143 Tutti in Riga

Come è noto, i professori sono considerati dei pidocchi.
Se ci fosse qualche dubbio, l'Erasmus è lì a ricordarlo.
Quando un professore va in Erasmus, infatti, gli si ripete a ogni piè sospinto che deve spendere il meno possibile, che deve usare il mezzo in assoluto più economico, che deve fare tutto con il budget del rimborso spese.

(E dire che dovrebbe trattarsi di una delicata missione diplomatica, per la quale occorre sapere le lingue, conoscere bene il proprio mestiere e essere in grado di capire quello degli altri, mostrare doti di comunicativa e di organizzazione, rappresentare brillantemente la propria istituzione, se non l'Italia tutta. Non mi sembrerebbe fuori luogo ricevere, viste le circostanze, qualcosa di simile a una retribuzione).

Il budget varia a seconda del paese di destinazione, nel caso che vi sto raccontando, il mio, appena portato a compimento, 114 € giornalieri per la Latvija, la Lettonia.
Con 114 € al dì bisogna dormire, mangiare, spostarsi, eventualmente ricambiare un invito degli ospiti per una sosta in un caffè, procurarsi una guida locale, pagare l'ingresso a un museo, comprare un catalogo.

Un'arrampicata sulla parete scoscesa della povertà imposta.
Non ho niente contro la sobrietà. Charlotte Perriand ricorda nella sua autobiografia Une vie de création, che tengo sul mio tavolo da notte e che considero, dunque, un livre de chevet, che Teresa d'Avila diceva che 'la pauvreté met en toute chose son parfum'.
Però uno dei miei riferimenti cinematografici culto è quello de La Regina della Notte di Walerian Borowczyk (1988) in cui una siderante Marina Pierro dice a un certo punto: 'Voglio che ci siano dei lussi nella mia povertà'.
E io così vivo. Anche a Riga, Latvija, cioè Lettonia.

E non sento ragioni, e faccio bene a non sentirne, perché niente mi deprime più dell'idea che non ci siano mezzi, che si debba fare a meno, rassegnarsi a una carriera di pidocchi.
Qui mi viene sempre in soccorso una cosa saggia detta tempo fa da una mia amica fattasi, ora, americana. Lucida, rigorosa, dotata di mentalità da manager, un giorno buttò lì una frase preziosa: quando non ho soldi, esco e mi compro un paio di scarpe di Sergio Rossi.
L'atto, apparentemente incongruo, le impediva di adagiarsi.

Provare per credere.

Tornata, allora, ieri da Riga con un volo diretto.
Sono partita con la collega di Tecniche della pittura responsabile dell'Erasmus. Ci siamo incontrate in Aeroporto. Le ho chiesto, abbracciandola, se sembravamo due italiane in gita.
Siamo andate d'accordo, l'atmosfera si è fatta subito calda, lei aveva portato sfogliatelle, ciliegie e in aereo ha anche tirato fuori un uovo sodo. Ha acconsentito a prendere un taxi per andare in albergo, aveva con sé borse e matite dell'Accademia per i nostri ospiti, abbiamo fatto continuamente conti, dopo aver suddiviso la valuta locale, il Lats, in lattoni, lattine e cosarielli.
Ci siamo rientrate, anche se la sera, nel ristorante che era diventato la nostra querencia (un posto nel quale ci si sente al riparo da tutto. Il termine, mutuato dalla tauromachia, è usato da Simone de Beauvoir per indicare il luogo buono contro la desolazione della provincia: per lei la brasserie di Rouen, per noi la Steak House davanti all'albergo), ci siamo concesse vini francesi e cileni, là quasi inaccessibili. Ma mangiavamo con niente a pranzo, le cose fritte buonissime al mercato, il panino, il parmigiano portato da casa.

Riga è bella, netta, suggestiva, adagiata sul Daugava e solcata dal canale interno, piena di scorci romantici, percorsa a passo rapido da ragazze con in mano mazzi di fiori scarni (abbiamo scoperto che era un'usanza locale per il giorno del diploma), piena di posti dove sostare, nemmeno un bel negozio ma un buon centro commerciale, parecchie ricostruzioni ma senza iattanza, ancora autentica, aperta.

