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276. It's Hard Job (but someone has to do it)

Josef Albers al Black Mountain College dove insegnò dal 1933 al 1949


Il mio mestiere è produrre e fare lezioni. 

Produrre e fare sono due cose diverse: per produrre ci possono volere pure trent'anni perché la cosa attiene all'esperienza, per cui funziona anche, per esempio, con la diagnosi che fa il medico e la pagnotta che confeziona il fornaio; a fare, si fa presto. In un'oretta si brucia tutto il lavoro che ci sta dietro, ma è così anche per il direttore d'orchestra e per lo chef, che vedono consumare quello che producono molto rapidamente.

Un bravo insegnante non si fa in laboratorio.

Come si faccia non lo so, perché più penso agli insegnanti bravi che ho avuto io, più mi rendo conto che ciascuno di loro era diverso dagli altri, insomma, non c'era un modello.
I miei insegnanti migliori sono stati: la mia maestra delle elementari; le insegnanti di Storia e Geografia e di Inglese alle medie; la mia insegnante di ginnasio; il mio professore di Italiano e Latino al liceo; il mio professore di Greco ancora al liceo. Poi all'università c'è stata la superstar, responsabile di quello che faccio oggi.
Onore al merito anche della mia prima insegnante di Francese e della prima di Tedesco, con le quali, visto che ormai ero adulta, ho avuto anche rapporti di amicizia. Della prima ho guardato i bambini.

Il lavoro dell'insegnante assomiglia a quello del direttore d'orchestra, per via dell'interpretazione di una partitura; di una buona massaia che abbia ospiti a cena, che deve nutrire e intrattenere correttamente; di un autore radiofonico, che deve fare una trasmissione equilibrata e interessante. 

Una buona lezione non si fa in laboratorio. 
Certo, c'è una tecnica, però, poi, c'è quella che io chiamo, all'inglese, la prova del budino. Ovvero, si capisce se il budino è buono mangiandolo. 
Se la lezione è buona, lo si capisce facendola.

Una buona lezioni vola su due ali, che hanno tutte e due nome empatia. 
Empatia, dice lo Zingarelli, è la 'capacità di capire, sentire e condividere i pensieri e le emozioni di un altro in una determinata situazione'. 
La prima ala, per quanto mi riguarda, è la presa diretta con l'autore. 
Io mi occupo di gente di talento, cioè mi misuro quotidianamente con persone che hanno la capacità di stritolarmi. 
L'arte è una cosa maledettamente complicata, appena pensi di averla afferrata per un lembo del vestito (mi piace pensare che l'arte, come tutti noi, si vesta), ti ritrovi con un pugno di mosche in mano e ti accorgi che non hai capito niente.
Allora, ricominci.
Ho imparato che l'artista più grande è quello che ti esalta. Se lo fa stritolandomi, poco me ne importa. 
Anche Picasso diceva che la pittura era più forte di lui perché gli faceva fare quello che lei voleva.
Ho relazioni amorose con parecchi artisti.
Con alcuni di essi le relazioni si fanno carnali. Ne cito alcuni ad esempio: Dürer, Velázquez, Courbet, Manet. 
Non sto nemmeno a dire oh quanto mi sarebbe piaciuto andare a cena con Manet, 'impeccabile seduttore, pittore nervoso, irresistibile in tutto', perché in realtà, io, a cena con Manet, ci vado quando mi pare, e garantisco che è vero tutto quello che si dice sul suo conto.
Ho appreso queste relazioni con loro frequentandoli, non solo sui libri, ma anche dal vivo, in mostra e al museo.
In tutta semplicità, io li sento.
Se l'empatia con l'artista funziona, trovo il coraggio di raccontarlo.

L'altra ala è la presa diretta con chi ho davanti.
Insegno a persone di età diverse, ma la sostanza del contatto non cambia.
Se vado d'accordo con chi ho davanti, l'ala si dispiega e la lezione si innalza. 
La portata del volo si differenzia di volta in volta: dallo svolazzamento atrofico del pollo, a un levarsi da terra corretto fino allo slancio maestoso e dispiegato del rapace, che è uno dei momenti più alti della professione e, a dirla tutta, dell'esistenza.

Questo tipo di lezione non si fa in laboratorio. 
Essa accade.
Ci possono essere fattori che ritornato, individuali (personalmente, devo avere addosso abiti che mi piacciano, non sentire né caldo né freddo, essere, per quanto possibile, in voce, prediligere l'argomento). Poi una grossa parte ce l'ha chi ho davanti. 
Il pubblico, come è noto, si sente.

Se qualcuno mi tarpa le ali, mi innervosisco.

Studio tutti i giorni dell'anno, anche a Ferragosto e il 1° gennaio. Anzi, quel giorno lì mi piace partire con il piede giusto. 

Prendo esempio dai musicisti, che sono persone rigorosissime. David Oistrakh: 'Se non suono un giorno, me ne accorgo io; se non suono due giorni se ne accorgono gli altri'. 
Io, ai musicisti che vanno in vacanza senza il loro strumento, non ci credo. 

Suggerisco sempre ai miei studenti di prendere ispirazione dagli atleti che, per una persona giovane, incarnano parecchi miti e che si applicano, incessantemente. Non c'è nessun grande atleta che faccia un record o una grande partita senza un durissimo allenamento.

Poi, è vero che più l'atleta, o il danzatore, o lo chef o chi volete voi, è bravo, meno si vede la sua fatica. 
Anche l'espressione di tecnica, forza, eleganza, abilità e sapienza coniugata con la leggerezza è un ottimo esempio e di esempi ottimi tutti abbiamo bisogno.
Un credente mica si ispira a un santo da due soldi. Il santo deve essere santo sul serio.

Per fare il professore bisogna avere il gusto di parlare in pubblico. 
Conosco studiosi decisamente in gamba che soffrono all'idea di uscire pubblicamente. Nel corso degli anni ho suggerito a più di una persona se non di cambiare mestiere, almeno di dedicarsi alla ricerca, anche il gusto del pubblico non si fa in laboratorio.

E poi non si deve avere paura, e anche lì c'è poco da fare. 
Io nella mia carriera ho avuto paura solo una volta e solo per un attimo: ho fatto per un periodo un'esperienza di insegnamento in carcere e quando il primo giorno sono entrati in aula sessanta detenuti, tutti insieme e tutti maschi, accompagnati dalla guardie con le mitragliette bene in vista, ho pensato oddio, questi mi si mangiano. 
Poi, siccome sono una donna audace, me li sono mangiati io e siamo andati d'accordissimo. Di uno di loro sono stata anche testimone di nozze. 

Oggi degli insegnanti si parla male e con sufficienza e questa cosa è pericolosa per tutti, anche e soprattutto per coloro che lo fanno.
E' vero che si sono rotti tanti patti, per esempio quello fra gli uomini e le donne e fra i giovani e i vecchi, per cui è quasi normale che si sia rotto il patto fra i discenti e i docenti e fra questi ultimi e le famiglie dei ragazzi che vanno a scuola.
Però, poi, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Se qualcuno parla male degli insegnanti davanti a me, mi innervosisco. 
Ho anche tutta una collezione di badge che inalbero sul bavero della giacca che dicono simpatiche cosette, per esempio che gli insegnanti sono sexy e che se quelli buoni insegnano, quelli grandi ispirano. E altre amenità che riservo insieme agli sguardi di strafulminamento e di compassione a tutti coloro che, casomai per brutti e privati ricordi scolastici, non condividono questo punto di vista.

L'insegnante non può essere sostituito da una macchina. 
Le macchine fanno lezioni noiosissime e le ali dell'empatia, i computer, se le sognano.

Gli insegnanti che prestano servizio nelle periferie delle grandi città dalla storia complessa sono degli eroi.

Un insegnante di ginnasio che insegna Italiano, Greco, Latino, Storia, Geografia ed Educazione civica e forse qualche altra materia che mi sfugge dovrebbe guadagnare almeno quanto un manager di una grande industria. E mi stupisce che così non sia.

Ogni volta che sento un insegnante andato in pensione dichiarare che non ne poteva più degli studenti, mi sembra che mi cada addosso il mondo. 
A me, a lui, a tutti.

La mia bibbia professionale si intitola Face à la classe, che significa di fronte alla classe ed è un magnifico manuale redatto da due filosofi, uno, S. Clerc, che insegna al liceo, l'altro, Y. Michaud, docente universitario.
Esso affronta in lucidissimi capitoli tematiche concrete e astratte: l'autorità; il dialogo; la disciplina; la stima di sé; i voti; l'umano; il multiculturalismo; il rispetto; le sanzioni; le tecnologie; il territorio.
Parla della necessità della pedana per la cattedra e anche di quella dei braccioli della sedia, poi è pieno di note, suggerimenti, racconti, come quello dell'allievo che entra in aula e attacca il caricatore del cellulare e del professore che gli dice prego, fai pure, domani, casomai, portati pure la biancheria lavata, così la stendi.

Stiamo tornando tutti a scuola, quindi gli insegnanti tornano a insegnare.
Auguro loro, e auguro a me stessa, di fare buone lezioni, di lavorare in serenità di animo e di corpo, di dare e avere soddisfazione, di trasmettere nel modo giusto, limpido, appassionato e comprensibile, il sapere e di avere a loro disposizione, e costantemente, un bel paio di ali: ampie, potenti, pronte ad aprirsi, in presa diretta con ciò che insegnano e con chi hanno davanti, insomma tali da consentire a tutti di innalzarsi in volo e di goderselo, nella visione superba delle cose che si ha dall'alto e negli orizzonti che, solo così, diventano sempre più ampi.

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277. Coltelli Fratelli

Il coltello rotto

I Coltelli Fratelli

 


Alla fine del mese di settembre, mentre cucinavo, mi si è rotto uno dei miei coltelli prediletti, piccolo e taglientissimo, un Wüsthof 4023/8 cm.
Stavo per buttarlo al secchio quando mi sono ricordata che anni fa, di fronte a un altro coltellino della medesima marca che si era arrugginito, avevo fatto un pacchetto e, adirata, l'avevo rispedito alla Ditta con un bigliettino che diceva più o meno sono una donna delusa e la colpa è vostra.

Dopo poco più di una settimana avevo ricevuto io un pacchettino di ritorno, fatto meglio del mio, con dentro un coltellino nuovo di zecca, molte scuse e i migliori omaggi della Ditta.

Su questa vicenda di professionalità e precisione avevo anche fatto una lezione.

Il mondo è cambiato ma forse non la Germania.
Quindi ho fotografato il coltellino spezzato (foto a sinistra) e ho allegato l'immagine a una mail che diceva più o meno ora che vogliamo fare con il coltello rotto.

Non sono passate nemmeno 12 ore e in un italiano delizioso Herr Karl-August Gaedt, nel mio immaginario l'erede prediletto di Herr Wüsthof in persona, mi diceva di comunicargli l'indirizzo del rivenditore dove l'avevo acquistato: lui avrebbe autorizzato la sostituzione.

Compro tutti i miei coltelli, tranne quelli che mi è capitato di acquistare all'estero perché mi piacevano, da Dolcimascolo, magnifico cognome siciliano, originario di Sciacca, a via Gallia.

Ulteriore scambio di mail. 
Io dico a Herr Gaedt complimenti per il suo italiano, lui mi risponde, precisissimo, vada quando vuole, saluti cordiali.
Dunque, oggi, infilando il coltello rotto nella mia bisaccia e infilando la visita al negozio fra un milione e mezzo circa di commissioni, fermo la macchina in doppia fila a via Gallia, mi armo di coltelli e scendo.
Il plurale deriva dal fatto che stanotte mi sono ricordata che mesi fa un altro coltellino Wüsthof, il 4024/8 cm, da me ugualmente prediletto, aveva avuto un incidente e aveva perso una vite. 
Ho continuato a utilizzarlo perché non potevo farne a meno: anche se ballava un po', tagliava benissimo.

Accoglienza perfetta, io entro e loro mi dicono lei è la signora della mail. (Quando si dice l'intuito maschile forgiato dal caldo sole di Sicilia).

In sintesi. Il Signor Dolcimascolo aveva già ricevuto l'autorizzazione a sostituire il 4023/8 cm e mi diceva che il 4024/8 cm non lo avevo comprato da lui (mi si è aperta la memoria, l'avevo infatti comprato a Berlino un sacco di anni fa perché volevo mangiarmi la frutta in albergo come si deve) ma che con piacere mi avrebbe rimesso la vite.
Anzi, ha anche provato a cambiare pure l'altra per questioni estetiche ma la seconda vite non usciva. Gli ho detto non si preoccupi, casomai esce da sola come è uscita quell'altra e poi mi intenerisce il coltello rattoppato, sembra un cane azzoppato da un incidente cui il veterinario abbia messo una protesi, su, andiamo, come si fa a non volergli bene.

Poi, mentre stavamo chiacchierando anche con Dolcimascolo jr., il cavatappi da sommelier, il coltellino per tagliare la capsula, operazione supremamente importante nell'apertura di una bottiglia, il manico del mio Laguiole che mostra la corda, ma che cosa ho tagliato con il coltello rotto, niente, una mela, e tante altre cose fondanti per qualunque esistenza che si rispetti (ogni vita ha bisogno di coltelli), ho chiesto se avevano il Kitchen Surfer, l'ultima creazione, un nome geniale, fa venire voglia di cucinare anche ai disappetenti.

Certamente.
Dunque sono uscita dal negozio dopo tutta una serie di strette di mano e, da parte mia, dichiarazioni appassionate di una valanga di sentimenti, con, nell'ordine e nella seconda foto da destra a sinistra: il 4024/8 cm con la vite rimessa; il 4023/8 cm sostituito; il Kitchen Surfer nuovo di zecca, confezionato come un gioiello, con il quale ora vado a farmi un carpaccio di limone che sarà il migliore dell'anno.

Quanto mi piace la Germania, soprattutto se rivisitata dal punto di vista della Sicilia e con un'apertura verso il mare di Sciacca.

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278. Femminile, erotico Post, 1

Eros dormiente, un po' rotto ma tutto sommato in forma, Atene, Museo Cicladico

Progetto da un po’ di scrivere un manualetto su come comportarsi nelle situazioni amorose.
Da questo libello nascerebbe una rubrichetta su un giornale e forse anche una trasmissione televisiva di cui sarei autore. 
A parte l'opera encomiabile di bene al prossimo, ci sarebbe anche per la televisione finalmente la possibilità di proporre cose intelligenti. 
Dico per dire, non vedo la televisione da un paio di decenni e può darsi che nel frattempo ci siano stati miglioramenti.
Comunque. 
Avendo ciò in mente, pubblico sull'erotismo un Post elaborato dal mio punto di vista. 
E, dunque, cominciamo con il dire da quale pulpito viene la predica: dal mio, ovvero da quello di una donna adulta, con qualche esperienza e che apprezza gli uomini, continuando a trovarli, come nella canzone di Battisti, 'comunque belli' nonostante la montagna di scocciature che da essi sono venute e vengono.
Può darsi che ci voglia più di un Post per parlare di tutto, stiamo a vedere. Prometto che terrò le citazioni al minimo e il tono leggero.
Almeno farò un tentativo in questo senso.

UNA PREMESSA, detta pure COROLLARIO. Per una donna è molto difficile parlare di erotismo. 
E' difficile storicamente, quindi culturalmente, e ciò a causa di secoli di obbligo al silenzio.
Inoltre, la percezione di che cosa sia l'erotismo in una donna è molto diffusa e imprecisa, continuamente si mescola, si maschera, ha un corso sotterraneo, è intrisa, farcita, lardellata di altro: il gusto di mettersi un bel vestito addosso; la voglia di essere invitata a uscire e di andare in un bel ristorante; l'istinto di mettere su famiglia, anche con la produzione di un figlio; il completamento di sé attraverso l'altro; il corteggiamento, il romanticismo, l'atmosfera, il prima e il dopo (considerando che l'erotismo potrebbe essere il durante), anni di chiacchiere che sono, tutte, fatte apposta per confondere le idee. 
Insomma, prima di capire il desiderio, ci vuole un sacco di esercizio all'ascolto di sé.
Bella roba.

LA LETTERATURA. Presentato il corollario, cominciamo dalla letteratura, che viene sempre prima di tutto (Simone de Beauvoir). 
Tu guarda caso, gli uomini sono stati più bravi delle donne a parlare dell'erotismo dal punto di vista femminile.
Tre esempi su tutti: 
- Tolstoj con Anna Karenina, un personaggio magnifico dal sentire intenso, che vive una storia d'amore che le porta esaltazione e umiliazione, che si innamora di un uomo che non è il marito e prova nei suoi confronti un trasporto carnalissimo
- Flaubert con Emma Bovary, che, invece, confonde la noia con la passione e mescola i balli, gli abiti, i cappelli, le sciarpe con l'amore e trema 'de toute sa peau' in tutta la sua pelle quando beve per la prima volta 'du vin de Champagne à la glace', magnifica anticipazione di brividi meno freddi che la narrazione le riserverà di lì a poco tempo
- Joyce con Molly Bloom, il più sconcertante di tutti, perché lo scrittore si è infilato davvero in una donna e l'ha raccontata nel monologo finale dell'Ulisse in tutta la sua fisicità, mestruazioni, odore di sudore, il turpiloquio che avrebbe voluto usare in una situazione privata, i seni, l'acqua di mare che la eccita, i baci, una rosa nei capelli, il cuore che batte impazzito, il tutto mentre il treno fischia e i ricordi vengono e vanno e si confondono 
Insomma, una cosa spettacolare di fronte alla quale qualunque donna dice: tana, mi ha rincorsa e trovata e mi descrive come io non sarei mai capace di fare.
Lasciatemi perdere sui cosiddetti romanzi erotici scritti da donne perché sono tutti illeggibili, o perché noiosissimi (Histoire d'O) o perché stupidi oltre ogni limite ammissibile (le sfumature di grigio, non ricordo mai quante).


IL CINEMA. Sarà la modernità del mezzo, qui le donne hanno saputo esprimere l'erotismo. Evidentemente l'assenza di un'eredità pesante si è rivelata liberatoria.
Anche qui cito tre esempi, con due registe:
- Jane Campion che in Lezioni di piano mette in scena tre protagonisti, tutti privi o quasi di esperienza amorosa, che costruiscono un triangolo di sensualità travolgente che li sommerge. In un contesto naturalistico selvaggio, il buco nella calza di Ada, che è una donna che arriva in Nuova Zelanda nel 1852 e che, quindi, è vestita all black di conseguenza, diventa il passaggio verso un'esperienza di immersione totale nel mare dell'altro, con lo scambio che avviene fra i tasti del pianoforte e le lezioni del titolo italiano. Ancora la stessa regista, in In the Cut si trasferisce a N.Y., liscia l'eterno brushing di Meg Ryan, di solito erotica come può esserlo una patata lessa, nella migliore delle ipotesi, fritta, e la getta in un noir sanguinante e sanguigno, con il poliziotto Malloy che la trascina verso insospettate sponde, personalissime. Soprattutto considerando quanto poco appeal abbia in questa direzione la Campion (una signora con i lunghi capelli grigi spesso acconciati in ciucciotti e un grande sedere), c'è da rimanere anche qui (piacevolmente) stupefatti
- Kathryn Bigelow con The Loveless, il suo primo film, incastonato nella bellissima scenografia anni '50 del quale c'è una scena che ha nei sottotitoli in francese il testo della canzone So Young che sentiamo 'J'ai du feu entre les jambes'. Il genio della regista è di proiettarci tutti nel motel dove due dei protagonisti hanno fatto l'amore, immergendoci in quei corpi che si stanno slacciando uno dall'altro. Delicata, lasciva, reticente, calma. Solo una donna avrebbe potuto inventare tutto questo

L'EVIDENZA. L'erotismo è avvenimento in sostanza. Di erotico non c'è che l'avvenimento. Il suo valore si giudica dai battiti del cuore che si impadroniscono all'improvviso dello spettatore (Cahiers du cinéma, numero monografico dedicato all'Erotismo, mai archiviato con gli altri, gira per casa mia e ogni tanto, come da una scatola di cioccolatini, ne assaggio un pezzo).
L'erotismo accade (questa sono io) e non serve a niente andarselo a cercare.

