204 L'articolo di fondo

'Si metta di fianco'.
Sull'autobus che, qualche tempo fa, percorreva il Rettifilo di Napoli, carico come uno di quei camion destinati al trasporto misto di umani e derrate che vedo nei film ambientati in India o in Marocco (con la differenza che il sudiciume nei film non emana odore), una signorina mi dava questo consiglio. Lo faceva perché aveva visto la mia espressione sconcertata davanti all'evidenza di essere tastata da un estraneo. Con la pazienza della mala femmina che da quarant'anni fa i viali davanti all'ingenuità della novizia, mi spiegò che tutti i giorni, su quella linea, officiava il palpeggiatore. Non c'era da prendersela più di tanto, bastava mettersi come una pittura murale egizia, vale a dire di profilo, e quello passava alla prossima vittima. Il tono della conversazione mi diceva anche di non farla troppo lunga, tanto dopo poco si scendeva.

Se anche a voi, come a me, spunta un sorriso nel leggere che a Tokyo alcuni vagoni della metropolitana sono riservati alle donne perché la presenza di molestatori è infestante, sappiate che non c'è bisogno di farsi venire un fuso di 8 ore per esserne messi, personalmente, al corrente. Basta dover andare alla Stazione di Napoli Centrale passando da Corso Umberto I e il gioco è fatto.
Ciò mi riportò alla mente una mia collega dei primi anni di Accademia, di formazione sedicente americana. Eccentrica, se non completamente matta, e non solo per quello che vi sto raccontando, la signora sosteneva che, dato il prezzo miserabile del biglietto, la corsa sul mezzo pubblico poteva lecitamente implicare anche il toccamento.
 
Giorni fa ero dal mio parrucchiere ad acconciarmi per le feste.
Voi dovete sapere che mai e poi mai, manco morta, io allungo una mano verso la pila delle riviste a disposizione dei clienti. Mi rifiuto di farmi contaminare dall'idiozia, credo nella necessità di controllo di ogni cosa scritta che uno legge, già le tesi dei miei studenti mettono a dura prova la mia cieca fiducia nella lingua italiana, certe volte la loro sintassi, per non parlare della grammatica e dell'ortografia (e taccio del tutto la punteggiatura) fanno spuntare in me dei dubbi, come accade al marziano nel quale si insinua il sospetto che il suo non sia l'unico dei mondi possibili.
Quello che riescono a fare i ragazzi con le parole è degno della migliore prosa dadaista.
Io dal parrucchiere mi porto da leggere cose mie, riviste arretrate, anche, se capita, futili, articoli ritagliati, guide turistiche, certe volte il romanzo in corso.
Mi metto lì zitta e buona e mi faccio tutte le attese per i fatti miei e con i miei fatti.
Ma l'altro giorno non ero in forma, avevo voglia solo di guardare le figure, di girare le pagine senza tenere conto di niente e quello che avevo in borsa non mi andava.
La mano l'ho allungata, dunque, anch'io.
Facendo un'eccezione, sia ben chiaro. Si sarebbe trattato di un'esperienza antropologica limitata e circoscritta (nel tempo e nello spazio). 
Non vedo la televisione da un paio di decenni (tranne le cose che vi ho già detto: il crollo delle torri e i Mondiali e gli Europei di calcio), per cui, fra l'altro, ignoro del tutto chi la fa. Non conosco nemmeno una faccia, qualche nome mi arriva come da un pianeta lontano, la mia ignoranza delle cose dell'ambiente è totale e, davanti alle riviste che se ne occupano, sconfortante.

