174 Amore caro, amore bello (non ti voglio più)

Qualche settimana fa, in piena domenica estiva, ero migrata dal mio studio, esposto al sole nel pomeriggio, al soggiorno e mi stavo occupando dei miei dvd.
Essi stanno parzialmente in un loro posto subito dopo la musica e poi occupano un altro lungo scaffale in una libreria. Io stavo da quelle parti, dove, cioè, ci sono i cofanetti più preziosi (Wong kar-wai, Ozu, gli altri orientali, Reitz con Heimat, complessivamente 53 ore e 17 minuti, che ho visto solo per i 3/4 ma, vi assicuro, in lingua tedesca), dischi ancora incellofanati in attesa di visione, altri comprati usati e già ripassati con l'alcool, i più amati (Blade Runner, Ultimo Tango, Les nuits de la pleine lune), insomma tutto un repertorio bulimico di cinema che un po' mi affascina e un po' mi fa sentire inadeguata all'impresa di vedermelo tutto: il cinema mi scappa di mano continuamente, più lo vedo, più ne esce, mica è come con l'arte, che tengo sotto controllo per un periodo di almeno 2.000 anni e che, pur sembrandomi infinita, ho (quasi) imparato a ridurre alla ragione. Come fa il torero con il toro. (Almeno fino a quando non riceve una bella incornata, cosa che capita pure a me con qualche artista che prendo sottogamba, che mi rimette al posto mio e che mi fa capire chi è il più forte).
   
Insomma, stavo alle prese con i miei film più sensibili e li pulivo con il Cif liquido e con lo straccio, pensosa e concentrata.

A un certo momento comincia a salire dalla chiostrina del giardino dove affaccia il mio balcone una specie di lamento, come di cucciolo. Aumenta di volume e mi rendo conto che non di bestiola si tratta, ma di una donna che sta facendo l'amore. Fuori ci saranno stati 40° e, nel silenzio della pennica condominiale, lei emette gemiti, sospiri, singulti, e lo fa benissimo, mica come le attrici italiane che doppiano i film e li massacrano perché non so a quali modelli si ispirano, certamente a quelli porno di bassa categoria, che a loro volta imitano il doppiaggio, con il risultato che tutti imitano tutti in modo circolare, come con la destinazione delle vacanze e nessuna di queste donne dà mai l'impressione di sapere come è davvero con un uomo. La lei della chiostrina questa impressione, invece, la dava, eccome.

Io che vivo secondo la regola ferrea di non occuparmi mai dei fatti degli altri, turbata, mi avvicino alle persiane socchiuse e mi metto ad ascoltare, come una beghina.
Si segue benissimo, l'invito, l'accoglienza, il benvenuto, l'incontro, in un trionfo di afflato amoroso, la signorina se la godeva.

La cosa si è ripetuta nei giorni seguenti.
Una sera che ero rientrata tardi e che cercavo di addormentarmi nella mia camera da letto, che affaccia dove affaccia il soggiorno (diciamola tutta, ci avevo messo pure la toletta e si erano fatte le 4 del mattino), riprendono a salire dalla chiostrina i lamenti. Ma il mood era completamente cambiato, lei strillava a caso, senza ritmo e senza discernimento, le grida erano infernali. Fra la veglia e il sonno, un po' sfatta pure io per via della serata e dell'orario, accarezzavo l'idea di mettermi una cosa addosso e di uscire per cercare un esorcista. Si formavano, infatti, davanti a me continuamente immagini di lei con gli occhi rovesciati e la bava alla bocca.
La mattina dopo, che dico, verso il pranzo, ci risiamo. Pure qui, tutto sballato. Questa volta il grido era continuo, il che corrispondeva, praticamente, a un elettroencefalogramma piatto. Insomma, era come se non succedesse più nulla.

(Senza conati, senza sussulti, l'amore è acqua fresca).

