24 (S)Porco Mondo

La fotografia, partita dall’Inghilterra, è arrivata da noi con il solito mesetto di ritardo. (La mia rivista di decorazione di interni preferita è inglese. Esce da loro fra il 4 e il 7 del mese e arriva da noi fra il 21 e il 25. Il distributore di Milano si è abituato alle mie telefonate minatorie nelle quali spiego che: a. un mensile non può arrivare il mese dopo; b. se il mensile arriva il mese dopo le tendenze non sono più tali, le fiere sono finite da un pezzo, le mostre stanno per chiudere, i clienti di Harrods hanno fatto fuori tutti i saldi; c. non me ne importa niente di avere ragione, mi importa, in tempi di tempo reale, avere la rivista in tempi realistici per le tendenze e tutto il resto di cui sopra). La fotografia, dunque, è partita da un paese che a noi sembra strambo (quirky) e che ci piace anche per questo. Essa mostra una maialina della gloriosa razza Saddleback con le zampe calzate da wellies, vezzeggiativo per Wellingtons, gli stivali di gomma resi celebri da Arthur Wellesley, 1° Duca di Wellington, dandy aristocratico del primo Ottocento. La cosa sta così: Cinderella, questo è il nome della bestiola, è affetta da misofobia, ossia da paura patologica dello sporco. Se ne sono accorti i proprietari dell’allevamento dove lei è nata e sono arrivati alla diagnosi basandosi sul comportamento dell’animale che, contrariamente ai fratellini, si rifiutava di camminare nel fango e dava segni di sollievo e attività appena veniva messa in un posto pulito. Propendiamo per l’ipotesi di una maialina particolarmente aristocratica: nomen omen e Cinders porta il nome della servetta destinata al ballo con il principe, lei è un’eccezione, così come il topo Ratatouille, già comparso da noi, cerca cibi prelibati mentre i compagni si accontentano di bucce e croste trovate nella spazzatura. L’aspetto di Cinders, causa wellies, è diventato vagamente marziale e anche un po’ metropolitano. Dite se non sembra un guerriero della notte, sguardo tenero, codina al vento e passo dei romantici che incedono nel buio. Anche Baudelaire (Le Spleen de Paris, 1862, n° 46) ebbe a che fare con il fango: attraversando il boulevard in fretta per paura dei cavalli gli ci cadde dentro l’aureola (ebbene sì, tutti i poeti ce l’hanno, e anche gli artisti, ovviamente)  e non ebbe il coraggio di raccoglierla. Entrò così in un locale malfamato dove fu accolto con stupore, lui bevitore di quintessenze e mangiatore di ambrosia, da un avventore che lo riconobbe. Ma non se ne dolse. Poteva a quel punto aggirarsi in incognito, compiere azioni basse e dedicarsi alla crapula come i semplici mortali. Se avesse anche lui indossato dei wellies, però, sarebbe anche potuto andare a riprendersi le sue insegne e non lasciarle in balìa del primo venuto, forse cattivo poeta, forse spudorato usurpatore, forse maialino d’ordinanza vocato solo a un destino di salsiccia.

Cinderella