166 Ancor non m'hai detto che m'ami

(Oggi parliamo di Giappone. Colonna sonora: Puccini, Madama Butterfly. Starring: Lei, Maria Callas. Con Nicolai Gedda nella parte di Pinkerton. Sul podio Herbert von Karajan. Milano, Teatro alla Scala, 1955. Il titolo è una citazione del libretto. Quando sento la Callas penso che aveva ragione la mia collega allieva di Roberto Longhi, che era a fine carriera quando io ero all'inizio e che mi guardava con aria di compatimento quando cercavo di interessarla ai miei racconti di opera lirica. Lei non andava a vedere più niente, lei aveva visto Mario del Monaco. Un po' come Dora Maar, che dichiarò 'Dopo Picasso, solo Dio'. Conoscendo le cose erotiche del Maestro, posso farmi un'idea di che cosa Dora volesse intendere).

Il posto più bello del mondo? Casa mia.

Ho da sempre un'insana tendenza a starmene rintanata dentro casa e a tagliare i contatti con l'esterno. Con una scorta adeguata di cibo e alcolici, ho una buona resistenza. Che cosa faccio? Studio, leggo, vedo film, ascolto la radio, se mi va ricevo, comunico molto via internet e poco via telefono, mediamente via sms, da che ho un computer vedo ancora meno motivi per uscire. Vivo come un contrappasso la mia vita professionale esterna, nomade e raminga.
Ma non mi piace l'aggettivo casanière, che ha in sé il senso del sedentario e del pantofolesco (Petit Robert) ed è, oltretutto, il contrario di Bohème. Ma per carità.

Standosene in casa è anche possibile incontrare l'amore. Lo dimostra la storiella da me visionata di persona della ragazza di paese con l'incarnato di pesca e una treccia nera di cui si vedeva il peso a 100 m di distanza che si chiamava Maria Pia e che il padre teneva segregata in casa perché non gli piaceva l'ambiente. Anche l'istruzione veniva impartita a domicilio e ci pensava lui in prima persona. Era, infatti, un uomo colto e lo infastidiva vivere in quel borgo selvaggio. Io e Maria Pia eravamo coetanee. Lei usciva solo la domenica e solo per andare a messa presto, accompagnata dalla matrigna (il padre, vedovo, era alle seconde nozze), che era una brava donna e le voleva bene. Io andavo a maschi, complice il mangiadischi color arancione di cui vi ho già parlato un paio di volte. Chi rimase incinta? Lei. Dell'idraulico, l'unico ragazzo che ebbe un paio di volte accesso al tanto protetto appartamento. Non ho più avuto sue notizie, l'ultima volta che ho saputo qualcosa, lei era al secondo figlio. Come si dice, non c'è porta che resista a gatto o a amante. E nemmeno all'idraulico, evidentemente.

Racconto questa piccola cosa, sulla quale ancora mi viene da ridere, per tutti coloro che si sbattono da un locale all'altro, da una cena a una pista di danza e che si sottopongono alla tortura della conversazione con chi non la sa fare solo perché cercano, diciamo così, compagnia.
Ma so che il pulpito dal quale viene questa predica può apparire troppo radicale. Di rado ho trovato comprensione in questo senso.

Fino a che non ho scoperto l'esistenza degli hikikomori.
Prima leggo di loro sulla recensione di un film che mi metto da parte, poi me ne parla a tavola un amichetto esperto di manga (ero a cena fuori?! Certo, sono una persona molto socievole).
Trasecolo. Ho dei fratelli, molti di loro sono ragazzi e sono giapponesi.
Sono dunque affetta da una sindrome trendissima, giovanile, molto in odore di fumetto.
Altro che pantofole. 
Che cosa fa un hikikomori? Si chiude in casa e non esce più. Di solito si nutre di pizze di cui conserva ossessivamente le scatole.
(Io non è che sia proprio a questo livello, la pizza in scatola non la mangio, ma il mood, devo riconoscerlo, è quello).

