135 Tempus fugit

Apprendo dal numero di giugno 2009 di 'Philosophie Magazine' (per la precisione dalla rubrica Revue de presse) che il sociologo Richard Sennet sostiene quanto segue: 'L'abilità dell'artigiano, la sua conoscenza del mestiere si fondano su una disciplina la cui essenza è molto semplice, che attraverso la pratica ripetuta, si migliora. E' decisamente evidente nello sport'. Poi attacca a parlare della nuova economia. Gli risponde (e lo vengo a sapere dalla medesima fonte) Peter Sloterdijk, filosofo, che dice che Sonnet va contro lo Zeitgeist quando ricorda che per fare un artigiano o un musicista passabile (una parola che mi piace poco) occorre un minimo di 10.000 ore di pratica. I due si confrontano sul tema del lavoro e del mestiere, oggi spesso ridotto a un bottone da schiacciare. Non ho niente contro i bottoni e adoro fare clic con il mio computer, di cui apprezzo grandemente l'intelligenza, con cui mi sento in armonia.

Seguitemi nel calcolo. Divido 10.000 ore di pratica per 8 quotidiane, che mi sembrano anche troppe, per esempio per un pianista. Ottengo 1.250 giorni di studio e di apprendimento. Se divido questa cifra per il numero di giorni che ci sono in un anno non bisestile, 365, ottengo un 3,42 e rotti, il che significa che ci vogliono almeno, sottolineo almeno, 3 anni e 0,42 mesi, e pure senza un giorno di vacanza, per dotare qualcuno di un mestiere.
Scrivo questa puntata di Opera Soap mentre la radio trasmette da Lugano un concerto di Martha Argerich.
Spero che nessuno mi venga a dire che in poco più di 3 anni una musicista così è fatta.
Forse la shampista del mio parrucchiere, perché già uno che passa il colore ha bisogno di più pratica.   

La mia colf impiega un po' più di 1 ora di orologio, 2 volte a settimana, per pulire il mio studio. Si arrampica tutti i martedì e i venerdì sulla scala, la vedo che infila il piumino e poi, appena possibile per via dell'altezza, il ficcanaso dell'aspirapolvere fra i miei libri, sposta tutte le scatole di diapositive (sono centinaia), mette all'ingresso i 3 carrelli da lavoro, ciascuno con il suo materiale, accarezza le carte con lo straccio, aleggia sulla mia scrivania, una delle cose di cui sono più gelosa al mondo, con delicatezza, pulisce e non sposta: astucci, evidenziatori, appunti, fascicoli, ritagli di riviste, cartelle, post-it, penne, pennarelli e matite, tastiera, schermo piatto, mouse, tappetino, casse (sulle quali è piantata una brochure con Il bacio di Rodin e la scritta Do you love Art? Che razza di domanda), lampada di design storico, gallinella regalata da una studentessa (che ci aveva fatto un segnalino per un Gioco dell'Oca d'arte), buste, fotografie, mail che più private non si può e mi chiede pure se può portare in cucina il bicchiere che, ogni tanto, abbandono, la sera, vuoto, da una parte.

Come si fa a calcolare il tempo? Quanto impiego a prepararmi una lezione o una conferenza? Le ore che passo sul treno sono ore di lavoro? Le 3 settimane trascorse su Cézanne, prima di affrontarlo in aula, sono poche o tante? Quante ore suonava Glenn Gould al giorno? Le considerava esercizio, studio o piacere allo stato puro? (A giudicare dai 2 film che ho su di lui e dalle rare interviste, la risposta giusta è la seconda).
Quanto tempo ci vuole per pulire, accuratamente, una casa?
E' vero, come sostiene il filosofo Sloterdijk, che 'la gente, oggi, pensa che imparare in qualche minuto a servirsi dei bottoni principali è un diritto'?

E ancora: che cosa facciamo di noi stessi e del fluire del nostro tempo?
Lo teniamo abbastanza in conto, lo gestiamo nel migliore dei modi, lo sprechiamo, consideriamo il tempo della toletta superfluo e quello della produzione santo? O viceversa?

Sera quasi d'estate piena con le finestre aperte dalle quali entra, dopo una giornata afosa, una bava d'aria.
Musica dalla radio.
Tempo sospeso, sporco, pulito, insaponato, costretto, eterno, che non passa mai e che mai è sufficiente.

Artisti che si occupano del tempo: Bonnard per primo, come sempre raccontiamo, l'equivalente di Bergson.
Futuristi, Cubisti, il tempo di Rembrandt nella sua casa di magnificenza prima della caduta, quello di Velázquez a corte, quello trascorso in solitudine da Vincent, quello serrato e produttivo di Rubens, che si svegliava tutti i giorni alle 4 del mattino, quello di Dürer, che sperava di averne dal suo Signore abbastanza per dimostrare il suo talento. 

Tempo nostro, moderno, spezzato, affogato nell'insensatezza, cui cerchiamo, disperatamente, di dare un ritmo, un metodo, uno scopo, un progetto.

 

 

                                                      

Tempus fugit

Auguste Rodin, Le Baiser, 1889

Pierre Bonnard, Le cabinet de toilette, 1932