Opera Soap

 
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51. God is in Details

Balto Building a Minneapolis, Minnesota, edificio degli inizi del ’900 ora di proprietà del fornaio Greg Martin

Eccone un altro (per quello principale, il nostro Mies, v. puntata n° 33 No liquids allowed). Greg Martin è proprietario di un coffee shop e di una panetteria a Minneapolis, Minnesota. Part-time si occupa anche di ristrutturazione di immobili, è spesso capitato che risistemasse una casa, ci abitasse per un paio di anni e poi la vendesse per passare al progetto successivo. Tralascio il pensiero dell’incapacità di tutti i miei numerosissimi panettieri (non sono mai contenta del pane che compro, per colpa del pane, chiarisco) a sistemare anche il solo bancone di vendita, figuriamoci un appartamento e passo oltre. Greg è anche un esperto di design contemporaneo ed è stato interpellato per dare qualche suggerimento per tirare fuori il meglio dai materiali impiegati per il proprio spazio abitativo (il suo misura 1.200 mq, pensate la fatica che occorre per tenerli puliti ’tutti’): ’Ossessionatevi con il dettaglio. E’ un elemento vitale nel completare un ripristino. Sono diventato pazzo per essere sicuro che tutti i dettagli fossero corretti...Ma quando investi così tanto tempo e tanti sforzi in un progetto non puoi tirare via’ (’tirare via’ in inglese si dice ’to cut corners’, tagliare le curve, ma rimane il concetto di angolo, uno dei luoghi fondamentali dell’esistere e uno dei più difficili da pulire in casa). (Dalla mia rivista di decorazione preferita, inglese, numero di settembre, uscito là il 30 luglio e arrivato qua, con miracoloso anticipo sui tempi consueti - v. puntata n° 23  (S)porco mondo -, il 22 agosto).

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52. Una moglie modello

Piera Degli Esposti

Il commissario e la signora Maigret

Mea culpa, non avevo mai letto prima Maigret. Avevo incrociato Simenon in altre esperienze narrative senza che si fosse acceso il fuoco e avevo tralasciato il meglio. Fortuna che Piera Degli Esposti ha registrato tempo fa una serie di chiacchierate nelle quali raccontava le sue letture e che la radio estiva ha mandato in onda la replica (l’indigenza della radio culturale italiana, quella che in passato è stata la migliore al mondo, è una delle cause del mio frequente spleen, tutte annotate, se vi interessa saperlo, in ordine alfabetico. Alla A c’è Alitalia; alla F i fiori, da noi sempre mezzo avvizziti e presentati come se fossero carciofi; alla M tutti e due i Muccino, anche loro in ordine alfabetico, prima Gabriele e poi il giovane Silvio; alla T i taxi e i trasporti pubblici nel loro insieme. Le altre lettere hanno riferimenti variegati che passano dal cinema, anche lui italiano, all’incapacità che hanno nei negozi romani di dirti ’buongiorno’ quando entri, come se dovessi essere tu a salutare loro e non viceversa. Vedrete che avremo occasione di  tornarci sopra). Voi guardate un po’ anche come funziona l’ascolto. Ricordavo perfettamente di avere già sentito quella puntata perché avevo anche preso un appunto su una nota deliziosa, la definizione di Londra ’città zitella’, che sta bene da sola e si occupa dei propri giardini. Maigret non aveva lasciato tracce. Stavolta i campanelli mi sono suonati tutti e tutti insieme (ai miei studenti piace molto questa frase, la uso con loro quando riferisco di un artista appena conosciuto che stiamo per mettere nel nostro pantheon collettivo e capiscono al volo), evidentemente i tempi erano maturi. Piera parlava delle portinaie di Maigret, degli omicidi che si risolvono spesso nel gabbiotto fra l’odore di frittata, di una incisività di Simenon quando è alle prese con il suo commissario che altrove non c’è. Ho spento la radio, sono uscita, sono andata alla Librairie Française, ho chiesto dove fosse Simenon, quasi mi è preso un colpo davanti ai due scaffali pieni, ho ripreso coraggio, ho dato una rapida scorsa alla quarta di copertina di alcuni volumi, ho scelto Maigret et le corps sans tête perché il cadavere usciva a pezzi dal canal Saint-Martin, quello dove Amélie va a tirare i sassi e butta il suo pesce rosso con tendenze suicide e Amélie è una delle mie stelle fisse. E mi sono immersa nella Parigi del 1955 e in una giornata di primavera descritta attraverso i colori, dal giallo crudo del primo mattino della facciata dell’edificio di rue des Récollets all’angolo della quale c’è un ’petit bar’ fino alla nebbia bluastra che galleggia sul far della sera oltre i vetri del bistrot di Omer Callas e di sua moglie Aline. Un incanto. A parte i problemi che mi ha creato all’inizio la lettura a causa dell’esercizio che stavo facendo con i manga (v. puntata n° 50 Nuvole in viaggio), senza peraltro che stessi masticando alcuna gomma americana, il fuoco è, finalmente, divampato. E ho conosciuto quasi subito anche Madame Maigret, che, alle sette del mattino, boulevard Richard-Lenoir, ’già fresca e vestita, profumando di sapone’ è occupata a preparare la prima colazione mentre suo marito dorme ancora. Mi impegno a tenervi informati sugli sviluppi della faccenda: se la testa sarà o no ritrovata, se Maigret andrà a casa a cena (già a pranzo ha lasciato a bocca asciutta la sua signora che aveva cucinato ’haricot de mouton’ preferendole l’ispettore Lapointe e andando con lui alla Brasserie Dauphine); se l’invadenza del giudice Coméliau, nemico intimo del commissario, sarà arginata oppure no; se, soprattutto, l’odorosa Madame Maigret darà una bella passata di sapone anche alla sua casa e come Simenon descriverà il meraviglioso rituale della casalinga anni ’50, donna tranquilla, lasciata ad attendere nel suo regno domestico, priva, fra l’altro, del conforto delle Soap Opera, figuriamoci dell’Opera Soap, pronta ad accogliere a sera il suo guerriero per trasformarsi nel suo fedele e pulito riposo.

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53. Thank God It’s Friday

Natalia Aspesi

Uomo (estone)

Fiordilatte Motta, pubblicità anni ’60

Sono una fedelissima del Venerdì di Repubblica, non ne perdo un solo numero e quando sono, come si diceva una volta, all’estero, dove non arriva con il quotidiano, chiedo sempre a una persona gentile di mettermelo da parte. Una volta domandai la cortesia a mia sorella; appena mi fu possibile, al ritorno, mi feci invitare a cena per prendermi la rivista, finite le chiacchiere rientrai e, al primo semaforo, cominciai a sfogliarla. Mi accorsi con orrore che erano state strappate le pagine di ’Questioni di cuore’ di Natalia Aspesi, chiamai la parente dal cellulare dal mezzo di piazza Cola di Rienzo, ma che cosa pensava che mi interessasse, i programmi televisivi? No, perché probabilmente sapeva che non guardo mai la televisione e poi erano scaduti da almeno 13 sere; la rubrica di Gianfranco Vissani? Per carità, una volta scrisse di sbucciare i piselli, non, chiarisco, di toglierli dal baccello ma proprio  uno ad uno e pure senza l’aiuto delle formiche e decisi da allora che era un maniaco cui non si doveva prestare ascolto. Che altro, dunque, se non le risposte ai malati d’amore della donna più intelligente, ironica, cinica quando è il caso, sempre lucida, acuta, coraggiosa, mai disperante che ci sia in Italia? Per me Natalia è l’equivalente moderno di Brunella Gasperini che, con il nome di Candida, firmava quando io ero bambinetta una rubrica simile su un noto settimanale femminile.

Sottraevo il giornale alla genitrice e mi andavo a leggere di nascosto lettere e risposte, ricavandone talvolta un certo senso di sconcerto, per esempio quando venivo a sapere che i fidanzati erano soliti chiedere alle fidanzate ’la prova d’amore’. Nella mia mente appena alfabetizzata si era formata l’idea che questa prova avesse a che fare con le scritte sui bastoncini del Fiordilatte Motta che andavo leccando in giro: se c’era solo il nome del gelato era finita lì, se, invece, c’era stato un colpo di fortuna, compariva la frase ’Hai vinto un altro Fiordilatte’, si portava la prova (della vincita) al bar e il gestore ti dava quello che ti spettava. Cosa da me, peraltro, non sempre gradita perché non sono mai stata una mangiona, per cui due Fiordilatte, uno di seguito all’altro, mi davano la nausea; ma qualcuno cui offrirne uno si trovava sempre. Mi facevo dunque dei film in cui i dialoghi erano questi: LUI: ’Mi dai la prova d’amore?’. LEI: ’L’ho appena data al gelataio’. Oppure. LUI: ’Mi dai la prova d’amore?’ . Lei: ’Sì, prendi pure perché tanto a me fa venire il voltastomaco’.

Brunella che, venni a sapere molti anni dopo, abitava con tutta la famiglia, cani compresi (conoscevo tutti per nome perché lei tutti citava), nel medesimo condominio milanese della cugina (piemontese) di mia madre che fremeva di piacere davanti ai suoi pavimenti lustri, fu una delle menti più illuminate d’Italia e passò la vita a cercare di fare luce nelle teste di parecchie scriteriate con eye liner e capelli cotonati che, nei primi anni ’60, non solo non sapevano se dare o no via il proprio Fiordilatte, ma che erano anche incamminate, in goffaggine e confusione mentale, su una strada di modernizzazione che, si sa, qui da noi aveva aspetti simili alla discesa di rafting in Colorado già citata. Mi chiedo sempre perché, con tutte le tesi improbabili se non demenziali che danno nelle facoltà umanistico-sociologiche, nessuno si sia messo a studiare il ruolo, molto simile per limpidezza morale e pubblica utilità, di queste due signore, assolutamente superiori per autorevolezza e risultati a tanti psicologi che hanno, per dirla alla Maigret, ’un’esperienza della vita’ decisamente inferiore alla loro e che quella vita non sono nemmeno capaci di immaginarsela.

Dicevo, allora, che leggo fedelmente il Venerdì, sempre cominciando da Natalia e spesso buttando via tutto il resto (i giornali italiani mi danno lo spleen e stanno nell’Elenco, ovviamente alla lettera G. Nemmeno Baudelaire amava i giornali, anche in questo la mia âme soeur mi soccorre e mi conforta). Accade, però, che, fra un manga e l’altro, ne sfogli qualche pagina. Oggi, per esempio, ho dato un’occhiata al ’Ritmo italiano’ che si è occupato di raccontarci i nostri tempi nazionali nel momento sensibile della fine delle vacanze.

Il dormire, il mangiare e la cura del corpo occupano, dunque, gli uomini per 658 e le donne per 660 minuti quotidiani. Confermo: dormo (donna) 7 ore e mezzo (= 450 minuti), ne trascorro 2 e mezzo in bagno (= 150 minuti. E’ il mio lato più femminile. I tempi sono calcolati sulla routine giornaliera. Se mi decido per qualche trattamento estetico più elaborato, sforo. Barry Lyndon faceva una toletta che durava almeno 2 ore. Nel caso dovessimo coabitare, metterei come condizione a Lord Lyndon di avere un mio bagno personale), 60 minuti li utililizzo per mangiare e ho finito il mio monte-minuti per le attività citate. Mi viene il sospetto che molta gente stia a tavola 180 minuti, ne dorma altri 450 e, quindi, in bagno non ci stia, tutto sommato, più di 30 minuti al giorno. In questo caso lo si potrebbe condividere (a patto che tutti i miei cosmetici fossero considerati intoccabili).

