233 Indignatevi!

Un giorno mi regalarono Utz di Bruce Chatwin e fu così che scoprii la porcellana.
Ovviamente ero al corrente della sua esistenza e la utilizzavo regolarmente però, come sempre accade nella vita e nell'arte, il contatto con un ossessivo dell'argomento fu decisivo. La storia è quella ispirata alla realtà di un collezionista che vive a Praga negli anni '70 del secolo scorso e che è vincolato alla sua raccolta di pezzi di Meissen, via di fuga e prigione al medesimo tempo. Per farla breve, funzionò per contagio: mi misi a visitare sezioni di musei e negozi e a cena fuori (case private o ristoranti), cercando di non dare nell'occhio, giravo i piatti.
Capii tutto insieme Augusto il Forte, Elettore di Sassonia, che incarcerò il giovane alchimista Johann Friedrich Böttger, l'inventore europeo della porcellana, cioè colui che aveva trovato una formula più plausibile di quella dell'oro, perché non andasse in giro a rivelare il procedimento.  Eravamo agli inizi del secolo XVIII e il fatto che in Cina ci fossero arrivati ben prima di noi, ovvero nel secolo XIV, la dice lunga sulla relatività della storia.
Ero stata a Meissen prima della vocazione e sempre in quella fase in cui non ero veramente nata (stavo, forse, in una vita precedente) avevo anche frequentato una squisita signora, mancata precocemente, che collezionava sì porcellane, ma solamente bianche e blu, essendo quelle, a suo dire, le uniche concettualmente autentiche.
Il contagio, in quel caso, avvenne a distanza: il viraggio verso i medesimi colori accadde.

Mi misi a studiare e mi appassionai alle vicende imprenditoriali di uomini come Chippendale, Wedgwood e Boulton, alle relazioni con gli artisti, alla progressiva democraticizzazione della produzione, per cui si cominciò a distinguere fra 'utile' e 'ornamentale', con Josiah Wedgwood, il più audace e radicale di tutti, che arrivò già a partire dal 1773 alla redazione di cataloghi di vendita con testi anche in francese, tedesco e olandese.
Aggiungete a tutto questo l'industrializzazione, il design, la convinzione frequente del valore educativo dell'arte e dei begli oggetti, l'entusiasmo della ricerca, la volontà di venire a patti con le macchine salvaguardando la qualità della produzione e lasciando respirare l'intervento artigianale, insomma un'atmosfera generale di rispetto per il lavoro, di creatività in senso alto, di volontà di stare al mondo nel modo giusto: appassionato, attento ai dettagli, incline a riflettere sulla forma e sul suo senso. 

Non colleziono niente, il collezionismo e la sua fame insaziabile mi preoccupano, però misi insieme, poco alla volta, un bel servizio inglese e una serie di tazze, piatti, coppe, con l'aggiunta anche di una deliziosa statuina di Capodimonte che rappresentava una giovane donna sdraiata su un canapè, la cosa più frivola che ci sia nella mia casa, per questo motivo di rado fuori dall'armadio in cui l'ho infilata in un giorno di rigore.
Frequento, come tutti, mercatini, antiquari, la brocante mi diverte, se si rompe qualcosa mi dispiace, senza farla troppo lunga, mi affeziono (sobriamente) agli oggetti.

Qualche tempo fa, durante un dopocena vivace, sbecco un piatto.
Mi mortifico un po', poi prendo un appunto e mi ripropongo di andare a cercarne uno di sostituzione, la produzione è sempre in corso e la decorazione è classica.
Passano mesi e un giorno vedo in un negozio del centro il mio servizio bianco e blu Churchill Made in Staffordshire England esposto. O, almeno, quello che sembrava tale. Vendono anche pezzi singoli. Decido di prendere per bene il diametro e di ritornare.

Si fa fine giugno, una mattina mi dedico al piatto, vado, acquisto, rimango un po' stupita di fronte al prezzo basso, rientro, scarto, guardo. Qualcosa non mi convince. Messa accanto agli altri, la new entry fa la figura del cugino di campagna. Giro, osservo, espongo alla luce, controllo il marchio. Compare il leone tradizionale ma scompare il resto. Stacco l'adesivo con il codice a barre e vedo la dicitura inoppugnabile: MADE IN COLOMBIA. Imported by e segue il nome di una società con base in Veneto. 
Mi sconcerto e un po' mi arrabbio. Controllo in internet: tutto sembra tranquillo sul fronte inglese, non dicono che non sono più in vita e che hanno messo sul mercato i cocci della loro esistenza, mando una mail interlocutoria e, già che ci sono, ne mando una anche agli importatori.
Fate luce nella mia mente, da quando in qua le porcellane si fanno fuori dalla fabbrica?
Il telefono suona quasi subito e entro nella conversazione più tragica degli ultimi mesi. Un solerte responsabile, non della Churchill bensì della società veneta di export, fa crollare in 15 minuti tutte le mie certezze. Sono costretta a sedermi mentre ascolto: le massime manifatture di porcellane europee (e mi cita nomi evocativi, Wedgwood, Churchill, Ginori) hanno delocalizzato da qualche anno, prima si sono spostate all'Est, poi hanno fatto, intero, il passo del distacco: da noi sono rimasti i nomi e la memoria. Lo dicono i prezzi, eloquentemente bassi, e lo dice la qualità della produzione recente, praticamente l'allure di campagna espressa dalla new entry.  