I colleghi della locale Accademia di Belle Arti http://www.lma.lv ci hanno accolte festosamente, Aleksejs, il Rettore, Elina, Agnese, Ilze, abbiamo visitato l'edificio, così gotico, un po' buio, complesso, abbiamo trovato artisti al lavoro, laboratori, una magnifica terrazza al Dipartimento di Arti Audio-visive, materiali, colori, appunti, tele, rotoli di stoffe del Laboratorio tessile (da noi, una mancanza cui non mi rassegno), bollitori per preparare una tazza di tè durante una pausa, tutta una squisita natura morta di bicchieri e di tazze ben sistemati in ogni ambiente, musica, perfino un negozio con articoli di belle arti aperto anche agli esterni, un'atmosfera di creatività vera, di stimoli che si incontravano dappertutto, un luogo nel quale, secondo me, c'era anche un fantasma che doveva essere, lui pure, un artista. 
La mia collega mi ha fatto notare più di una volta quanto fossero puliti, i laboratori di restauro addirittura simili a un atelier di alta moda nel quale i capi in lavorazione la sera sono ricoperti da fogli di carta velina che ne dice l'importanza, poche cicche di sigaretta che facevano atmosfera, gentilezza.

La mostra finale degli allievi traboccava talenti.

Un pomeriggio alle 18 siamo state invitate alla cerimonia di consegna dei diplomi nell'aula magna, c'era un coro e un grande spiegamento di forze: appuntamento annuale collettivo, gioioso, tutti vestiti a festa, le ragazze con i fiori, le famiglie commosse. Ho guardato l'orologio. In 30 minuti era tutto fatto, una quantità notevole di promossi che venivano chiamati uno dopo l'altro al tavolo della direzione, laureati con un rapido carnet nel quale erano riassunti esami, voti e argomento della tesi, applauditi e rimandati al loro posto, un rito asciugato all'osso, nelle radici luterano, che, nella sua semplicità assoluta, brillava di senso.

Non è suonato un cellulare. I numerosi bambini presenti non hanno pianto. Nessuno ha scattato fotografie.
I fiori erano grafici nella loro nudità, non li avvolgeva nemmeno un pezzo di carta.

Nei negozi non ti danno buste, solo il supermercato sciala, ma a modo suo: pochissimo.

Domenica siamo andate a Jurmala, al mare, con il treno elettrico. Era pieno di gente e tutti parlavano a voce bassa. Sulla spiaggia tirava un vento gelido, facevano rumore solo gli uccelli.
Ho trovato nella bottega di un'antiquaria una coppetta cinese di smalto dipinto con dei fiori degli anni '20 e un piattino di porcellana di Meissen 1930-50 che mi sono comprata. Extra bugdet, come è logico.

Il salmone (norvegese) era magnifico, il pane ottimo, ho preso al mercato aglio fresco, alloro e aneto, al ritorno dicevo che, certamente, il medesimo numero di giorni trascorso a Stoccolma (Svezia. € 169 al dì) o a Copenaghen (Danimarca. € 204) mi sarebbe risultato più gradito, amo le città nordiche ma ho bisogno del twist che hanno solo quelle, chiamiamole, grandi, però era stata una bella esperienza.

Il rientro a Roma, fra il trenino che arriva a Tuscolana, dove non esiste ascensore, come se non si trattasse di un collegamento con Fiumicino, dove è normale andare con il bagaglio, la sporcizia delle strade, il caldo furioso, è risultato un po' affaticante.

La sera mi ha telefonato la collega, arrivata anche lei, parecchie ore dopo di me, ad Avellino, sua destinazione finale.  
Le avevo già comunicato via sms che i pesci rossi, la cui lontananza mi dà sempre nostalgia e preoccupazione, erano in gran forma.
Pioveva da lei e anche da me. Meglio, così rinfresca.

Ci siamo confermate la simpatia e l'amicizia. Alla faccia della pidocchieria del budget.

 

Riga, la Città Vecchia

Riga, l'Accademia di Belle Arti

Lattoni