Al lavoro è dedicato poco tempo: 342 minuti per gli uomini e 163 per le donne. Credo che abbiano fatto una media con le festività e le vacanze, però, letto così, il risultato è eloquente e spiega perché le cose da noi non brillano da un po’. Lascio perdere tempo libero, viaggi e vita sociale (perché non hanno messo tutto nel tempo libero? Hanno capito che la vita sociale è una corvée che va valutata a parte? Causa spleen sono, forse, diventata misantropa).

E arriviamo ai dati che ci interessano, quelli relativi al lavoro domestico. Gli uomini in 10 minuti quotidiani lavano, puliscono e stirano (il loro motto potrebbe essere ’presto e bene’). Le donne ce ne impiegano 132. Poi comincio a confondermi un po’ perché alla voce ’lavoro domestico’ trovo 73 minuti per gli uomini e 308 per le donne. Forse che lavare, pulire e stirare non fanno parte dei mestieri? La spolveratura è a parte? Cucinare è ’mangiare’ o ’lavoro domestico’? Il tempo dedicato allo studio fa impallidire, 9 minuti per gli uomini e 13 per le donne, probabile che i cervelli dell’Eurostat li abbiano utilizzati tutti per la loro statistica. I viaggi di piacere sono citati a parte rispetto ai viaggi tout court, i bambini si curano per 21 o 59 minuti al giorno (e in tutti gli altri minuti, chi li guarda, li nutre, li pulisce, li intrattiene, li educa?), è citato il volontariato ma non compaiono gli animali domestici, insomma un gran minestrone nel quale fatico a trovare una logica.

Una cosa però è chiara: fra i 14 paesi europei l’Italia vede i suoi uomini all’ultimo posto per il tempo dedicato al lavoro domestico. Primi sono gli Estoni, seguiti dai Belgi, dagli Ungheresi e dagli Sloveni; i Francesi stanno al nono posto e poco peggio degli Italiani sono i Lituani e gli Spagnoli, piazzati al tredicesimo e al dodicesimo posto.

Non c’è niente da fare, gli uomini il lavoro domestico lo snobbano e Brunella e Natalia ci confermerebbero che le cose stanno così, che la regina della casa, negli anni ’60 e anche nel XXI secolo, è la donna perché questa è la sua vocazione, gli uomini preferiscono guardare la TV, fare sport, spostarsi da e per il lavoro (chiedo che mi sia spiegato il senso dell’uso di queste preposizioni perché mi sfugge), fare giardinaggio, dormire, magari giocherellare con il Fiordilatte che viene loro offerto da signore e signorine fortunate al gioco del bastoncino e rese generose forse dalla simpatia, forse dallo stomaco pieno.

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54. Variazioni

Ho segnato con una pietra bianca sul calendario la giornata di oggi, 29 agosto. La colf è rientrata dalla villeggiatura dopo 27 giorni di assenza. Intorno alle dieci è entrata, mi ha abbracciata, mi ha portato pomodori sott’olio, un pecorino che promette bene e i biscotti del paese. Era abbronzata e commossa.

Dopo lo scambio di informazioni consuete lei ha impugnato stracci e detersivi, io ho imboccato la porta di casa. Me ne sono andata a spasso, al vivaio e a comprare lo Chablis. Il rumore dell’aspirapolvere, che veniva da casa mia senza che io ci fossi dentro e che ho sentito fino al piano terra, mi ha dato le medesime sensazioni di felicità e pienezza che di solito mi vengono solo dallo Steinway di Glenn Gould. 

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55. Un angolo di paradiso

Henri Gervex, Rolla, 1878

Andrée Putman www.andreeputman.fr

CAPC Bordeaux (Robert Morris, Steam, 1995) www.bordeaux.fr

In quest’ultima domenica dell’agosto 2008, con un sole ancora implacabile in cielo, ci mettiamo tutti in un angolino e da lì guardiamo il mondo.

Ormai avete imparato a riconoscere qualcuno degli abitanti del mio pantheon. Oggi vi presento la triade più solida, quella composta da tre grandi signore, tutte francesi (probabile che non sia un caso), che hanno per me carattere di ’référence’ assoluta. Metto nelle parentesi la loro professione, però prendetela come il mio garagista dice che si devono fare le manovre, alla lunga e alla larga, perché ogni definizione sta loro stretta e, frequentandole, lo si capisce facilmente. In ordine cronologico: Charlotte Perriand (1903-1999, architetto d’interni; l’abbiamo già intravista attraverso una citazione proprio all’inizio di Opera Soap); Simone de Beauvoir (1908-1986, scrittrice); Andrée Putman (1925, designer, anzi: Grande Dame du Design Français). Ho incontrato le tre mesdames in età adulta: ho, così, il dispiacere di non averle avute accanto negli anni iniziali della formazione e il piacere di godermele in lucidità e esperienza. Tutte e tre donne di talento, intelligenza e carnalità, sono state (Andrée lo è ancora) protagoniste di un secolo in cui tutto è successo e tutto a una velocità che dà le vertigini. Oggi ci faremo tenere compagnia da una di loro, le altre due vi prometto che le ritroveremo presto.

Dunque, cominciamo. Nell’estate del 2004 decisi che era il caso di andare a bere un buon bicchiere di Bordeaux sul posto. C’era, al Musée des Beaux-Arts, un dipinto che volevo assolutamente vedere, il Rolla di Henri Gervex (1878) che raccontava la storia bollente (ricavata da Alfred de Musset, 1833) di Rolla che aveva speso i suoi ultimi denari per passare una notte con la bellissima Marion e che al sorgere del sole, mentre lei giace nuda e sfinita in un letto che è diventato un campo di battaglia, le rivolge un ultimo sguardo prima di suicidarsi. Capite bene che l’attrazione, di Rolla per Marion e mia per tutti e due, era fatale. C’era, inoltre, in città, il CAPC Musée d’Art Contemporain, un deposito di derrate coloniali in pietra costruito nel 1824, di 15.000 mq di ampiezza che Andrée Putman aveva contribuito a ripristinare. Ora, quando lei tocca qualcosa, questo qualcosa diventa come per incanto moderno. Vi suggerisco di dare un’occhiata alla sua decorazione (impariamo finalmente questo termine, per niente riferito alle palle di Natale) dell’ufficio di Jack Lang quando, nel 1985, era ministro della Cultura. Senza farsi demoralizzare dalle boiseries dorate e dai lampadari con le lampadine a goccia, Andrée è intervenuta a modo suo: una scrivania, alcune poltrone, un corridoio che ha potuto vuotare e arredare come le pareva, alcune lampade da terra. Il risultato fa piangere (di ammirazione e di invidia), la contemporaneità che si innesta sulla tradizione, dialoga, rinnova, il tutto nell’assoluto rispetto del luogo. Lascio stare qui Jack Lang che, lo ricordo, fu il più grande sostenitore dell’intervento con le colonne di Daniel Buren a Palais Royal (Les Deux Plateaux, 1985), il mio posto preferito a Parigi, e che ancora oggi che non è più ministro è una delle personalità più autorevoli di Francia in fatto di cultura contemporanea, perché se ci penso mi viene lo spleen e la puntata finisce qui. Qualcosa mi dice che lui l’arte contemporanea l’apprezza, la promuove, la sostiene e che qui da noi il suo omologo la pensa in un altro modo.

Una mattina, allora, mentre sono a Bordeaux, parcheggio la macchina accanto al CAPC, prendo fiato perché sono emozionatissima e entro.

Mi accoglie il luogo più piranesiano che ci sia sulla faccia della terra, spazi enormi e neri come l’anima del grande incisore veneto si aprono davanti a me, tutti nettamente, lucidamente, elegantemente ripensati da questa donna che, per niente intimidita, stavolta, dal respiro immenso del posto, ha segnato dei percorsi attraverso la messa in opera di luci, lampade, bacheche. Molte leggende sono fiorite intorno alla commissione affidata ad Andrée Putman da Jean-Louis Froment, responsabile di quello che stava diventando il CAPC: che lei abbia fiutato l’odore delle spezie, che le porte esterne blu, il suo colore ’fétiche’, l’abbiano convinta della necessità di accettare l’incarico (è una che crede nei segni, se ci crede lei dobbiamo crederci anche noi), che l’ampiezza del luogo abbia risvegliato in lei la memoria delle estati che era solita trascorrere all’Abbazia di Fontenay (avete letto bene. Era proprietà di famiglia). Il suo lavoro si andò ’a situare nella trascendenza di ciò che è obbligato’, lei espresse il suo ’stato dello spirito molto astratto’, lei, in una parola, fu la prima designer a mettere le mani su un museo per rinnovarlo e ce le mise in modo tale da farlo diventare uno dei più affascinanti luoghi di esposizione del contemporaneo del nostro tempo. E il CAPC, per lei, fu la prima esperienza in questo senso.

Molti segni, dunque, e tutti molto magici, impegnativi, stimolanti.

Al punto che mi venne una gran fame e decisi di salire al ristorante. Anche qui Andrée era intervenuta. Pranzai su una terrazza stretta e battuta dal vento, avvolta da una poltrona dall’immenso schienale, con intorno panchine che erano un omaggio all’asiatismo di Margherite Duras e nel piatto di immacolata porcellana un tris di formaggi dei Pirenei accompagnati da una marmellata di ciliegie nere. Come contorno un’insalata la cui delicatezza avrebbe incontrato il gusto di Venere in persona (vi va di fare con me il giochino del ’che cosa mangiano gli dei’? Proviamo. Allora: Venere, insalata del CAPC; Atena, l’intellettuale che sta sicuramente al computer dalla mattina alla sera, quasi una no life, pizza fredda; Giunone, bucatini all’amatriciana; Diana, cacciagione; Vulcano, crêpes Suzette; Mercurio, un hamburgher al fast food; Marte, un barattolo di SPAM, la carne in scatola dei soldati americani, così impara a fare la guerra e non l’amore; Saturno, i propri figli. Vi prego di ampliare il menu, se la cosa vi diverte).

Rinfrancata dall’eleganza dell’ambiente e dalla bontà del cibo (occhio alla sua radicale semplicità, niente era passato per i fornelli. Un esempio perfetto di come dovrebbe essere, secondo me, il nutrimento: minimale e di qualità assoluta), tornai nelle sale gigantesche riservate alle esposizioni, nelle quali il décor (ecco il senso di ciò che non è una palla di Natale) era stato tenuto in uno stato vicino all’assenza perché le opere fossero il più possibile esaltate.

Guardai tutto, religiosamente, professionalmente, in preda a un’ammirazione incontenibile: una serie di allestimenti non tronfi, non ufficiali, non clamorosi, tutti grondanti inventiva e intelligenza.

La cosa che più mi piacque fu una mostra piccina dedicata agli angoli. Il titolo era ’A Angles vifs’. Appresi, così, che le avanguardie dell’inizio del XX secolo e altri artisti che le avevano seguite avevano esplorato uno spazio di creazione ben particolare, al quale le epoche precedenti avevano dato poca importanza: l’angolo. Beuys, Flavin, Matta-Clark, Morris, Sandback, Gober, Stratmann e tanti altri artisti si erano messi, come stiamo noi adesso, in un angolo e avevano riflettuto su uno spazio difficile da gestire, che obbligava a un ripensamento dell’allestimento dell’opera e che anche la lingua indicava come sensibile.

