Opera Soap

 
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251. Quel fantastico treno

Quel fantastico treno, uno dei miei più bei libri di fumetti con Crepax, Pratt e altri, 1992

Cordone rosso di accesso al livello Executive dei nuovi treni (Stazione di Napoli Centrale, aprile 2012)

Joseph Mallord William Turner, Rain, Steam and Speed, The Great Western Railway, prima del 1844. Quelli sì che erano treni

Da ragazza avevo un'amichetta che veniva spedita dalla madre tutti gli anni a sciare a Cortina, anche a prezzo di pesanti sacrifici, perché si trovasse un marito abbiente, all'altezza delle sue (della madre) aspettative. Non so come sia finita, però finché ci siamo frequentate lei si limitava a andarsi a divertire in modo per niente impegnativo: me lo diceva al ritorno ma, ancora prima, attraverso cartoline innevate sulle quali trovavo frasi del tipo 'Come mi diverto, sapessi', seguite dall'elenco delle marche delle automobili di cui il posto era pieno e su cui, deducevo, lei faceva, chiamiamoli così, esercizi di apprendimento.

Questi nostri odierni sono tempi duri, e diventano durissimi se si trascorrono alla ricerca di un marito, cosa che qualunque donna dovrebbe volere perché, come dice il mio Debrett's New Guide to Etiquette & Modern Manners (John Morgan, 1996), 'per una donna è importantissimo essere stata sposata, o almeno essere stata considerata tale, fosse pure solo per cinque minuti'.

Detto questo, siccome mi piace dare consigli, ecco che vi suggerisco il posto giusto dove cercare: il treno.
Non, ovviamente, un treno qualunque, ma uno di quelli nuovi pensati da Trenitalia con quattro livelli di classe, tre dei quali (Executive, Business, Premium) corrispondono alla prima tradizionale e uno (Standard) alla seconda.

Lasciate perdere la Executive, dotata di sedili tipo quelli dei voli chic intercontinentali (pure sdraiati, non si sfiorano nemmeno i piedi dell'altro) e praticamente deserta. Evidentemente a poco servono i pasti firmati da Gianfranco Vissani e la deliziosa saletta riunioni, oppure servono solo raramente.
Comunque per trovare un marito serve un po' di scelta e in Executive la scelta è assente.

Concentratevi sulla Business, che è piena di uomini giovani, ben vestiti, tutti con i-Phone e portatile, cartella e, in casi più eccentrici, zainetto. Leggono tutti il giornale o stanno concentrati sul display ma io vi assicuro che se una donna passa loro davanti, sarà la noia del viaggio o sarà che gli uomini sono osservatori, un'occhiata gliela danno.
Ora, volendo essere pragmatici, un viaggiatore della Business non ha grossi problemi economici, apprezza stare comodo, è mediamente istruito, sa, deduco, come si sta a tavola, è uno che lavora, produce, nuota nel moderno.

Praticamente, è il marito ideale.
Quindi, bisogna fare in modo di conoscerlo.

E conoscersi in treno è una cosa facilissima: tutti in treno sono disposti a parlare, a raccontarsi, a svelare segreti intimi, più di una volta mi sono stupita per la naturalezza del contatto, sarà la forma contingente dello spaesamento, la situazione letteraria del viaggio, sarà che in molti si portano dietro l'idea del confessionale come luogo chiuso e abbinato, in passato, allo scompartimento, oggi, pure nella carrozza pullman, quanto di più promiscuo ci sia, amano vuotare il sacco.  

E le donne, a quel punto, possono mettersi in ascolto.
Domandare se il posto di fronte è libero, accomodarsi, fare quelle cose che fanno le donne: sorridere, guardare negli occhi, promettere.
Possono anche cadere: una volta si faceva cadere il fazzoletto, oggi è meglio cadere di persona e direttamente. Cadere addosso a qualcuno in treno è semplicissimo, io cado continuamente non appena mi alzo per andare a lavarmi le mani alla toletta, inciampo nelle scarpe (dal 43 al 46) indossate da signori che stanno spaparanzati come se stessero sul divano di casa loro, invadono il territorio, tendono trappole, fanno lo sgambetto a chiunque passi.
E pure lì, ve lo dico per esperienza, se a un uomo cade addosso una donna, non si arrabbia. Certi, al contrario, sono contenti, si legge loro negli occhi, sarà la monotonia del viaggio oppure il gusto del contatto, fatto sta che si affrettano a rispondere alle scuse 'Ma per carità, non si preoccupi' e la frase è piena di puntini di sospensione, che si possono riempire a proprio gusto, per esempio potrebbe starci come seguito: 'Se vuole cadere anche quando ritorna al suo posto, faccia pure con comodo, per me va benissimo'.

Consideriamo anche lo snack, annunciato dall'altoparlante e offerto nei primi livelli. Attenzione, però: in Premium danno solo un cioccolatino sdutto, e sul cioccolatino sdutto, pure se fosse in forma di coccinella (alcuni sono tali), è un po' difficile imbastire un discorso.

Più facile davanti a un bicchiere di prosecco; certo, il sacrificio si impone. Bere prosecco la mattina presto forse non è di comune gradimento, però la strategia suggerisce di applicarsi, trovare marito è un lavoro a tempo pieno, una mica ci si può dedicare solo a partire dalle 6 del pomeriggio, quando l'alcool ci comincia a stare bene e aiuta a venire a patti con la conclusione della giornata, sempre carica di bilanci e ormai in vista.

Basta rifletterci su un attimo: servono lo spumante, ci può essere uno scambio di punti di vista sullo snack (dolce o salato, si cominciano a chiarire i rispettivi gusti), per non parlare della possibilità di fare un brindisi, intrecciando esperienze, cercando un terreno comune, anzi, meglio, buttando lì che la conversazione è talmente stimolante che sarebbe un vero peccato farla morire sul nascere e limitarla al solo toccarsi dei bicchieri contingente.

Facendo due rapidi conti e considerando le fermate e il saliscendi, una donna attiva sulla tratta Napoli-Milano può riuscire a testare anche 5 o 6 uomini al giorno, una cifra pazzesca dal punto di vista delle possibilità, che si rivelano assolutamente superiori a quelle di un qualunque invito a cena in casa di amici dove, fra l'altro, si annida pure la concorrenza, dove, cioè, altre donne stanno a tavola con il medesimo intento e guatano i presenti.

Sul treno no, è possibile agire come solista, defilarsi se il gioco si fa pesante o si rivela sgradito, in treno tutto è di passaggio, a meno di non volerlo fermare come si ferma il tempo nel momento in cui nasce una storia. 

Un paio di ultimi suggerimenti: la ricerca del marito deve necessariamente svolgersi nei giorni feriali. Sarebbe, infatti, del tutto inutile frequentare i treni nel fine settimana, quando sono pieni di famiglie in gita turistica e di pendolari che si annoiano dove stanno e vogliono tornare al punto di partenza.
E bisogna evitare come la peste il livello Standard: ultimo, infimo, trascurato da tutti, privo di qualunque conforto aggiunto, non passano il giornale, non ti allungano la salvietta detergente e si guardano bene dall'offrirti anche un bicchiere di acqua.
E poi è pieno di professori. Che fanno avanti e indietro per l'Italia, si ritrovano con lo stipendio amputato a causa dell'abbonamento, si sono alzati troppo presto e ritornano a casa in giornata, sono, cioè, costantemente morti di sonno, scocciati dai chilometri che si accumulano e dalla stanchezza, tendenzialmente sudici perché nonostante il lusso apparente (l'ingresso in Executive avviene attraverso un cordone rosso fissato su colonnine), nessuno pulisce mai i treni a fondo e il personale in tuta arancione si limita a raccogliere le cartacce e a passare il medesimo scopettone sul pavimento del gabinetto e sui sedili che dovessero presentare tracce evidenti di sporcizia.

Dunque, riassumendo: definire il territorio di caccia; agire con costanza e applicazione; volendo per davvero perdere la testa (lo scopo è anche questo), evitare di perdere tempo con spostamenti e azioni che non producono risultati rapidi e visibili.
E evitare anche Cortina, posto ormai abusato, fuori tempo massimo, inadatto allo scopo, dispendioso, noioso, nemmeno servito dai nuovi treni.

(Il titolo di questa puntata è un omaggio a un bellissimo libro di fumetti edito da ADN KRONOS nel 1992, che, da appassionata e da pendolare, rileggo spesso e con diletto)


 

 

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252. The Best Advice (I Ever Got)

Copertina 'Better Homes and Gardens', Novembre 1946

'Keep your home tidy (you never know who might pop in)

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253. Il post di FB del 16 maggio 2012 che non voglio perdere

Asarotos oikos, II sec., da Villa Adriana, Roma, Musei Vaticani

L'asarotos oikos, ovvero la stanza dal pavimento non spazzato (questo viene da Villa Adriana, II secolo e sta ai Musei Vaticani). Se lo è inventato Sosos, mosaicista di Pergamo, sempre nel II secolo, ma a. C., per cui si può dire che ha avuto un duraturo successo. Rappresenta un pavimento cosparso di rifiuti del banchetto (ossicini, valve di molluschi, pezzi di frutta, gusci di noci, a uno dei quali si accosta un sorcetto). Quando si ha la casa sporca, ricordarsi che c'è stato anche chi l'ha ritratta. Ma poi pulirla il più presto possibile. (Studio le nature morte e questa mi piace moltissimo) 
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254. La cenetta romantica

Lilli e il Vagabondo, ovvero Lady and the Tramp, Walt Disney, USA, 1955

E', in senso stretto, quella che si consuma al ristorante.

Una donna normale, che ci tiene a fare la sua figura, per mettersi in tiro impiega un paio di ore. Si può salire di un'altra quarantina di minuti, ma lì stiamo. Anzi, è anche possibile che se vi siete già apparecchiate la mattina per la vostra giornata, una doccia e una ripresa del trucco bastino.
Sulla ripresa del trucco devo riprendere io tutti i make up artist di cui seguo le gesta: mai che dicano che cosa si fa con il fondotinta, che non conviene riapplicare perché si rischia un impasto pronto a creparsi.
Si riapplica la cipria, ma spesso non basta.
Il correttore, medesimo problema, insomma, bisognerebbe ricominciare daccapo tutto.
Con l'ombretto mi sembra che si possa scendere a patti.
Il mascara è un caso a parte, lascerei quello del mattino.
Nessun problema, invece, per il rossetto: quello, per farlo tenere, va riapplicato dalle 7 alle 12 volte al giorno, dipende da quante ore vi serve avere la faccia illuminata, oltre che dalla vivacità della vostra intelligenza, anche da un aiuto esterno.

MA. Nel caso si voglia fare la cenetta romantica in casa, bisogna trovarle un altro nome.
Qualunque pasto consumato con un ospite cui non si voglia dare un'impressione di sciatteria (Dio ci scampi) assume le dimensioni simboliche di un rancio per un battaglione, seppure piccolino. Diciamo una pattuglia di soldati, di quelli giovani e gagliardi, ovvero con una fame da lupi.
Calcolate, dunque, almeno 4 (quattro) lavastoviglie e 3 (tre) lavatrici.
Più la spesa, la preparazione della casa, quella della tavola, l'atmosfera.
Poi non dimenticate che dovete sempre prepararvi voi.

Conti alla mano.
Le lavastoviglie. Prima va disimpegnata di ciò che appartiene al passato (mettiamo: la colazione e il pranzo) tutta la cucina, lavaggio n° 1. Poi si carica ciò che è servito per preparare il semplicissimo menu che avete messo a punto, lavaggio n° 2. Poi c'è la cenetta vera e propria, lavaggio n° 3. Poi, siccome una lavastoviglie non basta a contenere tutte le attenzioni di cui l'ospite è stato oggetto, il lavaggio n° 4 si impone.


Non venitemi a raccontare che famiglie di 5 persone mandano la lavastoviglie una sola volta al giorno: da una parte, poco me ne importa; dall'altra, sono sicura che abbiano una concezione diversa dalla mia della cenetta romantica.

Le lavatrici: cominciate con il togliere tutta la biancheria usata del bagno, che deve essere geometrico e netto come nelle riviste che pubblicano foto di case nelle quali sembra sempre che mai nessuno abiti (per una casa non è un complimento). Poi aggiungete la biancheria della cucina consumata durante la preparazione del pasto. Sommate quella che si usa durante la serata (l'ospite verrà probabilmente da una dura giornata di lavoro e vorrà rinfrescarsi; ci sarà del tovagliame; e poi tutta la panoplia dei lini e dei cotoni che in un'abitazione degna di questo nome deve essere abbondante) e ci siamo.

Calcolate 4 portate per un simposio minimale: un piccolo antipasto per distrarre l'attenzione dell'ospite dalla pentola degli spaghetti (solo il controllo del sale e della cottura, io seguo quest'ultima anche con un timer svizzero, richiedono un'attenzione pari a quella del chirurgo in sala operatoria e non tollerano intrusioni); il primo cui abbiamo già fatto cenno; un secondo, che può essere unico (mia ultima trovata: la Caesar salad, che però, fra cottura del petto di pollo e dell'uovo, mondatura della lattuga, taglio del parmigiano e del resto nella dimensione giusta e operazione di condimento, quanto a impegno non scherza per niente); un dessert, spesso lavorato a parte, ovvero in grado di richiedere da solo mezzo pomeriggio.
E poi tutte le altre cosette, il caffè, il cioccolato, la voglia di assaggiare questo e quello.

E i vini. Importantissimi, responsabili dell'andamento fluido della conversazione, oggetto essi stessi dei discorsi, compra, porta alla giusta temperatura, controlla, apri (la bottiglia la deve aprire l'ospite come da rituale e l'ospite va dotato di un'attrezzatura efficiente altrimenti ha tutti i diritti di cominciare a lamentarsi e di farsi venire sospetti sul funzionamento del vostro ménage domestico). Per ciascuno un bicchiere diverso e, se vi fate un rapido conto e aggiungete quello, immancabile, dell'acqua, arrivate a 8 e, talvolta, anche 10 pezzi per un convito informale.

E le stanze: in dieci minuti d'orologio sono tutte invase, complici le luci accese per dare il senso della festa.
Si chiacchiera, e c'è il libro o il fumetto da vedere, il disco da inserire, il video che corre sullo schermo del computer, più sale la conversazione e più è bello sostenerla, la rivista, la brochure, il ritaglio di giornale messo da parte per la circostanza.

Nel lume morbido e mobilissimo delle candele la casa assume in un battito di ciglia l'aspetto di un campo di battaglia.

Ma, datemi retta: in occasione della cenetta romantica dimenticate il principio sacrosanto americano del 'Clean as you go along', che è ottimo in condizioni normali e vi ricorda che ogni volta che avete finito di usare una cosa, è bene toglierla di mezzo subito (lavarla; asciugarla; chiuderla se deve essere chiusa; rimetterla al suo posto): se lo fate correte il rischio di assumere l'allure di Cenerentola, ma non quando sta al ballo, ché quella allure là andrebbe pure bene, bensì quando sta in cucina a spignattare o a passare lo straccio.

Lasciate perdere, ammucchiate i piatti, dimenticate la panna montata residua rimasta fuori dal frigorifero, se si inacidisce sono fatti suoi, l'importante è non vi inacidiate voi, fate in modo di non fissarvi sulla gora che probabilmente sta imprimendo il secchiello del ghiaccio sul tavolo del soggiorno, godetevi l'attimo, l'occasione, pensate che domani è un altro giorno.

E che, se non pulite la sera stessa pure se si è fatta notte fonda (può anche darsi che l'ospite, stremato dalla dura giornata di lavoro di cui già si è detto e probabilmente anche un po' dal contenuto dei 3 o 4 bicchieri, escludendo quello dell'acqua, di sua competenza, si addormenti come un sasso impedendovi, è facile intuirlo, ogni movimento, fosse solo per il rumore che produrreste e che rischierebbe di disturbarlo), probabilmente sarà il domani a richiedere di riportare tutto allo stato di quiete precedente la cenetta. 

E vi farà piacere offrire all'ospite al suo risveglio anche una prima colazione.
Il che significa che, nell'ipotesi, dovete tenere sotto mano tutto quello che serve alla bisogna, dal latte, al caffè, ai biscotti che sono di suo gradimento.

Ma solo per preparare un vassoietto con una tazzina di caffè da portare a letto vi servirà un po' di spazio, e lo spazio, come sappiamo, è tutto invaso dai resti della cenetta che voi non avete sgombrato, i pezzetti di cibo languiscono, i fondi di bicchiere hanno un segno probabilmente indelebile senza il decalcificante, non c'è un solo centimetro quadrato che non appaia percorso e riassestato malamente dal vento romantico che ha soffiato sulle vostre teste.
Se fosse passato sulla vostra casa uno di quei cicloni che, chissà perché, hanno quasi sempre un nome di donna, tutto, dall'arredo, ai suoi complementi, ai tappetini della cucina e del bagno, non sarebbe così in disordine.

Poche storie.
Svegliatevi un'ora prima e rimettete a posto: mandate la lavastoviglie n° 3, passate lo straccio con la crema per i mobili sulla gora, riorganizzatevi la faccia.

Porgendo il vassoietto con la tazzina di caffè al reduce dal sonno, ricordate la lezione di Nefertiti che, in un dipinto egiziano del 1876 a. C., mesce in eleganza una bevanda al re Akhenaten, suo sposo (ma potrebbe essere anche un ospite di passaggio). Atteggiamento 'tenero e riguardoso insieme', ci dice Elena Canino, che ancora una volta ci viene in soccorso con la sua bibbia La vera signora (1952): 'Non bisogna...svelare quanto è costata la pace intorno, né quanti fulmini l'abbiano trafitta prima di comporsi in tal modo'.
Come deve comportarsi una signora? Come 'quando a una festa tutti la complimentano per il suo aspetto raggiante': mica sta lì a rivelare che è stata all'istituto di bellezza, che si è fatta la maschera dappertutto, anche ai capelli, che è stata due ore e quaranta davanti allo specchio.
'Ringrazia come fosse la cosa più naturale del mondo'.
Dunque, nell'accompagnare l'ospite alla porta e nel salutarlo con il velo di dispiacere che impone qualunque distacco, sappiamo ora quale deve essere l'atteggiamento.

A passare l'aspirapolvere e a lavare con il detersivo a tale scopo preposto i pavimenti che sono stati calpestati (praticamente tutti, compresi gli angoli e anche quello del balcone perché l'i-Phone dentro casa non prende) ci si mette una mezz'ora, un tempo veramente insignificante davanti all'onda lunga, duratura, se non eterna e capace di riscaldare nel tempo ogni brivido di gelo che venga dal cuore o dalla mente, che porta sempre con sé la cenetta romantica.  

 

 

  
  

 

 

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255. La chiave di Gio

Vista dalla terrazza del Royal Continental, Napoli, mia foto scattata con il mio cellulare il 14 giugno 2012

Il bagaglio di Penelope in Nine, Rob Marshall , 2010

Vanity di Gio Ponti per l'Hotel Royal di Napoli Italy, 1953, mogano, specchio Fontana Arte, doratura in bronzo. Questo pezzo è stato venduto all'asta per $ 8,400 il 5 dicembre 2006
 

Mia idea su come potrebbe svolgersi l'imminente e tremenda sessione di esami di giugno, II appello, con inizio il giorno 20.

Martedì 19 preparo il mio bagaglio, una cosa signorile, più o meno come Penelope Cruz in Nine, per intenderci (vedi immagine).

La mattina successiva chiamo un taxi perché mi è impossibile trasportare da sola tutta quella, indispensabile, roba e mi faccio portare a Roma Termini. Solito Frecciarossa per Napoli Centrale. Una volta arrivata, lì è possibile, cerco un porteur che si incolli al mio posto i miei personalissimi effetti. Ancora un taxi e scendo al Royal Continental, via Partenope, dove avrò prenotato una camera con vista su Castel dell'Ovo al primo piano, quello dove tutto è stato filologicamente preservato ed è firmato in ogni dettaglio da Gio Ponti.
Letto grande, ovvio.

Sbrigate le formalità all'accettazione, sistemate provvisoriamente le mie cose, passeggiata sul Lungomare per via Nazario Sauro e via Toledo fino in Accademia, 30 minuti di buon passo, intorno a me il cielo che si sposa con il mare in un matrimonio scintillante e tutto quello che accade in strada da quelle parti, ovvero quella materia umana e, per me, mentale, in grado di farmi passare il taedium vitae che mi segue da sempre fedelmente.

Pubbliche relazioni in Segreteria, verbali, faccende organizzative, Aula, studenti, prime prove.

Alle ore 18:00 chiusura dell'Accademia. Ritorno sui miei passi. Albergo a 5 stelle, ovvero lenzuola cambiate tutti i giorni e asciugamani che, appena toccati e abbandonati al loro destino sul pavimento, ritornano come per incanto puliti al loro posto. 'Sapete quanti asciugamani sono lavati tutti i giorni al mondo a causa dell'utilizzo che ne fate voi negli alberghi?'.
Assolutamente no, e non voglio saperlo.

Stanza d'incanto, semplice e poeticissima, tutto filologicamente conservato, angolo creativo della scrivania con lo specchio, luce notturna che segnala il percorso per andarsi a prendere un bicchiere d'acqua, la chiave, ciò che più mi commuove, disegnata anch'essa dal Maestro, chissà quando lo ha fatto, forse in una sera vuota, forse in un giorno pieno, se uno deve disegnare tutto nei dettagli, anche la chiave, certo non ha tempo per farsi seguire dal taedium.

Prendo nota anche di questo.

Cena.
Volendo, c'è il Bistrot dell'albergo. Insalatina di mare su Rucola e Pomodorini del Piennolo; Sartù di riso tipico partenopeo; Filetti di pesce del Golfo in crosta di Patate. (Tutti i secondi sono accompagnati da contorni del giorno). Due calici almeno di Lacryma Christi bianco bien frappé.
Se ho voglia di qualcosa di meno formale, Nennella ai Quartieri, con 10 euro ti danno tutto, dall'antipasto al limoncello.
Oppure uno dei ristoranti ancora seri proprio lì davanti, con un buon tavolo affacciato sul mare e intorno la danza cortese dei camerieri che ci tengono a fare la loro figura.

