120 Da capo a piedi

Stamattina, nella solita situazione fluttuante del martedì, mentre la colf era alle prese con il mio studio, luogo da me amatissimo che vivo, però, come se fosse un incubo quando viene pulito e ciò per motivi molteplici che vanno dalla gelosia al timore che l'ordine delle cose, già ipotetico con mucchi instabili di carte, sia definitivamente compromesso, sono andata dalla mia podologa, con la quale avevo preso un appuntamento da almeno 10 giorni.

E' una donna simpatica, guida la motocicletta ed ha avuto di recente un dispiacere d'amore che mi ha raccontato nei dettagli. Stamattina mi ha detto che non era ancora riuscita a 'somatizzarlo', che lui le stava proprio sullo stomaco con tutto quello che le aveva fatto.

E' sempre tutto pieno, bisogna pregare, mostrarsi disponibili, mantenere una relazione di simpatia.
Una volta che le feci i conti in tasca, cosa alla quale, giuro, non penso mai perché non sono questi i miei sistemi di valutazione del mondo, mi prese un colpo davanti alla cifra che, fra trattamenti, plantari e esami podometrici, avevo calcolato, più di 4 volte superiore a quella del solito professore di ginnasio che suscita in me ammirazione e anche una accesa pena per la fatica e la qualità del suo lavoro, praticamente negletto dal mondo tutto.

Lo studio è igienicamente ineccepibile, ha anche un sistema di distruzione dei rifiuti che mi dice essere all'avanguardia, ma insieme ai cassetti di metallo e ai ferri sterilizzati stanno quintali di paccottiglia di tutti i generi, foto di morti con collanine appese, poesiole, basette per telefono, gadget e pupazzi, fiori di plastica, manifesti di piedi con tutte le ossa e la muscolatura ben descritte. Fino a un anno fa c'erano dei diplomini, anche relativi a qualche corso di specializzazione fantasioso corredato da soggiorno vacanziero tipo villaggio.

Poi, un giorno, è comparso anche il diploma dei diplomi: la laurea.
Il primo choc l'ho avuto telefonando e sentendo il messaggio della segreteria telefonica che diceva: 'La dottoressa...'; poco dopo, fuori dalla porta, ho visto una targa di dimensioni notevoli dove compariva di nuovo il suffisso 'Dott.', poi ho avuto diritto alla mia dose di confetti rossi, confezionati nello stile preciso dell'arredo del luogo, un miracolo di coerenza.
Ho notato la spilletta appuntata sul camice che non aveva più solo il nome ma anche il titolo accademico, i timbri e le ricevute intestate, un set completo che esprimeva la dottrina dello studioso.

Ho cercato più di una volta di farmi spiegare come fosse arrivata a tanta gloria, ho capito solo che aveva fatto alcuni viaggi a Genova dove, in un periodo che non esiterei a contenere in un anno, tutto si è risolto 'cum laude'.
Sì, perché la votazione era piena e c'era pure quella.

Non ho ancora finito di non capacitarmi e tutte le volte che sono nella saletta di attesa, in mezzo a riviste di cui non volterei una pagina nemmeno con i guanti indossati per paura di contaminarmi con la feccia che riesce ad esprimere la stampa, guardo nei dettagli la cornice appesa alla parete e tutto quello che ci sta dentro.
Lì mi ricordo che il mio originale del diploma di laurea non l'ho mai ritirato, non sapevo che farmene e mi domando sempre se giaccia ancora da qualche parte nella segreteria della Facoltà di Lettere, quella che si chiama, oggi, credo, Scienze umanistiche, dell'Università di Roma.

(Qui devo citare per assonanza un mio collega, quello che dice che sono malata di 'nuanciers', che trovai un giorno furibondo perché aveva sentito del filone di scienze umane in non so quale scuola e stava lì e si chiedeva tuonando, lui che è un uomo dolce e accomodante, se ci fossero scienze al mondo che umane non erano, come se la matematica fosse una cosa per bestie).

La cosa più divertente la disse, senza volerlo, mia sorella, che è una persona per bene, una di quelle donne che cercano una relazione con l'altro con disponibilità mentale e affetto costanti.
Quando le raccontai della laurea della podologa, mi chiese, quasi commossa, in che cosa.
Si era imbastita, anzi, già confezionata un film su quella che, appassionata di poesia, o di cinema della nouvelle vague o di teatro classico o anche di filologia romanza, dopo aver fatto i piedi ai clienti si recava con sforzo encomiabile alle lezioni del tardo pomeriggio, coronava il sogno che aveva sempre tenuto da parte, si laureava, per esempio, in Lettere (o in Scienze umanistiche) e poi faceva una festa per coloro che le volevano bene. Concediamole pure i confetti rossi.
Quando le dissi che la laurea era in 'Podologia' mi chiese, affettuosamente disponibile: 'Perché, esiste?'.

Sì, esiste, insieme a non so quante altre, fantasiose, appena sfornate, appetibili, spendibili, totalmente inventate da cima a fondo.

Non mi dispiacque, qualche giorno dopo la faccenda, andare dal mio parrucchiere, proporre anche a lui di laurearsi (in fondo è uno che taglia e se ci mettete sopra anche il colore e tutta la sapienza chimica che comporta e aggiungete il restyling dei clienti e la psicologia che deve utilizzare per sopportarli tutti, voi capite bene che un titolo se lo merita e non è nemmeno difficile da trovarsi) e sentirmi dire che ero diventata matta, che lo stavo prendendo in giro, che lui a scuola c'era andato poco e controvoglia, gli davano tristezza pure gli astucci delle elementari che ai bambini piacciono tanto e che pertanto l'università era per quelli come me, che stavano da una vita sui libri, usavano la lingua in modo pirotecnico, si ponevano domande che gli sembravano sempre superflue e che quando viaggiavano andavano pure a vedersi musei, cosa che lui mai e poi mai avrebbe fatto, appassionato com'è, in assoluta onestà intellettuale, simpatia e talento diverso, di discoteche, centri commerciali e shopping selvaggio. 

                                                                                                                                  

Johann Heinrich Füssli, La disperazione dell'artista davanti all'imponenza dei frammenti antichi