177 Body Language

L'ho fatta finita con lo yoga.

Non ne potevo più: gli om, l'aspetto della sala che pareva la spiaggia di Torvaianica la domenica di Ferragosto, ognuno sul suo asciugamano, se ne vedevano di tutti i colori, uno inalberava anche l'insegna dell'Harley Davidson, l'abbigliamento approssimativo, pedalini e calze da montagna, il più brutto dei maschi, un fisico ingrato da nascondere, sempre in calzoncini che sembravano mutande anni '50, chi con il pagliaccetto, chi con la tuta meno trendy che aveva trovato in commercio, ma io dico, se uno si iscrive a una scuola, mettiamo, di ballo, quelli ti comunicano come ti devi presentare, calzamaglia e scarpette d'ordinanza, il senso dell'uniforme, capo di abbigliamento che io adoro per motivi vari, complessi, diciamo qui per questioni di minimalismo e di eleganza, a yoga era eluso completamente.
Io mi ero dotata di tappetino con simbolino ricamato e pantaloni bianchi, facevo di tutto per andarci in versione candida, tranne poi una volta essere richiamata dall'istruttore a fine lezione come a scuola perché avevo una busta di cellophane nel sacchetto dove tenevo la mia copertina per il rilassamento finale che aveva fatto (più di una volta, lo ammetto) rumore (adoro il rumore del cellophane, mi sembra sempre, toccandolo, di scartare un mazzo di fiori).

Chiarisco che il medesimo istruttore, per mesi, non aveva richiamato all'ordine un gruppetto di insulsi che chiacchierava e faceva commenti durante la lezione, una volta il più esuberante di tutti aveva chiesto se nel bastone della pioggia che, mosso, restituisce il suono rotolante dell'acqua che scorre, c'erano per caso delle telline.
La battuta, diciamocelo, era buona però completamente fuori posto.
Non essendo paranoica, meglio, essendolo ma per cose di tutt'altro genere, non mi era nemmeno passato per la mente di essere antipatica all'istruttore (cosa che sarebbe pure stata normale, anch'io ho studenti che mi stanno più simpatici di altri che sopporto di meno o che non sopporto per niente), per cui mi sono un pochino risentita, il cellophane disturbava la concentrazione e le telline, allora, che facevano?

Poi c'era il problema del bagno, per niente curato, spesso mancante dell'indispensabile, alla fine mi ero decisa a portarmi la carta igienica da casa come quando vado in Accademia, perché anche lì la sua presenza è aleatoria (una volta, alle mie lamentele, la signora Anna, bidella, mi rispose: 'Professorè, ma vi pare facile?', spalancando davanti ai miei occhi tutti insieme i problemi del Mezzogiorno) e pure qualche foglio di Scottex per asciugarmi le mani.
Pendeva, infatti, accanto al lavandino, sul quale non c'era mai il sapone, un asciugamano che stava lì da anni, sempre lo stesso.
Con la scusa dell'essere alternativi, di sprofondare in stati di controllo di sé ai quali io, poveretta, non avevo accesso, di liberare l'energia cosmica e di dominare la mente, l'asciugamano non lo cambiavano mai.
Per una come me, che a casa sua appena tocca con le mani umide la propria biancheria di lino del corredo stirata a piombo e piegata come insegnano nei collegi svizzeri (non che li abbia frequentati, per carità. L'ho letto in un romanzo), subito dopo la confina nella cesta dei panni sporchi, una tortura, uno spettacolo che più ributtante non esiste, il colmo dell'orrore e del disgusto.

Ma sopportavo. Anche le telline.
Volete sapere perché? Perché le palestre erano peggio.
Quelle in zona le ho provate tutte: cantine immonde fetide di sudore, luoghi di contenzione e di pena, stanzette asfittiche in cui zombie saltavano a ritmo, macchine da tortura mediovale attaccate alle quali esseri simili a criceti sulla ruota di notte ripetevano programmi su programmi di muscolazione destituiti di ogni senso, per non parlare degli istruttori, nella quasi (quasi, sono gentile) totalità dei casi pigri, oppure distratti, mai uno che ti correggesse la posizione del braccio, con lo sguardo fisso all'ampiezza delle proprie spalle riflesse nello specchio, non si preoccupavano mai delle spalle tue.
E taccio qui il loro linguaggio perché il loro non era un parlare: muggivano, ringhiavano, gracchiavano, latravano, barrivano, grugnivano, gracidavano, fischiavano. Mai sentita una frase con la sintassi a posto, anzi, mai sentita una frase del tutto.
Inoltre. L'ultimo istruttore che avevo frequentato, nella palestra attraversata l'Appia vicino al supermercato, cioè a 3 minuti da casa mia, arrivava sempre tardi. Per colpa del traffico.
E io che mi scapicollavo e facevo i salti mortali per far entrare tutti gli appuntamenti nell'agenda, esercitando tutto il mio controllo sull'organizzazione dei miei giorni e delle mie settimane, stavo là, in inverno piantata al freddo, con addosso la t-shirt elastica pure con la scollatura, ad aspettare che lui arrivasse.

