestra e uso l’aspirapolvere come Burri la fiamma ossidrica, con discernimento e non contro i ragni e, Dio me ne guardi, nemmeno contro gli uomini, dei quali, italiani o francesi, adoro anche le intemperanze verbali e con i quali mi piace molto condividere una bottiglia di champagne, se possibile in un ambiente pulito, o almeno solo con la dose di polvere minima consentita per valorizzare lui, me, la conversazione e la serata tutta.

inizio
stampa

37. Aspirazioni, 2 (Voce ’e notte)

Corrispondenza del mese di luglio da Napoli della mia amica Anna Mercurio, grafico intelligente e sapiente e stratega della visibilità www.startmedia.it.

’Domenica 13 luglio 2008 ore 21:27
È passato qui allo studio Canalgrande (Franco Canale n.d.r.) e mi ha portato in dono ¼ di olive verdi, sapendo che sono la mia passione (soprattutto col martini, ma erano le tre), in aggiunta al Baygon contro gli  scarafaggi, nella speranza che possa servire contro l’ospite che mi  ritrovo in casa da due giorni, molto più scaltro, sveglio e  intelligente di me. Un incubo, altro che metamorfosi.

Martedì 15 luglio ore 16:26 (mail circolare)
Cari, l’infame mi ha teso un agguato stanotte alle tre, in bagno. Mi ha colta impreparata, col filo interdentale in mano e ha vinto di nuovo lui. Oltretutto stamattina la bella coinquilina tutta benessere e salute  mi ha contestato l’aver cosparso l’ingresso del bagno con la mitica  polverina bianca.Dice che ci fa male, forse crede sia cocaina...

Mercoledì 16 luglio 19:51
Cara Rosella si, l’ho aspirato come fossi un ghostbuster. È finita  per sempre.’.

Una prece.

inizio
stampa

38. Formidabili, quegli anni

Paul Newman

Visto con i medesimi occhi che guardano lo schermo del computer dal quale vi scrivo sul muro della Cattedrale di Ferentino alla fine degli anni ’70 durante una trasferta di un eterogeneo gruppetto seminariale del corso di Storia dell’arte medioveale dell’Università La Sapienza di Roma:

DONNA E’ BELLO (MA ANCHE PAUL NEWMAN NON E’ MALE).

Della serie: niente resterà pulito, 1.

inizio
stampa

39. Sound & Colour Track

Winnie the Pooh

Le Corbusier, Policromie architecturale

7 agosto 2008, la giornata si annuncia a colori rutilanti, alle 7 del mattino il caldo è già fisso. Per vendicarmi dell’insipienza estiva montante cambio la mia colonna sonora consueta (Bach, Variazioni Goldberg, Glenn Gould) e metto i Pooh.

Vado alla Biblioteca Nazionale in macchina con l’intenzione di parcheggiarmici dentro. Dagli altoparlanti dello stereo escono voci acute e chiare, testi maliziosetti e ricordi di balli in cui qualcuno mi teneva stretta, oh quanto stretta! in una embricatura che convincerebbe qualunque salsero della vanità dei suoi sforzi, doppia fatica per ottenere la metà di quel risultato.

A terra un mangiadischi arancio.

Mi ferma un addetto al varco. Apro il finestrino (’Entrasti come arriva un uragano / successe come quando passa il vento’), mi dice che sono 0,70 centesimi l’ora. Mostro la tessera, mi danno la chiave di una cassetta, non posso portare borse, libri, cibo, acqua (lo champagne è permesso?). Sistemo in bilico sulla mia cartelletta mauve l’astuccio, il portafogli, i fazzoletti (mi cadrà tutto a turno, un pezzo alla volta). 
L’armadietto è sporco, sull’esterno polvere epocale si stratifica (’la pioggia batteva sui balconi / rispose: ci penserò domani’). Passo davanti al bar (’c’è fumo e odore caldo qui / di dolci e di caffè / ognuno pensa a sé / è il giorno più normale / ma io sto male, male’).

Cerco Le Corbusier, Polycromie architecturale: Farbenklaviaturen von 1931 und 1959 / Color Keyboards from 1931 and 1959 / Les claviers de couleurs de 1931 et de 1959, pubblicato a Basilea da Arthur Rüegg, 3 volumi, prezzo su Amazon $ 524,26, sintesi della raffinata teoria cromatica dell’artista-architetto.
Mi aiuta una signorinetta gentile che in Corbu si muove a stento.
I volumi alla Biblioteca Nazionale di Roma non ci sono. Catalogo generale dell’Italia intera. Li troviamo alla Biblioteca Campus Durando del Politecnico di Milano. Qui stanno per chiudere per ferie (15 giorni nel mese di agosto. Nessuno deve studiare, finire la tesi, soddisfare una curiosità, passare un po’ di tempo fra i libri? Nessuno).
Mi segnalano l’Interscambio, posso inoltrare la richiesta e vedere se.
Vado all’ufficio indicatomi, mi danno anche una sedia. Ricominciamo con il catalogo. Mi chiedono quanto sono disposta a spendere.
Non afferro subito, capisco dopo un po’, si riferiscono alla raccomandata. Trattandosi di un libro da 500 dollari non mi sembra grave se supereranno i 5 euro circa consueti. Opto per un tetto di 50 euro, è sempre meglio abbondare.

Compiliamo la domanda. Già ho visto che la Biblioteca che possiede Corbu e che lo definisce disponibile è chiusa dal 1 al 31 agosto. Nessuno deve studiare, finire la tesi, toccare con mano uno dei più raffinati testi sul colore che mai abbia visto la luce? Nessuno (’Dammi solo un minuto / un soffio di fiato / un attimo ancora / stare insieme è finito / abbiamo capito / ma dirselo è dura / svegliati svegliami dai / come fai?’).
Scrivo su suggerimento del bibliotecario che chiedo di inoltrare la domanda alla riapertura.
Firmo. Sosta in un bagno negletto, il personale di pulizia sarà in ferie pure lui.
Per non pensare di aver buttato la mattina (detesto buttare le mattine) faccio un giretto nella sala di storia dell’arte (’Far l’amore non ti basta mai / ma il segreto resti qui fra noi’), opto per un catalogo, quando riesco a inoltrare la richiesta sono le 12 e 2 minuti, il sistema è bloccato, la Biblioteca Nazionale già è a mezzo servizio, dopo le 12 tutto si ferma (’Come mai i tuoi occhi ora stanno piangendo / dimmi che era un sogno e ci stiamo svegliando’).
Mo’ basta, come si chiamava il collettivo fondato in Accademia da Pepp’ u Dragone, allievo del mio primo anno a Napoli che mi salutava facendo volteggiare come un moschettiere il suo cappello e inginocchiandosi ai miei piedi (mai accaduto altrove).
Mi riprendo la macchina, è alla sua prima estate.
Nel luglio dello scorso anno dovetti scegliere fra il grigio ferro (consegna immediata) e il blu oriental (due mesi e mezzo di attesa). Realizzai in quel momento che avevo avuto in vita mia solo macchine blu.
Sono molto abitudinaria, mi aiuta a fare ordine nel caos della mia anima. Fu per questo che attesi, per via del caos.

Pago il parcheggio, tornano a uscire dalle casse voci e odori di campagna e di sudore su magliette di bucato (’ Son quello che respira piano / per non svegliare te / che nel silenzio / fu felice di aspettare / che il tuo gioco diventasse amore / che una donna diventassi tu’).

Decido di andarmi a comprare riviste e vino. Nel traffico residuo intorno alla stazione, sotto un cielo implacabilmente china blue cantiamo la mia canzone preferita (’Cena all’alba, soli tu ed io, / ciò che resta da fare domani / devo farlo io. / Si risveglia in fretta la città / nei tuoi occhi un po’ stanchi ritorna / la tua giusta età’).
Non trovo la rivista, anche il distributore sarà in ferie. Vado a cercarmi un dvd usato da Mel. Incontro ’Ingannevole è il cuore più di ogni cosa’ , J. T. Leroy e Asia Argento non sono tipi da vacanza in agosto, lei ha i capelli platinati, le occhiaie indelebili, il corpo a disposizione (’Strana amica di una sera / io ringrazierò / la tua pelle sconosciuta e sincera’).

Auchan: parcheggio giallo, mi scrivo la sezione perché altrimenti perdo la macchina. Hanno finito lo Chablis, sono in ferie anche i viticoltori della Borgogna. Compro insalata e mollette bianche immacolate. Decido di rientrare ( ’Adesso, mi spiace, signora, / non è più il segreto pensiero / l’hai fatto davvero’), la città ha assunto toni ibisco, fucsia e papavero. Scale (’la porta è socchiusa / non devi nemmeno inventare una scusa’). Chiavi (’c’era un silenzio che gelava il cuore / era un deserto il luogo tanto amato / più niente intorno più nessun rumore / ed inciampai nell’ombra di me stesso / in quella casa era tutto a posto’). La prima cosa che vedo, come sempre, è la cartolina sullo sportello del contatore: THERE’S NO PLACE LIKE HOME.
Probabile che con Glenn Gould al piano la mia giornata sarebbe stata diversa.

