Opera Soap

 
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76. Le jour de gloire (est arrivé)

Mary Poppins, la colf che tutti vorremmo avere

La colf che, nel migliore dei casi, abbiamo

Ci siamo. Peccato stare 'qua' e non 'là' e non avere le antenne, quelle per la tv, intendo dire. (Le altre, quelle per le cose che mi interessano e sento, ci stanno, eccome, basta drizzarle).

Giovedì 9 ottobre 2008, cioè oggi, alle 23:05 (questi giornali che danno le notizie che mi interessano arrivano da noi sempre con un colpevole ritardo), France 2 manda in onda un documentario dal titolo 'Profession femme de ménage', praticamente il nostro programma televisivo di riferimento.

L'autore, François Chilowicz, ha contattato 300 femmes de ménage e se ne è trovate solo 10 pronte a testimoniare per lui.

Conosciamo allora Régine Van Hove che, quando dice durante una cena di essere 'femme de ménage', si rende conto che 'un ange passe' (e quando gli angeli passano, fanno una caciara d'inferno, guardateli con tutte le piume che hanno addosso e che i nostri pittori non tralasciano di dipingere).

Per ovviare al disappunto il marito di Régine suggerisce di sostituire 'femme de ménage' con la locuzione 'faire du menagement', insomma qualcosa con un contatto con quelli che tutto decidono e organizzano (in fondo è vero).

Régine ha lavorato nel sociale e parla, ora, del 'piacere della sottomissione' che le procura il suo impiego. Esalta la 'sensualità della stiratura', afferma di 'prendre son pied' (il mio dizionario traduce: trovarsi su terra ferma) quando si inginocchia davanti alle toilettes, sostiene che occuparsi della biancheria sia 'un privilegio, un onore'.

Insomma: una cosa complessa, sfuggente, in cui chi dà e chi riceve prestazioni  si lega di un rapporto intimo e profondo e, come in tutti i casi in cui il lavoro lascia un segno, la ripercussione sulla vita non è mai raccontata a sufficienza.

Ciò che più mi interessa è il riferimento all'arte contemporanea che propone il giornalista: Régine ama Sophie Calle, artista da me prediletta, e Catherine Millet, storico dell'arte noto per le confessioni relative alla sua vita sessuale e ai sentimenti di gelosia che ha scatenato in lei ciò che definiremmo il pan reso per la focaccia.

Chapeau!

Se penso alla mia colf, che maneggia continuamente libri di arte, organizza decine di fogli sparsi con appunti, raddrizza 10.000 diapositive 2 volte a settimana, sposta cataloghi, passa con lo straccio l'ultimo dossier, rettifica file infinite di libri e sposta da una stanza all'altra le mie cartelle, il tutto senza entrare mai, dico mai, nella partita, ovvero, senza mai diventare 'amatrice' di arte, ecco che i dubbi sulla televisione italiana (che io, comunque, non vedo da un pezzo e di cui non sento la mancanza) aumentano in modo esponenziale.

Fosse colpa del piccolo schermo l'impossibilità di immaginare - da noi - una vita differente, di elaborare sul concreto il fantastico, di farsi film sulle copertine dei libri, di uscire, insomma, dal contingente per volare verso l'assoluto e cominciare a prenderci gusto?

Un peccato in più, e pure capitale. Tale e quale al mio, a quello che stasera pesa sulla mia coscienza per essere davanti al mio computer a Roma e non davanti a una televisione a Parigi e non potervi raccontare nei dettagli come si possa pulire una stanza da bagno in devozione, occuparsi della biancheria toccando il profondo, attaccare il ferro da stiro sentendosi una bomba, fare, in una parola, delle operazioni di pulizia, oltre che, beninteso, una missione, sempre e comunque un'opera d'arte.

 

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77. Fiat lux

Giovanni Bellini, Cristo morto fra Maria e Giovanni, 1450 (il mio Bellini preferito) www.accademiacarrara.bergamo.it

Giovanni Bellini, Pala Pesaro, 1474, completata dalla cimasa per l'occasione

Lampada da speleologo indispensabile per la visita alla mostra di Bellini alle Scuderie del Quirinale www.scalve.it

Il mio amato professore di greco del liceo, allievo del grande Gennaro Perrotta, prima di iniziare una lezione si lisciava i bordi della giacca dell'abito blu, controllava se l'allacciatura dei bottoni era a posto, si raccoglieva, congiungeva le mani e diceva a voce alta e chiara: 'Gesù, fate luce'. Tralascio le reazioni di alcuni adolescenti cretini che erano in aula. Io, da parte mia, lo tenevo fra i miei prediletti e, di botto e di riflesso, mi illuminavo.

Quando entrerete alle Scuderie del Quirinale qui a Roma per vedere la mostra di Giovanni Bellini vi troverete, appena salito il nobile scalone, quasi in un cinema a spettacolo iniziato: buio completo e solo le opere rilucenti. Dico 'quasi' perché al cinema rimangono accesi almeno alcuni spot o led (come vi pare, ma tu guarda che razza di nomi si usano oggi per indicare le lucette, starebbero meglio a due pesci rossi), cosa che vi dà la possibilità di non ammazzarvi sui gradini o di infilare con qualche disinvoltura la porta del bagno.

(Un paio di volte in vita mia, nonostante spot e led, ho fatto la gaffe di sedermi in braccio a un signore invece che sulla poltrona libera a fianco e la seconda di esse mi è anche sembrato, almeno dalla bella stretta vigorosa che ho sentito intorno ai fianchi, che il tipo non si fosse dispiaciuto. Per un attimo ero diventata Isabelle Adjani quando fa la Regina Margot e, mascherata e al buio, si butta su uno sconosciuto per la strada senza nemmeno doversi fare un film per giustificarsi).

Da Bellini manco un faretto di orientamento.

L'unico cartello didattico è da basso ed è una cronologia piena di numeri e fatti. Per cui alla ottava riga uno pensa: 'Sì, va bene, me lo guardo quando scendo' e se lo dimentica. Nelle sale di scritto ci sono solo le didascalie delle opere. In compenso vi danno uno di quei cataloghini che sono stati l'idea migliore del Quirinale degli ultimi anni, una sintesi critica quasi sempre ben fatta dei lavori esposti, raccontati per sezioni. Approfitto di Opera Soap per ringraziare colui che ha avuto l'idea e per fargli sapere che nel mio studio c'è una scatola rossa in bella mostra con l'etichetta 'Cose piccine' nella quale questi gingilli sono raccolti. E spesso riesumati per un ripasso, se gli fa piacere saperlo.

Da Bellini vi consegnano il libretto ma è impossibile leggerlo. Bisogna ficcarsi a forza sotto le opere perché è lì l'unica fonte di luce. 'Sotto' le opere ma dovrei dire 'dentro' perché molti dei dipinti stanno ficcati a loro volta dentro loculi rosso bordeaux, cioè scuro, profondi un braccio, secondo la trovata di Luca Ronconi per Sebastiano del Piombo a Palazzo Venezia qui a Roma questo medesimo anno. Lì, a essere sinceri, il braccio superava il metro, per cui la visione era quella del basso napoletano, uno si sporge e, invece della vajassa che prepara i maccheroni per il pranzo, vede un ritratto, un santo o un guerriero.

A parte la tentazione (legittima per l'amatore) di avvicinarsi quanto più possibile all'opera e di trovarsi come risultato con la testa dentro il sacco, l'altro guaio è quello dell'impossibilità di vedere tutto con un unico colpo d'occhio, di fare, per esempio, una di quelle cose di cui abbonda la storia dell'arte, ovvero uno studio per paragone: lì due quadri stanno accostati ma ciascuno nel suo colombario, per cui ne puoi guardare uno alla volta e ti saluto confronto.

E non oso nemmeno pensare a una visita guidata, che necessita per il docente di orientamento e capacità di valutazione dei tempi e dello spazio e per il suo pubblico di un'area di ascolto nella quale è sacrosanto il contatto dello sguardo. Lì faremo al buio pure quella, un visitatore ne pesterà un altro e si sprecheranno gli urtoni. (Devo preparami a sacramentare in veneziano, ci tengo a curare le professione nei minimi dettagli).

I tempi soni bui e i curatori si sono presi la briga di ricordarcelo. Sono, oltretutto, autorità assolute in materia belliniana, hanno messo insieme un numero di opere impressionante, hanno fatto, e si vede, un enorme lavoro. Poi, però, si è accesa la lampadina nella loro mente e hanno pensato di lasciare gli spettatori all'oscuro di quello che succede a venti centimetri di distanza.

Al piano superiore le luci ci sono. O meglio, ci sarebbero, visto che stanno lì fissi i grappoli di fari utilizzati di solito per le esposizioni. Ma devono rimanere rigorosamente spenti, come mi ha detto rintuzzandomi la signorina in divisa alla quale avevo fatto la proposta di compiere un atto dadaista e di accenderli tutti.

Mettete in soprassoldo alla faccenda delle luci quella dei vetri, in alcuni casi già sporchi, che proteggono parecchie delle opere. E se sommate il vetro al loculo, come siete costretti a fare, per esempio, per il Battesimo di Cristo della chiesa di Santa Corona di Vicenza, avrete quell'effetto ben noto in fisica delle due forze (a noi) avverse che si aggiungono una all'altra con risultati che generano sconforto.

Nonostante tutto Bellini è magnifico: secco e mantegnesco agli esordi, poi morbido, emozionato, avvolgente, mena fendenti innovativi fino all'ultimo giorno, intreccia dialoghi sapienti con Antonello, anticipa Giorgione, secondo me è il pittore che meglio di tutti ha raccontato lo strazio di fronte al Cristo dolente, quel Cristo che, instancabilmente, ha ritratto smagrito, ossuto, mostrato come un'ostensione da angeli bambini con l'affanno, quel Cristo che avrebbero dovuto disturbare i curatori della mostra prima di mettere mano all'allestimento, perché facesse luce sui cataloghini, sui nostri piedi, sul Quirinale tutto e nelle loro menti.

  

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78. Cervelli

Alain Resnais, Coeurs, 2007

Cervello umano

(Il titolo di questa puntata è un omaggio anatomicamente trasversale a Alain Resnais e al suo Cuori. Semplice e complesso a un tempo, come tutte le cose che contano davvero, gli devo un paio di belle serate - un paio perché me lo sono gustata, vista la lunghezza, in più riprese - e l'enunciazione di un'idea che mi appartiene e che lui affida in una battuta al talento tutto in malinconia di Pierre Arditi: 'Sono come sono, che cosa si può essere a parte se stessi?')

Da ogni sessione di esami in Accademia esco più avvilita. La colpa è degli studenti, che hanno orizzonti che si restringono a vista d'occhio, preparazione inesistente e sempre meno talento e dei manuali, che pure loro non scherzano.

Do di solito una bibliografia nella quale compaiono anche testi che i ragazzi già hanno studiato alle superiori, sia perché un libro non si esaurisce e con esso, frequentandolo, si entra in sempre maggiore confidenza, sia per banali questioni di denari, che sempre contano. Ho così ogni volta una visione aggiornata delle novità editoriali di storia dell'arte, specie di sogliole sempre più sottili, divise per sezioni che faccio fatica a comprendere, piene di prerequisiti, obiettivi, unità, tomi e tabelle, con il testo che tende a scomparire in favore dell'immagine, quattro date e due nomi messi in croce con una quasi totale assenza di contorno.

Uno dei manuali che usavamo all'Università è ancora sul mio tavolo da lavoro ed ha allenato parecchi dei miei cavalli da battaglia: Mariastella Macchiarella Pastore, Lezioni di Storia dell'Arte, Libreria Editrice Raimondo di Latina. Nella narrazione che ti trasporta e ti culla, densissima di fatti e commenti, con un linguaggio preciso e cristallino nel quale non una sola parola è superflua, nella scansione cronologica degli argomenti di cui riconosco la geniale invenzione per starci sopra da più di trent'anni e non sempre con successo, in una fitta trama di cultura vissuta e divulgata si fanno largo a fatica fotografie in bianco e nero grandi come francobolli. Brutte, sgranate, qualcuna di fortuna (per esempio una cartolina delle torri di Bologna con sotto una scritta in corsivo anni '50), ricordo perfettamente come mi facevano sognare il mondo che avrei frequentato in futuro come storico dell'arte e anche quanto potere evocativo avevano se, in tutti e mille i casi, hanno preparato il terreno all'incontro mio e dell'opera, sul quale è avvenuto un riconoscimento intriso di riconoscenza.

Noi avevamo migliaia di pagine che, comunque, non bastavano mai a farci comprendere. Oggi il lavoro da fare è sintetizzato e ridotto e sfiora il nulla.

L'idea che mi infastidisce fino alla furia è che si debba risparmiare lo sforzo intellettuale e che il cervello sia come il sapone, che a forza di utilizzarlo si consuma, per cui, in un'ottica ecologica di sostegno, è meglio salvaguardarlo e tenerlo all'asciutto, ben al riparo da ogni tentazione: di dispendio di sè, emozioni eccessive, coinvolgimenti, in una parola, di passione.

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79. Le figurine di Opera Soap, 1 (La pupetta del mio sapone)

Sapone Primula e scatola con pupetta

Sapone alla primula Valobra, scatola regalo

Questo è il mio sapone preferito, in guardaroba ne ho una scorta di almeno 15 pezzi e sono capace di andare dall'altra parte della città per comprarlo.

La ditta Valobra è di Genova ed è antica, anno di fondazione 1903. Vuol dire che di persone ne ha lavate parecchie. La mia preferenza va al neutro extra al profumo di Primula, parte del fascino del quale sta nella confezione con la pupetta  più carina che ci sia sulla faccia della terra, un mazzo di fiori fra i capelli insieme al nastro, un altro fra le mani a decorare il telo da bagno che la copre a metà e si trascina a terra e al collo una collana con 3 ciondoli appesi: un ferro di cavallo, un quadrifoglio e un cornetto di corallo. Se vi diverte saperlo, la confezione nella scatola serigrafata di latta con 4 pezzi, sempre in bella mostra da Barnes & Noble e acquistabile on line, costa 64 $.

