Visconti lo avrebbe messo nel cast di Senso, gli avrebbe dato una parte e riservato parecchie inquadrature.

Alessandro Imparato con addosso la divisa dell'esercito austriaco starebbe benissimo, non sembra per niente un guaglione, è tutto biondo e tutto in finezza, 'il piccolo Hans', ha detto lo scorso anno una compagna e lo ha preso in pieno.
Difficile anche trovare uno sguardo più fiducioso, un'intensità simile a quella delle pulsazioni che lui emana.
Si esprime in modi diversi, anche attraverso la scrittura, che è tutta in dedica, disordine e calore e che costruisce incessantemente immagini. Ovvero, anche negli sms, spesso notturni e suggestivi oltre che composti nel codice cifrato dei nostri giorni, c'è qualcosa di diverso, spiragli che si aprono sulla sua anima e fanno intuire che cosa ci sta dentro. Le mail sono simili. Il suo curriculum ci dice poi che vive a Vietri sul Mare, che è un borgo antico del Tirreno 'sosta inevitabile per affranti nostalgici', terra di argilla porosa, rame dei colori brillanti, fuoco sulla materia.
E dichiara che lui è involontariamente fatto della medesima sostanza. Un curriculum, si capisce facilmente, che è anch'esso un'immagine evocativa.

Detto questo, passiamo ai suoi lavori.
E' scenografo e nutre una passione per il design, l'arredamento e per l'arte che fa da tramite con tutto, realizza oggetti, che io definirei sculture e che lui chiama lampade, oppure sono sculture che lui piega a identità diverse e fra queste identità compaiono anche le lampade. Una volta arrivò a un esame con una di esse fra le braccia, il mandato era di realizzare qualcosa di tridimensionale che potesse servire da contenitore per l'arte contemporanea (il concetto, ma anche il materiale messo insieme da internet, musei, viaggi, insomma, una specie di cartella che tenesse unito ciò che per definizione, il nostro tempo, era disperso).
Il suo lavoro era bellissimo, una specie di stretto cilindro in rame dalla superficie irregolare realizzato come a foglie. Nell'estrarre quello che ci aveva messo dentro (un rito, una messa in scena, la curiosità tutto intorno era montata in modo incontenibile), si tagliò e finì la prova cercando di tamponare la ferita che buttava sangue. Trovai quel gesto, la rassegnazione sorridente davanti al guaio, l'abitudine all'incidente di percorso, un po' da soldato, un po' da artista. 

Ma passiamo all'opera con cui ha allestito la sua stanza nella nostra Galleria, ovvero al manga realizzato nel 2009 per l'esame di Storia dell'arte contemporanea dal titolo Inconscious Note.
Qui dobbiamo spiegare qualcosa. Tutti gli studenti delle scuole d'arte giapponesi realizzano manga, è un sistema economico di fare cinema e anche un mezzo potente di espressione. Per non parlare degli ostacoli davanti ai quali si è messi: inventare una storia, darle una forma di sceneggiatura, costruire delle tavole che abbiano una logica nella loro successione e nelle quali i personaggi, altro terreno tutto da coltivare, sappiano, per esempio, dove mettere le mani, come camminare e dialogare fra loro.
Perché noi no?
L'indicazione di massima era di lavorare su se stessi e sulla propria esistenza, quella di supereroi del nostro tempo, metterci dentro l'Accademia, gli amici, le notti incerte, la casa, il proprio paesaggio interiore.
Moltissimi dei risultati sono stati ottimi, alcuni albi sono arrivati anche rilegati e con il prezzo di copertina, uno aveva addirittura la scritta audace che recitava 'Volume 1'. 
E poi dovete ammettere che l'idea medesima del manga in salsa partenopea è irresistibile. 
Tutti i lavori erano di carta, come nei patti.

