101 Natale con i tuoi

'Christmas is a holiday that persecuted the lonely, the frayed and the rejected'
(Jimmy Cannon, citato in Sarah Long, le Dossier, How to Survive the English)

Mercoledì 24 dicembre, la vigilia

La colf è venuta ieri, ha pulito la casa e ha stirato, ed è partita per una vacanza dai suoi genitori di una settimana.
Le ho regalato delle saponette inglesi.
A questo proposito annoto che ho dovuto riprendere le ragazze della profumeria che, dopo un'attesa di 15 minuti d'orologio, mi hanno consegnato un pacchetto malfatto, con l'adesivo che avrebbe dovuto tenere giusto a metà la plissettatura della carta dorata, dandole così l'aspetto di una farfalla, messo di traverso e male attaccato, al punto che la titolare ci si è fatta sopra pure una risata per quanto era brutto. 
La titolare ha smesso di ridere quando ho chiesto di ricominciare daccapo e di aggiustare la farfalla.

Ho compassione di me, costretta a vivere in questo borgo selvaggio.

Sulle pagine della mia rivista di decorazione preferita, quella inglese sempre in ritardo finalmente arrivata in edicola, sfolgorano i pacchetti di Few and Far www.fewandfar.net, il più bel negozio di Londra.
Dico solo che quando, nello scorso mese di luglio, ci sono andata e ho comprato dei piccoli oggetti, sono stata malissimo al momento di scartarli. E aggiungo che uno di essi, una lavagnetta di 12 cm per 9, non l'ho scartata affatto perché me ne è mancato il coraggio ed è ancora qui davanti a me, avvolta nella carta da zucchero, legata con una fettuccia bianca annodata in un fiocco piatto con appeso un cartoncino tenuto da una cordicella e sopra non c'è scritto 2 £, il valore di ciò che sta dentro, ma c'è un timbro blu con Few and Far e la sagometta, anch'essa del color del mare, o della carta, di un pesciolino.  

La colf mi ha regalato una candela con una decalcomania di angioletti che sembrano trattati con il botox, iniettato, come direbbe il mio dermatologo, che è una persona seria, da un'estetista di periferia con la quinta elementare.

Sono andata a dormire alle 3 del mattino (cosa che faccio di rado, ho preso in prestito il motto di Flaubert Siate regolari e ordinati nella vostra vita in modo che il vostro lavoro possa essere violento e originale) e mi sono svegliata alle 10 perché è suonato il citofono, poi il telefono e ha pure attaccato la segreteria.
Sono lucida, solo un po' fluttuante, con nemmeno un'ombra di mal di testa.
Sarò, inevitabilmente, in décalage totale per tutta la giornata.
Pranzerò, come in Fanny e Alexander la famiglia Bergman, alle 16, con la differenza che il loro è il dinner della vigilia e il mio è il lunch. Amen.

Alle 12 sono uscita per andare al mercato, stasera a cena saremo 4, per una famiglia decomposta è un numero di tutto rispetto, diventeremmo 7 se volessi tirare fuori dall'armadio alcuni scheletri, in perfetto stile Norman Bates in Psyco. Devo pensarci.

Sto leggendo un libro delizioso, La sauce était presque parfaite, 80 recettes d'après Alfred Hitchcock, un lavoro avvincente di Anne Martinetti & François Rivière con le foto di Philippe Asset (Cahiers du Cinéma, 2008) che, stando a una noticina, è nato, come idea iniziale, sul treno 'Paris-Melun Express de 18 h 51': giuro che la pianto di lamentarmi del mio IC e mi concentro sui miei progetti.
Gli autori sono grandi conoscitori del cinema di Hitchcock e hanno sottoposto ad analisi tutti i suoi film, tirandone fuori i seguenti capitoli: Itinerario di un gourmand ingleseFinestra sulla gastronomia dell'East Coast; Sulla strada per la California; Il giro del mondo in 80 ricetteDelle serate piene di suspence. (Mi chiedo perché non mi sono mai accorta che i film del grande maestro del brivido erano così farciti. Mea culpa. Non essendo una spettatrice distratta, è evidente che, come sempre, provo scarsa attrazione per il cibo e non lo vedo).
Nato il 13 agosto del 1899 'negli odori di frutta matura, di prosciutti salati e di spezie diverse' del negozio dei genitori, diventato presto scenario delle sue prime 'avventure terrestri', Alfred, da ragazzino, veniva portato dal padre al mercato coperto di Covent Garden, che i più attenti di voi avranno riconosciuto citato ampiamente in Frenzy (1970), che ho rivisto un paio di sere fa, notandone finalmente la dimensione gastronomica.
Fra aneddoti, fotografie, dialoghi e piccoli, squisiti saggi, si trovano le 80 ricette del titolo, in modo tale che, volendo, potete confezionarvi un Breakfast Scotland Yard con uova, bacon, salsicce di Tolosa, champignon di Parigi, pomodoro, burro, sale e pepe e fare così compagnia all'Ispettore Oxford, la cui moglie segue i corsi di cucina della 'Continental School of Gourmet Cooking' e ammannisce allo scontento consorte 'cuisses de grenouilles' o 'tripes à la mode de Caen'.

