163 L'abito fa il monaco, 2: In frac

Capisco poco o niente di musica però rivendico il diritto di parlarne. Preferisco l'opera lirica, la trovo meno astratta e poi ha le parole. Con le parole io arrivo dappertutto. Mi azzardo anche a leggere dei libri, quando sono troppo tecnici, salto i pezzi. Certe volte, con certi autori, nemmeno mi tocca saltare: uno come Massimo Mila, per esempio, quando guida alla Lettura del Flauto Magico o del Don Giovanni, mi fa capire tutto. E poi i libri di musica sono pieni di interstizi, parlano anche di altro, svelano segreti, aprono il sipario. 
Una cosa che mi affascina è la vita che fanno i musicisti, quanto studiano, che cosa mangiano, come si concentrano prima del concerto. Che cosa indossano.

Voi prendete il frac, l'abito da cerimonia, chiamato anche marsina, adattato nel XIX secolo dalla foggia di un cappotto militare con diverse interpretazioni che rispettano la linea base della lunghezza al ginocchio, le maniche lunghe e le code separate da uno spacco (la fonte è uno dei miei dizionari della moda, per la precisione quello curato da Georgina O'Hara).
Sentiamo che cosa pensa del frac il pianista Emanuele Arciuli, che entra in argomento tirato per la giacchetta dal conduttore, pianista anch'egli, in un'intervista negli archivi della radio del 2008 rilasciata a proposito del volume Piano Notes di Charles Rosen, terzo pianista di questa puntata, nato nel 1927, impegnato, lui, nella doppia carriera di esecutore e di teorico.

Rosen scrive che oggi il frac nero con la cravatta bianca (non nera, altrimenti si fa confusione con i camerieri) è diventato un'anomalia. Il frac secondo lui è scomodo, la cosa migliore sarebbe suonare in tuta da ginnastica.
Arciuli smentisce Rosen: il frac è un abito comodissimo, se non altro non si impiglia allo sgabello e consente una libertà di movimenti notevole. Poi aggiunge una cosa moderna: certamente oggi non è più un abito che aveva il senso che aveva 200 anni fa. Ma anche il concerto non è più quello, 200 anni fa i pianisti erano un po' come cantautori che andavano in giro a suonare quello che avevano scritto, oggi è tutto cambiato, il repertorio è vecchio di 60/70 anni, Schönberg (morto nel 1951) è considerato un contemporaneo. Lui tende a usare il frac il meno possibile, preferisce abiti comodi, eleganti, rispettosi del luogo in cui si trova. Comunque quando capita, lo usa.

Il conduttore rilancia, premette che non è una critica bensì una constatazione: alcuni interpreti hanno una loro tuta da lavoro: la casacca nera di Pappano, il vestito, a volte addirittura a doppiopetto, che usa Boulez, cui capita anche di indossare la giacca con il gilet sotto, oppure Misha Maisky che 'si mette delle cose veramente vergognose sotto il profilo estetico ma nelle quali evidentemente si trova bene' (relata refero però, a vedere certe fotografie pescate in rete, il nostro uomo ha ragione).
Arciuli insinua che forse l'abbigliamento di queste star non è proprio una loro scelta, c'è un sistema che decide per loro.
L'abito è una metafora dell'atteggiamento che gli interpreti hanno nei confronti del concerto, l'abito fa il monaco e, quindi, il concerto. Un elemento rituale non è inutile, il pubblico lo vuole, loro evocano gli spiriti, quando il musicista entra in palcoscenico è diverso da come è quando va a fare la spesa, la condizione di alterazione esiste, non si può negare, forse è anche opportuna perché quando si supera l'aspetto negativo della tensione, si favorisce la creatività.

(Ditemi voi se questa conversazione non è piena di metafore della nostra esistenza: c'è la paura, il rito, la scelta di che cosa mettersi addosso, ci sono il bianco e il nero, nel frac, nella tastiera del pianoforte ma anche nella nostra testa).