Nella puntata n° 40 di Opera Soap sono state citate le seguenti canzoni dei Pooh:

  • Tutto alle tre (Facchinetti - Negrini), 1971
  • Ci penserò domani (Battaglia - Negrini), 1978
  • Dammi solo un minuto (Facchinetti - Negrini), 1977
  • Donna al buio bambina al sole (Facchinetti - Negrini), 1972
  • Noi due nel mondo e nell’anima (Facchinetti - Negrini), 1972
  • Io e te per altri giorni (Facchinetti - Negrini), 1973
  • Tanta voglia di lei (Facchinetti - Negrini), 1970
  • Signora (Facchinetti - Negrini - Battaglia), 1972
  • Piccola Katy (Facchinetti - Negrini), 1968

www.pooh.it

inizio
stampa

40. Due cuori e una capanna

Capanna di Ludwig Wittgenstein, Skjolden, Norvegia, 1913

Capanna di Le Corbusier, Cap Martin, Francia 1951

Capanna Fabriken Furillen, Isola di Gotland, Svezia

TEMA: Siete in vacanza e avete fatto l’errore di andarci con la persona sbagliata? Siete da amici e vi siete seccati di trovare sempre l’unico bagno occupato? Guardando lucidamente figli, nipoti e vicini di casa vi siete accorti che sono mostruosi? C’è sempre qualcuno nel posto dove vorreste stare voi? Rimpiangete la metropolitana di Roma affollata, sì, ma di estranei con i quali sarete a contatto solo per 15 minuti? Se avete la vague à l’âme e pensate di aver buttato via la vostra estate, cercate consolazione nella 41a puntata di Opera Soap. Essa è dedicata a coloro che ce l’hanno fatta e che hanno scelto di starsene per un po’ in una capanna mettendoci dentro uno o, al massimo, due cuori. Vi aspettano, nientemeno, che Wittgenstein e Corbu. Dimenticavo: anche l’orso di pezza di Gotland, il compagno che mai vi dirà ’Mi dispiace’. Non risolverete i vostri problemi contingenti ma avrete a portata di mano la soluzione per quelli che vi si ripresenteranno puntualmente quando arriverà il momento di organizzare l’estate 2009-2010.

SVOLGIMENTO: L’argomento seconda (talora terza e anche quarta) casa è sensibile, l’Italia si è riempita dagli anni ’60 di residenze secondarie che ne hanno trasformato il volto e così, andando su e giù per lo Stivale, è possibile vedere graziosi chalet di montagna con tetto obliquo sulle coste e  ridenti mattonelle con cavallucci marini ai piedi delle Alpi. Colloco qui, nella sezione abuso del patrio suolo, anche la storiella della dépendance della cascina che si fece costruire per emulazione il contadino analfabeta che curava in Toscana le terre di una mia collega (quella che avete già incontrato, con la madre centenaria che definiva ’a castagna secca’ la pelle dell’amica ottantenne) per ospitarvi il suo studio, suo di lui, il contadino analfabeta, completo di scrivania e biblioteca messa insieme non ho mai capito come, probabilmente poco utilizzato, almeno nel senso in cui si utilizza di solito uno studio.

Non dico niente di nuovo. Ho visto e sentito parlare di seconde case di tutti i generi, dalla villa con parco intorno a ruderi con doccia esterna da prendersi con il tubo di gomma.

Ebbi la conferma di un malessere generale a questo riguardo quando, invitata a una festa in una località di villeggiatura vicino a Roma da alcuni giovani artisti, andai con una comune amica, che quella sera si era fatta prestare la magnifica BMW del marito (che guidava, fra l’altro, in allegria), commettendo di concerto due sintomatici errori: 1. imboccammo, certamente anche a causa del cancello aperto, l’entrata del cimitero scambiandolo per il complesso residenziale al quale eravamo dirette (ci venne il dubbio solo alla prima cappella di famiglia); 2. lisciammo clamorosamente l’ingresso del complesso residenziale di cui pure avevamo annotato l’indirizzo scambiandolo per il cimitero del paese vicino.

Quando finalmente arrivammo a destinazione confesso che feci fatica a comportarmi amabilmente per tutta la serata e che, nonostante l’innegabile grazia del nostro ospite, lo avrei volentieri piantato lì a godersi l’orrore nel quale passava le vacanze da quando era adolescente per tornarmene in città nella mia unica casa.

Ne posseggo, infatti, una sola, che mi basta ampiamente, se non altro per l’impegno, economico, mentale, di gestione, di rifinitura, di decorazione e di mantenimento che comporta: solo per la scorta delle lampadine e delle batterie (attacchi, forma, potenza) avrei bisogno dell’aiuto di un ingegnere gestionale, per non parlare delle cose più serie e strutturali, pavimenti, mura, sanitari e infissi, e degli elettrodomestici, tutto da tenere sotto controllo, pulito e in stato di efficienza, cappa aspirante compresa (per rimetterla in riga fra supervisione della pulizia, filtro a carbone e pannello antigrasso ho impiegato di recente due pomeriggi. Non ditemi che voi nemmeno sapete se avete un filtro a carbone nella vostra cappa aspirante perché ciò significa che non lo avete mai sostituito e che, quindi, la vostra cappa non aspira più un bel niente da tempo e che è del tutto inutile tenerla ancora nella vostra cucina). 

Di tanto in tanto mi piace porre ai proprietari di seconde case la domanda sensibile: ’Chi pulisce la casa fuori?’. Le risposte sono sempre scivolose (anche se le case sono poco insaponate): non c’è più nessuno che pulisca, i tempi in cui era facile trovare personale di servizio in paese o una portinaia disponibile sono terminati, si arriva e la casa è esattamente come ci si aspetta che sia una casa nella quale nessuno ha messo piede per un po’ (cinque giorni, una stagione, un anno): in uno stato di abbandono che stringe il cuore, polvere sulle superfici orizzontali, odore di umido, lenzuola e asciugamani dal colore divenuto incerto, piatti che andrebbero rilavati tutti prima di appoggiarci sopra anche solo la buccia di una mela. A queste difficoltà iniziali si aggiunge anche, regolarmente, lo scarso rendimento del comparto elettrico, l’aspirapolvere (quando c’è) aspira poco perché il sacchetto è scoppiato da un pezzo e il segnalino rosso non lo ha notato nessuno quando sarebbe stato il momento di notarlo e la lavastoviglie (quando c’è) ha problemi con il tubo di scarico. Tralascio i filtri, quelli dell’aspirapolvere e quello della lavastoviglie, presenti e da mantenere in buono stato, perché anche Marie Antoinette, come sostiene Sofia Coppola, nega di aver pronunciato la famigerata frase delle brioche e non vorrei dare io l’impressione di occuparmi del superfluo quando ci sono grane con l’indispensabile. E non venitemi a dire che non sapevate che l’aspirapolvere e la lavastoviglie hanno il loro bravo filtro perché ne dedurrei che non avete mai controllato neppure quelli.

Ma passons.

Comunque vi siete incaponiti e il suggerimento che vorrei darvi di passare le vacanze in albergo non vi piace. Peccato, trovereste tutto pulito, lenzuola odorose, piatti senza macchia e potreste sempre cambiare il prossimo anno nel caso vi fosse venuto a noia il panorama. Ma avete l’istinto di possesso immobiliare e volete stare a casa vostra anche quando abbandonate la prima residenza. Ascoltate almeno le vicende domestiche di questi grandi intellettuali e cominciate seriamente a pensare di dare via la villa (o il rudere) e di farvi una  capanna. Divido le proposte in A. La casa del pensiero; B. La casa dell’architetto e C. La casa dell’orso di pezza perché abbiamo a che fare con gente seria e si deve capire al primo sguardo.

Caso A. La casa del pensiero. Ludwig Wittgenstein è stato il più carismatico filosofo del XX secolo e ha scritto e vissuto con un’intensità invidiabile. Ricordate nel bel film di Derek Jarman (Wittgenstein, 1993) le facce dei suoi accidentali allievi rurali austriaci di fronte alla sua incomprensibilità (questa immagine mi consola da sempre di fronte alle facce dei miei studenti). Nel settembre del 1913 non ha ancora scritto il Tractatus logico-philosophicus (1921; secondo me già ci stava pensando). Se ne va con l’amico David Pinsent in Norvegia, vicino a Bergen. Ritiene che a Cambridge, dove studia con Russel, ci siano troppe preoccupazioni futili. Si sistemano in un albergo vuoto e lui pensa come è solito pensare, percorrendo la sua camera a grandi passi in lungo e in largo. La sera giocano a domino, in un’immagine di rigore che trovo bella e che gli sta molto bene. Rientra alla base ai primi di ottobre. Ha deciso di ritirarsi da solo in Norvegia e il primo pensiero è per le isole Lofoten, poco sotto il circolo polare. Torna però a Bergen e opta per Skjolden, un villaggetto a 200 km dalla città, presso un lago di montagna. Compra un terreno deserto sulla riva nord del lago, accessibile solo in barca e ci costruisce con le sue mani una capanna che misura m 8 x 7. Mette a punto anche un sistema di trasporto per salire dal lago alla casa. Passa l’inverno in solitudine, il luogo è immerso nell’oscurità fino a marzo e nel suo Diario si lamenta di non riuscire a lavorare come vorrebbe. La guerra 1915-1918 gli impedisce di tornare nella sua capanna. Ci sarà di nuovo venti anni più tardi, poi la cederà a un amico norvegese e farà un’altra breve sortita nel 1950, malato e prossimo alla morte. Wittgenstein ha cercato tutta la vita una ’casa del pensiero’ dove il filosofo potesse mettersi alla prova esistenzialmente attraverso un viaggio interiore che solo quell’isolamento radicale permetteva: ’La soluzione del problema che tu vedi nella vita è un modo di vivere che faccia scomparire il problema’ (Philosophische Bemerkungen, 1964). Voi fate scomparire il vostro modo di stare in villeggiatura fra orde di parenti, amici e ospiti, supermercati affollati al ritorno dalla spiaggia, sagre paesane farlocche e stereo a volume supersonico con musica tecno che supera ogni spartizione condominiale e scomparirà anche la vague à l’âme che turba le vostre giornate. E non dite che il filosofo è esagerato. La filosofia è come il cinema, come l’arte e come la geometria:  astratta, e ci presenta casi limite, vale a dire delle idee, degli esempi, delle fonti di ispirazione. Noi abbiamo indicato il percorso, ora sta a voi fare il passo di traduzione e di interpretazione del testo.

