244 Hotel Room

Sono stata in un albergo.
Io che ho sempre amato gli alberghi e che ho sempre detto che sarei vissuta volentieri in albergo, non sopporto più gli alberghi.

Ti danno due asciugamani striminziti e ti tappezzano la stanza da bagno con scritte adesive minacciose in cui ti ingiungono di riutilizzarli riappendendoli dopo l'uso. Io non ci penso per niente, scendo al ricevimento, dico che voglio altri asciugamani, una dotazione almeno doppia. Mi guardano come se fossi io responsabile di tutto il detersivo consumato al mondo, io la mattina dopo butto tutto il mucchio di asciugamani sporchi a terra per indicare che devono sostituirli e quando rientro trovo di nuovo due asciugamani striminziti e tutto ricomincia.

Chiedere un accappatoio è fuori luogo ed è meglio che ti scordi di poterti asciugare avvolgendotici dentro.

Le luci sono diventate parche, lampadine economiche che emanano una luce glaciale sono sparse in un paio di angoli; ci sono poi i faretti sul letto, non illuminano niente, ti passa pure la voglia di leggere.

Non si trova più un taccuino, apri il cassetto del tavolo e dentro è vuoto, hanno eliminato la carta intestata con le buste, più di una volta, in passato, mi era capitato di essere invogliata la sera a scrivere una lettera, ora un appunto lo prendi sul retro dello scontrino del bar se non hai messo i post- it nell'astuccio.

Mi è accaduto di non trovare nell'armadio la busta per la biancheria usata perché avevano eliminato anche quella.

Niente più set di saponette che stavano lì solo per fare colore, figuriamoci se non mi porto da casa la mia saponetta, ma la tristezza dell'unico flacone di detergente che serve per tutto, mani e capelli, proprio non la sopporto.

Tutto è contato, ecologico, cioè punitivo, sdutto, misero, penoso, finita l'avventura dello spaesamento, l'albergo che era l'amante rispetto alla moglie, ora è la cugina di campagna noiosa e bruttina che non frequenteresti mai se non ci fossi costretto.

L'acqua è poca, regolamentata, ti tormentano pure lì, farsi una doccia è un letterale stillicidio, per sciacquarsi dopo lo shampoo ci vorrebbe un secchio da versarsi sulla testa.
Lo sciacquone butta poco e sulla tavoletta di comando c'è scritto pure in grande 'stop', nel caso ti prendesse il desiderio di dimezzare la quantità di acqua già ridotta di un terzo rispetto al necessario.

Non voglio più andare in albergo.
Voglio stare a casa mia, nel lusso dei rubinetti che funzionano a regime pieno, le luci accese come nella festa, lo sciacquone che emette un rumore trionfale tutte le volte che premi il pulsante, tutta la carta che mi serve per prendere tutti gli appunti che mi passano per la mente, le mie montagne di biancheria bianca tutte ordinate in guardaroba, tutte da consumare quando e come mi pare, fosse pure a capriccio o fosse solo per il gusto, impagabile, dell'abbondanza.

Edward Hopper, Hotel Room, 1931

Joseph Cornell, The Hotel Eden, 1945

Felix Gonzalez-Torres, Petit Palais, 1992. Il titolo dell'opera viene da un albergo di Parigi