Metto un sapone nuovo in valigia ad ogni viaggio, l'apro e uso la velina che l'avvolge come deodorante per l'ambiente e la scatola come decorazione del bagno: ho visto la pupetta accordarsi ad ogni stile, addolcire il minimal radicale di alberghi di tendenza e sollevare le sorti di incerti angoli di provincia, con tutto si armonizza e tutto ingentilisce, subito l'estraneo si fa meno ostile e un profumo di casa si diffonde.

Bellezza giusta di una grafica che resiste al tempo, mistero del vintage mai passato di moda, motivo di riflessione per tutti coloro che usano lavarsi e lavandosi fare esercizio di gusto.

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80. Warning Artist at Work

Nicko Straniero

Nicko Straniero, Tokyonoid, 2007, carta fotografica fritta

Nicko Straniero, Costume per Urban Geisha

Ho conosciuto Nicko Straniero a Londra nel giugno scorso e siamo in un contatto epistolare frequente e caldo. A breve inaugureremo nella Galleria de Il sole al guinzaglio, qui sul sito, la sua stanza, dove sono già in parte collocate le sue opere che io ho visto in mostra, foto di dimensioni tutte uguali, 10 x 15, complesse, elegantissime, trasfigurate da un processo di lavorazione che mi sta rivelando, una delle cose, come gli ho detto, di sapore più contemporaneo che abbia visto negli ultimi anni. Nella Tenderpixel Gallery al numero 10 di Cecil Court, uno spazio di dimensioni raccolte, grintosissimo, le Phototoxins di Nicko Straniero mi hanno precipitata in un mondo a metà fra Blade Runner e Enki Bilal, dove le parole d'ordine che ci si scambiano sono possibilità di cominciare di nuovo, avventuraopportunità, il tutto in un mood malinconico e romantico.

Stiamo organizzando qualcosa, ci siamo incontrati anche sul piano del fare, nell'arte così importante. Per ora vi offro, come in un'anteprima e con il medesimo gusto, la ricetta segreta, tratta da una mail del 13 ottobre scorso, dei suoi lavori. Leggete con attenzione, godetevi il precipitare dei pensieri, il movimento incessante del progetto in marcia, l'energia creatrice che tutto travolge e che a tutto dà forma e senso.

Da parte mia confesso l'iniziale disorientamento dello storico dell'arte che ne ha scoperta una nuova di cui non sospettava l'esistenza (sto parlando della tecnica, ma anche dell'idea) e il leggero brivido che mi è corso lungo la schiena al pensiero di come un artista è capace di conciare la sua cucina quando frigge in padella le sue opere e, in assoluta disinvoltura, le mette ad asciugare sulla carta come facciamo noi con le patatine e di come il risultato, in entrambi i casi seppure con qualche differenza, faccia venire fame (anche di nutrimento intellettuale) solo a vedere l'artefice in azione e consoli di tutta la fatica e dell'heavy duty che ci vogliono dopo per pulire.

'...Le immagini che hanno queste caratteristiche sono successivamente selezionate, stampate su carta fotografica e sottoposte a diverse manipolazioni non-digitali. Prima fra tutte..la 'frittura'.. in padella.. con olio, aceto ect.. che, pur dandomi un certo livello di controllo, rimane comunque più incentrata nel creare degli effetti casuali sulle foto, micro esplosioni che arricchiscono la superficie di texture, particolari che spariscono, colori che cambiano ect. Questo processo non ha sempre successo, a volte l'immagine è troppo deteriorata e già non più interessante. In caso positivo la foto viene invece asciugata premendola tra fogli di giornale anche per settimane, in modo da eliminare l'olio che impregna la carta.
Una volta che la foto è appiattita e asciutta... inizia la fase di osservazione ed intervento. E' qui che, diciamo tramite 'tecnica mista', mi riapproprio dell'immagine, accentuandone o ricostruendo particolari, ma anche immaginandone di nuovi. Immagino di lavorare su uno spazio vero.. quasi un'installazione se non fosse per il chiaro fatto che siano delle foto nelle mie mani. E' l'istinto che a questo punto ha la meglio. Con fili di cotone, perforazioni, strappi, vinile colorato ect, l'immagine finale nasce poco a poco. Quando anche per me diventa impossibile capire la vera natura dell'immagine e la sua complessita' mi soddisfa..mi fermo ed osservo il risultato. Ci sono comunque foto sulla quali dopo la 'frittura' non applico assolutamente niente in quanto l'immagine è autosufficiente e non chiede altro.'.

Nicko Straniero è nato a Oristano, Sardegna, Italia, nel 1978. Ha vissuto a Berlino, Tokyo e in California e dal 2000 risiede a Londra, dove studia presso la Metropolitan University per conseguire la laurea in Fine Arts www.nickostraniero.com

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81. Mordendo la polvere

Margaret Horsfield, Biting the Dust, London 1997

Vicolo dei Mazzamurelli, Rione Trastevere, Roma

Stamattina me ne sono andata in centro in quest'ottobrata di bellezza impareggiabile. Dovevo ritirare alcuni libri che avevo ordinato alla libreria francese e inglese. In più ho trovato anche un paio di riviste. Sono rientrata con un'abbondanza tale di cose che ho fotografato tutto sul tavolo della cucina con il cellulare e ho dato al mucchio il titolo di Abbasso l'indigenza (certe volte non se ne può proprio più delle notizie sulla crisi finanziaria).

Fra i romanzi, l'imprenditoria femminile, il cinema e i manga il mio bottino comprendeva quella che diventerà la bibbia dei lettori di Opera Soap: Biting the Dust, ovvero Mordendo la polvere, di Margaret Horsfield (Londra, 1997), uno studio storico, sociale, letterario e psicologico di tutti gli anfratti del mondo di coloro che puliscono. Ricerche, interviste, riflessioni sui personaggi dei racconti, pubblicità, una bibliografia con tutti i sentimenti, divisione per capitoli ferrea, pochi disegnetti e pure sobri e un mazzetto di pagine centrali nelle quali compaiono le immagini che vanno da Florence Nightingale, fotografata nel 1891 con la cuffia e la nota che ricorda le sue raccomandazioni sulla pulizia, alla vignetta con la signora in abito lungo che netta il gabinetto versandoci dentro un barattolo di Gillett's Lye che promette di detergere tutto senza alcuno sforzo con un solo intervento a settimana e la didascalia che dice 'A Job You Can Do in Your Evening Gown' (personalmente dubito del metodo, del risultato e pure dell'abbigliamento) e si concludono, trionfanti, con un paio di impagabili foto di casalinghe '50 e '60 che fanno i mestieri abbigliate di tutto punto, una con i tacchi a spillo e l'altra in minigonna.

Insomma un libro per appassionati, cultori e specialisti.

Darò notizie in merito, oggi confesso di aver non poco faticato a mettermi a tavolino per faccende professionali con quel mucchio tentatore di cose da leggere e di aver resistito fino alla fine del pomeriggio prima di porre mano al testo biblico.

Vi interessa sapere come l'ho trovato? Facendo pulizia, ovviamente. Un mese fa, rimettendo in ordine le mie riviste inglesi di decorazione, tutte rigorosamente impilate all'ingresso e divise per annate, mentre mi perdevo dietro una copertina, un dettaglio trascurato, un articolo non letto e ripassavo con la spazzola, amorosamente, ciascuna di esse, un mazzamurello, che evidentemente stava da quelle parti, ne ha lanciata a terra una che si è aperta alla pagina della recensione della Horsfield.

Inutile aggiungere che non l'ho potuto ringraziare perché si era già eclissato per andare a fare dispetti da un'altra parte e che dopo non è accaduto più niente e che quello è stato l'unico numero che si è aperto da solo.

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82. Oggi meglio un uovo

Bianchina la Gallina

Casa per galline www.omlet.co.uk

Piero della Francesca, Sacra conversazione, 1472, part.

Trasecolo.

In un momento in cui i nostri giovani si lamentano perché non trovano lavoro (forse anche perché alcuni hanno voglia di fare poco e molti niente sanno fare), mi procuro un libro che elenca 'idee business' con concetti di impresa classificati per settore e modelli di società, esistenti in altri paesi, che sarebbe bene importare.

L'autore? Francese, è chiaro. Io con gli americani, in questo campo, non voglio avere a che fare. Troppo privi di cultura, per i miei gusti. E non parliamo degli italiani, tutti di riflesso.

Allora. Una dei servizi classificati per diventare imprenditori è quello della 'poule de luxe', ovvero della gallina dalle uova d'oro. Volete allevare la vostra chioccia? Ne siete sicuri? Avete pensato ai virus, alla febbre dei polli, alla pulizia del pollaio? Ai pasti? Omlet (non male, unisce il senso della frittata e della casa) ha il suo slogan: 'Con noi, allevare una gallina è facile come occuparsi di un pesce rosso'.

(Qui ho qualcosa da ridire. I pesci rossi non sono poi così light. Certo non sono gatti, dei quali ho parecchia esperienza, con tutte le fisime che li accompagnano, e il segreto, e la sensualità, l'eleganza, Baudelaire e la sterminata bibliografia di supporto. La più recente che ho letto è stata 'Per il vostro gatto da interno', dunque una specie di pianta. Però anche i pesci rossi richiedono attenzione: l'ultima volta che non mi hanno vista per 3 giorni li ho trovati tutti e due spiaccicati sul fondo della vasca in segno di protesta e, quando sono rientrata, hanno anche fatto finta di non vedermi. C'è voluto un analogo lasso di tempo, altri 3 giorni di calendario, perché i rapporti riprendessero. Moine, luce accesa giorno e notte, molliche di biscotti proposte a tutte le ore, preghiere, minacce di buttarli in uno stagno, ritorni, blandizie, carezze leggere sulle pinne e, alla fine, o, piuttosto, finalmente, eccoli di ritorno nella danza della prima colazione, tutti e due allineati come ussari in parata, verticali per poter emergere meglio, sanata la ferita affettiva, bollicine la sera per la buonanotte, movenze matissiane a tutto campo).

Ma torniamo alla chioccia.

Omlet si occupa di consumatori sensibili alla natura, al design e ai servizi. (Eccoci). In famiglia o 'célibataires' (in francese, vivaiddio, non ci sono single e il termine è usato anche da Sartre ne La Nausea per indicare il protagonista Antoine Roquentin e siamo al 1938, quindi in anni non sospetti, beninteso almeno per quanto riguarda speed date e altri circoli di caccia), è sufficiente possedere un giardino in periferia, un cortile o un balcone.

La società offre un pollaio design e un kit di servizi.

Ascoltate bene. Il pollaio Omlet non è una gabbia ma assomiglia piuttosto a un casco da scooter o all'ultimo Mac di Apple. E' proposto in cinque colori vivi (per la cronaca: rosa, arancio, rosso, verde e giallo. Come dire: questo non è un paese per i dark e per il loro gotico dell'anima. A quando un bel pollaio nero?), è un oggetto pratico e decorativo, tutto in plastica, di facile manutenzione. La lettiera è amovibile e si pulisce come quella di un gatto (d'interno, ci scommetto. Quelli d'esterno hanno altri orizzonti e altre lettiere) e per la sicurezza del volatile ci si attacca un 'tunnel grillagé' resistente alle volpi. (Non chiedetemi di che cosa si tratta, non lo so. Anche perché di volpi, sul mio balcone, non se ne vedono da tempo e, per me, l'argomento si può archiviare).

L'aggeggio è fornito con una serie di accessori: parasole e parapioggia, mangiatoia, contenitore per l'acqua, 10 scatole per uova, la guida del perfetto allevatore di polli e un sacco da 25 kg di grani biologici (un mese di alimentazione per due galline. Qui si esagera, non si era detto una?).

Ma non è tutto. Omlet fornisce volatili sani e vaccinati, e ve li porta pure a domicilio. C'è anche una formazione per i neofiti e un servizio di assistenza.

Il costo? 560 €. Poca roba, se si pensa al gusto dell'uovo fresco al mattino da ingoiare all'ostrica e del medesimo servito à la coque la sera ai visitatori. Per non parlare dell'omelette, quella che ammannisco io agli ospiti di riguardo quando ho voglia di stupirli con effetti speciali.

Mi confortano le note finali. La garanzia di sostituzione della gallina in caso di problemi (e se la famiglia o il célibataire ci si è affezionato, l'ha chiamata Bianchina, le gratta la testa la sera prima di addormentarsi e non se ne vuole separare? Probabile che Omlet abbia anche un consulente per l'elaborazione del lutto, formato alla soluzione del dramma) e la promessa di trovare presto un sistema per neutralizzare l'odore. Cosa che consentirebbe di offrirsi il lusso del pollo in appartamento, massima prospettiva per chi, in gruppo socialmente riconosciuto o solo, si sente incompreso dal suo entourage e desidera avere un interlocutore pulito e attento, l'occhio perennemente vigile, la sveglia all'alba, l'uovo pierfrancescano fresco deposto a comando, sempre caldo, pieno, ottimo per teste di intellettuali, simpatico a Colombo e anche facile da bere.

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83. Solo per te la mia canzone vola

Robert Rauschenberg, Bed, 1955, combine painting, New York, MoMA

Mamma Orsa e Orsacchiotto

La mamma (persona cui sono dedicati i versi che costituiscono il titolo di questa puntata tratti dalla canzone di Bixio-Cherubini del 1940. Poi non venitemi a dire che sono prevenuta nei confronti degli uomini italiani, con questi presupposti) dell'immenso Robert Rauschenberg, uno dei massimi artisti del XX secolo, inventore del New Dada e di parecchie altre cosette, morto nel maggio di questo anno 2008, sembra che non fosse del tutto contenta dell'idea che aveva avuto il figlio di cambiarsi il nome di battesimo, Milton Ernst, in quello di battaglia con il quale sarebbe passato alla storia.


Inoltre, come ci racconta in un articolo di introduzione alla mostra che sta per inaugurare al Madre di Napoli (Robert Rauschenberg, Travelling '70-'76) A. Barina sul solito Venerdì di Repubblica (comprato, come sapete, per via della posta del cuore di Natalia Aspesi), nutriva dubbi sul talento del figlio e quando lo andava a trovare e vedeva la sua opera Bed, un vero letto appeso verticale sul quale il colore è colato violento come il sangue in un efferato omicidio, insisteva perché fosse portato a lavare.

