201 Cose che valgono la pena, 1: avi

'Mia nonna era una donna dura dal viso chiuso. Aveva conosciuto la povertà, interrotto la scuola a otto anni per occuparsi dei fratelli e delle sorelle. Molto giovane, era diventata sarta.
Sposò mio nonno che era piuttosto un sognatore, una specie di Maurice Chevalier, un millantatore e bon vivant...sempre allegro, cantava senza sosta, ammirava Victor Hugo e andava pazzo per l'operetta. Era un operaio che amava la vita, gli amici e i libri. Diventò capomastro e fece delle trasferte attraverso la Francia e in Algeria per costruire delle fabbriche di gas in mattoni...
Lei doveva trovare in ogni città in cui andavano un alloggio che fosse meno costoso dell'albergo e evitasse così i costi del ristorante.
Lei aveva il genio dell'installazione. Del più misero garage, quando trovava solo quello da affittare, lei faceva un albergo di lusso. Me l'ha detto mia madre. In qualche ora, il gioco era fatto. Lei aveva un senso innato della casa, della sistemazione e dell'ordine domestico.
Lei era stata campionessa di corsa nel suo quartiere. Non aveva mai aperto un libro. Leggeva solo lavori di uncinetto, di cucito, comprò la prima macchina per fare la maglia. Era l'asso dello jacquard, dei motivi improbabili. Confezionava in due giorni pullover inauditi dei quali i nostri amici si chiedevano dove li avevamo trovati.
Mio nonno, la sera, a letto, le leggeva Victor Hugo. Per preoccupazione di pulizia, gli aveva confezionato una cuffia che lui doveva mettersi andando a letto per non ingrassare il muro quando, seduto, appoggiava il cranio al di sopra del cuscino e con la sua voce più bella leggeva per lei la prosa del grand'uomo.
Lei era orgogliosa, molto orgogliosa. Non avrebbe mai domandato aiuto a nessuno, non contando che sulle sue forze. E quando non ebbe più niente da mangiare, durante l'occupazione, portò le sue due figlie alla Senna per annegare insieme. Fortunatamente sua nonna la inseguì per prestarle del denaro...
Maniaca. Intransigente. Ma pratica. Quando dovette abbandonare la sua casa, durante l'esodo, per l'unica volta della sua vita, lasciò tutto lì: i piatti sporchi, le stovoglie sulla tavola. Disse che non ne valeva la pena, se la casa fosse stata bombardata.
Ho impiegato molto tempo a accettare l'eredità del suo senso pratico. Respingevo in me questa figura orgogliosa, un po' sgraziata, quasi illetterata...'

Da Christine Brusson, La maison en chantier, Éditions des Équateurs, 2009. Un libro singolare e strano che sto leggendo in questi giorni nel quale sono legate due attività, scrivere e 'chantiers' (fare cantiere, capite da soli che cosa significa, ha a che fare con il mettere su casa), che restituiscono un'unità perduta all''essere umano. Ne suggerisco la frequentazione a tutti coloro che, come me, hanno colpevolmente in orrore la polvere e il disordine generati da qualunque spostamento, quotidiano o violento, che riguarda la propria abitazione. Invece fanno bene, danno profondità e senso a ogni atto, fammo guardare con simpatia coltivata gli annunci immobiliari, le nostre quattro mura, il lavoro che gli uni e le altre reclamano a gran voce.

Christine Brusson en chantier

Avi. Foto poche ma buone

Macchina per fare lo jacquard