237 Noblesse oblige

Eccone un altro che sa il fatto suo, forse più di Valentino.
Voi prendete Bendicò, il cane di Don Fabrizio, Principe di Salina: per arrivare al garrese dell'alano che percorre sgroppando tutto il romanzo, fino alla fine, quando, impagliato, viene finalmente lasciato riposare, seppure nella spazzatura, i cinque pugs del fashion designer dovrebbero mettersi uno sopra l'altro; difficile, per bestiole con zampe così corte, arrivare così in alto.

Quando Don Fabrizio va in vacanza, mica scherza.
Il viaggio per raggiungere la 'sua Donnafugata prediletta', dove si trattiene in quell'agosto 1860 tre mesi come sua abitudine a partire dalla fine di agosto, dura tre giorni.
Tre giorni di viaggio per tre mesi di residenza.
Niente a che vedere con i forzati del week end, quelli che sono presi, come direbbe Luciano Bianciardi, dalla 'furia' di andare fuori tutte le settimane, non avendo evidentemente a casa loro mai un cassetto da sistemare.
(Questo lo dico io, i miei cassetti sono, sempre e tutti, per aria e non capisco come facciano i cassetti degli altri a non necessitare del costante occhio del padrone, nonostante la presenza del quale i cassetti miei in ordine non ci rimangono). 
E il viaggio era stato orrendo, per '...le famose strade siciliane...vaghe tracce irte di buche e zeppe di polvere'. Il folto gruppo dei vacanzieri, Don Fabrizio e Stelluccia hanno generato sette figli ai quali dobbiamo aggiungere le altre persone che fanno parte della famiglia, servitù e Gesuita compresi, si ferma due volte per il pernotto in situazioni che si fanno via via più precarie, alla 'locandaccia' di Prizzi la pausa è penosa, in tre in un letto, insidiati dalle mosche e dal fetore dell'attigua stanza dei cantari.

Autentiche smanie per la villeggiatura, e taccio i nodi dei lasciapassare stretti dal periodo storico per occuparmi solo di ciò che mi sta a cuore.

Però l'arrivo è tutt'altro rispetto a quello polveroso, umido e frugale che attende chi si reca ora nella sua seconda casa (o nella terza, o nella quarta) al mare.
Già la montagna di bagagli e di provviste era partita tre giorni prima con 'una parte dei cuochi e dei servi', mica male, come idea, tre giorni di anticipo sono una garanzia di potersi occupare solo del cambio degli abiti prima di cena e di non dover stare lì a dare aria alle stanze e a spazzare grossolanamente il pavimento per potersi, almeno, appoggiare, come tocca fare in questi tempi poco organizzati e di partenze con il bollino rosso.

L'arrivo, dicevamo.
Le autorità che attendono, qualche decina di contadini, la banda municipale che attacca 'Noi siamo zingarelle', le campane della chiesa e del convento che suonano a festa, il sindaco, l'arciprete, il notaio, il medico, l'organista, che può comparire solo perché è il compagno di caccia del Principe e che ha pensato bene di portarsi pure Teresina, la 'cagna focata con i due segnetti color nocciola al di sopra degli occhi'.
A Don Fabrizio piacciono le donne e piacciono pure i cani, per cui prende per il verso giusto quest'omaggio.
Servi, bambini e Bendicò vanno al palazzo, ma la famiglia, stanca e impolverata, deve assistere al Te Deum alla Chiesa Madre. Qualcuno mi dica se, arrivando nella sua località di villeggiatura, ha avuto mai modo di esibirsi 'alla folla, stupendo'. Se è stato mai accolto in casa propria (lasciate perdere la differenza di taglia, potete anche non avere un'abitazione smisurata, ci interessa il concetto) da un responsabile, sia pure di piccolo cabotaggio, con le parole 'Riconsegno il palazzo nello stato preciso in cui è stato lasciato', come fa invece Don Onofrio, l'amministratore locale, 'educato alla rigidissima scuola della principessa Carolina'.
 

Ma fatemi il piacere.
 

Tutti a giurare che una casa lasciata pulita prima della partenza la si ritrova tale e quale, come se non sapessi che la polvere si infila anche in una cassaforte a tenuta stagna, figuriamoci in un appartamento aperto, spesso non solo metaforicamente, ai quattro venti.

Rigiro il coltello nella piaga.