CIO' CHE E' MENO EVIDENTE. Una donna ha relazioni erotiche quotidiane con una quantità di maschi notevole, con nessuno dei quali ha reali rapporti. Se avete dei dubbi, ascoltate bene il dialogo fra una donna e il macellaio, il fruttivendolo, il garagista, il ragazzo del supermercato, il fornaio, il parrucchiere quando al parrucchiere piacciono le donne: smancerie, scapricciamenti, pause, sorrisi, provocazioni, civetterie. E questa rete di attenzioni, quasi di soccorso, intessuta, per carità, talvolta (ma non sempre) di motivazioni commerciali, le irretisce tutte, giovani, vecchie, splendide e inavvicinabili, a confondere ulteriormente le acque. Nessuna donna confessa facilmente i motivi che la portano ad andare a comprare il filetto o la confezione di uova proprio in quel negozio; forse i motivi li ignora. 
O fa finta.

FILOSOFICAMENTE, 1: Eros, secondo Platone, è figlio di Poros, che è l'Abbondanza, l'Ingegno e di Penia, la Povertà. 
Cioè, è sempre mancante di qualcosa e alla ricerca di ciò di cui ha bisogno.
Come possa essere afferrabile uno così, qualcuno dovrà spiegarmelo.

FILOSOFICAMENTE, 2: Mi desideri perché sono bella o sono bella perché mi desideri?

I LUOGHI DELL'EROTISMO. Paradossalmente, non sono né il matrimonio né la coppia stabile. 
Del matrimonio nemmeno vale la pena parlare, solo da poco e solo per noi moderni esso è diventato il luogo di tutte le richieste, personali, intime, intellettuali, sociali, amministrative e di assistenza. Anche delle richieste erotiche, certamente. Ma il matrimonio non è mai stato ciò che è diventato oggi. Non dico che non si possa cavare sangue da una rapa, dico solo che tutto non gli si può chiedere.
La coppia stabile moderna, che, invece, dovrebbe essere cementata dall'erotismo, è, però, la massima consumatrice di quelli che si chiamano 'loisirs', ovvero aperitivi, cene al ristorante, pizze, incontri con gli amici da qualche parte, happy hours e ore infelicissime, pratiche sportive, spettacoli, vacanze, week end, parchi a tema, lancio con l'elastico. 
Ma, ditemi voi, se Eros, con tutte le sue pungentissime frecce, se ne stesse appollaiato sulle spalle di entrambi o dell'uno o dell'altra (c'è sempre la possibilità di prendere l'iniziativa e fare una proposta), che bisogno ci sarebbe di stare compulsivamente altrove, anche senza arrivare al loisir estremo di buttarsi da un ponte?
Il week end, non sarebbe più divertente trascorrerlo 'dentro' e non 'fuori'? 
La coppia stabile moderna divora novità e sensazioni forti al punto tale che vengono molti dubbi sul cemento che non sembra cementarla sul serio.

L'AMANTE. Luogo privilegiato dell'erotismo, dunque, è lui. Con un bel carico di lavoro da fare e una gatta da pelare bellissima. A lui dedicheremo lo spazio che merita prossimamente, insieme a una piccola serie di altri argomenti che mi sono appuntata: i bambini & i cani; la fedeltà; il calendario erotico; la pornografia; i fantasmi; i Revenants (ovvero, i maschi che ritornano. Come diceva la locandina di un film che da noi si intitolava Miriam si sveglia a mezzanotte: Nothing human loves forever, nessun umano ama per sempre. Forse, amano per sempre coloro che ritornano); il richiamo del potere e dei soldi; il wife swapping (che, guarda un po', si chiama così e non husband swapping, ci fosse sotto un imbroglio?).

PER FINIRE, SEPPURE PROVVISORIAMENTE: 'L'erotismo è una questione di sguardi, non di tacchi alti'. Jean Touitou, creatore di A.P.C., ovvero inventore di moda e di concetti, a proposito di quello che si è visto nelle ultime sfilate a Parigi, tutte 'à plat', cioè a piatto. Il titolo generale è stato 'Sex Down', ma qualcosa mi dice che il sesso si è abbassato solo in altezza.

Chiudo qui, spero che non vi siate annoiati.

Comunque grazie.
 

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279. Femminile, erotico Post, 2: l'Amante (una monografia perché se la merita)

Sophie e Marie-Pierre Morel, So Cheese...My Little Cake

Parto da quello che ho detto nel Post precedente: l'amante è il luogo privilegiato dell'erotismo e, quindi, è una carta che va giocata subito. Anche qui procederò, per quanto possibile, per paragrafi brevi, in modo da rendere più agevole e invitante la lettura.

LA PREMESSA. Un amante dovrebbe essere prescritto dal medico di base su ricetta rossa ad ogni donna, da un'età che potremmo definire della ragione (le donne, come tutti, hanno tempi di maturazione personali, chi è precoce e chi alla ragione non ci arriva mai), fino a quando non si hanno tutti e due i piedi nella tomba.
Tecnicamente, l'amante può essere inserito in una delle seguenti categorie: 1. farmaci salvavita, indispensabili; 2. aspirina, da prendere al bisogno; 3. integratori alimentari. 
Dico subito che la mia categoria di predilezione è la terza: gli integratori non sono medicine ma, se utilizzati correttamente e con costanza, fanno miracoli e mantengono in salute ottima.

UNA STORIETTA. Una mia compagna di ginnasio, con la quale nacque subito un rapporto di amicizia profonda, aveva una sorella più grande di noi di sette anni, per un paio di quindicenni, un’intera era geologica.
Lei faceva l’impiegata e, insieme, studiava Sociologia, la prima persona che io abbia incontrato con questo interesse.
Era molto affettuosa con la mia amica e anche con me, ci ospitava volentieri e ci dava ascolto.
Lei aveva due caratteristiche sostanziali: andava appena possibile a Parigi e aveva degli amanti.
A Parigi ci andava con il treno notturno, certe volte a Capodanno, con la locomotiva che fischiava a mezzanotte, alloggiava in alberghetti di cui ci raccontava l’atmosfera e i dettagli, mangiava quello che si mangia da quelle parti, vedeva le mostre. 
Per me che conoscevo la Ville Lumière solo sulla carta geografica, un sogno. 
Di amanti ne aveva una quantità indefinibile.
Sposatasi, per sua chiara ammissione, con il fidanzato storico per andarsene da casa e liberarsi dei genitori (non della sorella), si liberò presto anche del marito, che pure a me stava simpatico. 
Dopo la rottura cominciò la ridda dei nomi e dei volti. Non sempre corrispondenti gli uni agli altri.
Sì, perché qualcuno di questi tipi lo conoscevamo, quando andavamo a trovare lei capitava di incontrare ora l’uno, ora l’altro; alcuni, invece, ci veniva il dubbio che non esistessero.
Per esempio il più fascinoso di tutti che, a suo dire, le aveva regalato per il compleanno un brano per pianoforte da lui composto. 
Quando noi, trepidanti, le avevamo chiesto com’era, lei aveva risposto con un’alzata di spalle ‘Che ne so, tutte pallette. Nere’, indicando con questo termine le note che mai avrebbero avuto un esecutore.
Alla mia ammirazione assoluta per una donna adulta che, a ripensarci oggi, faceva una vita durissima, studiando la sera per laurearsi e risparmiando il centesimo per farsi un viaggio, trovando anche il tempo per preparare per noi indimenticati crostini al latte stando a sentire le vicende di due adolescenti incollate ai libri che avevano come unica distrazione il cinema del sabato pomeriggio, bisogna aggiungere le mie letture.
Io leggevo forsennatamente i romanzi di Françoise Sagan, che ho ripreso più di una volta in età adulta continuando a trovarli belli.
E che facevano, in quei libri, i protagonisti?
Vivevano a Parigi e si facevano degli amanti.
Ho sempre avuto le idee chiare su come condurre la mia esistenza, quindi, così come a nove anni avevo rifiutato il corso di cucito della scuola perché ero un’intellettuale e volevo studiare l’inglese, a quindici stabilii che i miei viaggi futuri avrebbero avuto una sola, luminosa destinazione.
E che mi sarei fatta degli amanti: una quantità indefinibile, una congerie, un esercito, una legione, una montagna, una profusione, una miriade, una moltitudine, un subisso di amanti.
Un auspicabile riserbo mi suggerisce di cambiare argomento.
L’unica cosa che posso dire è che, appena mi è stato possibile, ho cominciato ad andare a Parigi con una qualche regolarità e che considero la capitale illustre di Francia la mèta privilegiata di ogni mio viaggio.

IL CASTING. Un amante non è un fidanzato né un marito, tantomeno è un Sex-Friend, ambigua figura messa in orbita da filmetti americani che non sanno che l’amicizia è una cosa seria (che c’entra, anche il sesso è tale). 
Non è lo spupazzatore del sabato sera, non deve offrire garanzie di tipo economico, sociale o intellettuale, è libero dal giogo della carriera, non deve avere una bella macchina, può arrivare da una donna come gli pare, anche la metropolitana, se abita sulla linea, va bene.
Un amante, come abbiamo detto, è il luogo privilegiato dell’erotismo, quindi è sollevato da tutto il resto.
Le donne hanno sempre troppe pretese, da un uomo vogliono tutto: amore, assistenza, denaro, presenza intellettuale, confidenza, un uomo secondo una donna deve essere marito, amante, padre, fratello, amico, confidente, infermiere, avvocato e pure notaio.
Inoltre le donne sono ipergamiche, cioè cercano sempre di sistemarsi meglio di come stanno, cosa che agli uomini, che seguono sempre e solo il criterio del ‘giovane & bella’, non passa nemmeno per la testa.
Le donne sono un incubo.
L’amante le guarisce da queste pretese eccessive.
Le salva dal chihuahua e dal furetto.
Se lui non sa come si stipula un atto di compravendita di un immobile, poco male, avrà, come si dice, altre competenze.
Se è disordinato, chi se ne importa.
Può pure buttare i calzini (usati) e il resto della biancheria sul pavimento e abbandonare alla rinfusa pantaloni e camicia su una poltrona, poi, però, si rimette tutto addosso e non rimangono tracce del suo passaggio.
In bagno, se lascia gli asciugamani pendere, non rimette il tappo al dentifricio e non chiude quello del detergente, poco male, fa tenerezza.
Un marito, al contrario, indispone e, spesso, infuria. 
Ma una donna deve scegliere un amante con cura e attenzione.
Ne va del buon andamento della vicenda.
E’ evidente che la prima qualità deve essere la prestanza, anche se non sto parlando di quella che si ammira in spiaggia o in palestra. Qui prestanza significa un misto di savoir- faire e di esperienza, per cui se un uomo non ha ancora imparato a trattare le donne, è meglio lasciarlo perdere.
Siccome finisce che si mangia qualcosa insieme, deve sapersela cavare a tavola.
Per me è fondamentale che sappia maneggiare una bottiglia, comunque, non frequento astemi, quindi per metà la cosa è fatta.
La conversazione deve essere al livello. A questo proposito, ci sono argomenti interdetti: laddove un uomo qualunque al terzo appuntamento e mezzo si ritiene autorizzato a rivelare il suo lato peggiore, i problemi del matrimonio, quelli di lavoro, la sua posizione politica e la somaraggine dei figli a scuola, l’amante parla di altro.
E di che parla?
Ma è evidente: di erotismo.
Che bello.

LA FREQUENZA DELLA FREQUENTAZIONE. Nel romanzo di Murakami Haruki 1Q84 uno dei protagonisti ha un’amica (termine tradotto diversamente in francese da un altro traduttore: ‘petite amie’, amichetta, che è una cosa completamente diversa. Ho controllato e ci sono rimasta malissimo. Che stavo leggendo?) che vede tutti i venerdì a casa sua fino a quando lei non scompare dalla trama e noi non sapremo mai che fine ha fatto. 
Sciò. 
Ora, la vita corre rapida e gli impegni sono tanti, quindi alzerei il ritmo a quindici giorni. Come dice un amico mio, il minimo sindacale.
Al di sopra di questa soglia, qualunque donna è autorizzata a tornare dal medico di base e a farsi fare un’altra ricetta. 
Ovvero a rilanciare il casting e a integrare l’integratore con un amante di ‘appoint’ che, riferito ai tavolini, è un supplemento, un completamento. 
Il concetto funziona pure con quello di amante.

CHE SI MANGIA STASERA? La frase, se proviene dalla bocca di un marito, è capace di scatenare una rissa. Insomma, non stiamo mica al ristorante. 
Se, invece, la bocca dalla quale esce è quella dell’amante, è festa. Dunque, come ogni uomo sano e attivo, ha fame. 
Si sa, a dirla tutta, che dopo cena non sprofonderà sul divano addormentandosi davanti alla televisione, anzi, dopo cena verrà il bello.
Quindi bellissimo è cucinare per lui.
Le possibilità sono infinite. Ogni libro di cucina redatto da una delle giovani blogger nei confronti delle quali nutro una sconfinata ammirazione ha di solito un capitolo dedicato alle cenette romantiche: bandito l’eccesso di aglio, a meno che non sia una passione condivisa (sto citando), niente pesci con le spine, odori di frittura, piatti da preparare all’ultimo minuto perché, nel frattempo, lui che fa?, ovvio, si annoia. Meglio il finger food, ‘mangée du bout des doigts, très sexy’, mangiato, cioè, con la punta delle dita, il resto non lo traduco perché si capisce benissimo (mi accorgo che ‘finger food’ in francese è femminile, dovremo tornare sul fatto); i piatti leggeri, i contrasti di texture che risvegliano le papille, i dessert ghiacciati che rinfrescano la bocca, il cioccolato che rimane un ‘temibile stimolante’.
Niente dolci troppo ricchi di burro.
Se a una donna non piace cucinare, può sempre proporre un’evocativa baguette jambon fromage, purché ottima e servita nel modo giusto e con il giusto vino di accompagnamento. Chiariamo però che, per trovare quella buona, bisognerà attraversare tutta Roma e si perderà una mezza giornata, laddove un meraviglioso piatto di spaghetti pomodoro e basilico si mette in tavola, con un po’ di organizzazione, in venti minuti esatti.
Segnalo anche qualcosa di ancora più mirato, un libro che si intitola ’10 recettes pour recevoir un prince (potentiellement charmant)’, ovvero 10 ricette per ricevere un principe potenzialmente azzurro (Sophie e Marie-Pierre Morel), dal quale traggo l’immagine del mio post di oggi.
Ma ci sono anche le indicazioni per confezionare un ‘Déshabillé di carciofi in vinaigrette sensuale’, una ‘Vellutata settimo cielo’, un ‘Cuore da prendere di salmone’ e anche una bacchetta magica ai fiori d’arancio’ che, però, sarebbe meglio riservare a uno sposo promesso perché, come abbiamo detto, l’amante con i fiori d’arancio c’entra poco o niente.

CHE SI BEVE? La bottiglia la apre lui, è l’unico lavoro domestico che farà in tutta la sera, ecco perché è buona cosa avere a tavola uno che le bottiglie sa come si maneggiano. 

Champagne ghiacciato e l’avventura può iniziare ormai, meglio andare sul sicuro.
Però le possibilità sono infinite, tante quante sono i vini che ci sono sulla faccia della terra. E, ricordiamolo, lo champagne è un vino fra i più suggestivi che ci si possa ritrovare a bere nella compagnia giusta.

I DIVERTISSEMENT. Con l’amante è possibile fare quelle cose che non sta bene fare con uomini con cui si ha una relazione diversamente erotica, ovvero una di quelle relazioni in cui l’erotismo rimane sullo sfondo, per esempio una visita aperitivo al sex-shop del quartiere. D’accordo, i posti rientrano quasi tutti nella categoria del ‘tremendo’, e anche su questo dovremo tornare. Però è una maniera per ridere insieme in modo intimo, per esprimere il proprio punto di vista, ti piacerebbe se qualcuno ti regalasse una bambola gonfiabile, soprattutto considerando che non parla e non scoccia e che dopo l’uso potresti richiuderla nella scatola, un po’ come fa Norman Bates con la madre mummificata in Psyco?
Un consiglio.
Attenzione a fare queste domande. Conosco una quantità industriale di uomini, di tutti i generi e di tutte le età, che risponderebbero sì, certo, perché no, almeno la bambola non scoccia con questo genere di discorsi.

L’AMBIENTE. ‘ Quando sei qui con me / questa stanza non ha più pareti / ma alberi, alberi infiniti / quando sei qui vicino a me / questo soffitto viola / no non esiste più / io vedo il cielo sopra noi /che restiamo qui, abbandonati / come se non ci fosse più / niente, più niente al mondo…’.
Non ho altro da aggiungere.  

FACEBOOK. Il Diario dell’amante non si frequenta e non si guarda, è una norma igienica tale e quale al lavarsi le mani prima di andare a pranzo. Si rischia brutto, casomai scrive qual è con l’apostrofo e frequenta posti immondi. Tanto ci pensa lui, a frequentare il Diario della sua amante, gli uomini sono curiosi come scimmie, inoltre si infiammano per qualunque competizione, come potrebbe non desiderare di sapere se è lui, l’unico della ricetta rossa? 

L’ENTR'ACTE, ovvero, l’intervallo fra gli atti di una performance. Tessuto connettivo molto importante, come ogni tessuto vitale deve essere alimentato da qualche azione. Oggi con la comunicazione rapida degli sms e delle mail è possibile mantenere in leggerezza un cordone ombelicale che porta nutrimento alla vicenda. Farlo notare se l’amante è distratto, può darsi che sottovaluti l’importanza di quelle cose minimali cui tanto danno importanza le donne.

SE FOSSI. Se fossi un uomo, mi piacerebbe moltissimo fare l’amante.

IN CONCLUSIONE (provvisoria, come tutte le conclusioni che si rispettino). Nello scorso mese di giugno feci una conferenza in Accademia che riuscì, mi sembra, simpatica, proprio come era nelle mie intenzioni. L’argomento era ‘La vera signora’ e mi ero divertita, partendo da un galateo degli anni ’50, a inventariare alcune situazioni in cui l’arte si sarebbe rivelata utile in ogni momento della vita di una donna.
Una parte della conferenza la dedicai agli accessori: la borsa, le scarpe, il cappello e i guanti.
E l’amante.
Sì, proprio lui: mai superato come il cappello, anzi, indispensabile come la borsa e le scarpe (e, per me, anche i guanti, che indosso regolarmente e in tutte le stagioni), l’amante è ciò che, proprio come gli accessori, dà stile a una donna, la rende elegante, ne completa la toletta, ne illustra i desideri, la tiene al caldo o al fresco, la mantiene, proprio come la vogliono gli uomini: giovane & bella.
Per non parlare del gusto dell’andarselo a cercare, pari, come intensità e potere consolatorio, a quello dello shopping di una bella borsa.