Prendo il ritmo, una decina di giorni circa. Sveglia alle 7, colazione, toletta, passeggiata fino in Accademia, esami, esami, esami, alle ore 18:00 sono libera e mi dedico alle mie relazioni locali, calde e suscettibili di approfondimenti.
Cena con parole, parole e passeggiata, altre parole via sms per la buonanotte.

Almeno un paio di sere da sola, ogni stanza è dotata di terrazza, seduta di fronte a uno dei panorami più belli del mondo, nel mio cuore il più bello, mi faccio assalire volentieri dalla solita marea di ricordi e progetti. Nella notte che diventa sempre più scura, il mio umore si schiarisce e viene preso in carico da qualcuno o da qualcosa d'altro che sta comunque fuori dalla mia testa.

Forse un rapido bagno in piscina sul roof, ma dopo il tramonto, quando se ne sono andati tutti. Non apprezzo le piscine affollate, mi piacciono solo quando sono deserte.

Forse un ritorno a Roma a mezza strada per vedere come stanno i bonsai e i pesci rossi. Autonomia di questi ultimi: giorni 6 con cibo solido, ma è meglio dare un'occhiata a come se la passano.

Forse un mezzo pomeriggio, per riprendere fiato e cambiare paesaggio, con piccolo giro di shopping dalle parti di piazza dei Martiri.

Un paio di visite d'arte, leggere e suggestive, approfitto del soggiorno.

Consegna finale dei verbali in Segreteria, ricomposizione del bagaglio. Taxi, Napoli Centrale; Frecciarossa; taxi Roma Termini fino a casa.

Rientrata, stanca ma soddisfatta, mentre vado disfacendo il bagaglio, sistemo con cura ricevute e fatture, le riordino e le invio al destinatario competente, Stato, Ministero, Amministrazione Accademia, che provvederà comunque in tempi brevi al saldo totale delle mie spese senza che io abbia, da tutto questo, alcun fastidio oltre a quelli già sopportati che attengono al viaggio, agli esami e al soggiorno.

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256. Il post di FB del 25 giugno 2012 che non voglio perdere

Andy Carroll, English Footballer (1989-)

Due giorni fa ho fatto mettere il decoder. Cose che ho visto in televisione negli ultimi tempi: 1. I funerali di Lady D, 1997. 2. La caduta delle torri, 2001.
Sono alle prese con le istruzioni per il suo buon uso e ne approfitto oggi per fornirvi le mie rivelazioni calcistiche.
Trovo gli uomini italiani fascinosissimi ma non ho mai tifato Italia. Perché? Perché durante gli Europei e i Mondiali mi prendo una vacanza. Da che cosa? Dallo scuro, dal moro, dal velluto, dal morbido, dall'avvolgente, dal familiare, dai nomi che finiscono in vocale, dai buoi nati nel mio medesimo quartiere, dagli occhi negli occhi senza che quasi mai mi venga il torcicollo o la cervicale, dal cocco di mamma, dai piatti messi in lavastoviglie sempre dall'altro verso, dal caffè espresso in tazza piccola, dal che cosa si mangia stasera con un impersonale che è un capolavoro e che esclude tutto il processo, mercato, pulitura, preparazione, cottura, che mette il cibo in tavola, insomma, evado, innocentemente. E vado verso altre nazioni, anzi, verso altre Nazionali: Svezia, Danimarca, Norvegia, Inghilterra, piuttosto spesso Germania, Olanda, certamente, anche se lì uno (una) si aspetta una squadra di atleti alti m 1,90 con la pelle di latte e occhi verdi grandi come uova fritte e se li trova invece davanti tutti volentieri neri. I miei campionati più simpatici sono stati quelli di quando, ragazzi nella casa paterna, mio fratello, pur di non vedere la partita da solo, sopportava stoicamente di avere accanto un Traditore della Patria e, già che ci si trovava, faceva pure una scrematura e mi segnalava questo e quello, prendendoci sempre perché conosceva perfettamente i miei gusti in fatto di innocenti evasioni. Poi la vita è diventata più complessa e tutte le volte che seguivo una partita concentrandomi, lo ammetto, un po' troppo sul campo avversario, fioccavano occhiate di compatimento e commenti per niente innocenti, dai quali uscivano fuori difetti fisici che io, poco esperta di calcio, non riuscivo a vedere e certe volte anche tare ereditarie, evidentemente rivelate dalla stampa specializzata che io non seguivo. Ma tant'è. Il calcio è un gioco bellissimo perché, come ci insegnano gli antropologi e come capisce pure chi, come me, di calcio capisce poco o niente, in campo ci sono guerrieri che seguono una palla, che può essere milionaria ma pure pezzentella, come se inseguissero il cammino del sole. Dunque, siccome l'incolumità fisica mi sembra, per vivere, indispensabile, vinca il migliore, anzi: W e vinca l'Italia.  

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257. Operazione San Giorgio (Ferragosto 2012)

Ferragosto 2012

Vitale da Bologna, San Giorgio e il drago, 1330, part.

Sgrassatore, la mia ultima passione fra i detersivi

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258. Due piedi a terra

La scarpiera della mia casa in via Clelia

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259. The Knife's Day

Il mio coltello da pane

 

Capisco la delicatezza di un argomento simile trattato da una signora, ma in qualche modo dovrò pur parlarne, data la singolarità del fatto. Questo è il mio coltello del pane, misura 28 cm, ha la lama seghettata e ci convivo da quando, ragazza, andai a stare da sola. Fu, infatti, una delle poche spese che affrontai in quella situazione di sobrietà costretta, anche perché, senza coltello del pane, una cucina non è tale, non solo manca di uno degli attrezzi principali, ma si è pure obbligati a mangiare solo rosette o panini al latte, eliminando dalla propria esistenza una delle gioie fondamentali della tavola: quella della pagnotta.

L'unica volta che tentai di tagliare una baguette, che sembrava innocua, con un coltello normale, insieme alla fetta si staccò anche un pezzo di falange. Ho recuperato il dito integralmente, ma da allora sono rimasta fedele al coltello in argomento. Che ha avuto una vita brillante, ha presenziato a cenette romantiche, pasti in solitudine e a feste, è rimasto con me perché sulla mia proprietà di esso non si è mai discusso, è anche partito più volte in vacanza, ben avvolto in bende e elastici, con tutta la famiglia quando, per far scapricciare la gatta, si affittava una casa, preferibilmente in campagna.

(E la gatta doveva scapricciarsi parecchio perché non solo stava fuori giorno e notte rientrando di tanto in tanto con un delizioso e piccolo sorcio in bocca, ma quando rientrava definitivamente, stavolta nella casa cittadina, cominciava a impigrirsi, diventava languida, ingrassava, insomma era incinta).

Per farla breve. Ieri sera il coltello del pane mancava all'appello.

Io non solo stavo in piedi dalle sei del mattino e mi ero fatta i soliti 426 km per andare in Accademia, ma avevo pure preso un sacco di freddo e stava anche piovendo e in treno, cullata dal movimento e con sul sedile accanto la cartella, le borse, le tre bottiglie di vino che avevo avuto in regalo e, qui sta il nodo, una magnifica e croccantissima mezzaluna di pane cafone presa a via dei Tribunali, mi cullavo in aggiunta nell'idea di cenare non appena fosse scattata la mia fatidica ora alcolica, ovvero le 18:30, per andare a dormire subito dopo appena possibile, lasciando detto al mondo che non c'ero per nessuno, almeno fino alle 9:30 del giorno successivo.

Ma il coltello non c'era. Ora, idealmente, esso si trova: nel cassetto delle posate; in lavastoviglie; sul ripiano dello scolapiatti; sulla cucina a gas quando il forno è acceso e l'impugnatura di legno deve finire di asciugarsi; sul tagliere, pronto a essere utilizzato.

Niente.

Mi metto a pensare a quando lo avevo usato l'ultima volta, la sera prima con un'altra mezzaluna presa ai Tribunali dal medesimo fornaio; poi quando c'era stato l'ultimo avvistamento, e qui si era fatto buio, perché certi atti sono meccanici e mi sarei più facilmente accorta della sua assenza dalla griglia delle posate che non del suo esserci.
Guardo in tutti i cassetti, anche in quelli improbabili, canovacci, tovaglie, attrezzi, cassetto del tavolo. Mi allargo fino al mio studio, al guardaroba, alla camera da letto, al soggiorno.

Niente.

Escludevo che fosse finito nella spazzatura: in essa ci finiscono gli anelli, i cucchiaini d'argento, qualche volta uno o anche due orecchini, ma un coltello lungo 28 cm era assolutamente impossibile.

Infreddolita, affamata e pure senza coltello.
A parte l'aspetto funzionale, sanguinava il mio cuore al pensiero di tanta perdita (ci sono affezionatissima). E poi dovevo trovare un modo per tagliare il pane senza far sanguinare altro.
Che faccio, lo spezzo in una citazione cristologica? Avrei voluto vedere il Messia alle prese con una mezzaluna croccante e non con quelle pagnottelle che compaiono continuamente nei dipinti che, ti credo, si spezzano facile facile e ti lasciano pure la forza per benedirle.
No, devo cercare un altro coltello.
Prendo quello, grande anch'esso, per i sandwich: è magnifico, un coltello forgiato a mano di marca tedesca, però lo uso solo per tagliare le verdure (e i sandwich, che confeziono forse una volta l'anno) e non ha la seghetta.
Prestando un'attenzione assoluta a ogni passaggio, riesco a mettere nel cestino del pane quattro fette bruttarelle ma ho le dita integre e tanto basta.

E poi io lo so, che a casa mia ci stanno i Mazzamurelli, che mi nascondono le cose e poi me le fanno ritrovare la mattina successiva in bella mostra sul tavolo: quasi li vedevo, buttati a terra tenendosi la pancia da quanto ridevano a vedermi cercare il coltello fra gli asciugamani e i barattoli di conserva.

Notte lunga e profonda, sogni percorsi da lame e da coltelli (in proposito, non voglio sentire commenti).
Pioggia. Letto caldo e accogliente.
Quando apro un occhio la sveglia sta sistemata, come avevo previsto, sulle 9:30.
Mi alzo sicura di non aver guardato bene la sera prima, ricomincio il percorso, lavastoviglie, cassetto delle posate, scolapiatti, cucina a gas.

Niente.

Di Mazzamurelli, nessuna traccia.
Mi decido e chiamo la signora Gerardina, che il giorno prima è venuta e ha fatto le pulizie. Ha per caso visto il mio coltello?
No, però ha un dolore nuovo e ha dovuto prendere le solite due pastiglie. La seconda è un gastroprotettore.
(Dico sempre alla signora Gerardina di farsi un fidanzato. Sono una donna adulta, d'esperienza e anche, come diceva un mio studente, di mondo, e sono arrivata a una concezione semplificata delle relazioni sentimentali: non sto sostenendo qui che gli uomini sono tutti uguali e che, pertanto, uno vale l'altro, Dio mi scampi e mi tenga lontana da un pensiero così grossolano e offensivo. Sto sostenendo che gli uomini fanno passare i dolori, o non li fanno venire affatto, sarà che distraggono e che una cena al ristorante, due chiacchiere avvolgenti, una telefonata notturna hanno molto più appeal del gruppo di preghiera che lei frequenta come solo diversivo esistenziale).
Dopo cinque minuti di descrizione degli effetti delle due pillole, gli auguri, anche per lo stomaco e una breve considerazione sul freddo, io e la signora Gerardina ci salutiamo.

E io sto senza coltello.

Guardo anche nei quattro cassetti del freezer, nei tre profondi e nel vassoio per surgelare le fragole (ho sempre pensato che fosse una cosa demenziale e lo uso per freddare le matite da trucco prima di temperarle).
Guardo dove ho già guardato ieri sera, rifaccio tutto il percorso e tutta la ricerca.

Niente.

Non è che mi rassegni, ma mi decido a fare colazione e a prendere un ulteriore appunto sul post it con le cose da fare oggi: comprare un coltello per il pane.
Sono tristissima.

Suono di cellulare. La signora Gerardina ha avuto un lampo: aprendo il cassetto delle posate, che lei chiama 'delle forchette', ha sentito che qualcosa faceva resistenza. Ha smosso lievemente la maniglia e il cassetto si è aperto subito (infatti anche a me il cassetto si era aperto morbido morbido).
Mi suggerisce di sfilarlo. Mi precipito, lo apro, lo afferro, lo alzo lievemente e mentre sto per estrarlo dai binari compare incastrato, ma meglio sarebbe usare il termine, per come e dove stava messo, incastonato, il coltello del pane.

Grande, lucido, seghettato, un po' provato dall'uso e dal tempo, se ne stava in tutta la sua maestosità adagiato in un interstizio fra la vaschetta delle posate (delle forchette) e il bordo. Lo avevo rimesso a posto la mattina, ora mi ricordavo, ma lo avevo fatto di corsa, probabilmente di sguincio e quando la signora Gerardina era andata ad aprire il cassetto, si era spostato, aveva ruotato e si era andato ad adagiare dove sarebbe stato ritrovato solo in primavera, al momento delle pulizie di Pasqua (la cucina, in proposito, è stata appena completata in vista del Natale).
(Se il cassetto avesse fatto resistenza a me, avrei pensato di controllarlo, ma si era aperto morbido, quindi non mi era nemmeno passato per la testa che qualcosa fosse fuori posto).

Con uno stato d'animo analogo a quello dei naufraghi della Medusa di Géricault (fra me e l'uomo che agita la camicia bianca vedendo la nave che li salverà non c'era praticamente differenza, analogo entusiasmo, ritrovata tutta intera la speranza che aveva vacillato più volte negli ultimi tempi), ho fatto colazione con un paio di fette di pane tagliate, ça va sans dire, a regola d'arte.

Aveva ragione mia mamma poveretta, che mi diceva sempre che la casa non ruba, piuttosto nasconde, anche se la sua filosofia non contemplava la presenza dei Mazzamurelli, forse artefici, o forse no, dello scherzetto e nemmeno la possibilità di celebrare, in un giorno qualunque del calendario, istituendo una festività nuova di zecca, nel caso odierno in concorrenza nientemeno che con l'Immacolata, The Knife's Day, ovvero Il Giorno del Coltello.

(Se si specifica che è del pane, è meglio).

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260. I figli so' piezz'e core

David & Harper (ogni tanto i polli il potenziale ce l'hanno)

Una premessa. Questa è una puntata riservata esclusivamente alle donne. Se qualche uomo, riconoscendosi nei modelli di seguito descritti, volesse fare un commento, cortesemente si astenga. Grazie.

I matrimoni scricchiolano, le separazioni fioccano, le vite, come si dice, da rifare sono tante, quindi capita facile facile di uscire con un uomo con dei figli. Siccome i figli non sono vostri ma di un'altra donna, ecco qualche piccolo suggerimento per cavarvela con eleganza in situazioni che facile facile vi capiteranno.
La prima cosa da sapere è che i ragazzini di oggi spesso sono ciucci, e sono ciucci, cosa, questa, che personalmente trovo parecchio divertente, secondo una logica, e la logica è quella del contrappasso (se volete, di p potete anche metterne una sola). Funziona così: i figli degli ingegneri sono ciucci in matematica; quelli dei docenti universitari di chimica, in scienze; quelli di laureati in Lettere (questo lo scrivo maiuscolo perché è la mia categoria e la sostengo) sono diffusamente ciucci in italiano, ma questo è un male comune. Se voi provate a dire al papà di un ragazzino bocciato due volte in seconda media che il figlio è ciuccio, quello vi risponderà che dovreste considerare che forse è il suo karma, per cui evitate di farlo, tanto non serve a niente.

La seconda cosa da dire è che il caso più esiziale è rappresentato dalle figlie femmine adolescenti, che sono tutte fidanzate con il padre, lo considerano l'uomo più bello del mondo, il più intelligente e che contano, appena possibile, di sposarlo. Quindi sono sempre all'erta per cercare di capire quando lui esce con un'altra donna, un'altra perché quella legittima, la loro mamma, è, al momento, fuori concorso. E scoprire quando lui ha un impegno, chiamiamolo, galante è semplicissimo, perché lui, invece di far perdere le sue tracce, è passato da casa precocemente dopo lo studio e si è profumato come una cocotte della Terza Repubblica. Quella francese, trovate esempi in tutta la pittura del periodo (parte del 1870 e per 70 anni va avanti). Siccome sono all'erta, sono anche molto acute nel fare calcoli. Ed ecco come procede la serata.
Lui vi ha invitato in un ristorante in centro, l'atmosfera è perfetta, le bollicine fanno le capriole nei bicchieri, la conversazione monta e lui vi ha piantato gli occhi in faccia. Come antipasto hanno portato del finger food, per cui è giocoforza che lui vi chieda se può imboccarvi. Lasciatelo fare, è un giochino assolutamente innocente e vi darà anche la possibilità di assaggiarlo senza che lui capisca che dal sapore della punta delle sue dita voi state traendo conclusioni diverse.

Siete a lume di candela, lui è visibilmente affascinato, voi pure: da quel momento in poi tutto può succedere.

E infatti succede. Arriva un messaggino della figlioletta che, con tempismo perfetto, avverte che si è staccato l'interruttore generale della luce. La colpa è della lavatrice che, lui si scusa, fa contatto. Per tirare su il dispositivo, escludendo l'elettrodomestico, è necessaria una successione di sms.
La serata riprende scricchiolando, se siete brave e se siete anche parecchio dotate di charme, potete pure far dimenticare al vostro ospite le ambasce in cui si trova la signorinetta.
(Inutile dire che voi, all'età di quest'ultima, nel caso vostro padre una sera avesse lasciato libero il campo, avreste fanno tutto tranne il bucato; evitate, i tempi sono cambiati e voi sembrereste subito una donna troppo disinvolta).

Cambio di scena.

Lui vi accompagna a casa in macchina e, una volta arrivati, gira la chiave nel quadro e lo spegne. Un gatto ritardatario si ritira frettolosamente, il lampione oscilla in una lieve bava di vento, la palma sotto cui siete parcheggiati manda ombre lunghe e suggestive nell'interno dell'abitacolo. La conversazione ormai (al ristorante avete fatto fuori un'intera bottiglia, prima c'erano state le bollicine e dopo un altro paio di bicchieri) monta come un soufflé. Visto che siete reduci da una cena, è il primo paragone che vi viene in mente: gonfia, morbida, profumata, piena di colori e di sfumature. Da quel momento in poi tutto può succedere.
E infatti succede. Arriva un messaggino della figlioletta: in lavatrice è rimasto il panda.

Meglio così. Meglio, alla prima uscita, salutarsi prudentemente e non accelerare la conoscenza, c'è scritto su tutte le riviste femminili e se lo consiglia la carta stampata, vuol dire che è vero.

Siate forti e rassegnatevi all'evidenza: la faccenda andrà avanti così, scricchiolando, con sms che arriveranno nei momenti sensibili, tutti portatori di notizie importanti: la figlioletta ha lasciato il libro di inglese dalla mamma e domani ha interrogazione (inutile dire che alle 23:00 della sera precedente l'evento i giochi sono ormai fatti); non ci sono più fazzoletti di carta; è entrato in casa un pipistrello (se pensavate che alle ragazze piacesse farsi mordere sul collo come ci insegna tutto il cinema contemporaneo, vi sbagliavate, le eccezioni sono sempre tante).
Quando lui vi dirà che è un papà chioccia, evitate di avviare una conversazione che abbia come oggetto il potenziale erotico del pollo, vi guastereste la serata malamente.

Sopportate, fate astrazione, siate pronte a tutto: al figlio undicenne che ha il mal di pancia perché non ha studiato l'aritmetica e ha compito in classe; al figlio tredicenne che picchia l'undicenne in maniera selvaggia, sganassoni, calci, pugni in testa, inutile suggerire di portarlo più spesso agli allenamenti della scuola di pallone perché così i calci li dà all'avversario, voi avete già capito che il vero avversario è il fratello più piccolo, il cocco di papà di cui è gelosissimo, ecco perché va pestato regolarmente.

Una delle umiliazioni più cocenti della mia vita di donna la registrai quando mi feci venire un'idea che si rivelò fuori posto: nel corso della canonica settimana di luglio al mare in Puglia con i figli, proposi a un uomo che frequentavo di vederci una sera per un paio di ore: io sarei scesa in treno, avrei preso una bella stanza in albergo, lui avrebbe comprato ai tipetti un chilo di gelato e li avrebbe messi davanti al televisore. Siccome cerco di pensare a tutto, avanzai anche l'ipotesi di una baby-sitter che, nel mio immaginario, si sarebbe ridotta a partecipare alla clamorosa scorpacciata con video, visto che i ragazzini mi sembravano in un'età in cui potevano guardarsi da soli.
Il no che rimediai fu talmente stentoreo che ci rimasi malissimo, passai una settimana d'inferno, non risposi mai al telefono perché ero sicura che le chiamate mi arrivassero da un angolo del bagno con l'acqua della doccia aperta, in una situazione di clandestinità e di colpevolezza di cui non capivo il senso.
(Il senso è nel titolo di questa puntata, ci voleva poco a capirlo).

 

Siate pronte ai piccoletti, 3 o 4 anni, che vi guardano con aria poco raccomandabile dal display del cellulare vestiti da Uomo Ragno. Qui la tecnica è una sola, congiungete le mani, alzate gli occhi al cielo e, in tono enfatico, dite come è bello, è tutto la mamma. Come fate a saperlo? Semplice intuito, però ci avete preso e lui, neutralizzato, riterrà più opportuno riporre il telefono e cambiare discorso.

