103 Baby, It's Cold Outside

Il titolo, come in molti ricorderanno, è quello della canzone di Frank Loesser del 1944, poi datata al 1949 quando fu venduta alla MGM che la inserì nel film Neptune's Daughter. E' quel bellissimo duetto in cui lei, The Mouse, dice che deve andare a casa, che la madre si starà cominciando a preoccupare, che il padre starà misurando il pavimento a grandi passi, che il fratello sarà già sulla porta e lui, The Wolf, le fa notare che fuori fa freddo, che mai si è vista una tempesta così, che rischia di prendersi una polmonite, che ha labbra deliziose, che c'è il fuoco nel camino (in realtà il fuoco compie l'azione connessa al verbo to roar, ruggire, mugghire, fatevi da soli la traduzione perché io non ne sono capace). Lei accetta un altro 1/2 drink, poi una sigaretta, poi gli ultimi versi 'Brr its cold...Ahh, do that again...', pure qui fate da soli, non avete bisogno che io vi guidi per mano.

Veniamo a noi.
Probabilmente anche voi avete più di un televisore in casa. In questo 'anche' non inserite me, che ne ho uno solo e che lo accendo esclusivamente per vedere i miei dvd e in qualche rara, importante occasione, tipo funerali di Lady D., crollo in diretta delle torri, campionati del mondo o europei di calcio.
In quest'ultima circostanza guardo Beckham, per motivi che, come avrete capito, esulano del tutto dal tifo per la nazionale inglese, oppure Zidane, che invece apprezzo molto come calciatore e che sembra elegantissimo e insuperabile anche a una come me che capisce poco di tecnica.
A questo proposito non so descrivervi lo stato d'animo di sperdimento con cui ho visto tutto il film di Douglas Gordon e di Philippe Parreno Zidane, un portrait du 21e siècle (2006), una specie di installazione concettuale presentata a Cannes ma anche alla Biennale di Venezia, in cui lui veniva ripreso durante la partita Real Madrid-Villareal del 23 aprile 2005, ma veniva ripreso solo lui, che correva, sudava, sputava, urlava ai compagni di squadra, il tutto senza minimamente inquadrare il gioco. A un certo punto si vede Beckham (anche lui in carica al Real Madrid all'epoca) che gli dà una pacca su una spalla, poi si allontana e sparisce e il film è eterno e impenetrabile.  
Se non ho capito male, Zidane viene espulso dal campo pure lì, e senza che abbia dato una capocciata a nessuno.

A proposito della famosa capocciata, quella sferrata a Materazzi nella finale di Berlino del 2006, approfitto di questo spazio di libertà che è Opera Soap per schierarmi dalla parte di Zinedine.

Anche Abbado, se disturbato mentre sta per dare l'attacco a Donna Anna che trascina sul palcoscenico Don Giovanni strillando 'Non pensar se non mi uccidi che io ti lasci fuggir mai...' (io Donna Anna non l'ho mai capita; al suo posto, io, con Don Giovanni, mi ci sarei andata volentieri a fare un giro), si butterebbe a testa bassa sul petto dell'intruso, e lo farei  pure io, se interrotta durante uno di quei passaggi di una lezione in cui io e l'artista che sto presentando siamo diventati una sola cosa, ho cominciato a sentirlo e sono entrata nel suo catalogo tutta intera e senza riserve.
Quindi, statemi lontani quando mi trovo nel fervore della professione e i commenti fateli alla fine. Per favore e grazie.

Ma se pure avete più di un televisore in casa, è probabile che abbiate un solo frigorifero e che esso stia nella vostra cucina.  
Qui vorrei lanciare una richiesta ai fabbricanti e invitarli a progettarne uno da mettere in bagno, ma deve essere una cosa di dimensioni ridottissime, non quei botoli che si trovano in giro, sempre troppo ingombranti, che si possono attaccare anche all'accendisigari della macchina.  
Non ho posto in bagno, c'è già lo stereo e ci sono quintali di riviste, e poi dentro il frigidaire da toletta devo metterci solo i trattamenti che si potenziano con il freddo (i gel, per esempio), il diffusore di acqua minerale e, in estate, i trucchi.  