Si mangia su un angolo della tavola; si punisce un bambino mettendolo in un angolo; ci si scalda all’angolo di un camino; ci si vede al bar all’angolo; si fa un picnic in un angolo tranquillo; c’è un angolo di Parigi che prediligo; ti ho cercato ai quattro angoli del mondo; vedo un angolo di cielo blu; l’angolo del bricolage ai grandi magazzini; l’angolo del filatelico sul quotidiano; ci si nasconde in un angolo; si cucina nell’angolo cottura; conservo un ricordo di te in un angolo della mia memoria. In francese ’sourire en coin’ indica ironia e ’regarder du coin de l’oeil’ significa sorvegliare di nascosto; c’è il ’jeu des quatres coins’ che giochiamo anche noi, solo che i nostri sono cantoni; quando una persona ha un aspetto inquietante si dice che non la si vorrebbe incontrare ’au coin d’un bois’; anche da noi le cose banali si trovano a ogni angolo di strada; da loro Charles Aznavour in una notissima canzone si mette ’dans un coin’ e non ’tra di voi’ come ci hanno fatto credere (anche lui, come Carla Bruni, ha dovuto risolvere problemi di metrica) e il ’petit coin’ è il gabinetto. In inglese c’è ’corner’ (che abbiamo incontrato alla puntata 52 God is in Details) ma c’è anche ’angle’, che significa ’punto di vista’, me ne sono accorta stamattina (un segno!) prendendo in mano Tender is the Night di Francis Scott Fitzgerald (vi ricordo che il titolo, bellissimo, cita un verso dell’Ode to a Nightingale di Keats): ’Il punto di vista di Rosemary’, tradotto da Fernanda Pivano per Einaudi nel 1949, è nel mio Penguin ’Rosemary’s Angle’.

C’è materiale per rifletterci sopra per tutto l’autunno.

E questo vi invito a fare, insieme all’ispezione degli angoli della vostra casa: controllate lo stato di manutenzione (occorre un’attrezzatura speciale, tipo il ficcanaso obliquo dell’aspirapolvere), vedete se sono occupati da un’étagère di forma, giustamente, triangolare oppure se li avete lasciati vuoti e perché (da me, mi sono resa conto, non pochi angoli sono impegnati: da un’orchidea, da due sgabelli, una poltroncina, il carrello della frutta, la bilancia).

E fatemi sapere se vi erano venuti in mente tutti questi usi dell’angolo (a me, prima del CAPC, assolutamente no) o se, invece, è stata ancora una volta l’arte a aprirvi gli occhi, a un’estremità dei quali è certamente spuntata una lacrima di commozione davanti alla presenza di una donna come Andrée Putman in un pantheon che volentieri vi invito a visitare e a dividere con me, a patto, però, che lo teniate pulito, anche nei recessi negletti e nei punti difficili, insomma in tutti i suoi angoli.

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56. Light my Fire (Come on, baby)

Aki Kaurismaki, La fiammiferaia, 1989

Hans Christian Andersen, La piccola fiammiferaia, 1848

Sono rientrati tutti, ma non è questo il problema. E’ che si sono dimenticati di vestirsi da città e gli uomini girano in calzoncini corti, capaci di coprire di ridicolo chiunque abbia superato i 7 anni e 11 mesi di età o stia fuori da un campo di calcio, e ciabatte. Vado dal tabaccaio a comprare i fiammiferi per la cucina. La ragazza con i pinocchietto mi propone prima una scatola con delle pansé gialle. Le chiedo se ha qualcosa di più discreto e lei risponde con due enormi fragole (e ricetta della torta fragolina), una testa d’aglio accanto a un broccolo e una pastiera (quest’ultima senza ricetta). Dietro di me si è formata una fila nervosa, chissà come accendono a casa loro il gas questi qui.

Per farla breve decido di comprare tutto e di gettarlo al cassonetto uscendo. Ma ho finito la scorta e ho bisogno di zolfanelli.

Penso al film La fiammiferaia (1989) di Aki Kaurismaki, gelido, minimale, con la storia di Iris che ha il suo letto in un angolo della cucina, lavora in una fabbrica di fiammiferi e si fa mettere incinta da un uomo incostante. La sera, quando rientra, trova la madre e il patrigno davanti alla televisione. Una volta la vediamo al giardino botanico, di notte, mentre parla con un fiore che, un po’ come lei, fiorisce una sola volta l’anno.

A un certo punto avvelena i genitori. Mi chiedo perché, visto che i suoi fiammiferi sono un modello di bellezza, tradizione e rigore, assolutamente finlandesi nella funzionalità. Forse non le sono bastati? Forse la sua dose di disperazione è normale? E, mi chiedo, se le sue scatole avessero avuto sopra aglio e broccoletti, sarebbe stata meno infelice oppure sarebbe davvero esplosa, versando veleno per topi in tutte le bibite che hanno caricato nel carrello al supermercato i vacanzieri attardati, ancora in mutande, con l’aria di quelli che hanno ormeggiato fuori il pattino, felici di ritrovarsi l’atmosfera della spiaggia oltre che addosso anche in cucina, sulla confezione di fiammiferi nell’edizione estiva, con l’enorme fetta di anguria e sullo sfondo gli ombrelloni oni oni?

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57. L’aria del sorbetto, 3 (un panino, una birra e poi...)

’...quanta polvere c’è
dentro casa è tutto un velo

La cucina guarda che cos’è
quanti piatti sporchi da lavare
e mia madre sempre qui
che ripete non lasciarti andare

E la gente intorno a me
come un gufo vuole guardare
ma di strano cosa c’è
questa casa ha visto amore
oggi vede un uomo che muore...’
(Battisti-Mogol, Vendo casa, 1971, nel video l’interpretazione dei Dik Dik)
(N.B. Guardatevi su youtube.com la bella versione di Ornella Vanoni. Cambia le parole - ’oggi vede una donna che muore’; ’sono senza trucco come tu mi vuoi’ - ma non fa le pulizie nemmeno lei. Proprio come un uomo)

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58. L’aria del sorbetto, 4 (quattro passi a piedi)

’...La bidella ritornava dalla scuola un po’ più presto per aiutarmi
"ti vedo stanca hai le borse sotto gli occhi
come ti trovi a Berlino Est?"
Alexander Platz aufwiederseen
c’era la neve
faccio quattro passi a piedi
fino alla frontiera:
"vengo con te".
E la sera rincasavo sempre tardi
solo i miei passi lungo i viali
e mi piaceva
spolverare fare i letti
poi restarmene in disparte come vera principessa
prigioniera del suo film
che aspetta all’angolo come Marlene...’
 
(Franco Battiato, Alexander Platz, 1989, nel video l’interpretazione di Milva)
(N.B. Quando Battiato canta questa canzone cambia i versi: ’...e ti piaceva spolverare fare i letti’. Vedi puntata 34 Edizione straordinaria: finalmente rivelato perché gli uomini non fanno le pulizie. A quanto pare, nemmeno nelle canzoni)

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59. Quello che le donne non dicono

Uomo macho

 

‘Se dovessi dare un consiglio alle ragazze, direi loro: 'Se non vi viene naturale, non cercate di essere femminili. C’è una quantità di roba geniale da prendere ai maschi: guadagnare denaro, l’aggressività, la notorietà, la scrittura, bere alcool, dire volgarità, divertirsi…Visto che il femminile e il maschile sono stati dettati dagli uomini, fatalmente essi hanno messo il meglio dalla parte loro.’ (Virginie Despentes, 1969, scrittrice e regista, primo libro Baise-moi, 1999).

Sono d’accordo. Per rimanere in tema (nel mio tema) ricordo che gli uomini non hanno messo dalla loro parte, lasciandoli generosamente alle donne, i lavori di casa. 

 

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60. Settembre, andiamo

Carl Larsson, La camera da letto di papà, 1894-1897

Donald Judd, Green Boxes , 1967

Auguste Rodin, Il pensatore , 1880

 

Vi siete svegliati le coeur aux lèvres chiedendovi che cosa stavate facendo lì?

Il primo temporale invece di rinfrescarvi le idee ve ne ha fatte venire di più vicine alla tristezza che alla bellezza?

La conversazione del/la vostro/a partner vi dà il desiderio di passare le braccia intorno al suo collo e di premere le dita in un punto preciso come avete visto fare più volte al cinema per farlo/a tacere almeno fino al pronto soccorso?

Avete sentito distintamente imprecare come un carrettiere perché gli fa orrore tornare sui banchi il vostro bambinetto che preparava la cartella per il primo giorno di scuola proprio mentre lo stavate descrivendo ai nonni come una creaturina sensibile all’odore dei quaderni nuovi e alla prospettiva di fare la punta a tutte le matite?

Il primo film italiano della stagione vi è sembrato inguardabile al punto che avete sostenuto nella rituale cena dopocinema che se il regista fosse andato a farsi un giro invece di dare il primo ciak la storia dell’ottava arte non ne avrebbe risentito?

Avete visto le vetrine fatte di fresco e francamente ve ne infischiate del ritorno del tartan che pensavate ormai appannaggio esclusivo di Sean Connery quando decide di darci giù con il whisky?

La vita del protagonista del vostro manga prediletto vi sembra mille volte più eccitante della vostra e il vostro parrucchiere, in aggiunta, non vi vuole fare il suo medesimo taglio di capelli perché sostiene che per voi è esagerato?

Il primo invito degli amici per una seratina vi ha fatto ammettere la legittimità della segreteria telefonica che li avrebbe lasciati nel dubbio sulla vostra presenza in città?

Vi siete accorti che il vostro cane sbava, perde il pelo, vi sporca la casa, vi costa un occhio della testa di veterinario e in più vi guarda come un dispenser di crocchette maleodoranti?

Il vostro futuro vi sembra tetro come un racconto gotico privo, però, della sua suspense?

 

Niente paura, è il mood della rentrée. Ma l’arte è qui, ancora una volta, per soccorrervi.

 

Dunque.

1. Lavatevi la faccia con l’acqua bella fredda e andatevi a rileggere le sue virtù così come sono descritte da Lidia, la madre della protagonista di Lessico famigliare, che prendeva docce gelide cantando a piena voce: Io son don Carlos Tadrid / E son studente in Madrid. Anzi, rileggetevi tutto il libro di Natalia Ginzburg, spesso si fa riferimento ai lavori domestici (‘‘Avevo una donna, che si chiamava Martina. Mi era molto simpatica. Pensavo, però: ‘Chissà se fa bene la pulizia? Chissà se spolvera bene?’ Nella mia totale inesperienza, non riuscivo a capire se la mia casa era pulita o no…’’) e le tragedie dell’esistenza appaiono trasfigurate dalla grazia della scrittura. (Fatevi anche uno shampoo lungo e accurato e massaggiatevi la testa come se foste in una Spa di Bali, senza però la compagnia degli italiani attaccati al cellulare in vacanza a un metro da voi).

2. Lavate il pavimento della stanza in cui vi trovate, spolverate il tavolo al quale siete seduti, rifate il vostro letto tirando bene le lenzuola, riducetelo a un solido geometrico. Guardate gli acquerelli di Carl Larsson (1853 – 1928), i suoi interni in cui il disordine è perfettamente misurato, le sedie sono accostate al muro a uguale distanza l’una dall’altra, i bambini sono simpatici, i fiori freschi non mancano mai e la sera è bello stare a leggere o a cucire alla luce della lampada.

3. Lavate le lenti dei vostri occhiali, date loro una bella insaponata, sciacquatele sotto l’acqua corrente e asciugatele con il rotolo cucina (se l’avete comprato al discount, fermatevi, potrebbe essere fatto con carta vetrata riciclata). Nessuno pulisce mai gli occhiali come si dovrebbe, né il parabrezza della macchina o lo specchio del bagno. La vista, senso massimamente sollecitato dalle arti dette, appunto, visive, vi è indispensabile per entrarci in relazione. Fate in modo, per quanto possibile, di eliminare tutti gli ostacoli, le ditate, le zone di sporcizia, anche mentali, che si frappongono fra voi e loro.