Pare che dicesse: 'Milton, non vorrai che qualcuno pensi che hai dormito in lenzuola così sporche'. 

Probabile anche che aggiungesse la frase che pronunciava la madre del mio amico Astolfo quando guardava il figlio più giovane, Tommy, un ragazzetto pieno di peli e di capelli che, anche tenendo conto dell'eccentricità dei tempi, faceva e diceva cose decisamente strambe: 'Ho partorito un mostro'.

Trattasi di un altro caso di amore unilaterale: da una parte lui che intona dichiarazioni che adombrano Edipo e tutta la tematica dell'incesto, dall'altra lei che si rende conto dell'errore commesso mettendo al mondo un artista. O qualcosa di simile, almeno aspirante tale.

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84. Avvisi ai naviganti

Angie David, foto Kate Barry

Neolaureato in autocandidatura

(Trovata una bottiglia, sottolineo piena, di Borgogna di cui avevo dimenticato l'esistenza. Mi è sembrato un segno. Apertala per celebrare la prima cosa che mi è venuta in mente, per esempio il nuovo blog de Il sole al guinzaglio, inaugurato ieri)

Sto leggendo Marilou sous la neige (il titolo è tratto da un brano di Serge Gainsbourg), primo romanzo di Angie David, singolare e diafana creatura che sta, molto elegantemente e da qualche tempo, nel mio pantheon.
Angie ha il nome di una delle più belle canzoni dei Rolling Stones ('With no loving in our souls and no money in our coats/ You cant say were satisfied'), ha giusto 30 anni, è nata in Nuova Caledonia e vive a Parigi, scrive molto bene, è particolarmente coltivata, ama la moda e ne riferisce con talento. E' una giovane donna della quale seguo con attenzione il percorso, la trovo molto moderna, ho letto la sua monumentale biografia di Dominique Aury (per intenderci, Madame Histoire d'O), frequento regolarmente il suo blog (www.leoscheer.com Le blog de Marilou) e ne traggo suggerimenti preziosi su libri, film, musica e anche ristoranti. Lei è l'incarnazione della mia teoria secondo la quale si comunica molto bene a prescindere dall'età, cioè l'alternativa a quella deviazione che io chiamo zero12, come i negozi di Benetton, secondo la quale i quattordicenni devono stare con i quattordicenni, i trentaduenni con i trentaduenni, i novantenni con i novantenni e gli infanti con gli infanti. Un incubo. Il mondo trasformato in asilo nido o Santa Galla, mi chiedo come si possa accettare di essere infilati in un ghetto senza nemmeno un moto di rivolta.

Marilou sous la neige è un'autobiografia. Detto così sembra precoce, 30 anni sono pochi, però vi assicuro che la materia non è indigente: incontri, serate, musica, feste, letture, film, frequentazioni, droghe, amori. Ce n'è abbastanza per andarsene subito in pensione vivendo di ricordi. Sono arrivata ai tentativi della giovane e ambiziosa ragazza, all'epoca ventiquattrenne, di entrare nell'editoria. Invia 'deux lettres de motivation' a una nascente casa editrice indipendente ('Pour faire genre'). Per farsi notare ha scelto buste rosse.
Seguirà l'incontro con l'editore Adrien (il nome lo ha preso in prestito dal film La Collectionneuse di Eric Rohmer. Titolo preferito da Angie/Marilou nel catalogo del grande regista: Les nuits de la pleine lune. Se vi interessa saperlo, lo vedo anch'io 4 volte al mese), l'ingresso come stagiaire, la relazione amorosa che nasce con lui eccetera. Come vi ho detto, sto leggendo e sono nel mezzo del racconto.

La cosa che mi dà da pensare è il tono diverso che adottano rispetto a Marilou coloro che inviano a me il loro curriculum perché sono alla ricerca di un lavoro. Ricevo parecchie mail quotidiane, quasi tutte hanno come oggetto la parola 'autocandidatura', il tono usato è burocratico e amministrativo (quando leggo 'Spett.le associazione' mi guardo intorno per vedere se per caso mi sono finalmente ricordata di comprare un estintore, per piccolo che sia in un appartamento ci vuole e poi di schiuma ne fa comunque tanta; quando poi arrivo a '...una Vs risposta' mi alzo e vado a mettere nella lista della spesa il lanciafiamme che ancora mi manca), nessuno si è degnato di dare un'occhiata approfondita al sito (strumento di comunicazione che, quando ero ragazza io e cercavo ingaggi, non esisteva come sistema di informazione), le competenze sono vaghe, l'offerta apodittica ('mi propongo per lezioni'), le attitudini sempre 'brillanti' (strano, in un mondo in cui due persone in ascensore fanno fatica a trovare una posizione in cui mettersi e a cena, se appena ci sono estranei, la conversazione si impasta, barcolla, cade a ogni piè sospinto).

Ieri, rientrando dalla lezioni, mi è anche toccato leggere una mail di una signorinetta che avevo invitato a venire in Associazione e che si era irritata perché non sono riuscita, per motivi contingenti, a darle retta. Io, al suo posto, sarei stata lì a guardare e sarei tornata all'attacco appena avessi annusato il cambio di vento, lei se ne è andata offesa come Maria Stuarda a un passo dal patibolo e mi ha raccontato con parole di fuoco il suo sdegno, definendomi anche anti-culturale, parola dadaista che mi ha fatto sorridere, per non averla accolta con gli onori che meritava. Mi sono scusata, che dovevo fare, l'ho ringraziata per la rivelazione e le ho promesso che avrei fatto un esame di coscienza.

Intanto ho deciso di non aprire mai più una mail di pretendenti fino a che, vedendola, non avrò un avviso dal mio istinto. Potrebbe avere un incipit migliore (Per esempio: 'Gentile Signora'), fare riferimento a qualcosa della professione, a una pubblicazione, un'esperienza di cui si è venuti a sapere, proporsi con più disponibilità e apertura.

Oppure potrebbe recare in allegato un sapone, una confezione di detersivo, un libretto di istruzioni per il lavaggio dei capi delicati, cioè citare, come farebbe uno che frequenta, almeno 3 puntate di Opera Soap, far vedere che si sa con chi si parla, che si prova simpatia, che si ha voglia di dare una mano a ripulire il mondo, anche dai neolaureati noiosi che si sdegnano ad attendere, che non hanno avuto l'idea di usare buste scarlatte, e che, soprattutto, dell'arte non hanno afferrato il senso di sostanza che ci libera dal male, dalla rispettabilità associativa e pure dalle autocandidature.

 

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85. Vivat Bacchus - semper vivat!

George Thill (1897-1984), il mio Werther preferito

Chasse-Spleen, guardate che bella etichetta

Frans Hals, The Merry Drinker, 1628-30

(Quelli che, come me, sono inclini al mood malinconico e alle pene d'amore hanno riconosciuto nel titolo di questa puntata l'incipit del canto di Johann e di Schmidt all'inizio del secondo atto del Werther di Massenet. Gli altri possono sempre ascoltarlo e, se pure fossero di umore tendente al bello stabile, avvicinarsi e rendersi conto di fino a dove lo strazio e l'eroismo di un'anima romantica possono arrivare). 

Sono nata a Roma e qui sono rimasta. Non l'avrei mai cambiata per una città di provincia, per le uniche due metropoli nelle quali mi stabilirei non va bene il mestiere che faccio e per la campagna è ancora troppo presto. Quando ci andrò traslocherò i pesci rossi (che gradiranno una vasca più grande), mi prenderò di nuovo un gatto e anche una capra. Ne ho conosciuta una qualche tempo fa che scondinzolava quando mi vedeva, si faceva grattare la testa fra i cornini e dava vigorose spallate a tutto il gregge perché la nostra relazione fosse esclusiva. Un caso di innamoramento estivo che ha cambiato il senso di tutto il soggiorno e mi ha costretta a partire con il cuore che in un guscio di noce ci sarebbe stato largo. Bordolina, questo è il nome che le avevo dato, entra di diritto in questa puntata perché stava vicino a Bordeaux e aveva intorno un paesaggio incantevole di vigne delle quali, peraltro, non sembrava troppo curarsi, occupata com'era a prendere dalle mie mani i ciuffi d'erba che sarebbero stati comunque nel prato a sua disposizione.

A Roma ho abitato in tre quartieri, poca roba di fronte ai nomadi perenni. Quello in cui sono al momento mi sta bene, anche se questa è una fase storica e esistenziale in cui, pur di non vedere e sentire, ho tendenza a vivere la casa come il castello con i coccodrilli nel fosso, tenendo in aggiunta anche il ponte levatoio alzato.

La cosa più bella da queste parti è la bottega di vini di Otello Altobelli, un gentiluomo che cura nei dettagli lo scrigno nel quale vengono a cercare tesori anche dall'altra parte della città.

Lì io commetto i miei peccati più mortali e faccio come fanno le donne con i negozi di scarpe: certe volte se ne tengono lontane perché poi quando ci stanno dentro fanno fatica a mantenere il controllo. Nei giorni di sobrietà mi affaccio alla porta con tutti e due i piedi sulla strada in segno di distacco, mando saluti tramite il ragazzo, agito la mano mentre imbocco la metropolitana.


Con il signor Altobelli parliamo di arte, viaggi e anche di manga, l'età non gli impedisce di partecipare alle mie scoperte, mi rimprovera se mi faccio incantare dai nomi e dalle etichette però poi mi mette da parte lo Chasse-Spleen (che lui stesso mi ha fatto conoscere), mi dà il permesso di toccare lo Château d'Yquem non solo con lo sguardo, mi ha concesso in prestito il suo motto lo champagne sta bene anche con la pasta e lenticchie, conosce i miei gusti a memoria, mi sceglie i bicchieri con competenza e una volta che gli ho chiesto perché non metteva la serranda elettrica mi ha dato una lezione di vita rispondendomi con orgoglio che il giorno che non fosse più stato in condizioni di fare quello sforzo (oppure di salire sulla scala), avrebbe chiuso il negozio. Indossa sempre le bretelle e un camice da lavoro color paglia che lo rende ancora più aristocratico e elegante e, se non ci sono clienti, sta seduto su uno sgabello storico che gli ho fatto promettere, quando se ne sarà stancato, di regalarmi.

Stamattina sono andata da lui e ho peccato senza nemmeno l'ombra di un pentimento. Mentre sfilava dallo scaffale una bottiglia mi sono resa conto che l'enoteca è l'unico posto al mondo (forse insieme al palcoscenico del teatro) in cui un po' di polvere non guasta, fa sentimento, atmosfera, allude alle tecniche di conservazione e all'invecchiamento, sembra un valore aggiunto alla qualità dello spettacolo offerto, tiene lontani i fantasmi della sterilizzazione, anche quella del gusto.

Sono fra coloro che guardano gli astemi con sospetto e non penso a correggermi perché credo di essere dalla parte della ragione. Ma per riconciliarmi con tutta la categoria invito gli analcolici a cambiare bibita e a venire con me a conoscere quello spazio, così piccolo eppure capace di contenere dentro il meglio del mondo, che si apre dopo la porta e l'unica vetrina, quelle sì pulite impeccabilmente e tenute sempre aggiornate e fresche.

L'Enoteca Altobelli è a Roma in viale Furio Camillo 10. Non c'è sito.

Non sono ancora riuscita a convincere il titolare a fregiarsi della tripla doppia v ma, visto il personaggio, incline a stare nella torre ma disposto da lì a guardare la modernità in modo bonario, non ho ancora perso tutte le speranze.    

 

 

 

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86. La strana coppia

Pesce rosso tipo Manga

Pesce rosso normale tipo Strip

Joseph Cornell, Hotel Eden, 1945

Ieri è morto Brick, il mio pesce rosso preferito. Credo che si fosse preso la Saprolegnosi, i sintomi erano quelli, aveva filamenti che gli decoravano le branchie e da 10 giorni non aveva più voglia di niente. Le mie ricerche in internet erano chiare e non offrivano vie di scampo. Ho provato con un disinfettante sciolto nell'acqua ma, dopo la cena sul medesimo tavolo e una mia assenza di 28 minuti causata da una telefonata, l'ho trovato che non respirava più sul fondo della vasca.

La sera è stata malinconica, inquieta la notte.

Stamattina sono uscita per tempo per andare a cercare un altro pesce. Strip célibataire non mi piaceva affatto, non c'era nulla di buono in quella sua solitudine, nemmeno il gusto, come mi aveva detto una volta un amico americano che era stato lasciato dalla compagna, di allargarsi nel letto e dormire diagonally.

Ho preso tempo, fatto un paio di commissioni prima di andare al negozio. Quando sono entrata ho salutato e ho detto che andavo alla vasca dei pesci. Mi hanno lasciata in pace.
15 minuti accucciata lì davanti a guardare le danze, gli incontri e gli scontri, gli scivolamenti progressivi. Ho osservato con attenzione. Fatica sprecata, perchè l'avevo già visto: rosso fuoco acceso come il cuore di un incendio, coda lunga almeno 4 centimetri, allure sontuosa ed elegante.

Il negozio di animali è uno dei posti più sporchi che ci siano sulla terra, non so se sia un luogo di tormento o di estasi, però la memoria di Joseph Cornell (1903-1972), artista fra i più affascinanti che abbia incontrato nella mia professione, quello, per intenderci, delle scatole costruite con frammenti di memoria, immagini, ritagli messi da parte, che ha iniziato la sua carriera esattamente da un pet shop e dalle sue suggestioni (posso capirlo. Abbondano), mi stava davanti.

Quando il tempo che mi ero imposta è trascorso (sono molto impaziente e cerco continuamente di sottopormi a controllo), ho chiamato perché qualcuno venisse a confezionarmi il pesce. Con € 2,50 si è conclusa la trattativa, certo non c'era un aggravio della pesante situazione finanziaria.

Strada percorsa con attenzione evitando i traumi.

