23 La sporcizia del riccio

Un'altra vita è possibile e ogni tanto qualcosa ce ne dà una prova. Muriel Barbery (1969) è laureata in Filosofia presso la Normale Sup (École normale supérieure), una di quelle strutture universitarie niente male, concepita durante la Rivoluzione per dotare la Francia di insegnanti illuminati e in grado anche oggi di sfornare talenti che troviamo un po' dappertutto. Passa quattro anni a insegnare filosofia in Borgogna e chiedendosi come fare a uscire da quella vita (perché? Ci sembrava bello insegnare filosofia in Borgogna, suona bene, è anche un po' cinematografico e poi la Borgogna è aristocraticissima e ci si mangia e ci si beve molto bene). Come nelle migliori tradizioni sarà un uomo a salvarla: Stéphane Barbery, psicoterapeuta, specialista del trauma. La prima cosa che salta agli occhi è il nome: siccome lui firma così le foto dell'elegante blog di lei www.muriel.barbery.net, è evidente che Barbery è lui e non lei. E lei, allora, come si chiama? Non si sa, scomparso il nome di famiglia nella fusione con l'altro. Ma passons. Lei dichiara in un'intervista del maggio 2007 che lui le ha insegnato a vivere la vita pensandola. Qualche giorno fa Marco Lodoli, che ogni tanto ne dice una buona, ha affermato una cosa simile alla radio parlando della 'voglia di immaginare la vita, che è il fondamento della vita stessa'. Ora 'pensare' e 'immaginare' sono cose diverse, però i concetti sembrano sfiorarsi e darsi la mano e porsi come alternativa al vivere senza pensare e senza immaginare. Muriel Barbery, dunque, si fa ispirare da Stéphane e scrive il primo libro, Une gourmandise (Gallimard 2000), con una storia che ha qualcosa in comune con quella del critico gastronomico del delizioso Ratatouille Disney-Pixar (2007), che ritrova un sapore dell'infanzia in un cibo che gusta alla fine del film. Lei voleva descrivere un universo mentale e descrive quello di lui. E nella mente di lui, che è evidentemente complessa, abituata, come sappiamo, ad avere a che fare con il trauma e chissà con quante altre cose, si annida anche la storia di alcune persone che vivono al numero 7 di rue de Grenelle che è raccontata da due protagoniste singolari, la portinaia Renée e la dodicenne Paloma, praticamente L'élégance du hérisson (Gallimard 2006; L'eleganza del riccio, Edizioni e/o 2007). Lasciate perdere le affannate recensioni, trascurate il dettaglio del numero di copie vendute (600.000, e la cifra non è aggiornata. Ma anche un sacco di robaccia vende molto) e leggetevi il romanzo, che è esattamente quel qualcosa in grado di dimostrare che un'altra vita è possibile cui facevamo riferimento all'inizio di questa puntata. Muriel Barbery non solo scrive bene ma ha anche la capacità di spostare il punto di vista ordinario, esattamente quella che ci fa distinguere l'arte da ciò che non lo è (formula sintetica ma funzionante, parola di professionista dell'arte). E nel libro compare subito Manuela, la sola amica di Renée, femme de ménage portoghese, 'nata sotto un fico dopo 7 altri e prima di 6' (totale 14 figli), vessata dalla vita, impegnata il martedì con lo sporco della famiglia Arthens e il giovedì della Broglie, da venti anni all'inseguimento della polvere, laddove inseguire la polvere è una pudica sintesi di ciò che fa: 'Vuoto cestini pieni di assorbenti igienici... raccolgo il vomito del cane, pulisco la gabbia degli uccelli, non si riesce a credere che bestie tanto piccole facciano così tanta cacca, gratto i gabinetti. Allora la polvere? La belle affaire!'. Ma Manuela, sacrificata sull'altare di un mondo in cui 'i compiti ingrati sono riservati a certi mentre altri arricciano il naso senza fare niente', è un'aristocratica dell'anima e per mangiare una noce ci insegna che bisogna mettere una tovaglia, è capace di non farsi toccare dalla volgarità della famiglia, dei vicini e dei datori di lavoro, abitata dalla grazia, in grado di offrire alla sua amica 'come a una regina i frutti delle sue elaborazioni pasticciere' e di cambiare con la sua apparizione il gabbiotto della portineria 'in palazzo e i nostri spuntini di paria in festini da monarchi.' Ed ora ci siamo: 'Come il narratore trasforma la vita in un fiume cangiante dove si inghiottono pena e noia, Manuela trasforma la nostra esistenza in epopea calorosa e gaia', esattamente quello che tutti vorremmo, una metamorfosi che è indotta dal pensiero e dalla immaginazione. Siano rese grazie alla femme de ménage e sia fatto al più presto il film dell'eleganza del riccio, attento ai dettagli, intriso di odori, realista ma surreale, che usi un linguaggio che conosciamo facendoci scoprire in esso significati che sempre avevamo trascurato, stracolmo di immagini poetiche, eloquenti e talvolta funamboliche, tutto da guardare per imparare che vivere in un altro modo si può, anche se abbiamo contatti con lo sporco, anche se dalle parti nostre le città sono molto lordate e poco ripulite, anche se l'odore buono del sapone non è quello che si sente in giro e la polvere (e magari fosse solo polvere) sembra ricoprire il mondo nel quale abitiamo, ignaro dell'arte tutta e dei suoi mai sufficientemente cantati benefici.

Muriel Barbery (1969)