172 Keep Left

E' più forte di me, non ce la faccio a andare in vacanza a Sharm el-Sheikh.

Non ho capito nemmeno bene dove sia, sul Mar Rosso, d'accordo, ma qual è, quello che Mosè apre con un colpo di mano per far passare i suoi? E' in Egitto?
E perché ci vanno tutti? Quando ho chiesto, non ho capito la risposta, per cui mi sono fatta la convinzione che vanno tutti lì perché ci vanno tutti, una specie di scelta tautologica, che per le destinazioni turistiche funziona che è una meraviglia.
E poi a me l'esotico d'Egitto mi stranisce, mi immagino subito tutto il soggiorno con il mal di pancia, che è poi quello che meglio colgo dai racconti del rientro.

Io sono andata in vacanza a Londra, che è la città più bella del mondo, pulita, civilizzata, tutta aperta anche a agosto, mostre una meglio dell'altra, i Kensington Gardens in fiore, la gente gentile, trasporti che ti fanno dimenticare le distanze, se vi piace, uno shopping da perderci la testa, tutte le collezioni autunno-inverno già a disposizione, film in uscita il 15 del mese, belle ragazze che si fanno la loro moda e quel senso di una vita che non si ferma mai, mica il vuoto siderale dell'estate d'Italia, le città deserte e tutti sulla spiaggia.

Che ho fatto? Quello che mi piace fare quando ho un po' di tempo: me ne sono andata a spasso, mi sono gustata esposizioni a capriccio (l'Indian Summer al British, Waterhouse alla Royal Academy, la scrittura all'Institute of Contemporary Arts, la serie dedicata a Popeye di Koons alla Serpentine Gallery, il padiglione Kazuyo Sejima &
Ryue Nishizawa of SANAA sul prato davanti alla galleria), ho visitato negozi, provato abiti, comprato una giacca, un paio di guanti, cosmetici, nastri, film, spezie, matite e cartellette, ho imparato un sacco di cose, bighellonato per supermercati, sono rientrata con idee nuove e progetti, ho mangiato e bevuto benissimo, cosa, quest'ultima, che accade a Londra da un po' e che fino a qualche anno fa era inconcepibile. Ho dormito sotto al piumino, la stanza nel mio solito albergo era ottima, anche con la vista sui tetti, ho iniziato a preparare l'elenco delle cose che voglio fare la prossima volta che ci torno, spero presto.

(Ditemi voi se uno che rientra dal Mar Rosso è così soddisfatto).

Non saprei quale sia stata l'esperienza più bella, il tè offerto da Few and Far www.fewandfar.net, che vi ho già citato nella puntata 101 Natale con i tuoi per i suoi pacchetti, le visite ai vecchi negozi di articoli per artisti, il ragazzo dello shop al British Museum all'uscita della mostra Garden and Cosmos che mi ha ringraziata calorosamente perché ero andata lì (e dire che non avevo comprato niente), le chiacchiere sulla pronuncia dei nomi con londinesi doc disponibilissimi, la giornata terminata a Primrose Hill, dove non avevo messo mai piede in vita mia e dove sono capitata alla scoperta di un indirizzo che avevo da parte.

Oppure no, ecco, ho trovato: l'esperienza più bella è stato l'incontro con un nuovo artista.
Matthew Brannon (St Maries, Idaho, USA 1971) aveva due pezzi esposti alla mostra Poor. Old. Tired. Horse. all'ICA www.ica.org.uk, altro posto dove non ero mai stata, la città è enorme e rigurgita di musei e gallerie, c'è sempre qualcosa che mi scappa.
Erano tutte opere nelle quali dominava la scrittura: poesia visiva degli anni '70, esperimenti grafici e poi delle cose nuove, nelle quali ricompariva la macchina da scrivere. La mia l'ho buttata e la fitta di nostalgia e di rimorso che ho provato significava che l'arte era buona, che aveva messo in moto un qualche meccanismo.
Brannon lavora sulle reminiscenze grafiche di pubblicità, manifesti, libri di cucina, manuali; a questa struttura aggiunge dei testi, che sono delle 'piccole sceneggiature melodrammatiche di successo, fallimento, carrierismo e alcolismo, abuso di sostanze e disavventure sessuali' (cito dalla scheda di Gino Brignoli del sito).
La domanda che è al cuore di tutto il suo lavoro è Why are people their own worst enemies? Quello che sostengo anch'io: siamo noi i peggiori nemici di noi stessi (pensate soltanto a come scegliamo, anzi, scegliete, la destinazione delle vacanze).

In Words on a Page (2008, vi ho messo una foto) Brannon scrive (vi faccio direttamente la traduzione, spero attendibile):
Una comunità di artisti, scrittori, uomini d'affari e donne, consumatori e gente che organizza cose. Un mondo di nuovo e di vecchio luminoso e meraviglioso. Un posto di aiuto e stimolo per crescere e condividere. Porte aperte e bottiglie aperte. Dove drinks gratuiti incontrano una conversazione ricca e dove pacche sulle spalle significano più di una semplice pagella...

Non vi sembra la descrizione di un mondo ideale? Moderno, senza retorica, venato di solitudini che si incontrano, alcolico quanto basta a sopportarlo.
Io ci avrei aggiunto anche una nota sulla necessità della pulizia e del tirare a lucido relazioni e pavimenti, però quella cosa lì l'avrei potuta, l'avrei voluta scrivere io.

(Godiamoci insieme il volo di Peter & Co. su una Londra che non è poi troppo cambiata da quel 1953)

London Underground

London, Taxi driver, attenzione: Keep Left!

Matthew Brannon, Words on a Page, 2008