Grazie a Patrice Bollon e al suo articolo L’épreuve de la cabane, Philosophie Magazine n° 3, agosto-settembre 2006. Le istruzioni per raggiungere la capanna di Witt, comunque ricostruita, prendono 7 righe e vi saranno comunicate su richiesta via mail, tempestivamente e comunque prima dell’estate 2009-2010.

Caso B. La casa dell’architetto. Gli architetti hanno di solito belle case che utilizzano come biglietto da visita e occasione di sperimentazione. Un caso in cui non è vero che il calzolaio va in giro con le scarpe sfondate, luogo comune che mi piace poco perché allora meglio sarebbe cambiare mestiere e avere scarpe in ordine (andreste da un odontoiatra con brutti denti? Io no). Nel 1952 Le Corbusier si fa la casa al mare, a Roquebrune-Cap Martin in Costa Azzurra e costruisce con le sue mani una capanna che ha disegnato in un’ora. 2,26 metri di altezza (quella del Modulor, un uomo con il braccio alzato), 3,66 metri di larghezza, un ambiente unico, un letto, un tavolo su ruote, armadi integrati, due cubi da utilizzare come sedute, un lavabo in inox, un vetro di finestra sostituito da uno specchio, il pavimento giallo, il soffitto verde e arancio. Il Cabanon di Corbu è una sintesi del concetto di casa e, come voleva il suo artefice, raggiunge ’la poesia attraverso il rigore’. Al mare si vive con poco, basterebbe ammetterlo e apprendere la leggerezza da quest’uomo complesso, gran lavoratore, purista, pioniere e anche un po’ martire (come tutti i grandi) che nel mese di agosto arrivava a Roquebrune con il Train Bleue, indossava gli shorts, faceva il bagno, leggeva e prendeva appunti. Un’estate al mare, sì, ma in stile minimale.

Il Cabanon è oggi monumento nazionale, Sentier du bord de mer 06190 Roquebrune Cap Martin tel. Office du Tourisme 04 93 35 62 87. Una ricostruzione itinerante è stata realizzata dalla ditta Cassina.

Caso C. La casa dell’orso di pezza. Nel giugno del 2006 ho organizzato per Il sole al guinzaglio un viaggio in Svezia diviso in due parti: 1. vacanza all’isola di Gotland; 2. soggiorno di studio a Stoccolma. Non avevo mai utilizzato per queste iniziative il termine ’vacanza’ e non lo farò mai più, essendo stata, quella, un’esperienza di amara frustrazione. L’idea era di andare a stare qualche giorno quanto più vicino possibile a Ingmar Bergman, che viveva in solitudine sulla vicina isola di Färo, di immergersi nella luce dei suoi film e capire dall’interno la cultura dell’abitare del nord. Scelsi come base il Fabriken Furillen, un hotel singolare ricavato da una cava di calcare con stanze in cui ogni elemento era di concezione svedese, finlandese o danese. Per intenderci: letti Hästens, televisore Bang & Olufsen, vetri Ittala, bin Vipp, praticamente il meglio del design scandinavo. Avevamo a disposizione un cuoco tutto nostro e una pasticciera che faceva dolci che da soli valevano il viaggio, una cantina magnifica e un gruppetto di giovani cameriere che, dal colore degli occhi all’abbigliamento, erano una sinfonia di grigi gustaviani. Non avevo mai visto in vita mia qualcosa di così meravigliosamente amalgamato, sembrava un set di un film in cui tutto fosse però assolutamente libero e naturale. Il gruppetto era composto da 12 persone che, fra l’altro, si conoscevano e stavano insieme con piacere. Andò tutto storto, niente piacque, il posto venne giudicato selvaggio, a ogni cosa si cambiò di segno, il minimale fu definito squallido, i materiali furono fraintesi, l’isolamento divenne una condanna, ognuno tirò fuori il suo lato peggiore, avevo la sensazione di un naufragio che avesse messo a nudo le anime. Ho molto pensato a questa esperienza, che nella memoria ho sintetizzato come un grumo di dispiacere e di incomprensione e credo anche di aver individuato i motivi delle reazioni che ho fatto tanta fatica a tenere sotto controllo al momento: il posto era radicale e le scelte nette e rigorose, era, in una parola, un luogo d’arte e, come sempre fa l’arte, aveva messo in moto pensieri che in una pensione in val Gardena se ne starebbero stati quieti e nascosti e non avrebbero disturbato. Già la Svezia è dura, le relazioni umane sono più interiorizzate delle nostre, la cura dell’ospite non lo invade; in più stavamo anche su un’isola e lontano da Visby, il capoluogo, dove c’era ancora un lembo di vita metropolitana che parlava una lingua conosciuta, praticamente eravamo esposti alla verità delle cose e di noi stessi come gli alberi che avevamo intorno al vento del Baltico.

Un pomeriggio andammo a fare una passeggiata per distendere gli umori e portai tutti alla capanna di cui avevo sentito parlare: piccola, in legno, dotata di tutti i lussi possibili ma senza acqua e senza elettricità, sorgeva nel bosco come in una fiaba e accoglieva gli stressati che da tutte le parti del mondo, pagando cifre non indifferenti, volevano fare l’esperienza del ritorno alla natura con il paracadute dei pasti serviti elegantemente dall’hotel e lampade da tempesta design. Rimasi incantata, mi sembrò un luogo della mente che si fosse realizzato per la volontà di un poeta. Nel letto stava un orsacchiotto di pezza, raffinatamente abbigliato, al momento padrone assoluto di tutto quello spazio limitato eppure intimamente immenso. Lo guardai con simpatia e desiderai lasciare la mia stanza supertecnologica per venire a passare con lui la notte: qualcosa mi suggeriva che lui aveva fuori il suo lato buono e che al ritorno non mi avrebbe mai potuto dire, come accade solo quando è vero amore, ’Mi dispiace’.

inizio
stampa

41. Solitude in the City

Heath Ledger e Christian Bale, The Dark Knight, Christopher Nolan, 2008

Il Bat Day si è trasformato rapidamente in Bat Week, che si avvia a diventare Bat Month e, forse, Bat Summer.

Meglio così, non mi piace lasciare le cose a metà.

La colpa è del Joker, che si è accampato nelle mie giornate e mi dà da pensare. Chiunque mi capiti a tiro in questo inizio di agosto viene investito dalla medesima domanda: ’Hai visto l’ultimo Batman?’. Le risposte sono sempre troppo tiepide per i miei gusti (ma ciò accade spesso, ho, mi pare di capire, gusti di temperatura superiore alla media), qualcuno non sa, qualcuno liquida l’argomento, qualcuno ammette che The Joker è entrato già nella leggenda.

Il film del londinese Christopher Nolan (1970), The Dark Knight, è elegante e minimalista. Non fatevi ingannare dalla trama complessa (di cui ho cominciato a capire qualcosa alla terza visione) e dagli effetti speciali, guardate sotto la maschera e sotto al trucco, questo sforzo vi tornerà utile. Mr. Wayne veste Armani, quando bacia Rachel tiene con signorile distacco una mano in tasca, vive in un penthouse mezzo vuoto, le tavole e i vassoi sono apparecchiati con poche stoviglie dal design netto, senza alcuna concessione al decorativo.

Del resto tutti i protagonisti mangiano poco o niente, troppo impegnati a vivere crisi esistenziali modernissime e a inseguire il proprio doppio. Perché di questo è fatto il film, della complementarità che ci perseguita, per cui anche se non siamo scissi noi, la vita si incarica di farci trovare sulla nostra strada l’altro destinato a completarci (e a rispecchiarci).

E l’altro è, con inquietante precisione, un freak.

Adesso fate mente locale e cercate di ricordare ciò che diciamo dei freak quando parliamo di Diane Arbus (1923-1971) e delle sue dolentissime foto ad essi dedicate: il freak è colui che ha già subìto il trauma. E siccome almeno un trauma lo abbiamo subìto tutti, siamo tutti freak.

Il cinema, come dice il nostro amico filosofo Ollivier Pourriol, è un’arte astratta, che ci presenta casi limite, vale a dire delle idee, così come la geometria pensa per figure astratte, il cerchio, il triangolo, il quadrato. E in The Dark Knight sono tutti casi limite, il protagonista del titolo lacerato fra due vite, il maggiordomo Alfred che ha rinunciato ad averne anche una sola, il conflittuale Lieutenant Gordon, il gadget man Lucius Fox, Rachel che naviga fra due amori, l’onesto procuratore generale Harvey Dent che, sotto il peso del trauma si trasforma nel disturbato Two Face, un personaggio ricorrente nel cinema, qui con caratteristiche più allarmanti del solito: un uomo che ha davvero due facce, una delle quali degna di un autentico zombie (mi viene in mente una possibilità di contaminazione fra lo Zombie e il Bat Day, darò notizie in proposito).

