118 Beati i poveri

Misuro la mia indigenza quotidianamente e la considero in crescita esponenziale.

Giovedì mi sono dovuta arrendere all'evidenza che nessuno dei miei studenti aveva idea di che cosa Ugo Foscolo abbia inteso dire nei Sepolcri. Mi guardavano, secondo una bella immagine di uno che sapeva inventarle, con gli occhi come ginocchi.
La mia intenzione era di fare un cenno rapido a Santa Croce, al tema della sepoltura e di passare oltre.
Mi sono, necessariamente, fermata lì.
Ho provato il desiderio violento di uscire dall'aula, sbattere la porta in modo che il tonfo fosse udito fino a Firenze, salutare i bidelli e andarmi a cercare un treno per il ritorno.
Non l'ho fatto e ho fatto male: le convulsioni che ho sentito montarmi si saranno andate a spiaccicare da qualche parte dove produrranno tonfi ancora più sonori.

Nessuno, inoltre, ha saputo rispondere alla domanda 'Che ci trovate su Facebook'.
Completamente eluso il tema che è al centro della questione, quello del narcisismo mescolato all'esclusione dal giro. Uno dei ragazzi ha detto 'intrattenimento'.
Se fosse solo per questo, Foscolo li intratterrebbe meglio e con meno monotonia.

Più tardi, sul treno finalmente raggiunto, mi sono dovuta infilare in uno scompartimento fetido che sembrava una cuccia. Quando un giovane avvocato che va (viene) a Napoli a fare un corso di preparazione per un concorso mi ha chiesto se poteva entrare, gli ho detto che certamente poteva, entrare nella cuccia. Aveva stile, si è guardato intorno, ha tirato su un paio di sedili oscenamente macchiati, allungati e congiunti e si è pure messo a ridere.

A sera ho ripreso Charlotte Perriand, una delle presenze più luminose del mio pantheon.

Fra i massimi creatori del XX secolo, è vissuta 96 anni, lavorando nel suo ultimo atelier fino a 3 mesi prima della morte.
Questa donna, al di là dei talenti professionali, di cui parleremo un'altra volta e più diffusamente, ne possedeva parecchi altri, squisitamente umani.
Da lei ho tratto, diciamolo chiaramente, il coraggio di affrontare Le Corbusier, di cui è stata associato.
Già l'architettura mi preoccupa per tutti i suoi aspetti tecnici, se in più ci mettete la portata intrattabile di un uomo che è stato un eretico, un radicale, un esploratore solitario, un pioniere, un martire, un monaco, un santo, capirete i motivi della mia esitazione.
Uno che pensava che l'architettura fosse funzionale per definizione, perché altrimenti sarebbe stata de la saloperie; uno che rimproverava i suoi collaboratori, una vera torre di Babele per il cosmopolitismo, di non sapersi organizzare quando li trovava alla terrace del café du Lutétia, di primo mattino e sonnecchianti dopo che avevano retto per 4 giorni senza dormire nei momenti di 'charrettes' (la 'carretta' che udite e che loro dovevano tirare vi sta suonando giusta); uno che indossava solo la bombetta, unica forma geometrica, secondo lui, accettabile come copricapo, uno con 70 anni di carriera, un po' (parecchio) mi spaventava.

Charlotte Perriand mi ha dato coraggio.

E me lo dà tutte le volte che la frequento.
Savoiarda di nascita, poi parigina, in un anticipo su qualunque tendenza che non finisce di stupirmi, vi dico solo che è stata la prima donna a mettere concettualmente piede nel Giappone che si stava aprendo all'Occidente, arrivandoci dopo un viaggio durato 6 mesi e 2 giorni il 21 agosto del 1940 con in tasca la nomina di 'Conseillère de l'Art industriel', si è occupata di mobili, di alloggio, di tutto ciò che scandisce la quotidianità della nostra esistenza, ha incessantemente profuso una creatività densa di poesia e insieme di spirito pratico, stimolata e sostenuta da incontri di portata eccezionale, certamente sì, ma anche in un secolo che, con tutte le sue tragedie, in ogni suo decennio sembra essere più ricco di questa fase qui di indigenza montante.

Le foto ce la mostrano bella e sorridente, spesso vestita da montagna, ma anche nuda su una spiaggia.
L'ho vista alla mostra del Pompidou del 2006 nel video di un'intervista rilasciata a più di 90 anni con i capelli raccolti in uno dei suoi chignon dell'età matura, avvolto in nastri colorati, la voce era ferma, limpida, lo sguardo brillava di intelligenza, faceva venire in mente che tutte le età della vita hanno potenzialità che bisogna imparare a esprimere con una pratica quotidiana, così come lei, da ragazza, si allenava tutti i giorni con gli anelli da ginnastica agganciati a una trave del suo settimo piano senza ascensore a Montparnasse, un vecchio atelier fotografico nel quale nei giorni di tempo cattivo lei si addormentava cullata dalla pioggia che scorreva sulle due grandi vetrate rivolte a est.