4. Buttate tutte le piante sdutte che avete sul balcone, andate al vivaio e prendete un carrello. Guardate con compatimento i clienti che hanno messo nel loro 1 ciclamino, 1 begonia, 1 bouganville, 4 peperoncini, 1 crisantemo, 3 eriche e 2 veroniche. Voi riempite il vostro con vasi tutti uguali e scegliete un solo colore. Ispiratevi alla serialità del Minimalismo, a Donald Judd e alle sue Green Boxes (1967), tutte perfettamente identiche e accuratamente pulite. Contro lo spleen sono meglio di un’intera farmacia di psicotropi.

5. Cercate le tavolozze autunnali nei vostri artisti preferiti, il bruno van Dyck, le strade di paese di Sisley, le nature morte stagionali di Caravaggio, le melagrane di Gentile da Fabriano, il nord dei Romantici tedeschi e dei primi Impressionisti, luminoso ma mai affogato nel colore, i campi autunnali di van Gogh che virano dal rosso all’arancio e si infiammano al tramonto.

6. Guardate Il pensatore di Rodin (1880), d’accordo, non vi tira su il morale. Però quel corpo che sembra piegarsi sotto il peso della preoccupazione, la testa pesante che il braccio fa fatica a sostenere, la potenza della muscolatura che l’esercizio della mente rende inutile raccontano la malinconia che genera non solo il pensiero ma anche la creazione, quello stato di vague à l’âme di cui abbiamo già parlato e che Jean Clair, nei suoi successivi lavori e nelle sue incarnazioni (storico dell’arte, scrittore, direttore del Musée Picasso, grande intellettuale di respiro amplissimo), ci ripete essere il presupposto di ogni opera d’arte, frutto succoso e saporito di umori sempre in bilico e di quel movimento perpetuo fra tristezza e eccitazione che ben conoscono i creatori.

7. Leggete Opera Soap, è un gioco che vi intrattiene suggerendovi che l’arte sta dappertutto, soprattutto nella mente di chi sa guardare, e che la storia dell’arte così come la facciamo noi, via i paludamenti, dentro la freschezza dell’approccio sempre rinnovato, spalancati gli occhi su tutte le immagini che ci capitano a tiro, è il modo migliore per appropriarsene, per farla nostra e trasformarla nel nostro pane: alimento base della vita, buono per definizione, quotidiano.

 

 

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61. Fino all'ultimo bicchiere

Tadashi Agi & Shu Okimoto, Les Gouttes de Dieu, Giappone 2005-Francia 2008

Librairie L'Aventure, via del Vantaggio 21 Roma

Sto leggendo un manga magnifico, Les Gouttes de Dieu, sceneggiatura Tadashi Agi, disegni Shu Okimoto (occhio! La sceneggiatura è in prima posizione e sta molto bene ad indicare il tono letterario dell'opera), parla di vino e me lo ha segnalato Stefano de L'Aventure, che ringrazio da questa schermata. Ne parlavo un paio di giorni fa con i miei studenti, rimproverandoli nemmeno troppo fra le righe di essere distratti riguardo al loro talento laddove i loro coetanei giapponesi narrano storie in cui alla divina bevanda si intreccia, come spesso accade da loro, il tema della realizzazione di sé attraverso la professione.

Ieri sono andata a comprare i volumi 2 e 3 e Monsieur Jakie, francese e appassionato di fumetti, cioè persona speciale, titolare della libreria di via del Vantaggio, mi ha augurato mentre uscivo 'Bonne dégustation'.

Era appena sorta la luna, il tempo stava cambiando e la città aveva assunto linee nitide. La mostra di Jean Prouvé all'Ara Pacis mi è sembrata bella nel suo asciutto tecnicismo.

Poco più tardi, all'enoteca ai Banchi Vecchi, la conversazione come una meringa era montata ed era ugualmente appetitosa. Al quarto spumante (buono quasi quanto uno champagne) mi sono alzata per chiedere a Anna come lavava i bicchieri. 'Con la macchina', mi ha risposto. Ma era una lavabicchieri. 'E a casa?', le faccio. 'A mano, perché non ho la lavastoviglie'. Tre figli e, su sua ammissione, cinquanta persone a pranzo a Ferragosto al mare non l'avevano convertita alla tecnologia, riservata alla bottega.

Il vicolo che avevo imboccato era cieco e probabilmente anche sordo. Perché i miei Nachtmann, messi in lavastoviglie, erano diventati opachi e i Riedl stavano, invece, benissimo? Perché i trent'anni di televisione commerciale, quelli che hanno atrofizzato i desideri dei miei studenti, non sono stati interrotti da un programma in cui un fisico, invitato, insegnava finalmente la gestione dei cristalli di casa? L'unico ad avere tentato una risposta al mio interrogativo con qualche senso era stato in passato un tecnico che, appiattito sotto allo sportello nella mia cucina, aveva bofonchiato qualcosa a proposito della temperatura. E perché, allora, i costruttori di lavastoviglie non pensavano a macchine più versatili, affini alle lavatrici nelle quali si mette il collant da fare svelto da solo a freddo e le lenzuola, anche a 90°?

Impostiamo un biglietto per il nostro blog nascente. Fateci sapere come lavate i bicchieri a casa vostra. Astenersi utilizzatori di bicchieri di vetro (troppo facile), di plastica (inaccettabile) e astemi non utilizzatori di bicchieri.

 

 

 

 

 

 

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62. Glasnost

Donatello, Maddalena, 1453-55

Masaccio, Madonna del Solletico,

Domenico Veneziano, Pala di S. Lucia dei Magnoli, 1445-47

Sono stata tre giorni a Firenze in sopralluogo. Come sta la città? Male, grazie. Migliaia di turisti ancora in mutande e ciabatte l'aggrediscono e girano leccando coni gelato, l'audace risistemazione del Museo dell'Opera del Duomo è contraddetta dai cartellini sotto le sculture, volentieri scritti a mano, un traffico infernale di autobus, scooter, macchine e biciclette si stipa nelle strade gioiello del centro storico, negozi infami hanno preso il posto di botteghe che da sole valevano il viaggio, la Venere di Botticelli, di bellezza così malinconica e struggente, sta dappertutto, trasformata in magnete, segnalibro, su un verso della pianta della città. Poi però la gentilezza dell'accoglienza in albergo, la bontà del cibo e del vino, lo strazio potentissimo della Maddalena di Donatello (sto pensando di utilizzarla per la locandina del mio Zombie Day, la faccia scarnificata, i denti sconnessi, quel corpo tutto fremente di dolore e di ricordi raccontano così bene lo splendore passato e il vuoto siderale del presente, ancora bellissime la mani e rotondi i muscoli delle braccia, a conferma della carne che ha goduto e che, proprio perché carne, soffre), il minimalismo meditativo del Beato Angelico, la forza di Masaccio al Carmine che ti investe come un'onda gigantesca e solidificata, le coltellerie frequenti, sintomo di un carattere che non demorde, e qualche luogo inatteso in cui ancora si rammenda e si fa il plissé soleil, ecco queste e altre cose piccole e grandi fanno pensare che Firenze sia quella di sempre, o meglio, quella di prima, quando le serate al Teatro Comunale erano coronate dalle visite d'arte e ritornavo pure con un vetro anni '50 che diventava, una volta a casa, un talismano.

E poi agli Uffizi ho scoperto una professione nuova: quella del pulitore di vetri.

Niente a che vedere con l'esercizio del potere dell'eminente conservatore del Louvre di cui abbiamo riferito alla puntata n° 24 Mal comune... (ricordate? Pierre Verlet, massimo specialista del mobile del XVIII secolo, che si faceva fotografare mentre, spugna alla mano, puliva le finestre delle sue sale). Questi vetri qui sono quelli fissati alle staffe piantate nel muro che stanno sopra e sotto i dipinti. Davanti ad essi sono rimasta interdetta per la barbarie dell'operazione e del risultato.

Lastre nemmeno sempre antiriflesso si frappongono fra il visitatore e l'opera. Fanno pensare ai proprietari della Seicento che negli anni '60 non toglievano la plastica dai sedili per non rovinarli e (ma questo è un mio ricordo personale) a un librario di Carrara, dove ho insegnato un anno, che teneva tutti i libri sotto cellophane, non come nelle fumetterie, dove la bustina si mette e si toglie con naturalezza, ma come colui che non ti vuole nel suo negozio perché gli toccheresti la merce. Questo libraio mi esasperava e rendeva ancora più lunghe le mie giornate che, dopo la chiusura dell'Accademia, alle cinque del pomeriggio, mi stavano davanti come cose informi nelle quali non sapevo che mettere, disorientata dalla mancanza di un posto dove stare, tristissimo l'albergo, nessun caffè dove appoggiarmi fino alla pur precoce ora di cena, niente da fare e da vedere, e in più quella libreria sotto vuoto e la tetraggine delle montagne intorno. Che diamine faceva Michelangelo la sera, dopo che era salito in cava a scegliere i marmi? Una mia amica suggeriva che si desse a passatempi illeciti appena smontato dal lavoro ma più mi guardavo intorno meno capivo con chi potesse essersi intrattenuto ai suoi tempi il divino Angel, qualche attraente eredità, se presente, avrei dovuto coglierla in un discendente di garzone e invece niente, nemmeno su quel fronte.

Ma torniamo al pulitore di vetri degli Uffizi. L'ho conosciuto nella persona di una signora piccola e gentile, chiaramente fuori luogo nelle sale perché girava armata di piumino e straccio da spolvero. Si guardava intorno e, se c'era bisogno (cioè, di continuo), passava il cencio sul vetro della Madonna del Solletico di Masaccio, della Sant'Anna Metterza che sempre lui ha dipinto con Masolino, della Pala di Santa Lucia de' Magnoli di Domenico Veneziano. Devo chiarire che non usava il Cif liquido (provate a pensare all'effetto di una spruzzata mal diretta che investe, fuoriuscendo dal bordo della lastra di protezione, la tavola preziosissima), per cui i risultati lasciavano un po' a desiderare. Però lei ce la metteva tutta e dava una caccia spietata all'alone, alla macchia, all'impronta digitale.

Ho fatto studi severi e forse disperati, se non del tutto matti, e ricordo molto bene, all'Università, un giovane Augusto Gentili, uno degli studiosi più seri e preparati che abbia incontrato sul mio cammino, allora assistente di Giulio Carlo Argan, con il quale non feci esami solo perché, al suo arrivo, li avevo già terminati, ma che seguivo con attenzione e simpatia nei seminari e ai convegni. Lui ripeteva che parlava solo delle opere che aveva visto di persona, su quelle che conosceva esclusivamente in foto manteneva un riserbo scientifico coraggioso e radicale. Su quelle, poi, che aveva visto di persona ma che stavano sotto vetro, esprimeva pareri quanto mai cauti e morbidi. Lui che era uno infuocato e durissimo che, con il suo ardore, aveva fatto innamorare dei suoi veneti tutto l'Istituto, al tempo gelido e formale.

Da ciò si deduce che le opere sotto vetro non ci devono stare. Al loro posto potrebbe essere stata collocata una copia stampata in digitale. E metteteci pure l'illuminazione degli Uffizi, così fioca e incerta. Il gioco è fatto.

Insomma, una visione disperante.

Ho un po' chiacchierato con la signora dello straccio. Riferiva che la decisione era stata presa da chi stava in alto perché migliaia di persone invadevano quelle sale e il rischio dell'urto da incontro troppo ravvicinato era costante, per carità, gli incidenti erano involontari ma il pericolo c'era e avevano preso provvedimenti.

Già avevo pianto tutte le mie lacrime (lì, per l'emozione) davanti alla Presentazione al tempio di Ambrogio: quel suo bambinetto tutto fasciato che agita comunque i piedini e si succhia il dito ha la capacità, come tutte le cose dell'artista senese, di toccare le mie corde più sensibili. Per cui rimasi asciutta. Però tentai di confutare le ragioni di servizio: non c'era un sistema più moderno, dei raggi infrarossi, dei cordoni informatici o reali, qualcosa che potesse difendere i dipinti senza offendere il visitatore, nemmeno nel suo senso della vista? La piccola donna gentile fece come se ci stesse pensando e mi confessò che, quando due giorni prima avevano spostato per manutenzione il vetro di Domenico Veneziano, si era accorta che il dipinto era più bello e che pure i colori erano diversi. 