Casa. Rituale di immersione del sacchetto nella vasca. Attesa di 15 minuti. Liberazione del pesce, cura a non mescolare le acque.

Completamente TOC ho spiegato a Strip che avevamo un ospite e li ho lasciati da soli a discutere gli spazi e i tempi dei pasti.
Tutta la giornata è stata vibratile, ansiosa, intenerita dalla nuova presenza. Cento volte ho lasciato la mia postazione di lavoro per vedere come andavano le cose, se respirava, se nuotava aprendo le pinne, se aveva toccato il cibo che avevo somministrato alla pariglia.

Eccola lì, assortita come da copione. Uno, il pesce più bello del mondo, se supererà la fase di acclimatazione si chiamerà Manga; l'altro, un pesce rosso normale, tendente all'arancio come una triglia pallida, la coda che, a confronto, sembra un mozzicone. Mi fanno venire in mente lo stallone e la capretta che vidi una volta in un maneggio: lei, piccina, gli stava fra le zampe; lui, con le narici fumanti (giuro), scalpitava ma non la urtava nemmeno per sbaglio.

Prima cena insieme, certo meglio dell'Ultima. Manga e Strip si danno botte con le pinne, scendono a raccogliere i residui di cibo, risalgono.

Darò notizie della strana coppia.

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87. United Colors, 1

Nash (gibbosa) del 1957

Jasper Johns, Three Flags, 1958

Citato da Alexandre Lacroix nell'editoriale del numero di novembre 2008 di 'Philosophie Magazine' a proposito della precisione dei romanzieri americani, anche di sesso femminile, nel descrivere la marca di automobile che guidano i loro personaggi, sintomo della tendenza al realismo e alla descrizione della civilisation matérielle che tutti manifestano di possedere e che finalizzano all'elaborazione dei miti nazionali:

'una Nash gibbosa del colore dell'acqua dei piatti quando non ha più bolle' (Joyce Carol Oates)
(Diciamocelo: un uomo non avrebbe mai pensato a un paragone di questo genere perché gli uomini mai guardano l'acqua dei piatti con qualche interesse, ammesso che ci si trovino con le mani dentro qualche volta in vita loro).

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88. Musica nuova in cucina

Fustino Bonux

Kool & the Gang, Still Kool, 2008

Album premi figurine Mira Lanza, 1969

(Se non avete la lavatrice in cucina ma in bagno o, beati!, in un locale apposito, questo titolo non è per voi. Mi scuso, ve ne dedicherò un altro appena possibile).

Geniale.
Per trovare una soluzione alla crisi del mercato del cd già Prince aveva pensato bene di distribuire gratuitamente il suo album Planet Earth con il supplemento domenicale del British Weekly Mail. Ora il gruppo disco-funk americano Kool & the Gang, fondato nel 1964 (praticamente un'istituzione) fa una cosa che ci piace di più e mette il suo ultimo disco, Stll Kool, nel fustino di detersivo Bonux della Procter & Gamble, che non cambia di prezzo e continua a essere venduto in Francia a 14,57 €.
L'idea mi sembra molto divertente, ero rimasta alle figurine Mira Lanza, messe da parte ordinatamente da mia madre, che le ripuliva dai residui di polvere profumata con accuratezza piemontese, e utilizzate per premi che non sembrano male nemmeno alla luce del consumo superiore che si fa oggi del mondo.

Niente a che vedere con la pratica attuale orrenda dei punti del supermercato, quelli che ti regalano gadget del tutto inutili e di nessuna qualità.

Sto pensando a un fascicolo di puntate di Opera Soap da distribuire free con saponi e detergenti vari.
Parola d'autore, fare il bucato non sarà più una corvée ma un simpatico momento di relax.

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89. Autolavaggio

Autolavaggio, cioè Lavanderia self service

My Beautiful Laundrette, Stephen Frears 1985

Le prime avvisaglie si sono avute venerdì all'alba. Decisa a lavarmi i blue jeans prima di partire per Firenze, per averli pronti da indossare al mio ritorno, quando vado a toglierli dalla lavatrice li trovo zuppi di acqua. Penso di aver premuto per sbaglio il pulsante 'delicati', controllo, inserisco un numero di giri superiore e avvio di nuovo la centrifuga. Medesimo risultato.

Li metto fuori perché non mi bagnino la casa (escludo la vasca, è nuova e il suo confine è invalicabile, soprattutto per i panni scuri). Me li dimentico. Mi concentro sul viaggio. Rientro domenica sera, moine infinite ai pesci rossi, avvio un bucato di biancheria bagno e cucina. Lì il quadro si è fatto chiaro e del tutto desolante: un asciugamano bagnato, un canovaccio a righine bianche e blu asciutto, viscido di detersivo dappertutto. Mi arrendo all'evidenza, la lavatrice è rotta, non centrifuga, carica male l'acqua, provo tutte le combinazioni possibili, la insulto.

Lunedì mattina trascorro 2 ore e 30 minuti cercando di chiamare l'assistenza. Quello dei guasti agli elettrodomestici tedeschi di cui stiamo parlando deve essere l'unico settore che tira in questo momento di crisi finanziaria. E allora assumete più centraliniste e più tecnici, così siamo tutti soddisfatti e contenti e diamo pure una mano all'economia di questo posto. Macché. Primo turno disponibile venerdì prossimo. Mi faccio giurare che se qualcuno disdice mi tengono presente, la signorina mi suggerisce di controllare se per caso non fosse ostruito il filtro del tubo di carico dell'acqua, taglio no corto ma cortissimo, voglio nel più breve tempo possibile il migliore dei tecnici perché mi restituisca la mia macchina, faccio un elenco di ciò che sarebbe meglio avere rotto, la lavastoviglie, il frigorifero, l'aspirapolvere, perfino le tasche, ma la lavatrice no, senza la lavatrice non è possibile.

Comincia in casa il razionamento della biancheria, finito (provvisoriamente) il lusso a cinque stelle degli asciugamani di lino sostituiti giornalmente e anche quello delle spugne sempre candide e nette, inizio del bucato a mano per i capi delicati e del riuso per quelli che non mostrano evidenti segni di sporco.

Martedì mattina decido di affrontare il mucchio di roba il cui lavaggio è uscito compromesso: metto tutto in più buste di plastica, poi in una shopper robusta e con questa quintalata di panni mezzo fradici me ne vado al garage a prendere la macchina. Destinazione: Lavanderia self service Onda blu, aperta tutti i giorni compresi i festivi dalle 8 alle 22. La colf, che è in servizio, mi strilla dietro che è un orrore, mettere le proprie cose dove le hanno messe gli altri. Ma sono sicura che ci sia un sistema di disinfezione, non è questo che mi preoccupa.
Piove che il cielo la manda, ho scelto, fra le 22 sedi di Roma, con logica stringente quella più vicina. L'indirizzo dice via Tuscolana angolo via delle Cave e all'angolo di via delle Cave vedo fra i tergicristalli in movimento una cosa plausibile, un cartello con la scritta Autolavaggio aperto dalle 8 alle 22. Autolavaggio in che senso? Che uno si fa da solo il suo bucato o che qualcuno ti lava la macchina? L'italiano è una lingua a volte ambigua, in inglese non avrei avuto il dubbio. Mi infilo fin dove posso, la risposta buona è la numero 2, ma c'è un dettaglio: puoi lavare la macchina ma devi farlo da solo. Praticamente un autolavaggio al quadrato.
Deserto totale da giorno di tregenda, emetto un grido che commuoverebbe i sassi: 'C'è qualcuno che mi dice dove diavolo sta la lavanderia self service prima che mi arrabbi sul serio?'. Mi risponde il silenzio.

Mi rimetto in giro a cercare, parcheggio appena posso e procedo a piedi nella perlustrazione. Vedo la scritta Onda blu dietro il distributore dell'Agip. Che strano connubio. Entro, saluto, mi trovo davanti l'attesa teoria di macchine in movimento e il titolare, giovane, tarchiato, rasato e con il pizzetto. Indossa una tuta. Quando si gira leggo la scritta che campeggia sulla pompa di benzina. Gli chiedo come funziona. Mi spiega che si mette il bucato nella macchina, che il lavaggio dura 30 minuti, se li voglio anche asciugati devo calcolarne altri 20 e il doppio del prezzo (totale dell'operazione € 8,00). Dico che va bene, che vado in macchina (l'automobile) a prendere la busta, che mi tenga libero un turno. Mi sono portata il detersivo, mi scuso anche un po' per la diffidenza. Lui mi dice che, se mi fido, mi sposta lui il tutto nell'asciugatrice. Devo aver fatto occhi grossi come mandarini, se non addirittura come angurie. Mi dice: 'Okay, allora se lo fa da sola però deve stare qui alle 12:30'. 

Bighellono un po' nel negozio, ci sono scaffalature vicino alla cassa e sopra stanno in bella mostra non gli ammorbidenti per la biancheria ma gli alberelli deodoranti, poi le spazzole di ricambio dei tergicristalli e pure le confezioni dell'olio (tutto per la macchina, voglio dire: l'automobile). 
Il tipo con la tuta si dà molto da fare, sembra efficiente, la cosa che non capisco è che ci faccia il benzinaio (uno dei mestieri, diciamocelo, più sporchi del mondo) con l'addetto al lavaggio della biancheria, dal quale mi aspetterei un aspetto quasi clinico, bianco immacolato da mantenere tale dalle 8 alle 22.
C'è anche una ragazza dell'Est che tira fuori camicie come in una catena di montaggio, le sbatte, le sistema alla meglio in un cesto, si scoccia, sbuffa.

Riesco a fare un salto in banca dove tento un'altra operazione self service con scarso successo. Sostengo che se devo versare 4 assegni e il bancomat me ne prende solo 2 e mi tocca fare comunque la fila, allora la macchina (il bancomat) non serve, è un ingombro che potrebbero pure togliermi dai piedi. L'impiegato dice che lui non c'entra. Si sta avvicinando l'ora fatidica, torno a passo di carica al lavaggio, devo essere lì per il trasferimento dei panni, passerei sul cadavere di qualunque bancario pur di arrivare in tempo.

Un ragazzo dell'Est ha portato alla ragazza il pranzo, un trancio di pizza unta che lei mangia in piedi. Quando ha finito si pulisce le mani sulla prima camicia che afferra. Nel frattempo il titolare con la tuta sta tirando fuori tutte le divise di una squadra di calcio, quando un paio di calzoncini gli cade per terra il calcio glielo dà lui e così lo avvicina al tavolo su cui sta la pila di maglie. E' arrivato anche un single da manuale, ha portato una busta del supermercato con dentro palle di tessuto compresso fra le quali riconosco blue jeans, calzini scuri, mutande e camicie bianche. Carica tutto insieme, il tipo con la tuta gli suggerisce la temperatura: 30°. Peccato che non abbia chiesto a me perché avrei vendicato in un botto tutto il fiato sprecato dalle madri di single del mondo suggerendogli: '60 o anche 90'.

Sono sull'orlo di un abisso di detersivo e orrore.

Ho letto del Brainwash Bar di San Francisco www.brainwash.com, a parte la spiritosaggine del nome (ma pure Onda blu sembra qualche altra cosa, per esempio una motocicletta oppure una contrada), un posto che mette insieme lavaggio automatico e incontri. Si ascolta musica, si mangia qualcosa insieme (la carta è magnifica e c'è di tutto, dalle zuppe, alle insalate fino ai burger, e con il take-away ti puoi portare via anche la cena insieme ai tuoi panni e, se ti dice bene, pure una ragazza), ci sono iniziative d'arte, per non parlare della scelta della temperatura della macchina che asciuga e dei prezzi, decisamente concorrenti.

Guardo ipnotizzata i miei panni, che riconosco uno ad uno, ruotare, salire e cadere giù nel gigantesco cestello ad aria calda, saluto mentalmente una presina di cui noto una volta di più una macchia indelebile, mi sorprendo a fare paragoni fra i miei canovacci a righe e le vele di Daniel Buren (lavori in situ, Lucerna 3 maggio 1980 e Tel-Aviv 28 maggio 1999), tutti gonfiati, ciascuno a modo suo, da un suo vento, il tempo si è fatto infinito (al Brainwash Bar l'asciugatura dura solo 6 minuti), domando al tipo in tuta il perché della strana accoppiata, la lavanderia e la stazione di servizio, fosse che Agip è proprietaria di Onda? Mi risponde che loro sono proprietari dell'una e dell'altra ma solo lì, immagino la serata in cui hanno pensato di utilizzare lo spazio dietro al distributore non solo per vendere alberelli, la trovata, ormai, ha assunto contorni allucinanti.

La cosa peggiore dell'esperienza è stata la televisione accesa con un programma di Rete4 condotto da una signora che non vedevo da anni e che ricordavo figlia di partigiano, generale e prefetto. Volti deformati dalle grida disumane che uscivano dalle bocche venivano inquadrati con sadismo, un pubblico partecipante emetteva verdetti deliranti, lacrime sgorgavano da occhi roteanti, scritte scorrevano orizzontalmente ricordando il tema del girone infernale (un tradimento coniugale impiastrato di tossicodipendenza), urla cercavano di sovrastarne altre e articolavano frasi nelle quali si spiattellavano luoghi comuni e si sputavano sentenze, i protagonisti della vicenda (gli imputati, per intenderci) giovani e bellini come si usa adesso, incerto l'italiano, i congiuntivi omessi, sbudellate le loro vicende più private, imploravano ciascuno ascolto da quella ridda indiavolata di ossessi incapace di azzittirsi, anzi aizzata dal terzetto dei conduttori, eccitati più di loro dall'odore e dall'oscenità della rissa.

(In una parola, come canta il Méphistophélès de La Damnation de Faust di Berlioz, 'La bestialité dans toute sa candeur').

Inquadrata regalmente, piena di microfoni, la signora figlia di partigiano, generale e prefetto si grattava la testa coronata da una messa in piega ingualcibile e, strillando più di tutti, acquisendo per l'allure del fisico e il tono della voce l'incedere inconfondibile della vajassa, dichiarava al mondo che le donne sì che erano meglio degli uomini perché non stavano mai con il piede in due staffe, balla inverosimile, per smontare la quale non c'è nemmeno bisogno di disturbare Natalia Aspesi e la sua Posta del cuore perché basta guardarsi brevemente intorno, ma tant'è, questa era la sua legittima opinione, espressa ai quattro venti e imposta per esperienza in video e autorevolezza morale.  