Per giorni e giorni, sempre in orari poco ortodossi, lei gridava. A volte piatta, a volte tutta uno strillo. La cosa più strana, è che si sentiva solo lei. Lui, niente. Mi è anche venuto in mente che lei si intrattenesse con un manichino, un oggetto, oppure con se stessa. In tutti quei casi, però, avrebbe forse scelto momenti più adatti, soprattutto tenendo conto del caldo.

Una notte, intorno alle due, solita solfa.
A quel punto, però, sento altre grida: quelle del signor Carlo del primo piano, che vi ho già presentato nella puntata n° 18 Zerbinetta's aria, un uomo mite, di carattere dolce al punto di avere, come zerbino, un'orsa che abbraccia il suo orsacchiotto (anche lo zerbino è a forma di orso). Carlo apre le persiane, le spalanca, si sporge (io ascolto tutto) e comunica alla signorina che il condominio, a quell'ora, preferirebbe dormire e non essere disturbato a più riprese da rumori. La invita, quindi, a andare a svolgere le sue attività private altrove.
(Il contenuto del monologo è questo. Sulla forma, non ci giurerei. Ma sono una signora e mi coltivo pure, per cui sono abituata a tradurre nel mio linguaggio ciò che sento).

Silenzio tombale. Da allora a oggi.

Questa faccenda, che ha impepato l'estate del mio palazzo (non ne ho mai parlato con nessuno, tantomeno con il signor Carlo, e non ho idea, e non la voglio avere, su chi fosse la donna) mi ha fatto tornare alla mente una storiella che raccontava spesso, su mia richiesta, una squisita signora della nostra Associazione. Lo faceva con una voce sottile, un po' ingenua, quasi bambina nei toni e nelle sfumature.
Provo a riferirvela.

C'è, allora, un gattino, un micetto giovanissimo che ha, però, già qualche mese. Allora si fa coraggio e chiede ai gatti grandi della comunità dove è nato, tutti tosti, tutti gagliardi, se lo portano con loro la prossima volta che vanno a fare l'amore.
Quelli nicchiano, lo prendono in giro, fanno come se lui non ci fosse. Lui insiste, ogni volta che li incontra, fa loro la medesima proposta.
Una notte, finalmente, gli dicono di prepararsi. Si va.
Il micetto, tutto contento, si mette in coda, li segue, cerca di stare al passo.
I gatti arrivano sotto al primo balcone. E, tutti insieme, come ossessi, miagolano, gnaulano, soffiano, ustolano per manifestare il loro sentimento fino a che non si aprono le finestre e una gragnola di oggetti non piove dabbasso: scarpe spaiate, sveglie della nonna, di quelle che fanno ancora tic-tac come dovrebbe fare qualunque orologio, e anche qualche secchio di acqua fredda.
I gatti grossi scappano. La gragnola se la becca tutta il micetto.
Si cambia indirizzo. Si ricomincia daccapo. Ancora miagolii, ancora gnaulamenti (è inutile che cerchiate sul dizionario. Questo sostantivo è un neologismo. Mio). Si apre anche questa finestra e piovono di sotto altri oggetti: giornali arrotolati per fare più resistenza, un piatto sbeccato, anche un vaso con una pianta un po' sdutta.
Rapidissima fuga dei micioni, centrato in pieno il micetto.

Si va avanti così tutta la notte, una specie di mordi e fuggi sotto ogni palazzo, gaudenti e illesi i gatti grandi, sempre più ammaccato il piccolo.
Arriva l'alba.
I mici imboccano la strada di casa e, mentre il cielo sbianca, loro si salutano, congedandosi.

Il giorno dopo, verso l'ora dell'aperitivo, mentre tutti ancora sonnecchiano ma si capisce che sono pronti per ripartire, il gattino si avvicina ai gatti tosti e dice loro:
'Io vorrei ringraziarvi perché siete stati gentili a portarmi con voi ieri notte. Però mi sa proprio che non vi chiederò più di accompagnarvi perché a me, e non so come dirvelo però ci provo, fare l'amore non è che poi mi sia piaciuto tanto'.

Aristocats, Wolfang Rheiterman, 1970

Quest'attesa mi snerva