Rinedda (Rino Sorrentino), Animali Fragili, La Porta Blu Gallery Arco degli Acetari Campo de’ Fiori Roma dal 27 ottobre al 10 novembre 2007, inaugurazione sabato 27 ottobre ore 19:00, a cura di Rosella Gallo. Catalogo disponibile in galleria e in Associazione da lunedì 29 ottobre
www.rinedda.com

Animali fragili

Eccoci. Siamo animali, poco specializzati perciò capaci di tutto, abbiamo sangue caldo, stazione eretta, pollice opponibile, mani e piedi con differenziazioni funzionali, sistema nervoso sviluppato oltre ogni possibilità di sopportazione, massa cerebrale in qualche punto della quale si annida un’intelligenza atta a ogni astrazione e si articola un linguaggio avvezzo a ogni abiezione, ci sfiniscono la fame e il sonno, ci governa l’istinto, il buio ci spaventa. Siamo animali fragili, viviamo di contraddizioni, la ferocia abita il nostro esistere e solo di noi stessi abbiamo compassione, aspettiamo perennemente la stagione degli amori e non li vediamo quando sono in essere, ci commuovono ricordi insulsi, ci agitano passioni indegne, l’avventura ci chiama e non troviamo le parole per rispondere, smisurate ambizioni ci spingono a imprese minime, tutto vogliamo e non sappiamo che farcene, uno sguardo ci ferisce, un rifiuto ci annienta, esistiamo fra difficoltà che esitiamo ad ammettere di creare noi stessi, inseguiamo orizzonti opportunamente irraggiungibili, ignoriamo i sentimenti e ai sentimenti aneliamo, inventiamo malattie, viviamo da asfittici asfissiando chi ci sta intorno, fragili di una fragilità senza speranza e senza via di scampo, stiamo inerti sulla soglia delle cose, malfermi, incerti.

Se è vero che l’arte ci offre uno specchio, eccoci serviti. Le cose di Rinedda, i dipinti, le serigrafie, i disegni, la forma della mano, l’andatura del passo, la voce, i colori scelti, il punto di osservazione, la musica prediletta, lo stile, tutto ciò che viene da lui parla di noi e davanti a noi stessi ci mette. Siamo noi quelle sue creature distorte, allungate, anatomicamente difformi, sono nostri quei suoi corpi che riempiono uno spazio storicamente frantumato, dalle proporzioni negate con rabbia e con timore riproposte, sono nostri il suo dolore di esistere, l’eros che avvampa, il sonno che non riposa, la carne che si riempie di lividi a ogni contatto, quel suo modo di aggredire la carta, la tela, ogni genere di supporto è il nostro modo di stare al mondo, lacerato, ferito, incapace di guarigione, incessantemente sanguinante.

Ma non finisce qui. A seguirne le tracce l’intera produzione di Rinedda è sorprendente, sa fare tutto e passa in disinvoltura dall’iperrealismo alla grafica più elegante, chi lo conosce bene dice che usa il computer come una matita perché lo  considera un prolungamento del suo braccio, è a suo agio in ogni formato, con il colore ha la dimestichezza che solo il pittore possiede, ha sufficiente intuizione dei gusti del pubblico per ignorarli senza pentirsene, è rapido nel progetto e nell’esecuzione, nelle giornate buone e se preso per il verso giusto è capace perfino di seduzioni didattiche e di contatti stretti, messo alle corde innalza barriere ma poi getta ponti se lo lasci perdere, pensi di averlo contro e te lo ritrovi al fianco, spiazzante, obliquo, intrattabile come solo gli artisti sanno essere, riemerge quando ha tempo e voglia in assoluto candore disarmante.

Il colore, allora. Ecco, il colore di Rinedda sembra avere una volontà autonoma, c’è sempre stato, era già sapiente, anche nei lavori quasi a monocromo c’erano angoli, pieghe, spazi nei quali si vedevano urgenze, le tele che si portava arrotolate sulle spalle (e la strada verso i nostri appuntamenti probabile che gli sia sembrata un calvario) e che poi apriva a terra camminandoci dentro, addirittura pestandole come se non fosse stato ancora soddisfatto del dolore di esistere che già c’era dentro, su quei quadri che non erano pensabili costretti in una cornice e che sembravano piuttosto destinati ad essere inchiodati al muro, crocefissi dalla medesima mano che li aveva fatti, su quelle superfici si facevano largo sinfonie cromatiche inattese che da sole illuminavano tutto il resto. Era, quello, un segno. Da lì il colore di Rinedda si è innalzato e ha aperto ali grandi: dilagante, complesso, incrostato, tormentato in quanto materia eppure purissimo in quanto essenza stessa della pittura e suo simbolo, si affaccia negli Animali fragili più di una volta e nel grande formato prende il volo: il Monociclo in pericolosa pendenza, che raccoglie infinite incarnazioni del mito dell’artista (clown, saltimbanco, acrobata, maschera), ha addosso e intorno ogni inaudito paesaggio di toni e di tinte, ha il senso della fioritura che segue il sonno, del rigoglio di una stagione che si rinnova; la Venere dal ventre di vetro, bistrata e fiammeggiante, ha in grembo una tavolozza intera e dal colore nasce, in tutta la sua grazia, invece che dal mare.

Le creature gracili di Rinedda hanno una vita precaria, incespicano, avanzano di traverso, non stanno al passo, arrancano dubbiose in una direzione che non conoscono, sembrano esposte a rischi, con voce quasi impercettibile lamentano una condizione deplorevole, hanno corpi esangui che sembrano sempre sul punto di disfarsi.

Eccoci. Siamo noi quelle creature fragili ma la nostra vita in mano a loro si fa intensa, il nostro inciampare nei loro medesimi ostacoli è un’esperienza inedita, la nostra difformità riflessa nella loro si fa poesia, i loro cuori che sbocciano anche dove non dovrebbero battono all’unisono con il nostro, inattesi legami si stringono, voci si sovrappongono e acquistano forza, ferite antiche e recenti si rimarginano.

Lo specchio che l’arte ci porge ci riflette e ci dà un senso, l’artista che non trova tregua nel suo dolore si fa carico del nostro male e ci solleva dalla nostra fatica di essere, messi davanti al suo lavoro ci rendiamo conto di quanto il nodo si sia fatto inestricabile, di come noi, lui e la sua pittura siamo diventati una cosa unica, grumi di materia messi insieme con perizia ci tengono, linee ci uniscono, ci invade il colore e, come sangue, ci scalda, palpita, ci scorre dentro.

Rosella Gallo

 

Non ha passato infiniti pomeriggi nel cortile dell’Accademia  di Belle Arti di Napoli come tanti talentuosi allievi,

non ha percorso in circolo i corridoi al passo dei maestri.

Non ha concesso che gli dicessero “fai così, oggi va questo...”

Neppure veste di nero, come è “d’obbligo” tra i giovani artisti,

specie se pittori.

Nulla di male, intendiamoci, ma Rino,Rinedda, è altra cosa.

Forse ha un dio tutto suo, prodigo di energia creativa,

che gli guida la mente e la  mano.

Quel dio si appaga ogni volta che contempla il frutto della sua Opera.

Gaetano Gravina

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