178 Eat Me

(Sì, le parole che avete appena letto nel titolo sono le medesime che Alice trova sul dolcetto, che sta nella scatola sotto al tavolo, mangiando il quale diventerà grandissima).

Venerdì scorso intorno alle 14, accendendo il mio computer (la mattina era trascorsa in quelli che al sud chiamano servizi), ho trovato, inviata all'1:57 ma da me ricevuta alle 2:24 (per colpa del provider, mi ha detto il mio tecnico. Poco male, tanto io dormivo), una delle mail più erotiche che mi siano state indirizzate in vita mia.

Di che cosa parlava, del mio profumo, della mia pelle, della linea delle mie spalle e del mio collo?
Manco per niente: la mail conteneva un'articolata e partecipe serie di consigli su come riuscire nella carbonara.  

Ora, voi dovete sapere che quando io vado da un medico e quello mi interroga per l'anamnesi e poi mi visita e poi comincia con la diagnosi, finisce sempre che non mi toglie mai niente perché non trova mai niente da levare.
Non fumo, assumo alcool solo dopo le 18, mangio 3 volte a giorno e mai fuori pasto. 
E nemmeno mangio tanto.
Ho con il cibo, come già accennato più di una volta, un rapporto tutto mentale che vira all'estetico, cucino poco (e niente affatto male), un po' perchè non ho tempo, un po' perché, diciamola tutta, mi scoccia sporcare la cucina e tutto quello che ci sta dentro: libri d'arte disseminati ovunque.
I fumetti e i volumi di decorazione d'interni in cucina non ci entrano nemmeno quando sul tavolo c'è solo la vasca dei pesci rossi, quando cioè l'ambiente sembrerebbe a un occhio profano sufficientemente igienico per ospitarli.
(Perché l'occhio profano non vede gli strati di grasso che si depositano quotidianamente sulle mattonelle, anche solo dopo aver scaldato l'acqua per il tè e bollito 60 gr di riso da servire all'inglese).

Ma torniamo ai dottori. Riferisco 2 episodi eloquenti.
La volta che uno dei più insigni dermatologi della Capitale, anziano, non il mio dermatologo attuale, che è uno giovane, preparatissimo, senza sbrodolature, sempre al corrente degli ultimi laser messi a punto, dopo avermi osservato ogni centimetro di pelle con la lente e con la lampada, mi fece cenno di accomodarmi dall'altra parte della sua storica scrivania, prese posto sulla sua poltrona, sospirò e comincio a scrivere.
Dopo aver compilato un papiello di tutto rispetto, lo girò verso di me e prese a guardarmi in silenzio.
Sulla ricetta, invece delle creme e delle fiale, tiè, mettiamoci pure gli integratori che io mi aspettavo mi fossero prescritti, c'era un elenco di ristoranti che andava da Vincenzo a via Castelfidardo a Pommidoro a piazza dei Sanniti. (L'elenco non era in ordine alfabetico).
Fissandomi severo, mi disse di infilare la porta e di non farmi vedere se non dopo aver messo su almeno 5 chili.
Poi divenne più trattabile e mi descrisse una mia visita al supermercato, nel corso della quale avrei dovuto prima dare un'occhiata generale, poi fare la mia spesa a capriccio. Se mi fosse andato a genio, mettiamo, un pezzo di ciauscolo (il dermatologo era marchigiano), avrei dovuto afferrare il salamino, aprirlo all'istante e sbocconcellarlo mentre spingevo il carrello verso il banco dei formaggi. E lì avrei dovuto fare lo stesso. Mi andava, per esempio, del gorgonzola con inserti di mascarpone (una di quelle cose che trovo bellissime per via del disegno astratto, quasi alla Buren, che si crea per l'alternarsi delle strisce)? Ebbene, appena confezionato dal salumiere il pacchetto, avrei dovuto aprirlo e farci merenda.
E' evidente che quella prospettiva, che avrebbe mandato aux anges qualunque ghiottone fosse stato al mio posto, uno cui, casomai, il medico prescrive puntualmente una dieta ferrea, gettò me nello sconforto.
Ciauscolo e mascarpone alle 5 del pomeriggio, praticamente un incubo. Avrei capito, tanto tanto, un pezzettino dell'uno o dell'altro per cena, ma così era superiore alle mie forze. 

Un'altra volta un infettivologo, incaricato di capire da dove veniva un virus che mi ero presa e che non si riusciva a debellare, dopo avermi sottoposta a un terzo grado che comprendeva domande privatissime, passò al registro alimentare e mi torchiò ulteriormente. 
Detti tutte le risposte. Dopo venti minuti buoni, lui chiuse la cartella clinica, che aveva compilato con la meticolosità di un carabiniere, ci dette sopra un gran colpo di mano e sbottò: 'A signo', ma perché stasera non si va a fare un bel piatto di fritto misto?'.
Sono certa che era la prima volta nella sua carriera che prescriveva una simile cura.

Insomma: io ho con il cibo un rapporto assolutamente corretto.

