221 Nodo alla gola

Lo ammetto. Anzi, sono disposta a rendere una piena confessione. Pur sapendo, e da sempre, che gli uomini si prendono per la gola, non ho mai dato peso alla faccenda. Pensavo che la cosa non mi riguardasse e che le padelle fossero appannaggio di donne con una conversazione meno brillante della mia, votate per scelta o imposizione al lavaggio dei piatti e all'odore del fritto in testa. Come Alfredo Germont, anche se in tutt'altra situazione, io cieca, vile, misera, ho messo per anni in tavola cibi insipidi e privi di trasporto, petti di pollo sfatti in vaporiera insieme a patate tagliate grossolanamente, minestre riscaldate per tre giorni, surgelati, confezioni immangiabili di vitamine e proteine pronte. Tutto, fuorché il rischio di perdere tempo in cucina, per non parlare dello sporco che crea come dal nulla anche la cottura di un semplice uovo al tegame.

Poi, come Saulo sulla via di Damasco, da me spesso citato perché stimo molto le conversioni che arrivano di botto, mi si aprirono gli occhi. La faccio breve e vi dico che ora sono quasi pienamente redenta e che passo anche per una che cucina discretamente. Ho imparato, a mie spese, come funziona un ménage con una presenza maschile, mi sono dedicata, ho fatto pratica e teoria, esperimenti e prove, tutto e sempre, però, diciamolo, in un estremo impulso di coerenza, tenendo d'occhio la regola del non più di 15 minuti di lavorazione: se voglio l'anatra laccata, a Pechino c'è un ristorante ottimo con uno chef che ci sta dietro i due giorni di rito. Io, da parte mia, ho un altro repertorio.
Riammessa, così, nelle fila delle donne che con il mestolo in mano ci sapevano fare, tutto pensavo, godendomi complimenti e riposando su effimeri allori, tranne che potesse essere in agguato, al mio indirizzo, la Vendetta.

Essa mi strafulminò vestendo i panni, da me peraltro parecchio apprezzati, dell'Ingegnere.

Ormai sicura della mia esperienza, lavati tutti gli oltraggi, mi davo con disinvoltura all'imbastitura di cenette semplici e gustose, fra l'altro rese ancora più evocative dal lume di candela.
Come è noto, i gusti sono gusti e c'è ben poco da fare per orientarli diversamente, perlomeno in età adulta, visto che ho letto più di una volta di chef pluristellati (le mie letture di libri e interviste e altro di cucina si affiancano ormai regolarmente a quelle d'arte) che riescono a far apprezzare ai figlioletti una serie articolata di sapori (per esempio, l'amaro, l'aspro, il piccante) di solito schifati dall'infanzia.
L'Ingegnere, però, a questo riguardo, era fuori tempo massimo.

Presto fu chiaro che, come Don Giovanni nell'ultimo atto deve vedersela, proprio durante una cena, con la statua del Commendatore, che è venuto a prenderselo in carne e ossa per fargli espiare agli inferi i suoi peccati tutti, così il mio ospite, strumento inconsapevole del Fato, faceva ingresso nella mia esistenza con lo scopo precipuo di farmi pagare la totalità delle omissioni e delle cotture precarie pregresse.