Se proprio vi siete scocciate di queste situazioni e se non volete uscire con un uomo senza figli perché pure lì i problemi sono parecchi (i figli lui li vorrà da voi), vi propongo una soluzione un tantinello maliziosa, quindi squisitissima.
Uscite con un uomo che abbia un figlio già grande, diciamo 22-23 anni. Lui, quasi sicuramente, si lamenterà di non capirlo. Voi, per confondere le acque, potete consigliare di proporre la sua amicizia paterna e un passaggio in macchina andando a prenderlo la sera del martedì alla partita di pallavolo. Offritevi di accompagnarlo e date un'occhiata: può darsi, anzi è più che probabile, che sia un bel ragazzo, casomai assomiglia anche al padre ma con 25 anni di meno, senza un filo di pancia e con in testa ancora tutti i capelli.
Non devo dirvi io che il mondo è pieno di giovani uomini che apprezzano le donne più grandi, lo insegna la letteratura, lo racconta il cinema e lo dice forte e chiaro l'esperienza.
Alla prima occasione noiosa, fate il cambio.
Lui ci resterà malissimo, si mortificherà, cercherà di riconquistarvi proponendovi mari, monti e doratissimi ponti.
Invano.
Siete presissime da un'inconsueta avventura, è andata così, avrebbe dovuto pensarci prima invece di ammorbarvi con i suoi discorsi.
E voi, almeno finché il vostro boy non sarà pure lui in età da prender moglie, ovvero di fare figli (calcolate almeno 32-33 anni), vi sarete assicurate un lungo periodo vivace e divertente, libero da lavatrici, compiti di aritmetica, calci negli stinchi, inutili e incomprese montagne di gelato e, soprattutto, libero da prole di diversa provenienza.  

 

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261. Life is a wonderful thing

La vita è amena e io sbaglio a pensare che sia amara e aspra.

Una persona ha voluto farmi un regalo, ha fatto del regalo un pacco e lo ha spedito tramite posta.
Il postino, si sa, si scoccia a portare i pacchi, pesano e sono più ingombranti di una lettera (ammesso che il postino la lettera voglia portarla), dunque ha messo nella mia cassetta un avviso di giacenza senza nemmeno citofonare.
Se avesse citofonato, gli avrei risposto perché ero in casa, ma questo è un fatto indimostrabile.

Dunque stamattina ho preso la macchina, mi sono messa in strada, ho cercato un parcheggio dalle parti della posta, l'ho trovato dopo una ventina di minuti e sono entrata.
Ho preso il numeretto dei pacchi.
La visione è stata da subito apocalittica, due soli sportelli dedicati e nessun segno di movimento, avevo davanti a me almeno 25 altri pacchi, non mi ero nemmeno portata da leggere e mi è stato anche spiegato che era il cambio turno, che è una cosa complicatissima, perché un impiegato deve lasciare la postazione all'altro e sembra che non voglia staccarsene, sta lì e guarda lo schermo del computer, riordina carte, conta mazzette e quando il collega prende il suo posto ricomincia daccapo con mazzette e carte.

La vita è amena e stamattina ne ho avuto almeno un paio di conferme.

Per prima cosa ho fatto conoscenza con un sacco di gente e mi sono ricordata che sono fortunata perché faccio un lavoro che mi piace moltissimo quando in tanti parlano male di quello che fanno e non vedono l'ora di andarsene in pensione oppure in ferie, per non parlare di quelli che il lavoro non ce l'hanno.
In secondo luogo, a un certo punto,  ho trovato un modo simpatico di intrattenimento, per me e per tutte le mie nuove conoscenze. Esso si intitola PosteShop ed è un opuscolo a colori esilarante, non pensavo che al mondo ci fossero cose così divertenti.
Sono venuta, dunque, a sapere che tutta quella roba si può ordinare sia in Ufficio postale che da casa propria, che ci sarebbe stata una consegna a domicilio (della quale, avendo io una concezione della vita amara e aspra, dubito parecchio) e che c'è perfino un Servizio di Assistenza Clienti che, per la posta tradizionale, per esempio per i pacchi, si è rivelato totalmente inutile e inetto (lo so perché ho provato un'intera mattina e senza successo ad avere notizie del mio pacco telefonicamente).

Nello Shop delle Poste vendono di tutto: televisori, telefonini, macchine fotografiche, lettori di tutti i genere di dischi, poi vendono pure gli attrezzi per la ginnastica da camera, contapassi, panche multifunzione, biciclette per allenamento, specchi luminosi, massaggiatori, maxi e mini e anche infilati dentro uno schienale, poltrone relax, tagliacapelli, epilatori, piastre.

Ma gli articoli più irresistibili sono quelli che compaiono alle voci 'Benessere' e 'Cucina e Casa'.

Nella prima categoria ho scovato, suscitando l'ilarità di un gruppetto di persone che stavano intorno a me, soprattutto di una signora che ha deciso di andare tutti i giorni alla posta perché lì sì che la vita è amenissima: il cuscino con altoparlante integrato al quale si attacca un cavo di cm 120 con jack universale per sentire musica, anche da meditazione, corsi di lingue e audiolibri (tale cuscino consente di fare tutto questo senza disturbare chi dorme lì accanto); una borsa dell'acqua calda cordless (io ne ho 4, una grande, una media e due piccolette e tutte, sottolineo tutte, hanno in dotazione solo un tappo); la coperta con le maniche, un'invenzione geniale, prodotta in due colori e in offerta, ideale per leggere stando sdraiati e con le braccia fuori dal letto per tenere il libro senza per questo prendere freddo; la termopantofola, con ben tre modalità di temperatura e calza removibile lavabile.

In 'Cucina': un piatto per servire in tavola dal nome evocativo di 'Love Story'; un set friggi-friggi, solo per biologico; il cuociuova Eggolino (qui mi sono chiesta a voce alta quanto tempo avessero impiegato i creativi delle Poste per arrivare a tanto risultato e a tanta intelligenza: in quell'eggolino c'era anche una vaga assonanza con l'ego di cui oggi tutto è pieno, non solo le fosse); la tostiera 'Dolcevita', evocativa anch'essa, ma di una maglia; il frulla & cuoci; un mangiapolvere; uno stendibiancheria corredato, e qui sta il bello, di un set di consigli per asciugare il bucato, che ho divorato avidamente, amando io i lavori domestici e anche i suggerimenti (stendete tutto a testa in giù; passate nelle maniche dei maglioni un collant; non usate mollette di legno perché prendono il colore dei capi che sostengono).

Sull'irresistibile nome di Sapiens, attribuito a tutta una serie di congegni per l'arredo in odore di studio (portalibri, scrivania, sedia), è arrivato il mio turno dopo un'ora e 20 minuti di stazionamento.

L'impiegato mi ha chiesto se io ero io.
L'ho ammesso senza riserve, ho firmato tre fogli e pagato centesimi cinquanta per la giacenza.

Finalmente ho avuto fra le braccia il mio pacco.

In un attacco liberatorio sono andata a farmi, facendo benissimo, una sontuosa pizza con la mortadella, pasto che considero divino e per il quale ho stilato da un pezzo l'elenco dei luoghi santi di Roma, in ordine di bontà e di costo.
Nonostante avessi richiesto una porzione non da muratore bensì da signora e ne avessi ricevuto in cambio un cosa più vicina alla prima categoria che alla seconda, l'ho fatta fuori tutta.

La mortadella aveva anche i pistacchi.

Poi sono andata a comprarmi la mia rivista inglese alla solita edicola di piazza della Repubblica.
Era il quarto tentativo, per cui stamattina, esasperata per i viaggi a vuoto, avevo telefonato al distributore, che è sempre gentilissimo, per avere notizie.
Le notizie c'erano e la copertina della rivista era promettente e bellissima.
Dopo il consueto scambio di battute sui tempi biblici dello spostamento Londra/Roma con il mio amico edicolante Alejandro, 25 giorni (là la rivista esce il 4 del mese, qui normalmente dopo il 21, con punte come quella odierna che si situano intorno al 29), un lasso di tempo, anche secondo lui, eccessivo per una provenienza così dietro l'angolo (lui è sudamericano, quindi ha un'idea tutta sua delle distanze), sono risalita in macchina trionfante.

Ho portato su il pacco e non l'ho aperto.
Avere un pacco all'ingresso dal contenuto incerto mi fa tanto avventura, cinema e romanzo giallo.
Non sono una donna curiosa e credo di avere capito che qui sta il nodo della mia disappetenza. 

Visto, però, che l'appetito vien mangiando, è probabile che apra subito la rivista.

La vita è amena e io sbaglio a pensare sempre che sia amara e aspra.

 

 

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262. Punto, linea e uova al tegamino

A casa mia i pasti funzionano così: o c’è un punto, che è, per definizione, una cosa astratta ma esistente e che viene sempre indicato con una lettera maiuscola, A, B, C; oppure c’è una retta, che è una cosa che unisce due punti (e attraverso questi due punti passa una e una sola retta, il che qualcosa deve pur significare), che viene di solito indicata con una lettera minuscola a, b, c (e pure questo deve voler dire qualcosa).

Insomma, a casa mia, i pasti, sono o per uno o per due.

Da qualche tempo è esclusa qualunque altra figura geometrica, triangoli, quadrati, pentagoni (che orrore), nemmeno cito il dodecagono: a parte il 12 +1 dell’Ultima Cena che, appunto, fu l’ultima, alzi la mano chi è capace di sentire quello che si dice dall’altro capo del tavolo quando si è in tanti (nel mio vocabolario, troppi). D’accordo che in ‘The Dark Night’ in discoteca lei dice a lui tu non senti quello che ti dico e lui risponde apposta ti ho portato qui, a me piace la conversazione vera e quella vado cercando.
La cena da soli sta nell’ultimo atto del Don Giovanni di Mozart, quando lui canta le donne e il vino, consuma un pasto sontuoso e ha pure l’orchestrina che lo intrattiene, quindi mi sembra una cosa magnifica e poco mi importa se pure quella cena lì sarà l’ultima, almeno si chiude, stavolta, in bellezza.

La cena in due è, per definizione, romantica e interlocutoria, uno dei luoghi dell’esistenza in cui tutto può succedere, si parla, ci si studia, ci si annusa, ci si racconta.

Ora, visto il mio ultimo acquisto, c’è da chiedersi se il tegamino per l’uovo da 14 cm di diametro sia fratello della caffettiera da uno di Troisi in ‘Scusate il ritardo’, una cosa tristissima, che sigla una solitudine senza via di uscita, o se sia, come dice la confezione, ‘un piccolo ma prezioso gioiello…lo strumento più utile e versatile della vostra cucina’.

Lascio da parte l’aspetto demente della frase ‘piccolo ma prezioso’, con quel ‘ma’ che è il segno dei tempi: non sono forse le cose piccole, da sempre, a essere preziose? I tempi, quelli di cui stiamo parlando, volgono al sintetico, il tegamino cuoce benissimo, niente impedisce di ripetere la cottura dell’uovo, ma ne entrerebbero anche due, un’altra volta, e poi, vogliamo mettere, è proibito, e ci sto, metterlo in lavastoviglie, ma sotto il rubinetto con l’acqua calda e il detersivo si lava benissimo, in un minuto secco è pulito e asciutto e nuovamente pronto per l’uso.

Alzi la mano chi, con una pentola da battaglione o da campeggio fra le mani, proprio quelle che mi fanno orrore per l’impossibilità di  alloggiarle in un normale lavello di cucina e che impediscono il concetto di ritrovarsi veramente occhi negli occhi, nell’esercito o sotto la tenda, sarebbe in grado di dire altrettanto.  

 

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263. Warm Bodies

Warm Bodies, Jonathan Levine, 2013. Il film di cui vedo i cartelloni ogni volta che prendo la metropolitana, un richiamo cui è difficile resistere 

Ben mi sta.

A forza di flirtare con il gotico, amoreggiare con il dark, esprimere simpatia nei confronti del grunge, frequentare cimiteri, coltivare il mio pallore (che per una come me, mediterranea fino all'osso, significa l'impiego industriale di schermo totale Anthelios XL e, in estate, la reclusione in luogo chiuso almeno fino al tramonto, praticamente i tre mesi che tutti trascorrono arrostendosi su una spiaggia trascorsi, da parte mia, a imprecare contro il cielo ineluttabilmente azzurro), è successo: mi sono trasformata in una zombie (non so se il nome sia declinabile al femminile ma così mi sento di impiegarlo).
Lo dice la mia temperatura corporea, misurata, visto che pensavo di essere stata fulminata dall'influenza, dal termometro elettronico: 35° e 2.
Avevo conservato in un cassetto un vecchio termometro tradizionale e anche quello si è fermato sui 35.
(Ora, è probabile che quest'ultimo sia rotto, nel senso che ricordo perfettamente una caduta rovinosa, che pure misi per iscritto, che mi gettò nello sconforto perché non sapevo più come procurarmi un dispositivo atto a misurare la febbre. Possibile che l'abbia ricomposto e messo da parte come una reliquia? Vai a capire).

In ogni caso, tutto è chiaro. Cammino, agisco, assumo le compresse effervescenti che mi hanno dato l'altra sera alla stazione per tenere sotto controllo i sintomi ma ho 35 e 2, quindi c'è poco da discutere, sono passata, quasi senza accorgermene, a un altro stile di vita.
Basta con il nutrimento intellettuale mio consueto, comincerò a nutrirmi di carne umana, mi scuso già con tutti coloro che mi verranno incontro inconsapevolmente, non è per cattiveria, è solo a causa della mia nuova natura, radicalmente mutata e bisognosa di ben altro nutrimento.

Mentre impazza la pubblicità di un film in cui lui e lei si guardano su un cartellone e lei scoppia di vita e di salute e lui ha qualcosa di strano, la testa come staccata dal corpo, l'occhio in tralice, la maglia sporca e consumata dalla permanenza sottoterra, mi ritrovo anch'io a condividere il destino di coloro che, fra me e me, da sempre considero romanticissimi.

Stamattina, in un ultimo sussulto di speranza, sono andata alla farmacia mia consueta e la farmacista ha ascoltato, benevola, la mia storia. Mi ha proposto un altro termometro, questo autodefinentesi 'ecologico e senza mercurio', però l'ha fatto scuotendo il capo, dicendo che tanto nemmeno quello funziona, che solo per riportarlo allo stadio di partenza di solito ci si sloga il polso.
(Ora, non capisco il vantaggio di venire a sapere se si ha l'influenza se poi ci si ritrova con un altro danno fisico di gravità senza dubbio superiore).

In un mondo che non riesce più a conoscere la temperatura dei corpi, una cosa serissima, basta pensare a tutte le patologie che si manifestano mediante un'alterazione della medesima, lascio un'eredità penosa e approssimata: non ho finito gli esami in Accademia, il mio studio è tutto per aria, abbandono nella mia cantinetta alcune bottiglie che mi sarebbe piaciuto consumare e che chissà nei bicchieri di chi finiranno e devo ancora ritirare dalla lavanderia una delle mie vestaglie più belle e un superbo foulard di Lagerfeld che ho indossato solo poche volte.

Se qualcosa dovesse accadere, qualcosa, intendo, di legato a un perduto calore che, se potessi ritrovare, sarei pure disposta a vedere alterato a causa di tutti i disagi di un'indisposizione stagionale, darò notizie.

Se poi qualcuno fosse ancora in possesso di un termometro tradizionale, uno di quelli che da ragazzini abbiamo tutti messo almeno un volta attaccato alla lampada sul comodino per vedere prima la colonnina di mercurio salire fino a scoppiare e, subito dopo, la faccia di nostra madre farsi livida dal terrore di fronte alla sua scottante creatura, per favore dia notizie a me e, se proprio vuole farmi una cortesia, me lo presti, almeno in questa estrema circostanza.
Grazie.

 

 

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264. Happy Birthday (to You)

Una diva del pop un giorno di inverno si sposò (civilmente) sbagliando uomo.
Non venitemi a dire che succede spesso perché in questi termini succede davvero poco di frequente.
Lei sbagliò uomo nel senso che un Paul le telefonò proponendole di unirsi in matrimonio, lei pensava che non fosse quel Paul lì ma un altro e quando se ne accorse decise che ormai era troppo tardi.
Ma non è questo che ci interessa. 
A noi, oggi, interessa un aspetto secondario della vicenda.
Quando i fotografi, dopo la rapida cerimonia, cominciarono a gridare come nei banchetti di campagna 'Bacio! Bacio!', lei, gelida, rispose 'I baci sono cavoli miei'.

Parole sante.

Per quanto mi riguarda, cavoli miei sono i miei compleanni.
Nel senso che a un certo punto ho deciso di non festeggiarli più, pubblicamente, intendo, perché mi erano venuti a noia gli auguri di rito, le telefonatine falsamente allegre e pure i regali fuori registro.
A dirla tutta ho impiegato un po' di tempo perché si sapesse in giro che non c'era più niente di cui preoccuparsi, ho dovuto anche agire chirurgicamente, mirando in modo tagliente ad alcune resistenze, cancellando la memoria, chiedendo la gentilezza di non ricordarmi solo per quello.
I risultati sono stati ottimi, nel senso che a un certo punto ho cominciato a trascorrere il mio compleanno in modo aderente ai miei gusti, mi è anche capitato di andare a cena fuori con qualcuno che non era al corrente dell'evento e di passare una seratina con i fiocchi, in ogni caso sono finalmente riuscita a vivere giornate in cui era possibile fare le cose che si devono fare in queste ricorrenze, un bilancio e dei progetti.

(Uno dei miei incubi ricorrenti è di rientrare a casa mia, trovare tutto spento e vedermi all'improvviso illuminare da tutte le parti con un coro festante di amici e conoscenti che intonano 'Tanti auguri a te' fra palloncini e striscione augurale, uno di loro, quello al centro, con in mano un pericolosamente traballante dolce di anniversario, una sorpresa capace di mandarmi di traverso ogni relazione umana e sociale troppo stretta). 

Ma alcune sacche di rigurgiti, devo ammetterlo, sono rimaste.
Prendiamo, per esempio, l'anno in corso.
Uno di questi giorni è stata la data che mi riguarda. Piazzandosi, essa, più o meno a ridosso dell'equinozio di primavera, è accaduto che qualcuno abbia avuto un ripensamento e mi abbia fatto gli auguri.
Ma ha sbagliato giorno, e lì ci sarebbe da dire parecchio, perché se ci si sente solo in quella circostanza, almeno bisognerebbe fare uno sforzo di precisione e non buttare lì a caso un messaggio.
Il giorno fatidico, poi, sono accadute cose che mai avrei mai pensato potessero accadere.
La mattina, mentre mi stavo truccando perché dovevo uscire, esattamente allo stadio della stenditura del fondotinta, un'operazione che più delicata non si può perché la materia va agitata, impastata, scaldata, stesa al momento giusto, ovvero al giusto grado di calore e stato di morbidezza, è suonato, e violentemente, il citofono.

Accidenti.

Ho risposto, che altro avrei potuto fare.

Era il fioriaio.
Gli ho comunicato il piano usando un numero ordinale, come si fa normalmente.
Ho calcolato il tempo dell'ascensore, con il fondotinta sul bordo della mano che cominciava a dare segni di sconforto.
Rumore di porte sbattute, campanelli, chiacchiere, mai sentita una confusione nel palazzo a questo livello.
Nuovo suono di citofono. Secondo il fioraio avevo sbagliato a dirgli il piano. Siccome cerco sempre di fare esercizio di pazienza, ho ripetuto il  numero ordinale e ci ho aggiunto il cardinale, scandendo l'unica sillaba.
Finalmente il suono del mio campanello, con il fondotinta che andava seccandosi.
Ritiro il vaso di orchidee bianche e lui, tutto contento, mi dice che ha suonato a tutte e tre le porte del piano di sotto, spiegando in tutti e tre i casi che mi doveva consegnare i fiori perché era il mio compleanno.
Questa mancanza di discrezione mi ha obbligata a uscire rasentando i muri delle scale e non ha impedito alla condomina di sotto di festeggiarmi quando, rientrando, l'ho incontrata sul suo pianerottolo.
Colpa mia, in una data così sensibile avrei dovuto prendere l'ascensore.

(Anni a cercare di far perdere le mie tracce e mi trovo a scivolare su una buccia di banana per colpa di un dilettante).

In metropolitana suona il cellulare: al coniuge emerito è venuta in mente la data.
Niente di male, anzi. Se non fosse che è l'uomo più distratto che io abbia incontrato in vita mia e che per il numero cospicuo di anni trascorsi insieme, proprio quando ci tenevo ai festeggiamenti, dimenticava regolarmente di augurarmi qualcosa di inerente. Capitava, anzi, che tornasse a casa non solo tardi, ma anche a mani vuote e che mi guardasse, seduta sul bordo della vasca per non sciattarmi l'abito e nel tentativo sovrumano di trattenere le lacrime per non sfasciarmi il trucco, chiedendomi sconcertato perché mi ero messa così elegante, se per caso non avevamo una cena fuori che gli era uscita di testa.
'Potevi dirmelo', concludeva, dispiaciutissimo. E' chiaro che glielo avevo ricordato fino alla mattina stessa, anche con una lista di regali che mi avrebbe fatto piacere ricevere, ma chissà a che cosa stava pensando di altro.

Siccome la vita è paradossale, la memoria esce fuori, limpida e precisa, proprio quando non dovrebbe.

Nel pomeriggio, e qui sta la novità, ci ha pensato la posta, a festeggiarmi.

Accendo il computer e trovo un numero inquietante di mail che mi auguravano buon compleanno.
Tutte provenienti da sistemi automatizzati, ovvero del tutto privi di sentimento.
Mi augurava buon compleanno FB, la piattaforma che fa felici con poco tutti perché ti comincia a tormentare dalla domenica precedente, ti dice quanti amici tuoi compiono gli anni nella settimana entrante, poi il giorno deputato ti piazza la torta con la candelina da tutte le parti. Ora, si può essere anche contenti che tante persone ci tengano nel cuore e scrivano sul nostro Diario, tutte e invariabilmente: 'Auguri' (mai che a nessuno venga fuori una frase un pochino più profonda), e può essere gustosissimo cliccare 'I Like' su questo e su quello, però personalmente trovo il tutto lievemente precostituito e meccanico, da cui i cavoli miei di cui stavamo dicendo.