Non solo 'tutto era in perfetto ordine: i quadri nelle loro cornici pesanti erano spolverati, le dorature delle rilegature antiche emettevano il loro fuoco discreto, l'alto sole faceva brillare i marmi grigi attorno ad ogni porta', ma il Principe, scocciato per il viaggio, liquida rapidamente le faccende pratiche e prende un bagno.
La sua vasca è una 'specie di truogolo ovale, immenso, in lamierino verniciato giallo fuori e bianco dentro, issato su quattro robusti piedi di legno', altro che quelle docce risicate tipiche delle seconde case al mare, dove bisogna entrare di taglio pure se non si ha la mole spropositata del Gattopardo, quella che gli dà, quasi da sola, il diritto di stare come ci sta lui al mondo.

Tralascio la narrazione di tutto quello che accade, rileggetevi il libro, riaffondate nella magnificenza della scrittura, nei nomi dei colori, nella sensualità diffusa, tutta meridionale, del calore, dei giardini, dei fiori, dei frutti e delle piante descritti con una sapienza da farci sentire gli odori.
Arrivo subito al dunque. Come abbiamo detto, i vacanzieri nostri della seconda casa al mare con una prima cena alla quale manca tutto perché tutto è stato impossibile portare.
Lui, il Nostro, nella solennità del primo pranzo, quello, evidentemente, serale.
Si è riposato, profumato, vestito da pomeriggio per non imbarazzare gli ospiti, numerosi e importanti.
I domestici, in cipria e polpe, servono vini francesi (Chablis), vi è il poncio alla romana prima dell'arrosto, il timballo di maccaroni (zucchero, cannella, fegatini di pollo, ovetti duri, sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi e, in una 'massa untuosa, caldissima...cui l'estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio', i maccheroncini), vi è la diciassettenne Angelica, che entra in scena proprio in questa occasione, sollecitando con la sua aura ogni tipo di appetito ben al di là di quello per il cibo.

Che gusto, questi sì che sono pranzi, queste sì che sono vacanze.
Se non si sta a questo livello qui, meglio la prima casa da sola.

Alle brutte, è appena uscito, restaurato, il film di Visconti del 1963, con Burt Lancaster che fa benissimo Don Fabrizio: alto, dritto, elegantissimo, iroso, ironico, con quell'accento siciliano che, solo per questa volta, mi fa amare il doppiaggio. Per non parlare di Stelluccia, una Rina Morelli indimenticabile, che, certo che sì, si segna tutte le volte che l'aitante marito le si avvicina, ma che poi se lo guarda di sottecchi, come abbacinata da tanta inaudita prestanza.
Invece di straziarvi di stenti nella seconda casa al mare, mettete il dvd nel lettore.
C'è di che sfiziarsi, gli enormi nomi di tutti, attori, scene, costumi, luci, la fedeltà del regista alla scrittura (dopo il rosario, il Principe raccatta da terra il fazzoletto sul quale era inginocchiato e lo dispiega, come fa il toreador con la muleta, come in un rituale che riempie lo schermo e che risponde pari pari a quello che sta scritto), l'ambiente, l'atmosfera, le scene di battaglia che abbiamo appena rivisto nelle opere esposte in occasione del 150° dell'Unità d'Italia, insomma una pienezza tale da compensare qualunque mancanza di villeggiatura.

Prima di acquistare il film, sono andata dal mio noleggiatore per vedere se, per caso, lo aveva in catalogo. Mi ha guardata strano, ha detto che era 'vecchiotto', ho faticato non poco a non dirgli di restituire la licenza.
Transeat.
Si goda Il Gattopardo chi è capace di apprezzarlo, chi sa che la vita si dissolverà nel nulla, chi soffre di gelosia carnale, chi apprezza dolci di riposto, chaud-froids di vitello, parfaits rosei, sciampagna e bigi, la contemplazione delle stelle, le avventure amorose audaci e predatorie, le pochissime cose felici dell'esistenza (fra le quali Tomasi di Lampedusa annovera anche la foga amorosa, le risposte taglienti date agli sciocchi e 'la sensazione delicata di alcune sete di cravatte'), le vacanze talmente lunghe da essere ormai non più proponibili e non più praticabili, autentico stile esistenziale talmente lontano da noi che, piuttosto che sostituirlo con la pochezza dell'oggi, conviene divenga oggetto di rievocazione estiva: mentale, cinematografica, letteraria, avente come colonna sonora il chioccolio di una fontana descritto magistralmente e un valzer di Verdi, inedito, al ritmo del quale, anche se per un attimo e per una sola notte, la morte appare come 'roba per gli altri'.

 


 

Il pranzo del Principe la prima sera di vacanza

Il ballo del Principe con Angelica (Burt Lancaster e Claudia Cardinale)

L'abito di Angelica per il ballo