149 Women Without Men (ma questa vita cos'è se manchi tu)

Qui cominciano i guai.

Nella mia carriera di storico dell'arte (con vocazione) non ho mai incontrato non dico un pannello, ma nemmeno uno schizzo o un disegnetto su carta con questo titolo. Credo che non esista una raccolta di novelle in stile Hemingway cui poter fare riferimento, anche se Marjorie Hillis ha cercato di tenere testa al grande americano con Live Alone and Like It (1936), una cosetta deliziosa (prendo una frase a caso: 'We think we are saving things for Better Days, which frequently don't come'), piena di pepite da assaporare, ironica, svelta, cinica e saggia.
Certo, si tratta di poco più di un'operina giornalistica, non di letteratura. E poi l'autrice tre anni dopo la pubblicazione del libro, quarantanovenne, dà l'addio alla vita da single e sposa Mr T. H. Roulston, di cui non so niente e che spero, comunque, l'abbia fatta felice.

(Non sto parlando della camera tutta per sé di Virginia Woolf e pure il Pavese di Tra donne sole non c'entra. Parlo di donne senza uomini, non di solitudine femminile).

Premetto che volerò basso, non so niente di statistica e sociologia, lascio da parte Lou Salomé che si infuria quando, prima il pastore Gillot, poi Nietzsche e dopo Paul Rée la chiedono in moglie (avrebbe in seguito sposato Carl Andreas con il quale però, dice la mia rivista di filosofia, rifiuta qualunque tipo di sessualità, 'illusion grossière, parodie de fusion'. Punti di vista). Mi guardo intorno.
C'è la guerra, e gli uomini stanno al fronte. Le donne si frequentano fra loro.

Non vado mai a cena fuori con le amiche perché mi scoccio.
(Vado con molto piacere a cena con 'un'amica', ma la cosa è completamente diversa).
L'ultima volta che mi sono trovata in questa situazione è stato per motivi contingenti, un tavolo riservato per un artista che poi ha deciso di festeggiare diversamente la sua mostra e un gruppetto che si è costituito per caso con il quale ho pensato di onorare la prenotazione. Ho cenato con donne che non avevo mai visto e delle quali avrei presto perso le tracce: esse hanno parlato di uomini per tutta la sera.

Uno strazio, una lagna, un cordoglio, una monotonia, un pilotto. Se ci fosse stato presente un uomo, se la sarebbe data a gambe. Oppure si sarebbe parlato d'altro, per esempio di calcio. 

Adoro parlare di calcio, ci capisco poco, però capisco di calciatori, per cui sostengo bene la conversazione, faccio domande, chiedo pareri, risolvo dubbi.
Con i miei studenti, di recente, ci siamo messi a fare l'elenco dei più grandi di tutti i tempi, li ho anche rintuzzati abilmente perché durante i mondiali e gli europei leggo la stampa specialistica e so che, da che il calcio è calcio, non ci sono stati più di 4 giocatori veramente mitici: Pelè, Maradona, Zidane.
Il quarto citato dall'articolista non me lo ricordo, per cui vi aggiungo Beckham, per motivi che esulano del tutto da valutazioni atletiche e di cui già siete a conoscenza (passim. Insomma, qua e là ve l'ho già detto).
Purtroppo non ho conservato il ritaglio di giornale cui sto facendo riferimento.
Non per il quarto uomo, bensì perché in esso si diceva un'altra cosa importante. Quanti amori vuoi avere in vita tua, ma amori che contano davvero? Anche lì l'acuto commentatore non arrivava a 4.   

Ancora con i miei studenti, facciamo spesso un punto della situazione. Domando loro, per alzata di mano, quanti sono innamorati. E loro, puntualissimi come nelle mie aspettative, si schierano solo in percentuale bassa (circa il 15%) dalla parte di coloro che hanno il cuore preso. Sì, perché anche a 20 anni l'amore è una cosa che accade raramente e loro, che nella vulgata dovrebbero essere sempre ardenti, lo sono a tratti, a periodi e a momenti.
Rintuzzato pure il giovane collega che ha partecipato all'ultima indagine dichiarando di essere innamorato dell'amore. Guardata strana la collega che è arrivata in aula dopo di me (quella che è contenta di trovare la cattedra pulita con l'alcool), che si è accorta della frenesia che c'era in circolo e che ha voluto anche lei dare la sua risposta: è innamorata da 12 anni della medesima persona e ogni volta che la guarda le sembra la prima. Bello, ma fatico a comprendere.   

