220 L'epoca dei Lumi

Venerdì scorso 13 agosto sono andata dal mio parrucchiere per l'appuntamento più importante dell'anno: quello che precede le sue ferie. Su questa data modello da sempre i fatti miei, vado da lui all'ultimo momento perché dopo sta chiuso un tempo biblico; ben tre settimane, troppe per la mia testa. Insisto, ripeto, sottolineo ancora una volta: colf e parrucchiere dovrebbero rendersi conto dell'importanza del loro ruolo nella vita dei loro interlocutori e moderare (o suddividere diversamente) le vacanze. Non si capisce perché quello che tutto l'anno è normale (lo stiro, l'aggiustatina della frangia, lo spolvero dei mobili, la ripresa del colore) all'improvviso in estate sia considerato superfluo.

Il mio parrucchiere è la persona più modaiola che io frequento. Non gliene sfugge una: soggiorni a Dubai, palestra in casa, bevande energetiche, discoteca, tatuaggi, firme dappertutto e piercing. Mi sta benissimo così, altrimenti non sarebbe capace a farmi i tagli demenziali con cui si scapriccia.
Si è fatto un negozio d'oro con il salvadanaio delle mance che è una cagnetta con collare di brillanti, i ragazzi, quando uno entra, sono spesso irriconoscibili, da neri mediterranei sono diventati biondi e assomigliano a alieni scesi dall'astronave, per non parlare delle creste, degli sversamenti e degli orecchini infilzati dappertutto. Da qualche settimana è arrivato anche il grande protagonista: il lampadario. Una cosa teatrale, piena di vetri e lampadine, per la pulizia della quale c'è tutto un rituale (spolvero, liquido sgrassante, ripasso di straccio) che mi è stato raccontato in occasione dell'ultimo incontro. Finito con i clienti (io ero la penultima solo perché la persona prima di me è arrivata tardi), avrebbero messo mano alle pulizie di fondo, compreso il mostro, riservato, in quanto delicatissimo, alla madre del titolare, che di solito si occupa della cassa.

Saluti, baci, da un pezzo ho fissato l'appuntamento di settembre (ovviamente, il primo della riapertura). Esco e vado a comprare il giornale (solo per La posta del cuore di Natalia Aspesi del supplemento) e a casa gli butto sopra un occhio. 
Il Caso è divino e che io credo in lui.
Leggo, dunque, senza nemmeno troppo stupore, che anche all'Opera di Roma si sono rimboccati le maniche e hanno fatto scendere a terra il maestoso lampadario voluto da Marcello Piacentini e issato nel 1928. Non vi risparmio la parte inventariale: 27mila cristalli, 270 lampadine, 6 m di diametro e 3 e mezzo di altezza, 36 metri cubi di volume e peso di oltre 3 mila chilogrammi, 18mila watt di potenza. Lo scendono (e ti credo) ogni 5 anni e lo puliscono.

Mentre comincio a osservare, con gli occhiali da miope inforcati e invasa dal sospetto, le luci di casa mia e prendo appunti sui miei onnipresenti post-it con istruzioni per la colf (rientrata, alleluja, la scorsa settimana dopo un mese di latitanza), mi torna in mente una delle cose che so da sempre di Baudelaire de Mon coeur mis a nu, tutta laterale e, è il caso di dirlo, brillante.
Quando ci comunica le sue opinioni sul teatro, scrive: 'Ciò che ho sempre trovato di più bello in un teatro (la ripetizione è sua), nella mia infanzia e ancora adesso, è il lampadario (le lustre, lo chiama, giustamente, lui) - un bell'oggetto luminoso, cristallino, complicato, circolare e simmetrico...Dopo tutto, le lustre mi è sempre sembrato l'attore principale, visto attraverso la parte grande o la parte piccola del binocolo'.

Dall'omissione radicale dei problemi suddetti, si vede proprio che Baudelaire, mio compagno, fratello, amante tenerissimo, di pulizia e manutenzione di lampadari capisce poco o niente non essendosene mai e poi mai dovuto occupare, in quanto uomo e, diciamolo pure, anche in quanto artista. 

Teatro dell'Opera di Roma, interno

Le lustre dell'Opéra di Parigi

Enki Bilal, Jill Bioskop (1986), con taglio di capelli semi-demenziale che apprezzo molto