Poi mi augurava buon compleanno Trenitalia, che ha tutti i dati della mia carta di credito e che dovrebbe tenerseli un po' più stretti; si aggiungeva la mia banca, che dovrebbe, certamente, farsi i fatti miei ma in un altro senso; i perfino il sito studenti.it, al quale sono evidentemente iscritta, visto che producono un materiale utilissimo, con schede ben fatte di riassunto e sintesi alla fine delle quali compare invariabilmente la frase 'Questo studio nostro ha fatto risparmiare a te quattro ore di studio tuo, quindi facci il favore e vai a cliccare I Like sulla nostra pagina FB', si era ricordato della mia esistenza.
Inoltre: il concessionario della macchina; l'altro treno concorrente; una pletora di luoghi digitali che ora mi sfugge.

Uno potrebbe pure chiedersi perché, se sono orientata in questo senso, non mento sul mio giorno di nascita.
A parte che con coloro che hanno i miei dati amministrativi sarebbe impossibile, altrove non ci penso per niente, sono una rappresentante più che perfetta del mio segno zodiacale, anche con le sfumature dell'ascendente e della luna che, per una donna, è importantissima, ci tengo e proprio non ci sto a mascherarmi da Vergine, Sagittario o, peggio, da Capricorno solo per mescolare le carte di una partita che dovrei giocare tenendo io in mano il banco.
Inoltre, gli auguri arriverebbero ugualmente, ma in data sfalsata, cosa che, vedi sopra, trovo irritantissima.

Lo dico sempre alle mie studentesse, le donne dovrebbero ammantarsi di blur al più presto. 
Dovendo, esse, essere sempre giovani e belle, cosa che non è del tutto impossibile, di questi tempi, sempre prescidendo dall'anagrafe, suggerisco loro di cominciare a imbrogliare le piste dal giorno del compimento del 25° anno di età. Come campionesse di nuoto olimpioniche, è meglio ritirarsi dai festeggiamenti quando la festa è al suo apice, evitando di pubblicizzare numeri che, nel giro di poco, si rivelano controproducenti.
Ha ragione Almodóvar che, in Tutto su mia madre, fa dichiarare a Rosa l'età di Agrado: dai trenta ai cinquanta, l'età che abbiamo tutti (forse la seconda parte della battuta è mia, mi piace appropriarmi delle cose che incontro).

Per la cronaca, un paio di cose belle: nel pomeriggio mi arriva un discretissimo e affettuoso messaggio da una mia studentessa emerita, che non ha dimenticato niente (come del resto non ho dimenticato io); nella cassetta della posta la mia profumeria (confesso di averne un numero superiore, ma questa è l'unica che mi fa regali) mi recapita un cartoncino che lì per lì mi preoccupa perché reca sulla busta la scritta 'Sorpresa!' e, all'interno, la frase 'La ciliegina sulla torta' ma che poi mi rasserena perché mi invita ad andare a ritirare quando ne ho voglia una mini-palette Make-up che contiene 4 ombretti, 2 gloss e un blush perché vogliono augurarmi buon compleanno. (La profumeria sì, che sa come prendermi).

Ah, dimenticavo. La sera lo spumante (niente champagne, visto che la crisi morde, e poi lo champagne si può aprire in un'occasione meno personale) era a una temperatura perfetta e le bollicine facevano capriole allegrissime nel bicchiere. 

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265. Paesaggio con pigiama

James Bond (Sean Connery) e Jill Masterson (Shirley Eaton) in Goldfinger, 1964

'In ogni caso il pigiama dovrei lavarlo più spesso, - rifletté Tengo. - In questa vita incerta, non si può mai sapere quando accadrà qualcosa. Anche lavare spesso il pigiama può essere un metodo per fronteggiare gli imprevisti'. Murakami Haruki, IQ84. Già che ci siete, guardate James Bond (Sean Connery) e Jill Masterson (Shirley Eaton) in Goldfinger (Guy Hamilton, 1964) e imparate come indossare in due un solo pigiama: lei, la giacca; lui, i pantaloni. Un dress code ideale per una seratina avventurosa e romantica
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266. I and my Bike

Alla vasca dei pesci rossi a Villa Lais il 16 giugno 2013

Sono figlia di una piemontese di pianura, quindi ho imparato ad andare in bicicletta ancora prima di imparare a leggere, scrivere e far di conto.
La cosa funzionava così: a ogni estate che arrivava, mia madre, che per motivi suoi considerava con supremo sprezzo la Capitale, prendeva tutti i figli, li metteva su un treno e, dopo almeno 11 ore di viaggio, li sistemava per 3 mesi nella cascina del nonno perché si ripulissero delle scorie romane.
L'inserimento nel diverso ambiente avveniva previe minacce, rivolte in particolare a me, che avevo la colpa, secondo lei, non solo di essere terrona, ma anche di sembrare una zingara. Cosa che sarà stata anche vera (lo era) ma che suscitava in me una vaga perplessità sul perché lei non fosse rimasta a figliare con un nordico per non correre quel genere di rischio.
Al di là di un comportamento educato e corretto, era dunque indispensabile che dal linguaggio non trapelasse il minimo accento in odore del Belli o di Trilussa.
(E' probabile che da lì io abbia appreso il buon controllo dell'italiano, ma vai a sapere).
La cascina del nonno aveva molti motivi di interesse, per me concentrati soprattutto nella stalla, dove c'erano le gabbie dei conigli, che, come è noto, producono spesso dei piccoli, e dove erano sistemate tutte le biciclette.
Fra esse il Cirillino, una biciclettina da bambinetti che passava dal cugino più grande a quello più in basso nella scala anagrafica.
Dotata inizialmente di 4 ruote, a un certo punto scendeva a 3, con qualche conseguente problema di equilibrio.
Dopo poco, arrivava il rito iniziatico, di cui si era incaricata spontaneamente 'la' Gabriella, una ragazza gioiosa e bella che faceva le magistrali (le piacevano i bambini) ed era disperatamente ciuccia a scuola, per cui si trovava sempre con un numero imprecisato di materie da riparare a settembre.

Ciò non le impediva di insegnare a noi ad andare in bicicletta.
Quando toccò a me, accadde quello che accade sempre: mi ricordo che lei mi correva dietro tenedomi il sellino, che pedalavo velocissima e che finii nel fosso solo quando mi accorsi che lei aveva mollato la presa.
Però era fatta.
Fra me e Gabriella l'amore era davvero intenso: stavamo sempre insieme.
Io la mattina l'aiutavo a fare i compiti. Non so bene come facessi perché non sapevo né leggere né scrivere, ma è probabile che il mio aiuto fosse di tipo morale, per cui le dicevo quello che penso da sempre: che andare a scuola era bello e che bisognava studiare per non essere ciucci.
Quando avevamo finito di fare i suoi compiti, io e Gabriella uscivamo in bicicletta, lei con quella grande, io con il Cirillino.
Divenni in poco tempo audacissima, andavo con una mano sola, senza mani, anche senza freni quando il nonno non aveva il tempo di ripararli (frenavo con la suola delle scarpe), riuscivo anche a pedalare con dei deliziosi zoccoletti di legno che ero capace di tenermi incollata ai piedi nonostante loro cercassero di sfilarsi da tutte le parti.

Correre più veloci del vento ci riusciva facilmente, eravamo portate da quella nostra singolare amicizia, con le gonne che si sollevavano in un tripudio di mutandine con i pizzi.

Essendo Gabriella luminosissima, era piena di corteggiatori, però a lei, come sempre succede nella vita, piaceva uno che non la guardava per niente.
Questo ragazzo lavorava da un meccanico vicino alla chiesa, che era abbastanza distante dai luoghi dei nostri vagabondaggi.
Quindi la strategia che avevamo messo a punto era complessa: prima ce ne andavamo a spasso parlando di maschi (nel frattempo io mi ero fidanzata con un tipetto di Milano che andava pure lui in vacanza dal nonno che stava vicino alla mia amica grande. La storia finì quando rientrammo in città per un motivo stupido ma tragico: eravamo tutti e due analfabeti, lui, cinque anni; io, quattro, quindi non riuscimmo nemmeno a scambiarci gli indirizzi. Se penso a quel distacco mi viene ancora da piangere); poi, quando ci eravamo scaldate per bene i muscoli, passavamo rapidissime pedalando davanti all'officina e, a qualche metro di distanza, accuratamente calcolato, io dovevo gridare con quanto fiato avevo in gola: 'Dai, Gabriella, spingimi!' in modo che lei, prendendo la rincorsa, spingesse me e il Cirillino in una volata irresistibile e l'oggetto del suo amore sapesse che lei stava passando.

Non ho idea di come quella vicenda finisse. Dimenticai di chiederglielo, quando dopo parecchi anni ritrovai Gabriella al mio tavolo alla festa per il matrimonio di una cugina, ero troppo emozionata per riprendere con ordine il filo del discorso.

A Roma, in età adulta, ho avuto 3 biciclette, tutte rigorosamente nere.
La prima la comprai quando andai ad abitare da sola e riuscivo a portarla su e giù per 4 piani di scale.
Quando tornai dal venditore perché mi faceva male la sella, lui mi disse: 'Signorina, parlando con rispetto, ci deve fare il callo'.
Poi le biciclette divennero 2, entrambe parcheggiate all'ingresso.
La gatta Perlascura aveva preso l'abitudine di dormire nel cestino della mia, dove erano rimaste le stelle filanti del Carnevale, più mordide, evidentemente, del letto.
Si capiva che stava andando a fare il suo pisolino solo dal lievissimo cigolio del cavalletto, perché era capace di fare tutto nel massimo silenzio: il primo salto sulla cassapanca e il successivo dritta nel cesto.

Le biciclette furono traslocate nella casa nuova, poi vendute rapidamente perché non era più aria di passeggiate all'aperto.

Ho comprato relativamente di recente la Lazzaretti nera con i freni a bacchetta, che era molto bella ma che ho rivenduto alla ditta quando mi sono resa conto che quel tipo di freni erano l'ideale per farsi parecchio male su discese ripide.
Ho ordinato, dunque, la Lazzaretti nera che ho adesso, che ha 7 marce e che suscita, e ciò è indicativo, l'ammirazione del mio carrozziere, che mi dice sempre che è una meraviglia.
La mia bicicletta è in garage insieme alla mia macchina, ho il permesso del titolare di lavarla con la loro pompa, cosa che ho fatto anche stamattina, quando l'ho presa per andarmene a spasso.
Quando rientro portandola a mano a causa della discesa arditissima e non si apre la barra a strisce bianche e rosse, che è tarata sul peso dei ciclomotori e delle automobili, comincio a suonare il campanello e a gridare con quanto fiato ho in gola: 'Ehilà, uomini, basta con queste discriminazioni, non è perché sono momentaneamente senza motore che potete lasciarmi fuori!'.

Più di una volta mi è sembrato che la mia voce fosse, con i debiti aggiustamenti, tale e quale a quella che nelle irresistibili volate piemontesi emetteva il grido: 'Dai Gabriella, spingimi', che era tutto insieme richiamo, invito, preghiera e gioco e che rimane per me il solo e vero canto della libertà e dell'estate.
 

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267. Metti un Tigle nel motole

Esami. Ricevute in regalo (senza citare le cose da bere e da mangiare che a Napoli abbondano sempre):
1. Una maglia bellissima, con i merletti e i bottoni d'oro, con il mio nome e la dedica, così se mi trovano senza testa, mi identificano s...ubito. L'ho indossata immediatamente e la taglia è perfetta. Se riesco a capire come si lava, diventerà la mia uniforme e tutti i colleghi mi diranno 'La voglio anch'io!'. Grazie al mio studente Francesco e alla mia studentessa emerita Mariangela Salvati, ora mia squisita collega, che me l'hanno confezionata
2. Da una delle mie studentesse cinesi una tigle felocissima che al posto del didietro, dove di solito c'è la coda, ha un'altra testa, quindi le tigli felocissime sono due. L'ho portata in treno in braccio e senza busta, per cui tutta la carrozza numero 10 dell'ultimo Frecciarossa è stata presa dal panico e lo stesso è successo nella metropolitana di Roma. Il bidello Giovanni sostiene che è una civetta, ma siccome civette felocissime non si sono mai viste, è probabile che si sbagli

Quanto mi piace la mia Accademia
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268. 'Le' pene dell'Ercole

Oddio, che ci fa un fallo in casa di una signora?
Premesso che, a rigor di logica, mi sembra un ottimo posto, se non addirittura il migliore, dove collocarlo, vi dico subito che è un pezzo di arte e, se avete tempo e voglia, ve ne racconto la storia.

A Napoli ci sono molti musei prestigiosissimi. Uno dei più importanti, forse il più importante di tutti, è il cosiddetto Museo Archeologico Nazionale, che solo gli estranei chiamano così, visto che in città è conosciuto unicamente come 'Museo', insomma ciò che per antonomasia è tale.

Uno dei pezzi più famosi del Museo è l'Ercole Farnese: ritrovato nel '500 nelle Terme di Caracalla a Roma, influenzò parecchio gli artisti del Rinascimento e, come dice il sito dei Beni culturali della Campania, 'è una riproduzione ingrandita di una scultura bronzea, oggi perduta, creata da Lisippo nel IV sec. a.C., raffigurante l'eroe in riposo dopo la fatica nel giardino delle Esperidi'.
L'eroe, dunque, è a riposo, con in mano, dietro la schiena, i pomi conquistati, avvolto nella malinconia che segue l'azione.
E' alto m 3,17.
Il Museo è diviso dall'Accademia, presso la quale io presto devoto servizio, solo dalla Galleria Principe di Napoli, che io amo moltissimo, ed è stato per secoli il luogo in cui andavano a disegnare i giovani artisti, ispirandosi all'antico.

Napoli ha anche la metropolitana più bella del mondo.
Se lo dice la mia rivista inglese, suggerendo di tenerne conto ('London Underground, take note!', annotava nel numero del mese di giugno), proprio non può esserci dubbio.
La metropolitana di Napoli è piena di arte contemporanea.
La stazione Museo vanta una magnifica raccolta di fotografie di opere che dalle sale sono state tradotte in immagini e sistemate sui muri e vanta pure la presenza di un certo numero di copie di famose sculture.
Della realizzazione della copia dell'Ercole fu incaricata l'Accademia.
L'impresa fu colossale e dette luogo anche a una mostra che fu intitolata 'Le fatiche per l'Ercole', realizzata con i calchi in gesso di parti del gigante.
Il Direttore in carica allora, della cui simpatia ero generosamente oggetto, a mostra conclusa, mi chiese se mi faceva piacere portarmi via uno dei pezzi esposti.
Mi estasiai. Ringraziai commossa.
Allungai il braccio destro, tesi morbidamente la mano nel gesto caravaggesco del Cristo che chiama Matteo, spostai lievemente verso l'alto il dito indice, lo puntai verso il brano prediletto e dissi: 'Scelgo questo'.

Fu così che entrai in possesso del fallo dell'Ercole.
Peso dell’oggetto: 806 gr
Dimensioni: trattandosi di un calco, le dimensioni sono quelle dell'originale

Avevo lezione, avevo in dotazione solo la mia borsa, la cartella e niente in cui metterlo.
Pensai che la bidella Bianca, in Portineria, che mi fa sempre un sacco di favori, potesse tenermelo. Andai da lei portandolo in palmo di mano.
Lei prima mi disse di sì, poi, quando si rese conto della vera natura dell'oggetto, cominciò a strillare, a levare le braccia al cielo, a dire che lei quel coso orrendo non voleva toccarlo.
Tentai di convincerla dicendole da donna a donna che era sposata, che aveva pure un figlio maschio e che quella reazione era davvero esagerata.

Non ci fu verso.

Entrai, dunque, in aula con il fallo fra le braccia.
Ora, ci sono parecchi studenti che, per carità, per esperienza personale, quindi, a ragione, considerano le professoresse di storia dell’arte delle beghine astratte ed eccentriche staccate dal mondo, noiose, insipienti, ripetitive, interessate solo alla plasticità delle colonne. Spesso, già che ci siamo, pure brutte.
Ammesso che qualcuno, anche dopo aver conosciuto me, continuasse a coltivare quel convincimento, quel giorno dovette cambiare idea per forza.
Di fronte al silenzio surreale sospeso nell’aria, prima raccontai la vicenda, poi, visto che al silenzio si era sostituita l’ilarità più giovanilistica, minacciai delle peggiori ritorsioni tutti coloro che non l’avessero fatta finita subito con le loro allusioni del tutto fuori posto.

Come Dio volle, finì la didattica.

Il problema, adesso, era portare il fallo a Roma in via Clelia.
Non sto a raccontare l’attraversamento di via dei Tribunali e di piazza Garibaldi, ogni tanto qualcuno buttava un occhio, capiva di che cosa si trattava e traeva conclusioni affrettate.
Né vado a narrare che cosa fu il viaggio di ritorno. All’epoca il Frecciarossa era ancora nei pensieri degli ingegneri che lo stavano progettando, quindi salii su un IC e ci rimasi due ore e trenta, il fallo seduto (meglio, sistemato) sul sedile accanto, un sorriso memore degli insegnamenti di Winckelmann, il più grande teorico settecentesco del classico: ‘Nobile semplicità e quieta grandezza’, stampato sulla faccia.
Più che altro dovevo fare in modo che il fallo dell’Ercole non si rompesse.

A Roma presi pure la metropolitana, ma ormai era come se fossi armata di una corazza che mi proteggeva dal mondo esterno, nemmeno mi accorgevo delle occhiatacce, forse che una professionista dell’arte non poteva portarsene a spasso un frammento?

La sera, dopo cena, disposi sul tavolo della cucina un panno morbido e mi predisposi io a un’operazione delicata e indispensabile: la spolveratura del vello pubico.
Mentre passavo e ripassavo i riccioli con il pennello dei mobili, pensavo a Lady Chatterley che in riccioli analoghi, appartenenti, in quel caso, al suo guardiacaccia, intrecciava fiorellini di campo.
A dirla tutta, la lady, che di solito mi sta simpaticissima, quella sera, in confronto a me e a quello che stavo facendo, mi parve una dilettante.

Fu così che la mia casa si impreziosì di una nuova bellezza.

Il calco stava un po’ dappertutto, su un mobile all’ingresso, nel mio studio, anche trionfale come centrotavola quando avevo un ospite.
Qui bisogna ricordare che io non invito mai più di una persona alla volta. Amo la conversazione vera, quella da cui non si scappa attraverso vie oblique o laterali rappresentate da altre persone presenti.
E dobbiamo ricordare anche che gli uomini sono tutti e senza eccezione dei giocherelloni. Anche i professionisti più seri, quando scende la sera e si allentano la cravatta, se la sfilano e la buttano sul sedile posteriore della macchina o su un appendiabiti, in un gesto che per me significa da sempre che la festa sta cominciando, appena possono e se invitati nel modo giusto, mostrano un chiaro apprezzamento del lato ludico dell’esistenza.
Se sono sani, dunque, non si sconvolgono davanti a un centrotavola fuori ordinanza, la prendono a ridere, ascoltano rapiti la storietta che ci sta dentro.
Se si disorientano, se paventano una concorrenza datata al III secolo d. C., voi capite bene che sani non lo sono per niente e che quindi è meglio non frequentarli.

Il fallo dell’Ercole ebbe un periodo di splendore durato alcuni anni.
Aggiungo qui che è anche indossabile, perché è cavo e ha un gancio di sostegno sul retro, quindi, in via teorica e, diciamolo, anche pratica, dà tutta una gamma di possibilità di studio delle proporzioni della statuaria. Di questo, e mi lamento, i colleghi archeologi non rendono mai conto. Insomma, qualcuno di loro dovrebbe spiegarmi perché un pezzo anatomico di una statua alta m 3,17 poi sta bene anche su un’altezza di m 1,80.
Vai a capire.

Dopo qualche tempo feci dei lavori, ritirai dalla circolazione tutto ciò che era possibile e quando la casa fu pronta, pulita e tirata a lucido, decisi di non esporre più il mio fallo, come, del resto, feci per tanti altri oggetti, che gettai al secchio o cercai di vendere.
Sistemai, però, il mio tesoro in uno sportello dell’armadio della cucina, molto in alto.
Una volta che stavo lavorando nel mio studio, la signora Gerardina, che aveva cominciato a venire da me proprio durante la fase cantieristica, bussò alla porta della stanza, mi disse che prendeva la scala, quella grande, normalmente utilizzata per raggiungere i libri, e se la portò in cucina.
Forse aveva deciso di riordinare gli armadi.
Dopo pochi secondi mi arrivò alle orecchie un grido soffocato. Capii subito che cosa era successo: la signora Gerardina aveva trovato il fallo.
Mi precipitai a soccorrere il pudore ferito, le spiegai la vicenda, le promisi che mai e poi mai le avrei chiesto di spolverarlo, riservando a me stessa l’onere (e il gusto) di farlo.
Riuscii a calmarla a stento.

(Certe volte, io, le donne, proprio non le capisco).

Siamo in periodo di esami, gli studenti realizzano manufatti e fanno regali e capita, così, di dover portare via dall’Accademia qualcosa di ingombrante, anche moralmente.
Ma mai niente è stato più squisitamente ingombrante del fallo dell’Ercole.
E’ così che mi è tornata in mente la sua storia, finora conosciuta solo confidenzialmente e narrata ieri in commissione, ovvero in via ancora una volta privata.

Oggi ho deciso di pubblicarla, anche perché desidero che si sappia a che cosa vanno incontro gli uomini che, può accadere a tutti, si trovano per qualche motivo personale, serio o momentaneo, leggero o impegnato, a frequentare donne implicate in modo profondo, intimo e totale con l’arte e con tutta la serie di cose, totali o frammentarie, poco ce ne importa, che ci stanno dentro.