Irresistibile. Un libro molto ben fatto, che va ben al di là delle promesse del titolo e che mi ha fatto venire voglia di mettermi ai fornelli.
In modo comunque minimale, intendete bene.
La cena di stasera e quella di domani sono pronte su una ricetta de 'les fiches-cuisine Elle' messa da parte da una ventina di giorni. Tutto 'comme en Norvege': 'Saumon, légumes et crème' e 'Boulettes de viande, pomme et chou', tempi di preparazione 20 minuti per ciascun piatto.
Un mini-panettone, gli amaretti di Sassello (che compro per la bellezza della confezione) e cioccolato. Frutta fresca. Champagne. Sauternes per il dessert.

Poi: i film di Natale. L'anno che vidi Merry Christmas, Mr Lawrence, con un David Bowie (il maggiore Colliers, prigioniero britannico in un campo di concentramento giapponese) al massimo della sua inquietante bellezza (che, però, come ricorderete, muore e muore male, interrato fino al collo, i capelli mossi dal vento, guardato, dico meglio: mangiato con gli occhi dal comandante Yonoi); quello in cui andai a passare la vigilia ad Hong Kong per ripetere il rituale di 2046, di Wong Kar-wai, che vi ho già raccontato nella puntata n° 30; l'anno di Stanlio e Ollio in Avventura a Vallechiara, con Stanlio che sottrae il contenuto della botticella al San Bernardo, dopo averlo ingannato fingendosi ferito tirandosi addosso le penne della gallina che stava spiumando per simulare la neve.

Stasera sarà Les demoiselles de Rochefort di Jacques Demy, starring le due sorelle Dorléac, Françoise, che sarebbe morta di lì a poco, a 25 anni di età, in un incidente stradale (potete rivederla e commuovervi sul suo tragico destino in La calda amante di François Truffaut) e l'altra, nota come Catherine Deneuve.

E poi c'è la musica.
Qui la scelta è fra La Bohème ('Pranzare in casa è male / Oggi ch'è la vigilia di Natale!... / Un po' di religione, o miei signori: / si beva in casa ma si pranzi fuori'), che comincia a Natale, e il Werther, che a Natale finisce.

Ma la scelta l'ho già fatta nei giorni scorsi, portandomi in macchina il disco che ho sentito looppato e a tutto volume.

Come ho già detto altre volte, sono un'abitudinaria, e detesto i cambiamenti.

Ed è così che, con lo stato d'animo eccitato e insieme colpevole della Marilou del romanzo di Angie David che si prepara l'ennesima striscia di cocaina o del ciccione che scarta la tavoletta di cioccolato al 72% di cacao, metto su il Werther di Massenet.
Lo so che è tossico, che mi fa male, che tira fuori tutto il mio mood più malinconico, che mi sfinisce.
Ma ormai ci sono dentro, come David Bowie, fino al collo.

La cosa sta così: Charlotte (mezzo soprano) e Werther (tenore) si sono già incontrati nel primo atto, quando Werther, futuro diplomatico, colto, sensibilissimo, solitario, in comunione perenne con la natura, è stato incaricato di accompagnarla al ballo.
Fin dall'inizio è ripetuto il coro dei fratellini di Charlotte ('Noël! Jésus vient de naître...'), che si stanno preparando per Natale dal mese di luglio.
Werther si è già innamorato.
Quando lei gli dice che è l'ora del sonno, lui risponde che non gliene importa niente, stelle o sole possono pure alternarsi nel cielo, lui non sa se è giorno o notte, il suo essere è indifferente a tutto ciò che non è lei.
Charlotte gli fa notare che lui non sa niente di lei. Lui taglia corto: 'Mon âme a reconnu votre âme''. 
(Ora ditemi voi se un pretendente vi ha mai rivolto una frase così. A me no. Colpa mia, frequento uomini che non sanno a memoria il libretto del Werther e che sono, in aggiunta, senz'anima).
Come sappiamo, però, Charlotte ha promesso alla madre sul letto di morte di sposare Albert (baritono).
Se ne ricorda all'improvviso; per un istante, vicino a lui, ha dimenticato il suo giuramento.
Werther, ancora una volta, è categorico: ne morirà.