Conosciamo tutti i problemi dei musei italiani, la disorganizzazione, la croce degli orari, la mancanza di personale e di fondi. Un francese, però, avrebbe già disposto quanto segue: chiudere gli Uffizi per cinque anni, scegliere 40 dei suoi pezzi chiave, impacchettarli e mandarli in tournée in giro per il mondo (l'idea della giapponesina a Tokyo, praticamente una protagonista dei miei manga, con gli occhioni spalancati davanti alla Primavera di Botticelli mi dà un buonumore che sconfina nell'ilarità); con il ricavato (con il moltissimo denaro ricavato, come insegna il Louvre che ha fatto il salto) si mette a norma l'impianto elettrico, si imbiancano le sale, si installa il più sofisticato dei sistemi invisibili di protezione e avanza pure qualche spiccio per i restauri.

(E poi si deve triplicare il prezzo dei biglietti perché non è possibile, ne prendo uno a caso, che l'ingresso agli affreschi di Paolo Uccello al Chiostro Verde costi quanto una pizzetta con le patate del forno Roscioli, quello, per restare in argomento, di via Buonarroti, buona ma probabilmente solo finché è calda).

Sono contraria alla mercificazione dell'arte, figuriamoci. Però qui è à la guerre comme à la guerre e al turista in gelato e mutande bisogna spiegare che l'arte è una cosa seria e complicata e che, davanti ad essa, sarebbe bene presentarsi non dico sull'attenti, ma almeno in pantaloni lunghi.

Per chiudere la conversazione ho chiesto alla signora incaricata di mantenere la trasparenza dell'arte se la emozionava il fatto di ripassare con la pezza Masaccio e non i vetri di casa. 'Ma io ci sono abituata e i dipinti non li vedo più', mi ha risposto. Se è per questo, nemmeno noi, li vediamo, seppur per motivi diversi.

Una situazione, simmetrica e democratica, in cui l'arte diventa quello che mai dovrebbe essere: stranita dall'uso scorretto, distorta e offuscata dagli ostacoli frapposti, invisibile.                  

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63. Un marito ideale

Living with Pigs, manuale americano

Justin Timberlake (1981)

Io le donne non le capisco.

Prendete, per esempio, le mie studentesse. Hanno 20 anni e mostrano un vivace interesse per quarantenni che sembrano a me un po' passati di cottura. Per non parlare del 95% delle femmine del pianeta che scapperebbero (tutte insieme. Pensate alla fila la mattina per il bagno) con George Clooney, che rilascia dichiarazioni sulle sue abitudini esistenziali da mettersi le mani nei capelli, ha convissuto per 18 anni con un maiale di una bruttezza fisica inesprimibile e che io vedrei bene in tonaca di curato di campagna mentre tira quattro calci a un pallone sgonfio con i ragazzini del catechismo nello spiazzo polveroso dietro la chiesa.

Ragazze mie, fortunatamente c'è Opera Soap a orientarvi.

Date, piuttosto, un'occhiata a Justin Timberlake (USA, 13 gennaio 1981): cantante, attore, ballerino, produttore musicale e televisivo, dice nelle interviste cose deliziose: gli piace far ridere le amiche, ritiene che un regalo di compleanno sia più bello se gli è costato uno sforzo e non solo del denaro, per cui sceglie una sciarpa fatta da lui stesso ai ferri invece di un oggetto comprato al negozio (sa lavorare a maglia? No, però per amore è disposto a fare qualunque cosa), considera le donne che non seguono la moda le più spettacolari, è ironico, concreto, naturale, predilige il buon vino e la conversazione di qualità.

E poi è decisamente favorevole all'aspirapolvere passato dagli uomini. Ha una femme de ménage che si prende cura della sua casa perché lui ci sta poco ma sostiene che nel 2008 è cool tenere pulito il posto in cui si vive e che lui, non appena rientra, passa la scopa dappertutto.

Davanti allo stupore della giornalista si fa ancora più serio e aggiunge: 'Assolutamente. Assolutamente'.

Sarò molto chiara: i miei interessi maschili vanno, come si evince qui e là dalle precedenti puntate, in tutt'altra direzione e poi non ho più spazio sul frigorifero. Per cui vi lascio Justin tutto intero e tutto per voi. A patto che dopo mi facciate sapere attraverso i consueti canali di comunicazione se tutto quello che ha dichiarato corrisponde a verità. Ci conto. Grazie.

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64. No Smoking, Please

Firenze, S.M.N.

Visto con i medesimi occhi che guardano lo schermo del computer dal quale vi scrivo sul piazzale della stazione di Firenze Santa Maria Novella e fatta fotografia con cellulare con audacia involontaria (il fetore dovuto a liquami organici si è sprigionato proprio mentre scattavo da distanza ravvicinata):

'INVECE DI DARCI POSACENERE, DATECI DELLE LATRINE'.

(C'erano anche firma e data, educatissime).

Della serie: niente resterà pulito, 2.

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65. Notti bianche

Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo

Antonio Canova, Amore e Psiche, 1796

Sono rientrata ieri sera da un sopralluogo a San Pietroburgo.

Il titolo sta lì per questioni evocative, perché in realtà le notti bianche da quelle parti sono finite da un pezzo e la mattina alle sette il buio era pesto. Il generale Inverno secondo me era arrivato, secondo loro ancora no, comunque l'infreddatura terribile che mi sono presa è stata causata dall'aria condizionata e non dal piacevole freschetto che c'era in giro.

Ho passato un'intera giornata nell'Ermitage, ormai vivevo con l'angoscia che un detrattore facesse scrivere sulla mia pietra tombale che avevo visitato i maggiori musei del mondo e quello no. Sono contenta di aver cancellato preventivamente l'iscrizione del maldicente.

Tralascio ogni commento sull'illuminazione assolutamente precaria (almeno le lampadine, così rare, sistemate sopra ad alcune opere importanti dovrebbero cambiarle, quando sono fulminate), sulle scritte solo in cirillico, sull'impossibilità di orientarsi in un luogo di 350 sale che ospita 2 milioni di opere, sui cartelli con la mano sbarrata, perché il visitatore tonto capisca che la mano non la deve usare, sistemati fra le gambe delle bellissime creature in marmo di Canova (se potesse, credo che il Maestro di Possagno un colpo di scalpello ben assestato sulla testa dell'autore di questa pensata se lo farebbe scappare), cito qui solo le toilettes del piano terra, l'ubicazione delle quali si individua dal fetore sempre più forte che da esse proviene mano a mano che ci si avvicina. Fra le mattonelle delicate, con fregio movimentato da una testina in stucco che fa da collegamento con tutte le altre squisite decorazioni a meringa della città, compare un cartello, questo sì, scritto anche in inglese, nel quale si invitano gli utenti a non gettare la carta igienica nei water. Essa, usata, è pertanto depositata nei cestini. Aperti e a contatto con l'aria.

Prima di costruire palazzi paranoici, costruite le fogne per le latrine. 

Della serie: niente resterà pulito, 3

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66. Manga Style

Hiroko Matsukata, protagonista di Tokyo Style di Moyoco Anno

Moyoco Anno, Tokyo Style, 3 voll., in corso di pubblicazione

Moyoco Anno, Tokyo Style, 3 voll., in corso di pubblicazione

Faccio quello che posso. Se soffro per amore, piango e ascolto il Werther, se ho la polmonite, tossisco e passo a La Bohème. E sono, almeno, in buona compagnia.

Stasera, malamente raffreddata (e con un volo in soprassoldo, cioè anche sorda su parecchi fronti), vado a dare un'occhiata a Hiroko Matsukata, protagonista di Tokyo Style e giornalista nel settimanale Jidai, e mi rileggo l'episodio di quando lei si ammala per essere andata al funerale di una persona che stimava, e che avrebbe dovuto intervistare la settimana successiva, con un tailleur troppo leggero che teneva nel suo armadietto al lavoro; quello più pesante l'ha buttato per via di una bruciatura di sigaretta e ha dimenticato di comprarne uno nuovo.

C'è una bella tavola dedicata a questo spazio cui ambisco da anni in Accademia.

Non mi sembra una richiesta eccessiva. Voi mi date un armadietto e io ci metto dentro qualche libro, due scatole di diapositive, un paio di tesi, un ombrello di emergenza. Finora tutto quello che ho rimediato è stata una cassetta della posta che, come quella di casa, si riempie di carte inutili, per cui non la guardo nemmeno, anzi, ho fatto fatica anche a trovare la chiave che avevo sepolto nella cartella quando si è trattato di recuperare un foglio importante.

Matsukata ha, invece, un armadietto di tutto rispetto. Dentro ci stanno 4 stampelle, borse da shopping, scatole, foglio appunti, calzante, spazzola e almeno due libri. E su una delle stampelle c'è l'abito che le farà prendere freddo e che genererà una narrazione cui non avevo mai assistito fra tutte le cose che ho letto in vita mia e che racconta, invece, qualcosa che avevo vissuto parecchie volte.

La cosa va così. Lei si ammala, cerca di non farci caso, continua a lavorare, ha 38° di febbre e si chiede perché se la è controllata, va avanti ugualmente, indossa la mascherina (è giapponese, ricordiamolo), commette errori di valutazione che attribuisce al suo stato di salute alterato, ha freddo, sonno, vorrebbe tornare a casa e mettersi a letto, ha la responsabilità di un numero speciale, non può abbandonare tutto, la vediamo nell'ultima inquadratura, sfinita, ha consegnato i testi, le fanno i complimenti, gli occhi immensi dell'eroina del manga sono diventati due fessure, mormora che sta bene, che le è anche passato il raffreddore.

Cose minimali, d'accordo, ma è così che Moyoco Anno conferma la sua fama di autore rivoluzionario di un genere di tradizione. Unisce alto e basso, mescola l'intimismo di alcune situazioni (la conversazione con l'amica, il tavolo prenotato al ristorante, il tubo che perde, la batteria scarica del cellulare, l'infreddatura di cui abbiamo parlato) con una trama che procede a rotta di collo e che porta Matsukata a contatto con faccende politiche, etiche, di costume, tutte vissute, diciamo così, anche dall'interno, vale a dire dal punto di vista di una giovane giornalista ambiziosa e in gamba che deve far quadrare i conti della sua vita professionale e di quella privata.

Apparentemente un soggetto facile e di presa immediata. Ma in Tokyo Style è espressa una raffinatezza poco consueta, il profilo psicologico dei protagonisti è tracciato con cura estrema e con continui ritorni sul già detto, la grafica, definita cover chic, è tale, la distribuzione nel circuito delle librerie (non limitata, pertanto, alle fumetterie) dà la possibilità di intercettare un pubblico nuovo, il formato è più grande del consueto, la traduzione è accurata, il ritmo indiavolato e l'effetto irresistibile. Un milione di copie vendute in patria e serie TV ad esso ispirate più riconoscimenti che arrivano da tutte le parti e che non hanno intaccato la freschezza dell'ispirazione: riflettete su questi dati e provate a pensare di prendere in mano uno dei 3 volumi finora usciti di Tokyo Style anche voi.

E' anche un manga pulito, bello da tenere esposto, quell'armadietto è fuori asse quel minimo che basta perché non sembri finto, c'è dietro un ordine mentale, Matsukata è una borderline ma con giudizio, ha serate alcoliche di cui si pente puntualmente, appena la incontri comincia a esistere e entra nei tuoi sogni, è una più vera del vero, capace di sistemarsi nel suo modo caotico nel nostro pantheon e di mettersi a scambiare opinioni con tutti gli altri che ci stanno dentro. 

