144 Elogio del maquillage

(Il titolo è un omaggio a Charles Baudelaire, che ha inserito l'elogio della truccatura ne Il pittore della vita moderna, 1860, al capitolo IX.
Charles Baudelaire è la persona con la quale in assoluto vado più d'accordo sulla faccia della terra. Se state pensando che è morto nel 1867, lasciate perdere.
Cerco di spiegarvi:
1. Mi sono innamorata di una voce e di una scrittura e quella voce e quella scrittura mi hanno dato cose che nessun altro uomo è stato mai capace di offrirmi. 
2. Il viaggio più esotico che ha fatto Emilio Salgari è stato lungo le coste nell'Adriatico.
3. Cesare Pavese, fra i massimi traduttori di letteratura americana, non è mai stato in America.
4. Alexandre Dumas (padre) è vissuto nel secolo XIX e non nel XVII, che pure ha raccontato in presa diretta. 
Spero che vi sia chiaro il senso del mio colloquio costante con Baudelaire, sulla tomba del quale, al Cimitero di Montparnasse, vado appena posso a raccogliermi.)

Da che ho l'età della ragione, mi trucco.
Ma mi trucco sul serio, non una passatina di rimmel sulle ciglia bensì una serie di strati complessi fatti, in origine, di Erace e Panstick Max Factor presi di nascosto da Bertozzini a via Cola di Rienzo. Il tutto contro la volontà del genitore, che considerava la pratica inadatta a un'adolescente e manifestava la sua disapprovazione in modo fisicamente eloquente, al punto che posso dire di aver rischiato la pelle pur di continuare a pittarmi la faccia.
Al ginnasio io e la mia compagna di banco (una che sul maquillage la sapeva lunga) ci facevamo le labbra bianche come cadaveri; quando una volta la professoressa di inglese ci fissò all'uscita e ci disse 'Mostri', mi chiesi perché quella povera donna prima ci spiegasse così bene Keats e tutto il gotico che aveva dentro e poi non fosse capace di accettarne le conseguenze.

Mi trucco sul serio e ritualmente: mai se scendo a comprare il pane; completamente quando vado a lavorare; lisciandomi per almeno 1 ora se in vista c'è festa.

Mi trucco con l'esperienza della specializzazione perché, negli anni, ho coltivato questo campo.
Mi sono fatta consigliare da professionisti, mi sono procurata l'attrezzatura, ho letto e fatto esperimenti. Conosco tutte le sottigliezze del fondotinta, la mia passione più morbosa, che si lavora, si applica, si stende, si picchietta, si liscia e che va fatto riposare qualche secondo prima di mettere la cipria. Ovviamente con il pennello.

I miei mirabili pennelli giapponesi sono una delle cose che porterei affannosamente via dalla casa che stesse bruciando, insieme alla vasca dei pesci rossi e al mio orso di pezza. In viaggio non mollo mai l'astuccio e tremo quando qualche poliziotto di frontiera ci mette sopra le mani. Posseggo 9 pennelli, li uso tutti, alcuni sono di visone. Sono a firma di Shu Uemura www.shuuemura.com. Tutte le volte che mi sono fatta truccare da gente del mestiere e mi hanno chiesto che roba usavo, ho preso fiato un momento e poi ho pronunciato il nome.

Silenzio.

Il loro lavaggio è una delle mie principali occupazioni nel tempo libero. Deve essere fatto con il giusto ritmo, evitando insieme l'ossessione e la trascuratezza, non troppo spesso, non troppo raramente. Esso avviene quando non ho nessuno in mezzo ai piedi, in inverno in giorni in cui i termosifoni sono accesi e assicurano la giusta temperatura, in estate quando il campo è libero. Li metto a bagno con il detersivo dei delicati, li sorveglio, i più grandi, 17 e 20B, sono i più facili da pulire. Quelli per gli occhi, dall'8 al 12, richiedono più attenzione. Il numero 7 per le labbra va coltivato come un fiore, una goccia di detergente sulla punta, leggero massaggio, risciacquo. Tutte le setole sono tamponate con aciugamani piccoli e immacolati, scosse dopo un paio di ore, lasciate verticali dopo che i manici sono stati lustrati, scosse di nuovo. Quando sono pronte vanno battute lievemente. La piega deve essere sorvegliata, non sia mai che un eccesso di acqua da una parte la sversi.