Come dice uno dei miei artisti prediletti, l’arte è ciò che rende la vita più interessante dell’arte.

E questo vale anche, anzi, tanto più e meglio, per i falli.
 

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269. Se permettete, parliamo di uomini, 4: Senti l'estate che torna

L'estate incalza, sui giornali impazzano le diete per perdere 3 o, peggio, 5 kg prima della prova bikini e, nelle pagine a fianco, ritornano puntuali le previsioni astrologiche, con il sottotitolo, almeno per quanto riguarda la mia rivista da donna, francese e settimanale: La méteo de vos amours, che non credo di dover stare a tradurre perché si capisce al volo che sta parlando della temperatura (e del resto) dei, chiamiamoli così, sentimenti.

Eccomi dunque puntuale al nostro appuntamento di stagione, quello in cui sono pronta a dare qualche consiglio su come muoversi fra le tante offerte, non sempre speciali, che ci sono proposte, suggerendo le riflessioni utili per orientarsi in una giungla, fitta, intricata, infida e insidiosa, proprio come ci dice il vocabolario, tutta, è il caso di dirlo, di genere maschile.
Segnalo, inoltre, che questa puntata sarebbe per sole donne, tale e quale ai settimanali che, però e chissà come, finiscono anche nelle mani dei maschi.

Ma procediamo con ordine.

La prima cosa da dire è che il lungo articolo astrologico di cui sopra propone quest'anno la novità di fare previsioni su accoppiate, fossero pure di una sola notte, sulla base del segno solare di lui e di quello lunare di lei.
C'è anche una graziosa tabellina che, in 5 passaggi e 3 sottopassaggi, consente di calcolare dove una creatura di sesso femminile ha la Luna. Io già lo sapevo, ma siccome avevo comprato la rivista alla stazione e stavo, tanto per cambiare, in treno, mi sono ricalcolata tutto. E con soddisfazione, perché è confermato che la mia Luna è nel Cancro.
Qui, però, viene il bello.
Nel colorato riquadro con le previsioni, con una valutazione fatta, guarda un po', a cuoricini, in un numero che va da 1 a 4, i miei segni d'elezione (gli stessi da sempre, collaudati finanche nelle amicizie) si pongono maluccio: 1 solo cuoricino per i Gemelli (maschio Gemelli, segno solare; io, femmina, Cancro, segno lunare); 3 cuoricini per il Toro (vedi quanto appena detto), con una media di un paio di cuoricini che, a istinto, mi sembrano anche scarsi.
E allora? Dove sta l'en plein dei 4 cuori? Udite, udite: nel maschio Cancro e nel maschio Capricorno, segni con i quali, di solito, spartisco poco o niente.

Deve essere l'estate che impazza, altra spiegazione non riesco a darmela.

Esaurita la premessa astrologica, passo alla mia competenza diretta, quella della presentazione di alcune categorie di uomini non ancora analizzate, che vi elenco di seguito:

I Centauri. Dio ci scampi. Presunti discendenti dei Cavalieri della Tavola Rotonda e di quelli del Santo Sepolcro, nella migliore delle ipotesi appaiono vicini agli ufficiali di cavalleria con reggimento di stanza a Pinerolo o a Novara che già indicammo come gli unici amanti plausibili per La vera signora. Inutile aggiungere che essi, gli ufficiali di cavalleria, sono un'istituzione andata perduta e che, pertanto, i centauri moderni mancano radicalmente di modelli insigni.

E si vede.

Monomaniaci, solipsistici, incapaci di vedere al di là del proprio casco, i motociclisti tolgono l'audio anche al tom tom, figuriamoci a una donna.
Si presentano a un appuntamento con bestioni che sviluppano anche 1.200 cc sui quali nessuna femmina accorta, proprietaria di una macchina che, casomai, come la mia, arriva solo a 1.100, oserebbe poggiare il fondo dei suoi sublimi pantaloni senza paventare l'eccessiva potenza.
Parlano solo di motori; con uno sforzo titanico cercano di esprimere la gioia di un contatto diretto con la natura, che mai contempla la quantità di moscerini che vi ritrovate in faccia la sera; vi invitano a provare l'ebbrezza del viaggio, fosse pure breve, con loro, dichiarandosi disponibili a sciogliere tutti i vostri dubbi.
Anche volendo, dunque, mettere da parte la noia furibonda della mancata comunicazione, il freddo, il caldo, la pioggia, la monotonia dell'andirivieni rombante per monti e per valli, rimane un aspetto, peraltro fondamentale, del viaggio: il bagaglio.
Alla domanda, lecita, 'Dove metto le mie cose', lui, tutto contento, vi indica una delle due saccocce laterali, quella dell'ospite.
Voi date una rapida occhiata e fate due calcoli, da cui si evince che lì dentro, con tutta la buona volontà, sareste in grado di infilare a malapena il cambio di biancheria intima per 3 giorni e 1/5 scarso delle creme della toletta della sera. 
Lui vi guarda, delusissimo. 
Allora, se proprio non volete ferirlo e, soprattutto, se, come me, quando vi spostate avete come modello di bagaglio quello di Penelope Cruz in Nine, cominciate con il ricordargli che hanno inventato i treni, gli aerei e le macchine, proponetegli in alternativa, se proprio volete rimanere sulle due ruote, una bella passeggiata in bicicletta domenica prossima e poi datemi retta e fate come vi dico: i centauri, lasciateli perdere.

GIi Escursionisti. Sulla carta, non sarebbero nemmeno male. In presa diretta con il corpo senza passare per la palestra, capaci di proporre panorami suggestivi, organizzati, spesso in possesso di una qualche cultura botanica e di ricordi d'infanzia che hanno un peso e un senso, debbono, peraltro, essere tenuti sotto controllo.
Perché esagerano, volentieri e quasi sempre.
Non apprezzano la civiltà se non moderatamente; nel profondo del loro essere odiano la città che a voi, invece, piace tanto, soprattutto se grande e moderna; considerano gli alberghi di lusso una deviazione della coscienza; quando prenotano la vostra residenza estiva scelgono una valle che definiscono 'integra', termine che, tradotto, significa che non c'è nemmeno un negozietto di frutta e che la farmacia più vicina è a 40 km di strada, sottolineo, di montagna; inoltre i pasti sono serviti alle 6:30 del pomeriggio, e questa potrebbe pure essere una buona scelta se non fosse che alle 7:15 avete finito tutto quello che c'è da fare da quelle parti; vi sarà proposto come primo piatto solo il minestrone senza nemmeno l'alternativa di una fetta di formaggio; non cambieranno mai i tovaglioli a tavola; la lampadina dello specchio del bagno sarà da 25 candele; lesineranno sugli asciugamani dandovene 2 a testa a settimana quando voi sapete benissimo che in un albergo degno di questo nome una dotazione normale è fatta in modo tale da farvi avanzare le spugne, pure se le userete per tutti gli usi possibili, turbante per il dopo shampoo quotidiano e tappetino per lo yoga del mattino; volendo prendere un'ulteriore boccata d'aria la sera e anelando a un giretto in abiti civili, l'unica destinazione che avrete sarà il locale cimitero; non avrete nessuno con cui parlare all'infuori di lui.
Che la sera è stanco, si è stravolto tutto il giorno di fatica, deve ricaricarsi per l'escursione del giorno dopo, quindi figuriamoci se ha un solo trasporto di tenerezza nei vostri confronti. 
Lui si eccita solo al clic dei moschettoni, si esalta alla lettura di una carta 1:50.000 più che a quella di una lettera d'amore e intrattiene con la corda la stessa fascinazione insana che intrattengono altri due tipi di uomini: il velista e il boia.

Inoltre la montagna, pur facendo bene al numero di globuli rossi del sangue, non è che faccia benissimo a una donna: che ha bisogno dell'estetista e del parrucchiere; di passeggiate nel bosco per ossigenarsi la pelle e non di ferrate strapelate che hanno il medesimo colore delle ossa abbandonate nel deserto; di qualche negozio in cui provare abiti; di un generoso specchio del bagno con un'ottima illuminazione per applicare il make up e le creme; di attenzioni di genere diverso.

Se vi state facendo un film sulle vostre vacanze e vi viene in mente l'immagine di una valle stretta e disgraziata, con sopra, fissa, una nuvolaglia bloccata dalla conformazione orografica che sembra quella che si sposta con la Famiglia Addams, ecco, quella è esattamente la scena che vi troverete davanti quando avrete accettato il corteggiamento del tipo di uomo in esame.
Pensateci bene.
E mentre ci pensate e vi fate un film alternativo e più movimentato in senso largo e stretto, ricordategli che se una valle è integra, è perché, ragionevolmente, nessuno oltre a lui vuole andarci.

I Colleghi. Il mio motto professionale essendo 'Keep your pen out of the Company ink', io, i colleghi, in quel senso, manco li guardo.
Però ho orecchi per intendere; dunque, intendo. I miei colleghi di Accademia, e non sto parlando di quelli romani, sono squisitissimi. Del resto traggono linfa dalla città e dalla sua lingua, che usa il vocativo 'Signora' accostandolo volentieri a 'bella' e a 'cara' e che ha fiorai che, se chiedete loro un bel vasetto di basilico riccio, vi dicono che ve lo danno 'non solo bello, ma stupendo', aggiungendo 'Stupendo come voi'.

Non è un caso che l'intercalare tipico a Napoli sia 'vi voglio bene' e non un altro.

(Capisco ormai la seduzione esercitata da questo genere di uomo sulle scandinave negli anni '60: pallide, allampanate ma con un metro di gambe, riuscivano a infilare i loro smisurati piedi negli infradito di Positano grazie a dosi massicce di borotalco, che spingevano le dita oltre ogni confine). 

(Chissà con quali bollenti e inesauribili ricordi tornavano queste signorine dalle ferie).

Caldi, galanti, fantasiosi, capaci, parlando, di avvolgere una donna in un filo di seta, i miei colleghi sono uno dei motivi per cui apprezzo la mia Accademia. 
Mi è capitato di sentirmi dire cose singolarissime, una delle più singolari delle quali suonava così: 'Vorrei chiederti il numero di telefono, ma sei una donna che mi incute soggezione, quindi, ti prego, dammi almeno il prefisso. Al numero intero arriverò per tentativi'.  
Ditemi voi se avete mai ascoltato da un uomo una simile profferta.

Non conoscendo quale sia la vostra posizione etica in campo lavorativo ma considerando che, probabilmente, voi non siete colleghe dei colleghi miei, io, i miei colleghi, più che caldamente, ve li consiglio.

I Controllori AV. La prima cosa da sapere è che a fare quello che nel gergo del pronto soccorso, e non solo in quello, si chiama 'triage', ci ha già pensato l'Azienda. I controllori AV, infatti, sono i migliori, in senso estetico e culturale, essendo stati selezionati rispetto ai più andanti, rimasti sugli IC e sui Regionali. La selezione ha conseguenze amministrative; infatti un controllore AV percepisce uno stipendio superiore a quello di un professore di ottavo livello.
Inoltre, ça va sans dire, lui, per andare a lavorare, il treno non deve nemmeno pagarselo.
Io ho i miei controllori prediletti: Giuseppe e Luigi.
Il primo, decisamente il più avvenente, è capace di mettermi il muso se prendo il Frecciargento invece del Frecciarossa dove lui è di servizio e lo fa in modo talmente convincente che mi fa venire il rimorso del tradimento per 10 minuti di anticipo sull'orario di ritorno.
Di Luigi ho già parlato: è quello che alla mia preghiera di alzare il riscaldamento perché avevo freddo rispose 'Volete che vi abbraccio? Calorosamente', usando il modo indicativo, quello della certezza e un avverbio di rinforzo.
Ma quello più irresistibile è Italo, un autentico one man show, che sa come trattare le donne, domanda loro se la temperatura è gradita e se sono stanche (cose del tutto semplici che a un altro uomo non vengono mai in mente), le invita ad accomodarsi in carrozza e che si è inventato per sé uno slogan degno dei migliori team di creativi, spesso fiacchi: 'Viaggia pure con Italo, ma con Trenitalia'.

In sintesi: l'estate incalza, i viaggi incombono, i treni filano come frecce.
Dunque, quando state lì a fare il biglietto, scegliete bene la vostra tratta.

L'Uomo-Vacanza. E' un esemplare rarissimo, apposta esce al singolare. Come niente lo incontrerete in vita vostra una sola volta ma, come ogni donna sensibile, lo riconoscerete al volo.
La prima cosa da notare è che, quando lo vedete, una musica si diffonde nell'aria, del tutto priva di sorgente musicale.
E' una specie di melodia anni '60, di quando le vacanze avevano un senso:
'...un gusto un po' amaro di cose perdute
di cose lasciate lontano da noi...'
Poi ci sono gli odori: un trionfo di pesca, limone, gelsomino, origano, spezie, soprattutto zenzero.
Un concentrato di sole.
Lui è l'unico uomo al mondo capace di indossare i braccialetti, anche molti e diversi.
I braccialetti tintinnano.
E' gentile, allegro, simpaticissimo in modo leggiadro.
Straordinariamente evocativo: lui dice 'Buonasera' e vi si apre davanti una finestra che inquadra Amalfi, Ravello o Furore.
Vi chiede 'Come stai' e vi ritrovate a Palinuro.
E' elegante. Indossa volentieri camicie a righe sottili, è una sinfonia in blu.
Lui è l'incarnazione dell'avventura, anzi è l'avventura che, con lui, si è fatta Uomo-Vacanza.

Con lui potete farvi tutti i film che volete.

Capri, Tiberio Palace.
Rientrate da una passeggiata alla Fontelina, che tanto piaceva ai pittori tedeschi e che ha nel nome la memoria delle foglie del lino che le donne facevano macerare nelle piscine sotto la scogliera.
Tramonto e nessuno intorno.
Voi state allungate su una chaise longue adagiata sui sassi.
Avete addosso un costumino nero piccolo piccolo come quello che ho trovato una volta in un romanzo; un telo di cotone finissimo con le frange traslucide, bianco su bianco, è a portata di mano.
In testa un magnifico Montecristi traforato. Occhiali da sole di ordinanza.
Il quadro ha solo toni azzurri, grigi e bianchi. Le uniche note accese sono quelle del becco e delle zampe di un gabbiano che plana sul mare. Due piccole barche ancorate nell'insenatura vi cullano.
Vi arriva una musica priva di sorgente musicale:
'Il tempo è nei giorni che passano pigri
e lasciano in bocca il gusto del sale...'.
Un profumo di zenzero e limone vi avvolge come un balsamo.
Tintinnio di braccialetti.
Lui vi porge un bicchiere alto, cilindrico, svasato verso il bordo.
(Per capire che cosa lui ci ha messo dentro faccio ricorso alla mia bibbia How to Drink e lo trovo a pag. 132).
Nel bicchiere c'è un sipping drink profumatissimo che si chiama Rose water fizz: gin; il succo di mezzo limone; 1 cucchiaino da tè di zucchero finissimo; 1 cucchiaino da tè di acqua di rose; sparkling water.
(Qui mi corre l'obbligo di chiarire che l'acqua io la bevo solo piatta, ma anche di aggiungere che per l'Uomo-Vacanza sono disposta a fare un'eccezione).
Lui accosta il suo bicchiere al vostro.
Tintinnio di braccialetti.
Si china su di voi.
Profumo di zenzero e limone. 
E vi chiede in un orecchio: 'Che cosa hai voglia di fare stasera?'.

Mentre voi cercate la vostra risposta (io, la mia, l'ho trovata subito subito), vi invito a farvi per l'estate che incalza tutti gli scenari che volete, a scandagliare tutti gli orizzonti, provare tutte le ricette, bere tutti i sipping drink che vi offrono, insomma a sguinzagliare senza timori la vostra fantasia e a esprimere tutti i vostri desideri.

Speriamo che gli uomini facciano altrettanto.

A tutte un caloroso, sincero, articolato e avvolgente augurio di buone vacanze.
 


 



 

 



  

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270. Teacher's Kit

Ieri il mio mondo è andato in pezzi.
Ieri tutte le mie certezze sono crollate. Non so se riuscirò a riavermi.
Ora, se avete la pazienza di leggermi, vi racconto che cosa mi è successo.

Mi vanto (mi vantavo) di essere una persona ben organizzata.
Di rado arrivo in ritardo a un appuntamento, sono affidabile, seguo con attenzione la routine dei lavori domestici, cambio le lenzuola nel giorno prestabilito, le stendo, le ritiro, le preparo per la stiratura.
Il mio frigorifero non è mai vuoto; ho scorte di detersivi e di cosmetici, per non parlare del reparto cartaceo, che mi consentirebbe, se proprio dovessi, di piangere lacrime caldissime per un mese e mezzo senza ritrovarmi senza fazzoletti.
Vado dal parrucchiere e dall'estetista regolarmente, pago le bollette del condominio con ritardi ammissibili, di rado mi è successo di impicciarmi con il ritmo della lavanderia.
So quando scade il mio passaporto.
Quando mi interessava andare in vacanza, programmavo agosto dal marzo precedente, e se c'erano impegni grossi, anche dall'anno prima.
Mi piace prenotare il ristorante e anche andare presto, così mi scelgo il tavolo che più mi ispira (un tavolo sbagliato al ristorante mi manda di traverso tutta la cena).
Mi guardo con reciproca compassione e pure con antipatia con quelli che vanno in otto al cinema (piacere che considero solitario; il fatto stesso di dover mettere d'accordo otto persone sul titolo da scegliere mi sembra non concepibile) e in dodici a mangiare la pizza il sabato sera alle 9 senza nemmeno una telefonatina preventiva.
Loro mi leggono come un'impiegatuccia, io leggo come impiegatucci loro: se uno ha bisogno di stravolgersi con il rischio di trovare finito il fiordilatte e di provare il brivido dell'accastellamento, uno sull'altro, tale e quale a come si sta sulla metropolitana alle 8 del mattino, vuol dire che conduce un'esistenza priva di opportunità e di avventura.

Ho fatto mio il motto di Flaubert: 'Siate regolari e ordinati nella vostra vita in modo da poter essere violenti e originali nel vostro lavoro'

E sul lavoro sono attenta e accurata, per farla breve, non è che la sera prima di una conferenza io mi dia una manata sulla fronte e dica ecco che cosa mi sono dimenticata di preparare; io, la conferenza, me la preparo diligentemente.
E così per tutto il resto: libri, immagini, su diapositiva o su pennetta, programmi e altra roba professionale.

Ho un solo computer, quello dal quale vi scrivo; non ho il portatile, che non mi serve.
(Quando viaggio, ci manca solo l'aggiunta del portatile al mio bagaglio già ispirato da Penelope Cruz in Nine).
E poi se sto in treno, leggo, scrivo, dormo, chiacchiero.
Ho un cellulare che ha i tasti e un collegamento internet sul quale non ho mai controllato le mie mail.
A parte che rientro alla base di frequente, se qualcuno ha qualcosa di urgentissimo da dirmi, mi telefona e io rispondo.
Non amo i gadget e non mi piace ingombrarmi l'esistenza, che ingombra lo è già moltissimo.

Sto dicendo che non penso (non pensavo) di essere una dilettante.

Come è noto, la frequenza in Accademia è obbligatoria. Ciò significa che gli studenti, a ogni lezione, devono firmare. E firmano dei fogli, se ci si riesce in ordine alfabetico e preparati dal loro professore. Di questi fogli non si sa mai che farne.
Considerando che alcuni ragazzi si svegliano a tre anni di distanza dal corso e si ricordano di dover fare l'esame, per essere ammessi al quale bisogna avere la frequenza, in via teorica lo studio, l'appartamento e anche il condominio tutto del docente dovrebbero essere invasi da fogli delle firme.
Una cosa kafkiana, un incubo fatto a nomi e cognomi.
Per cui, dovendosi occupare anche di cose più interessanti, un professore fa quello che può, chiede l'aiuto di uno studente, dà un'occhiatina agli elenchi, cerca di mandare a memoria tutte le facce e quando ne arriva una mai vista, punta contro l'alieno, caravaggescamente, il solito indice nel gesto del Cristo che chiama Matteo e gli domanda, all'alieno, da dove esce fuori, visto che non l'ha mai visto.
Lui risponde regolarmente che stava dietro perché è una persona riservata.
Aggiungete che le lezioni, almeno le mie, di solito si fanno al buio per via della proiezione, quindi avete già capito dove stiamo andando a parare.
In caso di insufficienza di prove, si assolve.

Ora, dovete sapere che in Italia le Accademie di Belle Arti, contando solo quelle statali, sono 21 e che tutti i docenti si muovono su territorio nazionale.
Io, da sola, mi sono fatta cinque Accademie: una media, in confronto a colleghi più giramondo di me, che è, appunto, media, ma che è di tutto rispetto.
Non voglio dire che ci si conosca tutti, ma che è molto facile che ci si sia già incontrati o che si siano incontrati altri colleghi che si conoscono separatamente.
Insomma, come sappiamo il mondo è piccolo.
Ora, di recente è arrivato a Napoli un collega che io non conoscevo, ma che conoscevano in molti e che era stato in un'Accademia in cui ero stata anch'io, ma in tempi diversi.
Insomma, ci siamo conosciuti adesso.
Lui, Docente di Anatomia nel Corso di Fashion Design dove insegno anche io, è Coordinatore del Corso. Che afferisce alla Scuola di Progettazione artistica per l'impresa di cui sono Coordinatore io.
Insomma, non è un labirinto di specchi, è una relazione professionale con molte implicazioni, ribaltamenti, collaborazioni, discorsi. Insomma, non si scappa.
Lui è una persona squisita: un uomo cordiale, generoso, pieno di cose da raccontare, con un'esperienza che non ha intaccato in niente il suo entusiasmo, che è palpabile, legato anche al lato umano, un uomo simpatico, informatissimo, razionale.

