169 Friends

'My friends, there are no friends'.

Ancora Coco Chanel. Trovo la citazione in internet solo in inglese e ve la lascio così, del resto funziona, in italiano esce fuori qualcosa di simile a 'Amici miei, amici non ce ne sono', nel francese, probabilmente la versione originale, non mi avventuro.
Constatazione terribile. Vediamo di ragionarci sopra per il tempo di una puntata.
Credo nelle relazioni intergenerazionali, nel senso che non mi fa fatica incontrarmi con persone che hanno 20/30 anni più o meno di me. Anzi. Preferisco questo brio all'andante con poco moto dei coetanei, sono immune dalla sindrome che chiamo 0-12, il mondo diviso per fasce di età come un negozio lo è per taglie.
L'unico principio cui mi attengo (ammetto: è un mio limite) è l'età adulta. Bambini e adolescenti ripassino quando sarà ora, prima non riesco a trovare in loro niente di interessante.

Quando non hanno troppo esposto il lato somaro, mi piace molto parlare con i miei studenti. Gli argomenti: arte, letteratura, cinema, amore in tutti i risvolti, talento, progetti, modo di passare il tempo. E poi loro sono quelli che contagio meglio con la mia fissazione di trasformare la vita in qualcosa d'altro, un progetto narrativo, un film, le tavole di un manga. 
Mi piace molto anche ascoltare i racconti di gente che ha delle cose da dire, che è capace di fare conversazione, attività difficile, complessa, per la quale bisogna essere portati e che bisogna coltivare.
Ma anche per l'amicizia sono tempi duri, è, questa, un'età di disseccamento, con un paio di guaglioni avanzavo l'ipotesi che tutta la vodka che si mettevano in corpo (e li capisco, trovo anch'io la vodka molto efficace) forse serviva per rendere più fluida la serata, come le pasticche e il resto.
Da sempre la vita sociale è accompagnata da sostanze che servono a sopportarla, fate caso a quello che mandano giù alle feste gli invitati.  

Riordinando carte, ho ritrovato un articolo che avevo archiviato dedicato alle relazioni di amicizia. E' vecchio, ma inglese, cioè più avanzato di noi, un po' come il supermercato londinese, pieno di monoporzioni, asparagini, zucchinette, melanzane bonsai, quattro foglie di aneto o di prezzemolo, sushi per uno, due rotoli di carta igienica, miniformati di detersivo. Il passo successivo all'isolamento della metropoli è l'inventario dei nuovi generi di amici. Nell'ordine: E-friends; Friends you pay; Personal Development Friends; Recycled Friends; Shopper Friends.

Verissimo che le relazioni on line sono importanti, la protezione, la possibilità di reinventarsi, la scrittura, se avete dei dubbi, provate, ma fatelo a alto livello, altrimenti è meglio che facciate altro. 

Corretti anche gli amici a pagamento 'personal trainer, hair stylist, lifestyle coach or agent', trovo pure altre professioni di cui non sospettavo l'esistenza, food trainer, sobriety coach (chissà se è uno che ti controlla la vodka), il fondamentale interior designer; tutti gentili con te perché è il loro mestiere. Se penso al rapporto che ho con il mio parrucchiere, mia fonte principale di ammaestramento sui modaioli nottambuli, non posso che concordare.

Vero anche che coloro che si occupano di Personal Development garantiscono la presenza in momenti sensibili, sono fatti apposta.

Sugli amici riciclati ho dei dubbi, mai parteciperei a una cena con i miei compagni di liceo, troverei una scusa, i racconti che sento a questo proposito mi mettono a disagio, una delle mattinate accademiche più esilaranti di quest'anno è venuta fuori quando ho riassunto ai miei studenti un'uscita con un amorazzo estivo ritrovato dopo anni. Nella prestanza fisica non era cambiato, peccato che non lo fosse anche nella frequentazione dei centri sociali e nella conversazione, oggi come ieri limitata a quattro argomenti, che però, ieri, mi erano sembrati più interessanti. Exit il riciclo, anche degli amori. A meno che non fossero a. grandissimi; b. interrotti dalla crudeltà del Fato (il caso che vi ho riferito non rientrava in nessuno dei due punti).