Ma l’amante è infinitamente meno dispendioso sul piano economico, essendo l’erotismo uno dei piaceri gratuiti dell’esistenza: non costa niente e per rimanere vivo richiede solo partecipazione, fantasia, buona disposizione di animo e di corpo e una seducente, adeguata presenza.

 

 

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280. Champagne aria

 

Cominciamo con il dire che la 'Champagne aria' è quella che canta Don Giovanni nel primo atto dell'opera che da lui prende il titolo. 

E' un'aria effervescente, da cui il nome, ma parla anche di vino, per cui siamo a posto. 
Don Giovanni parla continuamente di vino. 
Una delle mie massime ambizioni sarebbe (è) di averlo a cena a casa mia, ma lui in persona, non uno di quei millantatori farlocchi che si incontrano continuamente che non sanno manco da che parte si comincia a sedurre una donna.
(Don Giovanni è l'opera perfetta, non lo dico solo io. E' di Mozart/Da Ponte che, secondo un amico mio, sono un po' come Mogol/Battisti, perfetti pure loro).

Da me c'è sempre una bottiglia di Champagne in frigo. 
Essa viene rinnovata spesso perché certe sere sono troppo malinconiche e altre troppo allegre per fare senza. 
Per bere lo Champagne ci vogliono i bicchieri adatti. 
Ed io, che pure sono una donna sobria, ho nei confronti dei bicchieri la medesima inclinazione che aveva la moglie di un famoso dittatore delle Filippine per le scarpe. Ne aveva 3.000 paia e questa abbondanza fu sfruttata da un bravo pubblicitario che la utilizzò per uno slogan per una volta bello: nel vostro armadio c'è sicuramente posto per un altro paio di scarpe.
Io penso sempre di trovare il posto per qualche altro bicchiere.
Ultimamente dicevo che dovevo procurarmi delle flûte nuove. 
(Ovvio che ho già due servizi di flûte, ma sono decimati, e poi mi hanno scocciato, ragione principale per cui ne volevo altre).
Così ieri sono andata al Mercatino ma non ho trovato niente.
Ho detto meglio, così non spendo soldi.
Il Destino, però, mi attendeva al varco, perché mentre uscivo entrava un signore con un carrello di quelli da trasporto con sopra due scatoloni con scritto 'bicchieri'. 
Ho fatto come fa Don Giovanni quando sente 'odor di femmina': ho preso foco.
Ho chiesto se potevo dare un'occhiata.
I bicchieri erano appartenuti alla madre di un'amica morta da un paio di anni e lui stava dando una mano per proporli al Mercatino in conto vendita. Il signore ha chiamato l'amica che era dentro. L'amica è uscita e abbiamo aperto lo scatolone che stava sopra e guardato qualche pezzo. 
Bellissimi cristalli di Antonio Imperatore, c'era ancora qualche bollino.
Regalo di nozze con nozze celebrate nel 1946, quindi anche datati con certezza. 
Troppo complicato trattare o tirare fuori altro, due scatoloni, poi, sono un servizio grande e complesso.
La faccio breve. La signora ha voluto il mio numero e mi ha detto che mi avrebbe fatto sapere.
Alle 13:55 di ieri è squillato il cellulare. 
Tu guarda il Caso (nel quale io confido e di cui mi fido): le flûte erano 11, quindi solo 6 sono state accettate, le altre 5, se volevo, potevo prenderle io.
Oh, se volevo.
Dunque, eccole. 
Ma devo spiegare chi c'è nella foto: la prima a sinistra, quella con il cartellino (che si toglie e si rimette) è la mia flûte personale, è del 1890 e non l'ho mai prestata a nessuno. Mi sembrava doveroso presentarvela.
Viene da Londra, da un negozio storico di Kensington di materiali per artisti che ha anche un corner (in questo caso, il nome è lecito) con vetri e cristalli antichi. I prezzi sono, se non da antiquariato, da amatore, per cui va bene pure quando si trovano pezzi singoli.
Poi ci sono le 5 flûte della Signora Mimma, nata nel 1925 e convolata a nozze, come abbiamo visto, nel 1946. 
Alta, mora, elegante, figuriamoci se non chiedevo notizie.
Poi c'è un bicchiere da acqua del medesimo servizio, sopravvissuto a tutto, forse dimenticato. Che è finito nel mucchio perché ho chiesto se per caso c'era in giro qualche altro pezzo e se uno chiede, come è noto, gli viene dato e il pezzo è saltato fuori e mi sono portata a casa pure quello.

Ora non resta che inaugurare tutto.
Dal tintinnio che hanno emesso i bicchieri mentre li lavavo, l'aria dello Champagne sarà ancora una volta una meraviglia.

 

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281. Handle with Care



L'altra sera ho rotto un bicchiere.
Aspettate che la dico tutta.
L'altra sera ho rotto un bicchiere da Sauternes. 
Un bicchiere di cristallo. 
Un Riedel.
(La prosa cubista serve solo ad addolcire l'asprezza del danno. Rompere un bicchiere di solito comporta una perdita affettiva. Quando il bicchiere è a quel livello, l'affetto si confonde con altro).
La colpa è solo mia, avevo anche pensato di lavare i bicchieri la mattina dopo, ma poi volevo riordinare del tutto la cucina e mi sono detta ma in fondo perché no, lo faccio subito.
Errore marchiano perché non solo nei bicchieri era finita la citata bottiglia di Sauternes, ma prima in altri bicchieri era finita anche una bottiglia di spumante, per cui se, mettiamo, nel percorso fra la cucina e la camera da letto (5 passi) mi avesse fermata per ipotesi la stradale facendomi il palloncino, oggi mi ritroverei senza patente.
Mi sono detta come sono scema con questa mania di rimettere tutto a posto e mi sono detta ci dormo sopra e domattina il danno non mi sembrerà così amaro.

Era amarissimo.

Ho cominciato a gironzolare sul sito della Riedel e lì mi sono persa del tutto in un mare di bicchieri: Pinot Noir, Burgundy Grand Cru, Bordeaux, Riesling Grand Cru, Sparkling Wine, Chablis, Sherry, Alsace, Vintage Porto, Martini, Champagne, Syrah, Cabernet Sauvignon, Brunello di Montalcino, Rosé (c'è anche un bicchiere da Rosé, rendiamoci conto), centinaia di possibilità per centinaia di brindisi, scintillanti cristalli uno più bello dell'altro, soffiati a bocca in Austria, qualcuno anche a macchina ma sempre da quelle parti, fra l'altro tutti di una semplicità che incanta, secondo il principio Bauhaus 'la forma segue la funzione': da quando il Professor Claus J. Riedel fu il primo designer a capire che il bouquet, il gusto, l'equilibrio e il 'finish' del vino (non so tradure il termine, è troppo tecnico, mi viene 'invecchiamento', 'ultimo tocco' ma forse sbaglio) sono influenzati dalla forma del bicchiere nel quale esso è bevuto, loro non hanno smesso un attimo di produrli.
Coppa, stelo, base. 
Nessun ornamento. 
Solo cristallo sottilissimo che, appunto, ti rimane in mano se non sei del tutto sobrio.
(Io non lo ero affatto).
Ho resistito quattro giorni, ma ti pare che con questi chiari di luna rimpiazzo il bicchiere rotto, ben mi sta, così imparo a essere meno precipitosa nelle cose che contano.

Poi, un giorno, ho letto il mio oroscopo. Esso diceva che potevo pure affrontare una spesa imprevista non del tutto saggia in questo momento.

In tre minuti d'orologio ho fatto l'ordine, da subito avevo adocchiato i bicchieri da Sauternes, che vendevano in coppia. 
Mi sono detta, va bene, così alla prossima rottura, ho il cambio.
(Ci giravo intorno, pensando: quanto siete belli).

Ieri in treno dormivo e mi ha svegliato il cellulare. 
Era il corriere che mi ha detto che ci faccio con il pacco.
Lei gentilmente se lo tiene e domani lo consegna alla signora Gerardina che, mentre io sto in Accademia, può aprirle la porta.
Ho lasciato un biglietto.
Tornando, sapevo che c'era qualcosa di bello che mi aspettava. 
Ora, i bicchieri da Sauternes della Riedel (design 2001) misurano mm 228 e io ne avevo ordinata 1 confezione da due, per cui mi aspettavo un invio proporzionato.
Manco per niente.
Quando sono entrata in casa un pacco 47 x 30 x 47 stava lì nel mio ingresso.
E' Natale.
Ho cominciato a preoccuparmi. Ho sbagliato l'ordine (eppure ero sobria). Hanno sbagliato loro e mi hanno mandato un servizio da 12.
Ho ripreso fiato.
Ho fatto le cose che si fanno rientrando a casa: igiene delle mani, l'umore del pesce rosso (come sempre, ha fame).
Poi ho detto adesso apro questo meraviglioso pacco.
E dentro, in una tecnologica montagna di plastica gonfia di aria, misurata all'austriaca, perfettamente distribuita, inserita nello scatolone senza lasciare nulla al caso e sotto il più totale, cerebrale, artigianale e ossessivo controllo, c'era il secondo cartone nero e rosso con dentro i due bicchieri e il catalogo pieghevole, scintillante, traslucido, lussurioso e lussureggiante, nero e rosso pure lui e con tutti, ma dico tutti, i possibili bicchieri del mondo. 

Quanto siete belli.

(I documenti di viaggio erano rigorosamente ispezionabili, quindi applicati all'esterno).

Nelle foto vedete, da sinistra: lo scatolone natalizio: la confezione rossa e nera dei bicchieri; i bicchieri nella scocca di protezione che non ho ancora aperto, con, sullo sfondo, il bicchiere che ho rotto, conservato per confronto e avvolto nella plastica per evitare ulteriori danni.

Un'ultima nota. La Riedel produce anche bicchieri da acqua ma spero che, dopo quanto letto, il vostro eventuale ordine non li comprenda.

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282. BIRDS, ancora

I tovaglioli di carta in oggetto fotografati alla come va va per via delle risate che hanno accompagnato la scoperta dell'intrigo ornitologico

Come molte altre persone, riservo i tovaglioli di stoffa alle cene con tovaglia bianca in soggiorno. 

Per il resto, uso tovaglioli di carta, pratici e igienici. Certo, vado a fare spedizioni apposite per procurarmeli: cm 40 x 40, 3 veli.
(Insomma, a casa mia, quei tovagliolini da bar che servono solo a sporcarsi le mani non trovano asilo e, di solito, nessuno se ne lamenta).

Tovaglioli di carta rigorosamente bianchi. 

Da un po' di tempo mi è venuta voglia di movimentare narrativamente la situazione, per cui mi sono data alla ricerca e all'aggiunta di tovaglioli decorati paralleli: rose, sempre e non appena le trovo; motivi adatti all'ora del pasto, la teiera con l'orologio solo a colazione, a cena elegante rigore, i limoni quando è tempo di limoni, le righe colorate che sembra di stare al mare in estate, in inverno le arance. 
I pacchetti di tovaglioli paralleli sono sistemati in cucina in un contenitore a vista, quindi chi si siede a tavola può fare la sua scelta a seconda dell'umore. 
In questo modo e con poco affanno, hanno trovato spazio da me molti colori e sentimenti, anche quelli ingombranti che a tavola bisogna tenere sotto controllo, che so, l'allegria, il desiderio di un'altra stagione, il richiamo alle porcellane di Prussia, la tenerezza.
A proposito di quest'ultima, che ha quasi sempre la capacità di irritarmi, a meno che non sia distillata e servita in dosi minime e solo di tanto in tanto, mi era sembrata plausibile la coppia di uccellini dentro il loro nido fatto a casetta con il tetto coperto di neve ambientati in un contesto natalizio di pigne, rami e ciondolino luccicante. 20 pezzi di concezione tedesca, per cui, in sé, tendenzialmente rigorosi: in Germania fanno solo gente seria.

Mi sono detta perché no, vanno benissimo in questo scorcio di dicembre, tanto poi finiscono al secchio.

Come è noto, i tovaglioli di carta sono venduti in confezioni di cellophane sigillate, per aprire le quali bisogna mettercela tutta: una cosa che non sopporto è avere in giro per casa scatole e pacchetti aperti di traverso, fosse per me, la Sciatteria dovrebbe entrare a far parte dei peccati capitali e se non c'è più posto, si potrebbero togliere, a scelta, l'Ira o la Lussuria, che più che peccati mi sembrano aspetti dinamici dell'esistenza.

Ma torniamo ai tovaglioli.

Ero lì che li guardavo nella mia cucina per vedere l'effetto che mi facevano fuori dal negozio, consapevole che certe volte la visione decontestualizzata dell'oggetto è parecchio deludente. L'altro giorno citavo, ad esempio, la giacca di lana cotta con i bottoni d'argento che, appunto, in Sud Tirolo portano tutti e a tutti sta benissimo e sembra solo simpaticamente etnica quando uno, avendola acquistata, la mette accuratamente in valigia per il trasporto. 
Tranne poi vederne tutto l'orrore e l'importabilità non appena la giacca tirolese sbarca in guardaroba e, come si dice, fa violentemente a pugni con tutti gli altri abiti non da montagna.
Ma l'effetto degli uccellini non era cambiato: loro stavano lì, tutti gonfi di piume calde, come sono gonfi gli uccelli quando sentono freddo e si rannicchiano, e nella mia cucina non stonavano affatto.
Bene.
Li metto a tavola. 
Per usare la salvietta di carta, come sappiamo bisogna aprirla.
Ora, una cosa che fanno spesso questi designer e di cui mi sono accorta a un certo punto della caccia, è inserire più di un motivo decorativo (in inglese si chiamano pattern) in modo da proporre loro stessi una vicenda: cupcakes che si sdoppiano, limoni interi che rivelano spicchi, barattoli di cacao che dall'altro lato si aprono, insomma, secondo me questi si divertono come matti e pensano nella loro testa, anche se stanno in Germania e sono gente seria, adesso guarda che ti combino, stai bene attento.

Sorpresa.

Dall'altro lato rispetto a quello in mostra della salvietta di carta parallela, ovvero dalla parte verso cui guarda l'uccellino maschio, che è riconoscibile, come sempre succede con gli animali (con gli umani, di rado ci si prende), perché è più grosso e più protettivo, sta in un'identica casetta con la neve sul tettuccio e l'ambiente natalizio di pigne, rami e ciondolino luccicante, un'uccellina solitaria che, pure lei e giustamente, guarda verso il maschio che la guarda.

Ho pensato che le uccelline derivassero da un identico pattern. 
Manco per niente. Una, quella che sta con l'uccellino maschio che la protegge, ha l'aria beota e le piume lisce lisce; l'altra, quella oggetto dello sguardo, è tutta eccitata, ha lo sguardo vivissimo e anche una specie di piccola cresta punk sulla capoccetta, come se nel girarla un colpo di gelido vento le avesse mandato per aria tutto il piumaggio.

Tu vatti a fidare: della gente seria di Germania, della casetta con il tetto innevato, della tenerezza e pure degli uccelli.

 

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283. Ladies Room

Ladies Room Chatter (Donna Reed e Esther Williams, lei con le dita incrociate per augurare buona fortuna alla collega), 1954

(Dico subito che non userò termini tecnici né tantomeno sinonimi o eufemismi. Dirò 'fare la pipì' perché anche il mio urologo si esprime in questo modo. Quindi, se lui è orientato in questo senso, non vedo perché io dovrei orientarmi diversamente).

'Ogni gentleman inglese non manca mai, scortando una signora, d'informarsi ad un certo momento se ella non voglia powder her nose. La signora si sente molto a suo agio con il gentleman suddetto. Serenamente si accinge a passar con lui un pomeriggio, bere in sua compagnia un considerevole numero di tazze di tè, fare ancora un giretto e poi accettare l'invito a cena, a teatro, al night club dopo il teatro.
Preciso e grave come Big Ben, il gentleman scandisce le ore del tempo che passa, offrendo alla signora di incipriarsi il nasetto. Le offre anche il penny necessario per tale faccenda. In Inghilterra la signora impara a chiedere al cameriere dov'è la toletta, richiesta che non va fatta come se comunicasse un segreto.'
(Elena Canino, La vera Signora, 1952)

Bei tempi.
Ma torniamo ai nostri.

Le donne fanno la pipì in un modo diverso da come la fanno gli uomini. 
Questo fatto, che dovrebbe essere acclarato, sembra non essere a conoscenza di coloro che hanno concepito i gabinetti del Frecciarossa, dotati di dispositivi talmente alti che qualunque donna rischia parecchio non appena li utilizza. Ho visto più di una signora poco esperta di alta velocità uscire mortificata da questo attentato all'anatomia femminile.

(In compenso, mi ha detto un collega, per gli uomini sono comodissimi).
Non sto qui a spargere sale sulle ferite ricordando la difficoltà di farsi scivolare di dosso per esempio un collant e un jeans skinny (che è un pantalone ancora più aderente di uno slim) già in situazione statica, figuriamoci quando il treno corre a più di 300 km/h.


Tutto ciò per dire da subito che fare la pipì per una donna è spesso una questione maledettamente complicata, che dovrebbe, invece, essere facilitata per dettato costituzionale, casomai per il semplice motivo che le donne, sempre per questioni anatomiche, fanno la pipì più spesso degli uomini.
(Era convinta del contrario un'anziana professoressa di ginnasio che conoscevo, che affermava che i maschi in aula chiedevano continuamente di uscire, secondo me per altri motivi, anche perché lei, nubile, di maschi doveva avere avuto poca o nessuna esperienza). 

Da un pezzo volevo affrontare l'argomento ma lo stimolo mi è venuto quando di recente ho conosciuto una donna bella, intelligente e coltivata che aveva fatto un cartello che poi aveva appeso in bagno nel luogo in cui lavorava e nel quale sono capitata anch'io per motivi professionali.

Il cartello diceva le signore sono pregate di accomodarsi perché il bagno viene pulito regolarmente, quindi possono stare tranquille.
Un'altra mano aveva aggiunto a penna che, almeno, le signore suddette avrebbero dovuto sollevare la tavoletta.
Ero perplessa, così come mi aveva lasciata incerta anni fa la lettura di un ottimo articolo su un numero del Nouvel Observateur dedicato ai TOC (trouble obsessionel compulsif, che sono poi quelle cose che hanno e abbiamo in tanti, verificare più volte se il gas è spento, non pestare le righe dei marciapiedi e altri rituali che avete capito) nel quale veniva assimilato a questo disturbo anche il fastidio che tante donne provano quando utilizzano 'toilettes publiques', al punto che 'beaucoup de femmes ne s'y assoient pas', ovvero non ci si accomodano, cosa che a me sembra da sempre normale.
Invece la mia interlocutrice, che aveva studiato la questione, mi ha aperto gli occhi, al punto che il giorno dopo l'ho invitata a scrivere un libretto dedicato all'argomento.
In attesa che lei trovi il tempo, vi riferisco il senso della scoperta.
Lei sostiene che sedersi su un luogo pulito con una parte del corpo che viene sottoposta a un'igiene quotidiana e che, in più, è anche protetta dagli abiti, non comporta nessun rischio. 
Inoltre, dice che è meglio scaricare l'acqua non solo dopo aver usato la toletta, ma anche prima, e ciò per evitare eventuali noiosi schizzi di liquidi non personali.
Ha anche analizzato il processo fisico, la caduta, il peso, questa roba qui, è arrivata, insomma, a dirimere la questione.
Probabilmente sono affetta da questo specifico TOC, per cui non è che lei mi abbia convinta ad accomodarmi, però ho trovato la sua tesi, come diceva di sé Mary Poppins, perfetta sotto tutti i punti di vista. 