Ciò non toglie che ne veda benissimo tutte le implicazioni, soprattutto quelle che hanno a che fare con la carne.
Vi ho già parlato nella puntata n° 115 Love is Crazy Love is Blind di uno dei miei filosofi preferiti, Michel Onfray, uno che si occupa di cibo. E di sesso, come conseguenza.
In un saggio pubblicato ora anche in italiano (c'è un'intervista apparsa un paio di settimane fa sul 'Venerdì' di Repubblica, da me comprato, nelle intenzioni, solo per leggere La posta del cuore di Natalia Aspesi e poi sfogliato ulteriormente perché dimenticato in giro), La cura dei piaceri, ci va giù durissimo e ci sistema tutti.
Parla di due eros, uno notturno, cristiano e punitivo; l'altro 'nichilista...senza senso, consumista, mercantile, utilitario, igienista, sportivo'. Pessimi entrambi.
Siccome è uno sensato e avvezzo al ragionamento propositivo, oltre che un gourmand autentico che da studente si doleva di dover scegliere per problemi di soldi fra 'agapes pâtissières' e 'nourritures spirituelles' e si dilettava a offrire alle ragazze cioccolata e dolci, Onfray ci suggerisce l'alternativa: 'un eros solare, che è dono, condivisione, scambio, costruzione semplice di un sesso leggero, senza colpa e dissociato dall'attrezzatura repressiva classica: coppia, matrimonio, fedeltà, monogamia, procreazione, coabitazione'. Dice che ognuno deve inventare la propria sessualità in funzione di quello che  'è, ama, sente, vuole, desidera', fa una proposta di 'una pornografia antiliberale, fuori dal modello capitalista' e conclude auspicando l'avvento dei 'possibili sessuali da vivere, dunque da inventare'.

Diciamocelo. Rimbaud lo aveva già capito: 'L'amour est à réinventer' scrive chiaro e tondo in Una stagione all'inferno. (Per inciso, i miei studenti non conoscono Rimbaud e quest'anno ho deciso di partire da lui per tutti i corsi. Trovo impensabile che si possano avere 20 anni e non frequentarlo).

Ma torniamo alla carbonara.
La cosa era andata così. (La cosa era andata un po' a voce e un po' per iscritto).

Quest'uomo che mi piace attacca con Ofelia e fa una citazione.
Io lo afferro al volo, gli dico che dell'Amleto ho anche la versione con la traduzione di Montale che però, qua e là, mi lascia perplessa, come quando rende 'Fare you well, my dove' con 'Addio, piccioncino mio' (IV, 5). Io, insomma, la colomba l'avrei lasciata come stava. Poi la butto lì e aggiungo che Ofelia, pazza per amore, a me non sembrava pazza per niente, sottintendendo che pure io, forse, chissà, insomma.
Butto lì anche l'Ofelia di Millais, che vi metto in immagine, e, toh, rieccolo, quella di Rimbaud ('Sur l'onde calme et noire où dorment les étoiles...').
Poi, per inciso, ma veramente solo per inciso, chiudo lamentando che la carbonara che mi ero cucinata non mi era venuta come volevo perché avevo cotto troppo la pancetta.

Passa qualche giorno, secondo me un tempo eterno, molle come questa fine di settembre, controllo la posta sempre facendo finta di niente, mi aggiro senza trovare un senso, una notte mi accorgo pure che mi sta scendendo una lacrima, cerco di concentrarmi su altro. 
Proprio quando stavo dimenticandomi di aspettare, arriva la mail.
 
La leggo di furia, sarà che è ora di pranzo ma mi scoppia una gran fame, forse è per via del mio appetito che mi saltano all'occhio alcune parole: 'consistenza', 'effetto', 'durata', 'cottura', 'croccante', 'morbida', 'capacità di compenetrazione', 'quantità', 'immissione', insomma, come se fossero stati ripassati con l'evidenziatore o come se si fossero fermati dopo il vorticare dei rulli sul monitor di una slot machine, lampeggiano sullo schermo del mio computer termini che mi sembrano alludere a ben altro.
Lui mi suggerisce pure di ricorrere al guanciale piuttosto che alla pancetta.
Aggiunge un altro paio di notizie.
E chiude con una frase che non lascia adito a dubbi sul mio abitare la sua mente.
Forse capisco tutto di traverso, ma mi sembra di abitare nel suo piatto.

Qualche tempo fa ho visto un film delizioso che vi suggerisco di noleggiare se volete avere un parere possibilista e non banale sui sentimenti. Si intitola The Jane Austen Book Club (Robin Swicord, USA, 2007) e racconta di una serie di personaggi che si incontrano per discutere insieme dei romanzi di Jane Austen, di cui ripropongono trama e atmosfere.
Tutti hanno qualche implicazione (impiccio, intralcio, ingombro, problema) d'amore.
L'insegnante, molto attratta da uno studente, per spiegarne gli sguardi che rischiano di farla capitolare, a un certo punto dice: 'Trey (il ragazzo) mi guarda come se lui fosse il cucchiaio e io un barattolo di gelato'.
Una delle descrizioni più belle che abbia mai sentito del desiderio.

Ma lo esprime bene pure Patrizia Cavalli:

'Non affidarti alla mia immaginazione
non ti fidare, io non ti conservo,
non ti metto da parte per l'inverno,
io ti apro e ti mangio in un boccone.'

John Everett Millais, Ophelia, 1851-52

Arthur Rimbaud (1854-1891)

Pasta alla carbonara