207 Missione zerbino

Diciamo subito che, per capire a fondo il senso di questa puntata, dovreste avere, propedeuticamente, come si fa con alcuni esami all'università, letto quella n° 18, Zerbinetta's aria, che citava una squisitissima maschera dell'Arianna a Nasso di Strauss e affrontava uno dei temi sensibili del nostro vivere civile: lo zerbino.
Mi fa ritornare sull'argomento un evento piccolo che, però, come tutto ciò che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, ha in sé, come dicono i filosofi, 'l'inquietante stranezza dell'ordinario'.

Sotto casa mia c'è un giardino. Su di esso aprono dei locali, che cambiano spesso di locatario. Quello più vicino al portoncino di ingresso che conduce alle mie scale ha ospitato di tutto, per un periodo anche, ed è stata la presenza più inquietante, un musicista che aveva tappezzato gli ambienti con i contenitori di cartone pressato delle uova. Un lavoro certosino e folle che sembrava quello del Merzbau di Schwitters, che per anni aveva accumulato dentro casa oggetti, assemblati in stile dada uno con l'altro. Iniziata nel 1923, l'opera, tentacolare, invasiva, mostruosa nella forma e nel concetto, viene distrutta da un bombardamento nel 1944.
Il musicista aveva anche applicato sotto al campanello un cartellino con la scritta 'Suonare' e l'insieme, come sempre mi accade con l'arte concettuale (e pure con quella dadaista), era capace di darmi un senso di gelido disagio. Provavo quella sensazione ogni volta che uscivo e ogni volta che rientravo. Insomma, continuamente.

Partito il musicista, dopo una serie di altre variazioni, arriva prima di Natale un gruppetto di giovani che installa negli spazi un luogo di animazione per bambini. Come è noto, questi ultimi vanno tenuti svegli perché, se fosse solo per loro, starebbero sempre in un angolo a vegetare. Da qui la necessità di animarli, come accade con chiunque e dappertutto, villaggi vacanza, navi da crociera, centri sociali, bocciofile, parrocchie, mettiamoci pure le Accademie di Belle Arti: dove ti giri, c'è bisogno di animazione.

Nulla da eccepire. Rimbocchiamoci le maniche e animiamo l'animabile.

I giovani fanno un po' di lavori, dipingono, raschiano, trasportano rifiuti, attaccano chiodi e insegna.
Inaugurano e, il giorno dell'inaugurazione, piazzano davanti alla loro porta, cioè sul ridotto marciapiede che conduce al mio ingresso (e a quello di 7 piani di condomini) uno zerbino rosso fiammante, con sopra il faccione di Babbo Natale.
Sono gentili, mi chiedono pure di unirmi alla festa, declino l'invito, sono una tendenzialmente inappetente, se solo ingoio una pizzetta gessosa alle ore 19:00, finisce che salto non solo la cena di quel giorno, ma anche tutti quanti i pasti della mezza settimana seguente.
Auguro ogni bene e ogni successo.

Piove. E pioverà anche nei giorni successivi. Piove a Natale, Santo Stefano e pure a San Silvestro. Piove il Primo Giorno dell'Anno.
Lo zerbino rosso resta fuori, gatti schizzinosi lo annusano, l'incaricato delle pulizie ci gira intorno, io ci inciampo più di una volta e imparo a evitarlo quando rientro che è buio.

Paziento. Mi dico che dopo l'Epifania lo zerbino sarà archiviato e con lui pure Babbo Natale.
In un paio di giorni, tutti coloro che nel palazzo avevano messo fuori gli addobbi li ricoverano da qualche parte, per poterli utilizzare alle prossime feste.
Gli animatori, manco per niente.

Ieri si era fatto il 12 di gennaio. Ho guardato dal balconcino, fra i miei vasi di bianchi ciclamini immacolati: il coso stava sempre lì, in uno stato di conservazione sempre più precario.
(Pioveva ieri, e piove pure oggi, 13 del mese).

Mi scoccio. Ci penso su.
Ho due possibilità: A. Intercettare i giovani e, facendo finta di niente, buttare lì una battuta, invitandoli a controllare il calendario, a sostituire Santa Claus, casomai, con qualcosa di carnascialesco (Dio non voglia). B. Fare da sola.

Rifletto, analizzo tutti gli aspetti della situazione. Qui finisce, concludo, che questi si offendono, toccati sul vivo nell'essenza della loro intimità, nel centro del loro esistere, nel nucleo della loro coscienza. Si offendono e lasciano lì lo zerbino fino all'anno prossimo, lo fanno per dispetto, in una conferma della propria identità, si legano ad esso di una dipendenza che diventa un bisogno. E il coso non si toglie di mezzo.

Sono una donna piena di iniziative, energica, decisa. Opto per la soluzione B.
E aspetto che cali il buio fitto della notte.
Passo una seratina eccitata di preparativi, sto al telefono un paio d'ore dopo aver deciso di interrompere la visione di un film dei fratelli Dardenne che trovo indigeribile (uno dei primi; i più recenti sono meglio). Mi affaccio a più riprese, occultandomi dietro le persiane, per controllare la situazione.
Intorno alla mezzanotte, quando il palazzo si è fatto buio, agisco.
Mi metto un parka scuro, mi lego i capelli con una pinza per essere più libera nei movimenti. Chiavi di casa infilate in una delle tasche. Scarpe da battaglia.
Indosso un paio di guanti da killer (di lattice): in confronto a me, il Tom Cruise di Collateral è un dilettante.

Scendo, badando a non fare rumore, tutti i sensi vivi; nella mia audacia la fortuna mi viene in soccorso: nessuno è per le scale.
Faccio scattare la serratura del portoncino, guardinga ispeziono l'esterno.
Circospetta, imbocco il marciapiede che porta fuori. Quando arrivo davanti al Circolo degli Animatori (in tutto due passi e mezzo), mi chino con agilità felina, afferro con le mani guantate lo zerbino, l'operazione dura meno di 3 secondi. Lo piego, tenendolo ben distante dal parka, che è pure nuovo.
Al contatto sento una cosa viscida, pesante, lardellata di pioggia e di visite di gatti, foglie madide ci si sono incollate, c'è anche una cicca di sigaretta. Babbo Natale mi guarda bieco ma io sono agnostica e lui non mi intimorisce. Arrivo sulla strada, controllo. La via è libera. Senza accelerare, dominando ogni battito del mio cuore, mi dirigo al cassonetto, quello di destra, che mi sta più simpatico di quello di sinistra, più vicino ma mezzo rotto.

Aziono con il piede la leva di apertura. Il coperchio si spalanca. Con un gesto insieme chirurgico e sportivo, preparo il lancio. Un, due, tre: centro.
Mi sfilo i guanti, li appallottolo, li scaravento nel cassone, mollo la pressione del piede, paf, fa lui, richiudendosi.
Mi scuoto dalle mani la polvere talcata del lattice.
Ritorno, con indifferenza falsa, sui miei passi.

Giustizia è fatta. Senza testimoni, ho fatto fuori lo zerbino rosso.

 

Kurt Schwitters, Merzbau, 1923-1944

Tom Cruise, killer in Collateral, Michael Mann, 2004

Ben vi sta