Se, dunque, vi siete concentrati sul frigorifero che avete in cucina, riflettete un momento prima di rispondere alle mie due domande contrassegnate con A e B. Poi apritemi il vostro cuore.
Allora. A: ogni quanto viene pulito? B: da chi viene pulito?

Ora non venitemi a dire che non sapete rispondere, che se ne incarica la colf e che trovate tutto fatto quando rientrate perché questo non è un lavoro da affidare a nessuno che non sia il legittimo proprietario dell'elettrodomestico.
Quindi, non si scappa: il frigorifero ve lo dovete pulire da soli.
Mi spiego, non sto parlando della passatina di spugna intrisa di acqua e aceto, come suggerivano di fare le nostre madri, che lascia, è facile da intuire, il tempo che trova.
Sto parlando della sbrinatura e della pulizia radicale, quelle che interessano la parte frigorifero e la parte congelatore e che finiscono con 'la macchina del freddo con lo scambiatore di calore'.
E non venitemi a dire che il vostro frigorifero si sbrina automaticamente, anche il mio, però questo non significa che l'uno e l'altro non vadano puliti come si deve.
Ripescate, allora, il libretto con le istruzioni d'uso e, se non sapete più dove lo avete messo, leggete il racconto del mio intervento di sbrinamento radicale e pulitura che si è appena concluso.

Mi scrivo le cose che devo fare con metodo.
Sono una donna di organizzazione e faccio un milione di cose diverse, che considero tutte ugualmente importanti.
Utilizzo un sistema che ho perfezionato nel tempo, la mia agenda, una montagna di post-it di vari formati a seconda delle priorità e poi fogli A4 colorati, gialli per le cose di segreteria, lilla per la creazione, verdi per i viaggi e rosa per il planning settimanale.
Il foglio rosa, che reca il titolo 'Cose da fare da lunedì...' (sono nata di lunedì e mi piace cominciare la settimana prendendola per il verso giusto), dal mese di agosto recava una piccola frase minacciosa per la mia serenità, che la notte mi tornava in mente svegliandomi e che disturbava spesso la mia concentrazione.

Essa suonava così: 'Frigorifero; congelatore'.

Ieri, giorno di Natale, c'è stato, di sera, 'l'incidente'.
Una foglia di prezzemolo si era attaccata sul pannello di fondo del frigorifero, uno dei generatori di freddo.
Il tentativo (cretino) di portarla via con la spugna ha sbriciolato la spugna e l'ha attaccata vicino al prezzemolo, cosicché si è formata una composizione astratta, di colori tiepoleschi (verde il prezzemolo e rosa la spugna), una cosa da piangere, brutta a vedersi, irreparabile sul momento.
E lì ho preso la decisione. Ho inserito il Superfrost per dare ai surgelati 'la necessaria riserva di freddo' e me ne sono andata a dormire.
Chiarisco che il mio congelatore è quasi vuoto, due filetti di salmone, quattro fette di pane, un paio di accumulatori di freddo.
Esso viene utilizzato, in pratica, per portare, in caso di necessità, il vino alla giusta temperatura.
Non mi piacciono i surgelati, non c'è una sola marca che produca cose degne di essere mangiate, non riesco a capire perché siano così poco organizzati in questo settore, e non sono di quelli che cucinano per il loro freezer preparando deliziose vaschette mensili e barattoletti con sughi destinati a diventare del colore livido della signora Bates in Psyco. (A questo proposito, vi eravate accorti che lei si chiama Norma e il figlio Norman? Lo si sente molto bene nell'edizione originale, quando Anthony Perkins, vestito da donna e con il coltello in mano, si butta sulla vittima di turno gridando 'I'm Norma Bates!'. Da allora guardo con qualche preoccupazione i figli che portano il nome di uno dei genitori, con tutti i nomi che ci sono al mondo uno sforzo di fantasia bisognerebbe pur farlo).