Nell'atto secondo Charlotte e Albert sono sposati da 3 mesi, riecco Werther, i suoi sentimenti non sono mutati, si fa audace: 'C'est moi! moi! qu'elle pouvait aimer! / J'aurais sur ma poitrine pressé / la plus divine, la plus belle / créature que Dieu même ait su former!'
Charlotte lo tratta con freddezza voluta, lo obbliga ad andarsene, a farsi vivo solo a Natale.

E qui ci siamo. Atto III, la vigilia.
Lei, malinconicissima, legge e rilegge le lettere che lui le ha inviato e che lo dicono solo, sotto il cielo di dicembre grigio e pesante come un sudario.
Lei si strugge davanti a questa assenza di tenerezza, di pietà, non sa nemmeno più come le sia venuto il triste coraggio di ordinare quell'esilio e quell'isolamento.

La scena è movimentata dall'arrivo di Sophie (soprano), la sorellina di Charlotte che, vedendola triste, la invita a raggiungerli tutti, i bambini hanno finalmente imparato il canto natalizio.
Charlotte è sempre in procinto di piangere, manda via con affetto la sorella, prorompe in un'aria di autentica protesta nei confronti di Dio, lei ha seguito la sua legge e compiuto il suo dovere ma tutto spaventa e ferisce la sua anima.
L'impeto è tale che la sensualità di lei, la disperazione dell'averla dovuta trattenere sono ormai pienamente leggibili.

Si apre la porta di fondo. 'Ciel! Werther!'.
E' la vigilia di Natale e lui è tornato. Non voleva, non era passato un solo istante senza che lui si dicesse che sarebbe morto piuttosto che rivederla.
Ma 'Qu'importe / d'ailleurs tout cela!...me voici!'

Eccomi, dunque.

Lei tenta ancora di metterla sull'amichevole, lui arde e brucia, arriva l'aria famosissima della traduzione di Ossian che lui aveva intrapreso 'Pourquoi me réveiller?...'.
Ho visto il Werther più di una volta a teatro, ho avuto anche l'onore di applaudire Alfredo Kraus, il più grande Werther di tutti i tempi (ma anche George Till non è male), a questo punto tutti stanno con la testa nel sacco, moribondi, assetati d'amore. Tutti quelli del pubblico, intendo. Quelli sul palco, ça va sans dire.

La voce di lei trema e nella voce di lei che trema, negli occhi di lei pieni di lacrime, lui trova la sua strada: 'Va! nous mentions tous deux, en nous disant vainqueurs / de l'immortel amour qui tressaille en nos coeurs'.

Charlotte: 'Ah! ma raison s'égare!'
Werther: 'Tu m'aimes! Ti m'aimes! Tu m'aimes!'

La musica sale nell'impeto della passione, lui sempre più esaltato: 'Hors de nous rien n'existe et tout le reste est vain'.

Finiscono finalmente l'una nelle braccia dell'altro, quando lei se ne rende conto è troppo tardi, lo respinge, lui implora il suo perdono, lei fugge dicendogli addio per l'ultima volta.
(Il teatro tutto fa il tifo perché Albert si tolga dai piedi in qualche modo).

Disperazione di Werther, inno alla natura, il suo figlio prediletto, il suo amante sta per morire. La sua tomba può aprirsi.

Rientra Albert, capisce tutto, lei cerca di controllarsi, viene portato un biglietto, il marito la obbliga a consegnare al domestico le pistole che Werther, in partenza per un lungo viaggio, chiede che gli siano prestate.

Atto IV, la notte di Natale.
Nevica, buio in sala, alcune finestre si illuminano poco per volta.
La musica si fa sempre più drammatica e continua fino al cambio di scena.