E, qui sta il punto, organizzatissimo.
Ma è organizzato in modo anomalo.
Sul suo iPad con la copertina rossa aveva preparato, per esempio, tutta la struttura del Corso di Fashion design, diviso in diploma di primo e di secondo livello, con tutti i codici delle discipline, le materie di base, quelle caratterizzanti e quelle affini, la divisione fra 'teorico' e 'laboratoriale', i crediti, i nomi dei docenti, perfino i costi. 
Ed era pure fatto benissimo: leggibile, netto, utilizzabile a colpo d'occhio, bello dal punto di vista grafico.
Lui me lo ha mostrato ed io, che stavo cercando, faticosamente, di raccogliere gli elenchi delle materie e dei professori, sono rimasta allibita, sono caduta in uno stato di ammirazione, mi sono estasiata, l'ho pregato di prestarmelo, di mandarmelo via mail, ho giurato che non l'avrei fatto vedere a nessuno, che l'avrei tenuto per la mia sola contemplazione.
Lui, che, come ho detto, è un generoso, l'ha messo a disposizione.
(Allora io gli ho detto scherzando guarda che l'anno prossimo fai tu l'orario, che sta facendo da tempo un altro collega, e che è una specie di busillis, perché voi provate a mettere d'accordo le esigenze di 2.300 studenti, 80 professori di ruolo e un numero anche superiore di docenti che hanno contratti diversi, abbondanza che è anche una delle ricchezze della mia Accademia; come diceva una mia vecchia zia: 'E' meglio affogare in un mare grande che in un mare piccolo'; lei si riferiva agli ospedali, ma anche l'arte ha un suo lato terapeutico. Il mio collega si è messo a ridere e mi ha fatto no, no, no con il dito ma secondo me ci stava pensando).

Ieri eravamo a pranzo.
(Da notare che solo i romani hanno ordinato la pizza; tutti gli altri, che la pizza la mangiano quando vogliono, hanno preso cose che io a Napoli mai prenderei, insalatone, hamburger, roba che di partenopeo aveva solo il bellissimo cielo di porcellana sotto il quale stavamo sistemati, protetti da un grande ombrellone, nello slargo che sta davanti all'Ingresso dei Leoni).

Naturalmente abbiamo parlato del Nostro Uomo, organizzatissimo, che stava seduto alla mia destra e una giovane collega da me prediletta mi ha detto perché tu non hai ancora visto i suoi fogli di presenza.
Gli ho chiesto la cortesia di mostrameli.
Tavoletta con copertina rossa.
App dal nome evocativo: Teacher's Kit.
Qui devo chiarire che anch'io giro con una cosa che potrei definire nel medesimo modo: è l'astuccio che vedete nella foto, con dentro la penna, le matite, il temperamatite, la mia gomma da cancellare preferita, che ho preso a Londra in un negozio storico di forniture per artisti e che conservo come una reliquia, il blocchetto dei post it, l'evidenziatore, i fermacarte, e anche il nastro adesivo giapponese, il Washi Tape, che è una raffinatezza e per tagliare il quale mi porto dietro anche le forbici.
Il mio Teacher's Kit, che fino a ieri mi era sembrato bellissimo, ha anche appuntati sopra alcuni dei miei badge: uno è un'opera d'arte (il cielo di Roma fotografato da un'artista francese il 22-09-2003 alle ore 15:58, una cosa poeticissima); c'è poi quello punk; poi c'è tutta la serie degli insolenti che non vi sto a raccontare perché, appunto, sono tali.

Da ieri, da quando, cioè, il mio mondo è andato in pezzi, esso mi appare ormai quello che è: un astuccio privo di significato e di importanza.

E' successo che il Nostro Uomo ha toccato l'App dal nome del titolo e che essa si è aperta.
Davanti ai miei occhi sono apparse tutte le faccette degli studenti, chi rideva, chi faceva il muso, chi lo scemo come fanno i ragazzi. E a ogni faccetta era collegata una scheda implacabile, dove era scritto tutto nei dettagli, una di quelle cose che da sempre avrei voluto avere io al momento dell'esame da quando ho cominciato a farne.
Non credevo a quello che vedevo, ho aperto le braccia in segno di resa, ho alzato bandiera bianca, mi sono sciolta in un sentimento molto vicino a quello che si prova quando ci si trova davanti a un miracolo.
Anche perché lì sopra c'era la cosa più divertente: al posto degli studenti alieni, quelli che in aula stanno sempre dietro per motivi di riservatezza, sapete che cosa c'era? Un bel teschio, tale e quale a quelli che tanto amano i nostri ragazzi, che declinano in tutte le salse, che sono poi il collegamento fra la vanitas storica e la produzione fashion moderna.
Solo che sul Teacher's Kit significava altro, ovvero non sei mai venuto, non ti ho mai visto, adesso prova a negare l'evidenza.

Ho preso il treno in uno stato di trance.
Sono rientrata da me e mi sono guardata intorno: solo macerie.

Ieri sera ci siamo sentiti con il collega via mail per cose organizzative.
Io ho aggiunto una piccola chiosa in cui gli dicevo che nella notte era probabile che avrei avuto problemi di sonno al pensiero della meraviglia dei suoi teschi al posto degli studenti assenti.
E che lui era geniale, semplicemente.


 

 

 

 

 




 

 

 

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271. Se permettete, parliamo di uomini, 5: gli uomini incubo, 1

Johann Heinrich Füssli, L'incubo, 1802

 
E' agosto, stanno tutti al mare, nessuno frequenta internet, quindi spero di farla franca. Ovvero mi auguro che quanto segue, comunque riservato alle signore, rimanga confidenziale, dandomi la possibilità di esercitare la scrittura, riflettere sul tema, sfogarmi e, perché no, mettere a segno qualche piccola vendetta.
Dunque oggi parleremo di quegli uomini indimenticabili che, come diceva una canzone che piaceva tanto alla mia mamma, di notte appaiono immensi, abitano il vostro sonno e, soprattutto, ritornano, insomma oggi ci daremo da fare intorno agli uomini incubo.
 
Siccome l'estate è un momento propizio agli incontri, farà comodo a tutte avere in testa un piccolo vademecum che consenta di riconoscerli e evitarli.
Se non mi ascolterete e vi troverete nei guai, poi non venite a dirmi che io non ve lo avevo detto.
 
IL COLLEZIONISTA DI STRUMENTI MUSICALI, IN PARTICOLARE DI CHITARRE. In primo luogo chiariamo subito che il collezionista ha sempre in sé qualcosa di inquietante. E' un bulimico, uno che se vede un vuoto deve riempirlo, costantemente divorato dall'ansia di un ulteriore oggetto. Ho visto case con pareti in cui non c'erano cinque centimenti quadrati liberi, un trionfo di quadri e quadretti, stampine, acquarelletti, cornicette di ogni stile. Tavolini bassi davanti ai divani sui quali non era possibile appoggiare neanche un bicchiere, figuriamoci un piatto, perché rifulgenti di posacenere in argento, bombonierine in porcellana, piattini, vasetti antichi, cosette. 
Se voi andate dal padrone di casa e buttate lì che forse sarebbe meglio buttare tutto al secchio e tenere solo una cosa grande, ne guadagnerebbero l'estetica della casa, la sua praticabilità, la delicata operazione delle pulizie e anche la pace dell'anima, quello vi guarda come se gli aveste consigliato di chiudere in una cassa la sua amata mamma.
Qualcosa di simile si è già visto al cinema e non devo aggiungere nulla sulla pericolosità del soggetto. 

Ma c'è un tipo di collezionista particolarmente esiziale: quello di strumenti musicali.
Ha l'appartamento pieno di gironde, ocarine, fisarmoniche, pifferi, ciufoli, armoniche a bocca.
Rientra e vi dice tutto contento guarda che ho trovato, mostrandovi un corno delle Alpi, una cosa di dimensioni mostruose, che si notano in particolare quando dalla valle in cui è nato viene spostato in un appartamento di 70 mq.

Il collezionista di chitarre è un caso a parte: ne ha una quantità infinita, le pubblica su FB, la sua foto del Diario è assediata da quella della copertina con la parete della sua camera da letto con tutti i trofei appesi, colloquia con evidente lascivia con i suoi simili rimembrando sigle, modelli e numero di corde, con la scusa che la chitarra evoca un corpo femminile per via dell'abbraccio e della vita stretta, si presenta come un estimatore di donne, si esibisce anche in pubblico, immemore che il Sex & Drugs & Rock & Roll, almeno nei punti 2 e 3, andrebbe lasciato, con le dovute eccezioni, ai giovanissimi. 
 
Alla luce di quanto sopra esposto, voi capite bene che, se volete dormire sonni tranquilli, i collezionisti, in particolare quelli di strumenti musicali, è meglio se li lasciate perdere.
 
L'ECOLOGICAMENTE CORRETTO. E' un persecutore, e agisce in particolare in cucina e nella stanza da bagno. Vi conta il numero di lavastoviglie, se viene a sapere che ne fate anche due al giorno quando lui a casa sua ne fa circa una a settimana, impallidisce e rischia di schiantarsi sul pavimento per il dolore che gli ha trafitto il cuore. Lava a mano tutte le maglie, le calze e i calzoncini della palestra; se voi gli dite che forse, così, consuma ancora più acqua, per non parlare della confusione e della perdita di tempo, vi guarda come se aveste dato fuoco a un'intera foresta, amazzonica, così c'è pure l'aggravante.
Vi chiude il rubinetto mentre vi lavate i denti.
Non potete rivelargli nemmeno in punto di morte che vi piace fare il bagno in vasca.
Guarda con sospetto la potenza delle lampadine e vi propone, in alternativa, dei dispositivi che andrebbero bene come luce perpetua su una tomba. Gradisce, almeno questo, le cene a lume di candela ma anche lì trova da ridire sul consumo eccessivo di fiammelle.
Se vi viene voglia di farvi una bella bistecca, lui vi informa che una vacca da latte beve 200 litri di acqua al giorno, 50 litri un bovino o un cavallo, 20 litri un maiale e circa 10 una pecora e che per produrre soli cinque chili di carne bovina, serve tanta acqua quanta ne consuma una famiglia media in un anno. 
In inverno casa sua è infrequentabile perché tiene il riscaldamento ai minimi storici; se vi alzate da tavola, prese da timore di congestione per il freddo e andate a prendervi il cappotto pensando che forse avreste fatto bene a portarvi dietro anche i calzerotti di lana e la borsa dell'acqua calda, lui fa finta di precipitarsi sul termostato della caldaia e proclama che eppure fa caldissimo.
Se sta da voi e trova il forno acceso oltre ai termosifoni, si agita, si sventola, si sfila platealmente il golf, vi dice, piantandovi gli occhi in faccia, ma non ti dà fastidio, sembra di stare ai Tropici.
Se confessate che state bene a 24° e che fate quello che potete per starci, vi tratta come una decerebrata che pensa solo ai propri comodi, un'asociale incapace di stare al mondo, un mostro di egoismo che potrebbe pure mettersi addosso uno strato in più di maglie pur di salvare il pianeta e la faccia.
A costo di rinnegare la Patria, è capace di sostenere che cuocere gli spaghetti in acqua abbondante è una superstizione che ha fatto il suo tempo.
Non viaggia in aereo a causa delle famose emissioni di CO2. (Voi, invece, il volo, lo trovate bellissimo). 
Usate troppo detersivo e per colpa della vostra biancheria intima e delle vostre calze i fiumi saranno presto disertati dai pesci.
Va dicendo che è meglio (orrore!) indossare camicie non stirate e limitarsi a piegare le lenzuola e a metterle così come stanno, piene di grinze, nell'armadio per via del risparmio energetico.

Con un uomo incubo di questo genere l'unica tattica possibile è quella antica come il mondo: picchiare per prime, così picchiate due volte.
Si fa così: nel giro di orientamento della casa, arrivati al guardaroba, di fronte all'immacolata distesa della vostra biancheria del corredo e del dopo, spugne soffici, lini storici, accappatoi lunghi e anche con il cappuccio, asciugamani di tutte le taglie, da bagno, regolari, da ospite, piccoli da toilette e trucco, tutto in pile ordinate e rigorose profumati di bucato e, per i lini, stirati di fesco, dichiarate senza mezzi termini che da voi il servizio è pari a quello di un palace a 5 stelle: si cambiano gli asciugamani tutti i giorni e preferite rinunciare a una vacanza piuttosto che correre il rischio di scendere in una pensioncina in cui il concetto di igiene e di conforto non sia all'altezza del vostro.
Quando lui, sconvolto, vi dice, e mentre parla sembra uno di quegli adesivi che si trovano appiccicati nei bagni degli alberghi, ma tu sai quanti asciugamani si lavano ogni giorno sulla terra, voi non abbiate un solo attimo di esitazione e rispondete: 'Non solo non lo so ma nemmeno mi interessa e, soprattutto, non voglio saperlo'.  

L'INGORDO. Mi diceva ieri il titolare della mia enoteca, forse il luogo del quartiere che frequento con più gusto, che lui aveva cominciato a considerare le persone a seconda della velocità con cui mangiano.
E' vero: ci sono piatti di 150 gr di pastasciutta vuotati in 10 secondi; coppe di fragole con la panna da mezzo chilo fatte fuori nel tempo di apertura del frigorifero per prendere il vino da dessert; sontuose alzate di frutta smontate in un battito di ciglia; creme raffinatissime spazzate via come da una tempesta. Com'era? Difficile dirlo, le papille gustative manco hanno fatto in tempo ad avvertire il sapore che già il primo boccone era stato seguito dal secondo, e via divorando fino ad esaurimento delle scorte.

Non ci siamo. Non dico slow, ma che almeno sia food in tutti i sensi.

(Per non parlare del vino, buttato giù tutto d'un fiato come si fa con la vodka per arrivare prima e con la scorciatoia all'effetto desiderato).
 
Pur volendo eliminare la gola dall'elenco dei vizi capitali, proposta avanzata da un certo numero di edonisti (uno, il fornaio Poilâne, morto prematuramente, aveva anche scritto in proposito una supplica al papa, non sappiamo con quali esiti), forse un ingordo a tavola promette male per tutto il resto, fino a trasformarsi in colui che consuma tutto senza conoscere né godersi niente, sempre pronto, in assoluta e ingorda disinvoltura, a passare alla pietanza successiva e poi a quella dopo e a quella ancora seguente.
 
IL CAMPEGGIATORE. Personalmente, non ho mai dormito in una tenda in vita mia e non credo che comincerò a farlo adesso.
Il contatto diretto con la natura mi lascia tiepida, non mi piace stare scomoda e faccio ordinariamente due ore e mezza di toletta al giorno: in tenda si porrebbe come minimo il problema di dove farla e di dove ricoverare tutti i generi necessari.
Per non parlare del letto che, se proprio devo abbandonare per qualche giorno il mio, dovrebbe essere almeno alla sua altezza. 
E non oso nemmeno pensare agli incubi di cui sarei facile preda se passassi anche una sola notte in un sacco.
 
L'ASTROFILO. Una volta, all'inizio di un'estate, accettai un invito a cena formulato da un tipo che aveva una Mercedes cabrio d'epoca. Lo feci per due motivi, il primo dei quali l'ho già detto (la cabrio) mentre l'altro risiedeva nella noia.
Insomma, in quel periodo mi scocciavo e volevo fare qualcosa di diverso, per esempio un giretto in macchina.
Appena messo, diciamo così, piede a bordo, mi resi conto di due cose tragiche: si stava troppo rasoterra, cosa che succede spesso con le auto sportive, ma quella era scoperta, per cui preda di ogni sguardo, ed arrivavano tutti dall'alto in basso; poi mi stavo spettinando: avevo impiegato una buona mezz'ora a farmi i capelli, stavano tutti belli pimpanti e il sentirmeli guastare dal vento a inizio serata mi indispettì parecchio.
(Mi capita pure con la metropolitana quando arriva in banchina e io sono appena uscita da casa, ma lì la situazione non era attiva e professionale, quindi aperta a tutte le possibilità e a ogni evento, ma passiva e notturna, quindi da tenere sotto controllo).

Come le donne sanno molto bene per esperienza propria e altrui, appena si comincia a trattare un uomo con dispetto, quello intigna e si ostina nel prodigare attenzioni.
E così avvenne.
Per cui oltre alla cena, interminabile e noiosissima, dovetti pure sorbirmi l'invito ad andare in montagna qua vicino a vedere le stelle.
Indossavo una deliziosa giacchetta estiva, con la fodera a righine e pure un fiocco di garza sul fondo della schiena.
Inoltre avevo delicatissime scarpe di pelle bianca.
Feci notare che non ero vestita da escursione e che avrei patito il freddo.
Mi fu risposto che c'era una coperta in macchina.
Rilanciai dicendo che le coperte che stavano in macchina mi facevano ribrezzo, il ricordo più tragico in questo senso mi veniva da un'escursione in carrozza pure con i campanacci in un Natale disgraziato sulle Dolomiti, in cui faceva notte alle due e mezza del pomeriggio, manco fossimo stati in Finlandia, con buttata addosso una di quelle cose da cavallo che del cavallo hanno tutto l'odore, ma lì, con tutti gli scarponi, la calzamaglia, il berretto, la giacca a vento e i guanti, morivo di freddo, per cui non c'era scelta e non c'era neppure scampo.
La coperta che stava in macchina non era stata usata da un cavallo.
Lì il dispetto mi travolse. 
Non me ne importava niente delle stelle, potevo andarle a vedere quando mi pareva all'Osservatorio, oppure contemplarle sulla carta, non avevo alcuna voglia di inzaccherarmi le scarpe con l'umido della terra, la mia giacchetta con il fiocco di garza certo non andava in lavatrice e l'avrei voluta indossare un altro paio di volte prima di riportarla in lavanderia, la conversazione era piatta come un marciapiede e poi detestavo le macchine scoperte, che mi scompigliavano tutti i capelli.
(Gli uomini dovrebbero ricordare che alle donne piace farsi scompigliare la pettinatura solo e quando lo decidono loro, non mi sembra che ci voglia tanto a capirlo).
Un vero peccato.
Ma quale peccato, trattasi di un invito allucinante, capirei pure pure la corsa al mare e la passeggiata sulla spiaggia (oddio, le scarpe) ma in montagna a vedere le stelle con addosso una coperta, fosse pure non da cavallo ma con tutto l'umido della notte, mai sentita una cosa più imbecille.

In definitiva.
Fu trovata in qualche anfratto e messa in uso la copertura della cabrio, io spiegai che est modus in rebus, ovvero che uno invita a vedere le stelle una donna che conosce bene o, almeno, che abbia manifestato una qualche propensione in tal senso, perché altrimenti è un atto di prepotenza, un invito da sordo che sente solo quello che gli fa comodo, che gli scenari andavano tutti rivisti e che mi aspettavo pure di essere ringraziata per l'apertura di occhi che avevo procurato in tal senso.
 
Riguadagnata casa mia appena possibile, feci toletta e mi lavai anche i capelli.
Quella notte dormii sonni serenissimi, senza nemmeno chiedermi se il cabrista sarebbe stato visitato da qualche, meritatissimo, incubo.
 
L'ASTEMIO. La chiudo subito qui, è l'incubo peggiore di tutti. Capace, all'osteria, di non girare il bicchiere rovesciato sul tavolo, incapace di un'ordinazione, figuriamoci di una scelta, ignora l'esistenza del calice con il piede e dice cose penosissime, uno spumantino ogni tanto ma solo al compleanno, non riconosce un abboccato da un secco, non beve perché gli fa male lo stomaco e gli gira subito la testa, guarda la bottiglia come se fosse un oggetto schizzato fuori da un'astronave dall'uso indecifrabile, non ha mai letto Hemingway e non capisce perché se ne parli, è incorreggibile, incolto, sostiene che il vino ha un odore pessimo, si vanta di essere sobrio, ignora la bellezza di una cena che si fa morbida, di un brindisi condiviso, di un giusto accostamento con un piatto, ignora perfino la differenza fra una regione e l'altra, è italiano per sbaglio, considera i francesi tutti alcolisti e lo champagne una perversione del gusto. A che pro andare a cercare lì le bollicine se ci sono, nell'ordine, la Coca Cola e l'acqua effervescente?
La cosa cui più assomiglia è una signorina zitella, di quelle che temono di compromettersi, sempre e solo concentrate sulle indisposizioni della propria pancia, allergiche a tutto, preoccupate prima di prendere freddo e cinque minuti dopo di prendere caldo. 
Se volete una vita con un senso e delle notti che siano più belle dei vostri giorni, date retta a me, gli astemi, lasciateli perdere.  
 

E frequentate solo uomini capaci di farvi sognare i sogni giusti, perché a sognare un incubo, si perdono il sonno, il tempo e la voglia di esistere.

In questo mese di agosto state in guardia e, ve lo auguro di tutto cuore, dormite serene e tranquille.

 
 
 
 
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272. Se permettete, parliamo di uomini, 6: gli uomini incubo, 2

Intervista col vampiro, 1994

Troy, 2004

Vento di passioni, 1994

(ovvero: Se proprio volete farvi un film, fatevelo al cinema)
 
Premessa. Questa puntata nasce dalla mia sana abitudine di farmi ogni tanto una Pitt Week che, come si capisce, consiste nel frequentare per una settimana le diverse interpretazioni del mio attore prediletto. 
E' frutto del mese di agosto, quindi è calda, morbida e confezionata a briglia sciolta, tenetene conto.
Ancora una volta queste riflessioni sono riservate alle donne che, se pure non fossero fan del tipo in argomento, e ciò sarebbe meglio per via della diminuita concorrenza, possono sempre rileggerle a modo loro e declinarle secondo i loro gusti.
 