Era di carta anche il manga di Alessandro Imparato, però era un oggetto.
Nel senso che dava l'impressione di una materia che invadeva tutto, lo spessore, la pesantezza, una lavorazione che lo trasformava in un'impresa titanica che andava ben al di là del concetto di fumetto; non era riproducibile se non a prezzo di entrare in una logica diversa di stampa. Per la rilegatura erano stati usati una dozzina di sottilissimi fili di rame, alcune delle pagine erano intrise di traboccante colore acrilico-olio e c'erano inserti tattili di resina sottile. Un ticket plastificato della metro di Parigi concludeva la storia. Un invito al viaggio. 

E poi il protagonista: vestito volentieri con la cravatta quando nei posti che lui frequenta se ne vedono di rado, in movimento perpetuo fra luoghi che, tutti, gli danno qualcosa da pensare di profondo, vive una vita intrisa di poesia, si sposta da un pensiero all'altro e da uno sfondo paesistico a quello che viene dopo (le immagini dei panorami sono bellissime, ne vedete una nella foto numero 5, perfettamente colto lo spirito più intimo di Vietri, di Napoli, chiese, golfo con qualche imbarcazione che lo percorre, case e palazzi, la mole compatta dell'Accademia), fa mille cose diverse, intreccia relazioni, si mette davanti ad artisti di cui coglie il pulsare più intimo (dice un balloon: '...apparenti semplici linee di D. Buren...cronica rivoluzione di Courbet, genialità incantata di Crewdson...spietato sguardo di Picasso...assorti gigantismi di Mueck...paradisiaci mondi di Eliasson': praticamente un perfetto manuale di Storia dell'arte), spesso, anzi, spessissimo fa sfoggio di ironia, in bilico fra ferocia e delicatezza di spirito, esposto a tutte le tempeste e a tutti gli assalti della vita, si difende a modo suo, riflettendo a voce alta (voce di fumetto, si intende), interrogandosi, sferrando colpi in gentilezza e dubbio, sempre assorbe in sé quello che ha davanti, in un precario e fluttuante equilibrio fra coscienza e inconscio sembra cercare amore e di amore essere colmo.

Il tratto è febbrile, c'era da aspettarselo, in tavole complesse che si leggono come un romanzo fa sfoggio di conoscenze grafiche e esibisce studi prospettici, cambia volentieri punto di vista e volentieri guarda dall'alto, cosa che gli riesce bene perché è un osservatore attento che vuole impossessarsi del segreto delle cose.
Il groviglio è apparente, a guardarle una per una le strisce sono impaginate con chiarezza, ciò che ci dà la sensazione nell'intrico è l'andatura del pensiero, che ha continui sobbalzi e ritorni e che ci risucchia.
Impossibile restarne fuori.
Come davanti all'avventura più desiderabile, seguiamo le orme del personaggio che oscilla fra realtà e sogno, gli siamo accanto, stupiti che in un'invenzione che si vuole semplice possano affollarsi tanti temi, ritmi visivi, passaggi repentini di scene.

Un film, insomma.
Anzi, qualcosa di meglio, non fosse altro che per quel raccogliere in sé tipico dell'opera d'arte di nuovo genere tutto ciò che è stato fatto, ripensarlo, lasciarne trasparire l'eredità e poi andare per la propria strada, in uno stato di solitudine che sconcerta (dice un altro balloon: 'Stando soli è più difficile rendersi conto di se stessi'), in una cauta apertura al mondo ('Abbiamo una voglia struggente di vedere altri uomini come affrontano le loro situazioni...'), in una promessa, finalmente, che diventa un invito rivolto al lettore: 'Cosa ci fa stare bene, il senso di appartenenza...'.

Alessandro Imparato è nato a Salerno nel 1987. Ha frequentato il Liceo Artistico A. Sabatini nella medesima città ed è attualmente (2009) iscritto al 3° anno della Scuola di Scenografia presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 2009 ha partecipato alla collettiva Primitivi Metropolitani che si è tenuta presso la Villa Signorini di Ercolano, un progetto dedicato al tema del viaggio che comprendeva video, installazioni, dipinti e performance. Vive e lavora a Vietri sul Mare +39.329.4948173 alessandre19imp@hotmail.it

 

 

 

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