235 Odi et amo

Casa. Grembo, rifugio, porto sicuro, castello turrito con il ponte levatoio azionato dai miei umori, utero caldo in inverno e fresco d'estate, specchio, autoritratto, protezione, letto, divano, studio, teatro, laboratorio, invaso di creazione, spazio, mèta del viaggio, difesa, appoggio, riparo.

Casa. Sporcizia, angoli irraggiungibili, ripiani troppo pieni, togli e metti e sposti, serve il parere di un urbanista, oggetti che generano oggetti,  pozzo senza fondo, più elimino e più trovo, vasetto in terracotta per la crema catalana, sportelli che si aprono su palcoscenici messi su da uno scenografo barocco, memorie che pensavo cancellate e che riscopro putride, centrifuga per le carote con il filtro che dopo il succo devo stare a grattare per 20 minuti, vaporiera solo per gli asparagi, già finite al secchio la friggitrice e la gelatiera, bollitore d'emergenza e l'emergenza arriva.

Passato quasi tutto il pomeriggio a sistemare i bicchieri degli anni '30 e '40 comprati ieri al Mercatino di Porta Maggiore per una cifra pari a quella di una cena in un ristorante mediocre, liberati in tutto 4 ripiani, 2 in cucina e 2 in soggiorno, lavato, asciugato, ragionato, ridisposto daccapo e diversamente.

Mannaggia. Avrei potuto allungarmi sul divano a leggere Au Bonheur des Dames con quella scrittura così sontuosa, avvolgente e spessa invece di stare arrampicata sulla scala con il Cif e la spugna facendo giù e su per i gradini con tutti i vetri in mano badando pure a non romperli.

Sulla felicità delle donne continuo a interrogarmi.

I due ripiani con i miei vetri nell'armadio in soggiorno

Émile Zola, Au Bonheur des Dames, 1883, la mia edizione (piccolo prezzo, grande libro)