12 A qualcuno piace caldo, 2: Stirare stanca

Stirare stanca.
Ce lo dicono le due donne del dipinto di Degas (Les repasseuses, 1884, Parigi, Musée d’Orsay), quella alla nostra sinistra che sbadiglia e si tiene la mano sulla nuca come a massaggiarla, mentre con l’altra impugna al collo una bottiglia, dicono di vino ma la supposizione che si tratti di acqua si fa strada, acqua come stato liquido del vapore, acqua sorella del sudore, acqua come pausa di ristoro.
La donna alla nostra destra schiaccia il ferro contro un capo di biancheria, preme con la mano sinistra la destra sul dorso per aumentare la pressione, condanna della stiratura fatta in quel modo, gli attrezzi riempiti di braci ardenti che dovevano essere alimentate con un soffietto, la fatica del gesto, la tensione sui polsi e sulle spalle, dovremo aspettare fino al 1891 per avere la prima piastra scaldata elettricamente e il 1926 per un embrione di ferro a vapore.
A quel punto il gioco è quasi fatto, rimane la necessità della perizia tecnica però ci si può dimenticare di quel continuo alimentare il calore.

Degas impagina la scena a modo suo, arditamente.
Entriamo anche noi dal tavolo obliquo, l’ambiente è descritto con pochi tratti e poi i capelli raccolti delle donne, gli abiti semplici, lo scialletto dell’una e il grembiule dell’altra, che interrompe il rosa della blusa. Una non ha volto, l’altra lo ha deformato, gli occhi socchiusi, la bocca spalancata nello sbadiglio, persone come tante, senza storia, la spietatezza di Degas rispetto alla vita è insuperata, lui aristocratico e distante, quello che incontra Manet, suo degno compare, al Louvre mentre sta lì a copiare Velázquez, l’esistenza sembra scorrergli accanto solo perché lui vi attinga i suoi motivi, ballerine, modiste, acrobate, cantanti e ora queste due creature, osservate con l’acutezza di chi vede anche a dispetto della vista (gli ultimi venti anni della vita li trascorse da cieco), afferrate nello sforzo, nella fatica delle ossa rotte e del calore, Degas completamente votato alla sua arte, qui realista senza protesi sociologiche, solo i gesti, l’atmosfera satura di umido, la registrazione sapiente di un mestiere.
Come le danzatrici ritratte dietro le quinte, nelle prove del balletto, anche le stiratrici affannate a preparare ciò che poi, senza una piega, in ordine e netto, compare sulla scena.

Se volete saperne di più su come si stirava all’epoca, fatevi guidare da Zola con il suo Assommoir. Uscito a puntate sul quotidiano ‘Le bien publique’ a partire dal 1876, racconta la storia tragica e poetica di Gervaise che segue a Parigi un amante indegno, si risolleva dopo i primi dolori grazie alla bottega di blanchisseuse che apre in rue de la Goutte-d’Or, assume ben tre lavoranti (una delle quali guercia, l’altra ‘brutta come il sedere di un accattone’), esprime un animo piccolo ma sicuro da imprenditore in giornate e nottate di lavoro, al punto da poter diventare golosa e un po’ grassa ‘perché quando si guadagna da fare dei buoni bocconi, non è vero? Sarebbe da sciocchi mangiare buccie di patata’ ma poi viene riafferrata dal suo terribile destino che le presenta un conto amaro: il marito alcolista muore pazzo, i figli si disperdono, lei si lascia andare, si ritrova a lavare i pavimenti di quella che era stata la sua bottega (sulla porta della quale le piaceva stare ‘un minuto, fra una ferrata e l’altra, per sorridere alla strada, con la vanità di un negoziante che ha un pezzo di marciapiede per sé’), è costretta a prostituirsi per sopravvivere e alla fine muore da sola, abbandonata da tutti i comprimari della sua esistenza, insultata, presa a torsolate di cavolo per la strada, consunta, ubriaca, le ossa ghiacciate, senza nemmeno la voglia di gettarsi dal sesto piano, buttata sulla vecchia paglia di un buco sulle scale.

Su tutto il romanzo, fra i tanti odori descritti, aleggia anche quello della biancheria stirata come possibilità esistenziale, illusione di redenzione, nostalgia.

Edgar Degas, Les repasseuses, 1884

Edgar Degas, Autoritratto, 1863