109 Q.I.

Mi piacciono le farmacie e ho pensato di essere deviata e disturbata fino a che non ho visto il ristorante Pharmacy e l'installazione con il medesimo titolo di Damien Hirst, uno certamente più deviato e disturbato di me, artista che comunque stimo e che difendo a spada tratta da ogni (frequente) denigratore.

Pharmacy, il ristorante, aprì a Londra, a Notting Hill, nel 1998: era un luogo concettuale, con gli armadietti che contenevano scatole di medicinali, le divise disegnate da Prada e i mobili da Jasper Morrison e fu in grado di attrarre la gente più modaiola della città, da Kate Moss a David Beckham. Quando chiuse, nel 2003, perché la sua stagione era finita, tutto il suo contenuto (150 pezzi) fu messo all'asta da Sotheby's e fu venduto per 11,1 milioni di sterline davanti a un pubblico di 500 persone, con altra gente al telefono assistita da 35 incaricati.

Pharmacy, l'installazione del 1992, sta alla Tate e ve la potete vedere a questo indirizzo http://www.tate.org.uk/pharmacy/ grazie a una di quelle diavolerie (questa gira a 360°) che danno oggi la possibilità di occuparsi di arte con un vero aiuto da parte dei musei e delle gallerie (l'Italia fa eccezione anche in questo e mette a disposizione  dei naviganti cose indigenti non troppo diverse da quelle su cui hanno studiato in passato intere generazioni di storici dell'arte, condannati a fotografie b/n grandi come francobolli, spesso, nelle dispense, pure fotocopiate).  

L'installazione Pharmacy ha il formato di una stanza e rappresenta una vera farmacia con bottiglie e scatole di medicinali tutte belle allineate, pulite, colorate, minimali; in una parola, un'ossessione confessata, manifesta, esposta in un museo. E che museo.

E,' dunque, con la benedizione di Damien Hirst che frequento le farmacie.

Faccio uso di quantità non modiche, ma autorizzate da ricetta medica, di integratori e di cosmetici e snobbo le profumerie, che sono quasi tutte decadute a livelli inqualificabili con le famose commesse con la quinta elementare dalle quali non mi farei dare nemmeno un'indicazione sul tempo che fa, figuriamoci sulla crema migliore per la mia pelle.

Stamattina sono andata a comprarmi, oltre allo spray di acqua termale, il mio shampoo.
Ne uso uno all'uovo e rhum, mi va bene e gli altri, della medesima marca e tutti belli allineati, puliti, colorati, minimali che gli stanno vicino, nemmeno li guardo.
Però oggi mi è andato l'occhio su una confezione sulla quale c'era una scritta che mai avevo visto in vita mia e che recitava così: shampoo intelligente.

Non ho tradito l'uovo al rhum, però la tentazione ce l'ho avuta.

Provate a pensare a che cosa può fare lo shampoo intelligente: uno, durante la toilette sacrosanta della sera, sotto alla doccia bollente (mi piacciono le docce bollenti, mi è capitato più di una volta in hotel in cui c'era il miscelatore, che a casa mi guardo bene dal montare perché ho già abbastanza problemi di manutenzione con i miei rubinetti modello base, di udire urla belluine venire dalla stanza da bagno in cui qualcuno faceva la doccia dopo di me senza aver controllato la temperatura), si cosparge il capo di morbida e profumata schiuma, aspetta che penetri attraverso i bulbi piliferi, da lì arrivi al cervello (sono sicura che ci sia una comunicazione perché non mi risulta che la calotta cranica sia a tenuta stagna) e faccia, subito dopo, effetto.

Sistemi lineari di tre o più equazioni in altrettante incognite, problemi di politica internazionale tosti, l'intero Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein, tutti i film di Godard, certi testi di critica d'arte che non cito per carità di patria, il comportamento del maschio medio e anche quello della femmina, media pure lei, tutto, all'improvviso, come per miracolo, finalmente chiaro e comprensibile.

E qui ha ragione Hirst. A lui piaceva il modo in cui l'arte illumina la vita delle persone ma faceva fatica a convincerle che valesse la pena condividere il suo punto di vista.
Notò che le persone credevano nella medicina esattamente nel modo in cui lui voleva che credessero nell'arte. 
E servì loro arte sotto forma di medicina.

L'artista inglese non è ancora arrivato all'idea di servire intelligenza sotto forma di shampoo ma, conoscendone il carattere versatile e intraprendente, sono certa che, se mi legge in questa puntata, un pensierino ce lo fa e considera le molte possibilità di sviluppare e far evolvere il concetto di farmacia e di metterci dentro anche il reparto di igiene personale e tutto quello che contiene.

Nel rammentarmi le cifre da capogiro che ruotano intorno a lui (pagati 12 milioni di dollari per una delle versioni di The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living; pagati 'full price and un cash' 50 milioni di sterline per una delle versioni di For the Love of God) e sperando così di renderne partecipe anche Opera Soap (l'idea, non scherziamo, viene da qui), ristabilendo in questo modo la salute di tutta la baracca in questa fase di crisi economica, suggerisco fin da ora di riflettere sulle numerose possibilità di marketing, dai campioni (sample) ai tester da provare sull'unghia, casomai non mandando dispersi i risultati delle botte di ingegno ma canalizzandoli in ulteriori profitti, cosa che genererebbe un circolo virtuoso con reciproca nostra (di Hirst e di chi scrive) soddisfazione di fronte a arte che genera arte, invenzioni che generano invenzioni, denaro che genera denaro, shampoo che genera intelligenza.

Per contatti, i recapiti, anche per il geniale imbalsamatore di squali e incrostatore di diamanti in teschi, sono sempre i medesimi.

Ringrazio e rimango in attesa. 

 

Damien Hirst, Pharmacy, 1992

Damien Hirst, 1968

Shampoo intelligente