Avevo pagato in anticipo come richiesto, perciò appena finito di piegare grossolanamente la mia biancheria e di metterla nelle buste sono uscita con un sospiro di sollievo. Un'idea avevo bene impressa nella testa, che scorreva orizzontalmente e non tollerava opposizioni: la prossima volta che ci troviamo nei pasticci, io per la lavatrice rotta, gli imputati bellini per i tradimenti e la tossicodipendenza, i panni sporchi ce li laviamo in famiglia, è più igienico, più sano e costa anche meno in termini di denaro e di decenza.  

  

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90. Cambio (di etichetta)

Matisse, Autografi d'autore, 2008 www.matisse.splinder.com

Di enigmistica so pochino, leggo Bartezzaghi per simpatia (e, a volte, mi perdo) e da ragazza ho fatto la baby sitter da uno psichiatra rebussista che, secondo me, non era del tutto a posto, almeno a giudicare dalla collezione di bambole che aveva la moglie e da quella di 'Playmen' che aveva lui (la prima esposta, la seconda nascosta nell'armadio e da me trovata in una sera di rabbia e noia furibonda: carnevale, loro a ballare mascherati da dama e cavaliere, io nell'appartamento con la caldaia al minimo, l'umore di traverso, i loro pupetti con il moccio al naso per il freddo e i bastoncini Findus da spadellare).
Prole di conseguenza: maschietto talmente avaro e strambo che non mi prestava le figurine per giocare (il risultato era che non giocavamo per mancanza di moneta di scambio) e femminuccia ancora troppo piccola per manifestare patologie di rilievo (però già ben disposta ad avarizia e stramberie).

Il cambio di qualcosa, però, mi diverte. Qui cambierei l'etichetta. Matisse ha scelto il Glassex sicuramente perché ancora non mi conosceva. In caso contrario avrebbe mostrato una netta predilezione per il Cif.
Un'etichetta si può sempre sostituire e poi ho usato anch'io per anni il Glassex prima che arrivasse anche da noi l'altro.

Ditemi se non è geniale: ha trasformato l'ombra di un flacone di detergente liquido nel segno dell'artista più raffinato dell'altro secolo.
Non solo un autografo d'autore, ma un autore che mette il suo autografo sul mondo, cambiandogli il senso, rendendolo poetico, dando all'operazione negletta del pulire la dignità di una firma immensa.

Devo chiedere a Matisse di ragionare sul Cif, di inventare qualcosa nel suo stile, di optare per l'uno invece che per l'altro. Qualcosa mi dice che lo farà, troverà il tempo, fra Nuove creazioni e Distrazioni, di azioni mirate ad incensare il mio feticcio e, come niente, produrrà anche qualcosa di giocoso e lirico, Cif Cif Cif, potrebbe essere un uccellino con un difetto di pronuncia, oppure il verso di un animale nuovo, inventato da lei e da lei portato a nostra conoscenza.

 

 

 

 

 

 

 

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91. Play It Again, Sam!

 Nel video Glenn Gould alle prese con Bach in un'incisione del 1955

Oggi venerdì 7 novembre, a una settimana esatta dalle avvisaglie, alle 13:55 è suonato il citofono. Il tecnico della lavatrice è arrivato, dunque, con 5 minuti di anticipo. Gli ho detto che lo stavamo aspettando come il Messia. Si è fatto subito una bella risata. Giovane, allegro, di bell'aspetto (non guasta) si è accovacciato davanti all'elettrodomestico in panne, ha tolto pannelli, svitato, ascoltato e ha formulato una duplice diagnosi. Possibilità 1: il 'modulo'. Grave ma non troppo, aveva con sé il pezzo di ricambio. Possibilità 2: la centralina elettronica. Gravissimo. Molto costoso e con un'attesa non breve perché bisognava fare l'ordine.

Sono agnostica, razionale e figlia dei Lumi tutti ma mi è dispiaciuto non avere santi in paradiso cui affidarmi.

Gli ho detto che lo lasciavo fare il suo lavoro, che ero nella stanza vicina. E' sceso in macchina a prendere un cavo. Si è steso sul pavimento della cucina appena fatto dalla colf che oggi era di servizio e l'ho ritrovato dopo 45 minuti con le mani nere di grasso che impugnavano un pezzo di metallo, plastica e fili dall'aspetto compromesso. Mi ha detto: 'Ci siamo, è il modulo'. Sospiro di sollievo. L'ha sostituito, si è lavato le mani 3 volte con l'acqua bollente e il detersivo dei piatti, gli ho detto di asciugarsi con la carta perché eravamo in regime di razionamento, ha svitato tubi, estratto vaschette, dato consigli di lavaggio, fatto prove.

L'assegno che ho staccato mi ha fatto riflettere una volta di più sugli insegnanti di lettere del ginnasio (italiano, latino, greco, storia, geografia e educazione civica con adolescenti sempre più sbiellati e con i blue jeans a mezz'asta), che secondo me dovrebbero guadagnare quanto i piloti dell'Alitalia; in data odierna troverei equa per le loro lezioni private una retribuzione almeno simile ai costi orari di un tecnico specializzato in lavatrici tedesche.

L'ho accompagnato alla porta, ripulito tutto con l'heavy duty, messa sul fornello mezza pentola d'acqua per 60 gr di pasta (si erano fatte le 4 del pomeriggio). Ho letto durante la cottura la Posta del cuore di Natalia Aspesi. Ho spento la radio, messo i piatti in lavastoviglie, disfatto il laccio del sacchetto dei panni sporchi, voluttuosamente aspirato l'odore delle lenzuola, le ho caricate nel cestello. Ho preso tempo e inviato un sms. Ho controllato il cielo, che si era fatto nero, dopo quattro giorni di previsioni di pioggia smentite da un sole tiepido mai visto a novembre finalmente la profezia si avverava. Sono andata a controllare i ciclamini sul balcone. Ho fatto due chiacchiere con Manga, pesce diventato nel frattempo célibataire e di cui sospetto manovre assassine nei contronti del povero Strip, che ci ha lasciato da due giorni. Ho preso la scatola di Dash, che compro nella confezione piccola perché sembra una serigrafia di Andy Warhol ignorando i richiami del fustino famiglia e risparmio, che trovo volgare e ingombrante. Ho dosato il detersivo: prelavaggio e lavaggio. Ho premuto due pulsanti e girato di 30° la manopola verso destra.

Il rumore del motore di nuovo in movimento della mia lavatrice e lo scroscio dell'acqua che inondava il cestello mi hanno dato le medesime sensazioni di felicità e pienezza che di solito mi vengono solo dallo Steinway di Glenn Gould. 

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92. Small World

Alta velocità (sedicente tale)

Martin Parr, Small World, 1996

Abito di Anna Karenina

A Napoli, dove insegno da 10 anni, ho un referente prezioso, una giovane donna che si chiama Carla che lavora in uno di quei box che hanno il nome di 365 Grandi Stazioni, praticamente il surrogato della biglietteria. Bella ma soprattutto intelligente, la mia amica bionda, sempre gentile, puntuale, alla ricerca di soluzioni, mi risolve i frequenti problemi del pendolare. Oggi mi ha dato lei la ferale notizia: l'abbonamento è aumentato, ma stavolta in modo radicale: € 300,00 per l'alta velocità, prima con € 160,00 + una serie ulteriore di ticket di accesso (€ 3,00 a treno, vi risparmio tutti i conti della lavandaia e vi dico la cifra mensile intorno cui si aggirava la spesa: € 195,00) si riusciva ad andare a lavorare.

Detesto l'Alta Velocità e la detesto dal profondo del cuore: treni fetidi, sporchi, la carta igienica nei gabinetti considerata un optional, malamente tenuti, a bordo fa sempre freddo perché occorrerebbe troppa manutenzione per gli impianti e nessuno è, in pratica, capace di gestirli, spesso allagati gli invasi davanti ai bagni, frequente l'odore insopportabile di liquami che si diffonde nelle carrozze: un'immagine fosca dell'Italia dei nostri giorni, non conto più le volte in cui, trovato il coraggio di fare un buco nell'acqua, ho presentato una protesta formale sottoscritta dai responsabili del controllo, tutti movimenti inutili, o meglio, falsi movimenti.

Penso in tutta sincerità che gli IC siano meglio, sembrano ancora dei treni, sferragliano, hanno l'odore della tradizione e non quello dei detergenti infimi, solo impiegano più tempo a percorrere la tratta e il tempo del pendolare è prezioso, si traduce in produzione o stanchezza.
Ma stavolta la scelta è obbligata. L'abbonamento IC continua a essere abbordabile, l'altro è entrato nell'orbita dell'assurdo, non si può andare a lavorare rimettendoci soldi, le relazioni si inaspriscono, monta l'odio nei confronti degli studenti, la vita intera, non solo quella professionale, ci va di mezzo, un docente che si chiede che cosa ci sta a fare su quel treno è un docente morto.

Carla mi diceva che tutto è peggiorato, che siamo regrediti, mi chiedeva, conoscendo già la risposta, se oggi stavo come 10 anni fa, era lucida e rassegnata, mi dava informazioni, anche di tipo sociologico: che cosa avevano fatto gli altri pendolari, tutti i professori universitari dell'Orientale e del Suor Orsola, i direttori di banca, il mondo variegato dei viaggiatori, perfino i cinesi (i cinesi?) habitués del percorso.

La cosa che più mi infastidisce è il restringimento del mondo, la percezione netta e quotidiana di confini che mi soffocano, gli orari a strozzo, la riviste che arrivano sempre più tardi, i costi di gestione della vita surreali rispetto alla vita stessa.

Se Wolfgang Tillmans è il mio fotografo del cuore, Martin Parr è quello della mente. Li prediligo in modi diversi e mi sono tutti e due indispensabili. Riservo il primo alla sfera intima e eleggo, oggi, il secondo a simbolo dell'inquietante tendenza.
Il suo libro Small World parla di un turismo indegno, massificato, ignorante, in cui frotte di umani si spostano da Venezia all'Himalaya in gruppi organizzati, si fotografano l'un l'altro, comprano souvenir fabbricati dall'altra parte del mondo, reggono la Torre di Pisa sghignazzando davanti all'obiettivo di una macchina, voltano le spalle al Partenone, un universo che farebbe meglio a starsene a casa e che riempie aerei e treni della sua insulsaggine e che mi fa auspicare un ritorno di Cristo sulla terra, ma non del Cristo mite che porge l'altra guancia, bensì di quello che si infuria una volta nella vita e caccia i mercanti dal tempio.

Stare in un mondo piccolo mi secca, si annebbiano le idee e si atrofizzano i progetti.

Sono rientrata a casa mortificata, ho chiamato un collega che ha definito l'aumento 'una vera batosta'.

Ho aperto una bottiglia di vino buono, trovato un numero magnifico del 'Magazine Littéraire' sul cibo e sulle parole che servono a dirlo e che vengono alla bocca.

Chiusa a doppia mandata, sistemata davanti al mio computer come un hikikomori, uno di quei reclusi che rifiutano di uscire e consumano pizze di cui conservano ossessivamente le scatole di asporto, sogno un mondo di treni fatti apposta per i pendolari, in particolare per i professori di Accademia, che un destino bizzarro obbliga a stare da un'altra parte rispetto a dove abitano con un uomo, una donna, il cane o i pesci rossi, quelli che potrebbero, in un'ottica di altro colore, seminare a tutti i venti approfittando della situazione contingente, divulgare il Verbo oppure solo la tendenza, viaggiare per piacere intellettuale e diletto, coinvolgendo i discepoli in un'operazione di abbattimento delle frontiere, pagando solamente un simbolico biglietto, una parte infinitesimale del salario e non una percentuale da manicomio, meglio se decisamente ospitati a bordo di carrozze calde, pulite e accoglienti, letterariamente adatte ad accogliere talenti, memori di tutto quello che da sempre accade sui treni, dall'arrivo di Anna Karenina alla sua definitiva partenza (si suicida, ricordiamolo, buttandocisi sotto), a Ruskin, ai Futuristi (rileggete, a questo proposito, quel gioiello di ricerca che è Treni di carta di Remo Ceserani), insomma gente che ama la velocità ma che di quella sedicente 'alta' non sa che farsene, soprattutto se falsa, demagogica, cronicamente in ritardo, con i prezzi fuori dalle orbite e con le ritirate sporche.

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93. Mani pulite

'Chen-Bo Zhong, un ricercatore di Toronto, si interessa alle associazioni metaforiche fra solitudine e freddo o fra peccato e sporcizia. Osserva che il rifiuto di un gruppo sociale si accompagna, nell'escluso, a una sensazione di freddo che lo spinge, per esempio, a consumare più bevande calde. Nota anche che la deroga a una regola morale conduce il colpevole a lavarsi le mani vigorosamente. Una pulizia che riduce così bene il sentimento di colpevolezza che esonera spesso il peccatore da una volontà di riparazione sociale. Ponzio Pilato si è rifiutato di rilasciare commenti'.

(Dal  numero di dicembre 2008 di 'Philosophie Magazine' www.philomag.com trovato nella mia cassetta della posta e assaggiato con voluttà al mio ritorno a Roma dopo 5 giorni di soggiorno a Parma per la mostra di Correggio. La mia casa mi è sembrata bellissima, piena di libri e di film. Manga aveva occhi riconoscenti. Gli ho promesso di portargli un compagno in settimana. Il mio conduttore preferito, di turno stasera, al quale ho detto di farsi con me una tresca radiofonica, mi ha risposto via sms 'Mica male come proposta', aggiungendoci un bel punto esclamativo. 'Home, sweet home', ho pensato lavandomi le mani. Poi mi sono versata un bicchiere di vino e ho preparato la cena).

