141 Quel che finisce bene

Questa puntata di Opera Soap è una geremiade, per cui, se non vi piacciono le lamentazioni, se amate solo l'easy going, la vie en rose e il caramello, è meglio che lasciate perdere e passiate a altra, meno amara lettura.

Dico spesso, a chi ritiene che l'arte contemporanea sia tutta una presa in giro e una menzogna, che gli artisti sono le ultime creature sincere che ci siano sulla faccia della terra. Mentono e prendono in giro tutti gli altri (soggetto della frase): mariti, mogli, amanti, figli, amici, commercianti, politici, preti, dottori in medicina, legge e psicologia, coloro che si occupano del meteo (per esempio, è da stamattina che sto aspettando che piova, ho steso pure il bucato dentro, cosa che detesto perché la mia casa, che tengo in gran conto, si trasforma di botto in basso napoletano. Niente. Sole che spacca), piloti di aeroplani, meccanici, salumieri e chi più ne ha, più ne metta.

Prendete, per esempio, la Marilou di Angie David del romanzo omonimo di cui abbiamo parlato più volte, cito a caso la puntata 128. Di rado mi è capitato di raccogliere una simile confessione. La protagonista si è tolta la pelle, ha raccontato di sé tutta la parte più fragile: la tossicomania, la tendenza alla depressione e al masochismo, l'ossessione per la moda, la solitudine che l'ha trasformata in 'vieille fille anglaise, totalement maniaque' al punto da nutrire dei dubbi su come comportarsi con il prossimo ('non bisogna morderlo né attaccarlo con le unghie'), la maledizione di un amore, al quale non sono estranei né il denaro né il potere, che lei accoglie in devozione, utilizzandolo per 'changer de milieu social' e per l'espressione della sua intelligenza e della sua cultura che, a contatto con l'alta borghesia intellettuale, brillano. Divenuta 'la pute' dell'editore, bella di una bellezza bionda e eterea, Marilou riflette sulla passione con la formula di Clément Rosset: 'la ricerca accesa di un oggetto assente o irreale', praticamente l'opposto (complementare, d'accordo) dell'amore, legato, invece, a una persona esistente. Fortissima è la componente sessuale dell'intesa fra lei e Adrien ('Il n'y a que toi qui me fais bander'), ma la vicenda è talmente folle per le imposizioni che lei deve subire, che viene voglia di chiederle, casomai sul suo blog http://www.leoscheer.com/marilou/, perché non vada, anche ora che è tardi, a farsi un giro e a vedere altrove.

(Il romanzo è faticosissimo, i capitoli non hanno numerazione, i paragrafi non esistono. Spesso è noioso, per esempio quando si abbandona a recensioni letterarie e cinematografiche infinite riferite nei dettagli. Per ritrovare una citazione, nonostante i miei segni di matita e di evidenziatore, divento matta. Ma: eccola). Altra formula importante, stavolta a firma della protagonista: 'Échapper au réel ou au contraire s'y raccrocher grâce au romanesque'.
Esattamente quello che vado cercando.

(Il romanzo, nonostante quello che ho detto sopra, è una delle cose più belle che abbia letto in vita mia, lo tengo sul mio tavolo da notte, rileggo di continuo qualche passo).

Allora. Diamo retta a Marilou e apriamo il nostro cuore a chi ci legge.
Ben inteso, le cose di cui parlo sono esclusivamente professionali, per cui se leggete 'abbandono' o 'tradimento', parlo di lavoro e non di un amante. Lo stesso vale per 'cialtroneria' che, pure esistendo, in abbondanza e per esempio, nell'amicizia, qui riveste carattere esclusivo di constatazione di atteggiamenti sul lavoro.

La stagione che si avvia alla fine (sono sotto esami in Accademia) è stata bruttissima: misera, anzi, indigente, opaca, lenta, caratterizzata, come scrive Robert Hughes, uno dei miei critici d'arte preferiti, da un costante 'sense of being stuck in a hopeless economic jam'. Hughes parla della crisi del 1929 però, come con Marilou, o le cose hanno carattere universale, oppure non ne hanno.

Proprio durante la crisi del '29 il design inventò la forma 'streamlined', cioè aerodinamica. Essa aveva, come prima caratteristica, la capacità di suggerire 'l'iconografia del senza sforzo e del controllo'. Da una parte, dunque, il senso di essere incastrati; dall'altra una forma, adottata praticamente da tutti, che suggeriva la possibilità di sfilarsi, di districarsi dall'imbroglio. Sono 'streamlined' automobili, locomotive e anche temperamatite. Il mondo dell'arte insorge contro la crisi, si ribella, propone alternative.

(Scrivo bevendo un bicchiere di Chablis e ascoltando alla radio La damnation de Faust di Berlioz, un'opera che mi fa battere il cuore svelto svelto, vedi puntata n° 120. Marguerite sta cantando proprio in questo momento la mia aria fétiche, 'D'amour l'ardente flamme').

Oggi, in Italia, di fronte alla crisi attuale, niente di tutto questo.
Sono una che si muove, non solo perché lo dicono gli economisti ma soprattutto per carattere. Ma tutto il mio movimento, quest'anno, non ha portato a niente. Galleristi, titolari di librerie, persone che si occupano del mangiare (da un po' sto lavorando sul rapporto arte/cibo, un argomento inesauribile e affascinante), direttori di centri culturali, organizzatori di eventi, colleghi, interlocutori professionali: tutti, con pochissime eccezioni, incapaci di inventarsi qualcosa di plausibile e di dinamico. Colpa mia?
Per le faccende personali io la colpa me la prendo tutta e subito, così taglio corto e passo a altro. Ma nella professione ci vado cauta.