Apprendiamo dal suo blog che Moyoco Anno ha problemi di salute e che per un po' sospenderà il lavoro. Siamo, rispetto al Giappone, in continuo décalage e leggiamo edizioni che da loro sono uscite a anni di distanza. Stasera mi auguro che la Maestra Anno sia già guarita e abbia ripreso a creare, che il suo sia stato solo un raffreddore, un'infreddatura dovuta a un abito sbagliato e che sia già tornata dalle sue parti a raccontarci una vita che, sorprendentemente, non è solo loro ma anche nostra, una vita in cui il lavoro ha sempre il sopravvento, il cuore batte forsennato, l'amore esita a esistere, i taxi portano preferibilmente in aeroporto, i massaggi sapienti sciolgono la tensione, i bicchieri si vuotano solo per riempirsi e qualche linea di febbre diventa un argomento buono per la letteratura e non solo per il dottore. 

(Grazie al curatore dell'edizione italiana di Tokyo Style Paolo Pederzini e a tutti gli altri di Planet Manga, divisione editoriale di Panini S.p.A., per l'accuratezza, la bellezza e la genialità del loro lavoro www.paninicomics.it)

 

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67. La buena educatión

Cenerentola, modello di educazione femminile

Classe femminile (non dell'autore, ma rende l'idea)

Autoscontro

Se non ho capito male, è finita l'epoca dell'educazione domestica delle fanciulle. Oggi bambine e ragazzine imparano scherma, solfeggio, nuoto, equitazione ma non come si tiene una casa. Della casa non si occupa più nessuno, forse anche le colf hanno la colf oppure, più realisticamente, una passata di scopa (spesso nemmeno di aspirapolvere; non vedo mai statistiche sulla quantità e sul tipo di elettrodomestici esistenti nelle abitazioni per cui sospetto la sopravvivenza di usanze medioevali) è ritenuta sufficiente a togliere il grosso e la cosa finisce lì.

Del resto capisco che si possa non avere voglia di tessere una figlia come una tela, come suggerivano invece di fare i manuali di qualche tempo fa, perché l'impresa è continua, faticosa e richiede un progetto alle spalle, tutte caratteristiche che fanno preferire l'impugnatura del fioretto a quella dell'aspirapolvere di cui sopra. Suona anche meglio quando se ne parla in giro.

Alle ragazzine della mia generazione i lavori domestici erano imposti, diventavano oggetto di scambio e di sofisticate contrattazioni, si usciva (per quel poco che si usciva) quando si erano finiti i compiti e quando si erano portati a compimento tutti gli altri doveri femminili.

A me piaceva, insieme a una mia amichetta di scuola dai capelli rossi che abitava vicino, andare in giro 'a fare danni'. Questa era la locuzione che utilizzava la madre della ragazzina, una donna energica, bella e solare che faceva la sarta, per definire tutto ciò che avveniva fuori casa. E, in qualche modo, ci prendeva.

I nostri danni erano riconducibili a due comuni denominatori: 1. i maschi; 2. l'autoscontro. Il punto 1 era rappresentato, al momento, da coetanei della parrocchia del tutto inoffensivi, il 2 da un insediamento di giostre dalle parti del mercato di Trionfale. Il giorno riservato ai danni era il sabato, l'ora era collocata nel pomeriggio. Si conquistava il permesso di uscire, da lei e da me, solo, ed esclusivamente solo, se tutto era stato fatto secondo le regole, dure e chiare, delle genitrici. Dalla mia amica ce n'era anche una tutta particolare: i punti lenti. La madre si alzava alle cinque del mattino, strillava sempre che a casa sua si reggeva tutto su quell'ago, cucinava a ritmo indiavolato dolci che le venivano anche bene e quando stavo dalle sue parti, cioè spesso perché capitava volentieri di stare lì a studiare, mi insegnava che se nel piatto era stato tagliato il limone, quello era sufficiente a pulirlo con una semplice passata di acqua senza l'impiego di detersivo.

E imponeva un'oretta di punti lenti prima dell'agognata doppia ora d'aria.

Stavano da lei ragazzine apprendiste che trattava come figlie, cioè con durezza e senza starci troppo a pensare, e con queste tipette ci toccava condividere il lavoro sul grande tavolo del soggiorno. Cosa che io facevo con qualche degnazione, essendomi da sempre considerata un'intellettuale destinata a ben altri impieghi del mio tempo.

L'altro guaio era la sorellina piccola della ragazzina con i capelli rossi che ci veniva appioppata regolarmente al momento in cui varcavamo la soglia di casa. Si chiamava Sandrina, all'epoca è probabile che non andasse nemmeno a scuola perché facevamo noi la quinta elementare, aveva una magnifica coda di cavallo dorata e tutti ricci che sfuggivano all'elastico che le facevano da corona al viso. E qui stava il suo problema. Sandrina aveva una faccetta deliziosa e molto tonda che, evidentemente, aveva ispirato fin dall'inizio la sorella maggiore. La sua funzione accanto a noi era doppia: sarebbe andata, lei, a passeggio e noi avremmo avuto una palla al piede al momento del fare danni.

La delazione era sottintesa.

Ma essa non ci fu mai perchè la mia amica aveva trovato un metodo infallibile per evitarla: quello delle pezze.

Già sotto al portone trascinava Sandrina come un sacco di patate e, per strada, appena girato l'angolo, cioè fuori dal controllo della finestra, la bloccava con destrezza tenendola per la coda di cavallo (legata alta, praticamente una maniglia). E le mostrava una mano aperta dicendole: 'La vedi questa? Se dici a mamma dove siamo andate io e Rosella, ti do una pezza'. E, perché fosse chiaro il concetto, la pezza gliela dava preventiva. Pioveva non uno ma una serie calcolata di sganascioni, che terminava quando Sandrina faceva segno di sì con la testa, intendendo dire che manco sotto tortura avrebbe rivelato i danni che stavamo per fare. Nemmeno piangeva troppo, l'idea di andare anche lei a maschi e sull'autoscontro le dava una resistenza da martire cristiana davanti al leone.

Racconto queste cose perché allora non c'era il telefono azzurro, quindi l'impunità era totale, e poi la cosa è caduta in prescrizione. Comunque io ero contraria a tanta violenza, secondo me sarebbe stata sufficiente la minaccia iniziale. E poi Sandrina mi stava simpatica, diceva che da grande avrebbe fatto l'ingegnere e mi guardava ammirata perché andavo bene a scuola, contrariamente alla sorella, più incline al vagabondaggio che agli esercizi mentali.

Facevamo danni con puntiglio e gusto, i maschi servivano a impepare l'aria e sull'autoscontro andavamo come i demoni della cavalcata del Faust, il piacere selvaggio della schivata dell'urto frontale all'ultimo secondo era il nocciolo duro dell'azione, riconoscevamo a orecchio le macchinette più veloci e facevamo l'occhio di triglia al ragazzo della baracca perché ci regalasse qualche gettone. Eravamo sempre senza soldi ma indispensabili per l'atmosfera, per cui finiva che le corse offerte erano tante perché senza di noi la pista sarebbe stata un vero mortorio.

(Sono sicura che il mal di schiena di cui ho sofferto per anni, invalidante e senza soluzione, sia stato causato, almeno in parte, da quelle botte che prendevo il sabato pomeriggio su quel disgraziato autoscontro, che tanto mi piaceva).

Il permesso di uscire completati i servizi in casa perdurava e ben al di là di questa prima fase giovanile.

Cambiai amichetta e stagione e andai a fare danni in estate con Lalla, più giovane di me, simpatica, in possesso della più bella dentatura che abbia visto in vita mia. 

Eravamo anche lì vicine di casa e le nostre madri, purtroppo, un po' si frequentavano. Dico purtroppo perchè la mia, piemontese riservata e poco incline all'amicizia, era, già di suo conto, portata per il dressage e certo non ci volevano i consigli dell'altra signora per tirarle fuori i lati peggiori.  

La partita, nel frattempo, si era fatta più dura. Il punto 1 di cui sopra era ora rappresentato da giovani maschi accesi e in possesso di patente e quello 2 da motociclette e, talvolta, anche go-kart rumorosissimi che facevano da colonna sonora a quegli anni ruggenti.

Ma si continuava a uscire solo alla fine delle pulizie. 

E la madre di Lalla aveva messo a punto il metodo dello stecchino, con il quale aveva contagiato anche la mia. Consisteva in questo: uno stuzzicadenti veniva deposto in un posto segreto della casa che variava ogni giorno e, se non era rimosso, era la prova di un lavoro malfatto che allontanava, fino a renderli irraggiungibili, i danni che volevamo andare a fare.

Io e Lalla eravamo legate da un destino di confratelli carbonari, io con gli occhi bistrati e le labbra ripassate di bianco, lei con il sorriso stampato sulla faccia cercavamo una soluzione rapida al nostro comune problema. La scorciatoia consisteva nell'individuare lo stecchino come operazione autonoma, risparmiandoci la pena di pulire, per cui, una volta scoperta la posizione, si poteva anche fare un po' finta, per esempio dare solo una passata rapida di straccio senza entrare nei dettagli. Io abitavo sopra a lei, mi affacciavo e le chiedevo ogni tanto a voce bassa se c'erano novità. Lei il più delle volte allargava le braccia desolata, poco lontano si sentivano motori di richiamo, sgasate di acceleratore, gli amici ci aspettavano con impazienza. E noi lì con lo straccio in mano, attente a non guastare il trucco e intente a nettare.

Un destino da femmine inchiavellate al piumino da spolvero, la mia sorte di fronte a quella della monaca di Monza non mi sembrava meno amara.

Non so se scherma, solfeggio, nuoto e equitazione diano alle fanciulle di oggi i brividi che provavo io a fare danni. Certe volte le guardo con compassione: un po' scocciate della discoteca che frequentano il sabato a partire dagli 11 anni, perse in discorsi la cui noia mi avvolge quando, per caso, le accosto, al riparo da pezze comunque avventurose e da stecchi, incapaci di distinguere fra una casa pulita e una sporca, in compagnia di maschi con i pantaloni calati, fuor di metafora, sul sedere, privi del fascino e del pepe che avevano allora anche quelli meno attraenti, comunque diversi, lontani, proibiti e soprattutto non condannati a un destino di pulizie.    

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68. Potere è pulire

Charlie Chaplin, The Great Dictator, 1940

Power Detergent

Letto con i medesimi occhi che guardano lo schermo del computer dal quale vi scrivo su un concept che mi ha mandato uno dei miei artisti prediletti, allegato a una mail riguardante un progetto in corso di elaborazione: 'critica...alle superpotenze che detergono il potere'.

Chiestogli il permesso di pubblicazione su Opera Soap. Intanto che aspetto la sua risposta, ho pensato bene, come facevo a scuola con i compiti, di anticiparmi un po'.

Della serie: niente resterà pulito, 4

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69. Puntata erotica

Caravaggio, Amor vincitore, 1598-99, Berlino, Staatliche Museen

(Nel video Serge Gainsbourg e Jane Birkin interpretano 69 année érotique, lui con l'eterna sigaretta in mano, lei sdraiata sul pianoforte che passa il dito, delicatamente, sulla lucida superficie dello strumento e poi si liscia i capelli. Ci si sente quasi di troppo, e a distanza di tutti questi anni)

I Francesi sono, come è noto, malandrini e Serge Gainsbourg ci andava giù apparentemente leggero ma gliele cantava talmente bene che continua ad abitare, meglio che se fosse ancora vivo, il loro immaginario.