IL VAMPIRO (Intervista con il vampiro, 1994).
Dal mio punto di vista i Francesi hanno sempre ragione, anche e soprattutto quando danno indicazioni di comportamento nelle faccende che definiremo qui sentimentali. 
Per esempio, nel delicatissimo aspetto in una conoscenza suscettibile più o meno di trasformarsi in relazione, del momento opportuno di, come dicono loro, passare all'atto; qui, l'imperativo è categorico: 'on ne couche le premier soir qu'avec un mec d'un soir' che, tradotto esplicitamente, e di ciò mi scuso, ma è meglio, in questo caso e in tanti altri, essere chiari, significa che non si va a letto la prima sera se non con un uomo di una sola sera. 
Per cui, a meno che non dobbiate partire la mattina dopo per l'Australia e rimanere fuori 7 anni, ma in quel caso non si capisce perché non stiate a casa a fare la valigia, date tempo al tempo e fate finta di niente. 
 
Vi assicurerete un periodo gradevolissimo di corteggiamento, fatto di telefonate e messaggini sempre più impazienti, piccole frivolezze ed attenzioni, insomma la fase del 'prima' in cui abbonda ciò di cui 'dopo' si sente rapidamente la mancanza.
Ora, possiamo ragionare su quanto deve durare la fase suddetta. 
La risposta netta e lucida di un amico, in questo senso esperto, cui avevo posto la domanda fu: tre settimane. Che, tradotte in numero di incontri (si faceva il caso di Roma, città notoriamente dispersiva), corrispondono a cinque volte. 
Dunque, se in questo lasso di tempo non accade nulla di concreto, vuol dire che state tutti e due aspettando di cogliere l'agognato frutto. 
 
Passate le tre settimane, c'è da cominciare a preoccuparsi. 
 
Soprattutto se alla mancanza di azione si aggiungono altri segni: uno strano pallore, un'anemia generale, occhi fosforescenti, disappetenza a tavola, appuntamenti che fioccano solo al calar del sole.
Inoltre. Lui non parla mai dell'arredo della sua camera da letto, ha bizzarri ricordi che non datano mai a epoche recenti e la sua candida e liscissima pelle si rivela gelida al casto bacio della buonanotte sotto casa vostra.
 
A questo punto è legittimo il dubbio di esservi imbattute in un vampiro.
 
D'accordo, alle donne, in particolare giovanissime, quel tipo di maschio piace parecchio: ci si innamora dell'efebo morto e sublimato un po' come ci si innamora dell'amore, la dinamica è la medesima.
Il mondo che lui evoca con la sua sola presenza è un perfetto mondo di marmo di assoluta purezza; lui colma completamente il vostro immaginario, è romantico come nessun altro e frequentarlo è come stare in un racconto fiabesco, lui sorge come un astro notturno, gli incontri si succedono, si susseguono gli appuntamenti, ai quali, però si intrecciano i rifiuti e le schivate.
 
Insomma, lui è un fantasma. 
 
Non dico niente di nuovo, la letteratura (e anche la filmografia) è enorme e la saga di Twilight, che a me, che pure ho un debole per i vampiri, è piaciuta poco o niente, non fa altro che ribadire il concetto: con un uomo così non si cava un ragno dal buco. Perché? Perché è impossibile fare uscire sangue da una rapa.
Fuor di metafora e pur volendo essere gentili con una creatura che, comunque, è in uno stato di sofferenza (pensate soltanto all'imbarazzo di non poter mai fare una passeggiatina a vedere le vetrine quando i negozi sono aperti), un uomo così è inutile e impraticabile.
Al primo sfioramento di collo, rischiate il morso.
E dal morso alla trasformazione il passo è corto e, una volta trasformate, mi dite voi che cosa ve ne viene in tasca al di là del pur rispettabile amore eterno?
Finite le visite alle mostre e le sortite dal parrucchiere e dall'estetista, niente o pochi contatti con l'esistenza, che è fatta dell'avvicendarsi del giorno e della notte, della ciclicità delle stagioni, anche di un bel letto di modernariato o di design, detto fra noi molto più comodo di una bara da morto, fosse pure a due piazze, nella quale sareste costrette a dormire.
Solitudine, e quella a due è tristissima, malinconia fissa, mai una risata (ancora a proposito di cinema, Jessica Rabbit aveva sposato il coniglio perché la faceva ridere, ricordiamolo), sempre il timore di una diminuzione di globuli rossi, mai più una bella bistecca o una crème anglaise perché i vampiri si nutrono, monotonissimi, solo di sangue. 
E deve essere sangue di vivo, non di morto, e il libro e il film lo dicono chiaramente, se avete scrupoli morali vanno bene pure i polli e i sorci, una cosa, a pensarci a mente lucida, ributtante. 
 
E che dire della destinazione dei vagabondaggi? Sempre e solo il cimitero.
 
Appartamenti polverosissimi, decadenti, puliti malamente dalla colf che fa subito due più due e capisce che chi glielo fa fare a passare bene lo straccio, tanto sui pavimenti il padrone di casa preferisce la patina del tempo.
Un orrore.   
Una tristezza.
Una noia furibonda.
A questo punto, meglio giocare con il fuoco, farsi mordere e finirla lì. 
Ma il lì implica la mancanza del frutto che stavate aspettando di cogliere, è la vittoria che vi sfugge di mano mentre eravate in vista del traguardo, è Itaca che si fa sempre più lontana proprio quando avevate messo piede sulla sua petrosa spiaggia.
Morire d'amore? Bello, però, come dice, anzi, canta una dei protagonisti de Les parapluies de Cherbourg (Jacques Demy, 1962), 'On ne meurt d'amour qu'au cinéma', solo al cinema si muore d'amore. 
Dunque, se volete farvi una storia con un uomo, prendetevelo in carne e ossa, fossero pure deperibili l'una e le altre, controllate che dorma in un vero letto completo di lenzuola, fatevi portare ogni tanto fuori a mangiare una pizza, accettate un morso ma solo se è uno dei tanti aspetti del contatto che lui vi offre, aggiungete voi, se proprio lui non ce la fa, una qualche dose di notturno e di romantico alla vostra vicenda.
E i vampiri, datemi retta, lasciateli al cinema, oppure lasciateli perdere.
 
L'EROE GRECO (Troy, 2004).
'Capitano, le storie, solo a chi le sa raccontare': lo dicevo l'altra sera al telefono a un mio giovane amico. 
E, siccome voglio che le storie mi capitino, provo a raccontarle.
Dunque narro spesso ai miei studenti, ma solo quando ho un corso nuovo perché cerco di non ripetermi, di un vagheggiamento che mi venne in mente una volta, venato di desiderio e di sentimento, ma capace di farli rotolare per terra dal ridere. 
Cosa che accade anche a me, ed è per questo che lo narro.
 
Esso consisteva in un invito a cena che mi figuravo di ricevere da Achille.
 
La cosa mi riempiva di trepidante gioia, pensieri ulteriori si urtavano a quello primario, entravo in uno stato di progressiva eccitazione.
Fino a che non mi veniva in mente una domanda che più femminile non si potrebbe: 'Oddio, che mi metto?'.
Insomma, lui sarebbe presumibilmente arrivato con corazza, scudo e elmo, certo non potevo vestirmi in modo ordinario. 
Un peplo? E, con il peplo, che scarpe ci abbino? Certo non quelle stringate e nemmeno gli stivaletti, insomma, ci voleva pure un paio di coturni. 
E con peplo e coturni, come mi pettino? 
Certo non posso spararmi i capelli en petard, fa troppo post punk, meglio uno chignon con i ricci. 
E i ricci, come me li faccio? Con il ferro? Vado dal parrucchiere e gli chiedo la permanente? Sicuro che quello pensa che abbia preso un colpo di caldo, o di freddo, dipende dalla stagione. 
E, a proposito di freddo, non è che con il peplo, così leggero, mi prendo un mal di pancia per via dell'aria condizionata del ristorante? Certo non posso metterci sopra una maglia.
 
Che problema.
 
Inoltre. Lui come arriva? In biga tirata dai soliti due cavalli? 
I suoi, Balio e Xantio, sono pure immortali. E se, per quanto immortali, ai cavalli viene in mente di fare la cacca sotto casa mia proprio quando io scendo, che figura ci faccio con i vicini, abituati a sentirmi protestare a cadenze fisse perché il giardino condominiale non è mai netto come dovrebbe?  
E poi, la biga. A via Clelia, ci passa? Quanto sarà lunga? Basta il passo carrabile infilata dentro con la parte anteriore, quella che di solito comprende il cofano ma che, nel caso, sviluppa due cavalli?
E poi che fa, esce a marcia indietro, pure senza luci di posizione, il primo automobilista distratto che gira da via Coriolano, finisce in un tamponamento. 
Avrà il cid?
E se si arrabbia?
Achille arrabbiato confesso che mi preoccupa. 
Ha un caratteraccio, i suoi atti di valore sconfinano nel brigantaggio, conquista, ma massacra pure e saccheggia, è uno che in gergo si chiamerebbe fumantino, la sua ira è funesta.
E, ammettendo che arriviamo al ristorante e che si risolva pure il rinnovato problema del parcheggio e che ci sia un'altra sedia per l'elmo, lui, quando mangia, come si comporta? 
Afferra con le mani il coscio di agnello e lo fa fuori a morsi? 
Ordina i cibi cui è avvezzo, interiora di leoni e cinghiali, midolla di orso, miele, un menu concepito apposta per infondergli forza, coraggio e dolcezza?
D'accordo sul miele, ma con il resto, proprio non saprei come mettermi.
 
Che problema. 
 
Per non parlare della sua assoluta mancanza di compassione, andiamo, su, uno che trascina per dodici giorni il cadavere del pur eroico Ettore sotto le mura di Troia per puro gusto di vendetta e solo perché, sbagliando bersaglio, ha ammazzato in battaglia il suo adorato cuginetto.
A proposito del bersaglio sbagliato, quando Troy uscì mi organizzai per vederlo subito subito. Anzi, a dirla tutta, ero nella sala qui sotto il primo giorno di programmazione al primo spettacolo. E ciò facendo letteralmente i salti mortali perché una pratica del tipo per me è improponibile in stagione. 
Ma siccome il tempo per vedere l'innamorato si trova sempre, io all'appuntamento fui puntualissima.
Pronta a zittire il pubblico di incompetenti che avevo intorno, che parlava sui titoli di testa, con i bambinetti innocenti che si trovarono subito, alla prima scena e immeritatamente, con lui che dormiva in tenda avvinghiato non a una ma a due donne, con quello seduto vicino a me che ci era cascato tanto quanto Ettore e aveva scambiato Patroclo per Achille solo perché il primo aveva sottratto le armi al secondo. 
'Vada a rileggersi l'Iliade', gli sibilai, visto che continuava a ripetere che il film era finito perché l'eroe era morto.
Per evitare ulteriori disturbi, appena uscì comprai il dvd; anzi, comprai quello doppio, per cui passai giorni gustosissimi a imparare come avevano girato il film. 
'Living the Dream', c'era scritto sui camion che trasportavano i materiali e sapete che cosa era successo al nostro eroe proprio prima della scena finale del duello con Ettore? Si era stirato il tendine di Achille, giuro, aveva passato un buon paio di mesi con la gamba inservibile e nell'attesa anche le mura della città di Priamo erano cadute in pezzi e fu necessario ricostruirle.
 
Ma. A guardare bene in faccia la realtà e a rivedere il film, anche questo uomo qui è impraticabile. 
Pur volendo passare sopra al caratteraccio, proprio come lui passa sul cadavere dei nemici, alla valanga di impicci che si tira dietro (pensate solo all'abitudine inveterata di perdersi appresso a ogni grazioso maschio che passa), alla brama di vita breve e gloriosa, alla sete di sangue insaziabile, resta il problema dell'abbigliamento.
E se gli togliete elmo e corazza, che cosa vi resta? Un bel ragazzo in jeans e camicia a righine, forse, il che non sarebbe male, se non fosse che, a quel punto, è meglio che, nel genere, ve ne cerchiate un altro: uno meno intrattabile, capace di adoperare la forchetta, che non stia lontano da voi per guerre che durano dieci anni e che, soprattutto, quando vi viene a prendere sotto casa per portarvi fuori a cena, arrivi con una normale macchina con una potenza sì, misurabile in cavalli, ma che, almeno, sono cavalli che non fanno la cacca.
 
L'AVVENTURIERO (Vento di passioni, 1994).
Con me, non attacca. 
A me l'avventuriero mi scoccia. Uno con la fregola del viaggio, la bulimìa del paese mai visto, la foia della scoperta.
Quello che eccita lui, a me mi annoia. 
Sì, perché secondo me l'avventura sta da tutt'altra parte, per esempio nei giorni vissuti con la capacità di trovarci dentro, come diceva Baudelaire, 'la frenesia quotidiana'; nel gusto di trasfigurare un incontro in un film (e un film in un incontro); nella vita che è un romanzo (La vie est un roman, Alain Resnais, 1983).
 
(Un po' come con i medici: quelli davvero eroici, secondo me, non sono quelli che non conoscono le frontiere ma quelli che lavorano al Policlinico, e che passano dalla sala operatoria al tavolinetto dove vi scrivono la ricetta, che siglano con il timbro tirato fuori dalla tasca del camice, che nel frattempo si è imbrattata d'inchiostro, con la medesima perizia e con, esattamente, la medesima volontà di curarvi).
 
Inquieto e selvaggio, capace di misurarsi da giovanissimo con un orso, che sarà poi la logica causa della sua morte, Tristan, quanto a far soffiare il vento delle passioni, è bravissimo. 
E ti credo. 
Voi pensate solo alla noia della vita in un ranch nel Montana, peraltro impepata dalla presenza dei tre figli del colonnello. 
La bella ragazza che arriva da fuori, tendenzialmente sventata, si fidanza con il primo, si sposa con il secondo ma è innamorata del terzo che, indovinate un po', è, però, l'avventuriero.
E che, quindi, la molla sul più bello; proprio quando lei aveva cominciato a prenderci gusto, lui, infatti, se ne va non si capisce dove, le scrive cose bruttissime, le dice di sposare un altro e di dimenticarlo.
Ora, come ogni donna sa, appena un uomo dice 'dimenticami', finisce che levarselo di testa è impossibile, che lui diventa un sogno ricorrente, nella nostra ottica di oggi sarebbe meglio dire che il tipo, in questo caso l'avventuriero, diventa un incubo. 
 
Un bel guaio.
 
Con gli avventurieri bisogna che stiate attente. 
Perché ve li trovate in foto attaccati a una liana o che si sono appena buttati con attaccato l'elastico; vi invitano a passare la notte nella giungla per farvi sentire il grido della natura invece di pensare a un normale ristorante di cui sembrano ignorare l'esistenza; vi propongono vacanze improponibili, a dorso di cammello, in canoa nei fiordi con caschetto e giubbotto antiannegamento, con risalite di torrenti, attraversamenti di paludi, sabbie mobili. 
Il tutto con sulle spalle zaini che pesano dai 15 ai 20 chili, con dentro l'acqua anche per sciogliere il barattolo di zuppa riscaldata che vi propinano la sera come cenetta romantica.
 
Mai una bella vasca per un bagno alla giusta temperatura; un materasso degno di questo nome; lenzuola che respirano la stiratura; tavoli apparecchiati decentemente con sopra, casomai e perché no, qualche porcellana e qualche fine cristallo.
 
Comunque. Ricordatevi della battuta chiave del film, che il fratello che resta rivolge alla bella ragazza, che si dispera, si strazia, si taglia tutti i capelli e alla fine pure si ammazza: 'Lo volevi selvaggio?'.
Quindi, ben ti sta, così impari a non vedere che l'avventuriero è una punizione, un tormento, una condanna, da frequentare solo se non si ha niente di meglio da fare o se si devono scontare peccati imperdonabili.
 
LA MORTE (Vi presento Joe Black, 1998)
Strana incarnazione, nel caso fascinosissima. Ma siccome e come è noto, a pagare e a morire c'è sempre tempo, rimando l'incontro, dilaziono il piacere, ci penso su un attimo.
E vado a rivedermi il film, così, tanto per rinfrescarmi la memoria e abbellirmi gli occhi.
 
Chissà, forse torneremo a parlarne.
 
Per il momento, dunque e in conclusione, siete a posto almeno per qualche giorno della vostra settimana cinematografica. 
Il gusto che ne trarrete e i miei avvertimenti vi proteggeranno dall'idea balzana di andare in giro a cercare invano quello che trovate solo al buio, avvolte in una poltrona di velluto, al di fuori del mondo. In altre parole: al cinema o in luogo analogo, nel mio caso il mio soggiorno.  
 
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273. Puntata Anti-Age, 1: Time Is on Our Side

Giovan Battista Piranesi e le sue scale impossibili, Carceri, tav. XIV, 1761

Isabelle Huppert ne La merlettaia di Claude Goretta

Howl in Il castello errante di Howl di Hayao Miyazaki

Settembre. Mese, lo abbiamo detto, di tutti gli inizi. 
Potete decidere di leggere un classico (leggere un classico è una cosa serissima che occupa almeno un paio di stagioni e non lascia spazio a niente altro); riprendere i libri di inglese; iscrivervi in palestra; farvi degli amanti; riflettere sul tempo che passa.
A proposito dell'ultima possibilità, sappiate che nessuno di noi è stato mai così vecchio come lo è adesso e che la situazione andrà evolvendo. Pertanto e alla luce di quanto sopra esposto, mi decido a riorganizzare i miei pensieri a riguardo e a proporveli, anche perché tutto quello che si dice in giro è impreciso, approssimativo e spesso sciocco. 
Dunque, visto che la cultura fa la differenza, e la fa sempre, proviamo ad adoperarla e vediamo che succede.

Mi propongo di suddividere l'impegno in capitoli, dedicati ciascuno ad alcuni aspetti dell'età che mi stanno a cuore. 
Per esempio: lo zenzero, che mi piace chiamare ginger, pieno di antiossidanti, barriera contro i radicali liberi, perfetto anti-infiammatorio naturale, che trovo buonissimo e di cui abuso quotidianamente; i cosmetici (la Sisleÿa Global Anti-Age 50 ml costa € 315,00, non c'è ticket di nessun genere, il barattolo dura circa tre mesi. E' una crema ottima, quindi mi chiedo se è democratico metterla in vendita a quel prezzo. In ogni caso inferiore a un abbonamento Roma-Napoli del Frecciarossa); le amiche che sono un cordoglio; gli integratori alimentari; la filosofia 'No Kids' (con l'agghiacciante scoperta che i figli accelerano il processo di invecchiamento); l'amante giovane (che, invece, il processo, è scientificamente provato, lo rallenta); il punto di vista degli uomini; e tutto il resto che mi verrà in mente.

Se vi va di leggermi, accomodatevi. 
Anzi, come dicono gli anglosassoni, be my guest, locuzione che trovo molto bella.

Prima premessa. Il pensiero da riferire subito è stato espresso di recente da un famoso direttore d'orchestra, categoria notoriamente giovane, fosse solo per l'energia di cui dà prova. Il discorso era più o meno questo: d'accordo, ho settant'anni, ma non sono ottanta, e già siamo a buon punto.
Il discorso riguarda tutti. 
La rincorsa all'età non serve, sembra di trovarsi di fronte all'incubo di Piranesi descritto da Marguerite Yourcenar, con l'artista veneziano che saliva su una scala e che alla fine della scala se ne trovava un'altra sulla quale doveva arrampicarsi e così via fino all'estenuazione e al risveglio. Una specie di videogioco letteralmente allucinante.
Piranesi soffriva di malaria, quindi poteva permettersi il frequente stato febbrile per cui usciva di senno. 
Se voi la malaria non ce l'avete, calmatevi e smettetela di arrampicarvi. 
Insomma, non fissatevi sul tempo che passa.

Seconda premessa. Personalmente trovo la nozione di età del tutto fuori moda, così come trovo fuori moda le cene in terrazza con gli amici e le vacanze. Siamo moderni, quindi dovremmo assomigliare più agli eroi di Murakami, solitari, urbani, appassionati di Chablis e con le domeniche che vanno sempre di traverso, che al cinema degli anni '60, che ci mostra continuamente persone che non fanno niente e che si annoiano, con la divisione in giovani e vecchi e interminabili chiacchiere intorno a un tavolo umidissimo.
Se, quindi, la nozione di età è superata, ci è impossibile paragonarci, mettiamo, ai nostri genitori e la nostra età dobbiamo reinventarcela giorno per giorno. 
Niente male, come programma. 

Terza premessa. Alle donne, come sappiamo, è data un sola possibilità: quella di essere giovani e belle. 
Quindi, è da questo pulpito che viene la predica. 
Passiamo, dunque, oltre.

Quarta premessa. Ancora una faccenda personale e, personalmente, in vita mia non sono mai stata così bene come adesso. Mi sono un po' equilibrata, ho fatto esperienza, ho imparato a venire a patti con le cose e con la gente, ho messo a punto un intuito che si rivela puntualmente un dispositivo oliato e funzionante che mi dà indicazioni di movimento e di campo; non ho perso niente in vitalità, passione, progettualità e, visto che non sono un'atleta, nemmeno in forza fisica. Anzi. Insomma, se mi si presentasse Mefistofele (il mio preferito è quello di Berlioz, che trovo sfiziosissimo) e mi dicesse senti, cocca, tu mi dai l'anima e io in cambio ti do i tuoi vent'anni, gli direi di andarsene, giustamente, al diavolo, di prendersi pure l'anima, e poi voglio vedere che ci fa con quell'impasto di malinconia che, quella no, non si risolve (ma sono in buona compagnia: quella di quasi tutti gli artisti. E ho impiegato anni a capire che gli artisti sono quasi tutti malinconici e che lì sta il loro genio), e di tenersi pure i miei vent'anni, dei quali proprio non saprei che farmene: inquieti, costretti, intrattabili. 

A proposito di artisti, andiamo a cercare le risposte da loro che, se non altro, non dicono mai cose banali e ci offrono sempre modi di leggere il mondo diversi da quelli correnti.