Secondo quadro.
Le cabinet de travail de Werther.
Un candeliere a 3 bracci, un tavolo pieno di libri e carte, un pane tagliato.
La grande finestra è aperta, attraverso di essa si vede la piazza del villaggio, la casa del padre di Charlotte è illuminata. Il chiarore della luna penetra nella stanza.
In primo piano, Werther, ferito a morte, giace a terra.

Entra Charlotte, bruscamente, lo chiama con angoscia, vede il sangue, lo implora di risponderle.
Lui riprende conoscenza, pronuncia il nome di lei, le chiede perdono.
Charlotte: 'Te perdonner quand c'est moi qui te frappe / quand le sang qui s'echappe / de ta blessure, c'est moi qui l'ai versé...'.
(E qui, sempre, dovunque io sia, a teatro, in casa mia, ieri al semaforo di viale dell'Oceano Atlantico con una ragazza nella macchina vicina che mi guardava sconcertata, oggi, 24 dicembre 2008, davanti al mio computer, mi sciolgo in un pianto torrenziale che niente arresta).

In quel limbo che precede la morte, nell'assenza di punti di riferimento dell'istante supremo, aiutati dal mondo che è occupato a festeggiare il Natale, Werther e Charlotte si ritrovano.
La complicità si fa avvolgente, lui non vuole che lei vada a cercare aiuto, nessuno deve più venirli a separare, si sta tanto bene così.
La voce di lui si è fatta dolce, quasi accarezzante. Muore felice, dicendole che la adora.
Lei ha resistito fino alla fine ma ormai può rivelargli che lo ha amato dal primo momento, 'j'ai senti qu'une chaine / impossible à briser liait tout les deux!'.
Parla, parla ancora.
Tutto, dimentichiamo tutto.

E dunque, prima che la morte lo prenda, lei gli concede un bacio, l'anima di lui, nell'anima di lei perdutamente si fonde, l'erotismo si fa palpabile, sentiamo nella musica l'odore del sudore e del sangue.
Lei si fa ardita: 'La mort, entre mes bras / n'osera pas te prendre!'  

Dalla finestra entra il coro dei bambini: 'Noël! Jésus vient de naître...'.

All'ardimento di lei risponde l'ardore di lui, le indica il luogo dove vuole essere sepolto, i due grandi tigli sotto i quali vuole riposare e, se questo non sarà concesso a un suicida, lo accoglierà la terra nella valle solitaria e lì, se pure il prete, passando, distoglierà lo sguardo, ci sarà pur sempre qualche donna che verserà una dolce lacrima sulla sua tomba.

Dal grido di lei capiamo che lui è spirato.

Si alzano le voci dei bambini ' Noël! Noël! Noël!'.

Sipario.

Un paio di anni fa ho messo in bibliografia per i miei studenti I dolori del giovane Werther di Goethe.
L'ho fatto per contrastare la diffusione perniciosa dell'amore alla Federico Moccia, che continua a scrivere romanzi farlocchi per adolescenti che ci cascano.
Ho detto in modo chiaro che se cercavano il sentimento, la giovinezza, la follia del colpo di fulmine, la carnalità, avrebbero trovato tutto ciò in Goethe e non nell'altro.
Qualcuno ha capito e una delle ragazze si è anche perdutamente innamorata del più romantico degli eroi.

E ora ho un suggerimento per voi: se la vostra storia sentimentale di oggi, di ieri o di domani è solo di qualche grado meno calda della febbre di Werther, ebbene lasciatela cadere.
L'amore è una cosa seria, accade, spacca, stordisce, travolge, uccide.
Riservate i rapporti tiepidi ai vicini di casa o ai colleghi con i quali avete poco da spartire.
Se vi sentite soli, prendetevi una coppia di inseparabili come ne Gli uccelli di Hitchcock, oppure un bel cricetino, se, come questo animaletto, amate le ore notturne.
Se poi non sapete come passare il vostro tempo libero e sentite il bisogno di essere trastullati, mettetevi a studiare il greco o il tedesco, anche la storia dell'arte farà al caso vostro.

E se, quando andate a dormire, vi lamentate di sentire freddo nel letto, prendetevi una borsa dell'acqua calda o uno scaldino.

Vi auguro Buon Natale. 

Nel video Alfredo Kraus, 'Pourquoi me réveiller' dal Werther di Jules Massenet

Alfred Hitchcock

Françoise Dorléac e Catherine Deneuve in Les demoiselles de Rochefort di Jacques Demy, 1967

Buon Natale 2008!