185 Settimo cielo, nuvola nona

Non mi danno fastidio gli uomini che parlano di donne, anzi.
Essere messa al corrente di che cosa accade, diciamo così, nella testa di un uomo mi sembra un privilegio, esclusa come sono per la mia stessa natura dal loro punto di vista. Certo, ci sono anche uomini che parlano di donne in modo volgare e villano, ma quelli nemmeno li considero e mi capita spesso di sorridere alle spalle di colleghi che fino all'anno prima mi intrattenevano sulle doti non del tutto intellettuali di alcune studentesse e che, all'arrivo di un nuovo autunno, evidentemente a suo modo cruciale, cambiano all'improvviso musica e attaccano con il vaccino per la bronchite e la prostata.

Mi piace ascoltare gli uomini che delle donne parlano raccontando così il loro desiderio.
Che, intendiamoci subito, credo sia la cosa più potente e importante che c'è al mondo, quella che tutto muove e spinge e che, sublimata, produce arte, senza la quale non c'è più vita né, tantomeno, speranza.
Ora, il problema mi sembra che sia il limite. Vale a dire, fin dove si può arrivare, che durata ha l'interesse nei confronti dell'altro sesso, quando è che tutto (ma proprio tutto) finisce.
Non entro nel merito di opere importanti che hanno affrontato l'argomento, semplicemente mi guardo intorno, domando, leggo. Vado al cinema.
E dal cinema arriva la risposta. Il regista Andreas Dresen, nato nel 1963, cioè, mi permetto di dire, nel pieno della sua potenza virile, si è messo a raccontare una storia d'amore singolare, un triangolo adulterino in cui lei ha superato i 60 anni, il marito gli 80 e l'amante naviga per i 76. E lei, com'è? Bella, magnificamente ignara del tempo che passa, elegante, trucco e capelli appena fatti, abbigliamento giovanilista? Manco per niente. Lei è una donna semplice, dal fisico ingrato probabilmente da sempre, una come tante, che potrebbe abitare nel mio palazzo o tirare il carrello con la spesa fatta a Ponte Lungo.

Però è come se fosse stata prescelta, unta dal Signore, indicata dall'oracolo: lei è toccata dal desiderio. 

Lei arrotonda la pensione facendo riparazioni, ha la macchina da cucire in camera da letto. Un uomo che ha visto il suo annuncio le porta un paio di pantaloni cui fare l'orlo. Vediamo lei che esce da casa sua con il pacco sotto il braccio, va da lui, sale le scale, suona. Lui le apre la porta. E noi siamo messi davanti all'evidenza: quei due fanno l'amore dopo aver scambiato solo poche parole, si gettano l'una sull'altro, in uno slancio incontenibile di voglia, quei due si uniscono nella più privata delle relazioni, diventano, per un attimo, una cosa sola, in una fusione di corpi e anime fanno a pezzi centinaia di anni di storia, infrangono ogni remora, sono due anziani che si cercano. E che si trovano.   

Il film è molto bello. Rigoroso, asciutto, senza un filo di musica (sono andata a vederlo qualche tempo fa al Madison, dove due giorni prima mi aveva torturato un mélo del quale mi ero fidata come una cretina, una faccenda di un padre che alleva da solo la figlioletta perché la moglie muore di parto: lardellato di note, idiota oltre ogni limite, se non avevo abbandonato la sala era stato solo perché c'erano, dentro, l'aria condizionata e, fuori, 37°), molto tedesco, cioè romantico, nella presenza costante della natura, il bagno nudi nel corso d'acqua quasi selvatico, gli alberi, i paesaggi, scarno fino all'osso per la scelta precisa dell'impiego del tempo (il treno preso con il marito è per Inge il più pieno dei divertimenti), con il brontolio della macchina per il caffè come unica colonna sonora, una casa tirata a lucido come ci aspetteremmo, affetti caldi, un paio di nipotine, una figlia, le compagne del coro.
Insomma un film molto bello su una vita, tre vite spoglie e per niente avventurose.
Tantomeno erotiche, verrebbe da pensare. E invece no, e qui sta il bello. Eros percorre tutta la durata dell'opera del realizzatore tedesco, tesse trama e ordito di un intreccio narrativo che finisce, vi avverto, in tragedia, ogni tanto qualche frase sembra voler riportare i tre protagonisti con i piedi per terra, tirarne giù due da quel settimo cielo o, come dicono loro, dalla nona nuvola sulla quale si erano arrampicati imprevedibilmente: il marito di Inge, saputo il fatto, la rimprovera di comportarsi come una ragazzina. Lei piange. Piange continuamente, piange disarmata di fronte a quella cosa che l'ha invasa.
Ma la scena di lei che, nella vasca da bagno, si masturba è la più indifesa delle confessioni: lei è innamorata e non si scappa.

Amour fou, certamente, ma soprattutto dimostrazione cinematografica delle infinite possibilità che stanno dentro un'esperienza (una speranza) d'amore: impressione che il limite non esista se non nelle nostre teste, che dappertutto si raccontino balle, che non è vero, come sostengono in molti, che a un certo punto della propria esistenza non ci si innamora più, che certe cose sono appannaggio esclusivo della prima giovinezza. Bastava rifletterci sopra un po' seriamente, una cosa come il desiderio, complessa, inafferrabile, definibile a stento, prepotentissima e dotata di una volontà sua che trascende la nostra, come potrebbe, una bestia siffatta dai mille volti e tutti seducenti non interloquire al suo meglio con l'età adulta?   

Ho preso una decisione.
Sapete tutti che 'How do you do?' in inglese non significa altro che un saluto formale al quale si risponde come un'eco, mica con l'elenco degli acciacchi. In italiano, se chiedo 'Come stai?' vorrei che il senso fosse lo stesso. In palestra, per esempio, il mio angelico istruttore lo ha imposto. Se domanda durante una lezione 'Come vi sentite?' non vuole sapere che stiamo a pezzi, le gambe di piombo, il respiro mozzo, il muscolo trapezio che ha appena preso una botta e si è stirato dolorosamente. Dice che il suo è un regime e che l'unica possibilità di emettere fiato è di formare con esso la parola 'Benissimo'. Io che sono una diligente e che mi coltivo, ci metto sopra pure il carico e rispondo, sempre prima degli altri: 'Benissimo, pieni di energia, magnificamente scolpiti nel corpo e nella mente'. Così deve essere.
Dunque, quando qualcuno, soprattutto se anziano, mi attacca un bottone sul vaccino, la prostata, il diuretico, il colesterolo, l'artrosi e l'influenza, ho deciso di rispondere a tono: Vivete con il borbottìo della caffettiera come colonna sonora, prendete il treno, fate il bagno all'aperto, tirate a lucido le vostre case, fate l'orlo ai pantaloni di uomini sconosciuti, cantate in un coro la domenica, prendete i vostri pasti in cucina in un angolo del tavolo di sempre. Andate a vedere Settimo cielo, salite alla nona nuvola. Innamoratevi. Lasciatevi riempire dal desiderio, fatevelo scoppiare dentro, ditegli di divorare voi e gli altri, quelli che fanno dell'amore solo un passatempo giovanile, ditegli di lasciarli alla loro pace senza speranza.

 

Wolke 9 (Settimo cielo), Andreas Dresen, 2007