Gli Shopper Friends sempre siano lodati. Personalmente ho sempre bisogno di suggerimenti sulla taglia, fosse per me tenderei a respirare dentro giubbottini e giacchette ma pare che le cose striminzite mi stiano meglio.

Il mio articolo è vecchio e ai blog non fa cenno perché i blog sono un'invenzione abbastanza recente.
Wikipedia mi dà come data di nascita il 18 luglio 1997 e mi ricorda che il nome è la contrazione di web log, ovvero traccia su rete. Insomma, un diario lasciato aperto sul tavolo, nel quale chi passa può leggere.
Gli amici di blog sono importanti, è un po' come dovrebbero essere i fratelli maggiori, darti delle indicazioni, suggerire dei comportamenti, costituire un qualche genere di modello.
E' pur vero che una percentuale altissima di blog è infrequentabile, uno si chiede perché quella persona lì, invece di vivere, coltivarsi, fare esperienze, ti racconta l'inutilità della sua esistenza.
Però alcuni sono belli e costituiscono un sistema assolutamente inedito di entrare in relazione con un altro, proviamo a dire di farci amicizia.   

Frequento alcuni blog, quasi mai lascio commenti, spesso prendo appunti su quello che trovo.
Vi ho già detto più volte di Marilou www.http://www.leoscheer.com/marilou/, che considero una presenza importante e di cui ho consumato con note e evidenziazioni l'autobiografia. Fosse solo per le considerazioni cinematografiche, letterarie e musicali che ci sono in abbondanza, lei sarebbe imperdibile. Aggiungete la moda, la droga, gli amanti, la bellezza della scrittura, sontuosa e insieme come illuminata dalla luce livida del tavolo operatorio, il mood malinconico, lo charme, la solitudine che la squassa nonostante sia una creatura avvezza ai locali più in vista di Parigi, la carnalità spesso dolente, le considerazioni sugli uomini, la teatralizzazione della vita tutta.  

Oggi volevo dirvi qualcosa di un'altra giovane donna che frequento nella rete: si chiama Géraldine Dormoy www.cafemode.fr (anche in inglese, stavolta non avete la scusa della monolingua per sottrarvi) ed è una ragazza intelligente.

La scrittura è un dono.

Angie David/Marilou lo ha ricevuto in termini importanti. Géraldine lo possiede in modo diverso, è una che scrive semplice e piano, banale solo in apparenza.
Se ci si mette lì a percorrere tutte le parole, ci si rende conto che non ce ne è una sola superflua, che tutte hanno un senso e che tutte insieme concorrono a esprimere il senso del biglietto in cui stanno.
Parigina, giornalista freelance, 32enne, ha lavorato nel marketing per anni, poi è tornata a studiare, diplomandosi nel 2006 all'Institut Français de la Mode. E di moda si occupa. Ma dal suo personale punto di vista, cioè con un guardaroba piccolo piccolo, la confessione di possedere una sola cintura (io ne ho ben due, una nera e una bianca. Identiche), di aver capito soltanto di recente l'importanza dei guanti (che a me, invece, è chiara da molto tempo) e di aver sempre desiderato essere 'une fille cool' senza mai riuscirci. 
Anche se, a vederla, non si direbbe. Rossa di capelli, esile, delicata, è vero, un po' timida, sembra però muoversi a suo agio nel mondo delle tendenze e delle sfilate, esprime punti di vista precisi e coerenti, è lei stessa espressione di stile.
Una bella scommessa: partita con un blog giocattolo, ha avuto rapidamente migliaia di visitatori fedeli, sono cominciate le interviste in qualità di esperto, finendo poi per essere chiamata a L'Express per curare il blog di moda pricipale, insomma un esempio di come ci si possa fare da soli, di questi tempi, modernamente e con solo un computer sotto mano.