Butto lì quattro stupidaggini, l'orgoglio nazionale, il savoir faire, la magia, la storia, la differenza fra una t-shirt e un servizio di piatti, ma è come difendersi a mani nude da una valanga.
Finita, fra le tante vicende arrivate a conclusione, anche quella magnifica della porcellana, il mito della durata, l'ideale 'elegance and simplicity' di Josiah Wedgwood, finito il gusto della visita ai luoghi di produzione, il batticuore del contatto con chi dalle mani traeva il senso distillato della bellezza. Oddio, qualcosa è rimasto, i piatti di Meissen dal costo esorbitante, la Royal Copenhagen che pure non scherza, insomma, cercando bene ed essendo disposti a pagare, qualcosa di ancora autentico si trova. 

Conclusa la conversazione con il mio interlocutore, lo sguardo che ho dedicato alla mie attrezzatura della prima colazione (qualcosa vedete nelle immagini) è stato dolente e pieno di nostalgia, un po' come quando ci si rende conto di che cos'è la salute, oppure di che cos'è la giovinezza, sempre e solo quando temiamo di averle perse.  
Con cura estrema, badando a non fare guai che ormai sarebbero irreparabili, manovro quello che ora vedo come un autentico patrimonio, una produzione di oggetti di uso quotidiano, che entrano e escono quasi tutti dalla lavastoviglie, ciascuno di loro con un pezzetto di storia non ripetibile attaccata addosso.


Rimane l'indignazione perché un'economia traballante e forse priva di ragione ha messo a morte quanto aveva di più caro, un suicidio estetico e morale, lo sfascio che ingoia la scuola, le maglie di cachemire, la carta dei libri su cui non si riesce più a prendere un appunto perché la matita passa dall'altra parte, i manuali sempre più sintetici, pieni di prerequisiti e obiettivi, stracolmi di schemini, paragrafi, neretti, come se gli studenti non fossero più in grado di distinguere un concetto dall'altro e dovessero essere imboccati anche quando sono grandi e grossi, la demenzialità dei titoli glamour e con appeal (l'ultimo incontrato: Immagini della matematica, come è noto, anche i numeri devono apparire sotto il loro profilo migliore), le stampanti che durano 6 mesi, le scarpe che si sfaldano con la pioggia, la pasta precotta, la pizza surgelata, la vergogna diffusa nel pronunciare la parola 'lezione', un impegno così gravoso da dover essere sostituito da stupidaggini ('conversazione', 'incontro') o accompagnato da qualcosa che ne stemperi la sostanza (la prima volta che ho letto su una circolare 'lezioni frontali' mi sono interrogata a lungo su quale fosse la mia posizione mentre parlavo in un'aula e mi sono dovuta arrendere all'evidenza: essa era spesso obliqua perché di fronte ai discepoli c'è sempre lo schermo, obliqua, tale e quale a quella del manierista e del traditore), la necessità dappertutto dell'animazione, la religione del fine settimana, il desiderio perpetuo di vacanza, il mondo ridotto a luna park e a centro commerciale.

Che tristezza.

Nel film A Single Man, bella e struggente opera prima di Tom Ford del 2009, il protagonista, un Professore della Los Angeles degli anni '60 che ha perso in un disgraziato incidente di macchina la persona che più gli stava a cuore, in quello che vive come ultimo giorno, mentre prepara il suo suicidio e continua, con metodo e rigore, a esistere, dice a un certo punto: 'Non voglio vivere in un mondo senza sentimenti'.
Ecco, io, personalmente, non voglio vivere in un mondo in cui la porcellana inglese la fanno in Colombia.

 

 

Royal Copenhagen, Morning Cup, la mia tazza della prima colazione preferita al momento

Wedgwood, England, primi '900, con piattino per toast, la più preziosa, non ha mai visto la lavastoviglie 

Solo un piattino di cm 15,5 di diametro MA Meissen anni '30