A tentoni e piena di buona volontà, procedevo per tentativi, usando l'intuizione, l'associazione di idee e compulsando metodicamente la quantità di materiale archiviato nella mia cucina.
Le cantonate (mie) cominciavano a preoccuparmi.
Niente pasta lunga, d'accordo (lascio perdere la mia passione per gli spaghetti, secondo me una delle cose più perfette, nel loro assoluto e intoccabile minimalismo, che ci siano sulla faccia della terra): ma perché penne, fusilli, tortiglioni, farfalle (totalmente demenziali, come è noto, per essere come schegge impazzite nell'acqua di cottura, visto che il centro è al dente solo quando le ali sono già sfatte) sì e i mezzi rigatoni e le pipe rigate no?
Perché la frittata di zucchine era apprezzata e le zucchine servite come contorno manco per niente?
Che cosa aveva il prezzemolo di esiziale, se poi entrava da protagonista nella confezione delle predilette polpette?
L'olio non doveva sentirsi (il soffritto del sugo, da solo, richiedeva una rimescolata continua e costante per non fare mai appoggiare le cipolle alla pentola; a confronto, le manie di Gadda, Ingegnere pure lui e, evidentemente, non meno esigente, a proposito del risotto - 'Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego: non deve far bagna o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo' - erano acqua fresca), il tonno, che considero un alimento versatile e nobile, che una volta, per sbaglio di acquisto, si trovò come aggiunta di un amuse-bouche, era osservato con disgusto, il basilico sollevato con precisione da entomologo che infilza gli insetti e depositato sul bordo del piatto. Una spigola spettacolare venne retrocessa a pietanza senza senso, il tutto, per amor di verità, a favore di un'orata al sale grigio degli inizi che era stata premiata con commenti lusinghieri.
Tralascio il senso di sconforto che mi prese davanti a una frittata di maccheroni, servita da parte mia con l'orgoglio di quella che ha appreso, per frequentazione assidua, accenti partenopei, che fu guardata con un'indifferenza che mi annientò e spostata da una parte.
Olive per una siciliana? Con cautela e senza entusiasmo. Fagiolini? No, grazie. Melanzane? Un'altra volta.
Filavano a tutta birra la gazzosa e il cioccolato in tutte le salse, ma, l'ho detto, sono una arrivata alla cucina di sponda e mi ritrovo totalmente incapace a utilizzare l'una e l'altro per un pasto mediamente accettabile.
Una passione incontenibile per i pistacchi e l'acqua tonica mi consentiva di superare l'ora dell'aperitivo.
Con hamburgher e patatine fritte sfangai una cena d'emergenza, ma anche lì il veleno era in cauda perché il mio barattolo di Moutarde de Dijon, pure con cucchiaino di legno di ordinanza comprato a Parigi a Place de La Madeleine, fu retrocesso sul tavolo dall'Ingegnere in posizione secondaria, a favore, diciamola meglio, di un Ketchup Heinz 57 Varieties di tradizione purissima.

La cosa più disorientante era tutta una serie di sms nei quali mi tranquillizzava con richieste di cene rapide e semplici (una volta uscì fuori pure una 'pizza a taglio' che, considerando tutti i miei sforzi, suonava come una beffa), perché era 'altro' nella serata che gli interessava. (La mia conversazione brillante, suppongo).
Inoltre sulla faccia, che trovavo sempre più seducente, l'Ingegnere sfoggiava un'espressione da schiaffi come a dire che lui aveva gusti normalissimi e che ero io che non riuscivo a interpretarli.
E allora, io che non so nemmeno che cosa sia il senso di colpa, mi attribuivo responsabilità che ai miei occhi diventavano gigantesche: non mangiavo funghi, che lui avrebbe gradito, ed ero allergica a crostacei e frutti di mare, che lui degustava regolarmente, e me lo diceva in reiterati racconti, nelle linguine allo scoglio. (Linguine. Vi faccio notare l'incongruenza. Trattasi di pasta lunga, ma è noto quale sia il ruolo dell'eccezione nei proverbi e nella logica). 
Senza funghi e senza il resto, che mi avrebbe costretto a chiamare in un paio di ore il 118, mi dicevo che la mia cucina era nulla.

Una sera gli chiesi il permesso di telefonare alla donna che lo aveva tirato su con quella matassa di gusti gastronomici di cui non trovavo il bandolo. Mi fu negato. Peccato, perché, essendo io piena di buona volontà, avrei fatto tesoro di ogni suggerimento. Un'altra non prese del tutto bene una cosa giocosa che gli avevo proposto: una scatoletta di Simmenthal al suo posto a tavola, che mi invitò a mangiare da sola perché non rientrava nelle sue preferenze, e una confezione ibernata di bastoncini di pesce, di cui lamentò il formato troppo piccolo.

