184 Una camera tutta per me

Certi libri mi incantano.
Anzi, dovrei dire che mi incantano le idee che stanno dietro certi libri.
Voi prendete, ad esempio, il lavoro (impossibile definirlo altrimenti) fatto da Michelle Perrot, specialista della storia delle donne e della vita privata (certe specializzazioni attuali mi disorientano), dedicato alla Histoire de chambres (Seuil, 2009), un volume di 445 pagine alla fine del quale c'è la dichiarazione dell'impossibilità di citare tutte le fonti e di metterle in bibliografia per la loro straordinaria varietà: dizionari, cataloghi di mostre, trattati diversi, opere di etnologia e sociologia, letteratura.
(Mi viene in mente che solo un'ossessione allungata nel tempo può aver dato vita a un tale gioiello. Aveva ragione uno dei miei primi colleghi, che vi ho già citato in passato, il designer elegante e snobissimo, quello che mi dette il consiglio fondante dell'esistenza: bisogna lavorare sulle proprie ossessioni. In effetti quando mi ossessiono, e mi accade spesso, mi detesto e mi compiango fino a che, però, non divento capace di sganciarmi dall'idea della compulsione e non decido di fare di essa qualcosa di buono, di farla uscire fuori, di darle, essa crisalide, forma di farfalla).

Tutti i tipi di camere vi sono inventariati, da quella del re, giustamente iniziale, con valletti, malattia e morte, alle camere da letto (anche coniugali, dunque), individuali (scrittori, esteti, collezionisti; e le azioni connesse: andare a letto soli, dormire, amare, pregare, leggere, scrivere), dei bambini, delle signore, di albergo, degli operai; come compaiono pure i luoghi dell'infermità e del lutto, quelli chiusi della prigionia e quelli che hanno cambiato destinazione conservando il nome antico.

Dapprima ho letto due recensioni; poi ho chiesto via mail alla Librairie Française di procurarmi il libro cominciando a soffrire di impazienza perché di solito passano 10/15 giorni; subito dopo mi hanno risposto di andare a prenderlo perché era già da loro. Dunque mi sono precipitata e dalla conoscenza dell'esistenza di una cosa simile sulla faccia della terra al momento in cui l'ho avuta in mano sono passate solo 36 ore ma già la mia vita era cambiata e guardavo con occhi diversi gli ambienti di casa mia, lo studio, il soggiorno, la camera da letto.
Essi avevano assunto un altro senso, si erano riempiti di significati, da recessi dimenticati della memoria erano uscite fuori immagini, per esempio quella della macchina da cucire, una delle prime cose che ho trovato nel libro, che da me non c'è ma che ho visto in tante stanze diverse, e anche al cinema di recente (Settimo cielo, Wolke 9, di Andreas Dresen, di cui dovremo parlare perché è una riflessione bellissima sul desiderio negli adulti, anzi, diciamo meglio, negli anziani), con lei che è una donna semplice che fa le riparazioni e si innamora di un cliente cui ha fatto l'orlo dei pantaloni e va da lui (cioè esce dalla sua camera) e ci fa l'amore, subito, lì, sul pavimento, è entrata, cioè, in un'altra camera, ha varcato la soglia e ha messo in moto una tempesta di sentimenti, come tutte le tempeste inarrestabile.

