138 Solo chi cade può risorgere

Come ho detto più di una volta, sono un'abitudinaria. Per esempio, in treno, mi piace stare all'andata nella fila di destra sul primo sedile esterno di 4. I 4 sedili devono essere preferibilmente tutti vuoti. Se poi sono liberi anche i corrispondenti a sinistra, sono più contenta.
Al ritorno apprezzo i sedili a 2, con il tavolinetto che si ribalta. Mi siedo all'esterno, stavolta a sinistra e, se arriva qualcuno a disturbare la mia sistemazione, mi sposto.
Sui treni affollati soffro e sono capace di farmeli tutti alla ricerca di una situazione che rientri, seppure minimamente, nei miei gusti.

A Napoli per l'Accademia, prendo all'andata la metropolitana, vado da Antonio al Bistrò della Metro a comprare una pizza, lui mi saluta sempre nel medesimo modo: 'Ciao, Prof!' e mi concede una doppia razione di salviette di carta (un altro paio me lo porto io in borsa, la pizza mangiata in piedi è esiziale per gli abiti, uno addenta un capo e dall'altro cola l'olio o un tocco di mozzarella).
Al ritorno vado a piedi. Passo davanti al Conservatorio di San Pietro a Maiella, do un'occhiata alla vetrina del negozio della casa editrice musicale S. Simeoli, dove ogni tanto prendo anche qualche cd, compro il pane che ho ordinato per telefono la mattina e faccio tutta via dei Tribunali. Mi capita spesso di essere in compagnia di qualcuno dei miei studenti.

Un paio di settimane fa ero sola e sono caduta. Ma sono caduta in un modo che più cretino non si può: andavo di passo svelto, ho visto benissimo che a terra c'era uno scatolone (uno 'scatolo', come dicono da quelle parti) fradicio proprio sul mio cammino, ci ho messo sopra un piede (indossavo scarpe, ovviamente, con i lacci e la suola di gomma) e, come era prevedibile, sono scivolata. Sono caduta su un fianco, è caduta anche la cartella e è caduta la borsa dell'Accademia, dalla quale è miseramente uscito il mio filoncino di pane cafone appena comprato. Rimasto, però, nel cellophane.

Ero appena passata davanti al banchetto di un giovane e robusto venditore di cozze, c'eravamo anche scambiati un sorriso. Alla cozze purtroppo sono allergica, per cui fra me e loro è una storia chiusa, però i miei ricordi di impepate sono fra quelli più cari e ammiro sempre quella sinfonia di neri disposti a montagna con l'interruzione del giallo solare del limone.
(Se leggete Opera Soap siete tutti adulti. Per cui non sto a ricordarvi l'aspetto sensualissimo delle cozze, come di tanti altri frutti di mare, e tutti i riferimenti al sesso femminile che si tirano dietro. Motivo in più per dolermi, ma dolermi davvero, della mia allergia).

Nemmeno avevo fatto in tempo a cadere che il pescatore si era precipitato a sollevarmi. Prima ha raccolto me, poi la cartella, poi il pane che ha rimesso al posto suo, nella borsa dell'Accademia. Mi ha tenuta saldamente e mi ha chiesto, dandomi del voi (adoro farmi dare del voi, come pure adoro farmi dare del lei, soprattutto quando mi chiamano per nome), se mi ero fatta male. Non mi ero fatta troppo male però ero in uno stato pietoso perché ero caduta in quella poltiglia bagnata di non so che cosa, e indossavo pure i pantaloni nuovi (fratelli di quelli della puntata 134: Bensimon Kasia dark blue taglia 38, nella versione estiva).
Ero, inoltre, infuriata con me stessa. Se solo avessi fatto una deviazione di un metro avrei evitato l'incidente. Dio, come sono cretina, mi andavo ripetendo. Ho cercato di superare la furia e mi sono ricordata del treno da prendere. Il pescatore ancora mi teneva il braccio. L'ho ringraziato, gli ho detto che stavo bene ma che probabilmente mi ero sporcata tutta.
Lì lui mi ha un po' girata e mi ha guardato il sedere. In maniera molto diretta ma come una donna vorrebbe sempre che glielo guardassero: con ammirazione, rispetto, partecipazione, speranza.
Mi ha dato pure un colpo deciso sul pantalone, per rassettarlo. 'No, non vi siete sporcata, siete solo bagnata. Andate tranquilla', mi ha detto.

Nel ritornare al suo trionfo nero e giallo ho visto benissimo che il pescatore ha sferrato un calcio, rabbioso e vendicativo, allo scatolo, riducendolo ancora di più in poltiglia.

50 metri più in là su via dei Tribunali un uomo anziano era seduto su uno sgabello sfondato fuori dalla tabaccheria. Gli sono passata davanti. 'Signò - mi ha detto - come vi sentite? Vi siete fatta male?'. L'ho tranquillizzato e l'ho ringraziato per l'interessamento.

A casa, la sera, ho messo i pantaloni in lavatrice e il giorno dopo erano a posto.

Morale della favola: se proprio dovete cadere, fatelo in una città che partecipa al vostro guaio: non a New York, dove vi passerebbero sopra, non a Roma, dove nessuno avrebbe per voi un moto affettuoso di compassione, non a Parigi, dove rovinereste la geometrica precisione dell'ambiente.
Cadete a Napoli, soprattutto se volete provare l'ebbrezza non del tutto frequente per una signora, coltivata e adusa a tutt'altro genere di frequentazioni, di ritrovarsi fra le braccia robuste di un pescatore.

 

 

Poseidon da Capo Artemisio, 460 a. C.

Cozza

Vincenzo Gemito, Pescatoriello, 1876