110 Le Demy monde

(Il titolo è preso pari pari da un ottimo saggio di Hervé Aubron pubblicato sui 'Cahiers du Cinéma' del novembre 2008. Non è un prestito, mi sono proprio fatta un regalo).

Fra me e il cinema c'è da sempre una passione divorante.

Vedere film è la cosa che più mi piace fare al di fuori della professione (anche se uso parecchio il cinema per il mio lavoro, perciò alla fine, come spesso mi accade, non vedo più i confini fra l'una cosa e l'altra), da ragazza andare al cinema era la più bella delle feste, ho avuto a più riprese amici maniaci che riuscivano a vedere 3 film in un solo giorno (quando non c'erano le multisale, intendo) con l'aiuto di un complice che li attendeva fuori dalla sala con il motore acceso e schizzava verso quella successiva.

Quando mi capitava di unirmi a loro mi sentivo in presa diretta con la vita.

Parlavamo di film continuamente, avevamo gusti e passioni e praticavamo quel rituale, che ormai è diventato per me una costante esistenziale, che consisteva nel rivedere il medesimo film un numero infinito di volte, imparare a memoria i dialoghi, citarli e che spesso si definiva anche in interi pomeriggi passati nella medesima sala, quando ancora si entrava a spettacolo iniziato e non ti cacciavano alla fine di quello per cui avevi pagato il biglietto.

Negli ultimi anni mi sono specializzata, come ho già detto mi procuro dvd dall'estero, ho aperto all'oriente, ho trovato nuove piste e ho raffinato i miei gusti.
Guardo con compatimento quelli che dichiarano stoltamente di non andare al cinema e in tralice quelli che mi raccontano del dischetto mandato la sera prima in famiglia, doppiato, con i piatti che vanno e vengono e il telefono che suona e esprimono pure un parere sul film.
Non so se nella mia considerazione sia più grave non aver apprezzato un'opera che secondo me è un capolavoro o averne apprezzata una che secondo me è farlocca.

Sono una rompitasche, lo so e lo ammetto.

Ma il cinema è una cosa seria, scandisce la nostra vita, qualunque commento anodino o innocente su un film è in realtà una confessione piena di ciò che siamo nel più profondo del nostro essere.

Detto tutto ciò, ho bisogno di una mano da qualcuno, che sia più vecchio di me e pure attento a quello che da sempre succede sugli schermi italiani.

Davano i film di Jacques Demy? Proiettavano Lola, Les demoiselles de Rochefort, La baie des Anges, Peau d'âne?
Perché li ho lisciati tutti (tutti tranne Les parapluies de Cherbourg, acciuffato, però, relativamente di recente)?
Voi ve la ricordate Catherine Deneuve a 21, 24, 27 anni, proiettata in un mondo riveduto e corretto, la piazza Colbert di Rochefort tutta dipinta di rosa, gli abiti delle demoiselles color pastello in puro stile sixty, uguali ma di colori diversi, i cavalli blu, esattamente come li faceva Kandinskij, di Peau d'âne, e, sempre in questo film, l'abito 'color del tempo' che la principessa chiede al padre per prendere fiato e rimandare le nozze, Gene Kelly in veste di guest star, i marinai, i porti, il caso, gli incontri, prima la malinconia e poi la gioia, lo zuccherato e l'amaro, Le Rose et le Noir, come dice Hervé Aubron (lo ricordo ancora una volta: sono i colori di Baudelaire)?

La mia grande bouffe di questi giorni è tutta cinematografica, pesco dalle 30 ore del cofanetto con l'integrale di Demy che mi sono regalata per Natale ciò di cui ho voglia, così come in molti in questo periodo avete pescato dal piatto di fritto misto il carciofo, la crema, la zucchina, la mela di rito, il tutto assaggiato per devozione, si intende.

Sono lacerata dal sentimento di aver scoperto un mondo (il Demy monde, appunto) di una ricchezza incomparabile ma di non averlo avuto a portata di mano come mentore e tutore quando era fresco di giornata, appena deposto, quando sarebbe stato in grado di farmi ottima compagnia e di educarmi al pianto e al riso, come hanno fatto tutti gli altri film che ho visto. 

Ed ora il gancio con il filo conduttore della nostra operina insaponata.

1. Ne Les Demoiselles l'effervescente maman (interpretata da Danielle Darrieux) delle signorine del titolo, le gemelle Delphine (Catherine Deneuve, la danzatrice) e Solange (Françoise Dorléac; la musicista, che ha nel nome una nota musicale e l'essenza angelica), gestisce il famoso (probabilmente non da noi) caffè trasparente sulla piazza Colbert, un'autentica scena di teatro sulla quale lei regna con mano rapida e sicura, ripassando continuamente il bancone e i tavoli con lo straccio senza perdere nemmeno per un attimo la grazia che fa lo stile di un luogo che mette in relazione il fuori e il dentro e dove tutti i protagonisti sono destinati a passare.