Il sonno della notte è stato disturbato. Domani nella battaglia pensa a me. Impossibile liberarmi di quel pensiero molesto.  
Mattina del 26 dicembre. Subito dopo i rituali consueti giunge l'ora della grande manovra.
Provvedo a freddare il soggiorno, finestra spalancata e valvola del termosifone sullo 0, dove non sta mai, sono una che sta bene al caldo, soprattutto quando It's Cold Outside.
A terra un panno robusto di appoggio.
Stacco la spina, il mio frigorifero manda un ultimo respiro e piomba nel buio. 

Via tutti i magneti, fuori le bottiglie e i barattoli di spezie. Trasferiti in buste preparate per tempo le provviste.
Ossessive, lo ammetto: 12 confezioni di parmigiano, quello dei 5 bocconcini confezionati singolarmente, l'altro non lo conto, il bianco del latte, del burro - 3 tipi diversi -, dello yogurth, della crème fraîche sopravvissuta alla vigilia, le verdure scelte per il colore, alcolici in abbondanza tale da poter invitare senza imbarazzi Hemingway a cena (a cena, non a pranzo, non bevo mai prima delle 18:00, nemmeno quando sono con scrittori che, invece, non guardano l'orologio prima di riempirsi il bicchiere), riserve di creme e di cosmetici. Depositate nella stanza di fondo, ormai fissa alla temperatura di una ghiacciaia.
Fuori il cassetto del congelatore con qualcosa dentro, da parte gli altri due e il vassoio per la congelazione delle fragole (mai usato, mi è sempre sembrato una perversione).
Avvolgimento di quello pieno nel giornale, trasferimento del medesimo sul panno di appoggio, in mezzo alla corrente che viene dalla finestra.   

Manga e Winter Red guardano le grandi manovre con gli occhi tondi, vagamente preoccupati dalla possibilità di venire coinvolti.

Sono una donna di lettere e con la tecnologia ho un rapporto di sottomissione e di rispetto. Credo che ci sia un motivo per ogni scelta che compiono i progettisti.
Ma siamo proprio sicuri che il frigorifero debba essere così pieno di tubi e tubicini, condotte di scarico, generatori di freddo, anfratti, scanalature, guarnizioni, sportelli e sportelletti, contenitori per il burro e le uova (lasciamo perdere il vassoio per le fragole), recessi, sinuosità, labirinti, insenature, cerniere, cassetti, bacinelle di evaporazione, fori di scarico, vani, pareti, griglie metalliche e scambiatori di calore? Se un progettista di frigoriferi mi legge, può rispondermi? E può anche dirmi, se non considera la domanda troppo personale, se in vita sua ha mai sbrinato e pulito una delle sue creature?

Mi sfugge se al Bauhaus Gropius, Meyer o il mio amatissimo Mies abbiano sollecitato la progettazione di frigoriferi.
Ma questi progettisti qui, quelli attuali, perché non si ripassano i principi della grande scuola d'arte tedesca, quella che si era messa al servizio dell'industria? Rigore, razionalità, ergonomia, geometrizzazione delle forme, in una parola bando agli anfratti.
Un bel frigorifero Bauhaus sì che sarebbe agevole da pulire.

Ma non mi faccio abbattere dai diverticoli dei progettisti.
Tolgo tutte le griglie, il vetro, i cassetti, il portaburro e il portauova e infilo tutto nella lavastoviglie.
A fine manovra avrò fatto 5 lavaggi, sarebbero stati 6 se solo fossi riuscita a far entrare nella macchina il cassetto grande del congelatore, troppo profondo e, per questo, destinato al lavaggio nella vasca.
Ho orrore di utilizzare a scopo diverso dall'igiene questo luogo sacrosanto della stanza da bagno ma, si sa, à la guerre comme à la guerre, mica posso stare con un cassetto sporco.