Comincio con un'attrice da me prediletta e dal discorso da lei fatto in un'intervista. 
(Gli attori, quando sono intelligenti e, se possibile, privi di compiacimento, sono molto interessanti per quello che dicono perché sono abituati a osservare e a osservarsi).
Isabelle Huppert trova il suo primo, grande ruolo ne La merlettaia, film di Claude Goretta ispirato dall'omonimo dipinto di Vermeer: lei si chiama Pomme, mela, e fa l'apprendista da un parrucchiere, è semplice e silenziosa e incapace di esprimere i propri sentimenti. Si innamora di François, borghese coltivato, che rimane incantato davanti al suo mistero. Finirà in un abisso di differenza culturale insuperabile.
Isabelle, che è minuta, tendenzialmente rossa, con le lentiggini, si è sempre paragonata a un granello di sabbia, talmente piccola, cioè, da essere invisibile. 
E' così che, nel cinema, è diventata grande.
A proposito della sua età, la definisce variabile: è una timida, quindi se entra in un ristorante pieno e tutti la guardano, ha sedici anni; se è Presidente della giuria di Cannes, ha l'età adulta; se è fra le braccia di un uomo capace di turbarla, ha vent'anni e se li gode tutti.

È poco stabile anche l'età di Sophie, la protagonista de Il castello errante di Howl di Hayao Miyazaki. 
Lei avrebbe diciotto anni ma è vittima di un incantesimo che la trasforma in una vecchia.
E, in queste vesti, si innamora di Howl, che porta gli orecchini, fa continuamente il bagno ed è giovane e bello, come ci si aspetta che siano non solo le donne ma anche gli stregoni.
(Howl è tale). 
Sophie vede se stessa e accanto a Howl si vede ragazza. 
(Se voi andate a chiedere in giro, io l'ho fatto, troverete persone che vi dicono la medesima cosa. Ho sentito ottuagenari che si vedevano più giovani di quanto non si vedessero quando erano anagraficamente tali). 

E se la bellezza è negli occhi di chi guarda (Goethe), mi viene in mente che per l'età potrebbe essere lo stesso. 

Inoltre. 
Quand on est jeune, c'est pour la vie (Clemenceau), ovvero quando si è giovani è per la vita. 
E conosco alcune persone che sono l'incarnazione di questo motto. 
Le vado indagando, cerco di capire se sia una disposizione d'animo o fisica, faccio domande, pur sapendo che non posso ottenere davvero una risposta. 
Una volta mi sono sentita dire che tutto stava nei progetti, mi sembra una mossa gentile, una buona indicazione e un inizio.

Per oggi basta. 
Vi ricordo, però, che chiedere l'età a una donna rimane un atto di suprema scortesia, anche e soprattutto in questi tempi moderni.
Confermiamo che le donne sono sempre e solo giovani e belle e, se proprio messi in una situazione di scacco, chiediamo soccorso al cinema.
In Tutto su mia madre Pedro Almodóvar lascia a Rosa il delicato incarico di dire l'età di Agrado: dai trenta ai cinquant'anni, l'età che abbiamo tutti. 

(Rivedendo il film, mi sono accorta che la seconda parte della frase ce l'avevo aggiunta io e che, quindi, da tempo andavo imbrogliando sulla sceneggiatura. Poco male, vuol dire che me ne ero appropriata e se un'opera d'arte diventa nostra, si compie uno dei suoi molteplici destini: in questo caso, quello di aiutarci ad andare a parare in un posto accogliente quando ci troviamo alle prese con la delicata e sensibile questione di fare i conti con il numero dei nostri anni).

In conclusione. 
Se siete della Vergine e, dunque, compite gli anni in questi giorni, evitate di segnalarlo. Prima o poi, anche se, al momento, di anni ne avete pochissimi, vi tornerà utile.
Parola di una che ha deciso a un certo punto di non festeggiare più il compleanno, trovando la scelta ottima e in grado di salvare da seratine obbligate, regali inutili, cene noiosissime e stupide candeline da spegnere in pubblico. 

(Per il titolo, avendo, esso, a che fare con i Rolling Stones, andateveli a guardare per capire come il tempo, così come sta dalla loro, possa stare anche dalla nostra parte).

Grazie a tutti, alla prossima.

 

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274. Un bel souvenir

René Magritte, Le Viol, 1934

Coco de mer, trovata cercando, forse ciò che vidi nel tinello

Magritte, L'invention collective, 1934, anche in questo caso, quanto a sirene, il Maestro non scherza

Settembre. E una sera di settembre, una volta, feci uno strillo. 
 
Il prossimo amico che fosse venuto a cena per ritrovarci dopo le vacanze con 235 fotografie a colori delle quali non scombinare l'ordine, destinate, nelle sue intenzioni, a suscitare reazioni tipo ah, oh, uh, testimoni del suo Coast to Coast e identiche a quelle dell'amico della sera prima (la macchina a noleggio, la polvere, l'albero il cui tronco era talmente grande da richiedere l'abbraccio di 13 persone per misurarlo, il motel, la strada in cui l'orizzonte era più distante di ogni ragionevole orizzonte), io lo avrei messo alla porta.
 
Mi feci la fama di inospitale ma mi salvai il mese di settembre. 
(I viaggi li raccontano bene solo gli scrittori e i registi di cinema, i turisti non bisogna sentirli). 
 
Anni dopo avrei fatto anch'io il Coast to Coast, ma prendendo un signorilissimo aereo, che già, per i miei gusti, ci impiegava troppo, 6 ore a guardare dall'alto un paesaggio monotonissimo. Mi avrebbe detto poi un amico americano che non capivo niente della meditazione contemporanea, che era indispensabile nel Coast to Coast, altrimenti ti accorgevi che era una lagna.
 
Ma il ricordo più limpido di un incontro amichevole dopo il distacco estivo è quello che in questi giorni, non so perché, si è fatto vividissimo: l'invito a cena di una compagna di università nella sua nuova casa alla Cecchignola, ridente quartiere residenziale dalle parti della Laurentina.
Nel tinello fresco di pittura (quel medesimo anno si era celebrato il matrimonio fra lei e il fidanzato storico) troneggiava su un supporto di ferro battuto, altrove destinato a reggere una pianta tipo Potos o Ficus Pumila, una delle cose più imbarazzanti che abbia visto in vita mia e che non so se sono capace di descrivervi: immaginate una specie di gigantesca noce di cocco, una cosa che sarà stata almeno 65 cm di altezza, con al centro un sesso di donna.
 
Mi spiego.
Non un sesso di donna tipo quello cui somigliano quei molluschi che prendono nome di ostriche e fasolari, cibi sublimi cui purtroppo sono diventata allergica perché mi presi una volta un'intossicazione storica che da allora mi impedisce di mangiarne, il commercio dei quali dovrebbe, secondo me, per motivi di pudore e di decenza, essere protetto in scrigni, cofanetti, insomma in scatole dedicate la cui vista dovrebbe essere riservata solo ai maggiori di età, almeno in senso ampio, e potersi ottenere solo dopo il tramonto, con luci adeguate e atmosfera giusta.
No.
Mi riferisco a un sesso di donna come sono stati i sessi di donna fino a poco tempo fa quando erano visti frontalmente, protetti, dunque, da un vello, quello che in francese e in modo straordinariamente evocativo si chiama 'toison'. 
 
Poi è successo che le donne hanno preso a modello non so se le bambinette impuberi di 4 anni, le attrici del porno o i polli del supermercato, quelli tutti spennati sistemati in contenitori di polistirolo e avvolti nella plastica.
Sappiate, comunque, che è solo una tendenza e che, quindi, passa. 
Anzi, sta già passando.
Chi lo dice? La mia rivista francese e i Francesi, si sa, in queste e in altre cose sono sempre all'avanguardia. 
Forniva diverse testimonianze un accurato reportage in pericoloso bilico fra il ridicolo e il tragico, con medici che si mettevano, per simpatia, le mani nei capelli e elencavano le irritazioni, le infezioni e i pericoli di una pratica fuori di senno e donne adepte del glabro che rendevano confessioni davanti alle quali quelle di Sant'Agostino o di Rousseau sembravano dei compitini di seconda elementare: i giorni in cui erano 'in ordine' e, quindi, potevano incontrare l'innamorato si riducevano a 3 o 4 al mese. 
Mai il giorno medesimo della depilazione per via dell'aggressività dell'intervento, dal quale dovevano rimettersi, e mai dopo 5 giorni dal medesimo, visto che c'era una ricrescita sgradevolissima che, però, non era sufficiente al ritocco.
 
(Volendo tenersi lontane dagli uomini, come idea, è ottima e vincente).   
 
Comunque si tratta di una tendenza e la tendenza passa.
Che cosa faranno i maschi quando la tendenza sarà solo un ricordo? 
Quello che fanno da sempre. Gradiranno. E se non dovessero gradire, c'è l'alternativa della cenetta in solitudine a base delle suddette cosce di pollo che, se ben rosolate e con il rosmarino, possono essere anche più appetitose di una femmina.
 
(In attesa del rimboschimento, essendo un argomento sensibile e di tendenza, si riparlerà di depilazione nell'imminente nuovo anno in Accademia. Piccola anticipazione del programma).
 
Ma torniamo alla noce di cocco nel tinello.
Tutti gli ospiti avevano notato ma, trattandosi di gente perbene, non dicevano niente. Metteteci inoltre che la padrona di casa era una delle donne meno tentatrici che io avessi visto in vita mia e che il neo marito tutto sembrava meno che un malizioso turista che si fosse portato un bel souvenir dal soggiorno ai Tropici.
(Ai Tropici, infatti, i due erano stati in vacanza).
 
La cena si svolse, per me, distrattamente. 
Non riuscivo a capacitarmi. 
Mi turbava in particolare il pensiero di come si fosse svolto il trasporto: in valigia la cocca non entrava; l'avevano registrata come bagaglio a mano e se l'erano seduta accanto a bordo? Era protetta da un tendaggio, che si apriva solo su volontà del proprietario e davanti agli ospiti che gli andavano a genio, come il dipinto di Courbet dedicato al medesimo soggetto? Era stata imbarcata così com'era, casomai con la cintura allacciata in un punto che giustamente si situava un po' al di sopra della lussureggiante e vellosa fioritura?
E come era avvenuto il transfer da Fiumicino al tinello? In taxi? Erano andati a prendere i vacanzieri amici o parenti e avevano dato una mano a trasportarla sedendola sul sedile posteriore o sistemandola nel bagagliaio? E quando era stato deciso di issarla sul portavaso in ferro battuto, sopra c'era già una pianta che, considerata meno attraente, era stata riconvertita in pianta da balcone? E poi, perché in tinello e non in camera da letto dove, a essere un minimo logici, sarebbe stata nel suo ambiente?
 
Che imbarazzo.   
 
Quella sera mi tenni per me tutte le mie domande e mi comportai come si comporta, idealmente, un ospite: solo commenti garbati, sulla pastasciutta e sulla cocca, che, ricordo, definii 'evocativa di paradisi esotici, dove si stava sempre all'umido e al caldo'.
Ero così sconcertata che appena aprivo bocca facevo un guaio.
 
Reazioni: niente. 
Un'educata ventata di riserbo spirava nella stanza. 
Anche quando dopo la cena si sgombrò il tavolo, si sistemarono le sedie allo scopo e fu visionato un filmino delle vacanze, una di quelle cose che non si sa se siano peggio delle fotografie ma che forse sono meglio perché si fa buio e non bisogna badare a non scombinare l'ordine, emettendo, fra l'assonnato e il distratto, gli ah, gli oh e gli uh di ordinanza un po' a caso, tanto vanno bene per tutto, nessuno fece cenno a ciò che compariva manifestamente qua a là nelle immagini: alcune cocche, infatti, erano state filmate dal cineasta dilettante, che ne accompagnava la proiezione con commenti di entusiasmo e comunicava al suo pubblico il gusto della ricerca e dell'acquisto da un indigeno che era stato prezzolato al fine di consentire ai turisti di conservare un'eco della loro vacanza.
 
Come Dio volle, fummo liberati e salutammo, abbandonandoci per le scale a indecorose risate, lazzi, sghignazzamenti, allusioni da caserma che proseguirono anche in macchina e si moltiplicarono sulla Cristoforo Colombo, al punto che dovemmo fermarci perché la guida in stato di quel tipo di ebbrezza non era più raccomandabile.
 
Il giorno dopo telefonai per ringraziare della bella serata come faccio sempre, senza un cenno all'ingombrante presenza nel tinello, della quale non sono mai riuscita a decifrare il senso.
 
L'unico riferimento che mi viene in mente è Il pranzo del Generale Cork raccontato da Curzio Malaparte ne La pelle, quando si mettono in luce i gusti grossolani dei padroni stranieri a Napoli, di tutti meno di 'due francesi. Roberto d'Angiò e Gioacchino Murat, perché il primo sapeva scegliere un vino e giudicare una salsa, e il secondo non soltanto che cosa è una sella inglese, ma sapeva con suprema eleganza cader da cavallo'.
 
Nei terribili giorni della guerra, fra il 1943 e il 1945, si svolge anche il banchetto con gli Americani liberatori nel palazzo dei Duchi di Toledo con il servizio di piatti di casa Gerace, celebri porcellane pompeiane di Capodimonte intitolate alla bella Emma Hamilton.
Nel menu prima Spam fritto poi granturco bollito ('Che razza di eroi erano questi americani, che mangiavan granturco come le galline?'), poi, finalmente, il pesce: 'Sirena con maionese'. 
 
E una Sirena giaceva sulla schiena in mezzo all'immenso vassoio d'argento portato da quattro valletti in livrea, 'sopra un letto di verdi foglie di lattuga, entro una grande ghirlanda di rosei rami di corallo'.
Reazioni: moltissime. 
E' una bambina cotta con i fianchi che finiscono 'in piscem'? 
E' un pesce dalle strane sembianze umane?
Orrore, timor sacro, tutti madidi di sudore.
Del resto il Generale Cork aveva preso l'abitudine, quando offriva un pranzo a qualche alto ufficiale alleato e visto che a Napoli non si trovava non solo un pesce ma nemmeno una lisca, di far pescare la pietanza all'Acquario.
E sulla sua tavola comparvero il pescespada dono di Mussolini, il tonno di Vittorio Emanuele III, le aragoste dell'isola di Wight e le ostriche perlifere delle coste d'Arabia.
E la Sirena.
Malaparte, che è un visionario che interpreta magnificamente la visionarietà di Napoli, non ci toglie alcun dubbio, ci lascia andare per sentieri paralleli, un po' come il marito della mia compagna di università, non si pronuncia se non per imbrogliare di più la matassa.
 
(Voglio mettere in bibliografia La pelle, che è un romanzo magnifico in tutto l'orrore che racconta, nell'imminente nuovo anno in Accademia. Altra piccola anticipazione del programma).
 
Fatta salva la differenza abissale fra i due pasti, uno nel tinello, l'altro nel palazzo, l'analogia fra la Sirena e la cocca si stabiliva sempre di più nella mia mente, con i due ospiti, il marito della mia amica e il generale, che non si sa se hanno capito qualcosa di quello che accade loro intorno.
(Tutti e due sembrano dei candidi e, come sappiamo, omnia munda mundis, quindi, forse, il sospetto sta negli occhi di chi guarda).
Vai a sapere.  
 
Vi racconto però la mia storiella perché è settembre e, anche se l'esposizione di fotografie e la visione di filmini sono superate perchè ormai le immagini delle vacanze ci arrivano mentre le vacanze si svolgono e manco dobbiamo aspettare una sera di settembre per vederle, può darsi che vi siate portati a casa un souvenir che volete mostrare agli amici e di cui, dopo quello che vi ho detto, non siete più del tutto certi.
 
Quindi, che abbiate un salone o un tinello, un palazzo o un normale appartamento, i valletti o un carrello di servizio, datemi retta e aprite bene gli occhi. 
Fidatevi del vostro istinto solo se siete persone navigate e sveglie. 
 
In caso contrario e al minimo dubbio, prendete l'oggetto, giratelo da tutte le parti, coinvolgete nell'indagine qualche intimo di cui potete fidarvi e soprattutto, se vi siete portati a casa qualcosa che potrebbe essere una cocca, non so bene come dirvelo, ma, insomma: prima di metterla sul piedistallo, guardatela bene in faccia.
 
Porgo l'augurio di buone cene di ritrovamento amicale a tutti e confermo quello di buon mese di settembre.
 
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275. Il tempo non è più quello di un tempo

Il nuovo timer

Il tempo è una cosa bizzarra e fa come gli pare, quindi bisogna controllarlo.
Da cui gli orologi, la sveglia e il timer.
Senza timer sono incapace di cucinare, gli spaghetti mi si scuociono, l'infusione del tè mi viene o troppo debole o troppo forte, il riso mi diventa una pappa. 
Per non parlare degli usi diversi, chiamami fra 10 minuti, e io, dopo dieci minuti, chiamo.
Le creme, le maschere, gli impacchi per i capelli.
La caldaia del ferro da stiro.
Bagnetto bonsai 1, 30 minuti.
Bagnetto bonsai 2, 25 minuti perché è più piccolo, ovvero ancora più bonsai.
Parlando solo delle prime cose che mi vengono in mente.

Ieri mattina mi sono accorta che il timer non era suonato.
Ho dovuto rifare il tè, poi l'ho riportato al negozio. Era un timer svizzero pagato parecchio, almeno per un timer che è durato sei mesi scarsi.
Al negozio mi hanno detto che loro non c'entravano niente. Io ho detto che lo avevo riportato perché lo consegnassero al rappresentante e che mi stupivo che anche i timer svizzeri fossero diventati così inaffidabili. 
Che insomma qualcuno doveva pur assumersi la responsabilità di un simile affronto alla proverbiale puntualità del posto.

(Darò notizie).

Poi sono andata a cercarne un altro ma avevo poco tempo. 
A via Mario de' Fiori mi hanno fatto vedere due timer di Alessi con gli orecchi ma io con Alessi ho chiuso anni fa per via di un'ustione che mi provocò al dito indice il grilletto di un loro bollitore. 
Ci fu una discussione vivacissima, io dissi che il designer doveva sapere che il bollitore serviva a bollire e che quindi se non isolava il dispositivo di apertura, era un cretino, loro dissero che però l'oggetto era bello, io risposi che apposta lo avevo comprato ma pensavo che avesse anche una funzione, visto che non avevo bisogno di un soprammobile.

La cosa durò parecchio. 

Alla fine mi spedirono in gran segreto un elemento in gomma fatto per essere messo sul grilletto e, quindi, isolarlo, sottolineando, però, che il designer lo aveva disegnato solo per il mercato americano, perché per lui, quello europeo, poteva pure ustionarsi.

Io trovai questa cosa del tutto demente, dissi che non avrei mai più acquistato uno dei loro inutili oggetti e che avrei raccontato vita natural durante l'episodio. Cosa che sto facendo.
Figuriamoci se andavo a comprare un timer Alessi. 
Pure con gli orecchi.

No, non voglio il digitale, voglio vedere il tempo che scorre.
Mi dicono che fra due settimane arrivano i loro modelli classici.
E io, nel frattempo, come faccio?


Stamattina per il tè ho messo la sveglia del cellulare e ho fatto un'infusione decente.
Poi sono andata in un negozio di accessori per la cucina a via Piave.
Avevo fatto tardi, dunque avevo 10 minuti stretti e dovevo fare due commissioni, quelle cose che al sud si chiamano 'servizi'.
Buongiorno, per favore vorrei un timer. 
Il gentilissimo titolare, un anziano signore pieno di stile, mi dice che spera che uno dei suoi timer sia di mio gradimento.
E mi mostra un plateau con dentro un esercito di mostri: ancora orecchi, ma anche braccine, gambette, nasi piccoli e grossi, limoni, cappellini fatti con le foglie. 
Mi dice che ha anche un modello fatto a macchinetta del caffè.
No, non ne aveva uno normale, nel senso che i normali erano quelli.
(Voi pensate che cosa deve essere un timer strambo).
ll signore era così squisito che ho pensato ora li compro tutti.
Guardiamo meglio, insieme, sopra e sotto i mostri. E esce fuori una famigliola anch'essa gravata di qualche tara ma più presentabile: una semisfera con innestato un cono tronco (vedi immagine).
I colori, tutti improbabili: verde, rosa, arancio.
La mia cucina è bianca e blu con qualche squillo di rosso. 
(Sarei in grado di fare una lezione anche interessante su quanti artisti hanno rialzato alcuni dipinti con toni simili: Rubens, Maillol, Eakins i primi che mi vengono in mente, figuriamoci se non ho studiato le relazioni e l'ambiente).

Il timer rosso non lo fanno. 

Apriamo tutte le scatole e ne esce fuori uno bianco. Prendo quello, devo salvare il tè e gli spaghetti in attesa che migliorino i tempi.

Me lo porto a casa, lo sistemo al solito posto, gli do pure un paio di colpetti perché è fatto come quei giochi dei bambini che tu li butti giù e loro si rialzano, però gli punto il dito sulla punta e gli dico di non illudersi: mi libererò di lui appena ne troverò uno più regolare, quindi lui è provvisorio, contingente, non deve abituarsi.
Mi sembra di aver accolto un micetto salvato dalla pioggia che non è del tutto corrispondente alla mia idea di gatto.
Mi sembra di fargli un torto.
Mi sembra di averlo pagato poco e di dovergli un risarcimento.

Cucino un piatto di riso perfettamente al dente.
Stiro una maglia alla temperatura giusta.
Cucino le alici per stasera come le faceva la mia mamma, con l'alloro e l'aceto (devono solo sentire il calore, meno di 10 minuti di fornello).
Stasera mi strucco a regola d'arte (12 minuti di orologio).
Casomai prima di andare a dormire mi faccio pure una camomilla (3 minuti di infusione in acqua bollente).

Sto pensando che forse lo tengo. Penso che se lui funziona e se non ne trovo uno che sia più di mio gradimento, casomai aspetto che si rompa prima di sostituirlo, o che se ne trovo uno più bello, lo tengo per emergenza.
Tanto i timer, anche quelli svizzeri, non sono più quelli di un tempo e un timer di emergenza serve sempre.

(Darò notizie).

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