A Napoli la colpa è stata del treno.
Quel maledetto IC sempre in ritardo che mi ha obbligato a 5 ore di viaggio giornaliere, sul quale, ho scoperto, dormono i barboni, sporco, fetido, con le ritirate piene di escrementi e senza acqua.
Gli ultimi due mesi ho fatto l'abbonamento all'alta velocità (non ne potevo più).
Tutta un'altra cosa. Ho trovato il servizio, rispetto allo scorso anno, migliorato: in orario quasi costante, i bagni puliti con l'omino in tuta rossa come la Freccia incaricato di nettarli, i controllori aristocratici (sono venuta a sapere che sono stati sottoposti a una selezione durissima), al punto che, quando punto loro sul petto l'indice per colpevolizzarli per la mancanza di carta igienica o i cestini non svuotati (è successo ieri), rispondono come risponderebbe un capitano dell'esercito austro-ungarico, battendo i tacchi e giurando che hanno già fatto rapporto. Mi hanno detto chiaramente che il futuro è segnato: tutta l'attenzione di Trenitalia sarà dedicata al Freccia Rossa, c'è anche in vista la concorrenza e devono, come si dice, tenere botta. Ma, siccome la coperta è corta, ulteriori risorse saranno sottratte agli altri treni, che peggioreranno a vista d'occhio.

Si salvi chi può.

Ho deciso di non tornare indietro, a costo di diventare astemia (una delle mie spese principali essendo l'alcool), viaggerò signorilmente.  

Il treno ha avvelenato le relazioni, i suoi ritardi hanno ingoiato tutti gli spazi, non c'è stato più modo di imbastire una conversazione con un artista, di avviare un progetto, per non parlare delle sveglie nel buio dell'inverno quando non è ancora l'alba, della stanchezza fissa, dello sporco, dell'orrore di doversi accomodare sui sedili sfondati e luridi, l'umore al brutto stabile, la sensazione fissa di ingiustizia, in Italia o i treni costano troppo, o i professori sono pagati come pidocchi. Se sommate i due fattori, il prodotto sarà desolante. 

A Roma tutta un'altra musica. A Roma ci sono stati i cialtroni, gli inetti, quelli che hanno fatto i preziosi quando, in una relazione alla pari, si sono fatti negare al telefono per giorni e giorni, solo per il gusto di concedersi all'ultimo momento, gli impastoiati nei fantasmi personali, gli ignoranti tout court, l'ultimo, quasi disarmante, che mi diceva che una cosa era 'obsoleta' intendendo significare che era inutile.

A Roma ci sono stati i tradimenti. Non me li aspettavo, però ne ho preso atto.
I tradimenti, nella mia opinione, accadono sempre per colpa dell'altro. In questo caso, evidentemente, per colpa mia.
Sto riflettendo.
Qui abbiamo avuto le degnazioni supreme, quelli che ti dicono che vengono a sentire una lezione perché, in una vita piena di impegni, hanno trovato un interstizio nel quale infilarti, tu chiedi se gli impegni riguardano la guerra mondiale, le Nazioni Unite, l'Iran, la Corea del Nord e poi vieni a scoprire che si tratta dei nipoti e dei figli.
Qui abbiamo avuto quelli che hanno ballato una volta sola, comparse aleatorie, come amanti di passaggio, tu ti chiedi che cosa non hanno gradito nell'organizzazione accurata, attenta, frutto di decine di anni di esercizio e scopri che hanno apprezzato poco la compagnia a tavola dopo la conferenza.
Qui abbiamo avuto i fuori fase, i cialtroni, gli inetti, gli annoiati, quelli che non digeriscono il contemporaneo e ti guardano in tralice se forzi la cronologia e vai oltre Caravaggio; quelli che vogliono programmi che trattino il gioiello oppure il ruolo della donna nell'arte; quelli che pensano che tu li prenda in giro se parli di Picasso.

Ma mi faccia il piacere.

Siano lodati i fedelissimi, la Segretaria che ti fa venire il mente che la perizia del nocchiero si vede durante la procella, quelli che capiscono, quelli che ci stanno, che ti fanno i complimenti a fine lezione perchè hanno finalmente afferrato un concetto, gli studenti intelligenti alla faccia della riforma, che frequentano assiduamente e che, nell'elenco dei nomi con i numeretti accanto delle firme, risultano ONNIPRESENTI, pure con !!! 3 punti esclamativi.
Siano lodati quelli che hanno preso il coraggio a due mani e hanno scritto una mail per dire che la storia dell'arte ha cambiato la loro vita e che provano quel sentimento raro e impagabile che si chiama riconoscenza.

Siano lodati i treni puliti, i progetti per il prossimo anno, la speranza di uscire fuori dalla crisi solo un po' ammaccati ma con l'anima intatta.  
Sia lodato quello che finisce bene, anche se ci sarà bisogno ancora di 12 mesi tutti in fila per incontrarlo.

 

Angie David, Marilou sous la neige, 2008

Raymond Loewy e il suo treno streamlined Zephyr

Ultimo gruppo con 2 Simba in Accademia, foto di Jacopo Naddeo, 2009