160 I Love Mies

Ritorno fra in vivi dopo 5 giorni senza internet per un problema di linee (e di sciaguratezza dei tecnici che non hanno capito che il problema stava e non qua). Che cosa ho fatto? Ho letto, visto film, riordinato riviste, fatto commissioni (quelle che al sud chiamano servizi) pendenti da mesi. Mi sono scocciata. Ma mi sono scocciata in modo esteso, articolato, profondo. Scocciata come nemmeno durante una vacanza in montagna con il tempo brutto stabile, come nemmeno durante i pomeriggi passati a aspettare che i maschi avessero finito di giocare a carte.
Ritrovo la rete commossa.
Mentre mi aggiravo senza scopo fra i miei libri e come un'anima in pena nella mia casa, sono andata a rileggere la monografia di Jean-Louis Cohen su Mies van der Rohe (cui abbiamo già dedicato un omaggio, ma è sempre troppo poco, nella puntata n° 33 No liquids allowed). Già vi ho detto che lui è il mio Valium, la mia coscienza, la mia eleganza, la mia morale, la mia pace. E la mia croce. Perché il posto in cui vivo e lavoro (una mia cuginetta stilista inventò la bella frase 'Non lavoro nel posto in cui vivo, vivo nel posto in cui lavoro'), semplificato, rigoroso, razionalizzato, curato nei dettagli, pulito con cadenza regolare, ogni volta che affronto lui, mi appare poco geometrico, volentieri fuori asse, pieno di anfratti negletti e di leziosità scappate di mano.

Sentite qui. L'Autore (ho il testo nella versione italiana, la prima che mi sono procurata, e anche francese, che mi sono fatta arrivare perché sono una maniaca, quando posso, delle v.o.) procede, giustamente, filologicamente e fa fioccare citazioni. L'architettura, che è sempre la volontà di un'epoca tradotta nello spazio, importanza cruciale della sua natura, necessità che si adegui ai temi del suo tempo. Lo dicono in parecchi, per esempio Otto Wagner, anche teorico, in Moderne Architektur, pubblicato la prima volta, aprite bene gli occhi, nel 1896. L'argomento è ripreso nel 1925 dal dadaista (qui dada manco per niente) Hans Richter, che si sforza di definire il profilo del 'nuovo costruttore', operante in uno spazio 'organizzato internazionalmente' chiedendogli sia una 'nuova sensualità' che la 'capacità di rispondere a una società 'più pratica e meno sentimentale', in un mondo di 'mobilità rapida' e 'calcolo preciso'.

E' lui, Mies è il 'nuovo costruttore'. Pensateci, se è il caso, di fronte ai vostri tappeti, alle mantovane, alle foto ricordo, all'argenteria, alle porcellane usate come soprammobili, ai cuscini in sovrannumero, ai quadri stipati sulle pareti, alle cose poco pratiche, a quelle troppo sentimentali, agli oggetti immobili per il peso, a tutto ciò che è fuori geometria. E trasformate anche voi Mies nella vostra croce. Ispirandovi al 'Less is More', liberate le vostre case e le vostre vite dal superfluo, fate circolare nella vostra testa aria fresca, andate incontro alla nuova sensualità che, così facendo, prenderà presto ad abitarvi.

 

 

Mies van der Rohe (1886-1969)