26 TOC TOC

Non sono affetta da alcun tipo di TOC. Se volete sapere che cosa è un TOC (Trouble Obsessionel Compulsif) andatevi a rivedere Jack Nicholson in Qualcosa è cambiato (James L. Brooks,  As Good as It Gets, USA 1997): solitario e litigioso, non pesta le righe in terra, indossa guanti per proteggersi, è un maniaco dell’igiene, si cambia continuamente di abito, cammina a debita distanza da tutti, frequenta un ristorante in cui vuole essere servito sempre ed esclusivamente da una sola cameriera. Proseguite poi con The Aviator (Martin Scorsese, USA 2004) e Leonardo Di Caprio nelle vesti di Howard Hughes, bello e dannato e in attesa che qualcun altro apra la porta delle Toiletts perché non debba essere lui a toccarne la maniglia. Siete affetti da TOC se vi alzate venti volte per controllare di aver chiuso la chiavetta del gas, se vi lavate le mani cento volte al giorno, se fate dietro front con la macchina quando già siete partiti per le vacanze perché volete accertarvi di aver dato tutte la mandate alla serratura, se evitate di essere 13 a tavola. (Se siete di Napoli e evitate di ritrovarvi nel numero delicato di commensali dell’Ultima Cena, non siete affetti da TOC, siete solo in linea con la cultura dominante, quella del corno di corallo appeso al portachiavi che molti dei miei colleghi, colti e evoluti, portano in tasca). Le religioni sono piene di TOC, niente carne il venerdì, niente carne di porco, ripetizione delle preghiere, rituali. Il TOC è una malattia individuata dalla metà del XIX secolo, descritta da Pierre Janet con il nome di ‘psicoastenia’ nel 1903 poi da Sigmund Freud come ‘nevrosi ossessiva’ nel 1909. Nel 1980 il termine ‘Trouble Obsessionel Compulsif’ si impone ed è adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) (fonte ‘Le nouvel Observateur’, numero fuori serie Les nouvelles addictions, maggio-giugno 2005). Dunque, dicevo, non sono affetta da alcun tipo di TOC. E sospetto pure che i TOC ci siano sempre stati, anche prima di Janet e Freud, la letteratura è piena di rituali ossessivi e anche l’arte lo è. Probabile, però, che io sia considerata TOC dai  moltissimi che incontro che sono mediamente più sporchi di me. Fra i migliori consigli ricevuti nella vita annovero quello di un mio vicino di classe, Raimondo P., III F al Liceo Dante Alighieri di Roma quando io stavo in II E: austriaco di nascita, elegantissimo, snobissimo, fra i miei primi compagni di scorribande notturne, mi insegnò a viaggiare con guanti di gomma, spugna e detersivo. La bustina igienica mi avrebbe salvato più volte da bagni di alberghi sospetti o impraticabili (la cosa curiosa è che fra le cinque e le due stelle non c’è logica, mi sono capitati servizi immondi nei migliori hotel del mondo e bagni rifiniti in locande di provincia. Come sempre, è la persona che fa la differenza, in questo caso la cameriera ai piani o, se è previsto il controllo, la governante). Poi, siccome sono una perfezionista, ho anche aggiunto le salviette disinfettanti e quando poso il bagaglio in un qualunque altrove trascorro un buon quarto d’ora a  passare con il lisoformio maniglie, telefoni e testate del letto. Ciò mi fa sentire a casa mia, mi tranquillizza nell’impatto con l’ambiente estraneo, mi permette di segnare il territorio. Non si tratta di TOC. Poi. Per non rifarmi da sola il letto devo essere moribonda, in ospedale o in albergo (altro consiglio di una gran signora quasi centenaria, madre di una collega. Ma ci avevo già pensato per mio conto. Per inciso, l’anziana donna mi deliziò anche con la descrizione della pelle di un’amica più giovane di lei di una buona ventina di anni: ‘a castagna secca’, la definì. Cito l’episodio perché possa essere utilizzato da qualcuno meno svelto di spirito e di lingua di quanto non fosse lei). Mi lavo sempre le mani rientrando in casa e prima di mangiare. Cambio tutti i giorni la biancheria del bagno e della cucina. Cambierei quotidianamente volentieri anche le lenzuola se solo lavarle, stenderle e stirarle non fosse un lavoro così complesso ed è, questo, uno dei motivi per cui vivrei volentieri, come faceva Mademoiselle Chanel fra i molti, in un albergo di lusso (ovviamente, pulito). Mi tolgo le scarpe entrando in casa e chiedo di toglierle anche alle persone che la frequentano regolarmente. Praticamente entrano in casa mia con le scarpe solo gli estranei perfetti, quelli dopo il passaggio dei quali (passaggio che cerco di rendere il più breve possibile. In pratica non vedo l’ora che se ne vadano) mi affretto a lavare il pavimento rivolgendo pensieri grati al cielo che me li ha tolti dai piedi. Mi piace molto