(Nel video sir Morgan Toft interpreta Pontius Pilate in Jesus Christ Superstar, edizione svedese)

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94. Confidenze troppo intime

Ylang Ylang

Paul Delaroche, L'Exécution de Lady Jane Grey, 1834

Zone erogene (da fermentare)

Martedì. Mi prendo mezza giornata di libertà per far uscire la stanchezza (qualcosa di molto più vicino a quella del violinista o del cantante d'opera che a quella del professore).

Porto la macchina a sostituire la resistenza e sotto il ponte della Portuense mi domando se ci arriverò mai. Piove a dirotto e la strada è un fiume da guadare. Visioni di elicotteri che mi vengono in soccorso cominciano a profilarsi dietro i tergicristalli che vanno a ritmo convulso. Lei continua ad andare, in fila disumana a passo di biscia, il paesaggio urbano mi è quasi ignoto, stravolto nei suoi punti di riferimento dai lavori in corso e dal diluvio.

All'insegna della Citroën faccio la conversione, la fermo davanti alla rampa dell'officina, scendo a piedi e chiedo che ci pensino loro. In 15 minuti e 3 firme me la restituiscono bella calda con il ventilatore che sembra un gatto davanti alla stufa.
Ora: supermercato, ma che abbia il parcheggio coperto, che sia ben fornito e non del tutto abituale, se non mi pulisco la mente la giornata tutta è compromessa.
Comincio a mettere nel carrello buono per un esercito la mia spesa specializzata e ossessiva, le insalate scelte per il colore, le mele e le arance che devono intonarsi al bianco/blu della cucina, almeno una decina di sacchetti di parmigiano confezionato in dosi singole, i kleenex in quantità industriale.

A un certo momento capisco che esagerano: trovo il pacchetto di 20 salviettine umidificate per l'igiene intima allo yogurth, ci sono dentro anche papaya e ylang ylang, sono in puro cotone e pure dermatologicamente testate. Mi metto a leggere con attenzione 'perché acquistarle'. Sentite bene:

  • contengono yogurth, fonte primaria di fermenti lattici e proteine, e favoriscono l'equilibrio della flora batterica
  • sono 100% in puro cotone, morbide e delicate sulla pelle
  • aiutano a mantenere sempre idratate e ben protette le parti intime
  • la papaya è un concentrato di vitamine, un antiossidante ed un elasticizzante cutaneo. L'ylang ylang dà un tocco dolce e stimolante.
  • sono dermatologicamente testate e senza alcool

Non è specificato se l'uso è unisex.

Mi guardo intorno, convinta di essere capitata nell'appena inaugurato reparto a luci rosse della SMA, alla ricerca di vibratori, oli da massaggio al gelsomino e completini in latex. Niente. Mi sorridono pupetti (che non sanno che cosa li aspetta nella vita) da confezioni condominiali di pannolini ben allineate accanto a buste di ovatta colorata finalizzata all'allegria del bagno e a disinfettanti generici e innocui per l'ambiente.  
Eppure.  Eppure le salviettime intime allo yogurth sono senza dubbio alcuno un accessorio erotico, alludono a pratiche alimentari decontestualizzate, almeno relativamente alla tavola della cucina che immagino ancora imbandita, casomai con i resti della cena, a un certo punto si spingono i piatti sporchi un po' più in là e si gusta il dessert alla papaya assumendo in una sola botta pure le vitamine concentrate e tutti gli antiossidanti del caso. Il tocco 'dolce e stimolante' provoca appetito perfino durante la digestione, per non parlare della garanzia di idratazione e dei fermenti lattici che, come è noto, fanno decisamente bene alla pancia e a tutto quello che ci sta dentro.

Metto le salviettine nel carrello accanto ai vasetti di yogurth per la colazione (quelli sono al gusto di limone), ho pensato di fotografarle con il cellulare ma mi serviva il testo per la puntata 95 di Opera Soap perché non ero sicura di riuscire a memorizzare tutte le indicazioni e rischiavo di omettere le più esilaranti.

Considerando che tempo fa ho passato mezzo pomeriggio a cercare di convincere via telefono e mail la medesima casa che produce l'intimo con il fermento a rimettere sul mercato le salviette umidificate in confezione singola grandi e spesse destinate, nelle intenzioni, agli adolescenti (le migliori che abbia mai provato) che avevano ritirato perché non gradite al consumatore, ottenendo praticamente il nulla con la signorina del numero verde che sbagliava prodotto, non aveva la minima conoscenza del sito della ditta per cui lavorava e il responsabile che non ha fornito nessuna risposta alla mia richiesta via posta elettronica, mi chiedo chi siano le teste che inventano i prodotti alla Fresh & Clean.

Se freschi e puliti vogliamo essere, certo non sarà lo yogurth ad aiutarci, almeno non applicato nelle zone citate da Sophie Calle in una delle pietre angolari della sua produzione, quel Le carnet d'adresses (1998) che, smarrito e da lei ritrovato, la porta a infilarsi nella vita del proprietario tramite contatti con tutti i conoscenti e gli amici che compaiono con i loro numeri di telefono attraverso commenti che ricostruiscono l'immagine di un uomo che è un virtuoso di flipper, ama l'Italia e i fumetti, è caloroso e riservato, è all'agio nella sua follia, organizzato nella sua solitudine, predilige il dipinto L'Exécution de Lady Jane Grey di Paul Delaroche e ha rischiato di morire dal ridere quando gli hanno raccontato la storiella seguente: Qualcuno fa un sondaggio sulla vita sessuale dei Francesi. 'Mi scusi signora, saprebbe indicarmi le zone erogene?' E la signora risponde 'Mi scusi, non sono del quartiere'.

Viene da chiedersi come la signora della 'blague' del Carnet d'adresses avrebbe reagito davanti al pacchetto che occhieggia con le sue foglie di ylang ylang e le mezze papaye nel mio carrello in fila alla cassa. Ci si sarebbe struccata la sera ignorando le indicazioni riportate sul pacchetto? Le avrebbe pudicamente riservate alla pulizia delle mani in condizioni di igiene precaria? Le avrebbe scambiate per una merenda di quelle ludiche che fanno dimenticare la noia dell'ufficio?
Né l'avrebbero aiutata le due laconiche frasi messe sotto la banda arancione con la scritta 'Come usarle'. Infatti si legge:

  • sollevare l'etichetta come indicato dalla freccia
  • estrarre la salviettina

 

Il resto è lasciato alla fantasia del consumatore, ovvero alla nostra.

 




 


  

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95. Train de vie

Edward Hopper, Compartment C Car 293, 1938

Jeff Koons, Train, forse realizzato nel 2010

Gwyneth Paltrow sul red carpet

Giovedì 4 dicembre. Stoica, metto la sveglia alle 5:15 (metto 'le' sveglie: quella normale e il cellulare) per essere in Accademia a Napoli per la lezione delle 11:00.
(Rubens si svegliava alle 4:00, ma si trattava di andare, fra le altre cose, a incontrare Velázquez. Voi capite, lo stato d'animo era un altro).

Fuori discussione la possibilità di tirare via sui rituali del mattino, sono una persona civilizzata e tengo alla colazione con il mio tè preferito (Earl Grey French Blue Mariage Frères), la frutta, anche spremuta, la cura dei bonsai e di Manga, la toletta ('Un chapitre sur La Toilette. Moralité de la Toilette. Les bonheurs de la Toilette', Charles Baudelaire, Mon coeur mis à nu, 49), il letto (ho calcolato che mi servono 15 minuti buoni per rifarlo come dio comanda).

La metropolitana alle 7:40 del mattino è in grado da sola di darmi uno spleen articolato e durevole: le facce da deportati, le teste ciondolanti, lo sbracamento dei maschi di ogni età allargati sui sedili come se fossero davanti alla televisione nel loro salotto, zaini e borse pestati buttati a terra, le cuffiette MP3 fisse negli orecchi, i miniquotidiani che tappezzano sedili e vetture, lo spazio ridotto, tutti schiacciati da tutti, tutti urtati, messi da parte a spintoni quando è ora di scendere. Le scale mobili di Termini (in numero di 4, 1 o 2 spesso fuori servizio) trasportano con lentezza magrebina una massa umana di dimensioni che danno da pensare su un supposto tasse di natalità di segno negativo, graffiti osceni le decorano, altri fogli di giornale si ammucchiano.
Alla mia edicola la signora rossa di capelli mi dice che si è svegliata alle 4:30 ma che lei si prepara in 15 minuti e così si è liberata il pomeriggio. Mi rifiuto di comprare il quotidiano, dell'Italia mi avanza la visione che ho intorno, è uscito il mio settimanale francese e lo metto in cartella, attrezzata meglio della bisaccia del legionario, salviette umidificate, anche quelle intime della puntata 95, carta cucina, alcool per la cattedra, occorrente per la lezione, calzettoni per il freddo, una sciarpa d'emergenza, stampata di 50 pagine del blog di Géraldine Dormoy http://blogs.lexpress.fr/cafe-mode/ con 'Récemment dans la catégorie Les films bien sapés', rivista di cinema, taccuino per appunti, astuccio, il delizioso le Dossier How to Survive the English di Sarah Long, consigliato ancora da Géraldine Dormoy (un essai sur les travers des anglais dont la lecture me fait actuellement pouffer de rire toute seule dans le métro. De leur obsession pour la seconde guerre mondiale à leur goût inexplicable pour la campagne pluvieuse en passant par leur attachement aux uniformes à l'école, tout y passe... et j'en redemande), ormai entrata nel mio pantheon, carta igienica, fazzoletti. 

Vado a stampare al self-service l'abbonamento che ho fatto in internet e di cui ho il codice, la macchinetta è fuori servizio, salgo al volo sul treno perché, se mi metto a cercarne una in funzione, lo perdo.

Appena a bordo mi rimprovero di aver dimenticato a casa il Cif e il Lysoformio. Forse anche il Baygon mi avrebbe fatto comodo. I vetri dei finestrini sono oscurati da uno strato secolare di schizzi, negli scompartimenti sedili, un tempo ricoperti di una sobria tappezzeria blu a disegnetti, hanno assunto un colore incerto, screziato in più punti dall'usura e dal sudiciume, i teletti poggiatesta, bianchi in origine e decorati dal logo delle ferrovie italiane, tenuti con un velcro che ha resistito a tutte le sollecitazioni, presentano tracce di neri e grigi che nemmeno Burri sarebbe in grado di riprodurre, dalla grata del riscaldamento pendono ciuffi di polvere unta e arrivano rumori di ingranaggi insieme a sbuffate di aria fredda, la luce al neon è quella dell'Institut Médico-Légal di Maigret nel quale le docteur Paul, in camice bianco e guanti di gomma, fumando una sigaretta dopo l'altra (è convinto delle doti antisettiche del fumo e nel corso di un'autopsia si fa fuori due pacchetti di bleues), taglia a pezzi cadaveri, se già non gli sono arrivati en morceaux per proprio conto.     

Il treno è deserto, un trasporto metafisico che arranca e comincia ad accumulare i 20 minuti di ritardo con i quali arriverò a destinazione, lo percorro cercando il posto meno peggio, a un certo momento mi fermo, disfatta di fronte all'impossibilità dell'impresa: dappertutto ciondolano tocchi di materiale, la sporcizia alligna, sbattono porte di passaggio male in arnese, tralascio la descrizione delle ritirate, i servizi letteralmente a pezzi, i contenitori del sapone senza coperchio, i finestrini che non chiudono e che gelano l'ambiente, l'acqua razionata che scende goccia a goccia, la carta igienica umida in modo sospetto, i liquami sparsi sul pavimento.

Cerco di fare astrazione e mi concentro sulle 50 donne meglio vestite al mondo, ha conquistato il primo posto Gwyneth Paltrow che sorride in copertina con un abitino da sera che mi fa pensare che abbia dimenticato a casa un pezzo, è praticamente in mutande e indossa stiletto, secondo me le proporzioni non funzionano e non è elegante, se in giuria ci fossi stata io mi sarei battuta per metterla più in basso, fra l'altro non mi piace per niente, la trovo sciapa e non mi sembra nemmeno irresistibile come attrice.
Volete sapere chi c'è, di questa categoria, nel mio pantheon? Lascio perdere le grandissime di generazioni consolidate dal tempo, Jeanne Moreau e Catherine Deneuve, il fuoco e il gelo messi al servizio di talenti che non hanno confronto, se avete ancora un dubbio ascoltate le loro voci nelle versioni originali dei film: Moreau che in Jules et Jim canta Le Tourbillon con grazia e malizia, Deneuve che emette qualcosa di molto simile a una stoffa di velluto scuro cangiante sulla quale il fiato crea improvvisi e preziosi toni che la increspano.
Vi cito le più giovani, Isild Le Besco, Amira Casar (anche lei in classifica palmarès 2008, categoria 'Excentriques'), Emmanuelle Devos, anche la nostra Asia Argento, un corpo messo al servizio dell'interpretazione fino all'ultimo sorso, certe volte nel suo truce esistere è indispensabile, e poi Chiara Mastroianni, che mi è stata più che antipatica per anni ma che ho imparato ad apprezzare e che è di una bravura impressionante.

Exit Gwyneth, che vada a farsi un giro altrove sulle sue belle gambe.

Ho una piccola discussione con il controllore per via dell'abbonamento non stampato, gli faccio notare che l'ho pagato e che io sono io, lui insiste che potrei non essere l'intestatario, i discorsi prendono una piega surreale con scambio di biglietti e di identità, gli giuro che appena rimetto piede a terra rimedio, che la macchinetta era fuori servizio, che gli sarò grata per l'eternità se la pianta. Passo all'attacco, lo chiudo nella sua area di difesa protestando per lo stato del treno, a quel punto si ritira nella sua metà campo e mi lascia perdere.