Ma riprendiamo la strada maestra e parliamo ancora un po' di vestiti. 'Pane e manto non pesano tanto', dice il proverbio, quindi sono ambedue indispensabili.

Ci sono abiti da donna che non consentono di fare la pipì.
La mia amica Susanna, costumista, mi regalò tempo fa una cosa che lei non poteva più indossare perché il marito era geloso: era una specie di boby totale da danza, in Lycra azzurra scintillante, con le maniche lunghe e le calze senza piede, che si infilava dall'unica apertura esistente, quella della scollatura. Quest'ultima, profondissima, mi costrinse a mettere due punti per questioni di decenza.
Lo usi per la palestra, mi disse. E così feci. O, almeno, tentai di fare, perché, a parte l'eccentricità del capo (io avevo un body nero semplice semplice, che nei giorni lieti rialzavo con le calze rosa), l'altro corno del problema era che per fare la pipì bisognava toglierlo tutto, passando sempre dall'apertura citata. Una cosa scomodissima, che ti lasciava tremante di freddo dopo l'esercizio fisico (che, in sè, come è noto è parecchio stimolante, in vari sensi).
Immaginate quelle tute a pelle straordinarie di colori che indossano i personaggi di Pontormo nella Deposizione di Santa Felicita, con la differenza che, loro, stanno lì dipinti, e io dovevo muovermi, ovvero venire a patti con quello che avevo addosso.
Fu così che il dono finì in fondo a un cassetto.
Altri abiti che oppongono resistenza sono: i jeans skinny, di cui abbiamo già parlato, soprattutto se abbinati al collant (gli uomini, che non sono stupidi, il collant mica lo portano); la salopette, evidentemente una svista nel momento in cui dal meccanico è stata spostata sul corpo di una donna; certe meravigliose toilette da sera con fiocchi, nastri, faux-cul (che è un'imbottitura lì dove serve), praticamente appendici tecnicamente inutili che hanno, però, la funzione di impedire fisicamente di superare una porta, quella del bagno; cappotti lunghi; gonna pantalone (cade a terra appena si sgancia); sarouel, che sono quei pantaloni con il cavallo all'altezza delle caviglie, medesimo problema della casella precedente; costumi da bagno olimpionici, formulati sul principio di impossibilità di apertura parziale, ancora una volta lì dove serve. 
Questi sono i primi che mi vengono in mente, ma è probabile che anche con addosso un burqa un atto così naturale diventi complicatissimo, penso solo alla riduzione del campo visivo, praticamente una fessura tipo carrarmato, per me che sono miope, ancora più deleteria.

Una volta una collega mi mandò una mail di quelle circolari tipo catena di Sant'Antonio, ma, in quel caso, esilarante, nella quale era descritto l'impegno di una donna con cappotto e borsa che si trovava a dover utilizzare un bagno pubblico, entra, chiudi, tira su, appendi, spostati, reggiti, resisti, aspetta di aver terminato, reggiti, tira giù, rivestiti, esci.
Figuriamoci con un burqa addosso. 

Per le donne andare a fare la pipì insieme è un atto di amicizia, un po' come per gli uomini condividere uno spogliatoio.
A parte la comodità, eventuale, di farsi tenere la porta (ci sono bagni senza chiave come a scuola e donne che nel bagno non vogliono chiudersi per timore di non uscirne mai più, almeno da vive) o la borsa o, addirittura, anche la cartella (se solo uno sta fuori da casa sua per il motivo più frequente, il lavoro), c'è anche la faccenda delle chiacchiere, che in un bagno si fanno benissimo.
C'è lo scambio di informazioni sul rossetto, la confidenza sulla biancheria, la battuta di alleanza, la complicità che si crea per tradizione in ogni luogo dal quale gli uomini sono tenuti fuori.

Fare la pipì con un uomo è una cosa molto più complessa. Anche con l'innamorato con il quale la relazione è più profonda scatta un inatteso meccanismo di difesa. Voi provate a dire a un uomo dopo che avete frequentato con lui la vostra camera da letto e con la voce giusta (un velluto scuro può essere un buon termine di riferimento) di andare a fare insieme toletta: quello si disorienta, comincia a fare uso inadatto di cavalleria, dopo di te, non sia mai.
Non sia mai che ci ritroviamo così intimi, evento non proponibile nel corso di qualunque contatto mancante di una sua storia, quindi attestante un'intesa, sulle cose che contano, seria.
Rischiate di ritrovarvi con la porta della vostra stanza da bagno chiusa a doppio giro di chiave con voi fuori, laddove, come è noto, gli uomini peccano spesso di esibizione di prepotenza, prendono volentieri tutto lo spazio, non solo nel letto ma anche nella conversazione e, concettualmente, nell'esistenza.
Sulla pipì condivisa, gli uomini nicchiano, tergiversano, titubano, anche quelli che fanno la pipì dappertutto disinvoltamente, fosse solo per segnare il loro territorio.
Se gli si dice ma come non ti sei occupato della figlia piccola, quello risponde che è passato un sacco di tempo, si imbarazza, si ricorda che ha sete o che deve fare una telefonata, insomma, tutta una strategia con tante di quelle scuse messe in campo da far nascere il serio dubbio che si siano scoperti nervi sensibili.
Un territorio sconosciuto, l'ignoto che fa paura, il bosco scuro di notte, il cielo senza stelle, l'oceano fatto solo di un orizzonte irraggiungibile: una donna che fa la pipì è la più misteriosa di tutte le donne. E, forse proprio per questo, anche la più erotica.
Lo attesta un filone ben preciso del porno e i frequentatori del porno, lo dice chi ha studiato il fenomeno (Bruno Di Marino, La pornografia nel cinema, nelle arti visive e nel web, 2013), sono nel 33% dei casi donne. Dunque, so di che cosa parlo. 
Allora, stavamo dicendo, c'è un filone del porno che mostra donne che fanno la pipì: per strada, accucciate dietro una macchina, nascoste da un cespuglio, segrete eppure esposte, filmate, inseguite, desiderate.
Non sono un'esperta nel campo (e chi lo è, il sociologo? Il medico dei matti?) ma mi viene in mente che gli uomini si incantano tutti sulla 'fillette' (date un'occhiata ai quadri di Balthus e avrete una prova di quello che vado dicendo) e che il diritto di non chiudersi per un atto così privato in un luogo non raggiungibile dallo sguardo altrui è proprio dell'infanzia.
C'è poi, anche e d'accordo, la faccenda del voyeurismo, che però attiene pure al cinema e a tanta arte, quindi mica mi sconcerta, anzi.

Insomma, come sostiene Paracelso, tutto sta nella quantità e nel dosaggio.

Proprio secondo questo principio c'è il rischio, come si dice, di cadere dall'altra parte del somaro, ovvero di fissarsi sulle donne che fanno la pipì fino alla devianza.
Illustra questo particolare tipo di perversione un episodio di Sex and the City, che cito a memoria, visto che avevo comprato tutte insieme prima la stagione iniziale poi le altre, ma sono arrivata solo alla metà perché a un certo punto gli episodi sono diventati talmente scemi e improbabili che ho fatto su tutto e l'ho venduto nella solita libreria di via Nazionale dove comprano l'usato, consentendo di fare spazio in casa e nella testa.
Dunque, a un certo punto Carrie Bradshaw conosce un nuovo uomo, fa, cioè, quello che fa in tutte le puntate. Costui è un politico e la ragazza, amante com'è degli abiti alla moda, delle scarpe e del parrucchiere da 300 dollari a intervento, certo non è insensibile al fascino del potere.
Si appartano nel giro di poche battute (gli episodi sono brevi e, come è noto, la capitale morale d'America va sempre di fretta) ma lei si accorge subito che lui non è del tutto limpido in quella particolare circostanza.
Lui le fa una proposta.
Lei, e chi potrebbe darle torto, manifesta dei dubbi.
Ma lei è sveglia, quindi rilancia e, dopo averci pensato (pochissimo, l'episodio sta per finire e abbiamo già detto che New York va sempre di corsa) gli propone di versargli addosso del tè tiepido, così, giusto per farlo contento. Poi, casomai, col tempo, lei si abitua all'idea, oppure lui rinsavisce.
(Ricordo che apprezzai la grazia e lo stile della sceneggiatura alle prese con un argomento sensibile. Poi, la sensibilità degli argomenti sarebbe diventata insostenibile).

Luoghi dove per una donna è difficile fare la pipì. Praticamente tutti quelli che non sono il suo bagno personale, quindi: i treni, e lo abbiamo già detto; gli aeroporti: pure avendo consegnato il bagaglio al check-in (personalmente viaggio con forbici, coltellino svizzero, profumo, lacca, cosmetici in dose fisiologica, ovvero massiccia, insomma, non è data la possibilità che io riduca le mie esigenze solo perché decido di raggiungere un posto via aria), uno ha con sé una borsa normale e una da viaggio per gli imprevisti di bordo e, se è inverno, anche qualcosa di simile a un cappotto e solo di rado si trovano punti di appoggio e carrellini che in quei loculi destinati a farci la pipì non entrano per questioni di spazio; caffè letterari da sosta durante lo shopping: non si sa mai dove lasciare i pacchi; bagni di osterie e ristorantini pittoreschi: di dimensioni sempre insopportabilmente ridotte, con rischi per l'igiene personale non di poco conto (vorrei proprio conoscere il parere della mia interlocutrice esperta di accomodamenti su certe trattoriole che frequento); le tolette dei professori dell'Accademia dove presto servizio: prive di un attaccapanni, di uno sgabello, di un predellino di supporto, costringono il corpo insegnante a relazioni pubbliche articolate e complesse al fine di scandagliare gli umori e vedere se per caso non c'è un'anima buona, dotata di un suo ufficio personale o, almeno, di un tavolo, che voglia, nel frattempo, dare un'occhiata almeno alla cartella, tanto dentro ci sono solo dei libri.

Le donne hanno sbagliato tutto.
Invece di incaponirsi per decenni su cose di nessun conto, tipo la parità nei lavori domestici e nei congedi parentali, i pannolini della bambina da cambiare a turno (come abbiamo visto, alla fine anima del maschio tale esperienza risulta estranea), la frantumazione del soffitto di cristallo, teoria cui credo per fede e non perché me lo sia mai trovato sulla testa, le quote rosa, alle quali sono strutturalmente contraria, le donne, dicevamo, avrebbero dovuto rivendicare un ben diverso diritto: quello di fare la pipì a modo loro, vuoi sul Frecciarossa, in aeroporto o quando sono in servizio, nel rispetto dell'anatomia in altezza (dei gabinetti) e larghezza (degli spazi), con tutti i punti d'appoggio indispensabili per sé e per i loro effetti personali, insomma il  fondamentale, sacrosanto, naturale diritto a fare la pipì come la fanno le donne.   
 

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284. Cena di San Silvestro, istruzioni per l'uso (per sole donne)

Liz Taylor e Richard Burton in Cleopatra, 1963

Se avete per le mani un marcantonio e contate di passare con lui la sera dell'ultimo dell'anno, queste note sono per voi.

Conto di offrirvi un canovaccio, diciamo meglio, un copione o, meglio ancora, un film di riferimento.

Pensate a Cleopatra, anno 1963, di Joseph L. Mankiewicz (con Liz Taylor, Rex Harrison e Richard Burton) e pensate, nello specifico, alla scena del banchetto, quella in cui la regina d'Egitto invita a cena il Marc'Antonio di origine ma, siccome lei è una donna con le idee chiare, decide di giocare in casa, proprio come farebbe qualunque esperto di strategie, ovvero sulla gigantesca imbarcazione con la quale lei è andata a trovarlo.
Lui è a Tarso, nell'attuale Turchia, ma lei sta su un Egitto galleggiante, quindi sta a posto.

Ma procediamo con ordine.
Ho parlato male del film un sacco di volte e ho avuto torto. D'accordo, lei è, come si direbbe a Roma, un po' gnappa e ha un portamento non sempre regale, però ha seni trionfali che sono quanto di più sodo si sia visto al cinema, sempre offerti alla vista nel modo giusto, belli, eretti e, probabilmente, incrollabili. Richard Burton, suo marito per ben due volte, li definì in un'intervista 'apocalittici' e dichiarò che avrebbero rovesciato gli imperi.
(Se lo dice lui).
E' bella, con un incarnato di latte e gli occhi viola.
Ha sempre con sé le girls, ragazze carine che si occupano di accudirla e di farle compagnia. Parla sette lingue, è coltivata e anche molto spiritosa: dice 'come on, gentlemen, i corridoi del palazzo sono bui ma ci sono io a difendervi' quando i soldati romani l'accompagnano nei suoi appartamenti; strizza l'occhio a Cesare quando arriva a Roma e scende, tutta vestita d'oro e in compagnia del loro bambinetto, dalla più incredibile sfinge che mai si sia vista, trascinata da centinaia di schiavi, luccicante nel sole; ha sempre la battuta pronta.
Insomma, Cleopatra è come dovrebbe essere qualunque donna: bella, pericolosa, piena di ambizione e di desiderio.

Giulio Cesare (Rex Harrison), epilettico, grande stratega, è un malinconico spesso stanco, tormentato dal tempo che passa.

Marc'Antonio beve, come dicono loro, 'like a fish', sta sempre con la coppa di vino in mano, è volentieri ubriaco e nella scena del banchetto che ci interessa vede doppio (poi ci torniamo). (Essendo il personaggio interpretato da Richard Burton, ci crediamo subito).
Devastato dal confronto con Cesare anche dopo la morte di lui, è carnale, depresso, innamorato disperatamente, tiene sempre su di sé un fazzoletto che ha avuto da lei agli esordi della loro conoscenza.
E' sua una delle battute più belle della sceneggiatura: 'Che ti è successo?'. 'A me? Mi sei successa tu'. In inglese viene meglio: 'What happened to you?'. 'To me? You happened to me', ulteriore motivo per vedere il film in versione originale.

Ottaviano è identico ai suoi ritratti, me ne sono accorta perché c'è stata da poco la mostra. E' morbido, lascivo, sta a letto mentre gli altri combattono, sarà il trionfatore finale ma è antipaticissimo.

Il film dura 243 minuti, ossia poco più di 4 ore, è un film valanga, è un film oceano, è un film fiume in piena peraltro godibilissimo, perfetto in questi giorni prenatalizi, quando il telefono squilla di continuo e porta gente che non sentivate dal Natale dello scorso anno.
E, a sentire la gente, il mondo è costantemente infiammato proprio sul nervo sciatico, ha l'artrosi, è sull'orlo dell'ulcera, ha problemi all'anca e anche i trigliceridi fuori controllo. Per non parlare della tiroide che, soprattutto presso le donne, è responsabile di tutto.
Voi potete dunque dire che state vedendo un film e che richiamate appena è terminato. Praticamente il Natale prossimo.

Ma torniamo al banchetto che deve servirvi da guida per San Silvestro.
Dunque, Marc'Antonio ha accettato l'invito a cena. Per loro sono preparati due tavoli accostati, sul fondo della sala. Altri commensali sono distribuiti su una lunga mensa comune.
Gli innamorati sono sempre soli, diceva una canzone degli anni '60. Sempre, tranne che a San Silvestro e questo dovrebbe dare da pensare: che innamorati sono se hanno bisogno, per doppiare la mezzanotte, di una corte che li circondi?
Temono forse il confronto diretto?
Il tête-à-tête li annoia a morte?
Sono facilmente a corto di argomenti?
Vai a capire.

Lei indossa l'abito che vedete in foto, una specie di vestaglietta di nylon anni '60 rialzata da una collana composta da quattro fili di monete d'oro con l'effigie di Cesare, che già fu suo amante.
Ha una specie di torre in testa, uno chignon complicatissimo e difficile da imitare, confortato ulteriormente nel suo artifizio da corta frangia e virgole laterali: voi pettinatevi in modo più semplice.
Trucco egizio, occhi allungati, una tonnellata circa di ombretto.
Lui ha la solita lorica romana, ma è quella della festa.

I due tavoli accostati danno la possibilità di conversare come si fa sugli sgabelli della carrozza ristorante del Frecciarossa, gomito a gomito. Si fa per dire, perché i tavoli sono talmente grandi che i gomiti non si toccano.

E qui sta il punto. Perché sia lui che lei non vedono l'ora che i gomiti rispettivi si uniscano.

Cominciano ad arrivare i cibi: pensate al banchetto di Trimalcione, è sicuro che Fellini ha visto Cleopatra e vuole citarla: anche qui arrosti, spiedi, piatti immensi, c'è pure un pavone con tanto di penne che fanno la ruota.
Voi organizzatevi come potete e sapete, insomma, fate pure più semplice, non sono più quei tempi, anche un roast-beef, se ben cucinato, può andare; ricordate pure che lascia leggeri per il seguito.

Lui si sposta al tavolo di lei e le dice di congedare tutti, lui tornerà dopo poco più di un'ora per riprendere in privato tutti i discorsi.
Lei si sposta sul tavolo di lui, così sono di nuovo soli, però ciascuno al posto dell'altro.
Lei ha programmato uno spettacolino in onore di Bacco, non sarà mica che non vuole vederlo?
E Bacco arriva sul suo carretto e il seguito di Baccanti, mezze nude e interamente lascive e agitatissime. Poi, coup de théâtre, ecco che appare accanto al più simpatico di tutto l'Olimpo un'altra Cleopatra. Oddio, un po' meno bella e parecchio più vajassa, però abbigliata anche lei con la vestaglietta e la collana e con la torre in testa.

A questo punto Marc'Antonio è cotto al punto giusto, si lancia sul carretto liberandosi lungo il tragitto delle Baccanti che lo avvolgono e si avvinghia all'altra Cleopatra.
Non vi avevo detto che avrebbe visto doppio?

Ragioniamo un attimo fra noi. Pur essendo una sua cultrice, non sono aggiornata sulle tariffe del noleggio di Bacco.
Cleopatra non ha problemi finanziari, ce lo racconta, per esempio, Tiepolo negli affreschi di Palazzo Labia, dove ci mostra la regina d'Egitto con in mano un orecchino con una perla di inestimabile valore tenuto sul bordo della coppa. Lo farà cadere dentro e, una volta dissolto, lo berrà con il vino, sprezzante della situazione, invece, un po' pitocca di Marc'Antonio.

Anche voi potreste avere, come lui, preoccupazioni economiche e Bacco, il carretto e le sue Menadi potrebbero seriamente preoccuparvi. Per non parlare dell'ingombro della sala da pranzo, proprio quando dovreste tenere libero il campo.

Vi suggerisco dunque di agire con l'intelligenza che vi è propria e di fare uso, per esempio, di una figura retorica, in questo caso della sineddoche, che qui vi farebbe comodo per indicare il tutto con una parte, insomma, datemi retta e invece del carretto, fate comparire una buona bottiglia.
Tanto il vostro marcantonio è ormai cucinato a dovere e pronto, se ci sapete fare, ad approfittare della lascivia vostra. Un bel risparmio, considerando il numero di Menadi previste inizialmente.
 