Quando fui a casa sua, ammessa nel luogo in cui l'Ingegnere viveva e confezionava i suoi pasti, invece di controllare, come avrebbe fatto qualunque altra amica impicciona, se c'erano tracce di ulteriori presenze femminili in bagno (tentazione cui suggerisco di non cedere mai perché anche in questo campo, evangelicamente, Matteo capitolo 7 versetto 8, se cercate, troverete), buttai un occhio, sostenuto da uno spirito di osservazione affilato dalla professione, altrove e passai in rassegna il frigorifero. Non ci capivo più niente: il sugo sotto vuoto Buitoni era migliore del mio, fatto con tanta devozione? Le bibite dai colori pastello, come reggevano il confronto con la mia cantina? Quel vuoto pneumatico, così virile, che mi inteneriva in ogni sua sfumatura e mi faceva pensare a serate trascorse davanti a uno schermo televisivo che, da solo, mangiava quasi tutto lo spazio della cucina, come poteva competere con l'organizzazione del mio pieno, birre, alcolici, verdure, yogurth, formaggi, salse, uova, burro salato e classico, affettati della migliore qualità, perfino Coca Cola e acqua effervescente, laddove per me le uniche bollicine concepibili sono quelle del perlage dello champagne, da me perennemente presente perché rinnovato a ogni festeggiamento? 

L'unica spiegazione era quella che vi ho detto all'inizio. Il Destino mi metteva alla prova, rincorrendomi come il gatto fa con il sorcio (e doveva essere sulle mie tracce da parecchio tempo), mi aveva fermata con le spalle al muro, per intenderci quello piastrellato con mattonelle di Vietri 10 x 10 color latte della mia cucina.
E, come Psiche che aveva smarrito l'amore di Eros per aver ceduto alla curiosità di vedere se l'amante con cui giaceva tutte le notti al buio era davvero un mostro come sostenevano le invidiose sorelle, scottandogli una spalla con una goccia di olio caduta dalla lanterna con cui aveva illuminato sconsideratamente il bellissimo volto del divino ragazzo, e potendo riaverlo, come unica possibilità, solo affrontando tutta una serie di prove impervie e, rimanga fra noi, pure cretine, anch'io ero chiamata a dar conto di santa pazienza, perizia, industriosità, attaccamento al genere maschile attraverso l'aggiunta di un posto a tavola riservato all'Ingegnere e ai suoi impenetrabili gusti.

Ben mi stava, da sempre me l'ero cercata e la Vita, dopo anni di rimpiattino durante i quali mi ero nascosta dietro le scatolette del reparto cibi conservati del supermercato, mi aveva raggiunta.

Rassegnata, trepida, in cerca di ispirazione per la cena di domani come, altrove, mi metto a inanellare idee e motivi per una conferenza, torno in questo sabato di agosto ai miei fornelli.

In un angolo della mente, quello più istintivo e irrazionale, si annida però un moto di residua ribellione mescolato a un sospetto: che il concetto del prendere un uomo per la gola vada interpretato in modo diverso.
Afferrarlo, cioè, al collo e individuare il punto palpitante in cui batte il sangue, quello sul quale è bello deporre baci dei quali, catullianamente, si perda il conto, posarci sopra due dita e intanto stringere, ma stringere per davvero con tutta la forza e questo fino a quando lui non stramazza a terra, agonizzante.  

Garinei e Giovannini, Aggiungi un posto a tavola, 1974, con Jonnhy Dorelli. A vostro rischio e pericolo.

Anne Sophie Pic, Recettes pour les enfants, 2010, ciò che è evidentemente mancato nell'infanzia dell'Ingegnere

Fusilli, molto apprezzati dall'Ingegnere

François-Edouard Picot, L'Amour et Psyché, 1817