E poi c’è lui, The Joker, l’elemento che trasforma un film di supereroi in una complessa vicenda stilistica e psicologica. Un punk paranoico che indossa sempre i guanti e un magnifico abito viola che, fate bene attenzione, non è un costume da clown ma un capo haute couture, certo con l’interno carico di bombe, ma sempre di eleganza e portabilità assolute. The Joker non è una caricatura, Chris Nolan non voleva caricature nel suo film, né ammiccamenti o sbirciate di complicità nei confronti del pubblico. La solitudine metropolitana dei suoi personaggi è radicale e incurabile e l’unico che tiene famiglia, il Lieutenant Gordon, si deve fingere morto per evitare ritorsioni, probabile anche che rimpianga la vita da single che deve aver condotto prima di mettere su casa con una moglie che vira continuamente verso il patetico. Ma torniamo al nostro Joker (’La follia è come la gravità: basta una piccola spinta’). Non ha passato, le sue impronte digitali non corrispondono a niente, denuncia, a seconda del mood, un padre alcolista e violento o una compagna bellissima e dedita al gioco d’azzardo che lo ha abbandonato, quando viene catturato trovano nelle sue tasche lanugine (ma lui ’non’ è ’sporco’, lui lo mettiamo fra i ’puliti’ perché ha una sua cristallina logica intellettuale che lo protegge dal sudiciume del mondo) e molti coltelli, uno dei quali, quello che impugna più volentieri, viene deposto controvoglia e per ultimo sul tavolo in un’inquadratura di rigore e nitidezza narrativa.

Ha gusti semplici, gli piacciono la dinamite, la polvere da sparo e la benzina perché costano poco, si considera un agente del caos, un cane che abbaia alle macchine che passano, si risolve nell’azione, non fa piani (una specie di filosofo del carpe diem, dunque), brucia una montagna di denaro in un gesto anarchico e aristocratico e usa il cellulare in modo molto più educato della metà delle persone che conosco, costantemente attaccate all’aggeggio anche al ristorante, sempre pronte a interrompere la conversazione qua per iniziarne altre dieci là; no, The Joker telefona solamente per minacciare sciagure colossali (che, quasi sempre, trovano attuazione) e, subito dopo, per far brillare l’esplosivo. La sua vita è uno scoppiettante susseguirsi di manifestazioni violente della sua presenza al mondo. Impossibile ignorarlo. Appare sempre truccato, un’ode continua a Baudelaire cui il maquillage piaceva parecchio, il pancake bianco sul volto, gli occhi orlati di nero, il ghigno dipinto a sottolineare le cicatrici che si è procurato in modi diversi e diversamente riferiti, i capelli lunghi e madidi di sudore a indicare un’esistenza sempre in movimento, irrequieta, certamente singolare, in una parola alternativa.

Heath Ledger (1979-2008), l’attore australiano che interpreta The Joker, sarebbe stato comunque memorabile.

Poi ci è è messa anche la sua morte prematura e dovuta a un cocktail micidiale (ed esplosivo) di farmaci: ansiolitici, Valium e Xanax; antinfiammatorio, Ibuprofen; antidolorifico, OxyContin; sonniferi, Restoril e Unisom.

E il mito, già sbocciato, è fiorito in un rigoglio nel quale si mescolano la giovinezza, il talento e l’ultimo spettacolo.
Un mese intero trascorso da solo in una stanza d’albergo studiando film e libri horror, un diario nel quale sono annotati i pensieri e i sentimenti del personaggio, che aveva, dunque, acquisito una vita autonoma e che guidava il suo interprete sul set, l’altissimo dispendio emotivo, che si vede tutto e tutto intero, due sole ore di sonno a notte, un disordine del corpo e della mente dal quale è scaturita una performance intensa ed estrema della quale sembra farsi carico, nonostante la dirompente fisicità, soprattutto la voce.

Ledger la usa con citazioni (James Cagney, Marlon Brando, Sid Vicious) e variazioni continue, in una recitazione dal disegno classico ed esemplare; il doppiaggio italiano di Adriano Giannini fa il contrario di quello che accade di solito da noi, dove la tradizione nobilita volentieri il testo originale, lo snatura nel senso di una regolarizzazione e di una ripulitura. Questa volta, invece, The Joker è stato sporcato, abbondano le schioccate di lingua rispetto all’originale, più contenuto, misurato, con meno sbavature e più suggerimenti che lasciano spazio di azione alla nostra fantasia (ma il lavoro fatto, devo ammetterlo nonostante la mia insofferenza per il doppiaggio, è accurato, anche la doppia voce di Batman/Mr Wayne di Christian Bale si sente che è stata oggetto di attenzione). 

Gotham City, una Chicago tutta lucida e nera reimpiegata per l’occasione, conta 30 milioni di abitanti. E Hong Kong, dove l’azione si trasferisce brevemente, ne ha nella realtà 6.700.000. Una bella porzione di mondo, infinite possibilità teoriche di relazione, incontri, opportunità.

Niente da fare.

The Joker cammina da solo sul margine della sua esistenza ed entra in contatto autentico solo con Batman e solo per metterlo davanti all’evidenza di essere anche lui un freak.

Vi trascrivo alcune riflessioni del regista Olivier Assayas a proposito dei suoi film: ’La ricerca di una cornice alla quale ciascuno possa accedere facilmente, ma in seno alla quale esiste uno spazio determinato per l’astrazione che è anche quello della sperimentazione. Mi riferisco all’industria: una strategia fondata sulla leggerezza, l’autonomia, la rapidità di movimento, in breve, sull’imprevedibilità. Accamparsi al margine per intervenire puntualmente al centro.’ (O. Assayas, La musique de Brian Eno pose des questions de cinéma, 'Cahiers du Cinéma', settembre 2004).

Interessante, trovare presso uno dei cineasti più originali e indipendenti dei nostri tempi un manifesto teorico che si attaglia perfettamente al Joker, che impiega termini quali ’astrazione, sperimentazione, leggerezza, autonomia, rapidità di movimento, imprevedibilità’, che stanno bene a lui ma che calzano a pennello anche all’arte, soprattutto a quella d’avanguardia, sempre ispirata alla guerriglia.

E mettiamo, allora, anche The Joker nel nostro piccolo esercito di guerrieri metropolitani, anime notturne e solitarie che si accendono alla luce artificiale dei riflettori e che con artificio (in questo caso anche da artificiere) vivono, il volto truccato perché l’anima sia protetta e, quindi, salva, cioè inafferrabile come deve essere un’anima che si rispetti, volatile e restìa all’incontro socializzante eppure sempre alla ricerca del suo complemento, del suo doppio, dello specchio nel quale guardarsi per compiacersi di sé, del proprio mito e della propria leggenda.

inizio
stampa

42. Politically Correct

Nano da giardino

Sentito alla radio a proposito del nano da giardino abbandonato sui binari di un treno che ha dovuto arrestare la sua corsa. Non sarà poco politically correct chiamarlo ’nano’? Meglio la locuzione ’diversamente alto’. Sto ormai vivendo nel dubbio: posso dire ’casa sporca (sudicia, sozza, lorda, immonda, bisunta)’ o devo anch’io mitigare il linguaggio e scrivere ’diversamente pulita’?

inizio
stampa

43. Ma come fanno i marinai

Marinai

Marinai

Il professore di Matematica e Fisica del Liceo ci domandò un giorno perché d’estate ci si vestiva di bianco. ’Perché è più elegante’, rispose all’unisono la classe di spocchiosi umanisti che eravamo. Diciamo che lui se l’era cercata. Sotto al sole continuo a indossare volentieri pantaloni bianchi di tela pesante e una volta ho fermato per la strada un marinaretto per chiedergli come facessero a essere sempre puliti e in ordine. ’Ci cambiamo e laviamo tutto continuamente’, mi rispose lui, felice di confidarmi il loro più grande segreto.

inizio
stampa

44. The Brush Day

Dunque, ci risiamo.

A distanza di un anno la colf persevera nel suo comportamento, asserisce anche di essere stressata, si commuove, mi abbraccia e se ne va di nuovo in vacanza. A niente sono serviti i miei tentativi di dissuaderla dallo stare lontana 25 giorni, il genero a carico, i compaesani pettegoli e anche l’autostrada Salerno-Reggio Calabria non sono bastati per farle capire la fatica che l’aspettava. La casa dovrà nuovamente essere accudita in prima persona, visto che ho anche ricacciato indietro l’idea che mi era venuta a marzo di prendere un’altra colf per il mese di agosto.

Da una parte l’ho cercata senza entusiasmo, dall’altra mi sono riempita di TOC e, di fronte alla visione dei miei vetri colorati in frantumi e del candeliere in bisquit azzoppato da una dilettante, ho deciso per il self help. 

Bisogna organizzarsi.

Ho in mente un look con jeans destroy alla Sienna Miller che va a comprare il latte la mattina (però senza il cane in borsa) e ho in mente Waterloo, ma vista dalla parte degli Inglesi e dei Prussiani. La strategia messa a punto è la seguente: un giorno a settimana dedicato completamente alla pulizia e un’ora in una fase intermedia per una riorganizzata superficiale. A questo proposito tornate a visitare il sito del Cif della puntata n°16 www.unilever.com e vi dicono loro come procedere ’under pressure’ con 15, 30 o 60 minuti a disposizione. E’ vero che già un cambio di asciugamani e una saponetta nuova danno un qualche senso di ordine. Aggiungete un colpo di aspirapolvere, le mensole del bagno nettate, una ripassata ai tavoli più usati e un’addrizzata ai dizionari. Il bagno e la cucina avranno diritto anche al lavaggio del pavimento, che diviene, così, bisettimanale, cioè ragionevolmente igienico. 