Mi chiedo da sempre come le donne possano truccarsi in macchina o in metropolitana, davanti a uno specchio traballante o troppo piccolo, senza potersi lavare le mani, senza l'ausilio di tutti i kleenex, i bastoncini di ovatta, di spugne che io utilizzo.
Ecco, le spugne. Shu Uemura anche loro, e non tutte vanno bene, alcune sono rigide come cotiche, altre assorbono troppo, ultimamente le mie preferite si disintegrano al secondo lavaggio.
Ogni tanto i malefici tolgono dal catalogo qualche modello e lì cominciano le consultazioni (uniche sedi europee della marca: Milano, Parigi, Londra). I make-up artists sono competenti, l'ultimo che ho interpellato ha capito che il problema derivava da un componente del mio fondotinta, lui la medesima spugna, pure concepita come usa e getta, la utilizzava per almeno 7 trucchi, l'equivalente di una mia settimana.
(Chiacchierata telefonica densa di suggestioni, io nel mio bagno con il portatile, lui seduto sullo sgabello che io conosco davanti allo specchio nel negozio di via Brera. Domande da parte sua. Mie risposte. Suggerimenti. Soluzioni.).

Mai farsi consigliare dall'estetista all'angolo, quella che il mio dermatologo castiga contandone le parole che impiega (mai più di 600) e dandole il titolo di studio che merita (la 5a elementare). Il trucco è una cosa seria, bisogna trattare solo con esperti. Ricordo la volta che avevo fissato un appuntamento, lui era arrivato ma mi chiese di ripassare. Dopo 45 minuti. Tanti gliene occorsero per disporre l'attrezzatura con la severità, come direbbe Marilou, di un maestro d'opera cinese, controllare le luci, respirare a fondo, ambientarsi.

Da questa gente ho imparato più cose sulla mia faccia di quante non me ne abbia dette in decine di anni il mio specchio, mi sono confessata, sono stata assolta.
Ricordo con simpatia Nina, a Monaco di Baviera, che mentre mi spennellava di rossetto mi raccontava che voleva lavorare nel cinema e che non le pesava affatto stare al chiodo nei grandi magazzini tutti i fine settimana; penso con gratitudine a Mademoiselle Marlène di Shiseido in Place de la Madeleine che mi ha cambiato il colore del fondotinta (mai e poi mai provarlo sul dorso della mano bensì sul collo, come, a pensarci bene, è più logico), che mi ha insegnato a usare la spatola, a lavorare i materiali, a stenderli nel verso giusto; alle ragazze di Harvey Nichols a Londra che mi hanno fatto i pacchetti riempiendomi di campioncini e individuando il colore del rossetto. 

Fra i miei miti c'è Bobbi Brown http://www.bobbibrowncosmetics.com, una piena di talento. Rubò da ragazzina i cosmetici della madre, li usò tutti per dipingere il muro della stanza da bagno, fu punita ma aveva trovato la strada. Leggo i suoi libri, sottolineo i passaggi più interessanti, è quella che ha detto la cosa più intelligente che abbia mai sentito sulle sopracciglia, probabile che ciascuno di noi nasca con la forma giusta.
(Pensiero di orrore per i maschi che se le depilano e si fanno la faccia da bamboletta).

Seguo con ammirazione la nascita dei nuovi make up artists, sempre attenti all'arte, al cinema, alla letteratura, incoraggio i miei studenti a tentare, ho più volte proposto di aprire un corso in Accademia, sarebbe una di quelle cose che porterebbero rapidamente un risultato, anche nella peggiore delle ipotesi, fosse pure solo in occasione del proprio matrimonio, ogni donna ha a che fare con il trucco.

Una delle cose che ultimamente mi hanno fatto suonare più sonoramente i campanelli è stata leggere che Moyoco Anno, la mia mangaka preferita, ha prodotto alcuni disegni per edizioni limitate di prodotti Shu Uemura.
L'arte, quella del fumetto e quella del trucco, l'una messa al servizio dell'altra. Finalmente.
Come dicono gli scienziati, se io ho un'idea e la scambio con te che ne hai un'altra, alla fine ci ritroviamo tutti con due idee e non ciascuno di noi con mezza.


 

 

 

 

Shu Uemura (1928-2007)

Shu Uemura, Cipria e pennello

Moyoco Anno per Shu Uemura, Limited Edition 2009