E ora ascoltatemi bene. Mentre lui perde tempo a trastullarsi con una controfigura, la vera Cleopatra, paf, scompare, lasciando vuoti tutti e due i posti.
Lui se ne accorge immediatamente, guidato com'è nonostante la sbronza solenne da quell'istinto che non dovrebbe mai difettare in un uomo invitato a cena, soprattutto l'ultimo dell'anno.
Pianta tutto e la cerca. La cerca percorrendo un'infilata di stanze, scostando tende, valicando colonne.
Ma, direte voi, non stavamo su una barca? Sì, certo, ma al cinema le barche sono sempre incommensurabilmente grandi.
Alla fine la trova e indovinate un po' dove sta lei? Bravissime: a letto.
Sta in un letto che è come deve essere il letto di una vera donna: una piazza d'armi, con veli mossi da una brezza leggera che lo proteggono, più o meno, dagli sguardi di chi, in quel letto, vorrebbe ficcarcisi dentro.
Ma lei dorme, la torre senza una ciocca fuori posto, con le lenzuola tirate su fino al mento.
Lui, ormai, è fuori di sé, la scuote, le chiede se è andata a dormire con tutta la collana, quella di Cesare a quattro fili di prima e lei allora si tira su e la collana ce l'ha intorno al collo.

(Diciamo,  per la vostra serata, che dovremmo ormai essere pericolosamente vicini alla mezzanotte. Qui dovete far uso del vostro sottile senso del tempo, contrarre un'azione, dilatarne un'altra, insomma, occhio all'orologio, fosse pure a quello che vi ticchetta nella testa).

Magnifica scena di seduzione violenta, Marc'Antonio le strappa la collana e, liberatosi del fantasma del rivale così come si è liberato di quello della vajassa, strizza contro di sé Cleopatra che, avendo organizzato tutta quella messinscena solo per arrivare a questo punto, non oppone nessuna resistenza. 
Anzi.
(Disse Mike Todd, il terzo dei sette mariti che ebbe Liz Taylor, che ogni minuto passato con lei fuori dal letto era un minuto perduto. Ora, fatevi un bell'esame di coscienza e vedete un po' se qualcuno dei vostri mariti non la pensa per caso diversamente. Potete sempre rimediare, avete un marcantonio fra le mani, è l'ultimo dell'anno, quindi potete cominciare quello nuovo con il piede giusto).

Eccovi, dunque, in pieno tête-à-tête, gomito a gomito e occhi negli occhi per un confronto diretto, se vi preparate con un po' di partecipazione, come si fa in vista di una festa importante, potete anche mandare a memoria tutto un elenco di argomenti utili in questo frangente.
Ed è così, con qualche femminile e regale strategia, che passerete finalmente un veglione di San Silvestro degno di menzione: niente amici di supporto nel raggio di una decina abbondamente di metri; cotillon assenti; Bacco presente nella sua essenza; le braccia forti e l'abbraccio ruvido di un marcantonio a tenervi belle al caldo e la sua voce ad augurare a voi e solo a voi buon 2014.

Avete sette giorni di tempo per organizzarvi, vigilia chiama vigilia e non è mai troppo presto per pensarci.

Nel frattempo spero che gradiate, oltre ai miei consigli, anche un sincero e felice augurio per il Natale imminente. 
 

 

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285. Prime notizie del 1° giorno dell'anno

Il vano frigorifero, ancora privo dei ripiani che stanno in lavastoviglie ma con l'indispensabile per il primo giorno dell'anno


Non so voi, ma io provo nei confronti dei turisti un misto di ammirazione e di simpatia, soprattutto per coloro che fanno cose fuori dall'ordinario, di quelle che io, che sono un'abitudinaria, casanière e pure per niente tentata dall'avventura, mai farei.
Fosse per me, i tre quarti del mondo non sarebbero stati ancora scoperti, visto che, se proprio devo muovermi, vado solo in località dove ci sono grandi vini e buoni ristoranti, casomai con l'accompagno di musei interessanti.
Dunque, quando ho letto che la Akademik Shokalskiy è ancora incagliata nel ghiaccio e che ben tre navi di soccorso, la francese Astrolabe, la cinese Snow Dragon e l'australiana Aurora (giustamente) Australis, non sono riuscite a raggiungerla, ecco, io sono stata contenta.
Mi sono detta, saranno contenti pure loro, non so i 16 membri di equipaggio ma certamente i 52 fra studiosi e turisti, che, se si sono imbarcati per l'Antartide, dove fa sempre freddo e dove è difficile farsi la quotidiana maschera ai capelli durante il bagno, l'avventura la stavano cercando, come dice un turista estremo di cui ho letto in questi giorni un'intervista, uno che ha attraversato l'Asia centrale a cavallo, fatto il giro del mondo in bicicletta e percorso a piedi l'Himalaya, 'avec les dents', ovvero con i denti (in italiano si aggiungono anche le unghie, vedi tu quante cose si imparano il primo dell'anno).

In ogni caso, se queste persone, per il Capodanno prossimo, volessero organizzare da subito qualcosa di ugualmente eccitante in mezzo ai ghiacci, posso suggerir loro di trascorrere la giornata come ho fatto io: sbrinando il frigorifero.
Operazione da me descritta più di una volta, rito di passaggio da una fase all'altra dell'esistenza, montagna bianca da scalare per ammirare stando lassù in cima quello che ci sta sotto (il pavimento della cucina pieno di stracci), pensiero fisso da metà anno in poi (lo sbrinamento si fa annualmente), impresa audace, prova di coraggio.
Particolarmente stavolta. Ero, infatti, in ritardo di cinque mesi, essendo in calendario l'intervento per il mese di agosto scorso, quando stavo, però, facendo tutt'altro.
Quindi, i ghiacci avevano, proprio come è successo all'Akademik Shokalskiy, preso il sopravvento. E avevano invaso i generatori di freddo, saldandosi al vassoio delle fragole (da me utilizzato per le matite del trucco. Quando raggiungono i 18° sotto zero, si temperano meglio), ai cassetti con dentro il Gin e le patatine fritte, appiccicando una all'altra le vaschette per i cubetti di ghiaccio, riducendo a Mummia del Similaun il pane di emergenza, ricoprendo di brina alla Dottor Zivago le pareti e le superfici di metallo.
Proprio come i turisti di cui sopra, mi ero accorta della situazione estrema ma non avevo calcolato che cosa significava starci con le mani dentro.
Comunque.
Alla quindicesima pentola di acqua bollente appoggiata sui generatori di freddo (seguo attentamente le istruzioni per lo Sbrinamento a pag. 7 del libretto che arrivò in dotazione con il frigorifero, che tratto come un libro normale, sottolineo, evidenzio, faccio commenti, correggo, se è il caso, la punteggiatura) sembrava che i ghiacci si fossero finalmente sciolti e che si potesse rimettere in marcia la mia metaforica nave. 
Manco per niente, perché anelli di gelo stavano ancora saldamente attaccati ai tubi contro le pareti posteriori, subdoli, perché per vederli bisognava accartocciarsi all'altezza della griglia inferiore e infilare la testa dove di solito c'è il cassetto delle pizzette.     

Torna a scaldare l'acqua nelle pentole.
E poi sali e scendi dalla scala (il frigorifero sviluppa m 1,95 in altezza), sposta, scosta, spingi, sgrassatore, Cif, acqua prima tiepida, poi fredda.

E intanto la lavastoviglie andava. A dirla tutta, va da tre giorni e sta andando ancora, un frigorifero è pieno di ripiani, di plastica e di vetro, di cassetti, anche grossi della parte congelatore, di accessori per le uova e per il burro, di sportellini, tutti smontabili, l'unico problema è rimetterli a posto, l'incastro dell'elemento mobile della zona vino, da solo, ha richiesto venticinque minuti di applicazione densa di scoramento.
Certo non mi metto a lavare pezzi e pezzetti nella vasca da bagno, con il rischio di graffiarla. Nel lavandino non entrano. Quindi, seguono la trafila dei piatti. Solo che una lavastoviglie non è concepita per lavarci dentro il frigorifero, fosse pure smontato (dovrebbero pensarci, una mano, soprattutto in casa, lava l'altra), quindi bisogna armarsi per qualche giorno di santa pazienza e fare le cose un po' per volta.

(Un frigorifero, in casa, è tutto, voi pensate a quando i frigoriferi non c'erano, sottoscala, cantina, gabbietta esterna per il salame, certo forse si puliva tutto più facilmente, ma vuoi mettere).

Un frigorifero ha anche, anzi è tutto lì, una macchina per il freddo e uno scambiatore di calore, che sono poi il motivo principale per cui la colf è sollevata dall'incarico di pulirlo: troppo delicati i fili, i cavi, le griglie, meglio assumersi personalmente la responsabilità di trattarli.
Aspirapolvere, spugna, pennello.
Quando comincia a farsi giorno, ecco che si alza di nuovo il vento e si scatena una tempesta: le mattonelle, il fianco destro, sempre difficilmente raggiungibile, il lato del mobile della cucina.
Il filo, la presa, la spina. Il pavimento sottostante.
Ci siamo.
Con lo stato d'animo dei turisti che attendono l'intervento dell'elicottero, speranza mista a stanchezza, per non parlare della scocciatura di chi aveva già preso impegni per la sera di San Silvestro, mi dico che anche quest'anno è fatta.
Attacco la spina.
Mi arrampico di nuovo sulla scala, premo il tasto Avvio/Arresto (per il quale non serve un dito bensì 'un attrezzo non appuntito, per es. una matita'. Mi rendo conto che le dodici matite che sono sul tavolo della cucina hanno tutte la gommetta nella coroncina di metallo, quindi il diametro è troppo grande. Agisco con la parte della punta. Impiegherò altri quattro minuti a pulire i segni della mina sul bianco), inserisco il Superfrost.
Di botto, come alla mezzanotte, quella secondo la fascia oraria di Melbourne, sulla nave dei turisti incagliati nel ghiaccio, si accendono tutte le lucette: Allarme, rossa; Esercizio, verde; Superfrost, come già detto, ugualmente rossa. La lucetta interna.
(Tutte le luci, tranne quella verde e quella interna, si spegneranno automaticamente quando la temperatura del congelatore si sarà abbassata fino a diventare uguale a quella dell'Antartide).

Il frigorifero emette quello che riconosco come un primo respiro.
Forse c'è stato anche un vagito.
Insomma, si rimette in moto e parte (contrariamente alla nave dei turisti).
Con un'altra ora di lavoro riorganizzo cibi, bottiglie e cosmetici, essendo questi ultimi fra i principali occupanti dell'elettrodomestico.
Faccio in tempo a riportare lo champagne per stasera alla temperatura giusta.

Comicia un nuovo anno, comincia pulito e, fatemelo dire, fresco.

Auguri a tutti.

 

 

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286. La tavola di Don Giovanni (e il suo bicchiere)

Valentina Giovando (con la carta da parati di Elena Carozzi), La tavola di Don Giovanni

Il bicchiere di Don Giovanni 

'Sì, ben mio, son tutto amore
Vieni un poco in questo loco,
fortunata io ti vo' far'
(Mozart/Da Ponte, Don Giovanni, Atto I, scena XVIII)

Una storietta. Ieri mattina sono andata al Mercatino, come faccio spesso quando voglio distrarmi, e sono rimasta siderata da un servizio di bicchieri. Sembravano risalire alla fine dell'Ottocento, erano 8 e di cristallo, stavano lì dal 21 settembre 2013. 
Ieri era il 2 gennaio, quindi erano passati più di 60 giorni di giacenza, dunque li avrei pagati ancora meno di quel poco che costavano.
Non li ho presi perché mi sono detta aspetto un segno.

E il segno è arrivato.
Ora vi racconto. 

Dicevo che mi sto occupando della carne, quella che si mangia e che ho aperto una finestra sulla caccia e sulla cacciagione. 
Mi è venuto in mente di concludere con l'ultima scena del Don Giovanni, quando lui cena in solitudine (si fa per dire, ha il servo Leporello, l'orchestrina, arriveranno di lì a poco Donna Elvira e pure il Commendatore) mangiando del fagiano.
E bevendo Marzemino. 
Mentre mangia e beve Don Giovanni canta le uniche parole che qualunque uomo sano dovrebbe cantare: 'Vivan le femmine, / Viva il buon vino, / Sostegno e gloria/ D'umanità'.
Cercavo un'immagine per illustrare questa parte del mio lavoro ma non ero contenta di niente.
Allora, come sempre faccio quando sono in cerca di ispirazione, me ne sono andata a fare un giretto fuori dal mio studio.
E fuori dal mio studio mi sono ricordata che tempo fa avevo visto sulla mia rivista inglese prediletta una tavola magnifica disegnata da Valentina Giovando, che ha un bel nome e che fa delle cose opulente e raffinatissime, che si chiamava proprio 'Don Giovanni table'.
Della tavola (che stava in copertina) ricordavo che mi era piaciuto anche l'unico coperto, con un piatto di frutta, un coltello e un magnifico bicchiere in primo piano su un tovagliolo bianco.
Ora si trattava di ritrovare la rivista, che ero certa di avere perché quelle riviste lì le conservo tutte e ce le ho tutte impilate all'ingresso.
Il numero era quello del febbraio 2013 e me l'ero messo da parte proprio per la tavola di Don Giovanni, nel senso che stava in un'altra stanza, dove tengo i numeri preferiti.
Anche quello mi era sembrato un buon segno perché voleva dire che l'immagine era giusta per illustrare quello che avevo scritto.

Ho rivisto, dunque, il bicchiere.
Identico a quelli che avevo incontrato (il verbo giusto è questo) al Mercatino la mattina stessa.

Ma ci stavamo avvicinando a un'ora tarda, quindi ero costretta a dormirci sopra una notte.
Il giorno dopo, li avrei trovati ancora?
Avevo sbagliato a non prenderli?

Sono una fatalista e poi sto sempre lì a vedere se il Caso sta dalla mia parte.
Ci sta spesso, soprattutto quando si tratta di bicchieri.
Dunque, nella foto numero 1 vedete la Don Giovanni table di Valentina Giovando (la carta da parati hand-paintend che fa da forte e perfetto sfondo è di Elena Carozzi); e nella foto numero 2 uno dei miei nuovi bicchieri.

Ora non mi resta che mettere un fagiano in pentola e invitare a cena Don Giovanni.

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287. Se permettete, parliamo di uomini, 7: il Principe Azzurro (con una recensione di Cenerentola)

Cenerentola, Walt Disney, 1950

La preparazione dell'abito

In vita mia ho incontrato uomini di tutti i generi: letterati & artisti (non si scappa), creativi generici, architetti, ingegneri, veterinari, chirurghi, qualcuno anche di fama.
Giuristi.
Camionisti (ho un passato da autostoppista).
Rapinatori a mano armata, uxoricidi, terroristi rossi & neri, falsari, spacciatori, tossici (ho fatto un'esperienza di insegnamento nel carcere di Rebibbia).
Parecchi sportivi, di solito dilettanti, ma anche due calciatori professionisti, uno dei quali di serie A.
Un pilota di Formula 3.
Un autista di pompe funebri (un ragazzo allegrissimo che si chiedeva in assoluta buona fede perché mai le donne non lo guardassero mai quando stava in servizio).
Un cavaliere del Sovrano Ordine di Malta, che poi si scoprì essere tutt'altro.
Baristi, commercianti, imprenditori.
Alcuni aristocratici, tendenzialmente sblasonati e comunque costantemente figli cadetti, quindi non suscettibili di ereditare il titolo.

Ma in vita mia io non ho mai incontrato un principe.

E ciò nonostante la mia compagna di banco del liceo mi ripetesse tutti i giorni (gutta cavat lapidem) che una di noi due avrebbe sposato Carlo di Inghilterra, prospettiva che mi gettava nello sconforto, lo trovavo poco attraente fisicamente e veramente troppo, troppo vecchio. 
Lei, imperterrita, rilanciava 'Tu trovamene un altro con la suocera sui francobolli'. 
Andò come sappiamo e ammetto che il giorno delle sue nozze, con quella carrozza che davvero sembrava una zucca, provai un sentimento misto di sollievo e di rimpianto.
Ma, a parte queste considerazioni personali, da sempre mi domando dove diavolo vivano i principi, certo non dove vivo io, non frequentano la metropolitana, il supermercato, l'autobus, le scuole pubbliche, e qui probabilmente sta il nodo.
Se si vuole incontrarne uno, bisogna iscriversi a una di quelle università esclusive e privatissime, dove si fanno, pare, incontri interessanti.
Ipotesi non proponibile per me perché ai miei tempi alle scuole private ci andavano solo le signorine di buona famiglia e quelle troppo somare per affrontare la scalata della scuola pubblica e, non appartenendo io a nessuna delle due categorie, senza che io lo sapessi, i giochi erano già fatti.

Ora, e parlo con le donne, c'è da chiedersi quali siano gli atout di Cenerentola (in francese, gli atout sono le carte buone, che so, il settebello, la briscola, che uno si ritrova in mano. Attenzione, qui bisogna ricordare che gli atout NON sono tutti uguali, alcuni, nel caso in questione, non valgono niente).

La prima cosa da dire è che lei nasce in un regno. Dunque, se si nasce in una repubblica, già lo svantaggio è evidente.
Lei è giovane & bella, però qui c'è poco da chiosare perché abbiamo detto più volte che essendo questa l'unica opzione lasciata alle donne, le donne giovani & belle lo sono tutte, altrimenti non avrebbero diritto di esistenza al mondo.
Lei, lo si capisce da come prepara la colazione per la matrigna e le sorellastre, sa cucinare e la casa la tiene benissimo: lava addirittura il pavimento ginocchioni, come ho visto fare nei film giapponesi di Ozu e come fa ancora qualcuno, certo non dalle nostre parti.
Ma mentre strofina le mattonelle, deliziose bolle di sapone escono dal secchio e lei nelle bolle si specchia, aggiustandosi una volta ancora i capelli. Dunque, Cenerentola è coquette. 
Prendere nota. 
E' pieno di donne che si lamentano di non incontrare il principe azzurro e poi si scocciano di mettere la crema idratante o di andare da un buon parrucchiere a farsi fare un buon taglio.

Cenerentola ha una bella voce, atout che anch'io trovo importante. Con una voce si può fare tutto, sedurre, chiedere, ottenere. 
Dunque, è il caso di farsi un esame di coscienza e di correggere ciò che è correggibile, acuti striduli, parole mangiate, toni disturbanti.
E il contenuto dei discorsi? Mah, qui direi che ha poca o nessuna importanza, ai principi non gliene importa niente di quello che dice una donna, insomma, l'atout che è costituito dalla capacità di mettere insieme le parole intelligentemente o con brio o con doti evocative conta, come si dice, quanto il due di coppe.
Qui devo citare una confidenza del mio amico di treno n° 2, uomo fascinosissimo, che una volta mi raccontò di un suo affaire con una ragazzetta. Alla mia domanda 'Come va la conversazione', lui mi rispose senza scomporsi 'Benissimo, parlo solo io'.
Insomma, si è capito come la pensano i principi, quindi, è il caso che prendiate nota anche di questo.

Cenerentola ha rapporti ottimi con gli animali: il ronzino, il vecchio cane, le galline che nutre quotidianamente, i suoi deliziosi sorcetti, che sono, poi, la parte più bella del film: simpatici, affezionati, sempre pronti a dare una mano, anche quando si tratta di raccogliere la collana che una delle sorellastre ha gettato a terra e che loro vogliono portare a Cinderella perché la indossi al ballo. 
Disposti a tutto, anche a infilarsi le perle, una dopo l'altra, nella coda, anche a sfidare il terribile gatto Lucifero, il micio più odioso della storia del cinema, anche a trascinare la (per loro) pesantissima chiave, quella utilizzata dalla matrigna per chiudere la figliastra nella sua stanza al momento della prova della scarpetta, lungo una scala piranesiana che avrebbe tolto il coraggio anche al più agile degli arrampicatori, che so, un camoscio, una scimmia. 
Loro no, i sorcetti, eroici, ce la fanno. 