Fu così che ripiegai sullo yoga.
Gli istruttori articolavano pensieri, anche se lontanissimi dalla mia esistenza, erano calmi e riflessivi e apprezzavano le telline.
Gli asana, il prana, gli stadi della meditazione ci stavano tutti, la lezione iniziava con soli 15 minuti di ritardo, ma si sapeva. 
Una volta che chiesi se potevo, per evitare di perdere tempo in anticamera, prenotare la mia postazione in aula via internet (non c'erano posti assegnati, bisognava buttarsi arrivando sulla mappa della stanza e segnare il proprio nome per assicurarsene uno. Per me una cosa importantissima: miope, nella penombra della pratica non vedevo un tubo di quello che faceva l'istruttore. Dovevo stare assolutamente in prima linea. Forse fu per questo che si notò il cellophane), mi guardarono in tralice e mi chiesero perchè volevo dare loro un lavoro supplementare.
Questa cosa mi lasciò perplessa. A giudicare dall'asciugamano appeso in bagno, non è che si sfinissero.

L'anno scorso, con la misura colma, ripiegai (un altro ripiegamento) su un corso di Pilates in una scuola di danza per raggiungere la quale dovevo pure prendere la macchina (e trovare parcheggio, qui stava il punto).
Altro strazio.
A leggere le mie riviste femminili (tutte francesi, più divertenti, chic e evolute di quelle italiane di cui una volta dovremo pur parlare), i Pilates sono una cosa trendissima, glam, messa a punto per curare i traumi dei ballerini, tutti indossano un body che sta addosso che è una meraviglia e gli istruttori sono il paradiso in terra.
Lì no, l'istruttrice, che ripeteva 'Aziona il muscolo' ogni 3 secondi, una cosa capace di far saltare i nervi anche a gente avvezza all'ottavo grado di beatificazione, era decisamente bruttina, al punto che c'era da chiedersi se, a forza di azionare il muscolo, non si correva il rischio di diventare come lei.

L'insegnante, si sa, deve essere un esempio, perché dell'insegnante ci si deve innamorare.

Difficile, con i Pilates. Sacchi cilindrici sui quali giacere in ricerche oziose di equilibrio, palloni gonfiabili da schiacciare fra le membra, una classe di ragazzette e signore che durante la lezione approfittavano dell'atmosfera conviviale per raccontare la promozione in ufficio e l'interrogazione (lì ci sarebbe davvero voluto uno strillo per ristabilire l'ordine e la gerarchia), cominciarono a riempire le mie serate dedicate, a prezzo di sottili alchimie organizzative, al benessere del corpo.

Nella scuola di danza, devo riconoscerlo, i bagni erano conciati meglio. Una volta su due la carta igienica c'era. Peccato il fumo nella saletta della segreteria. Fumava la direttrice e forse per questo, quando faceva lezione, non si librava nell'aria. Volava basso, un po' come un tacchino, cui del resto assomigliava vagamente.

Un incubo. Un tormento. Un senso amaro di esclusione da quel mondo che si dedicava con gioia all'attivazione del muscolo, al fumo e al pettegolezzo.

Tornai a yoga per un paio di mesi, accampando scuse professionali per giustificare la mia latitanza primaverile. 
Ma soffrivo.
(Devo anche aggiungere qui che, secondo me, nello yoga ci sono muscoli che non si muovono mai, parti del corpo neglette, tricipiti inattivi, cosce che non si sforzano. Insomma, a me lo yoga non mi faceva niente, tantomeno mi rilassava).

Con l'estate feci uno dei miei punti della situazione per la stagione successiva.
La corsa nel parco? Io con le cuffiette e l'espressione stravolta dei runner proprio non mi ci vedevo.
Escludevo la piscina, il freddo dell'acqua e degli ambienti, i capelli messi a dura prova dal cloro.
Un corso di ballo? Tre anni fa frequentai due mesi di salsa. Volevo fare l'esperienza antropologica di capire perché mezzo mondo, di questi tempi, ancheggia a ritmo latino.
L'istruttore era un ragazzetto simpatico che la mattina lavorava in un ministero, sorrideva a tutti e aveva negli attillatissimi pantaloni, proprio all'altezza del pube che muoveva continuamente, qualcosa che secondo la mia esperienza era un'imbottitura.
Una sera andai anche in discoteca con il gruppo. Quello che vidi (scene di accoppiate erotiche mimate in pista, esibizioni, repertori osceni) mi fece passare del tutto la voglia di tornare a lezione.
Un corso di flamenco come nel film Happy Go Lucky? Di tango come in Tango Lessons? I balli di gruppo che mi insegnava quando ero bambina la ragazza del piano di sopra, di qualche anno più vecchia?