La canzone 69 année érotique è giocosa e divertente, racconta di come lui, Gainsbourg, e 'son Gainsborough' (ovvia allusione al grande pittore inglese, qui interpretato da Jane Birkin) hanno preso il ferry-boat e guardano dal loro letto la costa attraverso l'oblò. Loro si amano e la traversata durerà tutto l'anno, fino al 1970.

Che cosa succeda in quel letto lo lascio immaginare a voi, l'erotismo è una faccenda privata e, come in tutte le cose di questo genere, con un velo di mistero c'è più gusto.

Da parte mia vi offro per la puntata n° 69 di Opera Soap il mio Caravaggio preferito, L'Amor vincitore.

La faccetta ridente, i muscoli tutti belli in rilievo, tiene in mano le frecce e si è messo sotto i piedi armi, libri e pure strumenti musicali. Le piume di un'ala gli sfiorano la coscia sinistra, è un Eros, giustamente, nudo e irresistibile.

Quando l'ho visto dal vivo la prima volta, prestato a Napoli nel 1985, ho sentito un tuffo al cuore talmente intenso che sono rimasta tramortita. E l'emozione si è ripetuta, tale e quale, tutte le volte che, a Berlino, mi ci sono trovata davanti.

Occhio: le unghie dei piedi sono sporche, orlate di un nero che la dice lunga sul vizio che ha Amore di andarsene in giro scalzo per fare meno rumore e fuggire più in fretta.

Lo ricordo a tutti quelli che lo cercano: è una fatica inutile. Se è dell'umore giusto, sarà lui a trovarvi. E, sporco o pulito, sono certa che ve lo terrete vicino senza badare a questo, solo per una volta trascurabile, dettaglio. 

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70. Made in China

Max Weber, Chinese Restaurant, 1915

Pollo al limone

Un paio di giorni fa mi sono trovata in una delle mie frequenti emergenze culinarie.

Non so dai voi, ma da me si consuma sempre più cibo di quanto io non riesca a produrne. (Mi chiedo spesso come faccia la signora Carmelina, che abita sotto da me e ha tre figli maschi fra i 22 e i 27 anni, uno dei quali, quello che lei si ostina a chiamare 'il piccolo' e che io, invece, definisco 'il corazziere', è da poco partito a cercare fortuna in Germania, lasciando nostalgia fra le ragazze e anche un po' nella vicina di casa).

Decido allora di tentare la fortuna presso la 'Rosticceria cinese' che ho visto una settimana fa qui vicino passando in macchina.

E la macchina ce la pianto davanti, e con tutti i lampeggianti accesi, entrando dentro. Cado come Alice nel buco in uno dei miei film: la ragazza è bella e sciatta e mi guarda strana, il titolare ha i baffetti da mafioso, è giovane, attaccato alla cassa. Due soli clienti davanti a un tavolo lungo. Niente e nessun bancone. Chiedo dove sta il cibo. Mi dicono che lo preparano al momento e lui mi porge una delle loro infinite liste. Non ho bisogno di guardare, sono, come ho già detto, un'abitudinaria e ho un menu standard. Ordino pollo al limone e riso bianco.

Aspetto. Sono invasa dall'odore del fritto, mi metto sulla soglia con la scusa della macchina per non impregnarmi il giubbotto, mi viene l'idea di scappare, penso che il loro cibo sarà immangiabile, in dieci minuti secchi mi si affaccia, guidato dall'olfatto, un mondo di memorie, i viaggi, i ristoranti cinesi frequentati, la mania del lemon chicken, come dicevo i film asiatici, un ristorante c'è sempre, lavorano tutti ininterrottamente, in qualunque momento entri ti guardano male ma ti danno da mangiare, la cena di capodanno alle sette di sera ma già con i fuochi sullo sfondo a Shanghai, le volte infinite di Londra, San Francisco poco distante dalla baia, il ragazzo che, dalla cucina, si è portato il cibo in sala, lappa la ciotola come un animale, i due avventori chiedono una forchetta, io che spero in una telefonata liberatoria, la mia macchina (blu) che lampeggia nella notte, il proprietario è uscito sul marciapiede e prende una boccata d'aria.

Sbircio la cucina, arrivano colpi secchi e abili di coltello, il cuoco indossa un grembiule lungo e sporco, mi riempio di TOC, penso di pagare e di buttare tutto al cassonetto.

La ragazza viene da me e mi porge, per una cifra ridicola, due vaschette bollenti.

Pago e esco, sollevata. Appoggio in terra, vicino al mio sedile, la busta, un'intercapedine di fortuna con il pavimento, certo non permetterò che una cena di emergenza rovini la tappezzeria.

Garage, due chiacchiere rituali con Daniel che è di turno, scarico la solita quintalata di libri e il mio pacchetto, ringrazio, auguro la buonasera. 

La notte di fine settembre è tiepida e immobile.

Casa, cucina, un'apparecchiatura minima. Il riso, avevo intuito giusto, è fetido. Una serata che va storta, penso già al pane e cioccolato.

Ma no, il pollo, oh, il pollo, è ottimo, ci trovo sopra, in un bicchierino di plastica, il succo del limone caramellato che io non sono mai riuscita a confezionare, i pezzi sono perfetti, sapientemente tagliati, ciascuno avvolto nel suo abito croccante di pasta, perfettamente compatti e amalgamati a un tempo, non c'è nemmeno bisogno di scaldarli, la vaschetta ha mantenuto le sue promesse.

Sera di primo autunno a Roma, ricordi in contraddizione della Cina, sporco che più sporco non si può e, sullo sfondo, l'evidenza di una delle cucine più raffinate che abbia gustato in vita mia, la testa piena dei film che amo, la certezza che l'esistenza stia anche altrove, un universo chiuso nel riso buttato al secchio e nel pollo al limone festeggiato come manna piovuta dal cielo, come un cibo incontrato, in una contingenza fortunata, in rosticceria.   

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71. L'arte in cucina e la scienza di mangiar bene

Pellegrino Artusi (1820-1911)

Hélène Darroze (1967)

Uovo sodo

(Dedico questa puntata di Opera Soap alla nostra Segretaria Valeria Reali: intelligente, paziente, ottima organizzatrice, puntuale, sempre presente, tutto tiene, mette in relazione, controlla, riordina e ricorda. Le devo l'emozione di aver visto la sua edizione storica dell'Artusi, che era di sua madre e che lei ha ricevuto in eredità. Sapendone approfittare perché, fra l'altro, lei cucina anche bene, sperimenta, realizza e, generosamente, offre. Grazie e buon lavoro per questo anno 2008-2009).

Non mi piace cucinare.

Però non cucino male, anzi. Sono precisa, uso solo ingredienti di prima qualità, sono molto attenta alla tavola, da me si beve bene, si mangia pulito e accurato. Metto da parte anche parecchie ricette, ma per piatti che non richiedono mai più di 10 minuti di preparazione. Ma non è vero che mi manchi il tempo, quella che mi manca è la fantasia.

E, soprattutto, detesto sporcare la cucina. E a cucinare si sporca e ci si sporca. Lo sa bene Hélène Darroze, unica donna due stelle Michelin, che, fino a che non è stata costretta da un amico che teneva alla sua reputazione, si è rifiutata di uscire in sala a salutare i clienti perché le seccava farlo con il grembiule pieno di macchie e la faccia lucida per il sudore. E non lo sa Catherine Zeta Jones, che in Sapori e dissapori (No Reservations, Scott Hicks, USA 2007) fa la cuoca in un ristorante trendy a Manhattan sempre abbigliata di camici immacolati che bastano da soli a far capire quanto il film sia insipido e farlocco.

A conferma, comunque, del mio esistente rapporto con i fornelli vi offro una delle mie ricette preferite e vi ricordo che saper cuocere (almeno) un uovo è una faccenda maledettamente complicata, visto che il tuorlo e l'albume non marciano nella vita a passi uguali, il primo comincia a coagulare a 68 °C e il secondo a 65 °C (come faccio a saperlo? L'ho letto in uno dei miei formidabili libri di cucina), perciò un savoir-faire nemmeno troppo minimo è richiesto.

Uovo sodo alla Opera Soap:

Ingredienti per 2 persone: 2 uova, una pentolina di acqua. Portate l'acqua nella pentola a una temperatura che definiamo frémissante (scordatevi le bolle grosse della cottura degli spaghetti); mettete le uova a cuocere deponendole con delicatezza; lasciate cuocere per 6 mn (calcolate il tempo con un timer e non a occhio, siate scientifici); scolate le uova e rinfrescatele sotto l'acqua corrente; sgusciatele con attenzione estrema, non sono di coccio, sono sode, cioè recano in sé l'idea della morbida compattezza. Servite immediatamente con un contorno di insalata, accompagnando con pane fresco e burro demi sel finissimo. Se volete anche un suggerimento sul vino, ricordatevi del carpe diem e aprite quella famosa bottiglia di champagne che avete in frigo.  

(Per ricette più complesse rivolgetevi a Valeria. Buon appetito).     

Risposta di Valeria alla puntata a lei dedicata.

''...Visto che per le ricette più complicate Opera Soap deve rivolgersi a me, ti propongo l'uovo alla coque.

Potrebbe sembrare facile infatti, prepararlo, ma questo piatto, che prediligo soprattutto per una cena  domenicale col pane da intingere nel tuorlo, all'inizio ha rappresentato per me serie difficoltà, perchè richiede quel tanto di attenzione e di cura per essere preparato nel modo 'giusto'. 

Nell'Artusi appunto, ho trovato le coordinate giuste per ottenerlo.

Le uova a bere, così le chiama lui, vanno fatte bollire due minuti, cominciando a contare dal momento in cui vanno gettate nell'acqua bollente; due - tre minuti in più di cottura, e si ottengono uova bazzotte. In entrambi i casi, appena tolte dal fuoco, vanno messe in acqua fredda.'' (mail del 6 ottobre 2008)

 

Se ci leggete per la prima volta e state pensando di essere in un blog di cucina minimalista, avete ragione, almeno parzialmente. L'arte, infatti, è anche questo.

Ancora un augurio di buon appetito.

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72. Quanti piatti sporchi da lavare

Giacomo Puccini (1858-1924)

Rirkrit Tiravanjia, Triennale di Milano, 2001

Giorgio Morandi, Natura morta, 1956

Mentre sento con un orecchio a Radio 3 una Bohème niente male registrata dalla Scala e con un dito chiacchiero con il mio conduttore preferito, leggiucchio Francesco Bonami Lo potevo fare anch'io. Perché l'arte contemporanea è davvero arte.

Il libro è stato fatto di fretta, si intuisce spesso, ma con il cuore. Al capitolo 'Il ristorarte' si addenta l'osso succoso del cibo consumato esteticamente. E, dopo Daniel Spoerri, che sparecchiava incollando 'ogni mollica di pane, ogni bucatino avanzato, ogni patatina smangiucchiata, ogni bicchiere, ogni posata sulla tovaglia, che a sua volta veniva incollata al tavolo e poi appesa come un quadro alla parete', passo al tailandese Rirkrit Tiravanjia (quando ci vediamo vi dico come si pronuncia) che organizza una mostra in cui l'opera d'arte è lui che cucina per i visitatori che, seduti a mangiare il suo cibo, diventano sculture viventi.

L'arte, giustamente, è, come il mangiare, considerata un grande punto di incontro.

I piatti sporchi di Tiravanjia non si devono nemmeno lavare perché l'artista li riutilizza, così come sono, in assemblage che il gallerista mette in vendita il giorno seguente.

Un po' come il nostro Morandi, ci ricorda Bonami, che spiava le sorelle nella cucina per sottrarre loro le bottiglie usate prima che finissero al secchio.

Casi, estremi, di recupero affettuoso del domestico e del conviviale, un'alternativa alla frenesia del mondo, che tutto pulisce mettendolo in lavastoviglie.