Ma ci sono sorci e sorci.

Il più simpatico di tutti è, come è noto, Gus Gus, quello grasso, amicone (quando esce, rinfrancato, dalla trappola, saluta tutti come un divo all'aeroporto), pasticcione (intona Happy Birthday quando viene svelato a Cenerentola l'abito cucito dai topi, insomma, non ha capito niente), vittima designata di Lucifero, sempre e comunque.
Poi ci sono le femmine, le sorcette, che si riconoscono perché hanno un fiocchetto sulla coda del medesimo colore dell'abito.
La sorcetta Perla è quella che dichiara 'Leave the sewing to the women', insomma cucire è una cosa da donne.
(Cenerentola ha un magnifico libro di cucito e lo utilizza, prendere nota anche di questo. Una donna che non sa nemmeno attaccare un bottone, con un principe, non ha speranza).

Cenerentola è gentile e buona ('very nice'), lo ricordino tutte le scorbutiche, le imbronciate fisse, le permalose, le iraconde, le vendicative, le antipatiche.
E facciano uno sforzo per migliorare il loro brutto carattere. Se pure non dovessero trovare il principe azzurro, almeno ne trarrebbe giovamento il mondo, liberato dalle loro paturnie.

Cenerentola ha una fata generosa che le dà una mano. 
Una specie di creatura svanitissima che fatica pure a trovare la bacchetta, svampita, astrusa, distratta.
Ma, con un po' di buona volontà, le procura la famosa carrozza, il tiro di cavalli, il cocchiere e pure il valletto.
(Un valletto, per andare incontro al principe azzurro, ci vuole).
All'ultimo momento, si accorge pure del vestito.
(Come le donne sanno bene, per andare incontro al principe, ci vuole pure l'abito).
Prima di andare via, lei dice 'Thank you'. Ringraziare sempre, tutti, soprattutto le fate distratte.

Insomma, quando Cenerentola parte per il ballo, è impeccabile (prendete nota).

Ed ora parliamo del principe e della strategia.
Il giovanotto si annoia. 
Sbadiglia di fronte all'infinita serie delle pretendenti.
Platealmente, si scoccia. 
Vede lei che si aggira, un po' sperduta (fare sempre finta di esserlo), pianta tutto e la raggiunge.
Ballano tutta la sera, in accordo perfetto, ballano solo loro e tutti li guardano, 'So this is Love...il mio cuore ha le ali e io posso volare', ballano occhi negli occhi, le loro grandi ombre che si stagliano sulla parete dello scalone del palazzo, percorrono il giardino, il ponticello, c'è la luna piena (può fare comodo dare un'occhiata al calendario).

Signore & signorine, è fatta.

Ora viene il bello. 
Arrivano i rintocchi della mezzanotte, che impiegano un tempo lunghissimo a farsi sentire tutti. Questo dà modo di organizzarsi.
A questo punto, l'indicazione è chiarissima: prendete una fuga mai presa prima, proprio datevela a gambe, sgusciate via dalle braccia del principe, svignatevela anche se con il cuore stretto, capisco che non è facile, c'era anche stato un primo approccio, ma è di fondamentale importanza.
Il principe deve rimanere con in mano un pugno di mosche e, in questo caso, una scarpetta. (Non un numero di cellulare).

'In amor vince chi fugge' e su questo enunciato si spaccano parecchie teste e si spacca il capello in quattro. 
Date un'occhiata ai blog e ai siti di psicologia che vi escono con un clic se mettete sulla barra di ricerca queste cinque parole, guardate tutto, melassa, luoghi comuni, consigli, esperienze, astuzie femminili.

Semplicemente, però, scappate, non state a porvi troppe domande.

Ci penserà il principe a trovarvi.
Nel frattempo avrà passato un paio di notti insonni.
Come tutti gli uomini, è uno che si risente se lo sorpassano in macchina, figuriamoci quanto si stizzisce quando una donna giovane & bella imprime un altro tipo di andamento al suo progetto, gli ribolle il sangue, perde la testa, si fissa, si impunta, ne fa una questione di principio. 
E vi viene a cercare in capo al mondo.

E in capo al mondo voi starete belle tranquille ad attendere il momento il coronamento della vicenda.

I principi, il problema è incontrarli.
Quando ve ne trovate uno fra le mani, se solo avete gli atout giusti, è fatta.

Ed è così, come sappiamo, che si chiude la pagina del grande libro nell'ultima scena del film e che si vive, per sempre, felici e contenti.
(Che bello).

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288. Breaking News

I libri di matematica di Emma Castelnuovo e la mia calcolatrice scientifica

Io mi sento sempre incompleta e zoppa.
Ciò per un sacco di motivi ma in particolare perché sono un'umanista, Donna di Lettere e ho fatto studi classici talmente severi che mi è mancato lo spazio esistenziale per le scienze.
(Ora, c'è da chiedersi perché quelli che le scienze le hanno studiate non si sentono incompleti e zoppi a loro volta perché non sono Uomini di Lettere, ma il discorso è troppo complesso).

Anni fa e per un anno e mezzo mi sono messa, dunque, a studiare matematica.
Prendevo lezioni due volte al mese, facevo gli esercizi, mi ci spaccavo sopra la testa e una volta ammetto che dovetti prendere l'aspirapolvere per pulire il tavolo sul quale stavo lavorando per quanti residui di gomma da cancellare avevo prodotto.

A un certo momento smisi perché non ero più contenta.

Ma la voglia della matematica mi era rimasta.

Tempo fa ho sentito alla radio una serie di interviste fatte ad allievi di Emma Castelnuovo e tutti dicevano che lei era una matematica straordinaria, che aveva fatto innamorare tutti e siccome io sono convinta che il compito di chi insegna sia proprio quello di accendere cuori e cervelli, mi è venuto in mente di riprovare.
(Emma Castelnuovo ha superato i 100 anni ed è attiva e lucidissima).
Alla fine del mese di dicembre ho ordinato i volumi di matematica che lei ha scritto.
Oggi sono finalmente arrivati e sono andata a ritirarli. 
Ho anche comprato un bel quaderno a quadretti, blu, semplice semplice.
E ho pulito a fondo la mia calcolatrice scientifica, che pure vedete nella foto e che fu, me lo ricordo benissimo e dal mio punto di vista, uno degli acquisti più singolari della mia vita.

Io studio tutti i giorni.
Ma studio le cose mie.
Oddio, in questi anni, a pensarci bene, mi sono messa anche a studiare cose nuove e diverse, la moda, che adesso insegno, la cucina, che pratico decentemente, l'architettura, che mi era sempre sembrata lontana da me mille miglia e di cui sono riuscita, sempre a modo mio, ad appropriarmi.

Dunque, posso ritentare con la matematica.
La trovo elegante; astratta; calma più del Valium e dell'EN shakerati insieme perché se non si è lucidi, la matematica non esce; richiede spazio, anche sul foglio, servono sempre superfici bianche da riempire; stimola la fantasia, perché al medesimo risultato si può arrivare in più modi e percorrendo strade diverse; favorisce le relazioni, perché io, che sono un'umanista, se uso una calcolatrice scientifica finisce che entro nell'orbita anche di persone che ho sempre considerato lontanissime. E viceversa.

La cosa più carina che feci nel mio periodo di studio precendente fu una conferenza alla Facoltà di Matematica di Roma (mi piace dire che l'edificio, bellissimo, fu disegnato da Gio Ponti). 
Fui inserita in un calendario di incontri accanto a professori, esperti, cervelloni. 
Io mi ritagliai un grembo accogliente con un titolo che suonava così: 'L'Arte e il Numero'.
Mi divertii tantissimo, c'era un sacco di gente.
Mi presentai dicendo: 'Buonasera, sono un'aliena'.

E un'aliena rimango, ma piena di buona volontà e di speranza.

Sogno un mondo in cui tutti studiano, i ragazzi e gli adulti, i poco dotati intellettualmente e gli straordinariamente intelligenti, i ragazzini e quelli che stanno quasi con tutti e due i piedi nella tomba.

Perché studiare è bellissimo, è un percorso e, spesso, una guerra personale fra chi studia e la sua materia, è un modo per sperimentarsi, migliorarsi, interrogarsi, cercare altri modi e strade per stare al mondo.

Io me la vedo da stasera stessa con la matematica.
Voi, datemi notizie.

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289. Primi passi

La tavola pitagorica

Picasso, Primi passi, 1943

Ieri già mi sono impicciata con 'Il comportamento dei pari e dei dispari combinati fra loro con l'addizione', o, meglio, mi sono impicciata con la tabella, perché il senso della cosa si capiva, del resto anche nella vita se tu metti un pari e un dispari insieme, esce un dispari, questo si intuisce, basta avere un po' di esperienza.
Il problema è che la tabella 'si legge come la tavola pitagorica'.
Oddio, e come si legge la tavola pitagorica?
E qui è uscito un altro nodo, del quale mi ero accorta già da un pezzo: i quaderni, sto parlando di quelli a quadretti, la tavola pitagorica non ce l'hanno più, qualcuno dovrebbe spiegarmi per quale diavolo di motivo, era così comoda e poi anche graficamente ci stava benissimo.
Alla fine del mio nuovo quaderno a quadretti c'è la marca (Pigna) e poi una specie di silhouette di cui non capisco il senso (fino alla silhouette, ci arrivo, quindi, se non ne capisco il senso, Pigna dovrebbe chiarirmelo).

Allora mi sono alzata e ho riacceso il computer e ho fatto tutto questo perché era notte alta e avevo deciso che non si sarei addormentata senza matematica.
Scaricare una tavola pitagorica è una cosa complicatissima, devi fare un download e entrare in relazione con i siti dei ragazzini di 7 anni, che è la cosa per me più complicata e che sfiora quasi l'impossibile.

Alla fine (che ore si erano fatte?) ho stampato le mie tabelline, le ho ritagliate e le ho sistemate nel libro, con l'idea di farmene un'altra copia da incollare alla fine del quaderno, così Pigna impara.

Avendo la tavola pitagorica sotto gli occhi, subito ho capito tutto, sto parlando della tabella del comportamento dei pari e dei dispari, del resto si legge tale e quale alla tabella dell'atlante stradale con le distanze fra le città, insomma, una cosa comprensibile anche per me che sono, in queste cose, tendenzialmente tonta.

Stamattina, poi, mi sono detta adesso vediamo se mi ricordo le tabelline.
(Quello che avrei voglia di chiedervi, con qualche eccezione di menti lucidissime, è se ve le ricordate voi, così, casomai, vi togliete dalla faccia quell'espressione di compatimento).
Andavo bene quasi in tutte, mi impicciavo con quella dell'8, ma solo da otto per sette cinquantasei in poi, filavo, in compenso, come un treno per quella del 9 e quella dell'11.
(Non parlo di quella del 10 perché è evidente, anzi, palmare, termine che con la matematica faccio fatica a utilizzare).

La faccio breve. 
Mentre mi esercitavo perché non vedo l'ora di passare al capitolo successivo, mi chiedevo come mai con questa esplosione di tendenze spiritualistiche, lo yoga, lo zen, il buddismo, la meditazione, le campane tibetane e anche l'eremitaggio, invece dei mantra non si diffonda il ripasso della tavola pitagorica, più o meno simile nella ripetizione e nella monotonia e suscettibile pure di essere recitato con voce salmodiante.

A parte la maggiore comprensione del concetto, pensate alle immediate conseguenze pratiche, per esempio al supermercato volendo acquistare 3 vasetti di yogurt (3 per, mettiamo, 90 centesimi ciascuno, con il risultato palmare di € 2,70 ottenuto semplicemente spostando, giustamente, la virgola) o quando si tratta di contare il numero di bottiglie indispensabili per una seratina: i bicchieri che si traggono da ciascuna sono circa 5, calcolando almeno 3 bicchieri a testa in 2 persone per un'atmosfera degna di questo nome, 3 x 2 = 6 ed ecco che si capisce, usando la tavola pitagorica, che una bottiglia sola non basta.

A meno che l'altro non beva un po' meno (mettiamo che debba guidare), speranza poco matematica ma che sempre si accende ogni qualvolta di una bottiglia si comincia a intravedere il fondo. 

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290. Confessioni di una allumeuse

Il mio nuovo accendigas nel posto che gli ho riservato: il misuratore di liquidi con già dentro spatola e pennello da dolci

I migliori fiammiferi al mondo: i Solstickan svedesi

Alla fine ho ceduto. Lo ammetto.
Dopo anni di resistenza impeccabile, mai una grinza, un ripensamento, un dubbio, ci sono cascata anch'io.
Ma credo di dover partire dall'inizio.
La mia cucina a gas, di buona marca, oddio, non una di quelle per acquistare le quali bisogna fare un mutuo trentennale, ha (aveva, avrebbe) un accendigas incorporato, un pulsante dal quale esce (usciva, dovrebbe uscire) una scintilla suscettibile di provocare la fiamma nei fornelli.
L'aggeggio ha funzionato, nella sua lunga vita, pochissimo.
E' probabile che il tecnico per la riparazione sia stato chiamato almeno dodici (12) volte. Veniva, rimetteva tutto a posto, diceva, sa, è un congegno, un aggeggio, elettronico, appena entra un granello di polvere, si blocca.
L'ultima volta sono stata chiara e netta: se si guasta di nuovo, non è che io butti la cucina, solo, il pulsante faccio finta che non esista, comincio a ignorarlo, così lui capisce che è totalmente inutile al mondo, un'esistenza interrotta, vana, priva di senso.

E così è stato.

Ed è cominciata la stagione dei fiammiferi da cucina, con l'unico problema, per me enorme, della bruttezza della categoria: scatolette con sopra immagini di cocomeri, ricette di canederli che, ammettiamolo, viste in città sono del tutto fuori posto, visioni della Fontana di Trevi spacciate per cose d'arte, ombrelloni oni oni intollerabili per chiunque abbia un minimo di gusto.
Tutte le volte che protestavo con un tabaccaio, quello mi diceva ma figuriamoci, basta che accendano.
Il fatto è che, da un po' di tempo, i fiammiferi da cucina italiani manco accendono, perdono la capocchietta appena si sfrega, il legnetto si spezza, uno esce volentieri con le dita sfregate e il forno spento.

E sono cominciati i viaggi all'estero.

Nel supermercati inglesi ci sono mirabili fiammiferi da cucina (chiamati 'matches'), belli, solidi, con sopra immagini classiche del cigno (marca Swan).
In Francia in qualunque tabaccheria ti danno 'boîtes d'allumettes pour la cuisine' di una sobrietà che incanta, perfettamente funzionanti.
In Svezia, oh, in Svezia!, hanno i migliori fiammiferi del mondo, 'svedesi', che diamine, che si chiamano Solstickan e hanno sopra un delizioso pupetto che accende il sole.

Che cosa fai quando viaggi?
Vado nei supermercati a comprarmi i fiammiferi.

Mai avuto un accendigas?
Come no, per mezza giornata, anzi mezza serata.
Lo portò a casa, incartato come un regalo, il mio coniuge emerito e fu causa di una delle più violenti liti coniugali della storia dell'umanità.

Era un Firebird dell'Alessi.
Devo descriverlo?
Trattasi di un dispositivo a forma di fallo, pensato dalla mente illuminata di un designer, un oggetto indegno, osceno, immondo, inutilmente comico, capace, inoltre, di stare in piedi sui complementi naturali del pezzo anatomico.

Ci picchiammo (ogni tanto lo facevamo ed era bellissimo).
Botte da orbi, accompagnate da insulti, come può un uomo coltivato, intelligente, con tratti aristocratici che escono fuori e creano problemi ogni momento, presentarsi con una cosa del genere, e seguiva l'elenco delle persone cui avrebbe potuto, in alternativa, presentare l'omaggio: la mamma adorata, la sorella, la cugina, quella con l'apparecchio ai denti, a giudicare dai risultati, ben poco funzionante, le amiche storiche, le compagne di scuola sempre presenti.

In risposta: mancanza di ironia, una serietà del tutto fuori posto (la serietà, mica l'uccello), trattavasi di un pezzo di design, incapacità radicale di apprezzare i pensieri gentili, totale incomprensione della mission di Alessi, che consisteva nel rallegrare il mondo con piccoli oggetti divertenti. E, alla fine e per una volta, anche la responsabilizzazione rispetto all'andamento delle cose domestiche, per una volta che mi ricordo che c'è una cosa che serve.
E mi meraviglio di te, che, pure, il design lo studi.

Fra l'altro e purtroppo, il Firebird funzionava perfettamente ed era anche di costo pesante, l'indecenza che si aggiugeva all'indecenza, proprio quando non si arrivava a fare tutto.

Il travaglio fu lungo e profondo.
Trattative, proposte, pace, pace, bandiera bianca.
Un cavolo. 
A fine serata, sfinita, ebbi la meglio e buttai il Firebird al secchio.

E chi se ne importa del prezzo.

Da allora più nessun accendigas ebbe il coraggio di entrare nella mia vita.
Ogni tanto veniva qualcuno, vedeva i fiammiferi (inglesi, francesi, svedesi, per antonomasia) e domandava, ingenuamente, come mai non hai un accendigas.

Mi dimentico sempre di comprarlo.

L'ultima volta che sono stata fuori, nello scorso mese di novembre, non ho avuto né tempo né testa di andare dal tabaccaio.
E due giorni fa ho aperto l'ultimo pacchetto di fiammiferi presi a Londra.

Ho la sindrome del barile col fondo che si gratta.
Sono una persona organizzata, ho pacchi di sale di tutti i generi sufficienti per la cucina di un grand hotel, faldine da strucco in quantità degna di una beauty room frequentata alla grande, pacchi di fazzoletti capaci di asciugare tutte le lacrime di tutti gli amori andati a male della storia, spaghetti, pastina in brodo e pasta corta, confezioni di zucchero, bianco e di canna, capaci di addolcire un esercito.
Ma ti pare che, adesso, sto senza fiammiferi?

Che faccio?
Un low cost, Stoccolma con - 4° e un'occhiatina ai musei e poi il supermercato all'angolo?
Rapido calcolo.
Con i miei gusti sibaritici, l'albergo, la cena al ristorante, finisco con l'impegnare tutto lo stipendio per dieci (10) scatolette.

Ci penso su.
E su ci dormo.

Poi, come sempre succede, il Destino bussa e il Caso gli apre la porta.

Oggi mi precipito al supermercato ai Cessati Spiriti per prendere le fette biscottate liguri per colazione.
E, non si sa mai con gli affari di cuore, quattro (4) pacchi di fazzoletti alla calendula da dieci (10) confezioni ciascuna.

Carrello, cassa.
Appeso lì, c'era il lighter della Bic, 100% di qualità controllata, 50 (cinquanta) test di controllo.
Accende anche le candele.
(Io, di candele, ne uso tantissime, fanno romantico e atmosfera, salvano serate e discorsi).

Che faccio, lo compro?
Certo che sì, ma solo in emergenza, così quando finisco gli Swan non devo passare ai canederli.
Poi, appena posso e viaggio, lo metto in un cassetto fino alla nuova emergenza.

Fra l'altro, funziona benissimo e nonostante avessi un milione e mezzo di cosa da fare, ho passato trenta minuti buoni ad accendere tutto ciò che, in casa, era accendibile.

Come on, Baby, Light my Fire: questo è il pensiero della sera.

 

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291. La sindrome del ravanello

I miei ultimi acquisti

 

Le madri di rado hanno ragione.