Latina, Formia, Aversa, misuro nei nomi la distanza, non tanto delle località ma dei servizi sulla mia rivista: 13 buone ragioni (diciamocelo, una meglio dell'altra) per andare a Berlino; come si fa il 'flan'; il Christmas chic di India Mahdavi, architetto e designer; la déco degli ultimi ristoranti inaugurati a Parigi, tutti inevitabilmente di ambiente (in francese 'ambiance' è femminile) 'branchée, arty e conviviale'; i film, i libri, Kate Moss onnipresente, l'édition limitée dei 120 mitici pastelli Caran d'Ache rivisitata da Alber Elbaz e in vendita a 524 € (una mia compagna di scuola alle elementari aveva qualcosa di simile e riusciva, così, a dare agli umani il colore rosaceo che meritano, laddove le mie carnagioni, ripassate di rosso e giallo, tendevano a un preoccupante arancio più degno dei Cherokee che dei ritratti europei che mi sforzavo di produrre).

Napoli, altra metropolitana, anche qui il segno vincitore è lo sporco. In Accademia mi piego a tutti i rituali delle firme e della consegna delle chiavi dell'aula. Faccio una lezione appena corretta, devo avere l'aria poco rassicurante perché gli studenti stanno immobili sulle sedie, hanno ingoiato la gomma americana prima che dicessi loro di andare a gettarla e i maschi si sono tolti da soli i cappelletti con la visiera che indossano sempre, quelli che danno loro, insieme alle sopracciglia depilate, una incontenibile aria da ebeti.
Fuori dall'aula ho fatto appendere un cartello con la scritta: 'La lezione è in corso. Si prega di non disturbare. Grazie' e la mia firma, una cosa che volevo fare da tempo e che, mi rendo conto, funziona perfettamente, capace com'è di bloccare il flusso migratorio.
Osa affacciarsi solo Antonio (che si definirà 'il Temerario'), lo rimando indietro semplicemente con il gesto di Cristo che chiama Matteo, solo che qui Matteo torna sui suoi passi e infila la porta. Alla fine della lezione i guaglioni mi faranno vedere i risultati dell'estromissione dovuta a ritardo: un brogliaccio di sceneggiatura per il manga che devono realizzare per l'esame, si vede Il Professore (io) che tiene il flacone di alcool (quello per pulire la cattedra) come Miss Liberty impugna la fiaccola, gli occhi dardeggianti fiamme dell'inferno, il fumetto con pipetta (non sempre i manga ce l'hanno) che recita la medesima frase del cartello, loro fattisi piccoli con tutti i dettagli, le loro eterne cartelle con i lavori, i cappelletti. Finiamo la mattina nella solita atmosfera di scambio, mi mostrano foto, ragioniamo su un bozzetto di catalogo, sono irresistibili quanto a simpatia, se fossero anche più coltivati sarebbe meglio, di fronte a studenti antipatici, comunque, non sarei in grado di aprire bocca.

Mangio una pizza memorabile in piedi a via dei Tribunali. Compro la cena (polpette e friarielli) dai Buongustai poco più avanti. La città è addobbata per il Natale, a S. Gregorio Armeno banchi di pastori con deliziose caciotte e figurine, che portano cassette di chicchi di riso dipinti in argento a simulare alici, mi circondano.

Sul treno di ritorno crollo in un coma profondo.
Mi scuotono 3 volte 3 persone diverse, 2 controllori cui tendo l'abbonamento che ho finalmente stampato, un viaggiatore che entra nello scompartimento, inciampa sulle mie scarpe, mi travolge e poi mi chiede se disturba, a fine giornata ho messo insieme, sommando anche i cronici ritardi, 5 ore di treno, mi infuria la riduzione a strumento di tortura di quello che era un luogo letterario, cado continuamente in siti con foto storiche di locomotive sbuffanti, nostalgiche rievocazioni di materiali stravolti oggi nell'estetica e nella manutenzione, penso ai treni nell'arte, quelli dall'atmosfera triste per ben altre ragioni di Edward Hopper, quelli futuristi di Ivo Pannaggi, perfino la locomotiva a vapore Baldwin del 1943 riprodotta life size da Jeff Koons e appesa a una gru fuori dal Los Angeles County Museum, una scultura che più moderna non si può, le ruote che girano, il fischio che si fa sentire a distanza, così come l'altezza (161 piedi) che la rende simile a una torre di avvistamento, una cosa che, se realizzata, sarà la prova di come il treno possa provocare deliri di ingegneria e di immaginazione e non solamente moti di rigetto.

Quando mi chiudo alle spalle la porta di casa (There's No Place Like Home) mi rifiuto a qualunque contatto umano, fosse pure quello minimale dell'ascolto dei messaggi, saluto Manga, come scrive Sarah Long a proposito degli Inglesi alle prese con i loro adorati pets, 'at peace with the world and mercifully freed from the need to make conversation', apro una bottiglia di vino, accendo la radio, mi sono liberata di tutti gli abiti da treno e li ho esposti all'aria (forse avrei dovuto disinfestarli), ceno più che sibariticamente a lume di candela.

Chiudo la giornata con una toilette meticolosa, facendomi scorrere addosso litri di acqua bollente, di shampoo e di schiuma da bagno. Piombo in un sonno che il responsabile di Trenitalia, convinto evidentemente della necessità di espiare qui e subito, finché siamo sulla terra, tutti i peccati, anche quelli ancora da commettere, chiamerebbe del giusto.
Ho puntato la sveglia ('le' sveglie: quella normale e il cellulare) alle 7:00: domani ho lezione alle 13:30, un orario indubbiamente più civilizzato, degno di un'intellettuale che va a insegnare l'arte a guaglioni, anch'essi in trasferta, che giocano, pure loro, fuori casa e stanno perennemente in viaggio, esposti a tutti gli insulti della sorte e della vita, allo sporco dei treni, ai loro ritardi, protetti, almeno loro, da san Gennaro e dalla visiera di un cappelletto.        

 

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96. Arte in Corso

Rembrandt, Hendrickje alla porta aperta, 1656

Jan Vermeer, Donna con collana di perle, 1664

Gerard ter Borch, L'ammonimento paterno, 1654-58

Ho detto sguarnita. Intendevo mediocrissima e mi chiedevo anche se i curatori pensavano di noi che avevamo l'anello al naso.
Cerco di spiegarmi: se leggo nel titolo Valori civili nella pittura fiamminga e olandese del '600 (Museo del Corso, Roma, dall'11 novembre 2008 al 15 febbraio 2009), capisco che in mostra ci sono opere che di questo raccontano, cioè dell'altissimo e lucido discorrere che fanno questi settentrionali qui dei loro fatti di etica e di rappresentanza nel secolo d'oro della loro produzione pittorica.

In sopralluogo mi ci sono fatta pure una fila che mi ha mandato di traverso il pomeriggio, colpa mia, di sabato prima di natale in centro si rischia la folla che, nomade, si sposta da negozi a esposizioni senza nemmeno distinguere. Già mi ero infilata da Louis Vuitton perché volevo il cofanetto nuovo delle City Guide e mi ero trovata fra ragazzoni neri con il vassoio in mano che offrivano cioccolatini e prosecco ai clienti, una cosa inguardabile, e persone che afferravano, subito dopo il dolcetto, i manici di una borsa di vernice viola che sarà pesata (sottolineo: vuota) almeno 5 kg e che costava, per la precisione, 1/5 più del mio stipendio da insegnante al 28° anno di carriera. Qualcuno se la faceva pure incartare con una di quelle confezioni che, bisogna ammetterlo, da sole valgono quasi la spesa e senza dubbio fanno la sopresa e il regalo. E mi sono messa in fila pure io, obbligandomi così ad ascoltare le scemenze che dicevano su cose d'arte 4 turisti isolani in visita sul continente, a dimostrazione del fatto che si dovrebbe aggiungere alla frase famosa dei fratelli Goncourt - Ce qui entend le plus de bêtises dans le monde est peut-être un tableau de musée - la chiosetta che coinvolge anche gli altri visitatori in questo esercizio verbale cui si dovrebbe mettere un freno, almeno in pubblico e almeno per decenza.

Appena riuscita a entrare e a depositare in guardaroba il mattone (specificando che si trattava di libri e che comunque la differenza con un'eventuale borsa era insignificante, dal punto di vista del peso intendevo, perché con il prezzo non c'era gara, essendo la cultura, nonostante le diffuse opinioni contrarie, ancora accessibile, anche da Louis Vuitton), mi ha invasa il desiderio consueto dei miei artisti.
Immediatamente frustrato, aggiungo, perché da subito si capiva che dietro c'era qualcosa di farlocco, troppi cartelloni con troppe parole, nella prima sala non si distinguevano le opere in mostra, e poi tutto il resto, l'atmosfera, l'ambiente, i faretti, i tendaggi, le sagome delle casette e quelle delle guardie di Hals che esistevano solo sul cartone, perfino le ombre di grate proiettate sul pavimento, lo spazio che è tutto un corridoio, con la folla che scoppiava e ripeteva come in una litania Caravaggio, Caravaggio, questa cosa che appena uno vede realismo strilla al disperato e matto ha sempre la capacità di irritarmi, come se solo lui fosse esistito e noto, ma che diamine, studiatevi un po' di storia dell'arte e poi decidete se è il caso di aprire bocca, se fosse un'equazione di matematica nessuno oserebbe esprimere un giudizio, dire che la virgola si può spostare e chiudere la parentesi prima del tempo, solo con l'arte sono tutti maestri, qualcuno mi fa trovare, per accelerare i tempi, anche programmi fatti, mi dicono Dottoressa, ci fa una conferenza? e mi forniscono pure la scaletta e gli argomenti si mescolano come, durante una degustazione e nel medesimo bicchiere, una Coca Cola e un rosso di Borgogna, voglio proprio vedere quale sommelier accetterebbe l'esplosione, anche solo concettuale, di un simile accostamento.   

Ma passons. E parliamo delle opere.

Tutte sotto vetro e tutte in prestito dalla Gemäldegalerie, e qui c'era già la soluzione con un titolo che, se fosse stato Opere fiamminghe e olandesi da Berlino, sarebbe stato corretto, una cinquantina di pezzi in trasferta, godeteveli e lasciate perdere i valori.
Macché.
Presente il mio amatissimo Gerard ter Borch, Rembrandt da sogno qualunque cosa faccia, pochi Hals ma rappresentativi a sufficienza, van Dyck e i suoi bruni in parata, anche Steen l'umorista e de Hooch, tenero ma non sentimentale, e poi, e qui sta il nodo, un solo Rubens e pure piccoletto, un Paesaggio con impiccato davanti al quale, nel corso della visita commentata di qualche giorno dopo, non ho saputo che cosa dire perché non mi aiutava a evocare il grandissimo maestro, uno con la produzione che somiglia a una magnifica torta che più gonfia e morbida non si può, esuberante, uno cui la grandeur delle tele dà una dimensione ulteriore, sinfonica, che dichiarava che i suoi talenti erano tali che mai gli era mancato il coraggio di affrontare un progetto, qualunque fossero stati il soggetto o la dimensione, capace da solo di riempire 30 volumi di catalogo, che parlava 6 lingue, era un abile diplomatico e che amava le donne di amore carnale e ritraeva la loro carne con un calore che ancora oggi si sente, un grande paesaggista, per carità, ma rappresentato in mostra con un piccolo paesaggio ridotto in un angolo nel quale stava stretto stretto.

E poi un Vermeer, che da solo è una percentuale altissima del catalogo, sguarnito anch'esso, ma in tutt'altro senso, con dipinti che a memoria sappiamo dove stanno, messo, però, nel loculo e con la cornice coperta di polvere. Questa cosa del loculo sapevo che sarebbe diventata persecutoria, comincia Luca Ronconi e affossa i Sebastiano del Piombo, fanno fare a Giovanni Bellini la medesima fine e ora pure Vermeer finisce nel budello. Questo più ridotto come profondità, nel senso che di lato il dipinto è ancora accessibile, però sempre di loculo si tratta, una cornice che ne contiene un'altra che contiene il quadro, praticamente la negazione di quello che pure un turista in visita casuale vede, il meraviglioso maestro di Delft che vive di spazi scarni, di atmosfere sospese, di una nettezza intellettuale che corrisponde alla luce che genera e da cui è nato, l'equilibrio estremo, l'assoluta precisione, tutto esposto in claustrofobia e pleonasmi.

Dico sempre che più una mostra è buona e meno fatica si fa ad illustrarla, un po' come mi confidò un'amica restauratrice, che nella qualità della pittura trovava già i suggerimenti di intervento, e la mostra del Museo del Corso è come un passaggio di un fiumicello in piena al quale mancano appigli, non sai dove mettere i piedi, ti mancano i sostegni. E non basta l'entusiasmo del pubblico romano e di quello in visita di cortesia per fare l'evento, certo che almeno 10 delle opere valgono il colpo, però rimane il sospetto della cattiva fede che sta sotto, la sensazione di un ritardo provinciale, ormai tutti si muovono e viaggiano e chiunque, con un'organizzazione minima, può andare a Amsterdam, Haarleem, Bruxelles o Anversa a guardarsi i maestri nella loro salsa. Portati qui da noi, esotici controvoglia, con fuori le luminarie natalizie e la folla che inneggia perché ha visto La ragazza con l'orecchino di perla in televisione o ha sentito parlare di Rembrandt, i contorni si fanno meno netti, l'opportunità dell'esposizione diventa opinabile, quello che è complesso si semplifica, si complica ciò che è semplice e bisogna pure controllarsi perché c'è una quantità di allarmi da far piangere e l'istinto di tirare fuori di tasca uno straccetto e di togliere, con gesto amoroso, la polvere vistosissima dalla cornice del Vermeer va ricacciato in gola e mandato giù così come si farebbe con l'ennesimo rospo, stavolta quello dell'occasione perduta, della città di Roma considerata un borgo selvaggio e dei visitatori, pronti a bersi qualunque cosa, prosecco o pittori nordici annacquati, presi per l'anello che portano al naso.   

 

 

 


 

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97. Scatole & scatologia

Acero bonsai (dal costo superiore ai 15 €)

Marcel Duchamp, Fountain, 1917-1964

Se cominciate ad averne abbastanza delle scatole natalizie, provo io a deliziarvi con un po' di scatologia.
Oggi mi è arrivata in 4 copie identiche la seguente mail (chiamiamola così) di auguri:

Per i vostri regali di Natale....
FINALMENTE....
puoi essere orinale. ORIENTATI sui nostri BONSAI
A partire da 15 euro .
ti aspettiamo in via xxx xxxxxxxx anche sabato e domenica.13/14 e 20/21
          con affetto
        xxxxxx e xxxxx

A parte l'affetto, che mi sembra eccessivo, notate anche lo stile, il punto fermo attaccato alla francese (cioè staccato), il cambio di persona (per i vostri regali...puoi essere), l'impaginazione tutta che ho riportato fedelmente.