Ci si era sistemata dopo il suo divorzio degli inizi del 1932, quando aveva lasciato la casa di Saint-Sulpice con 'due piatti, due forchette, due casseruole, una per lavare l'altra, una scopa'. 
Il minimo per andare a vivere un'altra vita, nella quale si sentiva libera e respirava a pieni polmoni.      

Misuro con cruccio misto a convulsioni montanti lo stato delle cose in questo periodo, qui nel centro-sud dell'Italia.
La rarità di una conversazione con un senso e quella degli incontri con un progetto, il cinema farlocco, la letteratura sdutta, la sporcizia delle strade, la bruttezza della carta e della stampa dei libri pubblicati, il cibo scadente nei ristoranti, la trascuratezza dei caffè, l'impressione costante di vivere in un'età dello sterco, gli studenti e la loro mania dell'intrattenimento.

Invidio a Charlotte Perriand la molteplicità delle relazioni, i viaggi fatti da lei per la prima volta, il rapporto con una montagna non corrotta, il non conformismo autentico, i disegni, la presenza di Le Corbusier, i discorsi, l'interrogarsi costantemente su come volevano vivere, dandosi anche la via di uscita di una risposta, l'investimento nelle idee, l'impressione costante di vivere in un'età dell'oro (questo sebbene Hitler e il fascismo, quando fa quest'affermazione, stiano alla riga precedente), il suo guardaroba con moduli interscambiabili corrispondente alle sue ricerche di normalizzazione degli interni al quale dovremo dedicare una puntata intera perché sono certa che vi piacerebbe, le invidio la formula che definisce la sua nuova maniera di vivere quando ritorna in Giappone nel dopoguerra, per la precisione nell'anno medesimo della mia nascita. Sentite bene: 'travail, loisir, découverte, représentation'.
Traduco per voi solo il termine meno intuibile, il 'loisir', e lo faccio con l'aiuto del mio vecchio Ghiotti: 'agio, tempo, libertà; ozio, riposo, svago'. Il Petit Robert ci mette il carico e esalta il concetto di tempo che non è destinato o utilizzato per il lavoro ('travail'), il riposo o il sonno (i due termini non sono sinonimi), spuntano fuori volentieri la libertà, la comodità di fare qualcosa, poi l'occupazione, il gusto, l'agio, la possibilità di decidere e di manifestare la propria volontà.

Non un solo cenno all'intrattenimento.
Ce la vedete voi, Charlotte Perriand alle prese con Facebook?
Lei lì, in una delle sue foto che trasmettono gioia, con Le Corbusier, Pierre Jeanneret, Fernand Léger, Walter Gropius, Oscar Niemeyer, la figlia Pernette (in Savoia, la coccinella e nome di un'illustre poetessa del medioevo) e la nipotina Tessa in veste di Friends.
Aggiungilo come amico. Manda un messaggio. Vedi gli amici.

Ma fatemi il piacere.

Che scenda dalla montagna Cristo, che mi sta infinitamente simpatico, che aveva anche lui amici, beveva e conversava a tavola e viveva, come me, di fatti e di parole, e venga a spiegarmi lui il senso di ciò che ha detto.
Il regno dei cieli è loro, ma di chi? Dei poveri volontari che hanno l'animo distaccato dalle ricchezze, chiosa la mia Bibbia e, secondo Agostino, degli umili.

D'accordo, ma come la mettiamo con quelli che vivono solo per l'intrattenimento, dei poveri di spirito autentici, laconici non per discrezione ma per mancanza di argomenti, con i miseri di intelletto, gli straccioni della lingua, i pezzenti del sentimento, gli accattoni del consumo, i disadorni di cultura, i nullatenenti di emozioni, gli indigenti di progetti, i pitocchi di idee, come la mettiamo con gli spiantati dell'arte?

(Se, anche voi, avete bisogno di coraggio, leggete Charlotte Perriand, Una vita di creazione. L'autobiografia è tradotta in italiano)

 

 

Charlotte Perriand (1903-1999)

Charlotte Perriand a Tahiti nel 1974

Le Corbusier, Pierre Jeanneret, Charlotte Perriand, 'équipement intérieur d’une habitation’, Salon d’automne 1929