Ora, già sento i crac che vengono da parecchi core de mamma (come farà al plurale?) che sto spezzando, ma non è che si possa negare l'evidenza. Avreste forse preferito leggere la ben più spietata frase 'le madri hanno quasi sempre torto', analoga a quella da me utilizzata ma, a dirla tutta, senza speranza?
Vedrò di articolare il mio assunto.

Voi prendete i ravanelli. 
Mia madre sosteneva che erano indigesti, dunque, immangiabili e non ne ho mai visti in tavola. 
Forse per inerzia in tavola non ne ho mai messi neanche io.
E dire che li ho sempre trovati bellissimi, legati in mazzetti colorati, in prevalenza rossi, capaci di rendere gioioso il più cretino dei contorni.
Mi chiedo anche se, per caso, vedendomi offrire un'insalata mista, io non abbia qualche volta chiesto in tono sospettoso se dentro non c'erano i ravanelli, proibiti nella mia testa, anzi, direttamente assimilabili alla peggiore delle sostanze tossiche.
I famosi ravanelli illeciti.

Mi sono messa a cucinare da relativamente poco, diciamo quasi quattro anni: per farlo ho dovuto superare il vincolo della mia disappetenza, che mi rende da sempre quasi del tutto indifferente al cibo e, soprattutto, procurarmi un'attrezzatura adatta alla bisogna.
In primo luogo i libri, perché sono un'intellettuale, poi tutto un armamentario composto di strumenti tecnici, soprattutto per misurare, poi i contenitori, poi le stoviglie, spingendomi fino alle spatole e a quelle che a Roma si chiamano, deliziosamente, 'cucchiarelle'. (Il termine mi è rimasto attaccato da quando feci una prima supplenza e un ragazzino mi disse che la madre lo 'menava con la cucchiarella', cosa che lo impauriva moltissimo. Come sto dimostrando, le madri sbagliano).
Come cucino? Più che decentemente, sono scientifica, accurata, semplice, non mi avventuro in territori per me impervi, utilizzo soltanto alimenti di prima scelta.
E, come forse si sarà capito, da me si beve tendenzialmente bene e in bicchieri magnifici, quindi e di solito nessuno si lamenta. 
Anzi.
Ma, nonostante tutto, anche negli ultimi quasi quattro anni, fra me e i ravanelli, niente.

Ora, ci sarebbe da chiedersi perché tutti gli altri caveat materni non hanno mai avuto su di me alcun effetto.
La visione del mondo di mia madre, lo dico a distanza di anni luce e con i migliori sentimenti, era, dal mio punto di vista, indigeribile. 
Secondo lei niente andava bene per una giovane donna, maschi, alcol, fumo, motociclette, amicizie, anche lo studio a lungo andare guastava gli occhi, praticamente una ragazza, nel suo immaginario, doveva restare a casa a fare la calza, cercarsi un marito e mettere su famiglia.
Inutile chiedere dove incontrare mariti se si stava chiuse in casa, la logica non era il suo forte.
E inutile dire che tutto ciò che lei proibiva aveva per me un appeal straordinario e che, quindi, dopo aver praticato per pochissimo il pur sano esercizio della maglia, totalmente inadatto alla mia impazienza, che sopportava solo ferri n° 7 e lane di conseguenza, trovavo bello studiare e contavo di farmi una professione e anche una carriera; frequentavo chi mi pareva; andavo regolarmente in motocicletta; fumavo e bevevo; vedevo maschi.

(Da quanto detto finora si potrebbe dedurre che gli uomini siano più invitanti dei ravanelli. Vai a sapere). 

Poco tempo fa mi accade l'impensabile. 
Colleziono con costanza delle schede di cucina che escono settimanalmente con la mia rivista, scelgo quelle che mi interessano, me le studio e me le metto da parte in un magnifico contenitore rosso che è stato prodotto per il cinquantenario con all'interno una selezione vintage e uno spazio per le nuove fiches cuisine.
Di ricette francesi, infatti, si tratta. 
(In cucina sarò pure l'ultima arrivata, ma ci sto con lo stile giusto).

Le schede sono sempre deliziose, legate alla stagione, ai gusti di letterati, attrici, grandi chef, si leggono come romanzi, sono descrittive, narrative, precise e hanno sempre brevi note di commento, suggerimenti, precisazioni illuminanti.
Ecco, dunque, 'Les radis', cioè, i ravanelli.
Che cosa apprendo? Che possono essere rossi, rosa, bianchi (il daikon giapponese) o neri, che appartengono alla grande famiglia delle Crocifere (quella dei cavoli), ricche di antiossidanti. 
Perbacco. Fosse che mia madre era gelosa di me e preferiva che mi ossidassi? Cerco di non ascoltare il rumore del tarlo, come mi disse una volta un mio squisito collega, artista sensibilissimo, a proposito di qualcosa di molto simile al discorso che vi vado facendo: 'Non ci pensare'. (Il miglior consiglio che si possa dare a chi da adulto sta ancora lì a pensare al comportamento dei genitori, ficcandosi in un guaio dopo l'altro e senza vedere la luce alla fine del tunnel).

Inoltre. Les radis sono poveri di calorie, se non ve li mangiate con il burro. (C'è anche un punto esclamativo).
In essi tutto è commestibile, i bulbi e 'les fanes', ovvero il pacciame, insomma, le foglie. Les fanes sono acidule e, se sono piccole, possono essere messe nelle insalate, mentre le più grandi vanno bene per le zuppe, aggiunte a una omelette o a una quiche.
I bulbi sono croccanti, piccanti, rinfrescanti.
Si conservano due o tre giorni nel frigorifero.
Gustateli crudi à la croque-au-sel, locuzione bellissima che significa con solo un po' di sale.
Sono anche molto buoni cotti, glacés ma anche al vapore e serviti con un filo di olio di oliva.

Dell'indigeribilità, nessuna traccia.
Mia madre mi aveva mentito 'anche' sui ravanelli.

E' stato dunque così che, facendomi coraggio, ho infranto il divieto e sono andata prima al supermercato, poi al negozio, poi al biologico e, nel giro di un mese, sono diventata una cultrice della materia.
Ho anche fatto delle prove. Mentre si sta lì a prendere l'aperitivo e io preparo l'insalata mista, tiro fuori la mia mandoline e dispongo sul tagliere tutti i coloratissimi ingredienti, la butto lì: 'ti spiace se ci metto i ravanelli?'. La risposta è sempre liberatoria, sì, certo, fai pure, ah, ma guarda che belli.

Come spesso succede nella vita, quando ci sembra che il colore del prato di chi ci sta accanto sia più acceso di quello nostro, che ci pare spento, mi viene da chiedermi come sono le madri degli altri.
A parte che lo so benissimo perché se ne parla di continuo, alcune le conosco, non le stimo per niente oppure mi stanno parecchio simpatiche, certe sono per me vicine ai miei grandi modelli di donna, come niente madri di qualcuno pure loro, altre mi sono indifferenti, di alcune intuisco la buona fede, di altre vedo la cattiveria, a parte la cattiveria mia, che all'orfano che si lamenta di essere stato lasciato tale in età tenerissima dico ma non vedi che fortuna ti è capitata, insomma, lasciando perdere le scorie, i residui, il fondo del tegame con quello che ci è rimasto attaccato, credo davvero che sia meglio non pensarci e fare pace. 

E che mia madre, a parte le sue opinioni su maschi, alcol, fumo, motociclette, amicizie, studio, lavoro a maglia, mariti e famiglia, aveva quasi sempre ragione.
Peccato i ravanelli.

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292. Donne che odiano le donne (lo dice anche il tutorial)

Mascara cake Maybelline vintage

Essere donna è bello.
Insomma, fino a un certo punto.
Voi pensate solo alla fatica di dover sopportare tutta la vita, da donna, la cattiveria delle altre donne.
Le donne sono fra loro cattivissime, in particolare quelle più vicine, sorelle, amiche del cuore, cognate, che poi sono le donne con il ruolo più strambo che uno (una) si ritrova fra i piedi per via della scelta di un uomo, fratello, fratello del marito, insomma, schegge impazzite e fuori controllo.
Le donne passano la vita a criticarsi l'un l'altra e sempre e solo sui medesimi argomenti.
Mai, dico mai, che un'amica dica che la sua amica prediletta sarebbe l'ideale se solo avesse un'intelligenza un tantino più astratta; mai che si sottolinei la vagamente atrofica per quanto naturale contraddittorietà dei sentimenti della cognata del cuore. 
Mai che si dica che la sua omelette non era baveuse a sufficienza, che il Sancerre non è stato servito alla temperatura canonica compresa fra gli 8 e i 10°, forse che quella sera lei era distratta perché indisposta?

Mai.

Sempre e solo le stesse cattiverie, sempre e solo legate all'età e alla bellezza: forma, dimensione e tenuta dei seni (sono sicura che le donne si occupano dei seni delle altre donne più degli uomini che, le donne, le apprezzano), la ciccia, in particolare quella incrostata sui fianchi, il collo, il contorno occhi.

Voi prendete i tutorial, che io seguo famelicamente come tutte le donne che si truccano e che, pertanto, visto che il trucco, se messo, va anche tolto, altrimenti addio grana sublime della pelle, passano un'interessante percentuale della vita da sveglie mettendosi e togliendosi roba dalla faccia. A questo proposito è interessante notare come il make up, impresa sempre volenterosa per la quale bisogna apprendere al meglio le tecniche perché sia coronata da successo, sia molto più citato del démaquillage, operazione complessa e lunghissima, evidentemente troppo privata perché possa diventare di massa.
C'è anche una make up artist, tale Charlotte Tilbury, inglese, donna volitiva e decisa, che sostiene nel suo blog che il marito non l'ha mai vista senza trucco.
Forse che lui e lei dormono in stanze diverse?
Oppure lei proprio non si strucca, dando, così, un esempio pessimo, oppure, meglio, la sera toglie il trucco da giorno per applicare quello da notte, come una volta ho letto in un romanzo di Françoise Sagan, in quel passo assai improbabile?
Vai a sapere.
Anche se fra i tanti compiti del marito, c'è da sopportare quello, delicatissimo, dell'ammirare una donna senza trucco. Su questo vorrei essere molto chiara: capisco l'amante, che ha tutti i diritti in quanto a godimento estetico, ma un marito deve sapere che il suo ruolo comporta soprattutto doveri, in senso estetico e in tutti gli altri sensi, altrimenti una che si sposa a fare.

Ma torniamo al tutorial e alla cattiveria femminile.
Essa si sviluppa fin dall'età più tenera e poi fiorisce indisturbata fino a che non si hanno tutti e due i piedi nella tomba. Forse è talmente radicata che anche tutti i postumi, ovvero le postume, zombie e vampire, parlano male l'una dell'altra, stasera ti trovo un po' pallida e poi hai un'aria davvero stravolta.

In certi tutorial io ci casco dentro per caso, mentre cerco altro, un po' come Alice nel buco, che poi, sostiene un amico mio, era la tana del coniglio ma, onestamente, non me lo ricordo.
Non guardando la televisione da almeno due decenni, consumo la mia dose di dipendenza video davanti al mio computer con operazioni che però, visto che sono un'intellettuale, vanno a integrare il mio normale lavoro di ricognizione libresca. 
Infatti, oltre a farmi truccare appena posso da un professionista, mi compro pure i libri dei make up artist, prendo appunti e li sottolineo, ritaglio articoli di giornali che mi interessano e ci farcisco le pagine della mia bibbia di bellezza.
Il tutorial, dicevo, è casuale. 
Per esempio, vado cercando l'uso preciso della spazzolina del mascara.
Qui devo confessare che sono una vittima predestinata di tutte le ricerche di mercato che fanno i produttori riguardo ai nomi.
La dico meglio: li premio.

Compro mascara solo perché si chiamano Doll o Smokey Eyes oppure Iconic Overcurl, non so resistere a Great Lash, They' re Real! (qui c'è pure il punto esclamativo), Noir Couture, Phenomen'Eyes, Black- out, Larger Than Life, ogni nome è un romanzo.

Mentre cerco, dicevo, l'uso di una davvero strana spazzoletta, cado dentro il tutorial di una ragazza che nel mio immaginario potrebbe vendere biancheria intima in uno dei negozi della Stazione Termini e che prevedibilmente si esprime usando 600 (seicento) parole.

(Qui annoto che questo è uno dei miei insulti prediletti. Quando voglio annichilire qualcuno, butto lì 'quando parli tu usi 600 parole'. L'insultato, per un po', è anche invaso da un certo godimento, seicento parole, dette così, sembrano tante. Salvo poi attendere il seguito dell'attacco, quando lascio cadere, proprio come se scendesse dall'alto, l'altra informazione in forma di retorica domanda: sai quante ne usava William Shakespeare, detto, proprio per questo, il Bardo? 24.000 (ventiquattromila). A quel punto, l'insulto è andato tutto a segno).

Ma torniamo alla ragazza. 
E' una tutor consumata e si vede benissimo. Si rivolge a un suo pubblico, lo apostrofa amichevolmente, dice più o meno eccovi un'altra puntata del mio insegnamento su come si mette il trucco, ovvero su come si sta al mondo.
E racconta, con la sua grande semplicità di mezzi, che è andata in profumeria e si è procurata un campione del mio medesimo mascara, quello con la spazzoletta stramba, che però io, contrariamente a lei, ho pagato a prezzo pieno.
Mostra alla videocamera l'attrezzo, parte una musichetta di fondo e lei, inquadrata a due cm dalle ciglia, comincia a lavorarle con una sapienza che mi lascia sbigottita.
Tira l'occhio, lo allunga, oddio, ma non fa male al contorno, rituffa il bastoncino del flacone e dice che non è male, ma che bisogna passarlo almeno una seconda volta.
Inutile dire che nella ruvidezza dell'esposizione ho imparato più dalla venditrice di roba intima che dal disegnetto, troppo laconico, che c'era sullo scatolino, che era pure concettualmente rigido e diceva posizionate the brush in questo modo, laddove, invece, lei lo muoveva come muove la bacchetta un direttore d'orchestra.

Visto che la rete è molto attenta a ogni nostra ricerca e generosamente si incarica di aiutarci, dal giorno della spazzoletta con il tutorial sono stata investita da un profluvio di video che mi volevano insegnare tutto sugli occhi e sul loro contorno.

E qui è venuto, chiamiamolo così, il bello.

In un momento di noia e di stanchezza, proprio come accade, mi dicono, con la televisione, decido di passare qualche minuto con un altro tutorial di una giovanissima.
Costei sembra un'esperta, anzi, meglio, sembra corrispondere all'idea che dell'insegnante si portano dietro tutta la vita gli studenti ciucci: è rigida, impalata sulla sedia, ha i capelli perfettamente divisi da una scriminatura, parla con saccenza e sa praticamente tutto: pennelli per la banana e a lingua di gatto, picchiettamenti del correttore, suo uso, appunto, corretto e, soprattutto, gestione del contorno occhi, base di qualunque make up degno di essere tale.

Comincia a dire, cattivissima: guardatevi bene allo specchio, è inutile che vi illudiate, avete diciotto anni (qui tiro un sospiro di sollievo) ma il vostro contorno occhi è un'autentica schifezza.
E' pieno di segni di espressione, osservatevi sotto la luce giusta, anzi, se vi ci mettete con impegno, noterete che non di segni ma di rughe si tratta.
Autentiche zampe di gallina (chissà se in beauté funziona come con la stoffa: pied-de-poule, pied-de-poussin e pied-de-coq, insomma, oltre alla zampa della gallina, c'è anche quella, più tenera, di pulcino e l'altra, drammatica, di gallo).
Avete capito che dovete (avreste dovuto già da un pezzo) mettervi la crema? 

A questo punto qualunque diciottenne comincia a dare segni di sofferenza. Si alza da davanti lo schermo, va in bagno e comincia a indagare la propria faccia.
Evangelicamente, chi cerca trova, quindi, volendo, è vero che i segni di espressione e potenzialmente tutte le zampe di tutto il pollaio, sono già insediati.

Ora, passiamoci una mano sulla coscienza e non facciamoci illusioni e, almeno fra noi, diciamocelo: nessun uomo sensato si prenderebbe mai una diciottenne con il contorno occhi compromesso.
Se tanto mi dà tanto, come diceva mia mamma poveretta riguardo a tutto quello che facevo, dicevo, pensavo (le nostre visioni del mondo erano, come ho già avuto occasione di rilevare, divergenti), a venticinque anni è compromesso tutto il resto e bisogna ricominciare tutto daccapo con un contorno diverso.

L'ombra del dubbio si insinua e la diciottenne seguace del tutorial ha qui la rivelazione più atroce della sua esistenza: non troverà mai un marito e sarà bene che cominci a organizzarsi per il convento.
Mucchi, ammassi, cataste di giovani donne che pensavano di avere tutta la vita davanti la vita se la ritrovano e di botto dietro le spalle, nottetempo bussano alla porta della clausura che hanno trovano in internet, dicono addio al mondo e a tutte le sue seduzioni false, rinunciano a ogni possibilità di incontro.
Devastate dall'evidenza mostrata loro dalla tutor con il pennello a lingua di gatto, mestamente espungono il concetto di maschio dal loro forse limitato vocabolario.

E tutto per colpa del mancato picchiettamento della crema idratante.

E senza maschi, sai che lagna l'esistenza: exit il corteggiamento, le promesse, il cuore che batte la chamade, l'eccitazione di un incontro, i progetti, il gioco della seduzione, tutto il resto che dal primo approccio scaturisce violento.
La vita da questo momento sarà solo una successione di giorni insensati e uguali uno all'altro, lentamente ma inesorabilmente sul faccino mal idratato si spegnerà ogni barlume vitale, gli occhi, disseccati dalla colpevole trascuratezza, saranno sorgenti esauste, manco capaci più di versare lacrime. 

Ma non ci dicevano che finché c'è vita c'è speranza?

Manco per niente.

E il tutorial lo sostiene chiaramente: la pelle qui è sottile, si segna con una facilità di cui non ci si accorge, rimediare poi è impossibile, con quel contorno occhi così malconcio, segnato dall'indifferenza delle stagioni che, dalla nascita, si sono succedute, sfinito da tutti i movimenti di una normale esistenza.

E qui dobbiamo ricordare che i muscoli facciali sono 52, servono a un sacco di cose, sorridere, imbronciarsi, mangiare, piangere, scocciarsi, la diciottenne 'dans ses jours de nonchalance' (locuzione che ho ritagliato da qualche parte e che trovo bellissima ma di cui non è che abbia capito bene il senso e che quindi utilizzo pure a sproposito, pensando, tendenzialmente, che abbia a che fare con i giorni in cui uno non si preoccupa delle creme da mettersi in faccia), ha provocato a se stessa un danno enorme e irreversibile, in più ignorato totalmente prima dell'evidenza cui l'ha messa davanti il tutorial, anzi, più che il concetto, la donna-tutor che lo anima che, dopo aver distrutto, anche lei incurante ma in tutt'altro senso, vite e speranze delle sue svagate seguaci, va avanti senza fare una piega prendendo in mano il pennello da correttore (media grandezza, punta arrotondata, setole compatte) e con la freddezza di un killer consumato mostra come utilizzarlo: il concealer può cambiare la vostra vita, può far credere al mondo che vi siate fatte otto ore di sonno quando le ore sono state solo cinque, illumina il viso e solleva l'umore. Sceglietelo cremoso, del colore parliamo un'altra volta perché questa puntata si occupa solo di come applicarlo, partite dall'angolo interno dell'occhio e scendete sotto le ciglia: picchiettate, stendete, sfumate.
Fissate con una dose generosa di cipria in polvere, per una volta qui more is better.
Spolverate via l'eccesso con l'apposito pennello: tondo, grosso come una pallina da ping pong, setole morbidissime.