E passiamo ora alle grandi manovre.

Prendersi cura del proprio spazio ha anche una serie di lati positivi, si capisce la fatica animale dei lavori domestici, si controlla lo stato delle cose, ci si riappropria dei libri che non si sono sfogliati nei mesi precedenti, si ritrovano appunti sepolti sotto altri appunti, bollette, ricevute, urgenze che non sono più tali, in una parola si è in presa diretta con ciò che si ha intorno.

E, per me, c’è anche il gusto di tirare fuori, e tutto insieme, il trésor de guerre che tengo occultato nel terzo cassetto della mia scrivania e di cui la colf non sospetta nemmeno l’esistenza: le mie spazzole e i miei pennelli da spolvero.

A Londra, alla Tate Modern, vidi nel 2006 una bella mostra di Pierre Huyghe (Francia 1962), complessa e spettacolare. La cosa che più mi piacque fu l’installazione chiamata For One Year Celebration, una serie di circa 100 poster sui quali c’erano delle scritte. La faccenda era questa: Huyghe aveva chiesto a amici e conoscenti, in molti casi artisti, di segnalare una data del calendario e un oggetto da festeggiare in quella circostanza.

Così Robert Fillou per il 17 gennaio proponeva The Birthday of Art; Olafur Eliasson per il 23 marzo (mia data di nascita) ’Waste of Time Day’; Rirkrit Tiravanija suggeriva ’Celebrate the Shoe Lace’; Jeremy Miller ’I propose that we should celebrate silence’ eccetera. Comparivano anche l’Animal Intelligence Day e molti altre motivi di celebrazione, in certi casi con un rituale collettivo.

L’idea era semplice e suggestiva e, come sempre accade quando c’è di mezzo l’arte, stimolante.

Iniziai così anch’io a stilare il mio calendario personale di celebrazioni nel quale trovarono posto The Brick Day (mi piacciono i mattoni e a Londra ero circondata); The Wall Paper Day (da sistemarsi, però, il 29 febbraio in modo da non esagerare con i festeggiamenti, in casa solo il guardaroba è tappezzato di carta da parati e va bene così); The Golden Fish Day (che sarebbe caduto il 31 dicembre, quando, nel 1869, vide la luce tale Henri Matisse, il più grande cantore dei pesci rossi in Occidente); The Pocket Day (come si fa a vivere senza tasche?); The Sponge Day (medesimo ragionamento); The Bread Day; The Wine Day; The Salt Day; The Champagne Day; The Cinema Day; The Apron Day. Ero piena di risorse. E, trionfante, aggiunsi anche The Brush Day.

Sì, perchè mi piacciono spazzole e pennelli, dallo spazzolino da denti alla spazzola per capelli fino ai miei mirabili pennelli da trucco giapponesi (la parte più preziosa del mio bagaglio a mano) arrivando al trésor de guerre del terzo cassetto della scrivania. Nel corso degli anni ho infatti messo insieme una serie di pennelli da spolvero specializzati: per la tastiera del computer, per il davanzale della finestrina del guardaroba, per i libri, per gli oggetti delicati (il candelabro in bisquit) e per gli angoli, praticamente a ogni problema la sua soluzione, un magnifico mazzo di peli di durezza e forma varia che arrivano dappertutto dove devono arrivare e ai quali nulla sfugge.

Ho avuto anche un pesce rosso di nome Brush, che arrivò in vasca insieme a Brick al ritorno da Londra perché trovai morti Spleen & Mood. Morto anche lui, Brick, invece, sta benissimo e guarda con partecipazione (con il suo nuovo compagno Strip) il festeggiamento settimanale del mese di agosto che non è una corvée alla fine della quale ci si ritrova più abbattuti di Napoleone in Belgio ma piuttosto un giorno di riflessione sulla bellezza della casa pulita e sull’attrezzatura (pensateci, quasi un’attrezzatura da pittore) che è preposta a questo scopo.

inizio
stampa

45. Una seratina piccante

Paprika, Satoshi Kon, 2006

Atsuko Chiba

Saranno capitati anche a voi il medico che sbaglia la diagnosi, l’idraulico che provoca la perdita di acqua, l’amante poco efficace, il ristorante dove si mangia male, il ministro della cultura che di coltivato ha poco o niente. Credo che la vera accezione de ’il calzolaio che va in giro con le scarpe sfondate’ sia questa: uno che non sa fare il suo mestiere e che la vulgata abbia frainteso per coprire la ciarlataneria, della quale, evidentemente, non vuole ammettere la presenza al mondo.

Io ho il problema del noleggio di film di cui sono cliente, gestito da gente che di cinema non capisce niente. Mi sono più volte lamentata di quello che trovo, solo roba commerciale, ho chiesto un angolino per i film d’autore, ho insinuato che non era possibile che nel raggio di 900 m (distanza media dagli altri noleggi) solo io avessi voglia di vedere qualcosa di meglio e che si sarebbe così potuta aprire un’altra frontiera di guadagno, niente da fare, il titolare è anche una brava persona e una volta, davanti a uno dei miei rimbrotti, ha anche spalancato le braccia e mi ha detto: ’Ma se certi film li prendiamo solo per LEI!’. Ho scoperto anche che quando arriva un dvd che loro tutti considerano inguardabile perché noioso si danno di gomito e, con deferenza, dicono ’Consigliamolo alla SIGNORA, a lei certamente piace’. Il risultato è che spendo in film quello che una donna con TOC feticistico e collezionista spende in scarpe.

Almeno i dvd sono meno ingombranti.

Ma è un lavoro extra, uscire, cercare dischetti, farseli arrivare via internet, passare sempre un pomeriggio quando sono in posti esteri civilizzati a fare scorta di serate. E non ditemi di cambiare noleggio, so che ce ne sono alcuni con prodotti migliori ma il noleggio non può stare dall’altra parte della città, deve stare sotto casa. E anche cambiare casa mi sembra un suggerimento fuori luogo (e se poi fallisce il noleggio buono o cambia trend per le richieste del pubblico, sempre più infime?).

Ma non demordo e continuo a vedere se.

Era appena uscito in dvd Paprika, Sognando un sogno, il film visionario, diciamo pure lisergico, di Satoshi Kon. Il giorno dopo passo come una freccia davanti al noleggio (è sulla strada del garage dove sono macchina e bicicletta e lì ero diretta), entro come un uragano, li trovo tutti, anche Fabrizio che se ne era andato a fare il tipografo ed era tornato a salutarli (a lui, ad onor del vero, devo alcuni preziosi suggerimenti relativi al cinema di animazione. Ma si sa che cosa conferma l’eccezione). Chiedo: ’Avete Paprika?’ e vedo stamparsi sulla faccia del capo uno dei sorrisi più soddisfatti che abbia visto in vita mia, finalmente era riuscito a farmi stare zitta. ’Sì’, mi risponde. E tutti si distendono e mi accolgono calorosamente. Li prego di tenermelo per dopo e già mi immagino la mia serata con il dottor Tokita e il suo DC-mini, il dispositivo che permette agli psicoterapeuti di entrare nei sogni e di registrarli a scopo di cura, il furto della straordinaria invenzione, la bellissima ed enigmatica Atsuko Chiba che ne tenta il recupero, il terrorista dei sogni, la fantasia più sfrenata al servizio di uno dei più geniali registi giapponesi.

Ritorno dopo un paio di ore, tutta contenta. Sono rimasti due dei ragazzi e c’è sempre Fabrizio. Consegno la tessera. Mi mettono nel contenitore un dvd e, secondo rituale, mi dicono il titolo del film, il regista e la lingua: ’Paprika, Tinto Brass, italiano. Va bene?’. Trasecolo. Me la prendo con Fabrizio, esperto di cinema di animazione. ’Ma come ti è venuto in mente che volessi vedere Tinto Brass! Cercavo Satoshi Kon!’. Lui è imbarazzatissimo, mi dice perché no, una donna come me, che ci sarebbe stato di strano, tutti avevano capito che, quasi balbetta. Quasi mi arrabbio. ’Ma ti pare che se volevo passare una seratina sporca mi prendevo Tinto Brass. Rocco Siffredi, mi prendevo, ecco che mi prendevo’. Mi chiudo alle spalle la porta del noleggio, loro fattisi di cenere, io di fuoco.

Per la mia visione piccante, quella sera, dovetti nuovamente procedere all’acquisto del materiale. Se poi qualcuno pensa che abbia il TOC dei dvd, peggio per lui, non sa quanto è dura la vita di chi vuole sognare sogni che non stanno nei 900 m di raggio dalla propria abitazione.

inizio
stampa

46. Ferragosto Blues

Ebine Yamaji, Indigo Blue, 2002-2007

L'Acquario di Napoli

’Odio l’estate
Che ha dato il suo profumo ad ogni fiore
L’ estate che ha creato il nostro amore
Per farmi poi morire di dolor...’ (B. Martino, 1960)

Assicuro l’acqua ai bonsai e il cibo ai pesci rossi, chiudo il bagaglio e prendo un AV per Napoli.