Ed ora via con l'olio di gomito, sullo sportello ho lasciato, come carburante, solo il magnete con scritto Cleaning Attack!, lo avevate già incontrato nella puntata n°51.
Strofino, lavo, sciacquo, mi arrampico per raggiungere i piani alti, mi sdraio per la mascherina che sta in basso, ripasso, mi infilo dentro, detergo, purifico, raggiungo tutte le scanalature dei binari di scorrimento delle griglie, mi intestardisco su una macchia, quando affronto la composizione tiepolesca, con un ghigno di soddisfazione mi accorgo che cede subito e si dissolve al primo assalto, con voluttà ci rimango sopra almeno 60 secondi, corvo rosso tu non avrai il mio scalpo ed io ti cancellerò dalla faccia della terra con un colpo di spugna.

Il peggio viene con la parte congelatore. Ho estratto il tubetto di scarico, l'ho inserito nell'apposito foro di uno dei cassetti messo a terra. Per accelerare il procedimento, ho seguito le istruzioni e ho posato una pentola di acqua calda su uno dei generatori di freddo.

Se avete visto il Dottor Zivago (la mia visione risale alla notte dei tempi) ricorderete quelle incrostazioni di ghiaccio che formavano stalattiti e arabeschi sulle finestre. E loro due abbracciati, al caldo. Baby, It's Cold Outside, soprattutto da quelle parti.
Ora, a me la scena sembrò ridicola anche allora che ero una bimbetta. Mi sembrarono ridicoli gli arabeschi, non la stretta, anche se Omar Sharif non mi è mai piaciuto. Come ho confermato prima, ho altri gusti in fatto di uomini.
Figuriamoci l'effetto che mi farebbe oggi (sempre la scena con i suoi arabeschi). Probabilmente quello che mi hanno fatto i generatori di freddo che, lo ricordo, sono pieni di fori, e tutti i tubi connessi, completamente ricoperti da uno strato decorato e incrostato di durissimo ghiaccio.
Anche Reinhold Messner si sarebbe fatto prendere da scoramento. Avrebbe piantato la sua ipertecnologica piccozza su una parete (del congelatore) e si sarebbe andato a fare un grog in soggiorno, la temperatura era quella giusta.

La pazienza è la virtù dei forti e cerco di acquisirla, spesso con poco successo. Ma stamattina c'era poca scelta. 
Il libretto con le istruzioni d'uso dava continuamente l'allarme, attenzione a salvaguardare il pannello comandi, l'illuminazione, gli allacciamenti elettrici, i cavi, attenzione ai detergenti abrasivi. Diceva anche di non impiegare apparecchiature elettriche di riscaldamento per accelerare il processo di sbrinamento.
Pensate a una stufetta di quelle piatte o a uno scaldino da célibataire messo su uno dei ripiani, certo un aiuto l'avrebbero dato, seppure provocando una catastrofe. Non cito l'asciugacapelli perché qualche nozione di tecnologia ce l'ho anch'io e so che non deve essere usato in queste circostanze.

Per farla breve. I tocchi di ghiaccio mano a mano hanno cominciato a staccarsi, cadevano con tonfo secco nel cassetto inserito nel tubetto di scarico, Messner si sarebbe riaffacciato uscendo dal soggiorno con il bicchiere del grog ormai vuoto.
Il ghiaccio cadeva ed io pulivo, è andata fino a che non ho puntato una guaina di brina che aveva avvolto un tubo superiore e parte del relativo piano orizzontale, l'ho affrontata con delicatezza estrema cercando di scalfirla, l'operazione di distacco è durata un tempo eterno e mi ha fatto tornare in mente l'estrazione del mio primo dente del giudizio, un affare che mi aveva fatto penare per anni mentre era in crescita e che il mio odontoiatra, una delle persone che più stimo al mondo, impiegò più di 2 ore a cavare.