Rigida, severa, astratta, la tutor che, spietatamente, ha fatto il vuoto davanti allo schermo e non si è accorta di quante spalle voltate ha ormai davanti, un po' curve, meste, alla ricerca di un buio confortante in cui il contorno occhi non sia evidente, situate in quella zona d'ombra che c'è fra il mondo e il convento, chiude il suo drammatico intervento siglandolo con il colpo letale: se avrete applicato la vostra crema idratante scrupolosamente negli anni passati, il correttore farà egregiamente il suo lavoro.
Altrimenti, visti i filamenti, le colature, le crepe e gli interstizi, anzi, le cavità, i solchi, gli abissi che in diciotto anni il tempo ha disegnato intorno ai vostri occhi, è meglio che lasciate perdere, il maquillage non fa per voi, per voi la bellezza è una chimera inafferrabile, i maschi sono una lingua straniera incomprensibile, il picchiettamento non sta nelle vostre corde e stiamo perdendo tutti tempo: voi, io e soprattutto il tutorial.  

 

 

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293. Sì, viaggiare (da un'idea del mio amico e collega Luca Sorbo)


Oggi viaggiano tutti.

E secondo me viaggiano quasi tutti malissimo.
A parte gli esistenzialmente onesti che viaggiano solo per andarsi a sdraiare su una spiaggia di sabbia finissima e guardare il tramonto fra una palma e l'altra (cosa che io non ho mai fatto in vita mia e qualcuno mi ha detto pure che ho fatto malissimo. Ma c'è sempre tempo, almeno mi auguro), coloro che viaggiano girando per città e metropoli ben difficilmente sanno quello che fanno.

Voi provate a domandare a un reduce se a Barcellona ha visto il Museo Picasso, nel 90% dei casi gli cominciano a roteare gli occhi e rilancia con le Ramblas, con Mirò e con Gaudì, che mi pare accessibile, visto che tutti lo frequentano.
Alla domanda che cosa ti interessa quando viaggi, una volta un tipo mi ha risposto 'il cibo e le donne', credo che l'ordine fosse alfabetico, comunque due soggetti semplici semplici, già immagino l'arrivo del turista che domanda in albergo dove sta un buon ristorante e il concierge che tira fuori uno degli indirizzi peggiori che ci siano sulla faccia della terra, tanto nessuno ricorda mai se, come dicevamo, è a Barcellona o a Valencia che è nata la paella.

Sulle donne non mi pronuncio.

Il turista vede Roma in tre giorni e Venezia in due e mezzo, di recente una deliziosa coppia di giapponesini mi ha detto, estasiata, che era stata a Capri 48 ore e 20 minuti a Napoli, dove c'era poco da vedere.
Il turista va a Firenze e non ha sostenuto, non dico un esame, ma neppure un piccolissimo test di storia dell'arte, ignora che a Orsanmichele, all'esterno, ci stanno le copie e scatta come un forsennato fotografie a statue farlocche. 
Qualcuno si confonde pure con il David, del resto, ammettiamolo, di David, in giro, ce ne stanno troppi, uno sta addirittura da noi in Accademia. 

Per viaggiare più comodamente, è bene avere addosso i calzoncini corti (quelli che io chiamo mutande) e gli infradito (le ciabatte), per cui l'altro venerdì, con un tempo da cani, nel centro sublime di Roma c'erano frotte di gente così abbigliata, ma con il poncho di plastica con la stampina del Colosseo addosso, per cui l'effetto era comico e io stavo lì a chiedermi non perché, per carità, nessuno avesse pensato a un impermeabile e a un ombrello, ma perché, vista l'audacia delle mutande con una temperatura così bassa, non fossero pure disposti a prendersi un malanno per essere stilisticamente più in linea con se stessi.

Il marsupio attaccato che sporge sulla pancia è indispensabile.

Come è necessario il valigione dell'americano in treno, che non si capisce mai che cosa contenga, visto che hanno cominciato loro a girare sinteticamente in mutande, forse dentro c'è il barbecue, abituati come sono al fuoco all'aperto, ti pare che vengono in Italia a mangiare gli spaghetti.

Qualcuno viaggia pure senza una guida. Non dico un romanzo che parli del posto dove sta, dico proprio una guida turistica.
Anche le guide turistiche sono diventate terribili, io non riesco più a capirci niente, sono piene solo di fotografie e hanno già evidenziato tutto. Quello che non è evidenziato è in neretto, per cui è come se qualcun altro facesse al posto tuo il viaggio.
Le mie guide predilette sono le Guides Bleus di Hachette, ma quelle vecchie, piene di racconti e con poco più di quattro immagini a testa.
(Ci sono, però, le piante).
D'accordo, sono guide un po' di parte, per esempio quella di Parigi, che io uso per studio e quando ho voglia di sfiziarmi, pesa 674 gr, laddove quella di New York ne pesa 194. 
Del resto, Parigi, secondo i francesi, è il centro del mondo e anch'io su questo sono d'accordo, quindi che la Grande Mela abbia la portata di una cartata di prosciutto per una famiglia numerosa, poco male. Così imparano a non averci pensato loro, a redigere guide così belle.

Di fronte allo scempio del mondo, all'orrore fotografato da Martin Parr (in Small World, che vi consiglio di guardare, l'unico problema è che poi vi passa la voglia di spostarvi dal quel posto meraviglioso che è casa vostra), alle offerte e al Last Minute che ti propone destinazioni in disaccordo totale con i posti nei quali, di solito, ti piace stare, il mio amico e collega Luca Sorbo ha avuto un'idea geniale: cominciamo a viaggiare con le guide vecchie, quelle fuori commercio, eleganti, dettagliate, scritte in una lingua perfetta, frutto non di una ricerchina in internet fatta da quattro redattori svogliatissimi ma di un soggiorno lungo e sofferto sul posto.

E' così che, al momento, ho in prestito la sua Parigi dei Fratelli Treves del 1914, voi pensate che la guida era stata compilata 'per servire agli Italiani che nell'anno seguente (era il 1899, nota mia) si sarebbero recati a visitare la grandiosa Esposizione Universale' e che esordisce con un paragrafetto intitolato 'Quanti denari dovremmo prendere?' (se il denaro è sempre e dovunque poco, a Parigi, almeno per i miei gusti, è sempre vicino alla totale assenza) e che parla dei treni che raggiungono la meravigliosa metropoli, dell'omnibus e delle tariffe delle vetture a trazione animale.
Parla anche del Quai d'Orsay, che allora mica era un museo e sviluppa il viaggio in quindici giorni e ti spiega che la metropolitana 'è una ferrovia quasi interamente sotterranea'.

Meglio di Balzac e di Zola messi insieme.
Che gusto.

E' stato così, allora, che dovendo andare a Istanbul per l'Erasmus, mi sono messa pure io alla ricerca di una guida vecchia.
E non so dirvi la gioia quando ho trovato quella blu di Hachette del 1967 in vendita da Bergoglio Libri d'Epoca a Torino.
A parte la prospettiva gioiosa di farmi un viaggio in stile, ho anche conosciuto queste persone che sono una meraviglia, con le quali c'è stato un breve ma affettuoso scambio di corrispondenza, sembrava di stare in 84, Charing Cross, spero che abbiate visto quel film bellissimo, pieno di libri e di viaggi che non si sa mai se si faranno, ah, la vita è complessa e chissà dove va a parare.
Oggi è arrivato il pacchetto: una busta sobria e confezionata perfettamente, con dentro prima un involto di carta di giornale (La Stampa, ci avrei scommesso), poi di carta velina, e dentro c'era la mia compagna di viaggio, fra l'altro di un colore al momento modaiolissimo, quello che vedete e che in inglese si chiama 'teal', talmente vicino al mio cuore che già dal 19 marzo scorso sto tenendo il mio Journal su una Moleskine solo di un tono più chiaro.
(Il nome viene dalla Eurasian Teal, che è poi un uccello simile a un'anatra, che il colore ce l'ha intorno agli occhi).
Nella busta c'erano anche i documenti di accompagno del libro, i saluti, informazioni preziosissime, insomma c'era della posta, vera, mica come quella che di solito trovi in cassetta.

Forse a Istanbul mi perderò qualcosa di nuovo, che ne so, un ponte, un museo inaugurato l'altro ieri, ma poco me ne importa.
Non sanno che cosa si perdono quelli che partono, last minute, con guide fresche di stampa, aggiornate, chiassosissime, prive di senso del tempo e dello spazio.

Per la prima volta dopo parecchio, mi è venuta di nuovo la voglia di viaggiare.

www.bergogliolibri.it

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294. Chi bella vuol comparire

Ciocche

Wolfgang Tillmans, Love, 1989

 

Come è noto, le donne sono completamente pazze. 

Prova ne è, per esempio, che, quando personaggi geniali come Paul Poiret, Madeleine Vionnet e Coco Chanel (dei tre il più genio è il primo, anche della comunicazione, come dimostrerò ampiamente, visto che me lo sto studiando, nel corso delle mie lezioni dell'anno incombente) le liberarono dal corsetto liberando, in parallelo, respiro e corpo, esse poco dopo si fecero ingabbiare di nuovo fra stecche e faux cul da Christian Dior e anche oggi, quando tutto è possibile, non esitano a indossare scarpe che definire improbabili è gentilezza. 
Voi provate, se non l'avete mai fatto, a infilare un piede in un dispositivo con 12 cm di tacco, poi venite a raccontarmi come vi sentite, con un appoggio praticamente in verticale, le dita compresse, la pianta che non si sa dove mettere.
Ora, ammetto che di tacchi è meglio che io non parli data la mia frequentazione minimale (in modi, tempi e altezza) che si risolve in due/tre punti chiave: invito a cena in bel ristorante con buon tavolo prenotato in modo che non ci sia nessuna attesa; ospite che mi viene a prendere sotto casa in macchina, mi citofona e aspetta con lo sportello aperto che io scenda; riaccompagno al mio domicilio; buonanotte. Permanenza complessiva in piedi sui tacchi da parte mia: circa 112 secondi. 

Di più non è concesso. 

Inoltre, avendo già indossato di tutto, prediligo abiti che mi facciano sentire bene al loro interno, camminare, stare seduta, prendere il treno e l'autobus.
E, in questo, non voglio scocciature, vite basse, mancanza di tasche, giacchettine deliziosamente striminzite che, però, una volta allacciate non ti concedono più alcuna possibilità di movimento.

Poi, però, visto che sono una donna, casco anch'io nella follia. 
Come? 
Con le extensions.
Tecnicamente, trattasi di ciocche di capelli, non si sa mai se veri o finti, tenute insieme da una resina. Come dice il nome, esse servono ad allungare (o a infoltire) la chioma. Uno dei sistemi più diffusi per attaccarle è attraverso il calore, per cui, con un ferro che sembra un saldatore e, in sostanza, serve a proprio questo, il parrucchiere le attacca a quelle già esistenti.

(E qui dobbiamo essere grati all'inventore che non si è fatto venire in mente metodi ancora peggiori, per esempio e mettiamo l'applicazione sulla calotta cranica della femmina di un bottone a pressione con il maschio che è attaccato alla ciocca estranea. Uno fa clic e l'extension va al suo posto. Spero di non aver dato l'idea a qualche matto).

In vita mia mi sono fatta applicare extensions tre volte.
La prima fu del tutto indolore, visto che avevo le ciocche sufficienti per formare una treccia attaccate sulla sinistra in basso della testa. (Quell'anno, nel mio corso, tutti avevamo una treccia da qualche parte). 
Bisognava, certamente, gestirle, scioglierle, lavarle con gli altri capelli, applicare la maschera nutriente, asciugarle e re-intrecciarle la mattina seguente. In tutto un allungamento quotidiano di circa una ventina di minuti dei tempi già biblici della mia toletta, però ne valeva la pena, la treccina era divertente, faceva gruppo e segno di riconoscimento e, secondo me, mi stava bene.

Inoltre, sottolineo, non mi ha mai dato problemi con il sonno. 

Diciamo ora che le extensions sono come i replicanti di Blade Runner, mio film culto: hanno una data di scadenza alla quale devono essere ritirati. Tutti, semiumani e capelli.
Ritirare un'extension è piuttosto semplice: a parte che a un certo punto (passano circa tre mesi dall'applicazione allo stacco) casca da sola, ti rimane impigliata nella spazzola, insomma, ti fa capire che è finito il suo tempo, ci pensa professionalmente la ragazza del parrucchiere, che applica un solvente e strappa. 

La treccina, così, a un certo punto finì al secchio.
Con mio vivo dispiacere. 

Il mio parrucchiere, allora, vedendomi triste, mi propose di attaccarmi delle code, ovvero una serie di ciocche tutte sistemate sulla nuca, che avrebbe sfilzato ad arte.
Fu fatto. 
E anche in quel caso la notte dormii benissimo.
Accadde anche una cosa divertente per cui, giunta la data di scadenza delle code, esse furono strappate, però il parrucchiere, quando andai al taglio, rimproverò la ragazza dicendole ma insomma, dovevi staccarle e si mise a tirare lui, ma i capelli erano tutti miei, ovvero stavano attaccati alla testa, semplicemente, erano cresciuti, per cui furono conservati, sfilzati a loro volta ad arte e così da allora sono rimasti, con diverse lunghezze, tutte dettate dall'umore del momento, quello mio e del mio parrucchiere (più suo che mio, come ho già avuto modo di raccontare).

Da allora pensavo che avrei chiuso con le extensions. 
Ma mai dire mai. 
Infatti, un paio di giorni fa, al ritorno dalle vacanze, abbiamo deciso di fare qualcosa di nuovo in testa. 
Ed è uscita fuori l'idea delle ciocche blu, che con il mio colore stavano benissimo e che facevano tanto stagione nuova.
D'accordo.
Non restava che attaccarle.
L'operazione, in sé semplice, va fatta con criterio, ovvero il parrucchiere deve sapere come sarà il risultato finale e distribuire le ciocche secondo quest'ottica.
Le mie partono dall'altezza delle tempie, per cui stanno lateralmente, scendono, circondano la nuca, salendo verso il centro della testa, poi completano il loro corso finendo sulla tempia dall'altra parte.
Effetto ottenuto. Dobbiamo aggiungere anche che alcune erano state arricciate con il ferro a bubble, per cui l'insieme era spettacolare.

Rientro a casa e, a parte la signora Gerardina che, si è capito benissimo, mi avrebbe volentieri rincorsa con lo spazzolone che stava utilizzando per dare l'ultimo colpo di straccio all'ingresso, mi guardo soddisfatta allo specchio, faccio un pranzo frugale poi mi porto un fumetto, un grande cuscino e una copertina leggera sul divano del mio soggiorno.
Contenta di fare una piccola e simpatica siesta.

Manco per niente.

Come abbiamo detto, le extensions si reggono con degli attacchi di resina, che hanno la forma di cilindretti, sottolineo, rigidi, della lunghezza di circa un centimetro ciascuno. 
A quel punto mi sono accorta che gli attacchi stavano dappertutto, ovvero qualunque posizione io adottassi sul cuscino, essi mi entravano nella testa, peggio del letto di un fachiro.
In altri termini: una tortura. Altro che tacchi, giacchette strette, gonne che ti impediscono di fare il passo più lungo della gamba.

Voi considerate che ci sono donne che ne mettono anche 200 e io ne avevo solo una dozzina. Ma montate nei punti, giustamente, strategici, quelli che ti impediscono di dormire.

Lascio perdere il fumetto, vado al computer e cerco su internet. 
Siccome, come abbiamo detto, le donne sono pazze, esse sostengono che il dolore passa dopo la prima notte. 
Non so se questa dichiarazione equivalga al modo di dire 'farci il callo', in ogni caso la prospettiva era orrenda.

La sera, preoccupatissima, le provo tutte. 

Teoricamente le uniche posizioni possibili per non sentire gli attacchi erano: 1. Quella yoga dei maestri che si chiama 'capovolta', che consiste nello stare appoggiati sulla sommità della propria testa, unico luogo in cui non c'erano gli attacchi. 2. Quella tipica delle ballerine del Crazy Horse, quelle squisite ragazze dai nomi altamente evocativi (Enny Gmatic; Rosa Chicago; Mina Velours; Nahia Vigorosa; Loulou de Paris; Viola Waterloo; Lava Stratospherica, non sto inventando niente, guardate anche voi sul sitohttp://www.lecrazyhorseparis.com/fr/danseuses, così controllate di persona) che, non so se per contratto, quando stanno a letto e dormono, lo fanno prone, ovvero con il sedere, che temono di sgualcire, all'aria.
(Qui bisogna dire che le suddette danzatrici in testa si mettono altro che extensions: parrucche, piume, lampadine, copricapo da indiani pellerossa adorni di perline).
Ora, a parte che una donna ha il diritto di lavorare con un'altra parte del corpo, mettiamo il cervello, è chiaro che le due posizioni suddette sono impraticabili oppure momentanee.

Comunque, vedremo. Casomai alla ventiquattresima notte andrà meglio.

E ora una nota per le signore e signorine che, nonostante quello che hanno letto, insistessero con le extensions.
E la nota riguarda le relazioni con il sesso forte.
Come è noto, gli uomini, anche i più intelligenti, non solo non capiscono perché e come le donne stanno sempre a torturarsi ma, anche, non si accorgono mai di niente. 
Quindi voi potete presentarvi gialle quando il giorno prima eravate rosse, e viceversa, o con i capelli che in una notte sono cresciuti di 15 cm e il fortunato di turno riesce a guardarvi tutta la sera senza notare il cambiamento.

Ma va avvertito (aspettate, casomai, che abbia finito gli spaghetti. Prima del pasto, gli uomini, già poco ricettivi, non lo sono affatto).

Perché, come diciamo sempre a lezione, i capelli sono un carattere sessuale secondario ed è consentito toccarli solo a pochi intimi: la madre che pettina il figlioletto; il parrucchiere; l'amica del cuore; l'amante.

Dunque l'amante, prima o poi, le mani nei capelli ve le mette. E quali sono le reazioni di un uomo sano quando incontra gli attacchi? Nell'ordine: emette uno strillo; gli prende un colpo; dice ma che ti sei messa in testa; ordina di togliere quella robaccia immediatamente.

E' una parola.

A parte il denaro e il tempo che avete investito, le extensions una mica se le può togliere da sola, ci vuole l'intervento dello specialista, in questo caso il parrucchiere.
E poi, casomai, il tipo ci si abitua, oppure aspetta la data di scadenza, si ripresenta, appunto, allo scadere del terzo mese e voi nel frattempo potete sempre, come si dice, guardarvi intorno e fare pure qualche interessante scoperta.

Ma la scoperta, ricordatevi di avvertirla: siete la creatura più bella e più virtuosa del mondo (ho appena visto un film indiano bellissimo, Devdas, che in tre ore di narrazione, canti e danze, ci spiega attraverso le due sublimi protagoniste che questo pensano le donne di se stesse) ma avete la testa con dentro molte idee e con fuori dei tubicini di resina, dei dispositivi rigidi e invadenti, non del tutto amabili al contatto, insomma, per apparire splendida ai suoi occhi avete pensato bene di aggiungere qualcosa al vostro fascino e vi siete fatte fare delle extensions.

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