Qualche giorno fa stavo dalla podologa, che ha lo studio e l'abitazione nel quartiere.
Abbiamo cominciato parlando di uomini, come facciamo spesso.
Lei è quella della puntata 120 Da capo a piedi, è diventata 'Dottore' e adesso indossa anche un camice con il ricamino che dice 'Medico'.
E' simpatica, guida pure la motocicletta. E ha provato anche lei tutte le palestre e i corsi di ballo che sono in zona e ne parla malissimo, ne fa una narrazione da piangere, o da ridere, che è lo stesso, in uno slang locale riferisce degli odori, degli ambienti e dei comportamenti. Insomma la podologa diceva delle cose interessanti.

Ma. Aveva trovato la perla rara.

A una fermata di metropolitana da qui, sull'Appia ma nell'altra direzione, c'è una grande palestra nuova, 1.400 mq, tutti sono molto gentili e il suo istruttore, Andrea, è una favola. Lui, com'è? Puntualissimo, allo scoccare dell'ora lui attacca con il riscaldamento, pieno di energia, non ti annoia mai, ti controlla anche la punta delle scarpe, i corsi, per iscriversi ai quali bisogna darsi una mossa perché lui è richiestissimo, sono sempre pieni, non solo ragazze maniache ma donne di ogni età, c'è anche una signora di 80 anni che fa i passetti ma segue tutto.
Mi dà un nome di riferimento. Telefono, mi presento, vado, faccio una lezione di prova con una biondina perché Andrea quel giorno è assente.
In bagno carta igienica, sapone e pure rotoli abbondanti di carta per le mani.

Chiedo una pausa di riflessione e domando se posso conoscere Andrea prima di iscrivermi.
Nessun problema.

Bello come il sole con occhi nerissimi bordati da ciglia da fare invidia a un flabello, ha muscoli lunghi e eleganti e indossa, insieme a un delizioso insieme di canottiera e calzoni morbidi al ginocchio, un microfonino che ha agganciato a un orecchio. Impara subito il mio nome e non lo sbaglia una sola volta, parla un italiano davanti al quale trasecolo, cita, visto che l'ho messo al corrente del mio mestiere, cose d'arte ('Vi sentite scolpiti? Dovete sentirvi scolpiti come statue di Canova'. Anche se Michelangelo, dice, è più di suo gusto), ha rivelato il suo passato ieri, Istituto d'arte sezione arredamento, poi giornalista di moda, poi il fitness lo ha sedotto.
Ed eccolo.

Non fa soste, non prende fiato (ma ti spiega benissimo come prenderlo), accurato, attento, pensando positivo come uno si aspetta, se si ferma è solo per correggere l'impugnatura del bilanciere, la sala è ampia, mi accorgo che, per la prima volta in vita mia, in un posto del genere non mi annoio, come sempre mi accade quando incontro una persona interessante, comincio automaticamente a elaborare pensieri sul suo conto, che cosa fa, a che ora si alza, chi frequenta, quante paia di scarpe possiede, che legge e che cosa gli piace al cinema.
Più tardi, uscendo, proverò anche il gusto di fare parte di una comunità, fosse pure solo sportiva.

Le specialità hanno nomi, Aero Mix, Body Work, che sembrano corrispondere a qualcosa, non è la medesima pappa servita in salsa diversa. Ho fatto con lui due lezioni, dal mio punto di vista tostissime, pensavo qui sta' a vedere che domani mattina non riesco a alzarmi dal letto perché sono a pezzi e invece no, dal letto mi sono alzata benissimo, già percepisco tutti i miei muscoli, ho deciso di comprarmi uno di quei body color caramella che stanno appiccicati addosso e che vedo nelle riviste e anche una fascia per i capelli come quella del mio istruttore.

Voglio essere, e sarò, tutta fitness.
Da oggi, niente più yoga. E niente più telline.

 


 

 

 

 

 

Robert Mapplethorpe, Lisa Lyon, 1981

Richard Hamilton, Just What is that Make Today's Homes So Different, So Appealing?, 1956

Tellina