Quando uscì il dottore era decisamente provato ma non aveva affatto perso il suo sangue freddo.
Mi illustrò la particolarità della radice, aperta a ventaglio e sistemata in modo tale che non appariva così nelle cinque lastre che mi aveva fatto per capire che cosa tratteneva il dente.
E al centro del ventaglio c'era una perla di avorio, una singolarità rara e preziosa.

Io ero inorridita e stremata. Non avevo sentito alcun dolore e mi ero completamente affidata a lui, ma era stata dura ugualmente.
Commosso, lui mi chiese se volevo conservarlo. Siccome è un uomo molto divertente, pensai che mi stesse prendendo bonariamente in giro. Niente affatto.
Declinai l'invito a mettermi da parte il dente, avevo, fra l'altro, passato l'età del topolino che in cambio lascia la moneta e avevo messo giudizio.
Seppi dopo qualche tempo che esso, conservato come lo squalo di Hirst in formalina, fu presentato a un convegno, riscuotendo l'ammirazione di tutti i presenti. De gustibus.  

Picconavo, dunque, il ghiaccio con una bacchetta giapponese di lacca nera ammirando il contrasto cromatico degno di Hokusai, cambiavo il pentolino dell'acqua calda, di contenuto e di posizione, perché sciogliesse quella concrezione, non secolare, badate bene, l'ultima sbrinatura risaliva allo scorso Natale. Vi state facendo due conti sul vostro frigorifero, non è vero? State pensando di cambiarlo pur di non affrontare la manovra radicale? Pensateci bene, dopo 6 mesi quello nuovo sarebbe nelle medesime condizioni.   

A un certo punto la calottina di ghiaccio si è rotta in più punti ed è caduta a pezzi. Era fatta.

Mi sono chinata per vedere se tutto era a posto e sul ripiano inferiore ho intravisto con disappunto l'altro segmento di tubo, ricoperto anch'esso di ghiaccio, esattamente come quello superiore. Un altro dente.

Avendo tolto tutti e quattro i denti del giudizio, con lo stesso odontoiatra e nel giro, calcolato a tavolino, di un anno, avevo fatto esperienza. La seconda estrazione fu più rapida e meno problematica. Anche quella del dente.

Finalmente il frigorifero e il congelatore potevano definirsi a posto.
Vuoti e candidi come un campo innevato sul quale nessun umano o animale avesse mai messo piede.
Ho preso il cellulare e ho scattato una fotografia che ho intitolato 'Che soddisfazione'. Avrei inserito volentieri un punto esclamativo ma la galleria del mio telefono non li accetta.
La colf, al suo ritorno, si preoccuperà della griglia metallica sul retro dell'apparecchio, per spolverare la quale bastano un pennello o l'aspirapolvere. Non è che si faccia in fretta, è che si tratta di un'operazione meno delicata, simile, per intenderci, a quella della pulitura del forno.

Ecco, l'ho detto. Quanto tempo è che non pulite il forno a casa vostra? Con tutte quelle scanalature, la griglia, la piastra e pure lo scaldavivande.
La faccio finita qui, non voglio rovinarvi la serata.

Ho rimesso tutto in frigorifero secondo il principio del facing al supermercato, tutte le confezioni ordinate, perfettamente in riga, la marca dalla medesima parte. Annoto che non ho dovuto buttare niente perché niente era scaduto.
Ho cura di ciò che ho nel frigorifero, io.

Ora devo solo risistemare i magneti.
E cancellare dal foglio rosa la scritta che mi ha infastidita come una zanzara negli ultimi quattro mesi: 'Frigorifero; congelatore'.

Nel video ascoltate Baby, It's Cold Outside interpretata da Margaret Whiting & Johnny Mercer.
Vi suggerisco di leggere anche i versi che trovate, per esempio, qui www.stlyrics.com/lyrics/elf/babyitscoldoutside.htm

Tom Wesselmann, Still Life #30, 1963

Zidane e Beckham

Il Bauhaus a Dessau, qualche griglia, nessun anfratto