Trovo la città vuota, non l’ho mai vista così, le strade hanno dimensioni insospettate, le architetture sono ancora più nobili. Stabilisco il mio quartier generale a piazza Amedeo, pulizia accettabile, basta non guardare sotto l’armadio, il letto è buono, mi chiedono un supplemento per l’aria condizionata e un altro per il doppio della biancheria, taglio corto e garantisco tutti i pagamenti. Se fossero più attenti ai dettagli (’God is in details’, Mies van der Rohe), il luogo sarebbe paradisiaco. Non lo è. Faccio una cena al chiaro di luna piena sul mare e un’altra affollata e ottima con discorsi che avrei voluto sentire dappertutto in questi giorni, che fatica capire l’arte contemporanea, lo pensa  (lo dice) il Ministro della Cultura e  non c’è stata alcuna levata di scudi di intellettuali, tutti alle Galapagos oppure attablés davanti a gigantesche fette di anguria?

Vado a visitare il PAN www.palazzoartinapoli.net, vedo cose che mi fanno sorridere e respirare, come sempre quando c’è di mezzo l’arte contemporanea, scendo a piazza Martiri e da Feltrinelli mi fermo davanti ai manga ed è così che passo mezza giornata con la mangaka Ebine Yamaji, bellissimo il tratto, netto, raffinato, mi perdo un po’ a guardare i suoi ambienti, mobili rettilinei, solo una candela sul tavolo da notte, libri, letti che rimangono in ordine anche negli amori di Rutsu con Ryuji e di Rutsu con Tamaki, tazze di tè fumanti, cocktail nel bicchiere e anche champagne in flûte, corpi sottili e balloon che raccontano giovani protagonisti impegnati nella professione (Rutsu scrittrice; Ryuji editor; Tamaki redattrice di una rivista d’arte) e negli incontri, un mondo delicato ed essenziale nel quale non c’è sporco e le case sono pulite senza fatica, i manga si leggono da destra verso sinistra e le pagine sono rilegate a destra, mi confondo un po’ all’inizio, è un disorientamento che bene illustra la situazione, ferragosto altrove, Indigo Blue e un manga.

Mangio una pizza mediocre nell’unico posto aperto sulla Riviera di Chiaia, poi vado all’Acquario Comunale e qui si chiarisce il senso delle cose.

Spero che lo abbiate visitato, è quel posto di dimensioni ridotte, di forma quadrata, con un numero limitato di vasche e una fondazione storica (1872) importante ad opera di Anton Dohrn, naturalista e zoologo tedesco, quello, per intenderci, dal quale, come racconta Curzio Malaparte ne La pelle, il Generale Cork aveva dato ordine di pescare il pesce per la sua tavola, facendo fuori in questo modo anche l’eroico pescespada dono di Mussolini (servito lesso con contorno di patate bollite), il tonno regalato da Sua Maestà Vittorio Emanuele III e le aragoste dell’isola di Wight che aveva mandato Giorgio V. 

L’Acquario è in restauro, polveroso, buio, i rari visitatori si aggirano come spettri, però il polpo è vivace e le cernie intrecciano danze gentili e la cosa che mi sta a cuore dirvi è che esso si pone al polo opposto rispetto agli acquari spettacolari stile luna park che stanno dappertutto, Londra (quello del film Closer), Genova, Valencia, luoghi del turismo più insano in cui il viaggio si risolve a dorso di delfino avendo anche dimenticato il mito del musico e poeta Arione, che proprio cavalcando un delfino sacro ad Apollo si salvò dall’agguato dei marinai sulla nave al ritorno dalla Sicilia.

Napoli, nel suo giorno indaco di mezza estate, si conferma come il luogo del possibile e accoglie nelle vasche antiche pesci che altrove sarebbero tappe psichedeliche di percorsi didattici. Vedo artisti amici e amici di artisti, il Vesuvio ha accanto una strisciata di nuvola fatta con il pennello, verso sera le strade si riempiono, compro pane e rientro a notte alta.

Il blues di Ferragosto è più nell’aria che in testa, un po’ allentato, dissolto, abbassato di volume dal colore della città e dalla sua gente.   

inizio
stampa

47. Splash!

David Hockney, A Bigger Splash, 1967

’...Siccome l’appartamento non sarebbe stato libero prima di settembre, tornammo a Los Angeles per passarvi l’estate. In California imperversava l’ondata di caldo più spaventosa del decennio. Arrivammo due giorni prima di San Giovanni e ci rifugiammo nel freddo sepolcrale della stanza d’albergo - con aria condizionata - a guardare un incontro di boxe in televisione. Quella sera cercammo di fare una passeggiata fino a un cinema lì vicino. Il caldo ci piombò addosso come una parete di cemento.

Il giorno successivo telefonò Barbra Streisand e ci domandò se volevamo prendere con noi dei costumi da bagno per un piccolo party in piscina. Ringraziai per la cortesia, mi rivolsi a Ingrid e le dissi: adesso torniamo immediatamente a casa, a Färo, e ci restiamo per tutta l’estate. Le risate di scherno le sopporteremo. Qualche ora più tardi eravamo in viaggio. Arrivammo a Stoccolma la sera di San Giovanni. Ingrid telefonò a suo padre che aveva riunito famiglia e amici nella sua fattoria vicino a Norrtälje. Ci ordinò di andare immediatamente da lui. Erano le undici passate di una serata dolce. Tutto era bellissimo e profumava. E poi la luce.

Verso mattina mi trovavo in un bianco letto, in una stanza che odorava di casa d’estate e di pavimento appena lavato...’ (Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987)

inizio
stampa

48. A conti fatti

Sembra, Olimpiadi a parte, il nuovo sport dell’estate (almeno in Francia ma vedrete che fra un po’ arriverà anche da noi). Ha cominciato Carla Bruni (godetevela nel ritratto che ne fa la sorella Valeria Bruni Tedeschi nel suo film E’ più facile per un cammello...attraverso la bella interpretazione di Chiara Mastroianni) dichiarando in una delle sue canzoni di aver avuto 30 amanti ed ora si mette sulla medesima corsia anche un noto mensile (francese) che pubblica quello che chiama ’quiz’ e chiede a sette mesdames di contare i loro messieurs. Ciò che mi domando è perché a queste signore sia venuto in mente di rivelare un dettaglio importante per loro ma in fondo di scarsissimo interesse per il mondo, come possano aver avuto voglia di comparire con nome, età, professione e fotografia parlando di cose intime e avventurandosi anche nella descrizione dei migliori ricordi e delle peggiori vergogne. Posso capire che la ’slameuse’ Françoise, 44 anni, abbia un tornaconto rivelando di essersi accompagnata a 50 uomini, si esibisce in gare pubbliche di poesia e ha fatto pure cifra tonda. Ma che cosa spinge la scrittrice Victoire, 38 anni, a contarne 92 (e perché non ha fatto cifra tonda)? E Chaterine, 39 anni, ’gérante de portefeuille’ perché ci fa sapere che si è accompagnata a 10 uomini diversi, la delicatezza del suo mestiere non l’ha trattenuta? Isabelle, 32 anni, giornalista, conta fino a 5 e la ’chargée de communication’ Caroline, 26 anni, la supera e si ferma a 6. A parte che Carla Bruni, come ha dichiarato in un’intervista, ha usato il numero ’trente’ per questioni metriche, perché queste riviste che si rivolgono a un pubblico femminile indulgono al vizio moderno della rivelazione di ciò che dovrebbe rimanere privato e lo fanno, oltretutto, senza audacia, per cui avrebbero anche potuto attribuire un punteggio agli amanti, dando, per esempio, al primo 10 punti, all’ultimo 20, assegnandone giustamente 500 a Mick Jagger (questo vale ’solo’ per Carla Bruni, almeno mi auguro) e 0,50 al collega sposato con due figli di 12 e 14 anni conosciuto carnalmente durante una trasferta di lavoro a Mestre? Perché non infrangono il vero tabù dei nostri giorni e non chiedono a queste signore quante lavatrici e lavastoviglie fanno a settimana, ogni quanto cambiano le lenzuola, puliscono i sanitari del bagno, sbrinano il frigorifero, staccano e lavano le tende, spostano la cucina a gas, puliscono i famosi filtri degli elettrodomestici, riordinano il cassetto del tavolo della cucina, lucidano gli specchi e tutti gli schermi di casa, computer, televisione e, in caso, anche videocitofono? Perché il ménage non compare quasi mai nella stampa quando è, invece, un nodo fisso quotidiano con il quale bisogna venire continuamente a patti? Manca di glamour oppure si tratta di altro?