Mi torna spesso in mente un'ineffabile conduttrice di Radio 3, che aveva il solo merito di essere figlia di un noto musicologo, che, trovandosi a dover discorrere dell'orinatoio di Marcel Duchamp (Fountain, 1917-1964) e, evidentemente, non avendolo mai visto e non avendone nemmeno mai sentito parlare in tutta la sua vita, fece un discorsetto compìto che si rivelò senza capo né coda su un presunto vaso da notte realizzato dall'artista.

Se avesse ricevuto la mail sopra riportata, l'avrei pure capita. Ma così, tutto di testa sua, quell'atto che fu dettato non so più se da pudore o da ignoranza bestiale, le sarebbe dovuto costare qualcosa: non dico una cacciata infamante dal tempio della cultura, ma almeno una bella lavata di capo o, come accadeva ancora nella mia scuola elementare, una buona e istruttiva mangiata di sapone.

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98. Profondo rosso

Henri Matisse, Poissons rouges, 1912

Poisson rouge, descrizione

Porto a lavare la macchina alle 14:00. Dico a Sergio (moldavo) che non mi serve, che può fare con comodo, gli chiedo se gli va bene se me la riprendo alle 17:00.
Alle 16:30 si scatena il temporale, alle 17:30 telefono e chiedo se è un problema se tardo un po', con la pioggia si butta via tutto il lavoro. Cosmo, abruzzese, il titolare (con biglietto da visita con scritto CAR WASH, MANAGER), mi dice: 'Signora, non ti preoccupare'.
Alle 18:30 decido di darci un taglio, continua a piovere e il cielo non promette niente di buono. Scendo e mi porto l'ombrello. Sergio si mette a ridere quando gli dico che ci riparo la macchina.
Hanno fatto un presepio contaminato, c'è un pavone sullo specchio che funge da laghetto e pure un cowboy, completo di lazo.
Sono in zona Cesarini per la promessa fatta a Manga. Un pesce nuovo, un compagno entro una settimana.
Escludo di andare al negozio di animali con la macchina, me la ritroverei piena di sporco e poi con la busta in mano non saprei come guidare.
La riporto in garage. A piedi, apro l'ombrello. Mi avvio giustamente in trance per la via Appia, detesto il sabato, non sopporto il Natale, in questa situazione, con la gente che fa la fila per entrare nei negozi, mi sento un pesce fuor d'acqua, fortuna che piove e tutte le proporzioni, i rapporti e le vicinanze sono compromessi. 
Stavolta la scelta è ardua, Manga è troppo vistoso e devo decidere accuratamente chi mettergli accanto.
Nella vasca ci saranno almeno 200 pesci: piccoli, grandi, rossi, neri, gialli, uno con la faccia da clown per via di una macchia che gli contorna la bocca, uno con l'espressione da ebete, come se avesse il cappelletto, alcuni più vivaci, altri decisamente tonti, li guardo ipnotizzata, ne punto uno che mi scappa, la signora Matilde mi chiede se voglio fare notte, minaccia di farmelo pagare 5 €, le dico che posso permettermelo perché sono ricca, arriva la cagnetta Lilli che si struscia contro le mie ginocchia, due adolescenti in visita si appassionano alla pesca ma non hanno occhio, sbagliano le dimensioni, non vedono i dettagli, sostengono che sono tutti uguali, spiego loro che ho visto in vita mia solo pesci rossi simili ma mai identici, segnalo un portamento diverso, un'apertura minore delle pinne, una sfumatura dorata del ventre, forse passo 45 minuti accucciata, poi mi sveglio, chiamo Piero, gli indico un pesce, riesce a prenderlo nella rete poi, con le mani, lo mette nel bicchiere e me lo confeziona in busta.

Pago 2 € e 50. Esco.

Il nuovo acquisto è sigillato in 3 strati successivi, più volte mi fermo alla luce di un negozio e cerco di capire come è fatto. Vedo solo che mi guarda con gli occhi spalancati, gli dico che è nato fortunato, invece di finire in pasto a un pesce grosso, farà la vita di un principe, perfino raccontato in un'operina a puntate.

Scale, rifiuto l'ascensore con le ragazze che vivono di fronte, comincio a fare loro gli auguri di Natale, hanno fra le braccia pacchi di dimensioni abnormi, sembrano una pubblicità ambulante delle feste.
There's No Place Like Home. Tolgo l'elastico. Metto a bagno il sacchetto nella vasca come da rituale, attenzione a non mescolare le acque. Manga si è fatto vigile, controlla. L'acquisto nuovo gira su se stesso.

Ho caricato il timer su 30 minuti.

Il nome, il nome, chiedo che un nome mi salti alla bocca. Me ne arrivano 20. Troppi. Aspetto.

Telefonata a un conoscente depresso, cui raccomando di tenere sotto controllo l'umore.
Squillo. Trasferisco un po' di acqua della vasca nel sacchetto. Aspetto. Imbastisco la cena. Apro una bottiglia di vino.
Cerco un nome sui miei libri. L'acquisto è rosso profondo e fiammante, Matisse ci sarebbe diventato matto, mi accorgo quando lo metto con il retino nella vasca che è il fratello gemello di Manga, a un certo momento si accostano e hanno dimensioni identiche, le code si sfiorano sontuose, nessun accenno di lotta. Si guardano.

Ho aperto su tutti i mobili della cucina il mio trésor de guerre, tutti i nuanciers che mi faccio mandare dalle ditte che producono colori, The Little Green, Emery & Cie, Sanderson, Farrow & Ball, Dulux, Zoffany, Ripolin, Zuber & Cie, Brewers. Come faccio a conoscerle? Semplice, leggo quintali di riviste di decorazione, ma leggo sul serio, tutto, anche le didascalie. Una malattia, come ha definito un collega pittore la mia ricerca. Gli ho risposto, come dicono i Francesi, Le camembert qui dit au munster: 'tu pues'. Senti chi parla, mai conosciuto un pittore che non fosse malato di colori.
 
I nomi sono, da soli, tutto un programma: Orange Aurora; Radicchio; Eating Room Red; Poppy; Toreador; Royal Mail Red; Monarch Red; Rouge Heretique; Lucifer; Finalement; Rouge Basque; Cerise. Basterebbero per battezzarci tutto l'acquario. 
Ho bisogno di un punto di riferimento e, come sempre, lo trovo in Tricia Guild www.designersguild.com, da cui ho imparato tutto quello che so sui colori, la presenza più cromaticamente accesa del mio pantheon. Le devo, fra l'altro, gli angoli più belli della mia casa.
Ho tutti i suoi libri, vado sicura su On Colour Decoration Furnishing Display.

Eccolo.

'...a colour to cheer up cold grey winter days...an exciting and demanding colour...its ability to produce vitality is second to none...'. Winter Red, questo sarà il nome del nuovo acquisto.

 


 

 

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99. It's Celebration Time!

Jesse James tende un agguato al treno

It's Celebration Time!

Coccinella, segno e portafortuna

Per prima cosa il titolo. Viene dalla copertina della mia rivista di decorazione preferita, quella inglese, ma da un numero vecchio perché quello nuovo, al 19 del mese, non è ancora arrivato.

Rientrata dalla 2 giorni accademica, in tutto 11 ore di treno. Facendo un conto rapido, sono 856 km percorsi con una media di 77,81 km/h, praticamente la velocità dei convogli assaltati da Jesse James, però senza il brivido di trovarsi Brad Pitt addosso.

Stamattina un'articolata discussione con un controllore che ho costretto, rifiutandomi di mostrare l'abbonamento e puntandogli l'indice, che, per terrorizzarlo, ho cercato di fare adunco come quello della strega di Biancaneve, sul petto, a mostrarmi il rapporto fatto dal (suo) collega al momento della partenza, ore 5:15 da Sestri Levante (prima o poi chiederò a qualcuno che cosa ha a che fare Napoli con questa cittadina) per comunicare ai (suoi) superiori le condizioni del treno.

Ho convinto, dunque, il brav'uomo  a farmi vedere il suo palmare e sul display è comparsa una pletora di voci, al punto che, per un attimo, ho pensato di trovarmi in un paese civile.
Praticamente l'incaricato deve, al momento del fischio di avvio, prendere una vettura a caso (l'ho tampinato sulle modalità di scelta e teoria delle probabilità, niente da fare, la circostanza resta fortuita) e segnalare lo stato della carrozza, dei finestrini, dei sedili, delle porte di chiusura, dei gradini, delle ritirate e, al loro interno, dei gabinetti e degli specchi. E definire tutta questa roba 'a norma' oppure 'non a norma'.

Se vi interessa saperlo, sul mio IC a norma c'era solo lo specchio della toilette. E lì mi sono fatta ironica e ho chiesto se l'avevano passato con il Cif liquido, intendevo anche con lo straccio che non lascia peli.

Dovete credermi, io la gente la capisco, mi metto volentieri a guardare il mondo dal punto di vista degli altri, sono una che si coltiva con applicazione, leggo cose buone e vedo film con metodo, insomma sono una donna di intuito e d'esperienza, per cui ho capito benissimo che il poveretto non sapeva più che fare e che si sarebbe volentieri buttato giù dal finestrino pur di sottrarsi alla mia indagine.
Ma eravamo ancora a Formia e lui mi aveva svegliato dal sonno leggero nel quale ero caduta. 
E dunque doveva intrattenermi.

Mi ha così confessato che la moglie, al suo ritorno a casa, prendeva la sua divisa e l'appendeva in un posto sicuro nel quale i bambini non erano ammessi, una specie di stanza di decontaminazione, che pure lui non ne poteva più, che tutti i passeggeri si lamentavano della sporcizia e dei ritardi, che non sapeva se i treni erano statali o privati, che sospettava che la società incaricata della pulizia preferisse pagare le ammende piuttosto che pulire.
E mi ha anche rivelato che tale società è la medesima che sta in Francia.
Apriti cielo.
Ho preso parecchi treni francesi, certe volte non del tutto netti, ma, come sempre, non c'è confronto.
Infatti, ha replicato lui, i pulitori dei treni francesi sono francesi, quelli dei treni italiani sono italiani.

(Lì ho capito che il sacrificio della patria nostra era consumato).

Ad Aversa ho liberato il poveretto dalla morsa della coscienza del viaggiatore (oggi: il cliente) dopo avergli mostrato l'abbonamento con aria (aria in francese è maschile) blasé; traduco per chi non sa la lingua: schifata, ma è una traduzione approssimata, e per eccesso. (Sono sicura che se mi incontra di nuovo in un viaggio prossimo, il tipo fa finta di non vedermi. Meglio, così dormo il sonnellino del giusto che si è svegliato troppo presto).

Celebro allora, al mio ritorno a casa, la simpatia e l'affetto dei miei studenti, la collega che mi ha regalato una coccinella dipinta su un sasso dicendomi 'E' un segno', il collega che mi ha accolta nel suo studio come in una grotta delle meraviglie, i custodi che mi hanno riempita di auguri, il titolare de 'I buongustai'  a via dei Tribunali che mi ha confezionato la cena mentre stava chiudendo.

Celebro la mia casa pulita, i miei pesci rossi, Manga e Winter Red, che si piacciono, la mia famigliola decomposta, gli amori andati a male e quelli che riappaiono, le lacrime furtive e quelle plateali, i miei giovani amici di talento, quelli con cui, al momento, parlo meglio perché abbiamo i medesimi progetti, celebro la bellezza dei colori dei miei nuanciers, il vino nuovo e quello vecchio, le scarpe con i tacchi e quelle senza, la voce di Maria Callas che è la cosa che più mi emoziona al mondo, celebro il regalo che mi sono fatta per Natale, il cofanetto dell'integrale di Jacques Demy con 30 ore di film che ho intenzione di vedermi tutte, celebro l'appiombo del mio letto, la bellezza assoluta della mia professione, celebro qualche speranza per il futuro a dispetto della crisi che incombe, celebro il mio alberello di Natale.

E celebro la puntata numero 100 di Opera Soap, se è tempo di celebrazione, allora questo è il meglio. 

Calda con un grog quando fuori gela, decisamente più vivace di qualunque corsivo di giornale, puntuale e ispirata ad ogni appuntamento, intrisa di arte ad ogni punto, destinata a qualcosa che vi farò sapere, vera alternativa alla cattiva letteratura, intendo quella di intrattenimento, 'claire, nette et cash' come una buona amicizia, la trovate in rete senza nemmeno doverla andare a pescare.
Essa è per voi un'occasione di celebrazione: celebrate, allora, un'operina pulita per definizione, tirate a lucido le vostre case ora che l'anno sta per scadere, fate in modo di non portarvi dietro le prove dell'ingratitudine, le fisime e le ubbìe, con l'atto civilizzato del pulire, pulitevi anche la testa dai cattivi pensieri.

It's Celebration Time. Traduco per chi non sa la lingua (ma è una traduzione approssimata, e per difetto): è tempo di pulire.   

 

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100. Before and After

Andy Warhol, Before and After, 1962

Sébastien Chabal, Before

Sébastien Chabal, After

Prima date un'occhiata a Andy Warhol.

Poi a Sébastien Chabal, campione della nazionale francese di rugby, nato a Valence (città, è bene ricordarlo, santificata dalla Lola di Baudelaire e di Manet) l'8 dicembre del 1977.
Nella prima foto lo vedete nell'esercizio delle sue funzioni, nella seconda dopo che si è fatto una lunga doccia e si è abbondantemente asperso di Pour un homme, di Caron, il profumo evidentemente in grado di trasformare un orco in un eroe romantico.

Siete ancora in tempo per un regalo di Natale al Polifemo che si aggira dalle vostre parti. Fatemi sapere.

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Realizzazione PanPot / Carlo Di Giugno