Le stanze del luogo in cui io vivo hanno, attraverso la lettura, cominciato a trasudare magia, io sapevo già che la casa è un luogo importante, anzi, che è il più importante di tutti, però averlo trovato espresso così bene, attraverso la storia degli spazi che ci stanno dentro, mi ha spalancato finestre e aperto orizzonti.
Da subito ho ritrovato le camere d'albergo di Simone de Beauvoir, i luoghi delle quali sono anche andata a cercare in itinerari miei che avevo trasformato in pellegrinaggi, Rouen, Marsiglia, Parigi come coronamento; ho letto di Proust, Sartre, Kafka, degli hôtels meublés e del loro carico umano, da una parte felice di avere una chiave 'au tableau ou, mieux, dans sa poche' e un luogo, seppure modesto, dove posare le proprie cose, dall'altra alle prese con la mancanza di igiene e di pulizia, con l'assenza di intimità; ho appreso di Valery Larbaud, amante di alberghi e inventore di Barnabooth, suo eroe e interprete, che lo scrittore fa ricco in vece sua, figlio di un padre americano che gli ha assicurato una vita da viaggiatore senza bagagli, visto che al momento della partenza distrugge i suoi oggetti o li dona regalmente al personale, dandy asceta e voluttuoso che intende conoscere se stesso 'de chambre en chambre' e attraverso la pratica di un giornale intimo ('Sortir de moi, mais pour aller où donc à qui se donner?) e che nel suo progetto di casa futurista da costruirsi a Kensington o a Passy mette una stanza da bagno due volte più grande di quella da letto 'semplice cella di ospedale, bianca, maiolicata e senza angoli'. (Pensateci, entrando nel bagno vostro).

Michelle Perrot tutto tocca, sfiora con delicatezza e sapienza, amore ('L'amour cherche la solitudine, la face-à-face, le corps à corps. Sensible au retrait, il est au fond assez indifférent à la chambre'), tradimento, masturbazione, senso della libertà, porte chiuse, disegni della carta da parati ('Il linguaggio dei muri', un'idea geniale), età adolescenziale nei maschi e nelle femmine, letti, armadi, tavoli da lavoro, punizioni infantili ('Va' in camera tua!), celle di monaci e di prigioni. Che brava. Ma come ha fatto a distillare dalla banalità del vivere quotidiano questo miele e questi tesori.

Ho parlato della magia che ha riempito le mie camere.
La sera dell'acquisto, me lo sono portato a letto e, interrotta la lettura, ho deciso di andare a cercare un segnalibro e di non utilizzare la prima cosa che mi veniva sotto mano, la matita con la quale avevo sottolineato qualche rigo, il cartellino, pur bellissimo, che avevo staccato dalla sciarpa nuova e conservato nel boccale sul tavolo da notte, il biglietto dell'autobus obliterato che avevo nella tasca della giacca.
Sono andata alle mie due scatole di metallo colme di cartoline, che stanno su uno scaffale di un armadio non del tutto a portata di mano. Di solito le prendo una alla volta e le sistemo su un tavolo per poter sfogliare bene il mio tesoro. Ma si era fatto tardi, avevo sonno e ho pensato 'stendo il braccio, tiro su un po' il coperchio, metto una mano dentro e pesco a caso, domattina poi cerco meglio'.
Le scatole di metallo sono due, il coperchio della prima ha resistito alla mia sollecitazione e sono passata all'altra.
Al buio, ho afferrato nel mucchio, ho sfilato stando attenta a non rovinare la cartolina, l'ho presa e l'ho guardata esterrefatta.
Era una di quelle comprate a Monaco di Baviera alla Neue Pinakothek e rappresentava un dipinto di Carl Spitzweg che vi metto fra le immagini: Der arme Poet (1839).
Dove sta, il povero poeta? Semplice come un gioco da ragazzi: in una stanza.
Una mansarda all'interno della quale ci piove, e lui si ripara con l'ombrello, il berretto da notte ben calzato sulla testa, la penna in bocca, i volumi, uno dei quali sta finendo i suoi giorni nella stufa, ammucchiati vicino al materasso messo a terra, gli abiti miseri sparsi in giro, il cavastivali in primo piano, una finestrella sullo sfondo con davanti un cencio pure bucato che è la sua unica biancheria.

Fra una quantità non indifferente di quadri, fotografie, sculture, operine, interventi d'artista, materiale di lavoro, qualche billet doux, guidata dal Caso che sempre è divino, che cosa ero andata a pescare?
Una camera, pure con una bella storia.   

Carl Spitzweg, Der arme Poet, 1839

Vincent van Gogh, La camera dell'artista a Arles, 1888, Amsterdam, van Gogh Museum

Michelle Perrot