Forse lui sì che è intimo e privato e si fa fatica a raccontarlo nei dettagli, nei trionfi e nelle sconfitte, nell’organizzazione e nella gestione, esprime gusti che sfiorano il TOC, chi ama stirare (dà soddisfazione immediata), chi predilige la caccia alla polvere (Isabella Rossellini in un articolo), chi si rilassa grattando i lavandini con il Cif (eccomi), chi sniffa la trielina quando smacchia, tocca la felicità quando sta con le mani nell’acqua (la mia colf), contempla la brillantezza dei suoi pavimenti con il medesimo stato d’animo incantato che accompagna un tramonto sul mare (una cugina di mia madre, piemontese), gode nel riassetto dei dvd in tinello, esulta quando avvia l’aspirapolvere, si compiace della versatilità della sua lavatrice, prova una gioia segreta e incontenibile nel ricondurre all’ordine la pila di asciugamani precedentemente vacillante in guardaroba. Altro che poco glamorous, il ménage è l’hortus conclusus dal quale teniamo fuori gli intrusi, del quale parliamo solo nelle confessioni che arrivano dopo la mezzanotte e davanti a un vino da meditazione, è il vero luogo della psiche riposto e anche arcano del quale stupisce che tutte le scienze dell’anima non tengano conto, le rivelazioni concernenti il ménage sì che sono ardite, altro che quei quattro calcoli da amministratore di condominio. Ne tengano conto i redattori italiani quando fra poco proporranno su qualche settimanale sette avventuriere locali e trovino il coraggio di guidare le signore verso il vero coming out, quello temerario e impavido che ha a che vedere con i lavori di casa: quante volte e come li fanno, se provano piacere o frustrazione, se c’è collaborazione maschile, se, dopo, sono soddisfatte e non vedono l’ora di ricominciare oppure se preferiscono il sonnellino sul sofà, ovviamente appena rimesso in sesto, i cuscini belli dritti, invitanti, morbidi, tutti da stringere e accarezzare.       

inizio
stampa

49. Nuvole in viaggio

Hokusai, Ragazzo che guarda il monte Fuji, 1830

Moyoco Anno, Happy Mania, 11 volumi, 1996-2006

Moyoco Anno (Tokyo 1971)

Una volta ho chiesto a un tipo che insegnava filosofia al liceo quanto guadagnava. Lo consideravo un collega, visto che io insegno storia dell’arte all’Accademia e, tecnicamente, dovremmo funzionare come il medico di base che definisce collega l’altro medico che sta, per esempio, al Policlinico. Il filosofo dapprima si adombrò, poi si rifiutò di rispondere e infine chiarì che lui affrontava gli argomenti a seconda delle competenze del suo interlocutore, per cui parlava di denaro solo con il suo commercialista. Mi affrettai a scusarmi per l’indelicatezza, che peraltro continua a non sembrarmi tale, però, si sa, il tema ’denaro’ da noi è sensibile e bisogna andarci cauti (sto seriamente pensando, alla fine di Opera Soap, di attaccare Opera Money perché i comportamenti umani rispetto al denaro sono talmente sballati e irrazionali da meritare che ci si soffermi sopra. Intanto potremmo dedicare una puntata allo ’Sporco denaro’, rimanete in ascolto).

Dopo essermi scusata, per dissolvere l’imbarazzo che si era creato presi al volo l’altro capo del discorso e chiesi di approfondirlo. Il sistema, mi spiegò, si articolava così: dopo aver parlato di denaro con il commercialista, si andava a parlare di salute con il medico. Entusiasta, detti una mano a trovare altri destinatari di altri argomenti: con il marito si parla di casa, figli, animali (se conviventi), famiglia; con l’amante di sesso; con l’amico di amicizia; con gli artisti di arte; con il signor Carlo del primo piano di questioni condominiali; con il macellaio della mucca pazza; con il fioraio di spine (rose ma anche Succulente); con l’agente di viaggio di stelle (di hotel); con la cassiera del supermercato di prendi 3; con il tappezziere di materassi; con la titolare della boutique di cachemire; con il fotografo (e con l’elettricista) di luce eccetera.

Fu così che tentai di limitare il campo di conversazione con la colf ai soli argomenti relativi alle pulizie della casa, evitando: i figli; i vicini acusticamente invadenti; le malattie, anche della cugina di campagna; le avances dei corteggiatori; i metodi e la durata della depilazione; la cervicale; la dieta; gli integratori; la parrocchia; i fatti privati delle presentatrici televisive; il radiatore probabilmente bucato della macchina. Davanti a me si aprì un orizzonte vasto ma ben delimitato in cui i discorsi sarebbero stati tutti finalizzati a migliorare l’ambiente nel quale vivevo, testare l’efficacia dei detersivi, individuare il verso delle lenzuola prima della stiratura, determinare lo schieramento della mia collezione di vetri nell’armadio del soggiorno e stabilire i turni di esposizione, definire un ruolino rigido ma non insensato dei tempi di lavaggio delle finestre, evitando così l’accanimento nei mesi di pioggia, che vanificano ogni passata di Cif liquido e approfittando del bello stabile estivo per ammirare il panorama metropolitano senza cortine di nebbia. Inutile dire che il mio tentativo fallì miseramente e che una discesa di rafting in Colorado avrebbe incontrato meno ostacoli. La parrocchia popola ancora le mie conversazioni con la colf.

Ma, nonostante ciò, con la tenacia della goccia che alla fine scava la pietra e la grinta del Legionario (straniero), del quale metto metaforicamente in testa il basco verde con pennacchietto, oriento i discorsi miei con la colf su un tema che mi sta molto a cuore: la pulizia dei libri. Non so i vostri, ma i miei libri sono sempre impolverati. Gli unici puliti sono quelli che utilizzo di continuo, tutti gli altri, passati con la carta cucina bianca in punti nevralgici, denunciano incuria. Ho dato istruzioni di tutti i generi: aspirapolvere con accessori, il ’ficcanaso’ e poi la spazzola, il piumino da spolvero, la spugna ben strizzata per le copertine che sopportano un po’ di umido. Ora, il fatto è che io so benissimo come si dovrebbero pulire i libri perché l’ho  visto fare una volta che, da ragazza, andai da un’amica ispettore all’Istituto Centrale per il Restauro a prendere in prestito l’Enciclopedia dell’Arte per delle fotocopie e la trovai alle prese con la pulizia annuale della sua libreria. Stava arrampicata sulla scala con la colf, tutte e due con grazioso foularino a prudente protezione della messa in piega, una toglieva ’un’ libro dallo scaffale e l’altra lo apriva, lo sbatteva con delicatezza e poi con l’apposita spazzola spolverava le pagine ’una ad una’, dedicando una cura particolare alla costola e alle sue incollature.

Sulla faccia di Psiche, davanti alla prova della cernita del cereali, si dovette stampare un’espressione analoga alla mia. Lei, almeno, fu soccorsa dalle formiche, le due signore davanti a me, invece, avrebbero fatto tutto da sole, un’impresa che, a confronto, la decorazione della Cappella Sistina con Michelangelo con la candela in testa che, titanicamente, si butta in solitudine su volta e lunette, sembrava aver finalmente trovato un termine di paragone. Presi il volumone dell’Enciclopedia dell’Arte, andai a fare le fotocopie che mi servivano, suonai nuovamente il campanello, le rividi che avevano finito il volume precedente e avevano attaccato il successivo, ringraziai e augurai loro buon lavoro. Non so se Umberto Eco, che dichiara il possesso domestico di 30.000 volumi, pulisca i suoi libri in questo modo. Io, che ne ho qualcuno di meno, no. Non ho mai trovato il coraggio di prenderli uno ad uno, subito dopo questo pensiero mi viene quello dell’incendio della Biblioteca di Alessandria, secondo me appiccato da una colf alla quale era stato chiesto di procedere alla pulitura annuale ed è questa seconda visione a prevalere. In passato raccomandavo che i libri fossero ’almeno’ spostati e puliti a gruppi ma i danni erano pittoreschi, ordine alfabetico scombinato, testi capovolti e libri piccini che diventavano invisibili perché andavano a infilarsi in quelli più grandi (questo è uno di quei casi in cui proprio non si può delegare). Ora sono venuta a più miti consigli e provvedo personalmente solo alla spolveratura (con spazzola, a gruppi di pagine, mai e poi mai una pagina per volta) dei miei volumi di decorazione e dei miei fumetti, praticamente i miei gioielli (da me i cataloghi d’arte non sono libri preziosi da tenere sulla coffee table, a meno che non si intenda per coffee table il tavolo della cucina dove si fa colazione perché in quel caso sì che stanno lì sopra e succede pure che qualcuno ci prenda il caffè su, come la sera accade che ci si ceni accanto, dando loro un’affabile spintarella per toglierseli dai piedi, almeno provvisoriamente).

E veniamo ora al tema di questa puntata di Opera Soap, annunciato nel titolo: i fumetti, o meglio, lo stato di pulizia in cui sono tenuti i fumetti nelle librerie romane.