2. In Peau d'âne (da Charles Perrault, 1694) la principessa (Catherine Deneuve) è stata aiutata dalla fata madrina a sottrarsi alle intenzioni matrimoniali del padre (che, scopriremo alla fine, voleva sposare lei) e si nasconde sotto la pelle del somaro che aveva chiesto come prova d'amore in dono. Considerando che il somaro deponeva, invece di escrementi, monete d'oro, la richiesta era impegnativa e, se soddisfatta, vincolante. 
Tutto il film è percorso, fra i tanti, dai temi dello sporco/pulito e della pasticceria.
La fata, quando la principessa la raggiunge nel bosco, sta facendo toletta e si secca di essere stata disturbata.
Quando Pelle d'asino, ormai divenuta tale, si rifugia nel villaggio, diventa guardiana di porci, viene scansata per via dell'odore, è sudicia al punto che, quando si presenterà a corte per la prova dell'anello, una dama cadrà svenuta al suo apparire.
Ma quando si ritrova da sola nella capanna ritorna a essere ciò che è.
La fata l'ha dotata di una bacchetta e lei, con essa, si è arredata la stamberga in questa sequenza (fate bene attenzione, ci torneremo sopra, sembra essere la lista dell'indispensabile in casa, questa nota vale anche per coloro che si occupano di design): un letto; una sedia; un tavolo; uno specchio; delle candele.
La sera, staccato dal lavoro, lei apre la sua 'cassette', un magnifico baule che nemmeno Louis Vuitton avrebbe saputo immaginare più fastastico, e ne estrae il suo abito color del sole.
Così ripulita, in solitudine assoluta, in una bellezza fisica che incanta, con un'eleganza che la dice lunga sulla regalità dell'attrice e della persona, ci offre un impagabile esempio di come sopravvivere in mezzo alle cimici e al fango.

(Me ne ricorderò sul treno e al prossimo albergo immondo).

Finisco con una nota sulla pasticceria, altro tema che percorre tutto il film. 
Torte improbabili sono posate su parecchie tavole imbandite, il principe malato d'amore chiede che gli venga portato un dolce confezionato da Pelle d'asino e lei, sdoppiata, da una parte lacera con la ricetta sotto gli occhi e dall'altra magnificamente vestita con le maniche enormi che navigano nella farina e nel burro, aggiungendo all'impasto 'un soupçon del sel' (non è delizioso che si dica 'sospetto' per indicare una quantità minima? Accade anche nelle Marche, me lo raccontava un collega, un 'sospetto' di vino era giusto il fondo del bicchiere ricoperto), confeziona un cake d'amour nel quale mette l'anello che finirà nella bocca del principe e con lui, fra le promesse che si scambiano (fumare di nascosto, andare allo snack bar), c'è anche quella di riempirsi la pancia di pâtisserie.

Che state pensando? Provate anche voi un po' di dispiacere al pensiero di non aver visto prima tutto questo?

Considerate che in Peau d'âne Demy salda il conto, come dice Aubron, con la sua libido decorativa spingendola fino alla nausea (ma il film è piacevolissimo e pieno di risvolti) e andate oltre.
Jacques Demy era un uomo timido, di leggendaria discrezione, indifferente agli spettatori che non amavano i suoi film e che dichiarava la volontà di farne 50 legati l'uno all'altro nei quali il senso di ciascuno si sarebbe chiarito mutualmente attraverso i personaggi comuni. 

Da ragazzo confondeva il lusso con la lussuria e da adulto ha creato con ostinazione un mondo in accordo con i suoi desideri, cambiandogli, per esempio, i colori, invece di ricostituire quello reale.
Amava la musica e spesso i suoi personaggi cantano e danzano sullo schermo (motivo principale della mancata conquista dell'Italia: doppiaggio impossibile, sottotitoli mal tollerati), per non parlare del suo talento per i costumi, che si è espresso senza cercare mai la collaborazione di un couturier per non perdere il controllo totale dell'insieme e facendoli sempre corrispondere alle scene e all'evoluzione psicologica dei personaggi.  

Ce n'è per tutti i gusti, per tutte le stagioni della vita, per tutte le sfilate che a Demy si ispirano ancora.
E ce n'è, ve lo assicuro, per tutte queste sere di festa, quando la memoria che esce, volente o nolente, dell'infanzia sarebbe più interessante se arricchita, in puro stile cinematografico, dal ricordo di una presenza in più d'autore. 

Nel video Catherine Deneuve e Françoise Dorléac interpretano La chanson de jumelles da Les demoiselles de Rochefort di Jacque Demy (1966)

Anouk Aimée in Lola, Jacques Demy, 1960

Jeanne Moureau in La baie des Anges, Jacques Demy, 1962

Catherine Deneuve in Peau d'âne, Jacques Demy, 1970