Ora parliamo di cinema. Se non siete stati di recente a Roma al Farnese dal 4 all'11 luglio 2009 all'Asian Film Festival è probabile che se io dico Tokyo! voi la prendiate per un'esclamazione. Manco per niente. Tokyo! è il titolo di 3 film (Interior Design, Michel Gondry; Merde, Leos Carax; Shaking Tokyo, Joon-ho Bong) che ne fanno uno solo e che descrivono 'l'étrangeté de la capitale nipponne et du foisonnement des récits qui s'y tissent'. La frase è tratta dalla recensione che mi ero messa da parte, è a firma di Philippe Trétiak, uno che a definirlo solo giornalista gli si fa un torto, e allude alla singolarità della capitale nipponica e al pullulare delle relazioni che si tessono in essa.
Al Farnese sono riuscita a andare solo l'ultimo giorno e mi sono vista due film di seguito, fra cui Ashes of Time di Wong Kar-wai, il più grande di tutti. Tokyo! l'ho perso, avevo troppo da fare. Una rabbia. Un dispiacere.     
Mi sono, però, comperata on line il dvd. D'accordo, è un giochetto che costa quanto un paio di cene fuori, ma, come vi ho detto, io non esco.
E' arrivato dopo 36 ore. Me lo sono rimirato, chiuso, per almeno una decina di giorni. Dilazionare il piacere è uno degli esercizi migliori per curare l'impazienza da cui sono, da sempre, affetta. Poi è arrivato il momento giusto.
I primi due episodi sono ottimi, l'uno è una deliziosa riflessione sulla strettezza degli spazi e sugli interstizi (e di interstizi parla anche Roland Barthes sempre a proposito di Giappone) e l'altro è un attraversamento dell'universo dei manga.

Il terzo film è un capolavoro, un autentico pezzo di bravura, lo dice anche Trétiak nella sua recensione. E' quello che ha come protagonista un hikikomori, che non esce di casa da 10 anni. Riceve denaro tutti i mesi dal padre, i biglietti di banca sono nuovi fiammanti e lo eccitano. Ha, dunque, denaro e ha un telefono. Con denaro e telefono si sta benissimo perché tutto può essere consegnato a domicilio.
La casa è perfettamente pulita e ordinata, lui ha fatto del rangément (azione del mettere in ordine, ancora Petit Robert) un'arte.
I cilindretti su cui è avvolta la carta igienica sono impilati uno sopra l'altro, i libri sono perfettamente sistemati (e sono stati letti tutti), la scatole di pizza costruiscono una parete rossa e bianca. Sì, perché la faccenda della pizza è vera e il nostro hikikomori non fa eccezione. Però la ordina solo il sabato, gli altri giorni si fa consegnare cibi diversi. Mica è scemo.
E l'amore arriva con la pizza. Lei ha il caschetto di ordinanza, la pelle chiara e le giarrettiere. Si accorge che una delle scatole impilate è messa a rovescio. Su tutto fluttua la minaccia del Big One. C'è una scossa. Lei sviene.
E qui entra in scena l'idea fantastica. Lei ha dei tatuaggi, sono dei pulsanti, su uno c'è scritto coma. Lui lo schiaccia, lei si risveglia e se ne va.

Lui si innamora, tale e quale a Pinkerton quando vede Butterfly, ma in modo più sincero.
('Un po' di vero c'è: E tu lo sai perché? Perché non fugga più. Io t'ho ghermita...Ti serro palpitante. Sei mia'. Se non vi siete accorti che c'è più erotismo nella musica di Puccini che in tutto il porno che vegeta sulla faccia della terra, è perché eravate distratti durante l'ascolto. Riprovate con maggiore concentrazione).
Il desiderio vibra nell'aria, l'hikikomori contravviene a tutti i suoi rituali e, senza attendere il sabato successivo, ordina per telefono un'altra pizza. Ma arriva un uomo brutale, che però è portatore di notizie.
La ragazza ha deciso di ritirarsi anche lei dentro casa. Gli dà un indirizzo.
A questo punto la soluzione è una sola: uscire, affrontare la luce del sole, anche il terremoto che continua a fare vittime.

La conclusione è stupefacente e dà a tutto il film un'ampiezza cosmica. Lui vede lei. Lei lo guarda senza espressione. Voi capite che la posta in gioco è troppo alta: da tutte e due le parti l'interruzione dell'isolamento, uno al suo culmine, l'altro al suo inizio. 
Lei ha, tatuati, altri 3 pulsanti con su scritto fear; love; time, praticamente il senso dell'esistere riassunto in 3 parole.
La mano di lui si tende verso di lei, esitante.
Con un dito lui le sfiora la pelle, schiaccia il pulsante love.
E l'amore, come fa l'amore, accade.

Che bello. 

(Se cliccate, potete sentire la Callas e Gedda in una parte del duetto d'amore di Madama Butterfly)

Hikikomori

Tokyo!, Michel Gondray, Leos Carax, Bong Joon-ho, 2008

Shaking Tokyo, Bong Joon-ho, 2008