Come sapete (v. puntata n° 47 Ferragosto Blues) si è acceso il fuoco fra me e i manga. Sono una persona seria e quando faccio una cosa mi piace farla, come diceva mia madre  a proposito di come si dovevano fare le cose serie, con tutti i sentimenti. E con tutti i sentimenti mi sono messa alla caccia di manga. Siti internet, telefonate, autori che sto imparando a conoscere. Con il verso di lettura va decisamente meglio perché sto leggendo quasi solo manga. (Confesso però che si sono presentati problemi con un Maigret perchè cercavo di cominciare dalla fine ed era, appunto, comparso il nome di quello che aveva fatto a pezzi l’uomo un braccio del quale era stato trovato all’inizio nel canal Saint-Martin. Forse non mi regge il cervello, come ebbe a dire cavallerescamente Liam Gallagher degli Oasis di una delle Spice Girls: per la, al tempo, signorina, era impossibile fare due cose contemporaneamente, per cui se masticava una gomma americana non riusciva a camminare e viceversa. Vorrei vedere tutti e due, Oasis Boy e Spice Girl, alle prese prima con un manga e poi con Maigret, vorrei proprio vedere se regge loro il cervello). Ho passato al setaccio le mie librerie consuete, tutte le sedi della Feltrinelli, la Librairie Française (i francesi vanno forte anche con la traduzione di manga, c’è uno straordinario festival ad Angouleme dal quale, mi pare di capire, passano tutti e prima che da noi www.bdangouleme.com), una Mondadori. Ho messo insieme un trésor de guerre polverosissimo; sì, perché le librerie, i professionisti dei libri, hanno i nostri medesimi problemi, polvere dappertutto, strisce nere sulle pagine, scaffali che a vederli viene lo sconforto, ordine scombinato, mani sporche e magliette (fra un po’, in autunno, diventeranno maglie) da cambiare almeno due volte al giorno. Evidentemente non sanno come si fa, non hanno contatti con ispettori del Restauro né spazzole a disposizione, oppure ritengono che vendere libri puliti sia un aspetto secondario del commercio. Ogni tanto in libreria faccio la battuta della polvere di casa mia che mi basta e mi avanza ma serve a poco, l’impressione è di trovarsi davanti a 20 Eco-biblioteche da tenere in ordine e pure senza formiche, è uno di quei fatti tipo i passaggi pedonali a Napoli, nessuno può farci niente, i libri si comprano impolverati e le automobili non si fermano, neppure quelle della Municipale (ho fatto di recente un esperimento antropologico e solo un salto all’indietro mi ha salvata dall’investimento), meglio rassegnarsi, provvedere una volta arrivati a casa alla pulizia e aspettare che il flusso del traffico si interrompa spontaneamente per 20 secondi.

Ma nei miei giri alla ricerca dei manga (alcuni sono a puntate e volumi, praticamente sono entrata in uno stato di dipendenza) un posto meglio custodito l’ho trovato: la Fumetteria. Leggo fumetti da sempre, da ragazzina ero indecisa se scappare con Nembo Kid o con Batman (Batman era più dark, quindi più sexy), ho dedicato a Guido Crepax la mia tesi di Perfezionamento e faccio vedere al mio parrucchiere come modello i capelli en pétard delle eroine di Enki Bilal. Ma non ero mai entrata in una fumetteria, pensavo fossero luoghi per adolescenti sbiellati e invece no, si varca la soglia e si entra in un film e, come sempre davanti a un film, tutto ciò che avviene sullo schermo diventa metafora e rappresentazione astratta della nostra vita. Mi sono dovuta fermare, siderata, davanti all’ordine geometrico degli scaffali, metri e metri di album perfettamente allineati, tutto sotto controllo del gentile titolare e dei due ciccioni che stavano ai computer, uno dei quali si è alzato per andarmi a prendere tutti gli 11 (11!) volumi di Happy Mania di Moyoco Anno (ne ho acquistati solo 2 perché volevo riservarmi il piacere di ritornare e perché avevo già raggiunto una cifra cospicua con altri autori) e poi il dettaglio che fa la differenza: le buste di cellophane. Sì, perché il fumetto ha anche, come ben sa il collezionista, la sua busta, talvolta autoadesiva, definita dal formato con delle indicazioni quasi letterarie: c’è la Benelli, dal nome dell’editore Sergio Benelli, quello di Dylan Dog, e la Benelli Maxi, si vendono in pacchi da 100 e alcuni dei volumi della fumetteria ce l’hanno già in dotazione. Provate a pensare: andate da Feltrinelli a comprarvi un libro di giardinaggio e lo trovate nello scaffale protetto dalla sua bella busta di cellophane, ve lo confezionano pure, lo pagate, vi fanno lo scontrino, ve lo portate via e siete i primi a toccarlo. Quando l’aprite è anche ’pulito’. Ci volevano i manga a suggerircelo.

Del resto anche Roland Barthes quando parla di Giappone (rileggete L’Impero dei segni, 1970) cita i pacchetti, con l’involucro spesso ripetuto in modo che non si finisce più di disfarli, talmente belli che ’è la scatola l’oggetto del regalo, non quello che contiene’. Dice che la sua esperienza giapponese si è limitata a problemi di ’art de vivre’: acqua, cibo, il Pachinko (praticamente una macchina a soldi), il centro delle città, gli indirizzi, la stazione, come abbiamo visto i pacchetti, la scrittura, l’haïku, la cartoleria, la palpebra. Barthes non ha conosciuto i manga, almeno nel senso moderno del termine (il loro inventore  è considerato Hokusai, 1760-1849), sono certa però che gli sarebbero piaciuti e che ad essi avrebbe dedicato pagine raffinate e singolari. Avrebbe certamente dato un senso anche alla polvere dei libri, l’avrebbe ridotta a segno trovandone il significato, quando c’è toglie vitalità, quando l’abbiamo eliminata è come se avessimo scoperto noi ciò che stava sotto, trasformandoci tutti in Indiana Jones alla ricerca dell’ultima puntata del nostro manga preferito.

Non ricordo se la mia amica sulla scala amasse i fumetti, ma era una donna molto intelligente per cui è probabile che non fosse chiusa a questa esperienza. Davanti ai miei occhi, in questa domenica di fine agosto con ancora tutti in vacanza, si è formata l’immagine quasi esilarante del serio Ispettore del Restauro che passa alla colf, con la medesima solennità di un testo di Aby Warburg, un manga e della colf che, con espressione raccolta e compunta, solennemente apre una ad una le pagine e le spazzola senza rispettare, però, il senso di lettura, rimanendo così all’esterno della narrazione, non coinvolta dalla trama, perplessa davanti a una successione di scene al rovescio, dotata, in compenso, di un argomento in più di conversazione, quello della stranezza degli storici dell’arte, che passano da immagine a immagine senza riguardo né per l’alto e il basso né per la destra e la sinistra, rispettosi solo dei suggerimenti dei filosofi e disposti, dunque, a parlare di fumetti solo in fumetteria e solo con il titolare gentile e con i ciccioni al computer, davanti al bancone con la pila dei rimanenti 9 (9!) volumi di Happy Mania della mitica Moyoco Anno, tutti ordinati, sotto cellophane, puliti.    

inizio
stampa

50. Keep Cool

Materiale Bizarr Verlag, Monaco di Baviera www.bizarverlag.de

Il mio frigorifero all’interno è calvinista, rigoroso, ordinato, molti cibi bianchi, latte, yogurth, anche uova candide che sembrano quelle ritratte da Velázquez nel suo dipinto con la vecchia che le frigge, la mia scorta di cosmetici, sempre una bottiglia di champagne. Per il suo esterno sono, invece, ancora lontana dalla perfezione: mi obbligo a tenerlo sgombro, certo non ci sono magneti con la paella o la baguette, evito di attaccarci i post-it (che, altrove, stanno dappertutto. E li leggo, fra l’altro) o la lista della spesa, mi sono data delle regole, per esempio ’o’ Mick Jagger ’o’ David Beckham, non tutti e due insieme (li sottopongo a turni, come si fa quando si ha più di un amante e bisogna stabilire delle alternanze), poi solo una settimana di esposizione per le mail carine, al ritorno da un viaggio, approfittando della lontananza che ha dato profondità e prospettiva alle cose, almeno 15 minuti di riflessione su ciò che può essere eliminato, insomma una tortura, il risultato della quale è, però, un insieme di oggetti che parlano e raccontano una storia, almeno a me. Un tema è ricorrente, quello del There’s No Place Like Home (non state a lambiccarvi il cervello, vi dico io dove lo avete già incontrato: puntata n° 40, Sound & Colour Track, stava all’ingresso), declinato in molti modi. Ci sono poi un paio di cose simpatiche: una placchetta di metallo con magnetino con la scritta ’A woman like me is Hard to Find (...interruzione di deliziosi mucchietti di frutta e verdura) but the Kitchen (evidenziato in giallo, il resto della scritta è blu) is a good place to look’ (davanti a questo messaggio un paio di persone si sono fatte una bella risata, fa piacere che gli ospiti si divertano quando vengono in visita. Non ho avvertito sarcasmo nello sghignazzo, oppure lo sfrigolio della padella della mia  famosa omelette - 3 uova a testa, disfatte e non sbattute, ’baveuse’ comme il faut, erba cipollina di complemento - ha coperto tale sfumatura); poi una citazione da As You Like It, ’When I was at home I was in a better place’ (è Touchstone che parla e Shakespeare ci sta sempre bene).

Ciò che, però, rappresenta al meglio la vita domestica è una cartolina della Bizarr Verlag con l’augurio ’have a nice time’: il dettaglio importante è che ’time’ è sbarrato e c’è al suo posto ’cleaning attack’. Il solo guardarla mi riempie di energia e, complici le signorinette anni ’50 che sorridono poco più sotto in una foresta di detersivi, finisce che accetto l’invito. Il premio finale è riportato in basso: ’Then relax. Sit down...put your feet up and rest for a while’. Fatemi sapere (io non guardo mai la tv, con l’eccezione di qualche partita di calcio dei Mondiali e degli Europei) se c’è uno spot, un programma, un animatore, una showgirl in grado di  infondere tanto utile coraggio nell’attaccare una nuova giornata, se dal televisore, invece che dal frigorifero (tutti e due, ve lo ricordo, sono elettrodomestici) arriva qualcosa di meglio per pensare rosa e positivo, combattere il blues mensile e anche quello stagionale, ritrovarsi, nella peggiore delle ipotesi, perlomeno con la casa rimessa in ordine. Grazie.

inizio


Realizzazione PanPot / Carlo Di Giugno