La prima cosa che ho notato nello scorrere un numero definito 'da collezione' in quanto l'ultimo dell'anno, cioè una summa di tutto ciò che di rilevante era accaduto di mese in mese, è stata che tutti intrattengono relazioni carnali con tutti.
In questo senso: la starlette che a gennaio stava con il calciatore la ritroviamo a maggio con il fotografo degli scandali. Il marito farlocco della milionaria americana a febbraio la tradisce con una tipa da balera e ad aprile ritorna al fianco della legittima consorte. Fino a che non incontra la starlette di cui vi ho detto e costringe la signora a chiedere il divorzio. Lei poi si consola, a suo piacimento, con il calciatore, prima di iniziare a frequentare il fotografo. Una sarabanda infernale, una di quelle cose per le quali si dovrebbero prendere appunti. (Lo feci una volta leggendo l'autobiografia di Ingmar Bergman per capire l'esatto numero delle mogli e delle amanti, che mi sfuggiva per via del ritmo della sua narrazione che, come un'ondata di pensieri, andava, veniva e mescolava volti e avvenimenti).   
Ma. Fin qui niente di nuovo sotto il sole.
Pensavo al Girotondo di Schnitzler, dove le medesime cose accadono tali e quali.
A dirla tutta, ciò che cambia è la parte che chiamerei estetica o di gusto.
Mentre il testo dello scrittore austriaco mette in evidenza la condanna di ogni essere umano a ridurre ogni relazione all'approccio sessuale e restituisce il senso dell'inutilità dell'esistenza proprio attraverso la reiterazione ossessiva dei comportamenti, ma lo fa riparandosi sotto l'ombrello della letteratura, il numero da collezione della rivista del mio parrucchiere inanellava uno dopo l'altro approcci, accoppiamenti, vacanze in posti esotici dei protagonisti dei vari servizi, uscite serali, cene in locali di grido, partecipazioni televisive, incontri, ciascuno dei quali aveva incollate addosso le stimmate di una volgarità che non mollava la presa manco quando questa gente era ritratta mentre faceva cose tranquille, comprava un regalino in gioielleria, spingeva la carrozzina dell'infante.

Il mese di agosto ha rischiato, lì per lì, di farmi prendere un colpo.
Voi dovete sapere che nella mia concezione delle discoteche, formatasi attraverso letture e racconti di chi le frequenta, la cocaina cade a valanga e le pasticche formano collinette che sono delle mezze montagne. Gli alcolici sono tutti corretti, la musica è da sballo, i comportamenti individuali superano i limiti della decenza e talvolta pure quelli della legge.
Vi lascio immaginare il mio sconcerto davanti a una serata di gala organizzata in un famoso locale in Sardegna nel corso della quale una giuria era stata chiamata a stabilire quale donna avesse il sedere più bello. 
E i giurati ci avevano dato giù con entusiasmo.
Probabile che quelli che si sono riuniti di recente (mese di novembre) al Teatro La Fenice per assegnare il Premio Venezia in uno dei concorsi pianistici più prestigiosi del mondo, decidendo all'unanimità di indicare il 17enne Antonio Di Dedda, al quale facciamo tutti gli auguri perché abbia la fama e il successo che merita, si siano scocciati a più riprese durante i lunghi giorni di selezioni e di ascolto. Per carità, è una mia illazione e ciò perché immagino che i concorsi siamo un po' come gli esami o le tesi di laurea, una calma piatta del cervello che una volta su cento, e all'improvviso, si accende di fronte a un candidato finalmente dotato di talento.
I giurati della Sardegna non avevano affatto l'aria scocciata, anzi. Erano vivaci, direi pure vitalissimi, ridevano, si muovevano da una fotografia all'altra, perfettamente calati nel ruolo e nella parte, costituivano un esempio cristallino di dedizione alla causa.
La cosa è che, giustamente, così come accade in una degustazione di vini australiani o al concorso per la zuppa più equilibrata nei sapori e nell'aspetto che assume passando dalla pentola al piatto, questo nutrito gruppetto di uomini di tutte le fogge e tutte le età era incaricato di assaggiare.
E assaggiava con partecipazione e, sembrava, competenza.
Assaggiava accarezzando, palpeggiando, pizzicando, uno dopo l'altro ciascun giurato giudicava in prima persona e dal suo inoppugnabile punto di vista il sedere di ogni candidata.
Le signorine, piegate in due, riprese di spalle e con le sottane al vento, erano la prova vivente del paradosso individuato da un francese: 'Le cul s'observe aux dépens de son propriétaire'.

Come è vero che il peccato sta negli occhi di chi guarda.
Io, che ero convinta che nelle discoteche fosse annidato in ogni anfratto il male, ecco che dovevo ammettere che il divertimento notturno della Costa Smeralda era, tutto sommato, una cosa innocente, un po' da sagra paesana oppure, se preferite, da autobus metropolitano lanciato a 20 km/h sul Rettifilo in un giorno feriale. 

Nulla da eccepire sul conto delle candidate e su quello dei giurati della prossima edizione, che auspico si tenga. Piuttosto un consiglio, suggerito dalla disperante lontananza del mese di agosto in termini di tempo e pure di calendario, che credo getti nello sconforto di un'ansia di attesa che sembra interminabile le une e gli altri: voi, ragazze, tenete duro e voi, uomini, preparatevi a saggiare la consistenza del proposito delle nostre belle. 

   

Venere Callipigia, marmo di età adrianea, Napoli, Museo

Diego Velázquez, La toletta di Venere, 1648-51

Man Ray, La Prière, 1930