La mia prima lavanderia artigianale era in Borgo. Lo dico per i non romani. Borgo è vicino a San Pietro e l'Accademia di Santa Cecilia è stata ospite del Vaticano in via della Conciliazione per molto tempo prima dell'Auditorium. I musicisti portavano, così, a lavare gli abiti da sera da Roberto e Fiorella. I racconti sul frac madido di sudore, stretto a palla in una busta di plastica, tirato fuori con costernazione da quegli abili artigiani che dovevano riportarlo in vita per il concerto successivo erano più divertenti di qualunque pettegolezzo nato dietro le quinte. Sarei stata ore ad ascoltarli.

Il frac è un abito maschile. Per questo lo indossa molto bene Marlene. Lo fa in Marocco, 1930, il primo film della serie americana con Joseph von Sternberg in cui lei abbandona tutto per un semplice legionario, interpretato, però, da Gary Cooper (ora capiamo meglio). Guardate il video che vi ho preparato e ditemi se non sembra un'anticipazione di Yohji Yamamoto: un'idea di androginia che ne mette in moto parecchie altre. 

Si identifica con il suo frac Mandrake, inventato da Lee Falk e disegnato da Phil Davis, anno di nascita 1934. Dapprima dotato di poteri superumani, poi diviene un semplice illusionista, che dei colleghi indossa la divisa. Se ne ricorda anche Fellini nel 1987, quando in Intervista appare Mastroianni in mantello e cappello a cilindro, pronto a risolvere tutti i problemi del regista e di coloro che sono con lui, capace, con un colpo di bacchetta magica, di fare riapparire le immagini de Dolce vita fra gli applausi dei presenti e le lacrime di Anita Ekberg. 

E ha addosso una specie di frac anche il Pinguino di Batman Returns (1992), forse il più bello della serie. Dietro la macchina da presa, non a caso, Tim Burton, geniale, immaginifico, capace di tutto. Davanti a lui un Danny DeVito che incarna i temi della diversità e della solitudine, lui che era stato abbandonato dai genitori da bambino nelle fogne per la sua deformità e che è in cerca di vendetta e riscatto. Un altro caso dolentissimo di un freak elegante. (Mi strappa un sorriso involontario l'idea del freak in frac, abbiate pazienza).

Ho un teddy bear di nome Giocondo. Vive e viaggia con me, per cui intorno a lui è cresciuta una piccola letteratura. Ha un guardaroba più ricco del mio, tutto confezionato da una signora, ora molto anziana e con problemi di vista, che comunicava con me attraverso le maschere di carnevale, i calzoncini tirolesi, i completi di maglia per l'inverno con tanto di sciarpa e cappellino. Qualche volta l'orso ha momenti di gloria, per esempio viene al cinema se il film è di suo gradimento (cartoni animati, avventura, storie di animali). Una volta ebbe una serata di gala al Teatro dell'Opera di Roma, in occasione de La Gioconda di Ponchielli. Ero abbonata a un palco di platea, nessuna delle persone che condividevano lo spazio ebbe da ridire (era un periodo più spensierato di quello attuale): fu confezionato un frac in cachemire nero con i ritagli della mia redingote, calzoncini, giacca con le code, camicina bianca con jabot e papillon che trionfava in un brillantino. C'era anche il cilindro, in cartone ricoperto di stoffa. L'ingresso che facemmo quella sera fu più trionfale di qualunque entrata di capo di stato alla prima della Scala. Lo spettacolo non fu male. Sull'eleganza del nostro quintetto nessuno trovò niente da ridire. 

Il frac è legato anche a una canzone del 1958 cantata molto bene da Domenico Modugno. Lì, il Vecchio frack aveva una 'k' in più, citava un nobile suicida, era capace con poco di suggerire un'atmosfera e si capiva da subito che avrebbe resistito al tempo. Così è stato. Youtube ne è la prova: sembrano, infatti, giovani per i nickname e per l'ortografia che fa rizzare i capelli coloro che postano un commento, canticchiano, ringraziano, si commuovono.
Non mi dispiace che la fama dell'Italia nel mondo sia, per una volta, collegata a qualcosa di così elegante: il ritmo notturno, cullante, il cilindro, un dispiacere d'amore, anche il fiore all'occhiello che ci conduce dritto dritto alla prossima puntata di Opera Soap: Coco, ovvero La Signorina delle camelie.

Emanuele Arciuli, stavolta in frac

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Mandrake