Secondo Géraldine la moda è un crocevia di influenze: mostre, fotografia, film, viaggi e incontri più che abiti veri e propri sono gli argomenti che affronta, cerca la creatività e le cose nuove, passa il suo tempo a scovare l'informazione capace di nutrirla e di farle capire meglio come funziona la moda oggi. Poi ce lo racconta.

Quando parla di arte è irresistibile, lo fa da intrusa accorta, la sua recensione della 53a Biennale di Venezia del 7 agosto scorso (Venise à la pointe) è un gioiello di lucidità e di acutezza, lo dico da professionista, esasperata da cronache acritiche e da mutismi.

Del suo blog amo soprattutto la categoria Les films bien sapés, che mi ha fatto trascorrere più di una serata agréable. Sono passati in rassegna, in un ordine molto casuale e sparso, cioè ricco e vario, film nei quali l'abbigliamento ha una parte importante.
Ieri sera, per esempio, ho rivisto su suo consiglio Working Girl, di Mike Nichols (sto parlando di Conoscenza carnale, 1971 e di Closer, 2004, mica di uno qualunque) 1988, anno in cui lei era ancora una bambinetta. 
Conservavo la memoria di Una donna in carriera commediola romantica e avevo completamente dimenticato la perfezione dell'ingranaggio narrativo, le musiche e il rilievo dato ai personaggi secondari.
Géraldine ci fa notare la presenza costante dello Staten Island Ferry, che Tess (una Melanie Griffith che non ricordavo così patata lessa) prende tutte le sere per rientrare, poi annota che il suo gusto per i traghetti deve molto al film (da lei visto e rivisto in VHS e ripreso in DVD, da adulta, per il blog) e che su quelle imbarcazioni c'è sempre un'atmosfera stranamente malinconica.
Uno legge e dice: è vero. Come uno dice: è vero quando lei scrive nella didascalia della scena in cui Tess arrivando in ufficio si toglie le scarpe sportive e indossa quelle con i tacchi, che si è sempre domandata se le newyorkesi facessero vraiment ça, mettendoci un corsivo che fa complicità e tenerezza.

Vi riferisco pure quest'altro commento 'Je lui laisse sa coiffure mais je prends le cardigan bleu roi ceinturé' sistemato sotto un fotogramma di Tess pettinata come una scopa messa a bagno nell'amido però con addosso un golfino blu interessante. Ditemi voi se al cinema si sentono mai osservazioni così puntuali e pungenti.

Le pettinature sono datate e impresentabili, gli abiti invece manco per niente, a parte le spalline che a occhi chiusi ci fanno individuare l'anno di nascita. E poi sono stati ampiamenti citati nelle sfilate Louis Vuitton 2008, Dieu merci niente di letterale, piuttosto lo spirito, i colori e i volumi che ci stanno tutti.

Citiamo anche la scena di Tess che passa in mutandine e reggiseno l'aspirapolvere nella casa del suo capo (Sigourney Weaver), nella quale si era insediata di nascosto approfittando di un suo incidente di sci per sfilarle un affare, del resto da lei concepito e, già che ci si trovava, pure il fidanzato (un Harrison Ford che, detto fra noi, qui mi fa sognare meno che altrove) e siamo a posto con il tema della nostra Opera Soap.

Insomma, film come suggerimenti amichevoli che arrivano dalla rete e danno un senso anche alla serata più rischiosa del mese di agosto.
Géraldine, grazie. E, come chiude ogni corrispondenza nella Newsletter il filosofo Ollivier Pourriol, altro autore da me amatissimo che frequento, anche, in internet www.cinephilo.fr: Amitiés.

 

 

 

Amicizia (?)

Géraldine Dormoy, www.cafemode.fr

Working Girl, Mike Nichols, 1988