Ora vi dico che cosa chiedo a un uomo: che dia alla mia vita una dimensione letteraria e cinematografica.
Anche erotica, ça va sans dire, altrimenti per le altre due farei prima con libri e dischi. 
(Vi dico anche che, per i primi due scopi, i calciatori non vanno bene. Sono poco articolati intellettualmente, se ti scrivono una mail o una cartolina fanno pena, non sono capaci di inventarsi un'atmosfera. Finisce che per avere una dimensione mentale con loro, ce la devi avere tu doppia. E anche molto resistente agli attacchi che arrivano da centrocampo, i discorsi, i commenti al film visto insieme, il programma di un viaggio).

Ora vi dico che cosa chiedono le donne a un uomo: l'Amore.
Bella forza.
E se uno domanda una sfumatura in più, una definizione, uno scenario, un panorama, un trailer del film che si stanno facendo, i risultati sono penosi come letterine di calciatori. 
(Non sto parlando delle eccezioni, sto facendo un discorso generale. Mi perdonino le letterate autentiche, quelle che dell'amore parlano in modo indimenticabile e che sono anche capaci di pensarlo. Sono poche e nelle cene con le amiche mi è capitato di rado di incontrarle).

Le donne chiedono, dunque, a un uomo quello che non hanno.
Toglietevi subito dalla faccia il sorrisetto malizioso che vi è fiorito sulle labbra. Sto parlando del pepe, del twist, dell'avventura, della fantasia, del copione di un film avvincente e romanticissimo del quale essere protagoniste.

Alle mie studentesse con pene amorose lo dico perché approfitto del ruolo e della maggiore età: soffrite pure ma coltivatevi, leggete, studiate, viaggiate, inventatevi altri mondi. Poi accadrà che un uomo in uno di questi paesaggi ci si infilerà dentro, trovandocisi bene e trovando voi belle, rischiose e interessanti. (Dico anche loro di fare paragoni e esperienze, ma questo è un altro discorso).

Spero che abbiate visto Playtime (1967) di Jacques Tati, cui la Cinémathèque française, insieme a altre istituzioni e luoghi di Parigi, dedica quest'anno un omaggio. Nel film visionario e veggente si vede, fra l'altro, una città del futuro tormentata dal turismo di massa, con un pullman di sole donne che sono trasportate come pacchi da un punto all'altro. Lo diceva anche Dino Buzzati e lo si intuisce facilmente: se non si avesse il sospetto e il desiderio di trovare l'amore impigliato in qualche itinerario, 'se nei viaggi non ci fosse quel barlume romanzesco e inverosimile', mai ci si muoverebbe da casa e 'il vagabondare di frontiera in frontiera, di albergo in albergo, diventerebbe un supplizio' (Un amore, 1963).  

E ancora. Come ha detto Catherine Deneuve in un'intervista: i bar degli hotel di provincia sono così suggestivi perché c'è in essi un presentimento di avventura e di erotismo. (Ancora un esempio di trasformazione di ambiente).

Allora, che ci mettiamo nel mural Women Without Men, ancora tutto da fare?

Stracci, piumino da spolvero, spazzolone, Cif per lucidare le mattonelle del bagno, detersivo per i piatti e per i delicati, scopa, secchio, paletta per raccogliere la spazzatura (le case delle donne sono mediamente più pulite di quelle degli uomini)? Cenette con le amiche a lamentarsi dei maschi? Dichiarazioni di guerra, rimbrotti, critiche, macchine utilitarie, bambini, borse della spesa, balocchi, profumi, cosmetici, abiti, scarpe?
Non è che facciamo uno sforzo e ci mettiamo pure una dimensione diversa, casomai quella dell'avventura o, meglio ancora, della narratività pensata come tale, capace di trasfigurare il quotidiano (ricordatevi della formula di Marilou: 'Échapper au réel ou au contraire s'y raccrocher grâce au romanesque'), per non parlare di quanto capace di reinventare, in tutto e per tutto, l'amore? 

Cos'è la vita / senza l'amore / è solo un albero che foglie non ha più...Ma questa vita cos'è / se manchi tu (Nada, Ma che freddo fa, 1969)

 

Marjorie Hillis, Live Alone and Like It, 1936

Pelè

Parmigianino, Amore che fabbrica l'arco, 1531