Vado a sentire 'Sono andati? Fingevo di dormire', pronta a sciogliermi, come sempre, in pianto.

Devo a Bonami l'idea che fare piazza pulita in cucina sia imperdonabile per un appassionato d'arte e al mio conduttore preferito quella che Mimì, che si fa il pranzo da se stessa, sia una donna molto simpatica perché incline al tradimento facile, che la porta fuori da casa, lasciando oltre la soglia, chiusa da quella chiave che al buio non si trova, pochi piatti sporchi da lavare, lasciati lì come in una natura morta accanto 'ai gigli e rose' che ricama in attesa che venga lo sgelo quando, finalmente, tisi permettendo, il primo sole sarà suo.

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73. L'undicesimo comandamento

Oscar Wilde (1854-1900)

Fantasma, non solo di Canterville

Lilo Raymond, Il letto disfatto

Che cosa pensate di Oscar Wilde? Io, tutto il bene possibile. Lo leggo, lo ammiro, cerco di ispirarmi a lui quando posso, sono andata con commozione a raccogliermi sulla sua tomba al Père Lachaise e una volta ho avuto anche il privilegio, a Londra, di dormire all'Hotel Cagodan nella 'sua' stanza, quella dove lui soggiornò l'ultima volta prima di essere arrestato per la vicenda di lord Alfred Douglas, terzo figlio del marchese di Queensberry, bello, elegante, di antica nobiltà, che aveva infiammato il suo cuore e lo aveva dannato.

A vedere il 21enne Bosie, così lord Douglas veniva chiamato nell'intimità, si capisce perchè Wilde ci abbia perso la testa. Aggiungete che era diabolicamente capriccioso e corrotto e che, si dice, aveva la pelle morbida come quella di un guanto da donna. Se volete saperne di più, procuratevi il numero 14 hors-série de 'Le Magazine Littéraire', agosto-settembre 2008 dedicato a La passion e verrete a conoscenza di come, per dirla con Baudelaire, forse sia dolce essere alternativamente vittima e carnefice (Il mio cuore messo a nudo, III). Perché in quella coppia era proprio quello che succedeva.    

Ma lasciamo perdere il lato tragico del dandy. E occupiamoci di quello allegro.

Vi ricordate il fantasma che infestava (infestava!?) il Castello di Canterville, quello acquistato dalla famiglia degli Otis? Vi ricordate la sua fatica di esistere, quel suo proporsi sempre più spettrale come genius loci davanti ad americani pragmatici che gli offrivano l'olio lubrificante per le catene?

Questa novella è stata la mia prima lettura in inglese, per cui ci sono molto affezionata per motivi molteplici. Ricordo benissimo l'impressione di avventura e di scoperta, la singolarità dell'edizione, il gusto, poco per volta, di capire la trama.

Il fantasma di Canterville sta qui, però, per via di una macchia. Quella che lui ripassava accuratamente tutte le notti perché terrorizzasse i suoi ospiti, con il risultato di vedersi consigliare l'ultimo smacchiatore uscito sul mercato, che faceva il paio con la medicina per la pancia, quella proposta dagli Otis per calmare i dolori che, secondo loro, avevano provocato il grido sovrumano che lui si era industriato a emettere, sempre con lo scopo di cacciare gli intrusi.

Bene. Per un po' ho pensato che lo spettro di cui sopra si fosse trasferito dalle mie parti.

Già da me ci stanno i mazzamurelli, sapete, quei folletti che abitano le case e rendono più vivace la vita dei loro ospiti. A Roma c'è anche un vicolo a loro intitolato ed è bellissima la storiella della vecchia che, non potendone più dei loro dispetti, fa fagotto e trasloca e della comare che la incontra per strada e le chiede: 'Dove vai?' e ottiene la risposta dal mazzamurello nascosto fra gli stracci che, tutto eccitato e con la vocetta stridula, le risponde: 'Non lo vedi? Cambiamo casa!'.

I miei mazzamurelli sono degli intellettuali: essi colloquiano con me attraverso i libri.

Li spostano, li nascondono, li buttano sul pavimento. L'ultimo botto c'è stato pochi giorni fa alle 4 del mattino; è caduto con un rumore d'inferno un mucchietto di taccuini e piccoli cataloghi che sta nella libreria all'ingresso. Da uno di essi era uscito il volantino 'The Family Day' della Serpentine Gallery. Io stavo sognando un sogno di famiglia. Mi sono alzata convinta di trovarmi davanti l'uomo nero e invece era un saluto loro, e pure bello sonante.

Per non parlare di quando, indecisa se andare o no a prendere una persona all'aeroporto, al solito colpo seguì il ritrovamento a terra del Concorde di Wolfgang Tillmans, il libro tutto dedicato alle foto scattate all'aereo più bello di ogni tempo dal mio fotografo preferito. Oppure di quando, nel 2003, il giorno della morte di Guido Crepax, ricevetti via sms la notizia, andai in soggiorno e trovai aperto sul tavolo uno dei suoi fumetti, per la precisione quello con la dedica che mi aveva fatto quando ero andata a intervistarlo a Milano per la mia tesi di Perfezionamento.

I mazzamurelli, fra l'altro, mi lasciano continuamente messaggi anche tramite matita, nel senso che mostrano e nascondono, secondo la circostanza, quella con la quale ho deciso di scrivere quel giorno o di tenere in mano facendo lezione (oggetto importantissimo in quella circostanza, perché se non ho in pugno quella giusta, le parole non mi escono fuori con la fluidità e il vigore che servono. E 'loro' lo sanno).  

(Sono una donna razionale, lucida, con i piedi ben piantati per terra, figlia della Rivoluzione francese e dei Lumi tutti, però a casa ho i mazzamurelli, che volete farci).

Insomma, dicevo che ho pensato per un po' che il fantasma di Canterville avesse fatto cordata con i miei folletti . Questo perché comparivano sulle mie lenzuola, sulle federe e sugli asciugamani di lino delle stranissime macchie nere, tutte allineate a intervalli regolari.

Il primo pensiero è andato alla vicina di sopra, che è una donna distratta, e ho pensato che avesse steso un bucato scuro non centrifugato. Ho rilavato le lenzuola ma le macchie sono rimaste. Allora ho portato tutto in lavanderia dove la titolare mi ha detto che erano 'i ferri'. 'Ma come - ho risposto io - li ho appena cambiati'. Lei ha insistito e mi ha fatto vedere che con il getto di vapore (del 'suo' vapore, quello che usciva dal 'suo' ferro; e lei lo chiama getto e non macchina da guerra) la macchia si scioglieva e che questo confermava la sua teoria.

Siccome mi ero seccata di perdere tempo dietro alle lenzuola, l'ho incaricata di lavare e stirare tutto.

Diciamocelo chiaramente: non si può dormire in lenzuola non stirate o stirate male. Questo nonostante conosca molta gente che mi guarda in tralice quando lo sostengo, perché da parte sua, invece, le lenzuola non le stira, si limita a tirarle con la mano stendendole e mi dice pure che vengono benissimo e che non c'è differenza.

Balle.

Perseguito la mia colf perché mi faccia la reversina a piombo, lei esegue con pazienza ma credo che si secchi, se non altro a giudicare dal gusto con cui mi ha raccontato che al paese non ha stirato nemmeno un lenzuolo e che ha ugualmente dormito bene tutto il mese di agosto.

Fatti suoi. Da me la regola è ferrea e pure confortata da bibliografia.

Rita Konig nel suo delizioso Domestic Bliss, un libro mortificato nell'edizione italiana recente che ho visto in giro laddove quella inglese originale ha una copertina glossy rossa che gli ha dato il diritto di stare esposto e non allineato con gli altri nella libreria del mio ingresso per un paio di anni, sostiene che il suo lusso consiste nel mandare in lavanderia le lenzuola e che quando si sente 'financially anorexic' pensa subito dopo che non si può tagliare su tutto e che 'a couple of luxuries' bisogna pur concedersele.

E ho pensato che avesse proprio ragione il giorno che sono andata a riprendermi il mio letto, a casa ho aperto il pacco e dentro ho visto, tirate, toste e bianche come marmo, le mie lenzuola fatte professionalmente per la cifra di una cena in trattoria.

Quella notte dormii come la principessa dopo che le avevano tolto il pisello da sotto il settimo materasso.

E che la colf fosse gelosa della stiratura lo capii dal suo criticare il giorno dopo l'odore di troppo pulito che c'era intorno.

Le macchie ricomparvero nonostante tutto. I ferri, passati tutti i giorni con l'heavy duty e l'acqua bollente, continuavano a produrre secrezioni e la cosa più strana è che esse apparivano a scoppio ritardato, come se fossero state impresse dal fantasma con l'inchiostro simpatico.

Un martedì che lavoravo alla mia scrivania e la colf stirava nel soggiorno, sento a un certo punto uno strillo. Penso, ecco lì, si sono fatti vivi pure con lei i mazzamurelli. 'E' il ferro!' diceva la voce eccitata dalla scoperta. Pensavo: 'Sì, appunto, sono due mesi che lo sappiamo, mica è il caso di gridarlo'.

Vado a vedere e ascolto questa surreale narrazione: stirando, ovviamente per strisce dritte e regolari, il ferro perde una goccia di acqua scura e ci passa sopra, producendo l'impressione di una sindone da filo del bucato (rileggete l'espressione precedente, è venuta carina).

Ecco perché le macchie apparivano dopo la stiratura, 'il ferro' e non 'i ferri' ne erano la causa.

Trionfo della colf. Mio disappunto. Cioè, contenta di essere arrivata a una soluzione del mistero ma chiarisco che 'il ferro' è una macchina a vapore di dimensioni e peso non indifferenti, per cui ogni riparazione comporta lo spostamento di 20 kg fino al bagagliaio della macchina e da lì al laboratorio. Il tutto senza che nemmeno un mazzamurello si dia la pena di allungare una mano per facilitare il trasporto.

Morale della favola. A qualunque prezzo, sotto qualunque latitudine, contro ogni destino avverso, ubbidite all'undicesimo comandamento, quello che (capisco che lo veniate a sapere solo oggi ma ogni viaggio comincia con un primo passo) dice a chiare lettere: 'Stiratevi le lenzuola'. E, se proprio non avete voglia di farlo, portatele in lavanderia.

 

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74. L'arte di nascondere la spazzatura sotto il tappeto

La radio

Come ho già detto in un paio di puntate precedenti, a Radio 3 rispondono agli sms.

L'altra sera, mentre era in carica il mio conduttore preferito e chiacchierava un po' a fatica con uno dei più mediocri attori italiani, uno di quelli che peggio rappresentano la nostra gioventù, gli scrivo: 'X è una delle tragedie più tragiche del cinema italiano. Compia un atto eroico e glielo dica in faccia'.

Dopo due secondi mi arriva un messaggio: 'Io faccio un atto eroico e poi vengo a cena tutte le sere da Lei?'.

(Per me va bene, gli preparo le uova sode della puntata n°72).

Considerando che conduceva la trasmissione, buttava un occhio agli sms, guardava l'orologio e sosteneva pure l'attore, che talento.

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75. Pulire subito, pulire tutto

Tazzina di caffè

Confezione di snack

Trovato in internet mentre cercavo un distributore di caffè e snack per i nostri Soci nell'intervallo delle lezioni alla sala Caravaggio:

'Quello che ci contraddistingue maggiormente è l'EFFICIENZA e la qualità del SERVIZIO D'ASSISTENZA: i nostri dipendenti oltre alla manutenzione ordinaria giornaliera (che prevede il rifornimento...ed una pulizia accurata delle macchine), sono in grado di effettuare...gli interventi tecnici...evitando quindi di derogare...ad altre persone...'

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Realizzazione PanPot / Carlo Di Giugno