152 Dieci cose per cui vale (la pena di) vivere

Ve lo do io il gioco dell'estate 2009, lasciate perdere tutti gli altri.
Ha anche una dimensione cinematografica e un'allure vintage, non potreste trovare di meglio.
L'anno è il 1979. Nel film Manhattan Woody Allen recita al microfono del registratore le dieci cose per cui, secondo lui, vale la pensa vivere. (Guardatevi il film in v.o., doppiato è insopportabile).
Ve le elenco, così cominciamo a rifletterci sopra: Groucho Marx; Willie Mays (baseball); il secondo movimento della sinfonia Jupiter (Mozart); Louis Armstrong in Potatoes Head Blues; i film svedesi; L'éducation sentimentale di Flaubert (ditelo a Marilou, è d'accordo); Marlon Brando; Frank Sinatra; le mele e le pere di Cézanne; i granchi del ristorante Sam Wo's; il volto di Tracy, la ragazza che ama.

Riletta a distanza, la lista mi innervosisce. Sono allergica ai gamberi, questa scelta di Mozart mi sembra opinabile (perché non tutto il Don Giovanni?), di baseball non capisco niente, i film svedesi, tutti insieme, sono pesantissimi, la sua Tracy, Mariel Hemingway, ha l'appeal della femmina di un sorcio.
Ma l'idea è buona.

Mi spiego. Penso a queste serate estive con le idee in libera uscita, amici fra i piedi e conversazione stagnante. Provate a lanciare il gioco delle 10 cose, che costringe chiunque a rivelarsi, a parlare di sé, l'unico modo, lo dico sempre ai miei studenti, di esistere.
Intendiamoci, non come quelli che parlano di sé in modo autistico, se abbandoni il telefono, anche se è un portatile, da una parte e vai a farti un giro in cucina per bere un bicchiere d'acqua, quelli manco se ne accorgono, ritorni e loro ancora parlano.
Parlare di sé togliendosi la pelle, come fa Marilou e come fanno gli artisti.

Almeno un paio di volte, dunque, io ho preparato dei fogli A4 con i 10 punti e li ho distribuiti, chiedendo la cortesia di uno pseudonimo e una data.
Come sapete, il mondo si divide fra e fra. Fra quelli che fumano e quelli che hanno smesso; fra chi sta a destra e chi ci sta andando; fra chi comincia a sventolarsi ai primi di maggio e chi tiene una coperta, fosse pure leggera, anche con il termometro che sfonda i 40, come in questi giorni, perché alle 4 del mattino non si può mai sapere.
Le 10 cose bastano da sole per spartire il mondo fra A: chi se la gode davanti a un tramonto o a un filo di erba e chi, invece, B: accampa pretese. Vi avverto, io sto sistemata nella fascia B, per cui, se venite da me a dirmi che vi commuove il sorriso di un bimbetto, preparatevi a farvi guardare con aria di compatimento.
L'elenco A comprende invariabilmente passeggiate in montagna, piatti di spaghetti, figli, anche ancora da nascere, gelati, nuotatine in mare nostrum, amicizia, famiglia.
L'elenco B si fa più smanioso, blasé, ipocondriaco, implacabile. Rileggete Woody Allen e ditemi se siete d'accordo (certo che uno come lui sta in B perché davanti al filo d'erba si scoccia. Però in un'intervista parlò del cielo e della luce di Londra, che si spostano, quindi, dalla casella 'natura' a quella 'cinema').

Da notare che i miei studenti, maschi, ci sono andati giù giustamente duri e hanno messo subito in elenco le gioie del sesso, alcuni anche circostanziando zone predilette, natiche, seni e citando le proprietarie. (Per fortuna, c'è ancora chi apprezza).
Sempre più generiche le femmine, innamorate, come sono le donne, dell'Amore.
Che ho messo anch'io in elenco, però in modo più maschile. Dunque, circostanziando.

Volete sapere quali sono gli altri miei 9 punti? Provo, devo ricostruirli, ho fatto il gioco tempo fa e alcune cose sono cambiate. Per esempio, fra le mie città preferite, che valgono una vita o un viaggio, non compare più New York, che ho trovato, l'ultima volta, tutta finta. Parigi e Londra sono rimaste e sono fra le metropoli che mi danno il brivido nelle quali mi piace stare. Ci ho messo i miei film, i miei romanzi e i manga, quasi tutta la mia arte (faccio prima a dirvi chi sta fuori dalla lista: Dalì, Bellmer, Balthus), certe sere innaffiate di champagne, che non ci sta mai male, i miei vini prediletti (lo Chablis in testa), Maria Callas, il Brahms del Quartetto per pianoforte e archi op. 25, ma non solo quello, Puccini, il Rossini del Tancredi, Werther in tutte le salse, i miei studenti (non sto sforando, riunite sotto i comuni denominatori), i pets di pinne e quello di pezza. 
E, la cosa più dolce e finale, la mia casa.
Certo quando è pulita, le tende che lasciano filtrare la luce, il letto con le coperte a piombo come in un disegno, i pavimenti tirati a lucido, la biancheria bianca a tonnellate, i libri e i dischi belli dritti, le sedie al loro posto, le scarpe con i lacci allineate come soldatini, gli abiti organizzati secondo i colori, gli stereo, i vetri tutti blu, tutti rosa e tutti verdi a seconda della stanza, la mia scrivania e il computer dal quale vi scrivo, chiedendovi di farmi sapere il vostro elenco. 
Almeno con uno pseudonimo, una data e, se la cosa vi diverte (vi garantisco la discrezione), qualche circostanza.    

 

 

Manhattan, Woody Allen, 1979

Johannes Brahms (1833-1897)

Home Sweet Home