134 ...e con le scarpe mie più belle (salgo fino al paradiso delle stelle)

C'è una cosa che invidio agli uomini.
No, non si tratta di ciò che vi è venuto subito in mente, anche se non deve essere del tutto molesto avere addosso un periscopio che ti dice senza fallo se una cosa ti piace oppure no. Per le donne è tutto più complicato, sfumato, da interpretare, bisogna far finta di pensarci su, prendere tempo, starsene a fondo campo mentre l'azione prende forma altrove.

Agli uomini invidio le scarpe con i lacci.

Adoro le scarpe stringate, che piacciono evidentemente anche a Rirkrit Tiravanija (artista. Appena ci vediamo vi dico come si pronuncia) che, in quella cosa deliziosa che è stata Celebration Park di Pierre Huyghe (un insieme di manifesti di identico formato sui quali altri artisti proponevano ciascuno di dedicare una giornata alla celebrazione di qualcosa: il silenzio; l'intelligenza animale; lo spreco del tempo; la nascita dell'arte. L'ho visto alla Tate Modern nell'estate del 2006), suggeriva: 'Celebrate the Shoe Lace' e ci diceva che i lacci erano stati inventati da Harvey Kennedy il 27 marzo del 1790, indicava quella data sul calendario e proponeva di festeggiarla allacciandoci le scarpe tutti insieme e marciando in solidarietà.
(Considero l'apprendimento del metodo di come farsi i lacci una delle tappe fondamentali dell'età adulta. Carcererei volentieri e senza ripensamenti l'inventore del velcro, che ha inteso eliminare dal mondo alcune delle sue cose più belle: i bottoni, le fibbie, i ganci, i lacci).

A questo tipo di festa avrei l'attrezzatura e i titoli per partecipare: ho, infatti, una scarpiera piena di scarpe con i lacci, contrariamente a quasi tutte le altre femmine che stanno sulla faccia della terra che prediligono calzature impossibili, di struttura improbabile, disegnate da uomini che si guardano bene dall'indossare cose così demenziali.

Trovare belle scarpe con i lacci è, per una donna, una cosa difficilissima, si rischia sempre lo sportivo da turista americana, l'allure da escursionista, il look infermieristico o monacale, l'ortopedico. Mi dedico alla ricerca delle mie scarpe con metodo e scienza, faccio domande, guardo fumetti, riviste, metto da parte fotografie, ci perdo tempo.
Vado orgogliosa di 2 paia di Church's, uno nero, liscio, quattrostagioni, l'altro, estivo, in nappa bianca.
Per produrre un paio di Church's ci vogliono dalle 8 alle 10 settimane, tutto il lavoro viene fatto a mano nella fabbrica storica di Northampton, ogni dettaglio è curato attentamente e anche la distribuzione è all'altezza: un mondo molto maschile, solido, scandito da rituali, le forme in legno, le spazzole, le creme, il lustrascarpe.

Ecco, il lustrascarpe. Ne vedo ancora qualcuno a Napoli, a Roma sono, invece, rari. 
Il nome che gira nel negozio Church's di via dei Condotti è quello di Cannolicchio, a via Basento.
Impossibile avere il civico preciso (me l'hanno dato sbagliato), il telefono non esiste, gli orari sono aleatori, figuriamoci se sta in internet.
Ci sono andata un pomeriggio di un mese fa. In un sacchetto avevo le mie scarpe bianche. L'ho trovato facilmente, lo conoscono tutti.
Sono entrata, ho chiesto 'E' lei?'. 'Così dicono', mi ha risposto. Aristocratico.
Prima ripassata: le scarpe bianche non si trasportano nella plastica, non respirano. Mi ha chiesto come le volevo. Non ho saputo rispondere. Abbiamo stabilito insieme: pulite. Ha cercato di togliere i lacci, che terminavano in deliziose nappine. Ha deciso di passarci sotto. Ha preso un cerotto, lo ha applicato sulla suola, ci ha scritto il mio numero di cellulare e mi ha congedata.
'Quando?'.
Quando sarà possibile, tutti vogliono avere le scarpe in ordine.
Poi gli è scappata la storia del Maestro, del fondatore che stava a via della Croce con il banchetto. C'erano pure le foto.

Nella botteguccia piccola e profumata di lucido c'erano impilate centinaia di scarpe, un uomo grande e grosso era seduto su uno sgabello e lustrava: tranquillo, senza fretta, sospeso in un tempo con un senso (il tempo mio è immerso nell'insensatezza).

Sono passati parecchi giorni, diciamo un paio di settimane. Una sera, fuori orario, mi arriva una chiamata da un cellulare, con un numero che mi sono affrettata a salvare in memoria. Erano mie le Church's bianche? Sì, certo, erano pronte? Manco per niente. Andavano in quel momento in lavorazione.

Passano altri dieci giorni, cominciavo a preoccuparmi. Ho telefonato. Era fatta. Mi sono precipitata.
Tutti uomini, un cliente seduto sulla poltroncina come un re sul trono.
Il Maestro ha aperto davanti ai miei occhi un pacchetto di carta velina. Eccole.
Il cliente mi ha fatto i complimenti. Io li ho fatti a lui. (Anche lui aveva scarpe con i lacci).
Ho pagato una cifra di tutto rispetto.

Il pensiero è volato a tutte le facoltà di tutte le scienze: delle comunicazioni, umanistiche e pure dell'architettura, per non parlare di quelle storiche, psicologiche, dei servizi giuridici, dell'educazione degli adulti e della pedagogia (l'elenco è stato messo insieme scorrendo la Guida all'Università Lazio 2009-2010. Ormai non si scappa: sono tutte scienze).

D'accordo, pulire le scarpe è un lavoro sporco, ma lo sporco e il pulito non mi sembrano criteri vincolanti nelle scelte esistenziali: si sporca pure il meccanico, che credo se la goda da morire a tenere le mani immerse nel grasso dei motori, ascoltandone la voce e cercando la nota falsa; per non parlare dello stato in cui sono a fine partita i calciatori; oppure gli alpinisti quando arrivano in cima; e i direttori d'orchestra, madidi di sudore, alla conclusione del concerto; oppure i pittori quando dipingono; e, sia detto per inciso e per tutto il resto, gli amanti dopo che hanno fatto l'amore.

Insomma, a lustrare scarpe, di questi tempi, ci si potrebbe guadagnare.
Riflettano su questa cosa, così intimamente rivoluzionaria e alternativa, tutti gli studenti in cerca di se stessi e di una facoltà nella quale andare a collocarsi.
Le scarpe sono una cosa seria. Per esempio, lo ha imparato Primo Levi che, all'uscita dal campo di concentramento, si è gettato sul pane e si è sentito dare del cretino dal greco, che, invece, si è gettato sulle scarpe. Se hai le scarpe il pane puoi procurartelo. Non viceversa.   

E lustrare le scarpe, cioè il mezzo per procurarsi il pane, può diventare il sistema per tenere in mano il mondo: si dice al cliente di aspettare, di ripassare la settimana entrante, se sarà possibile troverà le sue calzature pronte.
Come nuove, rifinite nei dettagli, fatte oggetto di ogni amorosa cura.
Se poi sono con i lacci, ancora più belle.

Church's Ladies Collection

Lustrascarpe

Cenerentola e la sua scarpa più bella