indossare i guanti anche d’estate (ho raccontato ieri a un amico del garagista che mi chiedeva se non avevo caldo con la sciarpa, dopo avergli spiegato che esistono anche le sciarpe estive, l’episodio del guaglioncello napoletano che, in un torrido giugno, sull’autobus, vedendomi con la sciarpa e con i guanti, estivi l’una e gli altri, mi venne a chiedere se mi sentivo male). Indossa, lo ricordo, guanti estivi anche Michael Pitt in Funny Games; d’accordo, lui lo fa per altri, malandrini motivi, oltre, beninteso, a quelli che attengono all’eleganza e all’igiene, però l’idea di stare in sua compagnia mi piace. Il mio trolley non supera mai il metro di ingresso in casa e viene disfatto e ripulito in una zona protetta. Non appoggio mai le buste della spesa in terra anche se pesano 30 kg. Discuto spesso nei supermercati con il direttore per via dei genitori che mettono ‘nel’ carrello il loro bambinetto completo di scarpe, non riuscendo a sederlo sull’apposito seggiolino perché ha la stazza di un vitello, ha compiuto 12 anni e va già in discoteca dove fa uso di sostanze chimiche per vivacizzare la situazione. Una volta che avevo tempo ho intrattenuto il poveruomo che dirige l'Elite (ammettete che dare un nome così a un posto di massa indica una certa dose di umorismo) che utilizzo più spesso per questioni logistiche con una dissertazione sulla possibilità che io mettessi ‘nel’ carrello un cane pieno di pulci, che mi sarei fatta prestare all’occorrenza (figuriamoci se vivo con un cane con le pulci, vivo con i pesci rossi, che stanno nell’acqua in una loro casa che sta nella mia casa): lui come si sarebbe comportato? Mi sarebbe venuto a dire che, per questioni di igiene, non potevo mettere le pulci dove gli altri clienti mettevano la bottiglia del latte e la busta del pane, cioè alimenti che vanno ‘direttamente’ in frigorifero o in dispensa? E allora, dove stava la differenza fra le pulci e le scarpe del vitello? E ancora. Aizzo regolarmente (sono una pendolare) i controllori dei treni a elevare contravvenzioni a coloro che stanno con le scarpe sui sedili, la multa è di € 5,00, considerando il numero dei contravventori, le Ferrovie dello Stato vedrebbero il loro bilancio risanato presto e bene. Sorrido beffardamente davanti al gesto incongruo di chi rovescia il proprio cappotto e lo mette sul portabagagli dalla parte della fodera, nelle intenzioni per non rovinare la stoffa, nella pratica per dare alle ruote del trolley vicino la possibilità inattesa di toccare punti sensibili, per esempio l’interno del collo, quello che dopo verrà nuovamente in contatto con una delle parti più delicate ed esposte del corpo umano. Fulmino con lo sguardo coloro che, preparandosi a scendere dall’aereo, appoggiano il proprio bagaglio, che ha strusciato lo sporco di mezzo mondo, sul sedile dove poi si appoggerà un fondoschiena che poi tornerà ad appoggiarsi sul divano proprio (e forse anche sul mio) e poi sulla sedia del ristorante e sulla poltrona del cinema (nessuno pulisce mai le sedie, fateci caso. Esse sono pulite, nell’immaginario collettivo, dal fondoschiena di chi ci si siede). Ma non sono affetta da TOC. La mia affermazione è chiaramente suffragata da almeno 3 dichiarazioni. 1. Sono per metà di sangue piemontese e cito, qui, il Ceronetti di Piccolo inferno torinese (Einaudi 2003): ‘Denunciano, in un appartamento, la padrona torinese, i pavimenti lucidati a sangue, testimoni di una rabbia epica per trasformare in cristallo di Boemia la sorda mattonella. Dopo la lucidatura luciferica, la porta è sprangata a tutti. Chi ha un salvacondotto deve adattarsi a un’umiliante immobilità per non sporcare. (Non hanno torto: nessuna presenza umana è mai pulita).’. 2.  Non faccio nessuna fatica ad accompagnarmi a uomini che giudico più sporchi di me, anzi, considero un po’ di sporcizia un tratto molto virile, mi intenerisce, tira fuori il mio lato Florence Nightingale, quello che fa dire a ogni donna ‘Io ti salverò’ (in questo caso: con una doccia). 3. Credo fermamente che il buon cinema, quello che ti cambia la vita, che ti fa segnare come un giorno felice (ricordate? Si dice ‘marquer d’une pierre blanche’, pietra bianca, cioè pulita, mica una pietra di colore qualsiasi) quello in cui è avvenuto l’incontro, sia il cinema sporco.

Ora, essendo il punto 1. fuori discussione e quello 2. privato, vi invito, dopo la lettura rigenerante della n° 26 e fra le pause del sorbetto delle 28 e 29, alle puntate n° 27 e n° 30 per affrontare insieme il punto 3.

Leonardo Di Caprio e Cate Blanchett in The Aviator, Martin Scorsese, USA 2004

Funny Games, Michael Haneke, 2007